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Dopo Gerusalemme Trump si prepara a riconoscere la sovranità israeliana sul Golan?

Mentre Israele è impegnato in una guerra di logoramento sul confine della striscia di Gaza e i media internazionali raccontano annoiati la solita routine di lanci di razzi e palloni incendiari da una parte e incursioni di rappresaglia e distruzioni di tunnel dall’altra, la situazione al confine nord e in particolare sulle Alture del Golan, sta inesorabilmente procedendo verso scenari molto più preoccupanti. La Russia, garante del regime di Assad, sfruttando l’incidente dello IL 21, settimana dopo settimana sta permettendo alle milizie iraniane di installarsi stabilmente in Siria. La zona cuscinetto che va dal confine giordano fino al monte Hermon, rappresenta il terreno in cui gli iraniani saggeranno la tenuta del perimetro israeliano e su cui l’amministrazione Trump potrebbe prendere nuove decisioni clamorose.

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Il tema lo avevamo trattato già nel mese di Agosto, da allora ad oggi la situazione si è ulteriormente evoluta, e non nel migliore dei modi per Israele. L’incidente che il 18 settembre ha visto l’abbattimento dello IL 20 russo, operato per errore dalla contraerea siriana, ma causato nei fatti, secondo la versione di Mosca, dall’azione dell’aviazione israeliana impegnata in un raid nella zona di Latakia, ha giocato un ruolo fondamentale nell’accelerazione del cambiamento strategico in atto. Molti analisti, anche israeliani, mettono oramai in dubbio la possibilità per Israele di far “sloggiare” gli iraniani dalla Siria, al punto che, sigillare anche politicamente il Golan, può rappresentare una necessità oramai ineludibile per Israele.

L’incidente dello IL 20: conseguenze

Israele fino alla notte del 18 settembre ha compiuto sul suolo siriano oltre 200 attacchi contro obiettivi iraniani, ovvero combattenti Pasdaran o proxy Hizb’Allah. A scriverlo citando fonti attendibili, è il Jerusalem Post (si veda l’articolo a firma Anna Ahronheim del 4 settembre scorso).

Tali attacchi, orientati a bloccare la penetrazione iraniana in Siria, dalla notte del 18 settembre sono cessati. I russi fin da subito, tramite le agenzie ufficiali e i vari canali di propaganda come ad esempio Sputnik dello stesso 18 settembre, hanno affermato che “nascondendosi dietro l’aereo russo, i piloti dei caccia israeliani hanno provocato l’abbattimento da parte di un missile del sistema siriano di contraerea S-200” dello IL 21, aereo spia attrezzato per la guerra elettronica. Fatto sta che da allora non c’è più traccia di azioni israeliane in Siria, evidenza di cui la penetrazione iraniana ne ha beneficiato.

Secondo Debka File, sito ben informato su questioni di sicurezza dello stato ebraico, il blocco delle azioni è una misura precauzionale per evitare il rischio di ulteriori incidenti che coinvolgano militari di Mosca presenti sul territorio siriano. Inoltre dopo l’incidente e un primo momento in cui Putin sembrava aver “perdonato” Israele per l’errore (Sputnik il 21 settembre, annunciava al mondo che l’incidente in Siria non avrebbe compromesso i rapporti fra Russia e Israele), Mosca ha improvvisamente cambiato rotta dialettica nei confronti dello stato ebraico. In poche settimane si è passati dalla telefonata tra Putin e Netanyahu in cui il premier russo aveva parlato di una “tragica catena di circostanze accidentali“, all’invio in Siria di diverse batterie di missili di difesa aerea S-300.

Sarebbero infatti quattro i battaglioni di difesa aerea S-300, e a questi Mosca ha aggiunto una ulteriore linea di difesa a protezione delle città siriane e strutture essenziali per il regime, vale a dire il rinnovato sistema anti-missile M2 a corto raggio (conosciuto come Neva S-125). Il Neva è stato potenziato per intercettare aerei a bassa quota, missili da crociera ed elicotteri da combattimento. A completamento di queste due linee di difesa, la Russia ha schierato in Siria sistemi avanzati di guerra elettronica (EW).

Mosca sta sigillando i cieli della Siria e la situazione sta tornando ad essere simile a quella degli anni 70 e 80, in cui il regime di Hafiz al Assad, padre di Bashir, era protettorato russo. Quello di Mosca in Siria non è quindi più solo un intervento a difesa di un alleato d’area. La Siria rappresenta sempre più una propaggine del tentativo russo di rientrare a pieno titolo nella partita mediterranea.

Altro segnale interessante è rappresentato dal fatto che i sistemi S-300 sarebbero stati collegati direttamente al sistema di comando, comunicazione e controllo dello spazio aereo della Russia e non solo alla base in suolo siriano di Khmeimim a Latakia. In verità Sergei Shoigu, ministro della difesa russo, lo scorso 2 ottobre aveva detto solo che sistemi di difesa aerea “unificati” S-300 sarebbero stati installati in Siria entro il 20 ottobre, menzionando 49 unità di radar, sistemi di acquisizione target, posti di comando e quattro lanciatori, senza fare riferimento ad integrazioni con i sistemi di difesa russi. Detto ciò se la notizia fosse confermata, secondo alcuni analisti la Siria verrebbe utilizzata per testare la capacità del sistema S-300 aggiornato di “agganciare” i sistemi stealth F-35.

Le ripercussioni sull’area del Golan

Lo scorso agosto il ministro degli esteri russo Lavrov in visita a Gerusalemme, aveva promesso una ulteriore fascia di sicurezza di 100 km sul Golan, zona che andava ad aggiungersi alla zona cuscinetto pattugliata dall’ONU (e da soldati russi dallo scorso 20 settembre, ovvero due giorni dopo l’abbattimento dello IL 20), entro cui gli iraniani non sarebbero potuti penetrare. La Russia quindi da un lato si fa garante degli equilibri e dall’altro dichiara al mondo che il Golan è ancora una questione aperta.

Il 17 Luglio dopo il vertice tra Trump e Putin ad Helsinki, l’ex ambasciatore israeliano all’ONU Dore Gold, è comparso davanti alla sottocommissione della Camera sulla sicurezza nazionale, il tema dell’audizione era il “Riconoscimento della sovranità israeliana sulle alture del Golan”. Poche settimane dopo, lunedì 8 Ottobre, era lo stesso premier Netanyahu a ribadire la posizione di Israele, legandola alla questione dei trasferimenti di armi dall’Iran alle milizie sciite sul territorio siriano.

Evenienza di tale presa di posizione è stata una cerimonia per l’apertura di una nuova sinagoga proprio sul Golan. In tale occasione senza mezzi termini, il premier ha dichiarato “Vediamo il Golan come un baluardo di stabilità sul nostro confine. [Il Golan] deve restare sempre sotto la sovranità israeliana, altrimenti l’Iran e l’Hizb’Allah raggiungeranno presto le coste del Kinneret” (uno dei nomi biblici del lago Tiberiade a poche decine di miglia in linea d’aria dalla linea dell’armistizio del 1974, dove oggi la forza di disimpegno degli osservatori delle Nazioni Unite – UNDOF garantisce la zona cuscinetto fra Israele e Siria).

Appena due giorni dopo, il 10 Ottobre, Lavrov rispondeva a Netanyahu affermando che “Lo status delle alture del Golan è determinato dalle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’Onu“, e aggiungeva quindi che “modificare questo stato di cose, scavalcando il Consiglio di sicurezza, sarebbe una violazione diretta delle risoluzioni ONU“. La Russia non ha alcuna intenzione di accettare un altro caso Gerusalemme, rimane da capire se e quanto permetterà agli iraniani di avviare una guerra d’attrito sulle alture, al pari di quella che in queste settimane si sta consumando sul confine di Gaza.

A tale proposito preme dire che il 27 Ottobre l’IDF ha apertamente accusato le Brigate al-Quds di aver supportato Hamas per il massiccio lancio di missili contro i villaggi israeliani che si affacciano sulla Striscia di Gaza. Il portavoce dell’esercito israeliano ha promesso rappresaglie contro le milizie iraniane sul suolo siriano. Potrebbe avvicinarsi il momento in cui gli aerei con la Stella di David si troveranno ad affrontare i nuovi sistemi russi.

Altri segnali di riallineamento nella regione

Lo scorso fine settimana, il re di Giordania Abdullah ha informato Israele della volontà di non rinnovare due allegati del trattato di pace che suo padre Re Hussein aveva firmato con l’armistizio siglato insieme al primo ministro Yitzhak Rabin nel 1994 nella località di Wadi Araba, a nord di Eliat. Nell’ambito dello storico accordo che poneva ufficialmente fine ad una situazione di guerra che, seppur non più combattuta da anni, si protraeva dal 1948-49 e quindi dai tempi della Guerra dei Sei Giorni, i giordani avevano concesso a Israele il diritto di proprietà per 25 anni di alcune aree agricole, i villaggi di Al-Baqoura, nel nord della Valle del Giordano e di Al-Ghumar, nei pressi del Golfo di Aqaba che, seppur rimasti sotto la sovranità giordana, potevano essere gestiti e sfruttati da agricoltori israeliani.

La scelta di Amman, annunciata con un tweet da re Abdullah, rappresenta un segnale di debolezza della casa regnate hascemita, alle prese con il malcontento dei ceti più popolari. Tale decisione è infatti arrivata dopo una grande manifestazione anti israeliana ad Amman, dove il regime in difficoltà per la crisi economica con crescente incapacità riesce a tenere sotto controllo la rabbia dei manifestanti. Nello giugno scorso si erano già manifestate forti proteste contro l’austerity imposta da un piano del Fondo Monetario Internazionale, poi bloccato dal re con relative dimissioni del primo ministro Hani Fawzi Mulki.

In quell’occasione un intervento riluttante dei paesi del golfo aveva garantito una forte immissione di liquidità nelle casse del paese: Arabia Saudita, EAU e Kuwait avevano garantito un pacchetto di aiuti fino a 2,5 miliardi di dollari di versamenti in cinque anni, altri 500 milioni erano arrivati da Doha. Tali aiuti sono arrivati, non tanto per un sentimento di fratellanza araba, quanto per evitare che in Giordania s’innescasse un nuovo pericoloso focolaio di primavera araba.

In realtà quella delle zone agricole è poco più che un dettaglio, una concessione all’opposizione vicina ai Fratelli Musulmani giordani legati ad Hamas. La partita in atto è molto più complessa, gli analisti israeliani temono un riavvicinamento fra re Abdullah e Assad e assistono ad un riallineamento del regno hascemita al blocco rappresentato da Turchia e Qatar. Israele rischia di restare ancora più isolato nella regione, per di più in compagnia dell’alleato più impensabile fino a pochi anni fa, il regno Saudita di un Moḥammad bin Salman indebolito in seguito al caso Khashoggi.

Áxeinos! Geopolitica del Mar Nero

Pubblichiamo un estratto del volume “Áxeinos! Geopolitica del Mar Nero” di Mirko Mussetti edito da goWare (2018). Finanziato dal Centro Studi Strategici Carlo De Cristoforis, il lavoro è impreziosito dalle prefazioni del direttore della Nato Defence College Foundation, Alessandro Politi, e dell’esperto di geoeconomia Laris Gaiser. -> ACQUISTALO QUI

Áxeinos! Geopolitica del Mar Nero - Geopolitica.info

Il Póntos Áxeinos si presenta come un ricettacolo di potenziali conflitti regionali in ambito diplomatico, commerciale e militare. Via terra e via mare.

La pressione verso ovest della cardinale Russia smuove le acque e spinge le mutevoli Ucraina, Turchia e Moldova al riposizionamento geopolitico. Le restanti nazioni fisse cercano prudentemente di guadagnare tempo, resistendo ad un pericoloso mutamento dello status quo.

L’Italia deve intuire come i principali attori rivieraschi sapranno interagire tra loro allo scopo di proteggere al meglio i propri interessi commerciali, energetici e logistici. La Russia (economia complementare), la Turchia (concorrente diretto) e la Romania (alleato affidabile) sono gli osservati speciali.

  • RUSSIA: a seguito del beffardo allargamento della Nato e alla rivoluzione pilotata di Euromaidan in Ucraina, il Cremlino ha deciso di orientare i propri sforzi politici, militari e ingegneristici per mantenere il controllo dell’intera costa settentrionale del Mar Nero. Ripercorrendo le vincenti esperienze del passato, la Russia è determinata a controllare il centro del bacino, egemonizzando quello che sostanzialmente è un mare chiuso, ovvero un “lago russo”. Per Mosca si tratta di un atteggiamento necessario per poter garantire alla vastissima nazione eurasiatica l’accesso ai mari caldi e alle floride rotte commerciali sulle quali si impernia gran parte del commercio globale.

  • TURCHIA: privata della solidarietà atlantica a seguito del fallito golpe dell’estate 2016 e messa alle strette da Mosca, Ankara ha accelerato sul programma di riforme interne e sul proprio riposizionamento geopolitico, entrambi concepiti e iniziati anni prima. Incerta sul proprio futuro e mascherando le proprie debolezze, la Turchia sta adottando una politica estera spregiudicata, imprevedibile e pluridirezionale. Consapevole di non poter competere militarmente con lo storico nemico russo, preferisce adottare un approccio aggressivo nei confronti dei vicini più piccoli, proponendosi come protagonista nel Mediterraneo orientale. Ma l’attivismo in Siria potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio: qualora calpestasse i piedi a Mosca nel tentativo di bloccare la costruzione del gasdotto Iran-Iraq-Siria (bramando quindi la realizzazione della pipeline Qatar-Turchia), metterebbe a rischio la propria integrità territoriale. L’idea di spezzare la penisola anatolica in due tronconi, favorendo la nascita di uno stato indipendente curdo, non è un’opzione presa in considerazione solo da Washington. Ankara ne è cosciente, ma è disposta a giocarsi tutto nel tentativo di ripristinare l’antica gloria della Sublime Porta. Erdoğan ha due assi nella propria manica per scongiurare lo smembramento dello Stato e gonfiare il proprio potere di ricatto verso le grandi potenze europee: il posizionamento geografico in veste di hub del gas per l’Europa e il “raddoppio” del Bosforo mediante la costruzione di un nuovo canale parallelo (Kanal İstanbul), che potrebbe portare al superamento del regime securitario derivato dalla Convenzione di Montreux.

  • ROMANIA: vedendo accresciuto il proprio peso geostrategico e intimorita dall’assertività russa, Bucarest cerca di proporsi come baluardo dei valori occidentali e come attore stabilizzante dello spazio eusino. Le principali premure sono rivolte alla piccola Moldova, che bene vedrebbe assorbita entro i propri confini. Il fenomeno unionista è crescente e le speranze di vedere realizzata l’Unirea dei due stati rumenofoni è via via più concreta. Bucarest si sta sagacemente adoperando per svincolare Chișinău dalla dipendenza del gas russo e legarla definitivamente al mercato romeno dell’energia elettrica. Mediante l’implementazione di progetti infrastrutturali e tramite l’assistenza tecnica e finanziaria, la Romania spera di cannibalizzare la piccola nazione sorella. Il rischio è però quello di cozzare contro gli interessi geostrategici del Cremlino in Transnistria, finendo involontariamente per far precipitare la tenuta del fragile status quo nel quadrante nord-occidentale del Mar Nero. Per tale ragione Bucarest prende in considerazione la possibilità di un “patto col diavolo”, ovvero un tacito accordo con Mosca per lo smembramento della Moldova e la fissazione di una concordata linea rossa sul fiume Nistru/Dnestr.

In questo imprevedibile contesto, l’Italia si trova a dover ideare e implementare una strategia che comporti la ricostruzione del proprio strategico asse commerciale ovest-est. Vale a dire il superamento diplomatico delle sanzioni contro la Russia e la rimozione degli ostacoli logistici che si frappongono tra Roma e Mosca. Per nulla semplice.

Se la situazione richiede l’implementazione di un piano strategico organico e audace, l’approccio che meglio si confà alle esigenze italiane è indubbiamente min-max, ovvero di minimizzazione del massimo rischio possibile.

  • SANZIONI: le sanzioni economiche imposte dall’Unione Europea alla Russia in generale e alla Crimea in particolare costituiscono uno sciocco ed effimero strumento di pressione diplomatica. Sulla base dell’evidenza empirica, esse danneggiano, e danneggeranno anche in futuro, entrambi i grandi mercati coinvolti senza peraltro che sussista una logica speranza di appianamento delle divergenze politiche. L’economia agroalimentare e manifatturiera italiana è più di altre colpita. Un vero peccato se si pensa che l’economia russa e e l’economia italiana sono strutturalmente complementari. Caso più unico che raro a livello globale, Russia e Italia non sono in concorrenza in alcun segmento economico di rilievo: è un vero rompicapo trovare anche un solo settore industriale in cui gli interessi di Roma e Mosca possano indirettamente confliggere. L’interscambio sia merceologico sia tecnologico è netto e di reciproco vantaggio per entrambi gli stati sovrani, che attingono dalla controparte quanto la produzione interna non è in grado di sopperire quantitativamente o qualitativamente.

È dunque imperante per l’Italia attivarsi diplomaticamente affinché questa assurdità possa ufficialmente cessare. In caso contrario, in prospettiva, l’Italia ne risentirebbe pesantemente in termini di positività della bilancia commerciale. Un guaio serio per un Paese dal mercato interno limitato, dalle risorse naturali carenti e da un debito pubblico gravoso. A meno che l’imprenditoria italiana, prendendo spunto da quella tedesca, sia in grado di aggirare le norme e instaurare un sistema strutturato di triangolazioni finanziarie e commerciali. Con buona pace di Bruxelles.

  • OSTACOLI LOGISTICI: la guerra nel Donbass e l’incertezza sui futuri transiti attraverso il Bosforo costituiscono ostacoli geografici concreti – terrestri e marittimi – per il transito delle merci italiane verso la Russia e i mercati dell’Asia Centrale. L’ottimale transito terrestre lungo la costa nord del Mar Nero non è attualmente sicuro o consigliabile; il più lungo tracciato logistico attraverso la Bielorussia (con le connesse triangolazioni finanziarie) costituisce un costoso impaccio per Roma, che dovrebbe guardarsi anche dall’egemonico attivismo di Berlino. Anche il transito navale nel Mar Nero verso la Crimea e i porti russi costituisce un rischio: lo stretto del Bosforo potrebbe essere di volta in volta chiuso arbitrariamente dalla Turchia, naturale concorrente commerciale dell’Italia. Per garantirsi sempre e comunque un sicuro passaggio delle merci, il “piano B” per Roma dovrebbe essere costituito da mirati investimenti infrastrutturali nel porto di Costanza (Romania) e dall’istituzione di nuove rotte commerciali che leghino la costa bulgaro-romena alla Crimea. Soprattutto in considerazione del fatto che a breve il lungo Ponte (viadotto) di Kerch diverrà completamente praticabile, rendendo sicure le operazioni di cabotaggio stradale delle merci verso il distretto meridionale della Federazione Russa.

Non si può escludere che, in ottica futura, anche il porto commerciale di Mariupol sul Mar d’Azov possa rivelarsi una valida alternativa; molto dipende da come evolverà il conflitto bellico nel Donbass e da quale sarà il destino geopolitico di questa importante città russofona situata in prossimità della linea di contatto dei due eserciti.

Il mix logistico terra-mare – seppur dispendioso – in caso di urgente bisogno garantirebbe un sicuro transito mercantile. Inoltre, rappresenterebbe una grossa occasione per l’Italia per l’acquisizione di nuove quote di mercato nella penisola crimeana – soprattutto in ambito turistico e agroalimentare – e di approfondimento dei legami storici con l’amico russo.

In virtù dei buoni rapporti intrattenuti sia con Bucarest che con Mosca, Roma dovrebbe favorire l’istituzione di una riconosciuta amity line tra la Romania e la Russia, onde scongiurare la seppur bassa possibilità che le due nazioni possano confliggere militarmente. Il fiume Nistru/Dnestr è il soddisfacente punto di incontro e scambio tra i due contendenti: agevola l’unione della Moldova alla Romania e riconosce la presenza russa in Transnistria a tutela dei propri interessi geostrategici.

Favorire i rapporti cordiali tra Romania e Russia è per l’Italia una missione fondamentale sia per garantirsi sagaci transiti logistici verso est, sia per permettere alle proprie aziende nazionali (Eni in primis) di operare con sicurezza nel ricco quadrante nord-occidentale del Mar Nero (risorse naturali offshore).

L’Italia ha la possibilità di contribuire con successo alla stabilizzazione della regione, permettendo al Mar Nero di tornare ad essere un mare ospitale. Un mare chiamato nuovamente Póntos Éuxeinos.

Il gasdotto Nord Stream 2: l’ennesimo spartiacque tra il Vecchio Continente e la Russia di Putin

Concepite per limitare la Russia ai capitali europei, le sanzioni economiche imposte dall’Ue – varate per la prima volta nel luglio 2014, dopo l’annessione della Crimea e l’inizio della guerra nella regione del Donbass – sono state prorogate fino a gennaio 2019. Secondo recenti fonti dell’Eurostat (Ufficio statistico dell’Unione Europea), all’indomani del 2014, le esportazioni europee verso la Russia sono vertiginosamente diminuite: dai 119, 4 miliardi di euro del 2013 si è toccata la soglia di 86,1 miliardi di euro nel 2017. Il Cremlino più volte ha  respinto le accuse di ingerenza negli affari ucraini e contestualmente ha adottato misure di ritorsione.

Il gasdotto Nord Stream 2: l’ennesimo spartiacque tra il Vecchio Continente e la Russia di Putin - Geopolitica.info Gazprom

Nonostante da più parti politiche occidentali nasce l’esigenza di fermare questa manovra, vista come controproducente da entrambe i fronti, il rapporto tra la bandiera celeste europea e quella tricolore della Russia appare sempre più lontano e sempre più difficile.

Ed è proprio all’interno di questa difficile cornice internazionale che si inserisce il progetto del gasdotto Nord Stream 2. Destinato per il trasporto del gas naturale delle maggiori riserve russe al mercato dell’Unione Europeo, il progetto del nuovo corridoio sottomarino, secondo le più rosee prospettive, è in grado di raddoppiare la capacità di trasporto annuale: da 55 a 110 miliardi di metri cubi di gas. Infatti la linea dei nuovi gasdotti sottomarini, attraverso i fondali del mar Baltico, percorrerà quella già esistente tracciata dal gasdotto Nord Stream, inaugurato nel novembre 2011.  L’azienda monopolista russa produttrice di gas naturale, Gazprom, è stata tra le prime a imporre il proprio timbro sul nuovo piano energetico del mar Baltico, insieme ad alcuni partner europei come BASF (DEU), E.ON (DEU), Engie (FRA), OMV (AUT) e Shell (NLD). Con una lunghezza di 1200 km la linea passerà attraverso le acque territoriali di Russia, Finlandia, Svezia, Danimarca, Germania.

Le maggiori pressioni per la realizzazione del gasdotto provengono in particolar modo da Berlino. La cancelliera Angela Merkel, come sottolineato durante lo scorso vertice nell’agosto 2018 con il presidente russo Putin a Meseberg, poco lontano da Berlino, ha  ribadito in forma sempre più decisa la necessità della realizzazione del gasdotto Ns2: un progetto coerente con la politica energetica tedesca e cruciale per il rifornimento complessivo del vecchio continente. Tuttavia il fronte tracciato dal corridoio del nuovo gasdotto, identificato inizialmente come un progetto esclusivamente economico, ha notevolmente riacceso le speranze, da più fazioni politiche europee, di armonizzare il rapporto tra Ue e Russia sulla questione ucraina.

Un auspicio che però trova tra i suoi principali oppositori, proprio l’Ucraina. Il timore espresso da Kiev è sintetizzata nella concreta possibilità di perdere i propri profitti derivanti dal transito del gas russo in Europa. Il corridoio del nuovo gasdotto, infatti, potrebbe bypassare la posizione geografica dell’Ucraina tra l’Europa e la Russia.  Benché la cancelliera tedesca abbia chiesto garanzie a Putin per il coinvolgimento delle autorità ucraine sulla realizzazione del gasdotto, il presidente ucraino, Petro Poroshenko, ha rivolto un preoccupante appello all’Ue; il trasferimento del gas russo direttamente in Germania attraverso il mar Baltico, comporterebbe un indebolimento e una significativa perdita delle entrate ucraine.

Oltre all’appello ucraino, nel marzo 2016, i leader di nove paesi dell’UE – Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Polonia, Slovacchia, Romania e Lituania – hanno firmato una lettera rivolta alla Commissione europea, avvertendo che il progetto Nord Stream 2 contraddice i requisiti della politica energetica dell’UE; nel maggio 2018, inoltre, è stato denunciato dall’antitrust polacco, l’intervento del colosso russo, Gazprom: accusato di concorrenza sleale sul mercato del gas. Il progetto Ns2, denunciano i paesi firmatari, rischia di rafforzare ancora di più il ruolo della Russia sul fronte energetico in Europa. Le Repubbliche Baltiche, probabilmente ancora vivo  il ricordo dell’espansionismo sovietico e zarista nei loro territori, ha manifestato un determinata azione per la bocciatura del nuovo corridoio di gas. Infine anche gli Stati Uniti hanno mostrato la loro contrarietà alla costruzione del gasdotto; il progetto rischia di limitare gravemente i piani statunitensi per l’esportazione del gas naturale liquefatto nei paesi della Ue.

Se il 2019 dovrebbe vedere la realizzazione del Nord Stream 2, è più che evidente come il Vecchio Continente continui a non riuscire a mettere sul tavolo un politica energetica comune; la Russia, al contrario, è sempre più inarrestabile su questo fronte.  Non a caso il presidente Putin ha dichiarato, entro la fine del 2019, nonostante lo spettro di Chernobyl aleggiato dai suoi oppositori, l’attivazione della prima unità di potenza della centrale nucleare di Astraviec in Bielorussia. Pur constatando l’avvicinamento tra la Germania di Angela Merkel e la Russia di Putin, a seguito degli interessi comuni affacciati sul mar Baltico, la fine della stagione delle sanzioni europee contro la Russia sembra ancora lontana.

La rivoluzione energetica degli Stati Uniti

L’amministrazione Trump è stata fin da subito una delle più amichevoli nei confronti dell’industria energetica. Segnali molti chiari sono stati dati fin dalle prime mosse del nuovo inquilino della Casa Bianca, che ha mantenuto la promessa di uscire dagli accordi di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico (PCA) e deregolamentato gli standard di controllo ambientale sul carbone e altri combustibili inquinanti applicati da suo predecessore.

La rivoluzione energetica degli Stati Uniti - Geopolitica.info

Trump ha rimosso o ridotto anche le regolamentazioni che contenevano l’espansione dell’industria energetica, comprese quelle che impedivano le perforazioni off-shore in entrambe le coste degli Stati Uniti, allentando anche in questo caso le rigide normative di sicurezza istituite dall’amministrazione precedente dopo il disastroso sversamento di petrolio causato dall’incidente della piattaforma di BP nel Golfo del Messico.

Negli Stati Uniti è iniziata una nuova epoca per tutto il settore, le riserve naturali un tempo protette ora sono aperte all’esplorazione e alla perforazione per la prima volta da generazioni, mentre le normative che per anni hanno proibito l’esportazione di greggio americano sono state eliminate. Adesso, l’America è uno dei principali attori nel settore energetico globale.

Trump ha abbracciato la rivoluzione dello shale gas, considerato uno dei settori in grado di tenere alta la crescita e portare il paese all’indipendenza energetica. Durante il decennio 2000-2010 la produzione di shale gas negli USA è passata da 10 a 140 miliardi di metri cubi, un aumento che ha avvicinato il paese all’indipendenza energetica e fatto crollare i prezzi del metano a livello mondiale, conseguenza del fatto che gli USA sono diventati esportatori invece che importatori. Il gas naturale normalmente viene trasportato attraverso i gasdotti, ma la tecnologia della liquefazione permette di ridurre il volume specifico del gas naturale liquefatto (LNG) di circa 600 volte, consentendo il trasporto oltreoceano per mezzo di navi metaniere.

Trump è diventato il principale promotore dell’aumento delle esportazioni di LNG prodotto negli Stati Uniti e ha dimostrato di essere disposto a mettere sul tavolo dei negoziati commerciali l’export di LNG come strumento di riequilibrio dei deficit che gli Stati Uniti hanno con praticamente tutte le regioni del mondo.

Un esempio evidente di questo nuovo driver della strategia statunitense si è visto durante l’ultima visita del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker alla Casa Bianca per discutere le tensioni commerciali tra USA e Unione Europea (il 25 luglio di quest’anno). In quell’occasione, Trump ha promesso una revisione dei dazi su acciaio e alluminio imposti all’inizio dell’anno in cambio di un impegno dell’UE ad acquistare più LNG dagli Stati Uniti, gettando le basi per quella che sarà una nuova era del mercato energetico europeo. Anche la minaccia di imporre sanzioni economiche alle industrie che parteciperanno alla costruzione del nuovo gasdotto russo-tedesco Nord Stream 2 – che punta a raddoppiare le forniture di gas naturale dalla Russia alla Germania – rientra in questo disegno, la minaccia di sanzioni infatti è stata affiancata all’offerta del LNG statunitense alla Germania come valido sostituto del gas russo, accompagnato da un altro messaggio molto chiaro: Berlino deve ridurre la dipendenza energetica da Mosca.

Berlino sta comunque andando avanti con la realizzazione del progetto Nord Stream 2 ma sta anche costruendo le infrastrutture necessarie per “accogliere” le importazioni di LNG provenienti dall’Atlantico del Nord, in quello che è stato apertamente definito come un gesto di amicizia nei confronti dell’alleato. Polonia e Lituania invece aderiscono con molto più entusiasmo alla possibilità di affrancarsi dalla dipendenza energetica da Mosca stringendo un rapporto energetico con gli Stati Uniti, e stanno costruendo anch’esse dei rigassificatori per accogliere LNG americano e distribuirlo nel resto dell’Europa orientale.

Nonostante i costi molti più alti rispetto a quelli del gas russo e norvegese, ormai molti esperti del settore cominciano a considerare inevitabile che in futuro una componente del mercato energetico europeo sarà composta da LNG proveniente dagli Stati Uniti. Una scelta del genere ha senso anche semplicemente per mantenere buoni rapporti con Washington e garantire ai membri dell’UE l’accesso al mercato statunitense, un’apertura in grado di placare i proclami di Trump sul commercio sleale degli alleati europei. Poco importa che il deficit commerciale transatlantico si concentri soprattutto sull’industria automobilistica tedesca piuttosto che sull’energia: se la vendita di LNG serve a ridurre il deficit commerciale tra UE e Stati Uniti, entrambe le parti saranno soddisfatte e il rapporto transatlantico ne uscirebbe rafforzato.

Lo stesso si può dire del deficit commerciale tra USA e Cina. L’Impero di Mezzo è un grande consumatore di energia, condizione che offre al paese l’opportunità di ridurre il deficit commerciale con gli Stati Uniti importando LNG statunitense. Pechino ha già un accordo ventennale con la Cheniere Energy, una delle compagnie americane leader nel settore e può facilmente ridurre le quote di import da altri paesi (la lista è ampia: Qatar, Iran, Russia, Australia, Nuova Guinea) per sostituirle con LNG americano. All’atto pratico per la Cina non cambierebbe molto, ma otterrebbe un importante dividendo geopolitico grazie al riequilibrio del surplus commerciale su cui Trump ha costruito parte del suo successo elettorale. Nel mese di maggio, la Cina ha sottoscritto accordi per 25 miliardi di importazioni di LNG statunitense. Se ipotizziamo uno scenario in cui un negoziato USA-Cina porti a sottoscrivere altri 25 miliardi di importazioni di LNG, le esportazioni degli USA verso la Cina arriverebbero a un valore di 180 miliardi rendendo più accettabile il deficit con la Cina per Washington e per l’opinione pubblica americana. Trump otterrebbe il primo successo concreto nella guerra commerciale con Pechino. La debolezza di questo scenario è data dalla presunzione che entrambe le parti coinvolte vogliano davvero trovare una soluzione alla disputa commerciale quando è altrettanto corretto pensare che i dazi USA alla Cina abbiano ben poco a che fare con il commercio e molto con l’obiettivo di contenere la crescita economica e militare della Cina, a partire dalla disputa nel Mar Cinese Meridionale.

Tuttavia, una cosa non esclude l’altra. Così come gli Stati Uniti hanno iniziato a “militarizzare” il dollaro usando i dazi, possono fare lo stesso anche con l’export di LNG, che a questo punto si prospetta come un pretesto per ridurre i deficit e aumentare la dipendenza con alleati e potenze da contenere, fermo restando che le questioni strategiche – in questo caso contenere la Cina – hanno la priorità su quelle economiche. Per i Repubblicani però ottenere un vittoria concreta nella disputa commerciale con la Cina è fondamentale. Trump ha recentemente dichiarato di essere pronto a parlare del commercio con la Cina. Un incontro tra Trump e Xi Jinping dovrebbe avere luogo durante  il G20 previsto in Argentina alla fine del mese prossimo (dopo le elezioni di metà mandato del 6 novembre), ma potrebbe anche avvenire prima.

Un accordo di questo tipo con la Cina potrebbe essere utilizzato dagli Stati Uniti come modello per accordi analoghi con Giappone, India e Corea del Sud, i prossimi maggiori importatori asiatici di gas naturale. Non è una coincidenza il fatto che, proprio come l’Unione Europea, questi paesi importatori di energia sono minacciati in qualche modo dai dazi statunitensi per un rapporto commerciale definito “ingiusto” dalla Casa Bianca. Non è un caso che le sanzioni americane che non lasciano spazio a una trattativa siano contro la Russia e l’Iran, giganti del settore energetico mondiale con una propria capacità di proiezione geopolitica. Al contrario, sta diventando molto chiaro che gli Stati Uniti invece di “ripiegarsi” in vista di un presunto declino in favore di un mondo multipolare stanno invece adottando una postura più assertiva che mai usando la supremazia del dollaro, la minaccia della guerra commerciale e l’eventualità di un conflitto militare come leva per scardinare le dinamiche esistenti e aprire i mercati al nuovo attore del mercato energetico mondiale.

Donald Trump e il Trattato INF: l’avvento di una nuova deterrenza?

“Porremo fine all’intesa che Mosca viola da anni”. Con queste parole il Presidente americano Donald Trump ha annunciato, lo scorso 20 Ottobre, la volontà di voler ritirare gli Stati Uniti dal Trattato INF (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty), lo storico accordo firmato nel 1987 a Washington dall’allora Presidente Ronald Reagan e dal leader sovietico Michail Gorbachev.

Donald Trump e il Trattato INF: l’avvento di una nuova deterrenza? - Geopolitica.info © Manuele Cecconi, 2017

L’intesa raggiunta tra le due superpotenze poneva fine alla corsa agli armamenti sul continente europeo, chiudendo la “Crisi degli Euromissili”, aperta a inizio decennio dalla decisone sovietica di modernizzare il proprio arsenale missilistico ormai antiquato e dalla conseguente reazione dell’Alleanza Atlantica di dislocare i nuovi missili Cruise e Pershing-2 contrastando così gli SS-20 sovietici di recente costruzione. L’accordo infine firmato a Washington nel 1987 poneva fine alle tensioni che gravavano sull’Europa, prevendendo l’eliminazione e distruzione da ambo le parti dei vettori a gittata intermedia (500 – 5500 Km) prevedendo un sistema di ispezioni reciproche e ponendo le basi per il successivo dialogo sulla diminuzione progressiva degli arsenali strategici.

Considerato come un capostipite della politica di disarmo internazionale, il Trattato INF non è mai stato messo ufficialmente in discussione sebbene nell’ultimo decennio, in più occasioni, le due Parti si fossero vicendevolmente accusate di violarne le disposizioni.

In particolar modo, a destare preoccupazione alla Casa Bianca è stata la politica di modernizzazione delle forze missilistiche russe, avviata dal 2007, che ha portato nel 2014 ad una prima fase di test e al successivo dispiegamento di nuovi vettori basati a terra. Le armi contestate appartengono ad una nuova generazione di missili formalmente non rientranti nelle categorie bandite dal trattato INF, quali il Missile Balistico Intercontinentale (ICBM) RS-26 “Rubezh” (apparentemente congelato durante quest’anno) e il vettore R-500 (SSC-8 nella nomenclatura NATO) imbarcabile su sistemi missilistici Iskander. I due nuovi vettori hanno sollevato le proteste dell’Amministrazione Obama in quanto i primi, pur essendo formalmente ICBM, sono stati testati su distanze inferiori ai 5500 Km, lasciando presagire un possibile uso a livello di teatro, mentre i secondi, ufficialmente dislocati come batterie difensive con una gittata non superiore ai 500 Km, risultano essere in grado di lanciare missili Cruise, quali gli R-500, con gittata massima gittata molto superiore ai 500 km, violando così le disposizioni del Trattato. Le proteste americane sono state ribadite nel dicembre 2017, quando l’intelligence statunitense ha riscontrato l’avvenuto dispiegamento degli SSC-8 in alcune basi in territorio russo minacciando non solo nuove sanzioni ma anche la denuncia stessa del Trattato INF.

Figura. Un SS-20, tra i vettori proibiti dal Trattato INF

© Manuele Cecconi, 2017


Parallelamente, Mosca ha  lamentato la denuncia statunitense del trattato ABM e la dislocazione in Europa dei nuovi sistemi di difesa missilistica nell’ambito del “NATO missile defence system”, un sistema integrato volto all’intercettazione e abbattimento di eventuali vettori di paesi ostili indirizzati verso l’Europa. A sollevare le proteste di Mosca è stato, in particolare, il posizionamento nel 2016 dei sistemi di lancio Mk-41 fondamentali per rendere pienamente efficace lo scudo missilistico. A causa di tali sistemi Mosca non si sentirebbe più sicura in quanto la sua capacità di rappresaglia non è garantita e avrebbe iniziato una nuova corsa missilistica. Di conseguenza, la Russia ha più volte minacciato non solo l’uscita dal Trattato INF ma anche dal Trattato New START, firmato nell’Aprile 2010 dal Presidente americano Barack Obama e l’omologo russo Dmitrij Medvedev.

Quanto è avvenuto negli ultimi giorni quindi segna solo l’ultimo atto in un crescendo di accuse reciproche che negli ultimi anni ha portato a temere una nuova corsa agli armamenti che per i più sembrava confinata ai libri di storia. La scelta dell’Amministrazione Trump non deve però sorprendere se letta alla luce di una progressiva ridiscussione degli obblighi internazionali degli Stati Uniti che sembrano oggi essere più insofferenti ai limiti posti da trattati multilaterali giudicati svantaggiosi se paragonati alla libertà di azione di cui godono possibili competitor. In particolar modo è da sottolineare come nella dichiarazione con cui il Presidente Trump affermava di voler ritirare gli USA dall’accordo INF, egli si sia soffermato sulla necessità di ridiscutere gli obblighi derivanti dal trattato e, soprattutto, di inserire tra le parti coinvolte anche la Repubblica Popolare Cinese. Come affermato da Stratfor, proprio la crescita della capacità militari cinesi in Estremo Oriente è oggi la principale preoccupazione della Casa Bianca tanto che lo U.S. Army prevedeva il possibile dislocamento di forze missilistiche terrestri in grado di colpire postazioni e unità navali cinesi nelle acque turbolente del Mar Cinese Meridionale e Orientale. La fuoriuscita dal Trattato lascerebbe gli Stati Uniti liberi di perseguire tale obiettivo potendo armare con nuovi vettori le principali basi nel Pacifico Occidentale, prime tra tutte Okinawa e Guam.

Le reazioni alle dichiarazioni di Donald Trump manifestano però tutta la preoccupazione di una comunità internazionale che teme per una nuova corsa agli armenti nel caso in cui il ritiro statunitense si concretizzasse e non si giungesse a nessuna ulteriore intesa. Direttamente coinvolta nella decisione dell’Amministrazione americana, Mosca ha giudicato le dichiarazioni di Trump come un vero e proprio “tentativo di ricatto” sostenendo di essere pronta ad attuare tutte le misure necessarie per reagire alla decisione statunitense. Malgrado la retorica, è opportuno sottolineare come il ritiro americano possa essere funzionale agli interessi russi, concedendo al Cremlino maggiori margini di manovra nel processo di modernizzazione del proprio arsenale. La possibilità di sviluppare e dispiegare tali nuovi armamenti consentirebbe alla Russia di procedere più speditamente nell’aggiornamento delle proprie capacità offensive grazie ai minori costi che gli armamenti di teatro richiederebbero rispetto agli ICBM e alla luce delle forti costrizioni cui è sottoposta l’economia russa.

Diversamente dalla Russia che pur temendo una nuova corsa agli armamenti potrebbe eventualmente trarre vantaggio da un’eventuale rinegoziazione del Trattato INF, l’Unione Europea, per voce dell’Alto Rappresentante Federica Mogherini, ha riaffermato la centralità dell’accordo per la sicurezza europea richiamando gli Stati Uniti e la Russia a valutare attentamente le possibili conseguenze di un’eventuale abolizione del trattato per la stabilità del Vecchio Continente.

Analogamente, il Ministero degli Esteri cinese, per mezzo di un proprio portavoce, ha affermato la propria contrarietà all’abolizione del Trattato, considerato come una pietra angolare della sicurezza internazionale ma ha taciuto sulla possibilità di avviare trattative a tre in tal senso rivendicando la dimensione bilaterale dell’accordo e le possibili conseguenze multilaterali che un’eventuale sua eliminazione avrebbe.

Data la complessità della situazione e i bruschi cambi di rotta cui l’Amministrazione Trump ci ha abituato, immaginare una soluzione a breve termine della controversia è estremamente difficile. Come annunciato lo scorso 24 Ottobre, una prima indicazione della direzione che assumerà il dialogo sugli armamenti nucleari sarà data dall’incontro che si terrà a Parigi il prossimo 11 Novembre: in tale occasione, Donald Trump e Vladimir Putin avranno modo di confrontarsi sulla questione nell’ambito di un incontro multilaterale per la commemorazione dei 100 anni della conclusione della Prima Guerra Mondiale. La volontà americana di far pressione su Russia e Cina, giudicati i due principali sfidanti all’ordine internazionale americano nella National Security Strategy dell’Amministrazione Trump, è quanto mai evidente e la leva del Trattato INF è sicuramente uno strumento per forzare i due paesi a dialogare su diverse basi con Washington.

Caucaso – Dall’Urss a Putin: il dilemma di una regione di frontiera

In termini geopolitici, questa regione è stata definita “il luogo più frammentato e più critico dell’ex Unione Sovietica”. Il volume è una raccolta di saggi redatti da un gruppo di analisti dell’Associazione Doctis Ardua e curati da Daniele Cellamare.

Caucaso – Dall’Urss a Putin: il dilemma di una regione di frontiera - Geopolitica.info

 

Il volume riesce a declinare, pur attraverso le difficoltà di una identità regionale non ancora definita, le complesse variabili che rendono il Caucaso un compromesso tra i conflitti etnico-territoriali interni, gli interessi energetici e strategici di attori diversi e le più generali aspirazioni socio-politiche non sempre condivise.

Il dilemma più percepito sembra comunque espresso dalle forti divergenze tra il tentativo della Federazione Russa di conservare, e possibilmente estendere, la sua naturale proiezione di influenza sul cosiddetto “spazio ex sovietico” e la forza centrifuga di alcuni paesi che cercano, anche a costo di profonde lacerazioni, di sottrarsi agli orientamenti di Mosca in linea con gli aspetti politici, economici e persino ideologici. In particolare, per la diffidenza nutrita dalla Russia verso l’allargamento della Nato in Europa Orientale, da sempre percepito come una minaccia alla sicurezza nazionale.

Anche se la formazione della Comunità degli Stati Indipendenti è servita proprio per evitare le spinte delle ex repubbliche sovietiche verso interessi e alleanze diversi, gli effetti della disgregazione dell’impero sovietico si sono fatti maggiormente sentire proprio nella regione del Caucaso, e in particolare in quella settentrionale, dove le tensioni politiche e sociali hanno colpito il Kabardino-Balkaria, la Cecenia, il Daghestan, l’Inguscezia, il Karacajevo-Circassia, l’Ossezia del Nord e il Territorio di Stavropol e Transcaucasia (oltre tutto, causa di marcata instabilità delle frontiere).

Oggettivamente, la transizione del sistema economico sovietico, centralizzato e pianificato, verso un’economia fondata sui principi del libero mercato, ha provocato pesanti ripercussioni, o meglio una transizione particolarmente complessa, sino allo scoppio delle cosiddette Rivoluzioni Colorate tra il 2003 e il 2005. In particolare, nel volume si esaminano i fragili percorsi democratici (e i relativi ruoli geopolitici) faticosamente svolti dall’Armenia e dall’Azerbaijan.

Il saggio si propone quindi al lettore come una raffigurazione delle variabili presenti nella regione – dove i contesti differenziati assumono omogeneità di interpretazione – e riesce a dispiegare con chiarezza le giunture dei sistemi storico-politici. Affronta anche con insolita accessibilità l’ombra lunga del fondamentalismo islamico, le frammentazioni etiche e territoriali, le vicende belliche, le componenti religiose, le spinte indipendentistiche e i settori considerati oggi come quelli di maggiore rilevanza strategica, quali la struttura economica e l’ambito energetico, la produzione bellica e il controllo del cyberspazio. Tutti elementi che hanno reso il Caucaso una delle regioni più conflittuali del panorama internazionale.

Il volume è stato scritto da Francesca Tortorella, Angela Chiara Festa, Gianluca Caselunghe, Federica De Paola, Ilaria De Napoli, Gregory Marinucci, Maria Serra, Giovanni Lella, Matteo Antonio Napolitano, Paolo Balmas, Vlora Mucha.

L’assistenza editoriale è stata fornita da “Literaria Consulenza Editoriale”.

Geopolitica del mare – la talassocrazia ai tempi della globalizzazione

La Geopolitica del Mare è un tema centrale nelle relazioni internazionali odierne. Ne fa un quadro sintetico ma esaustivo Irene Marrapodi e se ne parlerà più diffusamente giovedì 18 ottobre 2018, dalle ore 9,30, all’Università di Roma “Tor Vergata”, per il convegno organizzato d’intesa con la Marina Militare dal titolo “Geopolitica e Geoeconomia del Mare“, cui parteciperanno esperti, i Presidenti di commissione di Difesa ed Esteri del Senato, il sottosegretario alla Difesa Raffaele Volpi e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Valter Girardelli. I saluti iniziali saranno del Magnifico Rettore, Giuseppe Novelli. Il convegno si terrà nell’Auditorium Ennio Morricone di Lettere e Filosofia (Via Columbia, 1).

Geopolitica del mare – la talassocrazia ai tempi della globalizzazione - Geopolitica.info Photo credit: U.S. Pacific Fleet on VisualHunt / CC BY-NC

È attribuita a Temistocle la massima: “Chi ha il dominio del mare ha il dominio di tutto”. Sin dai tempi più antichi, infatti, il controllo dei mari è determinante per la vita dei popoli e delle nazioni. È sul mare che si sviluppano commerci e scambi comunicativi, le attività della pesca e dello sfruttamento di petrolio e idrocarburi. È in mare che si trovano la maggior parte delle risorse energetiche e minerarie.

Secondo quanto riportato dal comunicato del ministero della difesa, prodotto in occasione dell’incontro del 5 settembre scorso tra il sottosegretario Angelo Tofalo e i vertici della marina militare italiana (il capo di stato maggiore Valter Girardelli, il sottocapo di stato maggiore Paolo Treu e i capi dei principali reparti), nel Mar Mediterraneo, che corrisponde solamente all’1% della superficie marina globale, transita il 19% dei traffici mercantili e il 30% dei flussi petroliferi annui mondiali, oltre a un terzo del turismo mondiale. Il 65% degli approvvigionamenti energetici d’Europa passa dal Mare nostrum. L’Italia, dunque, con la sua posizione centrale nel Mediterraneo e con i suoi 8mila chilometri di costa, è perfettamente inserita in questo crocevia. È proprio sulle rotte marittime, infatti, che l’Italia realizza quasi l’80% delle importazioni (tra cui l’80% del petrolio di cui necessitiamo) e quasi il 90% delle esportazioni.

Per questi motivi il controllo e la protezione dei mari è fondamentale per lo sviluppo economico e la salute del Paese. Come l’Italia, molti altri Stati e organizzazioni internazionali stanno riscoprendo negli ultimi anni la centralità del mare. La Nato, ad esempio, ha lanciato nel 2016 l’operazione marittima Sea guardian, che consiste in attività di sorveglianza, lotta al terrorismo e iniziative per lo sviluppo delle capacità marittime regionali nel Mediterraneo.

Durante la non lontana guerra fredda, nel duopolio Stati Uniti – Urss, era la potenza occidentale la detentrice del controllo dei mari, mentre la Russia, carente di una marina militare adeguata, concentrava le sue forze a terra. Negli ultimi anni, tuttavia, le attività navali russe nell’Artico e nel Nord Atlantico sono nettamente aumentate, tanto da spingere la marina statunitense a riattivare la seconda flotta, come dichiarato dall’ammiraglio John Richardson, sciolta sette anni fa. Oltre a provvedere alla difesa delle acque territoriali e alla sicurezza dell’area, la seconda flotta si occuperà di pianificare operazioni e sostenere attività umanitarie.

Anche la marina russa (Voenno-morskoj flot) si sta apparentemente potenziando: nella parata militare del luglio scorso era prevista la prima apparizione pubblica della Admiral Gorshkov, la principale tra le sei navi da guerra il cui completamento è previsto per il 2025. La nave, tuttavia, è stata dichiarata troppo grande per navigare nel fiume Neva, così come altre undici navi. Alla parata Putin ha affermato inoltre che la flotta russa, oltre a difendere il Paese e a fornire un significativo contributo alla lotta contro il terrorismo internazionale, svolge un ruolo importante nel garantire la parità strategica. Secondo il Royal Institute on International Affairs, tuttavia, sono pochi i mezzi davvero moderni della marina russa, che risulta essere anche molto carente dal punto di vista della manutenzione.

La Cina Popolare, invece, con una costa di 18mila chilometri, più di 6500 isole e circa tre milioni di chilometri quadrati di area marittima, necessita di una moderna e forte flotta per mantenere intatta la sovranità sul gigantesco territorio e su alcune isole in particolare, come Taiwan e i contesi arcipelaghi delle isole Spratly e Paracelso, rivendicate dal Vietnam, ma che Pechino racchiude nelle “nove linee”. La Cina è dal 2009 il più grande esportatore mondiale e gli investimenti cinesi a Gibuti, nel Corno d’Africa, e a Gwadar, in Pakistan, per il progetto One Belt One Road, si stanno traducendo in ulteriori investimenti nelle forze militari, e nello specifico marittime, per garantirne la sicurezza. Pechino, potenza in crescita, sta dunque investendo molto nella marina militare, anche con la costruzione di due nuove portaerei (Type 002 e Type 003) e il lancio del programma di reclutamento per piloti di J-15, il nuovo modello di caccia imbarcato. La Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione, questo il nome della marina cinese, si sta velocemente modernizzando: negli ultimi dieci anni sono state costruite più di cento navi da guerra, a un ritmo di molto superiore rispetto a quello statunitense. Secondo gli analisti di Washington Michael O’Hanlon e Ian Livingston, il fatto che le navi cinesi abbiano superato in numero quelle statunitensi, non può assolutamente essere considerato un segnale di debolezza della marina americana, né tantomeno può lasciar presupporre una perdita della leadership globale statunitense. La US Navy, scrivono i due ricercatori, è ancora nettamente superiore in termini di qualità.

In un periodo di riscoperta della centralità del mare, a livello economico quanto politico, le potenze mondiali se ne contendono tuttora il dominio, tra esibizioni di forza, discussioni pacifiche e operazioni di salvaguardia. Il dibattito sulla talassocrazia, dai tempi di Temistocle, non sembra dunque essersi mai arrestato.