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Missili ipersonici: rottura dell’attuale stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia e rivoluzione nelle tattiche militari

L’avvento degli armamenti ipersonici sullo scenario internazionale promette di incrinare profondamente l’attuale equilibrio strategico tra Stati Uniti, Cina e Russia basato sulla deterrenza dei rispettivi arsenali nucleari. I missili ipersonici si inseriscono nell’emergente categoria delle cosiddette “armi strategiche non-nucleari” in grado di superare potenzialmente qualsiasi attuale sistema di difesa. Quali saranno le conseguenze della nuova corsa alle armi per il futuro della sicurezza internazionale?

Missili ipersonici: rottura dell’attuale stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia e rivoluzione nelle tattiche militari - Geopolitica.info

La tecnologia ipersonica si presenta in ambito militare come una rivoluzione nella conduzione dei futuri conflitti armati. In particolare, i missili ipersonici rappresentano la “punta di diamante” delle cosiddette armi strategiche non-nucleari. Sotto quest’ultima categoria vengono generalmente compresi tutti gli armamenti convenzionali di precisione a lungo raggio. Da una parte, il valore strategico dei missili ipersonici è comparabile a quello dei tradizionali missili intercontinentali nucleari (ICBM), tanto che, come sottolineato da Acton, in alcuni ambienti militari si è pensato alla sostituzione progressiva degli arsenali nucleari con missili convenzionali ipersonici. Dall’altra parte, tra le due categorie di armamenti intercorrono decisive differenze che contribuiscono a rendere la tecnologia ipersonica un “game-changer” nella stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia e una criticità su cui dovrebbe concentrarsi maggiormente l’attenzione della comunità internazionale.

Lo sviluppo di armamenti convenzionali di precisione a lungo raggio fu considerato dagli Stati Uniti quando, durante la fine della Guerra Fredda, la precisione dei missili intercontinentali migliorò al punto di non dover necessariamente fare affidamento sulla potenza di una testata nucleare per colpire un obiettivo a grandi distanze. Nel 2003 gli Stati Uniti diedero inizio allo sviluppo del programma Conventional Prompt Global Strike (CPGS) prefiggendosi l’obiettivo di acquisire la capacità di “colpire qualsiasi punto del globo in meno di un’ora di tempo”: lo sviluppo dei missili ipersonici costituisce tutt’ora la tecnologia che risponde in modo ottimale a questa esigenza. Cina e Russia sono gli altri Stati che perseguono in maniera consistente la tecnologia ipersonica militare e le uniche potenze concorrenti agli Stati Uniti in questo campo. È previsto che gli armamenti ipersonici a lungo raggio saranno operativi tra il 2020 e il 2025.

A differenza degli esistenti missili balistici, i missili ipersonici sono quelli che potranno raggiungere e mantenere velocità a regime ipersonico (tra i 5,000 e i 25,000 km/h, all’incirca fino a 20 volte la velocità del suono); non seguono una traiettoria di volo balistica ma prevalentemente orizzontale; possiedono una notevole manovrabilità che gli consente di cambiare bersaglio fino agli ultimi istanti di volo. Queste caratteristiche permettono ai missili ipersonici di oltrepassare i più avanzati sistemi di difesa e, se individuati, di comprimere notevolmente i tempi di reazione degli organi decisionali di uno Stato. Inoltre, se per quanto riguarda i missili balistici armati con testata nucleare esistono vari trattati internazionali che ne limitano sia la proliferazione che lo sviluppo (in particolare, New START; Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty; Missile Technology Control Regime), per i missili ipersonici convenzionali non esiste alcun trattato internazionale che imponga una limitazione allo sviluppo o all’uso di tali armamenti.

Le caratteristiche tecniche dei missili ipersonici e il “vuoto” giuridico in cui si pongono hanno favorito quella che ormai si può definire una repentina corsa alle armi in questo ambito che plasmerà gli equilibri della sicurezza internazionale nella prossima decade. Infatti, gli Stati non dotati di armamenti ipersonici saranno portati ad acquisirli, in quanto si troverebbero in una situazione di netto svantaggio strategico rispetto agli Stati già in possesso degli stessi. Questo scenario riguarda in primis Stati Uniti, Cina e Russia, la cui stabilità strategica, fondata largamente sui rispettivi arsenali nucleari, verrebbe rivoluzionata qualora uno di questi Stati si dotasse di un cospicuo arsenale di missili ipersonici convenzionali. Infatti, essendo in grado di oltrepassare i più avanzati sistemi di difesa (cosiddetti Anti-Access/Area Denial Systems), un attacco con missili ipersonici è in grado di distruggere i siti di lancio dei missili intercontinentali nucleari e i centri di comando e controllo ostili, “disarmando”, in un brevissimo lasso di tempo, lo Stato che subisce l’attacco. Inoltre, anche nel caso in cui lo Stato colpito mantenga intatta una parte dell’arsenale nucleare si porrebbe il fondamentale ostacolo, giuridico e politico, di rispondere ad un attacco convenzionale con un contro-attacco nucleare. Infatti, una delle peculiarità delle armi strategiche convenzionali, e quindi dei missili ipersonici, è quella di essere “più facilmente utilizzabili” rispetto alle armi strategiche nucleari, poiché non creano gli stessi effetti negativi, in termini materiali e politici, determinati dall’uso di armi atomiche.

Non a caso, quindi, Stati Uniti, Cina e Russia possiedono la tecnologia ipersonica militare allo stadio più avanzato; seguono la Francia, l’India e l’Australia. Inoltre, si inseriscono in questo scenario numerosi centri accademici che fanno assumere una dimensione internazionale alla ricerca scientifica in questo campo. Infatti, la tecnologia ipersonica è caratterizzata da un uso duale, ossia può essere utilizzata per scopi sia civili sia militari, che contribuisce alla diffusione di tale tecnologia. Ciò potrebbe portare a ripercussioni geopolitiche negative qualora uno Stato acquisti tecnologia ipersonica per scopi civili, per esempio nell’ambito dell’aviazione civile e commerciale, ma successivamente cambi intenzione e la adoperi per scopi militari.

In effetti, oltre alle incognite per la futura stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia, l’incontrollata proliferazione di armamenti ipersonici si presenta come una rilevante criticità. La diffusione di questi armamenti darebbe la possibilità anche alle forze armate meno avanzate o a gruppi paramilitari di minacciare le maggiori potenze o le potenze regionali, contribuendo alla destabilizzazione di intere aree del globo. Dall’altra parte, è da tenere in considerazione invece una proliferazione mirata, ossia la cessione di armamenti ipersonici ad alcuni Stati per il solo fine di bilanciare (o ribaltare) gli equilibri militari in alcune aree. Un esempio di queste dinamiche, come sostenuto da Speier e Nacouzi, è rappresentato dalla recente esportazione del missile CM-400AKG da parte della Cina al Pakistan a fronte della cooperazione Russo-Indiana per la realizzazione del missile ipersonico Brahmos 2.

Nel futuro più prossimo il dilemma più importante riguarderà la revisione della stabilità strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia, poiché l’avvento delle armi ipersoniche renderà la deterrenza fondata sui missili balistici nucleari e sugli esistenti sistemi di difesa anti-missile sempre più complessa. Come fanno notare alcuni analisti, ciò dovrà avvenire attraverso la conclusione di un trattato di non proliferazione degli armamenti ipersonici e l’istituzione di strumenti internazionali di controllo sulle esportazioni di tecnologia ipersonica. Inoltre, il nuovo equilibrio dovrà essere riscritto tenendo in considerazione che, in base alla teoria delle relazioni internazionali ed in particolare al cosiddetto “dilemma della sicurezza”, è più facile costruire e sostenere una stabilità basata sulla presenza di armi in funzione difensiva piuttosto che sulla presenza di armi in funzione offensiva, quali i missili ipersonici.

Dinanzi alle numerose incognite sembra potersi affermare con certezza che nei futuri conflitti armati prevarrà chi saprà “muoversi” a velocità ipersoniche.

VIII International Gas Forum di San Pietroburgo

Si è chiuso ieri l’VIII International Gas Forum di San Pietroburgo, una delle principali convention mondiali sul tema, in particolare perché viene utilizzata dal colosso russo Gazprom come una tribuna dalla quale snocciolare dati e lanciare nuovi progetti. Quest’anno a tenere banco è una notizia molto significativa sotto il profilo geopolitico: nonostante le sanzioni, le forniture di gas naturale russo ai paesi dell’Unione Europea continuano a crescere senza sosta.

VIII International Gas Forum di San Pietroburgo - Geopolitica.info

Secondo quanto riferito dal presidente di Gazprom e viceministro dell’Energia della Federazione Russa, Aleksej Borisovic Miller, nel discorso tenuto al Forum, nel 2017 i volumi di fornitura del gigante russo al mercato europeo hanno raggiunto i 194,4 miliardi di metri cubi, con una crescita rispetto all’anno precedente dell’8,4%. Anche l’anno in corso segnerà un’ulteriore crescita, pari almeno al 6%, che farà segnare un nuovo record. “Parliamo di una fornitura – ha spiegato Miller – di oltre 200 miliardi di metri cubi. Cosa significa? Significa che ci avvicineremo alla soglia di 205 miliardi, ovvero il volume massimo di fornitura previsto dai nostri contratti in essere”. Ma non è tutto, perché la previsioni dicono che la domanda di gas russo aumenterà ulteriormente nei prossimi anni, anche in ragione del processo di de-carbonizzazione in atto a livello mondiale, e soprattutto in Europa, che ha reso il GNL la fonte energetica più conveniente nel rapporto tra costi e livello di inquinamento prodotto.

I numeri di Miller spiegano l’attacco rivolto da Trump alle Nazioni Unite contro la Germania, accusata di essere sempre più dipendente da Mosca sotto il profilo energetico: il presidente americano vorrebbe infatti indirizzare il mercato europeo verso lo shale gas statunitense, che però presenta l’inconveniente di essere particolarmente costoso. Addirittura il 30% in più secondo alcune stime.

E qui arriviamo al vero nodo geopolitico della questione: il North Stream 2. Secondo quanto riferito da Miller, negli ultimi 12 mesi il carico dell’attuale North Stream ha superato del 7% la capacità originariamente prevista per l’infrastruttura (59 miliardi di metri cubi, invece dei 55 previsti).

Sono queste le ragioni che spingono a realizzare a ogni costo il raddoppio del gasdotto (che raggiungerà un volume di carico di 110 miliardi di metri cubi). L’opera costerà 9,5 miliardi di euro, metà dei quali arriveranno da Gazprom, l’altra metà dai suoi partner europei: la francese Engie, l’austriaca OMV, la Royal Dutch Shell e la tedesca Uniper & Wintershall. Proprio l’ad di OMV, Rainer Seele, ha spiegato ai partecipanti del forum che 50 km della sezione offshore dell’infrastruttura sono già stati realizzati nelle acque finlandesi e tedesche, mentre manca solo l’assenso della Danimarca, previsto per l’anno prossimo. Per l’Italia si tratta di uno smacco strategico incalcolabile. Le sanzioni causate dal conflitto ucraino hanno infatti pregiudicato il progetto South Stream, concorrenziale alla pipeline baltica e fatto sfumare una straordinaria occasione a disposizione del nostro paese e degli stati balcanici. Taglienti le parole di Putin che un paio di giorni fa, in una conferenza stampa congiunta con il cancelliere austriaco Sebastian Kurtz a Mosca, ha stigmatizzato la decisione del governo bulgaro “di abbandonare il progetto a causa delle pressioni straniere, venendo meno alla difesa dei propri interessi nazionali”, quantificati in 400 milioni di euro annui in cambio del semplice passaggio del gasdotto sul suo territorio nazionale. Non sorprende, quindi, l’annuncio del presidente di Banca Intesa Russia, Antonio Fallico, di voler partecipare al finanziamento del North Stream 2, considerato altamente remunerativo. Soldi che invece di prendere la via del Baltico avrebbero potuto rimanere nel Mediterraneo se il progetto South Stream non fosse stato cancellato.

“Belt and Road Initiative” e “Via della Seta”: sfide cinesi alla democrazia liberale?

Le notizie sulla crescita economica cinese, sia pur rallentata da squilibri macroeconomici, indebitamento complessivo e “guerra commerciale” con gli Usa, confermano sostanzialmente la portata dei risultati conseguiti dal Presidente Xi Jinping sul piano interno nel consolidare il sistema di potere guidato dal Partito Comunista Cinese. Un potere sempre più accentrato nella figura di un Presidente ormai svincolato da termini di mandato e, apparentemente, da qualsiasi apprezzabile forma di opposizione interna. 

“Belt and Road Initiative” e “Via della Seta”: sfide cinesi alla democrazia liberale? - Geopolitica.info

La trasformazione “neo imperiale” della potenza cinese avvenuta in questo decennio muta radicalmente i presupposti sui quali si erano basate le politiche americane e europee dall’inizio della Presidenza Clinton. Lo sviluppo prodigioso dell’economia cinese e i successi registrati – sia pure con le carte spesso truccate della sottrazione illegale dei dati a aziende e ricercatori occidentali – in campo scientifico e tecnologico (intelligenza artificiale, quantum computing, spazio e armi di ultimissima generazione) sono stati indotti e sostenuti da una globalizzazione con vantaggi pesantemente unidirezionali per la Cina.

Ancora sino a primi anni duemila, ad esempio, quando Pechino vantava un’economia già tre-quattro più volte grande della nostra, e con tassi di sviluppo almeno quadrupli, la Cooperazione allo Sviluppo italiana ancora elargiva finanziamenti a dono e crediti di aiuto all’industria cinese, mentre le nostre aziende sul mercato cinese lottavano con difficoltà di ogni tipo ingigantitesi nel marketing, nel recupero dei crediti soprattutto dagli enti statali, nella tutela della proprietà intellettuale. Ciononostante sembra prevalere nel dibattito che si sta sviluppando nel nostro Paese sui grandi temi della BRI, della Via della Seta e in generale sul rapporto tra Europa e Cina una tendenza all’accoglienza entusiastica e incondizionata alle tesi di Pechino che magnificano i grandi vantaggi dei finanziamenti cinesi, la visione di una globalizzazione guidata Pechino, e persino la “superiorità” del modello sociale, politico e dell’ideologia cinese rispetto allo Stato di Diritto occidentale. Abbiamo persino ascoltato,  in alcuni dibattiti dello scorso agosto, personalità politiche di grande esperienza di Governo e nelle Istituzioni Europee, che dovrebbero quindi essere particolarmente sensibili nell’affermare lo Stato di Diritto e i principi della democrazia liberale nel mondo – come scritto nei Trattati europei – ripetere come verità rivelata che BRI e Via della Seta costituiscono “il Piano Marshall” di questo primo secolo del millennio, riprendendo pedissequamente gli argomenti e la propaganda di Pechino.

Ciò dovrebbe preoccupare quanti dovrebbero essere sensibili alla contrapposizione valoriale, in termini di libertà e di dignità della persona, tra l’impostazione sostenuta alla fine del secondo conflitto mondiale dal Segretario di Stato Marshall e il “pensiero unico” affermato da Xi Jinping e dalla sua classe dirigente. Le recenti missioni in Cina del Sottosegretario Geraci e del Ministro Tria, e da ultimo del Vice Primo Ministro Di Maio, si sono concluse con enfatiche dichiarazioni sui vantaggi di possibili acquisizioni cinesi in comparti strategici, nelle reti di trasporto e nelle alte tecnologie, nonché di interventi di Pechino sul nostro debito pubblico. Accenno, quest’ultimo, che ha dovuto essere poi immediatamente rettificato perché aveva causato l’aumento, nei mercati, dei tassi di interesse del nostro debito pubblico e dello spread.

Questa tendenza non è purtroppo nuova nel mondo politico e imprenditoriale italiano. C’è troppo spesso l’ansia di dimostrare di “essere i primi” nel cogliere facili opportunità in mercati estremamente complessi, e in paesi dove regole del mercato, rispetto degli investitori stranieri, parità di trattamento e reciprocità passano sempre dopo, molto dopo, le priorità di un interesse nazionale interpretato in chiave marcatamente ideologica, nazionalista e persino “militarista”. Molti imprenditori si rendono ora conto dell’errore commesso nel credere agli appelli dell’ex PdC Renzi per valorizzare l'”Eldorado iraniano”. In misura ancor più macroscopica tutto rischia di ripetersi a proposito degli investimenti cinesi e delle strategie di Pechino in Occidente. Per il momento il dibattito in Italia sulle preoccupazioni che essi sollevano non sembra ancora iniziato, o per lo meno non ha prodotto i risultati concreti e le riflessioni sulle misure da adottare che invece stanno emergendo a Washington, Bruxelles, Parigi, Berlino, Madrid, Londra.

Trump, Macron, Merkel, May, le categorie imprenditoriali dei settori maggiormente “a rischio” di acquisizione cinese, così come ampi strati dell’informazione americana e dei principali Partner UE manifestano serie preoccupazioni e stanno predisponendo misure di tutela dei propri interessi nazionali.

Non dovrebbe l’Italia, con la necessità assolutamente vitale di tutelare il “Made in Italy” nelle imprese strategiche oltre che nei beni di consumo e nei servizi, dimostrarsi ben più sensibile al proprio interesse nazionale e alla esigenza di una oggettiva valutazione della “questione Cinese”? Si tratta di una narrativa sulla quale influiscono enormi interessi economici, pubblici e privati, di sicurezza, di influenza, di visione geopolitica, di tutela delle libertà, di privacy e sicurezza nella “rete”, di attaccamento a valori fondamentali – Stato di Diritto,  libertà politiche e diritti umani – che ogni Europeo dovrebbe sentirsi ad ogni costo impegnato a affermare.  Ciò dovrebbe in particolare valere ai “tavoli” delle trattative multilaterali dove Governi e Istituzioni Europee decidono, regole, comportamenti e composizioni di interessi nazionali su questioni di vitale importanza per i loro popoli.

Non è stato raro ascoltare e leggere nelle discussioni estive sulla BRI che questo primo secolo del Millennio debba ineluttabilmente essere “Cinese”: non soltanto per l’Asia, ma anche per l’Eurasia, e quindi per noi tutti. La grande massa geopolitica che si estende dalle steppe dell’Asia centrale attraverso Caucaso e Urali sino al Grande Mediterraneo e alle regioni Atlantiche dovrebbe, secondo alcuni “maitres à panser” di Pechino, progressivamente slittare verso la sfera di influenza cinese, alternativa a quella sinora a guida americana. Xi Jinping fa poco o nulla per ridimensionare queste ambizioni. Al contrario, il Presidente Cinese non perde occasione per sottolineare come la BRI sia “il progetto del secolo” e il “regalo della saggezza cinese allo sviluppo del mondo”.

Su questo sfondo le iniziative diplomatiche, commerciali, finanziarie e militari di Pechino stanno acquisendo un “crescendo” nel quale hanno trovato perfetta collocazione la grande esercitazione militare russo cinese di fine estate – con trecentomila soldati, mille carri armati, centinaia di aerei e comandi integrati russo cinesi – e gli ormai continui e entusiastici incontri tra Putin e Xi. I due leader si riservano il privilegio di chiamarsi “i migliori amici” l’uno per l’altro: plateale e ricercata santificazione che entusiasma anche taluni, non sempre disinteressati, esegeti del pensiero cinese e dei valori euro-asiatici.

I motivi per vederci chiaro, prima di correre

Molti commentatori occidentali hanno rilevato la notevole opacità, probabilmente voluta, della strategia di Pechino. Se “road” sembra riferirsi essenzialmente a vie d’acqua, e “cintura” a infrastrutture tra Cina e Europa che colleghino ferrovie, strade, telecomunicazioni – importantissima nel progetto cinese la dimensione Cyber – sono certamente molti i paesi e Governi asiatici, mediorientali e africani, e non pochi i politici e gli imprenditori europei, ansiosi di accogliere finanziamenti cinesi “senza condizioni”: negoziati con metodi e interlocutori spesso assai disinvolti sotto il profilo della lotta alla corruzione, delle garanzie di sicurezza sociale e dei diritti dei lavoratori. Le considerazioni di natura economica, pur problematiche sotto diversi profili, assumono colori ancor più inquietanti ove si consideri invece che il disegno di Pechino faccia parte di un progetto geopolitico per il “nuovo ordine mondiale” nel quale la Cina intenda assumere il ruolo di Superpotenza dominante. Un progetto che viene da lontano, ma che assume ora una sua marcata assertività in dichiarazioni, documenti, iniziative diplomatiche e militari, oltre che commerciali e finanziarie, della Cina di Xi Jinping.
Questa ultima ipotesi diventa ancor più realistica a causa dell’opacità del gigantesco impegno finanziario ostentato da Pechino in una quantità di occasioni. Qual é il “blueprint” della BRI e della Via della Seta, ci si chiede in Occidente e in molti paesi interessati dell’Asia, dell’Africa e del Medio-Oriente? Quali sono i motivi dei continui ampliamenti che Pechino propone ai suoi orizzonti, dall’iniziale contesto Eurasiatico e Africano (“Vie della Seta” terrestri e marittime) a quelli della “Via della Seta nel Pacifico”, della ” Via della Seta sul ghiaccio” nell’Artico e ora della “Via della Seta digitale” attraverso lo spazio cyber?
Le preoccupazioni aumentano quando si constata che la BRI si lega a un ormai definito “culto della personalità” di Xi. La stampa cinese ha ribattezzato l’iniziativa “cammino di Xi Jinping”. Si sollecitano apprezzamenti dei Governi stranieri, così da farli rimbalzare nella martellante propaganda interna.

Esperienze

Un’analisi delle strategie e intenzioni di Pechino deve anzitutto riguardare i rapporti con i Paesi vicini. Gran parte dell’Asia deve ora riconoscere che il gigante cinese non può essere visto soltanto come un partner commerciale. Con la ricchezza e il successo si è diffusa la capacità di attrazione del modello cinese. Ciononostante sono numerose le riserve e non di rado le nette opposizioni a seguire i “desiderata” di Pechino: perfino da parte di Paesi come il Myanmar, considerati per decenni sottomessi politicamente e economicamente alla Cina. Nel 2011 le proteste popolari contro l’allagamento di villaggi e la distruzione dell’ecosistema per fornire elettricità al grande vicino attraverso un sistema di dighe sull’Irrawaddy avevano ucciso l’insano progetto. Si discute ora di quale vero interesse abbia il Myanmar alla realizzazione del porto di Kyaukphyu nel Golfo del Bengala, con annessa “Zona Economica Speciale”, all’astronomico costo di 7.3 Mld $. CITIC, finanziato da un conglomerato dello Stato cinese che avrebbe una quota del 70% e la gestione per cinquant’anni. Il porto sarebbe di enorme valore per la Cina: darebbe accesso al mare all’importante Provincia dello Yunnan e consentirebbe alla flotta mercantile e militare cinese di svincolarsi dallo Stretto di Malacca. Lasciano però molti dubbi le modalità di rimborso del prestito cinese per finanziare il 30% della quota birmana. Tutti conoscono infatti quanto avvenuto solo lo scorso anno con il finanziamento cinese per il Porto di Hambatota in Sri Lanka, passato direttamente in mani cinesi con 69 Kmq di territorio circostante perché, nel giro di pochissimo tempo, il Governo locale non è più stato in grado di onorare il servizio del debito. L’interesse birmano a realizzare il progetto di Kyaukphyu è assai discutibile, data la sua lontananza dalla regione di Yangoon, vero centro economico del Paese. Ma ora l’insistenza di Pechino decuplica, dato che Myanmar viene posta dagli strateghi di Pechino proprio sulla ” Via della Seta Marittima del 21° secolo”.

L’indeterminatezza progettuale delle diverse “Belt and Road” terrestri e “Silk Road” marittime sembra fatta apposta per sostenere la proiezione globale della potenza economica e militare cinese. Essa riecheggia un documento elaborato 13 anni fa dal People’s Liberation Army sulla “collana di perle” intesa a collegare la Cina a sue basi militari anche molto lontane dalla massa continentale, ma tra loro ben coordinate. Ne è buon esempio la nuova base navale cinese nel Pacifico meridionale, a Vanuatu, a 1.900 Km da Brisbane. I termini del contratto di finanziamento sono, come di consueto, tutt’altro che rassicuranti. Si tratta di un prestito quindicennale al tasso del 2.5% stipulato da Vanuatu con l’ente statale di Pechino ExIm Bank, che può essere annullato in caso di non pagamento anche di una sola rata.

I valori aggregati di cui si continua a parlare per BRI e “Vie della Seta” sono certo imponenti ma non ancora tali da comportare un “dominio finanziario globale”. Le preoccupazioni più immediate riguardano i condizionamenti che il Governo e gli enti statali cinesi sono perfettamente in grado di esercitare in Europa, e in Italia in particolare, ogni volta che Pechino intenda acquisire aziende di valore strategico per i nostri Paesi e per il “Made in Italy”: sempre a condizioni estremamente svantaggiose per il “sistema Italia”, sia sotto il profilo economico, sia per quanto riguarda la tutela dei dati informatici, la protezione delle tecnologie, e l’assenza di qualsiasi condizione di reciprocità.

Se il quadro descrive quanto avvenuto nell’ultimo decennio in Occidente, senza che le più importanti economie del mondo si ponessero seriamente l’obiettivo di instaurare con Pechino regole del gioco eque, rispettose della legalità e degli accordi sottoscritti, se interessi pubblici e privati legati a convenienze del giorno per giorno hanno fatto sì che si sia lasciata a Pechino la mano completamente libera nello sfruttare i “mercati aperti” che lobbies e gruppi di potere in America e in Europa mettevano ben volentieri a loro disposizione, ben possiamo immaginare quanto sia avvenuto, stia avvenendo e ancora avverrà nelle economie più deboli del pianeta, governate in molti casi da autocrati o presidenti a vita, sorretti da ristrettissime “elites” locali, operanti di fatto al di fuori di qualsiasi controllo popolare, di trasparente informazione, e di legalità sanzionata.

Nei mesi scorsi un think tank particolarmente autorevole nelle questioni dello Sviluppo Sostenibile – il “Centre for Global Development” –  ha pubblicato una ricerca su otto paesi che sono ad alto rischio di “collasso finanziario” a causa dell’indebitamento contratto da quei Governi nella “Belt and Road Initiative” (BRI). Si tratta di Laos, Kyrgyzstan, Maldive, Montenegro, Gibuti, Tajikistan, Mongolia Pakistan. In meno di due anni, la percentuale debito/PIL è passata per effetto dei progetti cinesi BRI, rispettivamente (a cominciare dal Laos) da circa 50% al 70%; dal 23% al 74%; dal 39% al 75%; dal 10% al 42%; dall’80% al 95%; dal 55% all’80%; dal 40% al 58%; dal 12% al 48%.

In Montenegro l’autostrada finanziata da Pechino configura il solito “patto leonino”, dato che l’ammontare del debito corrisponde a un quarto dell’intero PIL del paese; la ferrovia in Laos alla metà del PIL annuo. Si è stimato che nel solo quadriennio 2010-2014 il Governo Cinese abbia finanziato progetti pari a 354 Mld $, tre quarti dei quali a tassi di mercato. Non solo Trump ha definito “predatorie” tali iniziative, ma la stessa Christine Lagarde – Direttore esecutivo del FMI – ha sottolineato la loro problematicità, auspicando che “la BRI viaggi esclusivamente dove è realmente necessario”.

Non era neppure dovuto questo richiamo per convincere Nepal, Myanmar e ancor più Malaysia a dire “no grazie”. Tra le primissime decisioni del nuovo Primo Ministro Malese vi è stata quella di azzerare gli impegni BRI del suo predecessore, presi in un contesto di giganteschi profitti personali e di una corruzione che ha portato alla sua rimozione e incriminazione. Anche per il Pakistan sembra ridimensionarsi un altro mega-progetto BRI, il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC). Un argomento molto forte contro la “politica di sviluppo” cinese riguarda, da molti anni ormai, i ritorni economici per i Paesi destinatari degli investimenti cinesi. Prendendo in esame il progetto “Reconnecting Asia” per investimenti direttamente finanziati da Pechino nei trasporti in 69 paesi dell’Eurasia, si è constatato che la quasi totalità di questi progetti, l’89%, viene attuata da imprese cinesi. Ben diversamente, quando analoghi progetti sono finanziati da organizzazioni multilaterali, il 40% dei contractors è locale, il 30% di imprese straniere e solo un altro 30% di imprese cinesi.

Conclusioni

L’UE sta insistendo con Pechino affinché al centro della BRI e delle Vie della Seta siano poste regole precise su trasparenza, standard nel mercato del lavoro, sostenibilità del debito, appalti e ambiente. Nei primi mesi del 2018 tutti gli Ambasciatori UE a Pechino, eccettuato l’ungherese, hanno firmato un rapporto per Bruxelles nel quale hanno definito la BRI una sfida alle regole del libero mercato e una manna per i sussidi statali. Per parte sua Atene, che ha ceduto alla compagnia COSCO nel 2016 il porto del Pireo per 312 Mil $, ha bloccato l’UE nel prendere posizione sulla militarizzazione cinese degli isolotti nelle zone del Pacifico reclamate anche da Filippine, Vietnam, e oggetto della controversia con gli Usa e tutti gli altri Stati della regione. L’UE non ha ancora potuto lanciare un’iniziativa efficace per l’esame degli investimenti cinesi, ed è atteso un rapporto dell’Alto Rappresentante Mogherini. Nel frattempo iniziative molto opportune sono state avviate in seno al Parlamento italiano.

Lo scorso 26 giugno il Senatore Adolfo Urso ha presentato una interrogazione al Governo rilevando che “gli investimenti cinesi in Italia ed in Europa sono in continua espansione. Secondo gli ultimi dati Merics (Mercator Institute for China Studies) “l’Impero di Mezzo” ha investito in Italia nel periodo 2000-2017 circa 14 miliardi di Euro… In Europa nel solo 2017 gli investimenti diretti esteri (IDE) cinesi hanno superato i 30 miliardi ed il flusso di capitali è principalmente legato ad aziende con diretta o indiretta partecipazione dello stato. Infatti la maggioranza degli IDE cinesi nell’Unione Europea nell’anno 2017 provengono da aziende statali ed i settori maggiormente attrattivi per i capitali cinesi sono infrastrutture critiche di importanza nazionale in settori strategici come trasporto, energia e digitale […].  La Cina attraverso le sue controllate ha quindi accesso ad informazioni di importanza strategica nazionale ed europea a proposito di investimenti talvolta strettamente legati a strategie geopolitiche mondiali come nel campo dell’approvvigionamento di energia o a brevetti ed innovazioni tecnologiche come nel settore digitale e dell’automazione. Tutto questo senza che esista a livello europeo un vero e proprio scudo contro gli investimenti impregnati da intenti politici a volte intrusivi e che talvolta mettono dubbi sul fatto se in settori strategici strettamente legati alla sicurezza nazionale ed europea possa essere accettata la presenza di potenze straniere sulla plancia di comando. Inoltre gli investimenti di aziende italiane ed europee in Cina sono fortemente condizionati da restrizioni di accesso al mercato e quindi il principio di reciprocità non è rispettato mettendo le nostre aziende in una condizione di disparità competitiva che avvantaggia fortemente le aziende cinesi. A differenza dell’Unione Europea, gli Stati Uniti hanno un sistema di controllo degli investimenti stranieri attraverso il Cifius, cioè un comitato che verifica se determinati investimenti stranieri possano arrecare danno alla sicurezza nazionale. In Europa un tale sistema non esiste ed è solo in discussione ora una proposta della Commissione che praticamente si base su un sistema di coordinamento dei sistemi di screening nazionali […]”.

La Camera dei Deputati ha per parte sua avviato una indagine conoscitiva “per delineare un quadro coerente ed oggettivo sulla politica estera dell’Italia declinata in chiave di strategia energetica, verificandone priorità ed implicazioni geopolitiche nella prospettiva dell’interesse nazionale […]. Il versante euroasiatico rappresenterà un focus di approfondimento nella consapevolezza dell’importanza delle relazioni con attori come la Russia e la Cina, sia a livello bilaterale sia in ragione di progetti transcontinentali come la “Nuova Via della Seta”, lanciata da Pechino. L’attività d’indagine si articolerà principalmente in audizioni di soggetti rilevanti ai fini dei temi trattati […]”.

La scommessa di Putin

Dal 2014 stiamo assistendo ad un sempre crescente interventismo russo, l’annessione della Crimea e l’intervento in Siria hanno dimostrato al mondo che le forze armate della Federazione Russa sono perfettamente in grado di portare a termine qualunque compito. Le due maestose esercitazioni che si sono svolte in questi giorni sembrano confermare questa tesi ma è davvero così?

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Grandi manovre in Asia

Nel 2018 è l’Asia centrale il teatro dell’esercitazioni stagionali. In “Vostok 2018”, sono stati impegnati i distretti militari meridionale e centrale a partire dall’11 settembre, schierando più di 300.000 militari federali con 1.000 aerei e 36.000 veicoli blindati, un numero non precisato di alleati mongoli e soprattutto 3.200 soldati cinesi. Vastissimi preparativi hanno permesso che si svolgesse il più grande wargame dai tempi del Maresciallo Ogharkov e dal suo “Zapad ‘81”. Gli osservatori stranieri hanno potuto osservare grandi concentrazioni di artiglieria ed elicotteri che aprono la strada ad attacchi di sfondamento operati da forze corazzate su scala ben maggiore rispetto a “Zapad ‘17” dello scorso anno. Lo stato maggiore russo dando prova di poter manovrare efficacemente con una tale massa di uomini, carri, cannoni, sistemi missilistici, elicotteri e aerei in sinergia con un alleato tanto importante lancia un monito per tutta l’area ex-sovietica ma anche per la NATO. La Russia può e vuole dimostrare di contare in Asia centrale, almeno sul piano delle capacità militari.

Finalmente un mare caldo

La marina ha un obiettivo ancora più ambizioso, consolidare la presenza russa nel Mediterraneo orientale attraverso una dimostrazione di forza. Le manovre navali svolte hanno coinvolto 25 navi, 30 aerei e unità di fanteria di marina. L’unità flagship della flottiglia mediterranea è stata l’incrociatore Marshal Ustinov, costruita ai tempi dell’URSS. Vanta una dotazione missilistica anti-nave e anti-aerea di considerevole potenza, frutto di un upgrade che ha visto importanti lavori di ammodernamento. Gli otto complessi di S-300F di cui è armata insieme ai suoi radar ne fanno il cardine per la difesa aerea di quella sottile striscia di territorio siriano che affacciandosi sul mare è così importante a livello strategico. Nel suo insieme un tale numero di navi e aerei garantiscono elevate capacità di early warning, surveillance e target acquisition, che integrata con le batterie di S-400 a terra e i satelliti permettono di controllare l’intero spazio aereo del Mediterraneo nord-orientale. Israele, Cipro e la Turchia, saranno probabilmente le direttrici da cui la marina di Mosca si addestrerà a contrastare una minaccia diretta contro Damasco. Un mare stretto però non è adatto a vaste manovre navali di una flotta oceanica. Le dimensioni del Marshal Ustinov e ancora più quelle del Pyotr Velikiy, il più grande incrociatore missilistico del mondo che ha fatto parte dell’intervento in Siria nel 2015, vanno a loro discapito in quanto qualunque unità NATO è in grado di localizzarle a mezzo sonar. Le particolari caratteristiche oceanografiche del Mediterraneo lo rendono invece ideale per i sottomarini diesel-elettrici e il Krasnodar ha dimostrato nel 2017 quanto siano all’avanguardia i russi nella costruzione di tali economiche unità. L’area prescelta è stata limitatissima e ha consentito di osservare da vicino le esercitazioni e i sistemi in azione molto più facilmente di quanto si possa fare nel mare di Barents, tradizionale area addestrativa della flotta del Nord.  L’inizio della battaglia per Idlib non può essere una coincidenza, piuttosto sarebbe credibile un notevole coinvolgimento russo nell’abbattimento di eventuali sciami di missili cruise alleati contro Assad.

Ma allora l’orso è tornato?

Cerchiamo di fare chiarezza. Sarebbe miope sottovalutare gli sforzi che la Federazione Russa e il suo presidente Vladimir Putin stanno facendo per promuovere un’immagine di forza a livello globale. I recenti interventi hanno dimostrato un netto incremento delle capacità russe nell’ultimo decennio ma non bisogna farsi ingannare dalla maskirovka. Le manovre di questi giorni sono l’ennesimo tentativo di celare la propria debolezza dietro una grande forza quasi solo apparente. Il paese ora più che mai è incapace di promuovere sforzi out of area soprattutto per tempi lunghi. Se osserviamo da vicino l’annessione della Crimea ci accorgiamo che non ci sono state operazioni di combattimento e che la vittoria è stata ottenuta grazie alla temerarietà della leadership politica e militare. Nel conflitto ucraino hanno combattuto principalmente i separatisti e comunque non vi è stato il massiccio intervento corazzato visto in Georgia nel 2008. In Siria vi sono state unità russe ingaggiate in combattimenti ma su piccola scala prediligendo invece il close air support alle forze governative, l’uso di forze speciali e missioni di bombardamento su obiettivi strategici. La capacità di proiezione all’estero è indubbiamente molto limitata se paragonata a quella statunitense che secondo la National Security Strategy di Trump è e dovrà rimanere soverchiante rispetto a qualunque avversario. La Russia non ha superato i suoi problemi endemici così come non è riuscita a rilanciare la sua economia, il PIL permette di comprendere come il paese non abbia quasi nessuna possibilità di alimentare uno sforzo all’estero di grandi proporzioni. Ulteriore conferma della debolezza russa sono i nuovi sofisticatissimi sistemi quali il SU-57 e la piattaforma Armata che rimangono in disponibilità limitatissime per mancanza di fondi. La vendita di armi e sistemi all’estero se consentono di andare avanti con la R&D non sono in grado di finanziare un massiccio riarmo. Valutando attentamente le capacità russe si comprende però come siano adeguate agli obiettivi politici fin ora stabiliti. Armamenti sovietici aggiornati combinati con poche modernissime armi sono in grado di garantire una rapida vittoria sull’Ucraina o su qualunque stato ex-sovietico perciò in binomio con il più vasto deterrente nucleare oggi esistente consentono una politica opportunistica fatta di rapidi ed efficaci balzi che il presidente Putin ha dimostrato di saper manovrare egregiamente. La Russia non è relegata al ruolo di potenza regionale come definita da Obama nel 2014, e grazie agli exploit degli ultimi anni, di cui nessuno la riteneva capace, ha rotto il suo isolamento. Il più grande paese del mondo costituisce la maggiore minaccia militare agli Stati Uniti, in virtù delle sue capacità convenzionali e nucleari, ma Mosca oggi ben lontana dai fasti dell’URSS non è una super potenza in grado di rivaleggiare per l’egemonia mondiale.

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Crocevia Idlib: si decide il futuro della Siria – Analisi delle forze in campo che si preparano allo scontro

È tutto pronto. Centinaia di migliaia di effettivi dell’esercito di Bashar Al Assad, tra i cento e i centocinquantamila secondo le fonti, oltre una volta e mezza il contingente che la scorsa primavera ha spazzato via la resistenza ribelle nei sobborghi di Damasco e senza paragoni anche in confronto ai mezzi utilizzati nella battaglia di Aleppo, sono stati dispiegati a Idlib con l’obiettivo dichiarato di sradicare definitivamente l’ultima enclave ribelle (circa ottantamila uomini) che si oppone alle forze del Presidente Assad.

Crocevia Idlib: si decide il futuro della Siria – Analisi delle forze in campo che si preparano allo scontro - Geopolitica.info

Le intenzioni governative sono state confermate dal Ministro degli Esteri siriano Muallem, che in un recente bilaterale con il suo omologo russo Lavrov, ha dichiarato che “A Idlib andremo fino in fondo” confermando anche che l’esercito non utilizzerà armi chimiche in quanto “non ne è in possesso e non ne ha bisogno dal momento che sta ottenendo vittorie sui campi di battaglia”.

Perché questa precisazione? Come sempre accade, alle manovre militari si accompagna la guerra psicologica, mediatica, le schermaglie e gli avvertimenti tra le controparti: in questo contesto rientrano le dichiarazioni con cui lo scorso 29 agosto, Sergej Lavrov ha apertamente accusato gli Stati Uniti di “soffiare sul fuoco” in Siria, rivelando la progettazione di un’operazione organizzata sotto regia americana e britannica per simulare un attacco chimico sulla città, facendone ricadere la responsabilità sul regime siriano allo scopo di poter giustificare un nuovo raid contro Assad come già avvenuto lo scorso 14 aprile. Non si è fatta attendere la risposta americana che, attraverso le parole rivolte dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale USA John Bolton al suo omologo russo Nikolai Patrushev, ha avvertito di essere pronta ad attaccare nuovamente il regime siriano nel caso in cui dovesse usare armi chimiche nella battaglia di Idlib.

Idlib si sarebbe ora trasformata nel principale terreno di scontro tra gli attori internazionali presenti in Siria poiché risulta essere l’ultima area rimasta fuori dal controllo del governo di Damasco. Infatti secondo l’analista russo Fedor Ljukanov, Presidente del Consiglio di politica estera e di difesa, tutte le forze ribelli rimaste nel Paese, scacciate dai territori gradualmente ritornati sotto il controllo dell’esercito siriano, si starebbero ritirando nella provincia di Idlib: eliminarle definitivamente potrebbe significare la conclusione della grande fase militare del conflitto siriano.

Ma quali sono le forze in campo?

L’esercito siriano. come già detto Assad ha schierato nella provincia di Idlib una forza che dall’inizio della guerra non si era ancora vista: tra i cento e i centocinquantamila uomini si preparano a cingere d’assedio la provincia e la città, con l’obiettivo dichiarato di chiudere definitivamente i conti con le sacche di ribelli ancora attive nel Paese: a Idlib sono attivi soprattutto le fazioni legate a Hay’at Tahrir Al Sham, il ramo siriano di Al Qaeda;

La Russia. Vladimir Putin si appresta a dare un massiccio contributo all’operazione in termini di mezzi: il Ministero della Difesa aveva anticipato che più di 25 navi, guidate dall’incrociatore missilistico “Ustinov” e 30 aerei parteciperanno alle esercitazioni della Marina militare e delle forze aeronavali russe nel Mediterraneo in programma dall’1 all’8 settembre prossimi; alle operazioni, sempre secondo la difesa russa, si uniranno anche le navi delle flotte del Mare del Nord, del Baltico, del Mar Nero e del Mar Caspio, aerei strategici, di trasporto militare e dell’aviazione navale. Le due navi gemelle, l’Admiral Grigorovich e Admiral Essen hanno attraversato il Bosforo facendo rotta verso il Mediterraneo; davanti le coste siriane sono già in posizione la fregata Pytvily e la nave da sbarco Filchenkov, le tre corvette missilistiche Vyshniy Volochyok, Grad Sviyazhsk e la Velikiy Ustyug, il cacciatorpediniere Severomorsk e i due sottomarini B-268 Novgorod e Kolpino. Una notevole capacità di azione militare, stimata in almeno 100 missili da crociera Kalibr, giustificata dal portavoce di Putin con “la grande preoccupazione” che si annida intorno al contesto attuale di Idlib: “il gruppo di terroristi che si è formato non promette nulla di buono e maggiori misure precauzionali sono pienamente giustificate e sensate”. Ricordiamo infatti che nelle scorse settimane sono stati diversi gli attacchi compiuti con droni dai ribelli contro la base russa di Hmeymim ed oggi il Portavoce del Cremlino ha confermato il legame tra le manovre militari dei prossimi giorni e l’attuale situazione siriana.

Gli Stati Uniti. Non è da meno la presenza americana, soprattutto davanti alle coste pronti ad intervenire, con gli alleati occidentali, contro il regime di Assad nel caso in cui dovessero essere usate le già citate armi chimiche. Secondo Mosca, oltre al cacciatorpediniere USS Ross armato con 28 missili Tomahawk, si aggiungono lo USS Sullivan, dislocato nel Golfo Persico e dotato di 56 missili e il bombardiere strategico B-1B, con altri 24 missili, inviato nella base di El Udeid in Qatar.

La Turchia. La provincia di Idlib, a pochi chilometri dal confine turco, è sempre stata una delle chiavi strategiche della presenza di Ankara nel conflitto siriano. Il Presidente Erdogan ha avuto continui contatti telefonici con il Presidente russo per discutere della città e per evitare un disastro analogo a quello che si era verificato ad Aleppo. Quando i ministri degli esteri di Russia, Iran e Turchia si incontrarono ad Astana avviando la politica delle zone di de-escalation, per ovvi motivi geografici alla Turchia venne affidata la gestione della provincia nordoccidentale, in cui è appunto presente la città di Idlib. Con la de-escalation zone l’esercito turco ha potuto creare posti di osservazione in tutta la Siria nord-occidentale che si sono rivelati ostacoli strategici difficili da superare per l’esercito siriano: Assad non poteva andare oltre quegli avamposti. Ma ora la situazione è molto diversa: Idlib infatti non è più uno dei fronti del conflitto, ma si è trasformata nella battaglia decisiva ed Erdogan si trova in una posizione decisamente scomoda: Siria e Russia, appoggiate dall’Iran, intendono ripulire definitivamente il territorio dalle ultime resistenze ribelli e terroristiche mentre Ankara continua a difendere gli jihadisti dell’area allo scopo di mantenere de facto il controllo sul nord della Siria; attraverso le parole del suo Ministro degli Esteri, la Turchia ha dichiarato che opererà per prevenire “attacchi indiscriminati” su Idlib, lanciando anche un chiaro segnale agli altri attori del conflitto, inserendo Hayat Tahrir Al Sham tra le organizzazioni terroristiche. In altre parole sa che potrebbe perdere le velleità di controllo sulla regione, ma non può forse permettersi di inimicarsi un partner prezioso nello scenario mediorientale come Vladimir Putin. Il precedente accordo tra Turchia e Siria (e Russia) con cui si era deciso di smistare i ribelli nel nord del Paese oggi sembra confermare quanto quella soluzione rappresentasse soltanto un rimandare il problema al momento decisivo in cui Assad fosse riuscito a completare la riconquista della Siria.

Le cancellerie occidentali. la battaglia che si prepara a Idlib rievoca il precedente di Douma quando le potenze occidentali, USA, GB e Francia, accusando Damasco di aver perpetrato un attacco chimico sulla popolazione assediata, avevano così motivato il raid missilistico sulla Siria scattato nella notte del 14 aprile scorso. Come già detto, la Russia ha ammonito gli altri partner dall’ostacolare le operazioni in preparazione a Idlib, che mirano a disinnescare le ultime resistenze terroristiche nel Paese, avvertendo  anche che un nuovo attacco americano in Siria sarebbe “inaccettabile”. Ma l’ipotesi che Trump e la sua amministrazione possano nuovamente ricorrere al pretesto del finto attacco chimico per scatenare un nuovo raid contro Assad non è così remota, come sembrano dimostrare anche altri elementi: “ne’ la Francia, ne’ nessun altro Paese deve indicare chi dovrebbe guidare la Siria”, tuttavia mantenere al potere Bashar al-Assad sarebbe un “grave errore” ha detto ieri il presidente francese, Emmanuel Macron, parlando agli ambasciatori stranieri a Parigi. Macron ha spiegato la sua posizione ricordando che il presidente siriano è colpevole di atrocità contro il suo stesso popolo. Il Presidente ha inoltre avvertito che la Francia risponderà militarmente a eventuali attacchi chimici condotti dal regime a Idlib. Avvertimenti in questo senso sono arrivati anche dalla Gran Bretagna.

 

Gli scenari sono complessi e la posta in gioco è altissima: i ribelli che si sono insediati nella città per sfuggire all’esercito di Assad hanno portato con sé le loro famiglie, innalzando ad oltre due milioni il numero dei civili presenti nella provincia e il rischio di un disastro umanitario è sempre più concreto, come confermato sia dal Direttore delle operazioni umanitarie delle Nazioni Unite che dal Segretario Generale Onu Antonio Guterres che ha messo in guardia la comunità internazionale dal pericolo di una catastrofe a causa di una grande operazione militare nella provincia, dichiarando altresì inaccettabile un qualsiasi ricorso all’uso delle armi chimiche sulla popolazione.

A Idlib si sono quindi riversati e organizzati praticamente tutti i gruppi terroristici scacciati dal resto del territorio siriano o che non si sono arresi a Damasco, ci sono fazioni dei gruppi ceceni sconfitti da Putin nelle guerre del Caucaso, gli Uiguri giunti dalla Cina per sostenere il Califfato, i reduci dello Stato Islamico provenienti da Siria e Iraq, foreign fighters giunti per combattere e abbattere Assad, e c’è ancora il ramo siriano di Al Qaeda (l’ex fronte di Al Nusra): nella città e anche nelle cancellerie internazionali si respira aria di battaglia finale che potrebbe avviare una nuova fase e un nuovo inizio per la Siria.

Sembra essere giunto il momento decisivo, ed è tutto pronto a Idlib.

Concluso il vertice di Teheran: quale futuro per Idlib?

A Teheran si è appena concluso il vertice trilaterale tra Putin, Erdogan e Rouhani, attori protagonisti della vicenda siriana. Il futuro del paese e della provincia di Idlib passa dalle mani dei tre laeader.

Concluso il vertice di Teheran: quale futuro per Idlib? - Geopolitica.info

Un vertice molto atteso, alla vigilia dell’offensiva di Damasco, con il supporto di Russia e Iran, sulla provincia di Idlib, ultima significativa porzione di terreno che non è sotto il controllo dell’esercito siriano. La delicata situazione dei civili, quasi 3 milioni, la vicinanza ai confini turchi, la presenza di milizie jihadiste che combattono sia l’esercito di Damasco sia il Fronte di Liberazione Nazionale appoggiato dalla Turchia, il monito delle Nazioni Unite: una mix di fattori che ha costretto le tre principali potenze protagoniste nello scenario siriano ad incontrarsi per trovare una soluzione.
Nei giorni precedenti i partecipanti al vertice avevano espresso grande fiducia, e sottolineato la volontà dei tre paesi di evitare catastrofi umanitarie. Posizioni sintetizzate da Hussein Gabri, assistente del Ministro degli Esteri iraniano: “Idlib è un dilemma perché da un lato deve essere liberato dalle mani dei terroristi, ma contemporaneamente la sicurezza di milioni di civili deve essere protetta”.

Il vertice si è concluso intorno alle 14.30 ora italiana, ed è stato seguito da una conferenza stampa e da una dichiarazione comune.
Rouhani, leader iraniano, ha sottolineato l’importanza del garantire la sicurezza dei civili, ed ha attaccato l’atteggiamento statunitense nella regione, che dal suo punto di vista non faciliterebbe una soluzione pacifica. Ha inoltre dichiarato che, chiuso il capitolo Idlib, il nuovo teatro operativo sarà nei territori ad est dell’Eufrate, dove sono ancora presenti “illegalmente” le forze degli Usa, che “devono ritirarsi”.
Erdogan è il leader che più di tutti esprime timore per l’offensiva militare, consapevole che un eventuale ondata di profughi in fuga dalla provincia cercherebbe rifugio proprio in Turchia. Per questo ha dichiarato che la soluzione militare a Idlib “porrebbe fine alla soluzione politica per la Siria”, e che “fornirebbe una scusa a tutte le organizzazioni terroristiche per continuare a combattere”.
Anche Putin, attore che più di tutti può incidere sulla vicenda siriana, ha espresso preoccupazione per la situazione dei civili, chiedendo “l’evacuazione sicura dei civili” tramite corridoi umanitari.
In una dichiarazione congiunta, infine, i tre leader hanno confermato che continueranno a cooperare per eliminare tutte le organizzazioni terroristiche presenti nella provincia di Idlib e per creare le condizioni che permettano ai profughi e agli sfollati siriani di poter tornare a vivere nei loro territori d’origine. Inoltre, concentrandosi su un piano maggiormente operativo, si evidenzia l’importanza di separare l’opposizione armata dai gruppi terroristici.

Nonostante i timori di Erdogan, è evidente che l’offensiva su Idlib sia inevitabile: Assad, che oramai è tornato, grazie al supporto russo e iraniano, a governare la maggior parte dei territori persi dopo l’offensiva dello Stato Islamico, vuole riconquistare l’ultima grande zona di opposizione.
Una soluzione, che traspare dalle dichiarazioni a margine del vertice e che potrebbe accontentare Erdogan, è quella che prevede la separazione tra le milizie jihadiste e quelle controllate da Ankara, per far sì che l’offensiva sia circoscritta a obiettivi specifici: evitare un disastro umanitario, infatti, è negli interessi non solo della Turchia, come spiegato in precedenza, ma anche di Iran e Russia, che sono sotto le luci dei riflettori di tutta la stampa internazionale.
Nelle prossime ore andranno analizzati i movimenti nell’area, per capire se il vertice di oggi abbia portato effettivamente a una soluzione condivisa del futuro di Idlib.