Archivio Tag: Russia

Axis of convenience: la sfida di Mosca e Pechino all’ordine unipolare

La crescita delle relazioni politiche ed economiche tra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese, accompagnata da un progressivo disimpegno statunitense dall’Europa e dal Medio Oriente, ha fatto sì che vecchie narrazioni e immagini suggestive prendessero nuovamente consistenza recuperando l’idea dell’”Heartland” euroasiatica contrapposta alla talassocrazia americana, ma è doveroso chiedersi: si può parlare davvero di un’alleanza tra Mosca e Pechino?

Axis of convenience: la sfida di Mosca e Pechino all’ordine unipolare - Geopolitica.info The Washington Times

L’asse per convenienza: il nemico del mio nemico è mio alleato

Il nuovo corso delle relazioni sino-russe può essere efficacemente descritto utilizzando la formula “axis of convenience”, che Bobo Lo impiega nel suo omonimo testo al fine di rappresentare l’unione tra Mosca e Pechino, ovvero una cooperazione che può unicamente svilupparsi nella misura in cui le due potenze necessitano della collaborazione l’una dell’altra al fine di erodere progressivamente l’egemonia americana nel sistema internazionale. La formazione di questo asse di convenienza, che Lo descrive già a partire dal 2008, può dirsi apertamente consolidata solo nel 2012, anno in cui la cooperazione bilaterale inizia a prendere la forma di una strutturata collaborazione che dalle tradizionali questioni di sicurezza, quali la lotta al terrorismo e il controllo dei confini, muove verso una più approfondita cooperazione militare e economica. A guidare la ritrovata unione sono tre settori prioritari: lo sviluppo congiunto di capacità militari, la cooperazione in materia di Ricerca e Sviluppo e, da ultimo, lo sfruttamento di risorse energetiche e l’apertura di nuove vie di comunicazione tra Oriente e Occidente.

Il lancio di vaste esercitazioni militari congiunte non è una novità assoluta nella storia della cooperazione russo-cinese, già nel 2005 le forze armate delle due potenze avevano avviato una serie di esercitazioni antiterrorismo e, ancor prima, nel 2003 avevano collaborato nell’ambito dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai, ma il lancio delle “Joint Sea” rappresenta un radicale cambiamento. I war games che si sono articolati a partire dal 2012 hanno visto una vasta partecipazione delle Marine dei due paesi nell’ambito di simulazioni di assalti anfibi, azioni di scorta in acque contese e difesa attiva antisommergibile e antinave, con ottimi risultati in termini di integrazione delle forze e interoperabilità. Le Joint Sea rappresentano quindi uno strumento per dimostrare plasticamente la propria forza, soprattutto nelle acque contese dell’Estremo Oriente o al confine con la NATO in Europa, come è accaduto in occasione dell’esercitazione congiunta del 2015, che ha visto una prima fase nel Mediterraneo Orientale e una seconda nelle acque della Baia di Pietro il Grande, o della “Joint Sea 2017” tenutasi tra l’exclave di Kaliningrad e le acque contese del Mar del Giappone. La cooperazione militare ha avuto ampio seguito anche sulla terraferma con una serie di esercitazioni di minor portata nell’ambito del Gruppo di Shangai e un vasto war game tenutosi nel 2018, il Vostok 2018 forte di 290.000 uomini, che, pur vedendo le forze cinesi nel solo ruolo di osservatori, dalle parole del Ministro della Difesa Russo Sergey Shoigu, sarà solo la prima di una più ampia serie di esercitazioni congiunte.

Contestualmente all’aumento delle esercitazioni congiunte è esponenzialmente cresciuta la cooperazione tecnica e lo sviluppo di programmi di ricerca comuni. Attualmente le industrie russe e cinesi svolgono due ruoli tra loro complementari: le prime sono fornitrici di componentistica e sensoristica high-tech, mentre le seconde offrono capitali altrimenti insostenibili per la Russia finalizzati al finanziamento di programmi di ricerca e sviluppo congiunti. Fondamentali sono quindi i settori di investimento, primo fra tutti la componentistica ad alta tecnologia per lo sviluppo di caccia multiruolo di V generazione, lo sviluppo di adeguate capacità di difesa e offesa cibernetica e, soprattutto, lo sviluppo di capacità A2/AD (Anti Access/Area Denial), cruciali per limitare la capacità di proiezione di forze avversarie.

Da ultimo, è opportuno guardare allo sviluppo della cooperazione economica e energetica, settore in cui la struttura portante della cooperazione russo-cinese si manifesta plasticamente in forma di gasdotti e nuove rotte commerciali. La firma nel 2014 dell’accordo tra Gazprom, il gigante russo dell’energia, e la China National Petroleum Corporation ha aperto la strada alla costruzione di un’immensa rete di infrastrutture, la “Potenza della siberia”, che forte di 3000 km di conduttore sarà in grado di portare 38 miliardi di metri cubi di Gas Naturale Liquefatto dagli impianti siberiani alle regioni più interne della Cina a partire dalla fine del 2019. L’accordo oltre alla valenza economica, circa 400 miliardi in 30 anni, comporta un evidente riorientamento della politica energetica russa verso oriente rispetto alla tradizionale proiezione occidentale imperniata sugli storici gasdotti passanti per i territori dell’ex Unione Sovietica e il Mar Baltico. Con il lancio della Belt and Road Initiative, la Cina ha dimostrato una crescente attenzione per la possibilità di sfruttare l’artico russo come nuova fonte di idrocarburi (si veda la costruzione del Yamal LGN Megaproject) e come rotta settentrionale delle “nuove vie della seta”. Lo scioglimento dei ghiacciai nell’estremo nord ha permesso l’apertura, quasi annuale, del passaggio a nord-est consentendo il transito senza l’ausilio di navi rompighiaccio di un volume sempre crescente di merci rendendo la rotta artica, nelle parole del Governo cinese, “una delle rotte marittime del XXI secolo”.

Oltre la Geopolitica: limiti e contraddizioni dell’asse Mosca-Pechino

Malgrado il quadro finora esposto, molte sono le perplessità che accompagnano il percorso di avvicinamento tra Russia e Cina. L’assenza di strutture di cooperazione istituzionalizzate fa sì che i sospetti reciproci e le incomprensioni, retaggio di un passato segnato da profonde differenze politiche e culturali, continuino a permanere nella forma di un timore russo per una prossima “nuova invasione mongola” e di un sempre presente preconcetto cinese verso il “barbaro” e imperiale vicino. Oltre gli aspetti culturali però, questioni politiche dirimenti segnano tutti i limiti di questa insolita alleanza. Pur guardando a Oriente, la politica estera russa ha sempre visto il proprio baricentro nelle relazioni con l’Occidente e i recenti interventi in Ucraina e Siria dimostrano l’assoluta centralità che Europa e Mediterraneo ricoprono nell’azione diplomatica del Cremlino. Ulteriormente, l’ascesa cinese si scontra con la tradizionale presenza russa in Asia Centrale e gli interessi commerciali nell’Estremo Oriente che vedono Giappone, India e Vietnam essere i principali acquirenti di risorse energetiche e armamenti russi e, allo stesso tempo, alcuni dei principali oppositori alle rivendicazioni cinesi nell’Asia-Pacifico. Contestualmente la Repubblica Popolare Cinese sembra essere il motore trainante della nuova alleanza e, pur riconoscendo a Mosca il grado di grande potenza militare, potrebbe non essere così disposta a dividere i frutti del proprio successo con quello che è, nei fatti, il proprio junior partner. Ulteriormente, la Russia lotta per vedersi riconosciuto il proprio status, la Cina lotta per vedersi riabilitata internazionalmente dopo il “secolo della vergogna”, assumendo quindi una spiccata proiezione globale contrapposta alla volontà russa di riconoscimento della propria sfera di influenza regionale.

L’Heartland euroasiatico è quindi ben lontano dall’essere un blocco compatto, ma, almeno nel breve periodo, le contraddizioni e i limiti di tale insolita alleanza non sembrano minare la stabilità dell’unione tra l’Orso e il Dragone. A spingere i due verso una maggiore cooperazione è inoltre l’atteggiamento perseguito dall’Amministrazione Trump che nella propria National Security Strategy 2017 definisce i due rivali come potenze revisioniste sfidanti l’ordine unipolare americano. In ragione di ciò la pressione costante cui Mosca e, soprattutto, Pechino sono sottoposte potrebbe aumentare gli stimoli alla cooperazione creando così davvero un unico blocco orientato a sfidare la posizione degli Stati Uniti.

Gli Stati Uniti fuori dal trattato INF

L’annuncio del Presidente statunitense Donald Trump circa il possibile ritiro dal Trattato INF e l’ultimatum del Segretario di Stato, Mike Pompeo, con cui si intima alla Federazione Russa la cessazione delle sue (presunte) violazioni al documento, pongono la comunità internazionale dinanzi a incognite che interessano gli equilibri nucleari tra le grandi potenze. Il rischio non è soltanto quello di una nuova “crisi degli Euromissili” ma pure di una sua riproposizione in altre aree del globo in cui gli Stati Uniti appaiono impegnati nel contrastare l’assertività di potenze regionali emergenti. Washington e Mosca devono scegliere se percorrere sino in fondo la via dell’intransigenza oppure optare per una soluzione negoziale

Gli Stati Uniti fuori dal trattato INF - Geopolitica.info Photo credit: U.S. Department of State on Foter.com

 

La scelta di Trump

Lo scorso 20 ottobre, il Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, aveva affermato che la sua Amministrazione è determinata a recedere dal Trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces) siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev per l’eliminazione dei missili balistici e cruise a medio-corto raggio dispiegati in Europa a partire dalla seconda metà degli anni Settanta da Unione Sovietica, da un lato, Stati Uniti e NATO, dall’altro. Quell’accordo mise fine alla cosiddetta crisi “degli Euromissili” la quale, de facto, rappresentò quella che, con un saggio pubblicato nel 2006, Maynard Glitman – all’epoca capo negoziatore per Washington – definì “l’ultima battaglia della Guerra Fredda”. I motivi della decisione statunitense sono da addebitarsi a ripetute violazioni del trattato (che sarebbero) avvenute negli ultimi anni ad opera della Federazione Russa, erede unica dell’URSS. Sebbene già nel gennaio 2014 gli Stati Uniti avessero provveduto ad informare gli alleati NATO di tali violazioni, il contenzioso aperto con Mosca può datarsi ufficialmente al 28 luglio di quell’anno, quando Barack Obama, per mezzo di una lettera [fonte: nytimes.com], notificò al capo del Cremlino, Vladimir Putin, il mancato adempimento degli obblighi derivanti dalle clausole del trattato. Nel corso di quello stesso mese, inoltre, il ‘Bureau of Arms Control Verification and Compliance’ del Dipartimento di Stato rilasciò il documento intitolato Adherence to and Compliance with Arms Control, Nonproliferation, and Disarmament Agreements and Commitments, in cui si affermava che: “the Russian Federation is in violation of its obligations under the INF Treaty not to possess, produce, or flight-test a ground-launched cruise missile (GLCM) with a range capability of 500 km to 5,500 km, or to posses or produce launchers of such missiles”.

Dal Baltico al Pacifico passando per Bruxelles

 Il 30 novembre 2018, il Director of National Intelligence, Daniel Coats, aveva indicato il missile russo 9M729 “Novator” (SSC-8, secondo la classificazione diffusa da Washington) quale principale imputato di tali violazioni. Il 29 novembre, il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, aveva affermato che tale vettore rappresenta una minaccia alla sicurezza europea e al Trattato INF poiché in grado di colpire le capitali europee, abbassando così “the threshold for nuclear conflict” [fonte: nato.int]. Lo scorso 4 dicembre, in occasione del Summit dei ministri degli Esteri dell’Alleanza Atlantica, il Secretary of State, Mike Pompeo, ha infine lanciato un ultimatum alla Russia, dichiarando che gli Stati Uniti – sostenuti in questa decisione dalla NATO – sospenderanno i proprî obblighi verso l’INF entro sessanta giorni se i russi non dovessero ottemperare al rispetto verificabile del trattato. Definendo tutta la vicenda un “misunderstanding”, il presidente della commissione Sicurezza e Difesa del Consiglio della Federazione Russa, Viktor Bondarev, il 5 dicembre ha suggerito un aggiornamento dell’INF, ovvero la sua limitazione allo specifico teatro europeo. Assai più dura, invece, è stata la replica del responsabile del Genshtab (Stato Maggiore russo), Generale Valery Gerasimov, il quale ha avvertito che in caso di uscita di Washington dall’INF e conseguente schieramento di missili a medio-corto raggio in Europa la riposta di Mosca prenderà di mira (“will target”) i Paesi europei che ospiteranno eventuali vettori statunitensi. A queste considerazioni si sono aggiunte quelle dello stesso leader del Cremlino, Vladimir Putin, secondo cui le parole di Pompeo rappresentano null’altro che l’ultimo tassello di una strategia finalizzata a giustificare, ulteriormente, il riarmo statunitense attraverso l’uscita di Washington dall’INF; riarmo a cui la Russia risponderebbe in egual misura [fonte: en.kremlin.ru]. In realtà la Federazione Russa ha già cominciato ad installare sul territorio europeo vettori della versione “Iskander-M 9K720” (nome in codice NATO SS-26 “Stone”), con gittata compresa tra i 400 e i 500 km [fonte: MissileThreat/CSIS], riproponendo con tale iniziativa criticità simili a quelle che furono all’origine della crisi degli Euromissili. Il 5 febbraio 2018, il presidente della Commissione Difesa della Duma di Stato, Vladimir Shamanov, aveva infatti confermato il loro dispiegamento permanente nell’exclave russa di Kaliningrad. I motivi erano stati illustrati dal capo del Cremlino, Dmitry Medvedev, il 5 novembre 2008, durante un discorso all’Assemblea Federale. Secondo Medvedev, il configurarsi di una nuova situazione geopolitica internazionale – conseguenza soprattutto della costruzione ad opera degli Stati Uniti di un sistema globale anti-missile che interessa anche l’Europa – rendeva necessarie adeguate contromisure, tra cui lo schieramento degli “Iskander” con l’obiettivo: “se necessario, di neutralizzare il sistema di difesa missilistico [americano, N.d.A.]” [fonte: en.kremlin.ru]. Questo sebbene sia Washington che l’Ue in passato abbiano affermato che tale iniziativa di difesa non costituisca una minaccia per la Russia, perché unicamente concepita contro possibili attacchi da Nord Corea e Iran. L’INF è stato chiamato in causa anche in rapporto alla regione Asia-Pacifico, dove gli Stati Uniti sono impegnati in un braccio di ferro con Pechino. Ad esempio, il 27 aprile 2017, in una audizione davanti alla Commissione Forze Armate del Senato di Washington, il Comandante dell’USPACOM (U.S. [Indo-]Pacific Command), Ammiraglio Harry Harris Jr., aveva affermato che, a causa dei vincoli dell’INF, gli Stati Uniti non hanno adeguate capacità per fronteggiare, in quella regione, i sistemi missilistici cinesi  che – specificava l’alto ufficiale oggi ambasciatore a Seoul – per il 95% violerebbero l’INF se Pechino fosse anch’essa firmataria del trattato. Una motivazione che – va detto – oltreché lapalissiana, appare debole, se si considera che l’INF proibisce i sistemi a medio-corto raggio dispiegati a terra, ma non quelli imbarcati su unità navali.

L’INF Act 2017 e il ruolo del Congresso

In occasione del 30° anniversario (8 dic. 2017) della firma dell’INF, la portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert, aveva illustrato l’Integrated Strategy dell’Amministrazione Trump in merito alla questione, utilizzando concetti che – in sostanza – ricordano molto da vicino il dual-track adottato da Stati Uniti e NATO negli anni ’80 per rispondere al dispiegamento dei missili sovietici. Secondo le parole della portavoce, Washington si riservava di attuare una “risposta flessibile”, basata su coercizione e dialogo, ovvero sviluppo di nuovi sistemi missilistici a medio-corto raggio a cui gli Stati Uniti sarebbero stati disposti a rinunciare nel caso Mosca avesse accettato una soluzione diplomatica in grado di riportarla nell’alveo dell’INF. Tale strategia si ritrovava, più compiutamente, nella legge fiscale 2018 licenziata dal Congresso il 12 dicembre 2017 come Public Law 115-91, dove nella Sezione 1239A, intitolata Strategy to Counter the Threat of Malign Influence by the Russian Federation, veniva accluso (Subtitle E) l’Intermediate-Range Nuclear Forces (INF) Treaty Preservation Act of 2017. Quest’ultimo ricordava come l’articolo XV (sez. 2) dell’INF preveda che i firmatarî possano recedere dal trattato qualora eventi straordinarî legati alla materia regolata mettano in pericolo i loro supremi interessi. In ragione di ciò, ovvero delle violazioni da essi attribuite alla Russia, gli Stati Uniti si ritenevano (già allora) legalmente autorizzati a sospendere (“to suspend“) i loro obblighi, in parte o in toto, rispetto al trattato. Il testo legislativo del Congresso autorizzava un programma di sviluppo, in fìeri, per un sistema “roadmobile” GLCM con gittata compresa tra i 500 e 5.500 km, vale a dire quella vietata dall’INF. Il documento prevedeva inoltre lo stanziamento (anno fiscale 2018) di 58 mln di $ per ricerca, sviluppo, sperimentazione (“test“) e valutazione di sistemi di difesa capaci di rispondere a missili ground-launched. Tali disposizioni appaiono di poco al di qua della violazione. L’articolo VI dell’INF stabilisce infatti che nessuna parte contraente possa produrre (“produce“) o condurre test di volo (“flight-test“) di alcun tipo di vettori IRM (intermediate-range missile) e SRM (shorter-range missile). L’INF Act del Congresso, utilizzando il termine << test >>, sembrava dunque porre una differenza che, per quanto sottile e cavillosa, era di per sé rilevante, perché lasciava trasparire come Washington manifestasse (in quel frangente) la volontà di ingaggiare Mosca, unicamente, sul terreno del confronto diplomatico. Il ruolo, non secondario, del Congresso è conseguenza pure del fatto che la Costituzione americana (art. II, sez. 2) attribuisce al Presidente la prerogativa di stipulare trattati, subordinando però tale potere al previo parere e consenso (“advice and consent”) del Senato. Il 27 maggio 1988 l’INF, essendo un trattato non un accordo, fu sottoposto a ratifica del Senato che lo approvò a larga maggioranza (93 voti favorevoli), allegando però tre condizioni, due dichiarazioni e tre declarations and understandings. Durante la crisi degli Euromissili, Reagan aveva inoltre coinvolto i senatori nel processo negoziale con l’URSS, suscitando la formazione di un Senate Arms Control Observer Group. Oggi, una decisione motu proprio dell’Amministrazione Trump potrebbe ingenerare anche una controversia costituzionale poiché, sebbene l’articolo XV dell’INF preveda che le parti possano recedere, l’iniziativa presidenziale sarebbe suscettibile di dibattito negli Stati Uniti, forse incontrando ostacoli nel Campidoglio, benché i risultati delle elezioni di mid-term 2018 abbiano assegnato ai Democratici 233 seggi (su 435) alla Camera e solamente 47 (su 100) al Senato. In questo senso, il caso “Goldwater contro Carter” del 1979 – a suo tempo però respinto dalla Corte Suprema – circa il quesito concernente la possibilità che il Presidente degli Stati Uniti possa recedere unilateralmente da un trattato senza consultare il Senato, costituisce un precedente sintomatico, toccando un tema già affrontato ab origine della storia costituzionale statunitense da Alexander Hamilton nel 1788 nello studio intitolato The Treaty Making Power and Executive, oggi incluso nella serie The Federalist Papers n.75.

Scenari negoziali

Sino al proclama di Trump e all’ultimatum di Pompeo, gli Stati Uniti erano ricorsi soprattutto alla dissuasione economica per ricondurre la Russia al rispetto dell’INF. Il 20 dicembre 2017 il Department of Commerce aveva infatti esteso il regime sanzionatorio di cui è destinataria Mosca a due società russe – la Novator e la Titan-Barrikady – ritenute coinvolte nella fornitura di sistemi d’arma che violerebbero i contenuti del trattato. Il National Security Advisor, John Bolton, parlando da Mosca, dove si era recato in visita il 22 e 23 ottobre scorsi incontrando il suo omologo russo Nikolai Patrushev e Lavrov, aveva affermato che il prossimo passo, dopo la dichiarazione di Trump, sarebbe consistito in consultazioni con gli alleati in Europa e in Asia, nonché in intensi negoziati diplomatici con la Russia [fonte: ru.embassy.gov]. Ciò lascia supporre che la partita negoziale non possa dirsi ancora del tutto conclusa, sebbene alcune recenti dichiarazioni provenienti dall’Alleanza Atlantica rischino – se fraintese – di guastare sul nascere ogni possibile dialogo. È il caso, ad esempio, di quanto affermato il 29 novembre da Stoltenberg circa il fatto che “after many years of categorical denials” la Russia abbia infine ammesso l’esistenza del missile SSC-8 accusato di violare l’INF [fonte: nato.int]. Non serve scomodare oltremisura Retorica e Logica per avvertire come il paralogìsmo del Segretario Generale della NATO sembri volere persuadere che Mosca abbia ammesso anche la violazione del trattato. Va da sé infatti che l’ammissione dell’esistenza di un missile non implica parimenti la prova che esso violi ipso facto gli obblighi del Trattato INF.

 

Italia-Russia: neutralità in metri cubi

Pur muovendosi in uno stato di limbo tra l’Europa e Mosca, in virtù dell’attuale difficoltà posta dalle sanzioni europee, a seguito dei fatti ucraini, l’Italia ha sempre mantenuto un approccio dialogante con la Federazione Russia sia sul piano politico-culturale che economico-finanziario. Un abbraccio pragmatico, quanto duraturo, che ha trovato nell’esportazione/importazione del gas naturale uno dei suoi principali collanti.

Italia-Russia: neutralità in metri cubi - Geopolitica.info Il Sole 24 Ore

Italia – Urss 1958/69

Sul finire degli anni ’50, ovvero nel pieno della Guerra Fredda, Italia e Urss hanno costituito una stretta alleanza bilaterale in grado di districarsi all’interno della Cortina di Ferro tra l’Europa Atlantica e l’Europa del Patto di Varsavia. Una relazione economica – energetica che con lo scorrere del tempo, a fronte delle mutazioni politiche nazionali e internazionali, ha visto una sempre più maggiore intesa. La prima occasione di incontro si registra con l’ accordo petrolifero del 4 dicembre 1958: attraverso il metodo del barter trading – ovvero il baratto – il gruppo Eni di Enrico Mattei si impegnava nell’importazione di 800 mila tonnellate di petrolio dall’Urss per un valore di 360 mila dollari; dall’altra parte la merce di scambio è la gomma sintetica prodotta dallo stabilimento Anic (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili) di Ravenna; 5 mila tonnellate di gomma contro 800 mila tonnellate di petrolio. Alla fine di Dicembre dello stesso anno, Mattei incontra a Mosca diverse personalità del governo sovietico per ampliare l’accordo: 10 mila tonnellate di gomma contro un milione di tonnellate di petrolio per l’anno successivo. Non soltanto l’Eni, anche la Fiat è riuscita a entrare all’interno del tessuto economico sovietico. Il 15 agosto 1966, a Torino, il presidente della Fiat, Vittorio Valletta, e il governo sovietico firmarono l’accordo sulla costruzione dello stabilimento automobilistico nella città russa di Togliatti nei pressi del fiume Volga. Il contratto tra la Fiat e il Governo sovietico prevedeva che l’impresa torinese cedesse ai sovietici i progetti e i diritti di proprietà industriale di due modelli di vettura derivati dal tipo Fiat 124, modificati per adattarsi alle particolari condizioni climatiche e stradali dell’URSS. I sovietici avrebbero curato la parte edile e gestito la fornitura di materiale. Nota anche come Togliattigrad, denominata nel ’64 in onore di Palmiro Togliatti, storico segretario del Partito Comunista Italiano,  la città Togliatti si è trasformata in un polo industriale con la costruzione di uno stabilimento per la produzione di duemila automobili al giorno; divenuto poi operativo nel 1970.

Ciò nonostante, il gruppo Eni, soltanto sul finire degli anni ’60, riesce a “sdoganare” l’industria sovietica del gas verso l’Europa Occidentale. Nel 1969, infatti, viene stipulato il primo contratto d’importazione di gas naturale dai giacimenti sovietici tramite gasdotto lungo la frontiera italiana: per un valore di 6 miliardi/anno per la durata di vent’anni. Le operazioni dell’Eni in Russia non sarebbero mai state realizzate senza la mediazione del Pci. Nonostante la reazione di molti paesi occidentali sull’operato dell’Eni, accusato di sottovalutare le conseguenze politiche delle sue scelte, lo stesso governo italiano democristiano ha dimostrato un inequivocabile appoggio alla visione energetica tracciata da Enrico Mattei.

Il decennio 1958-1968 fu il periodo in cui si gettarono le basi delle relazioni italo-sovietiche, durante il quale emersero intuizioni che avrebbero caratterizzato i rapporti bilaterali nei decenni successivi. Da una parte Mosca cercò di sfruttare il desiderio italiano di godere maggiori prestigi sulla scena mondiale; dall’altra parte il governo italiano, attraverso questa strategia economica, riuscì a dimostrare una posizione originale non appiattita acriticamente su quelle degli Stati Uniti, e indirizzate alla ricerca del dialogo. Infatti il governo italiano, a guida Dc di Amintore Fanfani, è riuscito ad avere una propensione al neutralismo nei riguardi dell’Unione Sovietica, quasi da mettere in discussione la collocazione internazionale dell’Italia. Una propensione che non è passata inosservata dalle autorità sovietiche e che ancora oggi emerge su molteplici questioni.

Italia – Federazione Russa, oggi

La Russia, oggi ancora più di allora, è un partner energetico chiave per l’Italia, il quarto fornitore per il petrolio e il primo di gas naturale. Nel 2017 la dipendenza italiana dal gas russo si è attestata attorno al 43% delle forniture totali. Nell’ultimo anno le forniture di gas russo sono aumentate in termini assoluti da 20 a 30 miliardi di metri cubi. La partnership italo-russa si rivela anche come fattore determinante all’interno del dibattito europeo su diverse questioni: ad esempio per la realizzazione del gasdotto Nord Stream2. Infatti il gasdotto che collega la Germania e la Russia, attraverso il Mar Baltico, porterebbe un forte incremento di tutte le importazioni di gas russo dell’Italia.

Secondo recenti dati pubblicati da Gazprom, ripresi dall’agenzia economica Bloomberg, nei primi nove mesi del 2018, l’Italia ha comprato dalla compagnia russa 18,3 miliardi cubi di gas contro i 17,9 della Turchia. L’Italia, superando la Turchia, diventa il secondo mercato per l’export di gas russo; al primo posto la Germania con 42,7 miliardi di cubi acquistati nello stesso periodo.  Allo stato attuale il 40% del fabbisogno nazionale italiano è coperto dalla Russia, l’Algeria il 25%, la Libia il 6%, dal Qatar arriva la stragrande maggioranza del gas naturale liquido. Malgrado l’operato americano per il trasporto del gas liquido via mare sia in constante crescita; i rubinetti di metano russo coprono il 35% del fabbisogno di tutta la Ue; una copertura che raggiunge la soglia del 90% nei paesi dell’ex patto di Varsavia.

Come dimostrano quest’ultimi scenari, sembra che quella forma di neutralismo tra Italia e Russia, sia ancora vigente: se in passato lo scambio energetico è riuscito a sconfinare e a superare i limiti imposti dalla Cortina di Ferro; sul fronte odierno, nonostante le sanzioni dell’Ue alla Russia e il conseguente allontanamento di Mosca dagli affari di Bruxelles, il rapporto Italia-Russia resta ferreo. Tuttavia, quest’ultimo viene anche letto come un eccessiva dipendenza dell’Italia dalle forniture russe e che rischia di scoraggiare la produzione di gas sul territorio nazionale, come denunciato dal direttore delle relazioni internazionali di Eni Lapo Pistelli: benché il territorio italiano presenti diverse potenzialità, la produzione nazionale di gas è ferma soltanto all’8% contro i 92% importati dall’estero.

 

L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti

Sul piano energetico gli Stati Uniti, come evidenziato nella NSS-17, occupano una posizione centrale in quanto consumatori, produttori e innovatori e, grazie all’incremento della produzione nazionale di gas legato alla shale revolution, godono di una nuova indipendenza che li ha svincolati dall’approvvigionamento estero. Dall’altro lato dell’Atlantico, un Europa sempre più dipendente dal gas russo e alla costante ricerca di una diversificazione delle proprie forniture di gas, come dimostrano il progetto del Corridoio Sud del gas e le speranze riposte nelle nuove scoperte nel Mediterraneo orientale. E un importante ruolo nella “sfida” energetica tra Europa e Russia potrebbe essere giocato proprio dal gas naturale liquefatto proveniente dagli Stati Uniti. L’articolo si prefigge l’obiettivo di analizzare i tratti essenziali della politica energetica di Donald Trump nonché i tentativi dell’Europa di affrancarsi dalla dipendenza energetica della Russia, il Paese che più di tutti oggi, insieme alla Cina, costituisce una minaccia al mantenimento dell’ordine internazionale unipolare a guida americana.  -> LEGGI IL PAPER

L’Europa e la leadership energetica degli Stati Uniti - Geopolitica.info Max Phillips/Jeremy Buckingham MLC on climatechangenews
Escalation tra Russia e Ucraina e il pretesto della legge marziale

Ucraina e Russia, e nel mezzo due ferite sempre aperte: la Repubblica Popolare di Doneck e Repubblica Popolare di Lugansk. Era pronosticabile del resto, che prima o poi sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe portato la tensione tra i due stati alle stelle; complici forse i recenti anni di scontri in Siria e l’attenzione mondiale sul Medio Oriente, la diplomazia internazionale sembrava aver  dimenticato cosa stesse accadendo nel Donbass e nelle due repubbliche separatiste filo-russe.

Escalation tra Russia e Ucraina e il pretesto della legge marziale - Geopolitica.info

L’insoluta situazione che si è creata al confine est ucraino, ha fatto sì che in questi quattro anni di scontri, il governo di Kiev pur di piegare i ribelli non si sia preoccupato di coinvolgere nel conflitto anche civili e  obiettivi non militari, pur di far prevalere l’esercito ucraino sui  separatisti. Secondo stime ONU, il presidente della missione Fiona Frazer per il Donbass, ha dichiarato pochi mesi fa che “Durante il periodo di conflitto, dal 14 aprile 2014 al 15 maggio 2018, abbiamo registrato nel Donbass la morte di 3.023 civili, mentre altri 7-9 mila sono rimasti feriti”.

Attualmente come spesso avviene in questi casi, nel gioco delle parti ricostruire la vicenda con esattezza risulta impossibile e ovviamente i governi di Mosca e di Kiev cercando di imputare rispettivamente all’altro le colpe dell’incidente che è avvenuto la notte tra il 25 e il 26 novembre, anche se a prima analisi potrebbe risultare  attendibile la versione dello sconfinamento ucraino.

Infatti, mentre da una parte Kiev ha denunciato che le navi da guerra russe hanno fatto fuoco su due imbarcazioni della propria Marina, al culmine di un escalation che si è consumata intorno allo stretto di Kerch, che divide la penisola contesa dal territorio continentale della Federazione russa, i russi sostengono che le imbarcazioni ucraine abbiano sconfinato sul mar Nero. Ma perché dovrebbero essere stati gli ucraini i possibili provocatori di una simile escalation? Le ragioni potrebbero essere riassunte come di seguito.

Innanzitutto, il mare di Azov, epicentro in cui è avvenuto il fatto, altro non è che una sezione settentrionale del Mar Nero, collegata ad esso solamente attraverso lo Stretto di Kerč. Il mare di Azov quindi risulta essere strategico per la difesa  delle due Repubbliche separatiste di Lugansk e Doneck, in quanto il mare stesso bagna le coste dell’intera sezione orientale dell’Ucraina che reclama l’indipendenza;  inoltre in quella sezione di mare si trova la base militare russa di Sevastopol, che la Marina Militare del Cremlino reputa di fondamentale importanza per coordinare l’intere operazioni sul mediterraneo.

Quindi, anche se lo sconfinamento di per sé è un atto provocatorio che non lascia gravi conseguenze tra due stati, basti pensare ai continui  e (fortunatamente) impuniti sconfinamenti da parte di veicoli militari che si verificano quotidianamente nei cieli di tutti il mondo, in questo caso  lo sconfinamento da parte della Marina ucraina, come detto in precedenza, è avvenuta in una zona di fondamentale importanza per i Russi e il Cremlino con l’arresto dei marinai ed il sequestro delle imbarcazioni ha voluto dare un segnale forte a chiunque pensasse che Mosca voglia desistere sulla questione del Donbass.

Oltre a questo però, la condotta e la linea tenuta dal presidente Poroshenko sembra essere stata fin da subito quella di chi ha visto nell’escalation una propria opportunità politica, difatti non molte ore dopo, il governo ha deliberato di chiedere al Parlamento di dichiarare la legge marziale, come conseguenza dell’incidente sullo stretto di Kerch.

Forse questo avvenimento potrebbe essere decisivo per poter completare il progetto di fare dell’Ucraina uno stato militarizzato a guardia dell’Europa e del Mediterraneo pronto a levarsi contro la Russia.  Ipotizzare che questa mossa da parte del presidente Poroshenko fosse stata premeditata in modo da annullare le prossime elezioni presidenziali, risulta essere un po’ troppo azzardata e fantasiosa, ma che egli  voglia trarre il massimo vantaggio da una situazione di perenne conflitto con la Russia risulta essere un dato di fatto vista la celerità con il quale si è adoperato a dichiarare la legge marziale.

Se bastasse però uno solo di questi avvenimenti per far precipitare le relazioni tra due Stati e voler imporre nel proprio paese il “governo dei militari” cosa avrebbe dovuto fare la Russia quando lo scorso settembre Israele ha abbattuto un aereo russo dentro lo spazio aereo siriano? O nel 2015 quando i militari turchi hanno abbattuto un altro aereo russo che bombardava i terroristi dell’ISIS? O come avrebbe dovuto agire il governo italiano nel caso dei due Marò, che furono reclusi ingiustamente per anni in India? O quando lo scorso 10 ottobre sono stati sequestrati dalle autorità libiche due pescherecci di Mazara del Vallo? O nei casi di sconfinamento da parte delle Gendarmeria Francese nel Nord Italia?

Exploring the Future of Russia’s Economy and Markets

“Exploring the Future of Russia’s Economy and Markets: Towards Sustainable Economic Development” è il titolo dell’ultimo libro di Bruno S. Sergi, pubblicato dalla casa editrice inglese Emerald Publishing il 6 novembre scorso.

Exploring the Future of Russia’s Economy and Markets - Geopolitica.info

In questo testo l’autore, che svolge la sua attività didattica e di ricerca tra gli Stati Uniti d’America, l’Italia e Mosca, e che insegna The Economics of Emerging Markets e the Political Economy of Russia and China alla Harvard University (USA) ed Economia Internazionale all’Università di Messina, ci offre uno spaccato molto interessante ed approfondito di un aspetto poco dibattuto in Italia e cioè l’economia della Russia. Economia russa osservata da un punto di vista scientifico rigoroso e puntuale, attraverso il quale il lettore, sia esso un esperto della materia oppure chi si avvicina per la prima volta a tali tematiche, può immergersi in una lettura che appassiona e coinvolge senza mai stancare. In tale direzione va sottolineato come in ognuno dei suoi 13 capitoli venga affrontato un tema differente dell’economia russa, sempre con la stesso rigore ed accuratezza scientifica, focalizzando l’attenzione di volta in volta sugli aspetti più importanti delle vicende contemporanee dell’economia e della finanza russe, tenendo sempre presente le prospettive di sviluppo, inteso nel senso più ampio del termine, coniugando il tutto con le altalenanti e complesse vicende del contesto economico-finanziario globale. Grande spazio viene offerto a dati molto aggiornati (una novità non trascurabile) ed a fatti spesso poco conosciuti o poco dibattuti dal grande pubblico, il tutto in maniera tale da offrire al lettore un quadro completo delle variabili teoriche e pratiche esaminate nel testo.

Le problematiche affrontate offrono spunti di riflessione importanti, poiché esse stesse sono di fondamentale importanza per comprendere la Russia di oggi ed il suo modo di relazionarsi con il mondo ed in particolare con l’occidente. I temi trattati sono numerosi e vanno dalle sanzioni internazionali contro la Russia, ai periodi di crisi in Russia e la conseguente scarsa appetibilità del paese per gli investitori stranieri, la situazione del sistema bancario russo col “banking sistem” internazionale e l’adeguamento del sistema finanziario russo ai moderni sistemi tecnologici occidentali il quale riflette di fatto il ritardo in ambito di R&S e quindi tecnologico che è sempre stata una costante del paese già ai tempi dell’Unione Sovietica, così come molto interessanti appaiono i temi della green economy e della circular economy, quindi come possiamo notare nel libro, la cui lettura è sempre scorrevole ed interessante, troviamo accanto a grandi temi di finanza globale anche aspetti dell’economia locale e nazionale ma sempre con una chiave di lettura globale.

Le conclusioni che si possono trarre dalla lettura di questo testo sono molteplici, così come sono numerosi i temi trattatati ed analizzati. I nuovi scenari globali in evoluzione e la crescente velocità con cui cambiano le interazioni politiche ed economiche, ha comportato anche la necessità di ampliare i ragionamenti esposti nel testo sotto tanti punti di vista. In fine va evidenziato che le analisi trasversali e sotto più sfaccettature, consentono ai lettori con più esperienza di elaborare un’idea critica sull’argomento trattato, mentre i focus tematici affrontati nei vari capitoli possono essere utili ai diversi soggetti che operano nel mondo delle imprese così come agli studiosi di queste tematiche  per meglio operare nel contesto economico-finanziario attuale, ma anche e forse soprattutto a tutti coloro che per curiosità intendono informarsi su tali questioni, un libro per tutti insomma.

L’evoluzione della politica estera di Putin: uno sguardo su Ucraina, Siria ed Eurasia

Dopo la caduta dell’URSS la comunità internazionale divenne una struttura unipolare, guidata dai soli Stati Uniti. La neonata Federazione Russa ereditò un’economia debole ed una credibilità internazionale ai minimi termini.
La strada verso il ritorno tra i grandi del pianeta passa anche per le posizioni assunte negli eventi che coinvolgono le potenze mondiali. La Russia prova a fare proprio questo, così in Ucraina, come in Siria. Non meno importante è la scelta degli alleati ed il rapporto stretto con loro, proprio come è per la Russia nello spazio euroasiatico.

L’evoluzione della politica estera di Putin: uno sguardo su Ucraina, Siria ed Eurasia - Geopolitica.info

Il caso Ucraina: la Crimea ritorna alla Russia

Quello che chiamiamo caso ucraino, si scatenò con la rivoluzione arancione del 2004 e le seguenti trattative per l’entrata dell’Ucraina nello spazio economico europeo, con il Presidente Juscenko. Non tutti i cittadini ucraini, però, intendevano divenire membri della famiglia europea, soprattutto nell’est e sud Ucraina.

A sconvolgere i piani ed aggravare la tensione furono le decisioni assunte dal nuovo Primo Ministro ucraino Viktor Janukovyč, che doveva condurre il Paese nel mercato europeo, ma che gelò ogni aspettativa occidentale sull’imminente integrazione ucraina nell’alleanza militare della Nato.

La presenza della Russia si fece significativa qualche anno dopo, quando nel 2010 Janukovyč divenne Presidente dell’Ucraina e firmò un accordo che permetteva alla Russia di mantenere la propria flotta nella base di Sebastiopoli, fino al 2042.

Sulla gravità della situazione ucraina si pronunciò lo stesso Parlamento europeo, con la RIS. 2012/2889, esprimendo forte preoccupazione per la diffusione dei sentimenti nazionalistici russi.

L’intervento russo avvenne a seguito della richiesta di aiuto indirizzata a Putin dal governo legittimo di Kiev. Di li a poco, Russia, Usa, Ue e rappresentati di Kiev firmarono l’accordo di Ginevra per l’allentamento della tensione e lo scioglimento dei gruppi illegali armati – che fu però disatteso.

La Crimea tornò alla Russia, conformemente all’Atto Finale di Helsinki (1975) sulla sicurezza e la cooperazione europea, ed al suo principio di autodeterminazione dei popoli. In più occasioni, Mosca ha ribadito l’annessione della Crimea, completata con il rifornimento di gas e la costruzione del ponte russo-crimeano sullo stretto di Kerch.

La Siria: da sempre nella storia della Russia

La Russia di Putin è sensibile alle vicende siriane, in quanto la Siria è uno storico alleato di Mosca ed occupa un’importante posizione strategica nella geopolitica del Medio Oriente.

La relazione politica tra Mosca e Damasco ha infatti radici lontane, in particolare dopo gli Accordi di Camp David (1978), quando la Siria divenne l’unico partner sovietico nel Medio Oriente. Nel 1980, URSS e Siria firmarono un Trattato di Amicizia, atto a difendere militarmente la Siria.
Dopo la fine dell’URSS, i rapporti però si raffreddarono, ed il suo ritorno è inteso ad ostacolare i progetti occidentali: estromettere la Russia dal Medio Oriente attraverso la costruzione di infrastrutture energetiche, passando per i territori non-russi ma vicini ai confini ex-sovietici.

Anche in questo caso, l’arrivo di Vladimir Putin segnò l’inizio di una precisa politica estera. L’allargamento dell’influenza di Mosca e la ripresa di posizioni militari nei territori partner ai suoi confini hanno rimesso la Russia in una posizione anti-egemonica, nella regione e nello scacchiere internazionale.

Quel che ha scatenato il confronto in Siria tra Russia e Usa è il tentativo di un regime change in uno Stato storicamente alleato e alle porte della Russia, per entrambe le superpotenze generali politiche di “Pivot to Asia”. Un tentativo contemporaneo alla crescita dello Stato Islamico, che assieme ai gruppi siriani anti-Assad (finanziati da Usa ed Occidente) hanno messo a serio rischio l’esistenza della Siria e del suo popolo (a maggioranza sunnita e guidato da uno sciita). L’obbiettivo era quello di rovesciare Assad ed influenzare l’area, contro la soluzione politica e l’autodeterminazione del popolo siriano proposte dalla Russia.

La Russia è stata così capace di difendere la Siria tanto dal terrorismo jihadista, tanto dalle potenze occidentali, che volevano disgregarla per farne un avamposto. L’ha difesa con aiuti umanitari, militari e diplomatici, riuscendo a legittimare la sua presenza nella regione, nell’intento di aumentare la propria influenza, a scapito proprio degli Usa.

Lo spazio russo nell’Eurasia

Dopo solo un anno dall’inizio della sua presidenza, Putin mise in campo una nuova politica estera e di vicinato. Infatti, già nel 2001, strinse un importante accordo con i partner asiatici: la SCO – organizzazione per la cooperazione di Shanghai. I membri che sottoscrissero tale documento si impegnavano collettivamente per una maggiore cooperazione in economia e in sicurezza: Russia, Cina, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Tajikistan, Uzbekistan, India e Pakistan. Tre mali furono messi all’indice: terrorismo, separatismo ed estremismo.

L’anno dopo fu la volta del CSTO – Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva. Armenia, Bielorussia, Kazakhstan, Kyrgyzstan, Russia e Tajikistan si coalizzarono per una maggiore solidarietà, scongiurando la minaccia e l’uso della forza nelle future controversie. Gli stessi membri associarono poi le strutture CSTO a quelle dell’SCO nel 2007.

Accanto alle strutture militari, la Russia ha sviluppato, dal 2011 e dal 2014, quelle strettamente economiche, intese come alternative al potere di dollaro ed euro: Russia, Bielorussia e Kazakhstan si unirono nell’Unione Economica Eurasiatica.

Gli sviluppi più importanti sono ovviamente quelli registratisi tra le due maggiori potenze dell’Asia, ovvero Cina e Russia. Assieme guidano la SCO e le strutture economico-militari, grazie ad una sempre maggiore cooperazione in materia di commercio, investimenti tecnologici e diritti umani. “Power of Siberia” è il loro progetto del 2015: un anello di congiunzione tra il territorio russo e quello cinese. La stretta collaborazione si accentua poi nella Banca Asiatica d’Investimento per le infrastrutture, che dal 2014 si presenta come alternativa all’FMI.

Conclusioni

A livello accademico e politico, viene posto l’interrogativo se, con le sue azioni in Ucraina, Siria e le alleanze nell’Eurasia, la Russia stia cercando di ricostituire lo schema visto nella Guerra fredda e della contrapposizione Est – Ovest e tra superpotenze mondiali. Sebbene il Mondo sia cambiato dal secolo scorso, vi è sicuramente il tentativo da parte della Russia di riproporsi come alternativa agli Usa. Un filo rosso collega, in realtà, la Russia zarista, quella sovietica e quella attuale. Un lungo collegamento accomunato da alcuni elementi: una geografia impegnativa (molte frontiere naturali), una economia relativamente debole, un forte sentimento di eccezionalità (come tutte le superpotenze) e la presenza di una personalità forte (in grado di accentrare su di sé la guida di tutta la popolazione). Se da una parte è, quindi, chiaro il tentativo di porsi alla guida dell’Eurasia, dall’altro vi è la volontà di rappresentare, di nuovo, Stati e nazioni che si collocano contro l’influenza statunitense, anche alla conquista dello spazio europeo.