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Libia: passato, presente e (quale) futuro tra gli interessi americani, russi e italiani

Alla fine del 2011, con l’uccisione di Gheddafi e la fine della dittatura in Libia, si pensava che il Paese potesse intraprendere un percorso di democratizzazione, raggiungere un buon grado di stabilità e pacificazione. Da quella data sono ormai trascorsi più di otto anni e appare chiaro che le speranze della Comunità internazionale non si sono realizzate. Al contrario, se durante la dittatura di Muammar Gheddafi la maggior parte degli Stati interessati alla Libia aveva un nemico comune, con la sua caduta si sono manifestati sempre più gli interessi nazionali di singoli Stati, il progressivo disimpegno americano controbilanciato dal maggiore intervento russo. L’Italia prova a svolgere un ruolo.

Libia: passato, presente e (quale) futuro tra gli interessi americani, russi e italiani - Geopolitica.info Da Open "Cosa può succedere in Libia e che ruole potrà giocare l'Italia" di Riccardo Liberatore

Dalla fine della dittatura al periodo dell’instabilità  Alla fine del febbraio 2011, dopo quattro decenni di dittatura, la popolazione della Libia si rivoltò contro Muammar Gheddafi. Gheddafi minacciò come risposta una brutale repressione. Gli alleati della NATO, dopo alcune esitazioni iniziali, hanno attaccato il regime nell’ambito di un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unitela campagna militare aerea ha avuto una durata di circa sette mesi, portando alla fine della dittatura nel mese di ottobre, quando Gheddafi è stato catturato e ucciso dalle forze ribelli. Con la conclusione della guerra, aluni osservatori sostenevano che la Libia avrebbe avuto un percorso verso la stabilizzazione e la democrazia meno traumatico e problematico rispetto ad altri Paesi, anche grazie al fatto che le frange ribelli erano state in parte unificate e gli Stati vicini, in particolare Tunisia ed Egitto, guadavano con favore alla transizione della Libia verso la pace. Inoltre, i danni alle strutture economiche, comprese quelle petrolifere e del gas, erano stati limitati, consentendo un continuum nei rapporti commerciali con l’Occidente. Con la risoluzione 2009 del 16 settembre 2011, il Consiglio di Sicurezza ha dato mandato alla Missione delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), sotto la guida del rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Ian Martin, avente gli obiettivi di assistere e supportare gli sforzi libici per stabilire la sicurezza, intraprendere un dialogo politico, estendere l’autorità dello Stato, promuovere e proteggere i diritti umani, riavviare l’economia e coordinare lo sforzo internazionale. In linea con una politica di guerra finalizzata a fornire supporto solo su quelle aree dove avevano risorse speciali, gli Stati Uniti assunsero un ruolo rilevante solo in alcuni compiti, come ad esempio il monitoraggio e la protezione delle armi di distruzione di massa di Gheddafi o dei sistemi di difesa antiaerea portatili, che si riteneva fossero diverse migliaia. Oltre alle Nazioni Unite, anche l’Unione Europea istituì una missionecome anche singoli Stati (ad esempio Francia, Gran Bretagna, Italia e altri)Ma la situazione nel corso negli anni non è miglioratala comunità internazionale non è stata capace di unirsi in un unico fronte e la Libia è entrata a fare parte del grande gioco per il riassetto delle sfere d’influenza tra Usa, Russia e Francia nel Mediterraneo e in Medio Oriente. 

l disimpegno americano e il maggiore coinvolgimento russo  

Per quanto concerne gli Stati Uniti, in contrasto con l’amministrazione precedente, che era stata in capolinea insieme all’Europa, e soprattutto all’Italia, dell’insediamento a Tripoli di un premier sotto egida ONU, con l’obiettivo di riunificare il Paese, gli Stati Uniti di Trump hanno dimostrato di voler restare al minimo del coinvolgimento (seguendo una strategia geopolitica basata sulla dottrina Cebrowski1.) Il disinteresse americano nei riguardi della Libia è da collegare, tra gli altri, al tema del petrolio, una fonte energetica a cui gli Stati Uniti non attribuiscono più la stessa importanza strategica del passato, in quanto con lo shale gas sono diventati autosufficienti. Per l’attuale amministrazione americana, la Libia è una questione soprattutto di guerra al terrorismo e ciò è emerso anche recentemente, nel momento in cui sono trapelati dettagli di una telefonata intercorsa tra il presidente Donald Trump e il generale Haftar, nella quale il presidente statunitense ha riconosciuto gli sforzi del feldmaresciallo di Bengasi per combattere i terroristi. 

 Al contrario, la Libia interessa alla Russia per diversi motiviin primis occorre menzionare che Mosca ha da sempre necessità di avereavamposti nel Mediterraneo: l’accesso ai mari caldi è fondamentale nella strategia marittima del Cremlino, ma avere alleati nel Mediterraneo non è semplice, anche perché le potenze coinvolte sono molte. Oltre a ciò, tendenzialmente sono tre le direttrici su cui si sviluppa la politica russa in Africa e in Medio Oriente: energia, infrastrutture e armi. A questi interessi, si uniscono rilevanti interessi economici. Non si può non citare il fatto che il ministro Darsi, a Mosca, ha confermato gli accordi con la Russia per lacostruzione dell’alta velocità Bengasi-Sirte, in un’area controllata da Haftar. Un contratto da2 miliardi di dollaricirca, che per i libici significa principalmente sviluppo e collegamento fra le diverse parti del Paese, mentre per la Russia è di primario interesse coinvolgere le sue aziende nellaricostruzione libicaVa comunque sottolineato che il Cremlino, dopo la caduta di Muhammar Gheddafi, si è mosso con prudenza, benché non abbia mai nascosto le simpatie perKhalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Prova ne è anche il viaggio del maresciallo libico a Mosca, dove ha incontrato il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu e pare abbiano discusso le strategie per risolvere la crisi libica e il contrasto al terrorismo. Al contempo la Russia non ha mai negato il riconoscimento del governo di unità nazionale diFayez al Sarraj. E una conferma è arrivata dalviaggio a Moscadel ministro dell’Economia del governo di accordo nazionale,Naser al Darsi, che si è recato nella capitale russa per parlare con i suoi interlocutori del Cremlino, in particolare con il vice ministroMikhail Bogdanov(che ha successivamente preso parte alla conferenza a Palermo in rappresentanza del governo russo). Una scelta bipartisan che ha come scopo ergersi a potenza mediatrice e necessaria per tutti gli schieramenti utili alla strategia russa.  

 Quale ruolo gioca l’Italia? 

L’Italia ha cercato e sta tutt’ora tentando di stabilizzare la situazione in Libia, anche grazie alla presenza di personale diplomatico presente a Tripoli e a contatti con le maggiori potenze mondiali. L’ex ministro dell’interno Minniti ha effettuato un viaggio in USA per illustrare a Washington la strategia italiana per quel che riguardava il controllo dell’immigrazione mediterranea, ed è poi emerso come gli Stati Uniti considerassero (e forse considerino ancora) di grande importanza le azioni politiche intraprese fino dall’Italia per stabilizzare il territorio e la conseguente volontà americana di fare affidamento sull’Italia come paese “imprescindibile per la sfida strategica del Mediterraneo” anche nella lotta contro il terrorismo, evitando così che la Libia diventi la nuova base dell’ISIS sfruttando i flussi migratori per colpire l’Europa. La sfida cruciale del Pentagono è quella di evitare che tra i migranti possano nascondersi pericolosi terroristi in fuga dalle zone di guerra dopo il crollo del sedicente Stato islamico.  L’impegno italiano si nota anche in seguito all’organizzazione di una conferenza internazionale sulla Libia a Palermo nel Novembre 2018, idea nata in occasione della visita del premier Giuseppe Conte a Washington e che, nell’immediato, ha trovato l’appoggio del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, favorevole a un rinnovato impegno del nostro Paese nel teatro di crisi del paese nordafricano. Al summit tenutosi a Palermo il 12 e 13 novembre, tuttavia Trump non ha preso parte, così come diversi dei capi di stato – Putin, Macron e Merkel – ai quali inizialmente si era pensato. Sul piano libico alcuni dei leader più influenti, tra questi il presidente del Governo di Accordo Nazionale (GNA) riconosciuto dall’ONU Fayez al-Serraj, il presidente del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh Issa, il presidente dell’Alto consiglio di Stato libico Khaled al-Mishri, hanno subito aderito. La mancata certezza della presenza e della partecipazione al summit di Roma di Khalifa Haftar, il potente generale appoggiato da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia e Russia che controlla la Cirenaica e l’Esercito nazionale libico, si è risolto alla fine con una formula piuttosto ambigua nella quale il generale ha potuto sostanzialmente scegliere chi vedere bilateralmente, evitando invece di prendere parte a sedute plenarie. L’Italia ha lavorato alla creazione di un consenso attorno a un nuovo percorso condiviso con le Nazioni Unite e non ha imposto una linea o nuove scadenze. Innescatosi il meccanismo di preparazione della conferenza, è stata in grado di trasformarla in qualcosa di diverso: non più un punto di svolta della crisi libica, come forse inizialmente un po’ in maniera velleitaria ci si attendeva, ma una conferenza di servizio, che ha rappresentato il rilancio della nuova road map delle Nazioni Unite. Il nuovo piano per la Libia sembrava dovere molto al contributo di idee e indirizzo dell’Italia, a cominciare dall’insistenza sulla ricomposizione del quadro delle istituzioni economico-finanziarie libiche, al maggior coinvolgimento degli attori militari che hanno il controllo reale del terreno e di tutte quelle parti di paese che erano rimaste escluse precedentemente, ma nonostante alcuni tentativi di pacificazione e dialogo, nel corso degli ultimi mesi la situazione in Libia si è ulteriormente aggravata. Le milizie che sostengono Al Sarraj e quelle del governo cirenaico di Tobruk si stanno affrontando ormai dagli inizi di aprile e l’escalation è iniziata a 10 giorni dalla “Conferenza nazionale”, l’incontro sotto l’egida dell’ONU che avrebbe dovuto portare a un accordo per arrivare a elezioni. Il primo ministro al-Serraj, all’inizio di maggio, ha intrapreso un viaggio in Europa per sollecitare il sostegno verso Tripoli, ha bisogno di aiuto per contrastare l’offensiva militare dell’Esercito nazionale libico lanciata dalla Cirenaica, ormai da quasi due mesi, dal generale Khalifa Haftar. Ma ancora una volta la comunità internazionale è divisa: la Russia si è opposta ad una presa di posizione contro l’avanzata del generale cirenaico Kalifa Belqasim Haftar, motivata a fini di «anti-terrorismo», gli USA hanno chiesto tempo per valutare meglio le prospettive in campo, a Roma il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha ricevuto la visita dell’omologo francese Jean-Ives Le Drian e i due hanno chiesto un cessate il fuoco immediato, a cui devono seguire una tregua umanitaria per prestare assistenza alle persone colpite e la ripresa del processo politico, unica possibile soluzione alla crisi libica. Occorre anche menzionare l’intervento, in videoconferenza da Tripoli, dell’inviato speciale Ghassam Salamè, il quale ha evidenziato i pericoli che potenze estere si intromettano in Libia inviando uomini e armi, ha chiesto di rafforzare l’embargo sugli armamenti già operante dal 2011. 

Una difficile soluzione 

In conclusione, se per anni gli Stati Uniti hanno fornito sostegno militare e di intelligence per la sicurezza della regione, nell’ultimo periodo hanno mostrato disinteresse verso il Paese e questo vuoto sta tentando di riempirlo la Russia di Putin. Per quanto concerne l’Italia, uno dei principali alleati di al-Sarraj, nei giorni scorsi ha ospitato a Roma il generale Haftar. L’uomo forte della Cirenaica ha avuto circa due ore di colloqui riservati col premier Giuseppe Conte, alla fine dell’incontro Conte avrebbe ribadito la posizione italiana legata alla road map stabilita dall’ONU che, per essere attuataha necessariamente bisogno che cessino le ostilità, anche per evitare il rischio di una crisi umanitaria nell’area di Tripoli. Inoltre, lo stesso giorno in cui Conte ha ricevuto Haftar l’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Buccino ha incontrato a Tripoli il ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashaga, al quale ha espresso l’appoggio dell’Italia al governo di Accordo nazionale. La posizione dell’Italia sembra dunque rimanere costante, uno dei principali obiettivi è di promuovere il dialogo, ma la situazione in Libia non sembra facilmente risolvibile nell’immediato. 

 

 

 

 

 

La svolta asiatica della Russia: limiti e prospettive

All’indomani del crollo dell’Unione Sovietica la neonata Federazione Russa orientò la propria politica estera con il proposito di inserirsi nell’ambito dei grandi forum e istituzioni internazionali occidentali. In questo modo, Mosca tralasciò la “dimensione asiatica” della propria politica estera e la relegò ad un ruolo di complementarietà rispetto alle più importanti dinamiche che definivano il complesso rapporto con l’Occidente tanto negli anni Novanta quanto nei primi anni Duemila.

La svolta asiatica della Russia: limiti e prospettive - Geopolitica.info Fonte: TPI News

Una prima inversione di questa tendenza vi fu con la pubblicazione del “Concetto di politica estera”, documento d’indirizzo del Ministero degli Esteri russo che definisce le linee guida della politica estera della Federazione, del 2008 nel quale si riconosceva la rilevanza della regione Asia-Pacifico nei futuri sviluppi mondiali. Ciò nonostante, la cooperazione con l’Oriente rimase limitata al settore della sicurezza e dell’energia, al fine di garantire la stabilità degli approvvigionamenti energetici e l’intangibilità dell’Asia Centrale al terrorismo e agli influssi occidentali.

Con il peggioramento delle relazioni con Washington e Bruxelles, a seguito delle Primavere Arabe, dell’invasione russa della Crimea e del supporto russo al regime di Bashar al Assad in Siria, Mosca è tornata a volgere la propria attenzione ad Oriente, cercando di reinventare la propria vocazione asiatica e provando ad uscire dall’angolo diplomatico in cui si trovava. La scelta di riaffermare un proprio ruolo come potenza asiatica, porta con sé un percorso di ridefinizione della propria identità che dopo il collasso del comunismo, la crisi del modello liberale negli anni Novanta e i limiti del pragmatismo conservatore di Vladimir Putin nei primi anni Duemila, guarda alla “Grande Eurasia” come vera essenza della Russia post sovietica.

A partire quindi dal 2010 la “povorot na Vostok” (la svolta verso l’Asia), divenne uno degli elementi cardine del discorso pubblico russo aprendo così un’importante fase del dibattito politico e accademico sul modo in cui approcciare all’Estremo Oriente. La questione fondamentale divenne quindi la definizione della Grande Eurasia come area di azione della politica estera russa, estesa dal Caucaso all’Himalaya, proseguendo oltre fino ad inglobare gli Stati del Sud-Est Asiatico.

Data la vastità della prospettiva con cui la Russia tornava a guardare all’Asia si rese necessario agire seguendo tre vettori fondamentali: le risorse energetiche dell’Estremo Oriente Russo, la partecipazione alle organizzazioni regionali e, ovviamente, la cooperazione con la Repubblica Popolare Cinese e l’enorme progetto infrastrutturale che è la “Belt and Road Initiative” (BRI).

Relativamente al primo punto, l’Estremo Oriente Russo è tra le regioni più povere e meno densamente popolate della Federazione Russa: estremamente ricco di risorse minerarie ed estrattive, è stato a lungo trascurato dalla politica economica e industriale del Cremlino che, tanto in epoca sovietica quanto all’indomani del crollo del comunismo, ha guardato ai remoti territori della Siberia Orientale solo in virtù dei giacimenti presenti. Muovendo dalla necessità interna di garantire lo sviluppo della regione e frenare i timori di una progressiva erosione della presenza russa nelle regioni orientali legata al crollo demografico del paese, Mosca si è impegnata a fare dell’Estremo Oriente Russo uno strumento di politica estera sfruttando le enormi risorse disponibili.

Al fine di proporsi come un partner affidabile, è stato istituito nel 2012 un apposito Ministero per l’Estremo Oriente con il compito di definire le iniziative di cooperazione regionale, rilanciare lo sviluppo interno e strutturare nuove relazioni energetiche. La valorizzazione dei giacimenti di gas naturale e petrolio dell’Estremo Oriente è un elemento fondamentale per Mosca al fine di uscire dalla dipendenza dai gasdotti occidentali orientati all’Europa e sfruttare l’enorme richiesta di energia da parte delle economie asiatiche che necessitano di costanti e sicuri approvvigionamenti al fine di mantenere positivi i propri tassi di crescita.

Contestualmente, la Russia ha provato ad avviare una fase di sviluppo e integrazione con i principali organismi regionali. Già presente nell’ambito della Comunità degli Stati Indipendenti, della Shangai Cooperation Organization (SCO) nonché nell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), l’azione sostenuta da Mosca in questa direzione è stata quella di procedere verso avvicinamento graduale tra l’Associazione delle Nazioni dell’Asia del Sud-Est (ASEAN), l’Unione Economica Euroasiatica (EaEU), la SCO nonché l’Asia Pacific Economic Cooperation (APEC), al centro del quale la Russia avrebbe giocato un ruolo di primo piano favorendo la creazione di un unico spazio economico.

Nella definizione della Grande Eurasia come macro-blocco regionale che possa aspirare ad un ruolo globale, l’integrazione di Mosca nelle organizzazioni regionali già esistenti è un passaggio obbligato senza il quale non può esservi coordinamento tra i diversi blocchi subregionali che già soffrono di una scarsa coesione interna e di dispute irrisolte. Il desiderio di creare questo grande spazio economico euroasiatico non ha però trovato il supporto dei partner nella regione, soprattutto nel momento in cui questi non hanno riconosciuto un ruolo preminente della Russia all’interno di tale costruzione. Questo riconoscimento è da considerare un elemento fondamentale per una Russia che rivendica il proprio status di Grande Potenza a livello non solo regionale ma anche, e soprattutto, globale.

L’altra direttrice della politica russa verso oriente è stato l’intensificarsi della cooperazione con la Cina e l’ingresso della Russia nella “Belt and Road Initiative”. La Russia, in concomitanza con l’acuirsi della crisi in Ucraina e il lancio del progetto delle Nuove Vie della Seta, si è progressivamente avvicinata a Pechino firmando nel 2014 un accordo per la costruzione del nuovo gasdotto Yamal LNG (Potenza della Siberia). La costruzione dell’opera, dal valore potenziale di 400 miliardi, è stata accompagnata da una nuova fase della cooperazione nel settore militare con l’avvio di esercitazioni militari congiunte e di progetti di ricerca integrati al fine di integrare la superiore esperienza tecnica e bellica russa con l’enorme capacità di finanziamento cinesi.

Il lancio della BRI fu inizialmente accolto con cautela dall’élite russa, per quanto le grandi opere infrastrutturali fossero uno dei punti fondamentali per la creazione della Grande Eurasia, un progetto che vedeva al proprio centro la Cina e che, potenzialmente, avrebbe potuto bypassare il suolo russo o renderlo un mero snodo commerciale, avrebbe limitato la capacità di Mosca di influenzare gli sviluppi regionali. Il repentino peggioramento delle relazioni con l’Occidente ha però obbligato la Federazione a guardare alla Cina, inserendosi nei progetti infrastrutturali di Pechino. Per la Russia è divenuto fondamentale attrarre investimenti cinesi per favorire il proprio sviluppo interno, ad esempio il gasdotto Yamal LNG è stato ampiamente finanziato dalla China Export-Import Bank e dalla China Development Bank, senza però divenire dipendente da questi e compromettere il proprio ruolo in Asia Centrale.

È quindi fondamentale per Mosca garantire l’integrazione, che per ora stenta a consolidarsi, dell’EaEU e della BRI poiché integrando le due iniziative, l’una a guida russa, l’altra a guida cinese, la Russia potrebbe far valere il proprio peso politico nelle relazioni economiche senza compromettere la stabilità dei propri interessi in Asia Centrale. Attualmente l’iniziativa gode di un ampio sostegno, ma ciò avviene nella misura in cui è funzionale a garantire lo sviluppo russo senza danneggiare gli interessi nel “vicinato prossimo”, ovvero quell’area, ampiamente toccata dalle Nuove Vie nella Seta, che Mosca rivendica essere di proprio interesse privilegiato.

In conclusione, la visione della Grande Eurasia come polo anti-egemonico guidato da Russia e Cina sembra essere ancora lontano dal concretizzarsi. Il riorientamento ad est  della Russia è avvenuto in un contesto di necessità e assenza di alternative, senza però avere adeguate risorse interne atte a sostenere tale sforzo. Quella con la Cina ed altre potenze asiatiche si configura come un avvicinamento sulla base di una comune resistenza ad alcuni principi del sistema internazionale a guida occidentale del tutto insufficiente a definire, però, un’alleanza di lungo periodo o una partnership strutturata e sostenibile, soprattutto in un contesto in cui l’affermazione della Russia come potenza euroasiatica poggia ancora su basi incerte.

 

“Sovranità è democrazia? Oggi sì” – Intervista al prof. Carlo Galli

In occasione della pubblicazione del suo ultimo libro, intitolato “Sovranità”, abbiamo intervistato il prof. Carlo Galli, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università di Bologna. Il suo punto di vista su un concetto oggi molto dibattuto.

“Sovranità è democrazia? Oggi sì” – Intervista al prof. Carlo Galli - Geopolitica.info

 

Sulla quarta di copertina del libro appare questa frase: “Sovranità è democrazia? Oggi sì”. Oggi sì, perché viviamo in un perenne “stato di eccezione” oppure perché l’art. 3, principio fondamentale della nostra Costituzione, che attribuisce al popolo la sovranità, è venuto meno o, nella peggiore delle ipotesi, è stato tradito?

Oggi sì, perché il superamento della sovranità sta avvenendo attraverso l’imposizione dall’esterno di un paradigma politico-economico-sociale anti-popolare, deflattivo, tecnocratico. Perché l’esercizio democratico della sovranità è l’unico modo per riportare queste dinamiche sotto il controllo dei cittadini (attraverso la mediazione dei partiti)

Qual è oggi, secondo lei, il modello di sovranità al quale ci si può ispirare: Bodin, Hobbes, Sieyes? Oppure, potrebbe essere utile ripensare il concetto spinoziano di imperium, un concetto che ricorda la proposta del giurista socialdemocratico Heller?

La sovranità democratica è rappresentativa nel caso normale (e dunque deriva dal modello hobbesiano); ma per essere instaurata o restaurata esige un surplus d’energia politica partecipativo-rivoluzionaria (in linea con quanto espresso da Sieyes nel suo libello del 1789). Heller più che spinoziano era debitore a Hegel di un’idea di sovranità come mediazione non solo giuridica ma anche sociale

Più volte nel libro la cifra più radicale della sovranità viene descritta come “un nomos che contiene una possibilità di anomia”, ciò che ricorda il concetto paolino di katéchon. Il potere contenente, la sovranità catecontica, può essere travolto dal contenuto, il nomos dall’anomia? Cosa significa questo esattamente, nei fatti come si manifesta e a quali sviluppi può condurre?

La sovranità è il modo con cui un gruppo esiste politicamente nel mondo, dandosi un ordine giuridico ed esponendosi al contempo all’intrinseca rischiosità della storia, che esige decisioni. É, quindi, uno sforzo di stabilizzazione, un katechon, che però partecipa inevitabilmente dell’anomia che vuole frenare, che è la nostra condizione esistenziale. Questa duplicità della sovranità è visibile nell’autonomia del politico rispetto al giuridico – un’autonomia che permane anche se la democrazia costituzionale la limita e la riduce

Per Foucault il ruolo dell’istituzione non è affatto quello di produrre potere, ma dare al potere il mezzo per riprodursi: ciò che il filosofo francese indicherà con l’espressione “situazione strategica complessa”. In che termini è possibile identificare oggi la sovranità con il concetto di potere (e di forza) inteso nell’accezione foucaultiana? 

Sovranità non è semplicemente potere: implica la centralità dell’istituzione, benché non si   limiti alla sola istituzione ma esiga anche il coinvolgimento dell’intero corpo sociale. La posizione di Foucault è diversa da questa, perché è interessata a una descrizione tutta immanente, e priva di presupposti, delle forme di circolazione del potere nelle società moderne; dal suo punto di vista la sovranità è un concetto troppo pregiudicato, non sufficientemente disincantato.

Il tema della sovranità ha avuto molta importanza durante gli anni della perestroika di Gorbaciov tanto che il 12 giugno 1990 il Soviet Supremo adottò la “Dichiarazione di Sovranità Statale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica di Russia”. Come potrebbe declinarsi oggi la sovranità in Europa, quell’Europa che Stroilov e Bukovskij non hanno esitato a definire EURSS (Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche)?

Al di là del riferimento alla situazione russa, è chiaro che oggi la Ue non è un’unione sovrana; la sovranità appartiene ai singoli Stati, che hanno rinunciato solo alla sovranità monetaria (non a quella di bilancio). L’opposto di quanto avviene negli Usa, quindi, che sono un’unione sovrana (anche se federale) di Stati non sovrani. Ed è anche chiaro che se la Ue fosse sovrana (con un’unica proiezione di potenza, un’unica politica estera, ecc.) la Russia (che ovviamente è sovrana, e vuole esserlo) si troverebbe ad avere al proprio fianco un pericoloso concorrente (e nemmeno gli Usa, al di là dell’Atlantico, ne sarebbero lieti).

Come è nato in Occidente il fenomeno del “populismo”? Esiste un nesso ontico tra i movimenti “sovranisti” e il populismo? Entrambi hanno origine dal “tradimento dei chierici” (Benda) oppure si tratta soltanto di reazioni, seppur scomposte, alle logiche dell’utile ovvero al pensiero e alla pratica dell’economia capitalistica globalizzata?

 Il “tradimento dei chierici” era quello che noi chiamammo “impegno” degli intellettuali; e il populismo si sviluppa invece del tutto all’esterno del mondo intellettuale, come reazione a dinamiche politiche ed economiche (la globalizzazione neoliberista, e in Europa l’euro ordoliberista) che hanno colpito le società occidentali, creando disuguaglianze e frustrazioni che i ceti politici non hanno saputo vedere né alleviare, e che in alcuni casi hanno anzi esaltato. Ovviamente il populismo è sovranista: il popolo fa appello all’unica istanza che conosce, lo Stato, da cui esige un agire sovrano, cioè energico, attivo, in grado di difendere i cittadini dai poteri e dalle dinamiche sovrastatuali.

Lo studio The Crisis of Democracy: Report On the Governability of Democracies, elaborato nel 1975 per la Commissione Trilaterale, può essere considerato il Manifesto del neoliberismo globalizzato: la lettera di Trichet-Draghi all’Italia (5 agosto 2011) e la Nota della Jp Morgan sulle costituzioni antifasciste (maggio 2013) ne hanno rappresentato le conseguenze. Ripensare e recuperare il concetto di sovranità significa edulcorare, o financo neutralizzare, le posizioni neoliberiste? Oppure ciò comporta l’assunzione di una via autarchica alla sovranità, “costituzionalizzata”, autonoma dalla volontà di potenza dei mercati?

Il concetto di sovranità è utilizzato dai populisti in senso anti-establishment, per promettere ai ceti sociali più deboli una protezione contro le dinamiche più rovinose del neoliberismo.  In realtà, però, la sovranità populista, così come è gestita oggi prevalentemente da destra, non attacca il paradigma economico vigente; si limita a concedere ai cittadini compensazioni e risarcimenti sul piano simbolico e ideologico. Non c’è quindi maggior difesa contro la potenza del capitale, ma c’è maggiore propensione a individuare capri espiatori verso i quali far convergere le paure dei cittadini. Ma la sovranità potrebbe anche essere interpretata da sinistra, benché oggi non si vedano tracce di questa possibile opzione.

La ri-costruzione di un’Europa politica in senso federale (Spinelli, Kalergi, de Rougemont) è compatibile con l’emergere di nuove soggettività che si vogliono “sovrane”?

Le nuove soggettività sovrane sarebbero in ultima analisi i vecchi Stati europei. In linea di principio, quindi, la sovranità europea in senso spinelliano e la sovranità dei vecchi Stati si escludono a vicenda. Ma si deve notare che la sovranità europea “spinelliana” non è veramente all’ordine del giorno di nessuna forza politica al potere (la Ue, come si è detto, da parte sua non è oggi per nulla sovrana); e d’altra parte non è pensabile che si formi un processo costituente europeo a partire da Stati deboli o vacillanti. E quindi il rafforzamento degli Stati è indispensabile, nel medio periodo, sia che si vada verso una prospettiva di sovranità plurali sia che si punti alla costruzione di una sovranità federale europea.

Spengler, un secolo fa, ne Il tramonto dell’Occidente, ebbe a scrivere: “La Sinistra fa sempre il gioco del grande capitale, a volte perfino senza saperlo”. Quanto c’è, ancora oggi, di vero in questa affermazione?

Temo che ci sia molto di vero, come si è dimostrato nei decenni di egemonia del neoliberismo, durante i quali la sinistra  “di governo” è stata succube e non certo critica del modello economico capitalistico. La competizione si è rovesciata in assecondamento; la fascinazione della potenza capitalistica ha prevalso sulla consapevolezza dei suoi limiti.

Nel 1971 Nixon decise di porre fine agli Accordi di Bretton Woods, nel 1981 si verifica il “divorzio” tra Tesoro e Banca d’Italia. Bisogno di sovranità, oggi, significa (anche) necessità di ritrovare la perduta “sovranità monetaria”?

Nel 1971 si pose fine alla convertibilità del dollaro in oro: che era il fondamento degli accordi di Bretton Woods. Il “divorzio” consensuale fra Tesoro e Banca d’Italia risponde all’esigenza di bloccare l’inflazione che era salita al 20% negli ultimi anni Settanta, non solo per la libertà dei cambi ma anche per l’inflazione mondiale generata dalla guerra in Vietnam e dalla guerra del Kippur. Di fatti il divorzio è il primo tassello di una serie di provvedimenti ordoliberisti e neoliberisti (fra cui la riforma della scala mobile) volti a trasformare l’inflazione in debito pubblico e i salari in credito privato al consumo: cioè a preparare la società alle conseguenze dell’adesione dell’Italia allo Sme (anticamera dell’euro), sul finire degli anni Settanta.

 

La Russia e l’Artico (o forse tra breve il Mar Glaciale Russo)

Nell’Artico, dove già nel periodo sovietico era massiccia, negli ultimi anni, a seguito dell’effetto serra e del surriscaldamento del pianeta (il pack si è ridotto dagli oltre 8 milioni di km quadrati del 1970 agli appena 3,4 milioni del 2012 e si prevede che tra non molto tempo il mare sarà completamente sgombro dai ghiacci), Putin sta rafforzando la presenza russa.

La Russia e l’Artico (o forse tra breve il Mar Glaciale Russo) - Geopolitica.info

 

Forte di 6000 km di coste nel Mar Glaciale Artico, e dalla mancanza di ghiacci degli ultimi anni, la Russia vuole farne un Mare Nostrum del Nord. Si stima che vi sia il 40% delle riserve combustibili fossili del mondo nell’area dell’Artico; inoltre, dato da non sottovalutare, vi è un enorme deposito di proteine, sotto forma di banchi di pesce, ancora da sfruttare.

Le intenzioni russe sull’Artico si sono viste platealmente nel 2007 con l’installazione, tramite un sommergibile telecomandato, di una bandiera di titanio sul fondo del mare nel punto esatto in cui converge il Polo Nord. La Russia intende inoltre rivendicare la continuità della piattaforma continentale russa fino al Polo Nord, in cui sembra che vi sia il più grande giacimento di petrolio dell’Artico.

Se questo principio fosse confermato, la Russia non si limiterebbe allo sfruttamento economico esclusivo entro le proprie 200 miglia nautiche, come prevede il diritto del mare, ma si assicurerebbe dal punto di vista geopolitico l’80% delle riserve fossili artiche, inglobando un’area di 1,2 milioni di km quadrati in più. Si aspetta, su tutta la questione Polo Nord, il pronunciamento dell’Onu che dovrebbe avvenire tra il 2023 e il 2025.

Gli Stati Uniti sembrano essere molto in ritardo rispetto alla questione Artico e alla spartizione delle sue risorse. Difatti posseggono solo tre (di cui due fuori uso) rompighiaccio nucleari, contro i quaranta russi, di cui dieci a propulsione nucleare, i sette della Finlandia e della Svezia ciascuno, i sei del Canada, i quattro della Danimarca e i tre della Cina (con quattro in costruzione). L’ammiraglio Paul Zukunft, a capo della Guardia costiera della Marina militare americana, ha esposto a chiare lettere al presidente Trump che gli Stati Uniti hanno la necessità assoluta di costruire in breve tempo almeno quattro rompighiaccio nucleari in grado di combattere. Nel frattempo, nonostante questo ritardo, gli Usa hanno dislocato 330 marines in Norvegia, 1200 in Polonia e altri 1200 nei Paesi Baltici. Anche la Germania è presente in Lituania con 500 soldati e 30 tanks.

Insomma, non solo l’effetto serra sta surriscaldando l’aria e i mari dell’Artico, ma anche la situazione politica ed economica, dove gli Stati si scontrano per spartirsi le risorse petrolifere e ittiche, comincia ogni giorno di più a farsi incandescente e pericolosa. Tutti i Paesi in campo si armano e si spiano a vicenda in ogni modo possibile. Per la Russia l’Artico rappresenta il presente e potrebbe rappresentare in futuro una rinascita spirituale e geopolitica, per riprendere il pensiero di Alexander Dugin. Forse in un futuro non troppo lontano, come prospettato da alcuni accademici russi, il Mar Glaciale Artico si chiamerà Mar Glaciale Russo.

 

 

Diplomazia del gas e rotte strategiche: le relazioni di Mosca con il Caucaso “rinnovato”

Nell’ultimo mese del 2018, le tornate elettorali in Georgia e Armenia hanno cambiato i volti delle rispettive guide politiche. Leadership che, invece, resta immutata e stabile in Azerbaijan, Paese sempre più strategico per il mercato energetico regionale. Il 2019 del Cremlino si apre, quindi, alla ricerca di conferme e risposte alle novità nel Caucaso.

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GeorgiaSalome Zurabishvili, sostenuta dal partito di governo Sogno Georgiano, ha battuto al ballottaggio lo sfidante Grigol Vashadze, supportato dall’ex-presidente Saakashvili. La vittoria della Zurabishvili sembra garantire una posizione meno partigiana nel dialogo, seppur difficile, con la Russia. Tuttavia, La neoeletta Presidente non ritiene ancora maturi i tempi per ricostruire una relazione diplomatica seria ed efficace (Agenda.ge 2019), soprattutto senza la consulenza degli alleati esterni di Tbilisi (Ue e Nato in primis). Molto pacati anche gli auspici post-voto del Cremlino, che tramite il viceministro degli Esteri Karasin e il portavoce Peškov ha riconosciuto la vicinanza tra i due popoli, ma anche la grande distanza tra i rispettivi governi (InterpressNews 2018). A complicare il percorso di distensione tra i due Stati si inseriscono le ferme opposizioni dei leader di Abcasia e Ossezia del Sud, le cui dichiarazioni si rivolgono unicamente alla protezione di Mosca e al disconoscimento di qualsiasi legame con il passato georgiano. In queste settimane, inoltre, le frontiere tra gli Stati de facto e Tbilisi sono state chiuse, ufficialmente per prevenire la diffusione dell’influenza suina che sta colpendo la Georgia. È chiaro a tutti gli attori in campo come la normalizzazione dei rapporti sia il presupposto per qualsiasi progetto riguardante il futuro della Georgia, Paese segnato dalla forte tensione tra aspirazioni europeiste-atlantiste ed eredità storiche da risolvere. Tra i segnali positivi colti da Mosca figura la continuità dei rapporti equilibrati e pragmatici tra Teheran e Tbilisi che, pur confermando la stretta vicinanza agli USA, non ha sposato la linea dura di Washington contro la Repubblica Islamica (Kucera 2018). Un altro segnale proviene dal Primo ministro georgiano Mamuka Bachtadze, che conferma il ruolo della Georgia come Paese di transito del gas russo verso l’Armenia (RIA Novosti 2019). Pur rifornendosi essenzialmente dal vicino Azerbaijan, Tbilisi non vuole abdicare al suo ruolo di crocevia energetico per la regione, continuando a beneficiare del contratto con Gazprom per il passaggio della materia prima verso Erevan.

Armenia – Nelle elezioni del 9 dicembre 2018, Nikol Pashinyan è stato confermato Primo Ministro dell’Armenia col 70% dei voti. Il leader della Rivoluzione di velluto, che nello scorso maggio portò alle dimissioni del predecessore Serz Sargsyan, ha capitalizzato i consensi del suo movimento riformista. La precedente classe dirigente, tacciata di immobilismo e corruzione, è stata spazzata via con il collasso elettorale del Partito Repubblicano. Finora, i governi di Erevan sono sempre stati alleati sicuri e fedeli per Mosca, che ha puntato sulle debolezze e sui limiti della piccola Repubblica caucasica. Innanzitutto, l’Armenia non ha confini diretti con la Federazione Russa, per cui Erevan non ha dispute territoriali in corso con Mosca (al contrario della Georgia). È fortemente ostile alla Turchia (partner talvolta imprevedibile per Mosca) e all’Azerbaijan (ideale per tenere indirettamente sotto pressione il traffico energetico dal Mar Caspio, nonostante l’Oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan escluda totalmente il territorio armeno). Inoltre, la sua popolazione è a maggioranza cristiano-ortodossa; non risulta quindi essere un potenziale focolaio di attività terroristiche (a differenza dell’Azerbaijan, a maggioranza musulmana sciita, confinante con l’instabile Dagestan e patria del temuto gruppo Azerbaijani Jamaat, vicino all’Emirato del Caucaso ceceno). Tre pregi strategici, se guardiamo la politica estera del Cremlino dell’ultimo ventennio (Baldoni 2018). La trasformazione politica armena, così come tutte le rivoluzioni colorate, ha decisamente aumentato il livello di guardia di Mosca, che ha perso la sua classe dirigente di riferimento. Nikol Pashinyan ha rassicurato la solidità delle relazioni russo-armene, sottolineando subito la ferma intenzione di non aderire alla Nato, pur cercando assistenza in Europa (Vzgljad 2018). Ma il Cremlino vuole chiarire subito i rapporti di forza e, consapevole della forte dipendenza armena dal sostegno economico della Federazione russa, fa leva sui bisogni energetici di Erevan. Per lanciare un chiaro monito a Pashinyan, Gazprom ha imposto un incremento del prezzo del gas russo dal 1° gennaio 2019 del 15%, (VestiKavkaza 2019). La decisione ha allarmato il nuovo Governo armeno, subito mobilitatosi per fronteggiare la situazione e chiedere nuovi accordi con il vicino Iran. Anche in questo caso, la ricerca del sostegno di Teheran non collima con i disegni dell’amministrazione Trump, incrinando il dialogo per una possibile affiliazione occidentale.

Azerbaijan – All’orizzonte di Baku non si delineano grandi cambiamenti. Ilham Aliyev resta saldo al comando, nonostante le proteste degli ultimi giorni contro la detenzione di alcuni dissidenti politici. L’Azerbaijan che entra nel 2019 gode della firma dell’Accordo sullo Status Giuridico del Mar Caspio, firmato dopo venti anni di trattative tra tutti gli Stati rivieraschi. L’estromissione di Stati terzi (principalmente rivolto agli USA) dallo sfruttamento delle risorse e della gestione dello spazio marittimo consente a Baku, tramite la compagnia di Stato SOCAR, di gestire autonomamente le proprie immense riserve di gas naturale. La ricchezza estratta dal giacimento di Shah Deniz viene convogliata nei gasdotti che attraversano Georgia e Turchia. La realizzazione del Southern Gas Corridor renderebbe l’Azerbaijan uno dei principali esportatori di gas verso il mercato europeo, minacciando il ruolo predominante della Russia. Fino ad allora, però, Baku dovrà tener conto dei tempi d’implementazione della seconda fase di sfruttamento di Shah Deniz, la cui produzione è essenzialmente rivolta all’estero, e dell’aumento della domanda globale. Il deficit affrontato nel 2017 ha costretto il Paese a richiedere a Gazprom un contratto triennale per l’import di gas. I dirigenti azeri rassicurano che, dal 2020, l’Azerbaijan non avrà alcun bisogno di questi accordi (Kommersant 2018). Agli altalenanti rapporti energetici si aggiungono quelli politico-militari. Nel dicembre 2018 è saltata la trattativa per la compravendita di missili russi SSC-6, ritenuti dalla Difesa di Mosca troppo pericolosi per lo scenario del Caspio (Kommersant 2018). Al contempo, il Cremlino plaude all’incontro tra i Ministri degli Esteri armeno ed azero tenutosi il 16 gennaio a Parigi, dove i due rappresentanti hanno discusso di una possibile pacificazione della situazione nel Nagorno-Karabakh. Dopo il breve incontro al summit del CSI in Tagikistan nel 2018, Aliyev dovrebbe incontrare nuovamente Pashinyan per discutere le possibili prospettive per la regione contesa. È indubbio l’interesse di Mosca a trarre il maggior vantaggio possibile da un eventuale accordo.

Un tavolo fondamentale per Mosca – Il Caucaso meridionale si conferma una regione verso cui Mosca deve prestare la massima attenzione. Il Cremlino deve riuscire a gestire la propria egemonia o eventuali negoziati che gli consentano, almeno, di non perdere il controllo e l’influenza dell’area. Il crocevia caucasico ha una duplice importanza: nella sua direttrice Est-Ovest, se consideriamo la minaccia eventuale delle risorse energetiche non-russe dirette verso l’Europa; in quella Nord-Sud, se guardiamo al rapporto con l’Iran e, allargando la mappa, agli interessi consolidati nel Mediterraneo siriano (Florian 2018). Per la Russia, il mantenimento del ruolo di protagonista geopolitico riconquistato negli ultimi anni passa anche dalle montagne del Caucaso.

Verso un disordine nucleare

L’estinzione del trattato INF rischia di avere un pernicioso impatto sulla sicurezza internazionale, forse contribuendo ad alimentare una nuova corsa al riarmo nucleare di cui, peraltro, è possibile intravedere già i primi segnali sullo scacchiere mondiale. Tale scenario è reso ancora più temibile dalla constatazione che la stabilità strategica sia ormai un vestigio della Guerra Fredda. Mentre Washington e Mosca si dibattono nella lotta delle narrative riguardo ai motivi che hanno portato alla fine del trattato siglato nel 1987 il fragile equilibrio del “terzo dopoguerra” rischia di andare in pezzi.  

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La crisi dell’ordine internazionale nel “terzo dopoguerra”

La fine della Guerra Fredda sembrava avere marcato il progressivo affermarsi del cosiddetto momento unipolare. Sulla base di tale lettura, l’antico paradigma internazionale, basato sugli equilibri scaturiti dalla vittoria degli Stati della Grand Alliance (Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna) sulle potenze del Tripartito, non sembra essere più il fattore chiave della geopolitica statunitense. Washington pare invece puntare alla realizzazione di un nuovo ordine globale fondato, da un lato, sulla dimensione della vittoria conseguita sulla Russia sovietica nel confronto ideologico dell’era bipolare (1946-1991) e, dall’altro, sull’idea che il XXI secolo possa essere “a new american century”, malgrado la competizione economica con la Repubblica Popolare Cinese. Diversamente, altri attori internazionali, in primis la Federazione Russa, ritengono che contestare l’ordine post ’45 sia un fattore di rischio. In questo senso possono essere intese le parole pronunciate il 13 febbraio 2016 dal Primo Ministro russo, Dmitry Medvedev, durante la 52° Munich Security Conference. In un passaggio significativo del suo discorso, Medvedev aveva sostenuto: “The current architecture of European security, which was built on the ruins of World War II, allowed us to avoid global conflicts for more than 70 years. The reason for this was that this architecture was built on principles that were clear to everyone at that time, primarily the undeniable value of human life. We paid a high price for these values. But our shared tragedy forced us to rise above our political and ideological differences in the name of peace. It’s true that this security system has its issues and that it sometimes malfunctions. But do we need one more, third global tragedy to understand that what we need is cooperation rather than confrontation?” [fonte: government.ru/en]. Soprattutto per via di tale motivo la Russia viene definita nella pubblicistica anglosassone (Kagan, ad esempio) e in alcuni recenti documenti ufficiali statunitensi (tra questi, la National Security Strategy 2017) “potenza revisionista”. Tale giudizio rievoca un’espressione che solitamente viene utilizzata dagli studiosi in riferimento al dibattito storiografico relativo alla situazione politico-internazionale che, a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, fu propedeutica allo scoppio di quella conflagrazione dapprima limitata al solo teatro europeo (1939-1941) ma in seguito avviata – per la seconda volta – a divenire mondiale (1941-1945). Gli Stati guida della comunità internazionale si ritrovano così dinanzi ad un bivio: trovare una nuova sintesi per i world affairs – come fecero nel 1944 a Bretton Woods e a Dumbarton Oaks – oppure rifugiarsi in uno splendido isolamento appellandosi al sacro egoismo, però rischiando il “clash of globalization”, con tutto ciò che potrebbe conseguire per la stabilità internazionale, anche in termini bellici.

Fine degli equilibri strategici

Alcuni passaggi del discorso di fine anno rivolto alla stampa dal Presidente russo, Vladimir Putin, il 20 dicembre 2018, sembrano confermare tale scenario. Mettendo in guardia contro il rischio di un “global nuclear disaster”, Putin ha infatti affermato: “What are the current distinguishing features and dangers? First, all of us are now witnessing the disintegration of the international system for arms control and for deterring the arms race” [fonte: en.kremlin.ru]. Va altresì detto che il leader del Cremlino si riferiva soprattutto al pericolo rappresentato dall’uso delle armi nucleari tattiche, quantunque egli abbia evitato di ricordare che proprio la dottrina militare della Federazione Russa attualmente in vigore prevede (art. 27) il primo ricorso agli arsenali atomici anche nel caso di un attacco convenzionale capace di porre una minaccia vitale alla Russia. Al di là di ciò, per comprendere ulteriormente quanto le parole di Putin siano – nella sostanza – un’efficace raffigurazione della situazione odierna, nello schema di séguito proposto sono riportati alcuni accordi, oggi estinti, che hanno però rappresentato architravi fondamentali dell’ordine strategico internazionale nel campo nucleare:

A questo elenco si può aggiungere la questione – tutt’ora oggetto di disputa – relativa al rinnovo del New START (Strategic Arms Reduction Treaty), siglato nel 2010 tra Stati Uniti e Federazione Russa per la riduzione delle armi strategiche offensive, i cui effetti si estingueranno nel febbraio 2021, ma reiterabili (art. XIV, sez. 2) per altri cinque anni. Sopra tutti, il ritiro di Washington dall’ABM nel giugno 2002 ha rappresentato il compimento di quel processo di superamento della dottrina (R. McNamara, 1963) definita Mutual Assured Destruction (MAD) basata sul balance of terror (L. Pearson, 1955) e sulla deterrence by punishment di “secondo colpo nucleare”. Durante la Guerra Fredda, la MAD aveva dato origine allo “stallo nucleare” che, tra i vari aspetti, indusse le due superpotenze a raggiungere un accordo autolimitante (l’ABM, appunto) circa i rispettivi sistemi di difesa anti-missile. Il quadro teorico iniziò a mutare quando (23 mar. 1983) Ronald Reagan annunciò la creazione di uno “scudo spaziale” nell’ambito della Strategic Defense Initiative che, benché poi accantonata, lasciò trasparire in quale misura la MAD potesse essere superata, rappresentando così il “peccato originale” nella politica degli equilibri strategici. L’uscita degli Stati Uniti dal trattato ABM – motivato sulla scorta dei fatti dell’11 settembre 2001 – ha così prodotto lo scardinamento di un contrappeso considerevole su cui è andata fondandosi la sicurezza internazionale negli ultimi decenni. Non meno significativa è stata (24 ott. 2018) la bocciatura del ‘Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons’ (TPNW) da parte dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (NU), tutti potenze nucleari, sebbene Francia e Regno Unito non dispongano della triade nucleare strategica completa. Durante i negoziati per il TPNW la Missione Permanente russa alle NU aveva inoltre rilasciato (27 mar. 2017) una dichiarazione in cui manifestava scetticismo rispetto allo spirito di quell’accordo. Tra i motivi addotti si possono ritrovare criticità costantemente eccepite dalla Federazione Russa nei riguardi di Washington: il progetto per un sistema di difesa missilistica globale; la (possibile) militarizzazione dello spazio; la mancata ratifica del ‘Comprehensive nuclear-Test-Ban-Treaty’ (CTBT, 1996); infine lo sviluppo in dottrina militare di un [Conventional] Prompt Global Strike (lett. “pronto attacco globale” [convenzionale]).

Accuse reciproche

Le crescenti pressioni di Stati Uniti e NATO nei confronti della Russia, circa le presunte violazioni di quest’ultima all’INF, hanno dato origine ad una contro narrativa russa. Ad esempio, nel 2015, Mosca aveva accusato Washington di violare il ‘Non-Proliferation Treaty’ (NPT) per via della politica di nuclear sharing che prevede lo stoccaggio di bombe termonucleari tattiche B61 in cinque Paesi NATO: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia [cfr. AA.VV., Tactical Nuclear Weapons and NATO, U.S. Army War College – Strategic Studies Institute, April 2012; Munich Security Report 2018]. Secondo tale interpretazione, la nuclear sharing contrasterebbe con l’art. 1 del NPT concernente il divieto per uno Stato nucleare di trasferire armi atomiche, ovvero il controllo di esse, direttamente o indirettamente, ad altri Paesi militarmente non nucleari. A tal riguardo, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, l’11 giugno 2015 aveva affermato che: “The so-called joint nuclear missions practiced by the United States and their NATO allies are a serious violation of the said treaty [NPT]”, [fonte: sputniknews.com]. Il 15 aprile 2016 fu la volta di un commento del Ministero degli Esteri russo ai contenuti del Report on Adherence to and Compliance with Arms Control, Nonproliferation and Disarmament Agreements and Commitments trasmesso da Foggy Bottom al Congresso il 12 aprile, in cui si ribadivano le accuse a Mosca circa l’INF. La Smolenskaya definiva le conclusioni del documento americano: “absolutely unfounded”, imputando a Washington la precisa volontà “to create a negative information background related to the INF Treaty in order to discredit Russia” [fonte: russiaun.ru/en]. Seguiva inoltre un elenco di violazioni (dell’INF) addebitabili – secondo i russi – a Washington. In particolare, il programma di Ballistic Missile Defence (BMD), in fase di realizzazione nell’Europa centro-orientale in sinergia con la NATO attraverso il nuovo progetto – annunciato da Obama nel settembre 2009 – denominato European Phased Adaptive Approach (EPAA), conterrebbe in sé dispositivi potenzialmente atti all’uso di missili a medio-corto raggio. Lungo questa falsariga, assai grave è – a giudizio di Mosca – il dispiegamento, nella base rumena di Deveselu, del sistema (Aegis Ashore facility) a lancio verticale Mark 41, in grado di ospitare missili Tomahawk, circostanza che – per la Russia – costituirebbe un’infrazione dell’INF. Il 26 novembre scorso, il viceministro degli Esteri russo, Sergey Ryabkov, aveva inoltre definito le accuse americane come parte di una “propaganda campaign”, definendo l’azione statunitense un “traditional trick”. Ryabkov aveva spiegato come più volte la Federazione Russa abbia chiesto chiarimenti agli Stati Uniti circa lo sviluppo dei droni Predator UAVs (Unammed Aerial Veichles), che per i russi rientrerebbero nella categoria dei missili cruise GLCM proibiti dall’INF.

In questa delicata e complessa partita diplomatica rispetto alla quale la posta in gioco sembra essere la tenuta dello strategic balance tra i due massimi detentori di testate nucleari strategiche offensive – 3.700 negli Stati Uniti e 2.522 nella Federazione Russa [fonte: Bulletin of the Atomic Scientists, 2018] – la storia offre un felice precedente, rappresentato dalla soluzione incruenta della “crisi di Cuba” nel 1962. Allora Washington e Mosca si accordarono, riservatamente, per smantellare i missili PGM-19 “Jupiter” precedentemente (ott. ’59) dispiegati dagli americani in Turchia e per ritirare gli R-12 e R-14 installati (ott. ’62) dai sovietici sull’isola caraibica. Quell’accordo sortì, tra gli altri, l’effetto di riportare indietro di parecchi minuti il “Doomsday Clock”, le cui lancette, oggi, sono regolate a due minuti dalla mezzanotte.