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Una UE erìstica: la storiografia come arma nella lotta geopolitica?

Nello “scontro ibrido” in atto tra la Russia, da un lato, le ex repubbliche sovietiche baltiche più la Polonia (ex satellite dell’URSS), dall’altro, pare emergere un nuovo capitolo: quello della diatriba storiografica. La recente Risoluzione dell’Unione Europea sui totalitarismi, infatti, chiama direttamente in causa Mosca esortandola a confrontarsi con il proprio passato ripudiando ogni revisionismo storico. I riferimenti al Patto Ribbentrop-Molotov testimoniano che il Parlamento europeo ha scelto di gettare nell’agone geopolitico un tema assai spinoso che, tuttavia, ad una attenta disamina, rischia forse di avere un effetto controproducente, lasciando trasparire un intento propagandistico di cui il documento UE sembra essere permeato.

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La Risoluzione 2819 del Parlamento europeo
Il 19 settembre 2019 l’Europarlamento ha adottato la Risoluzione 2819 intitolata Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, approvata con 535 voti a favore e 66 contrari (52 gli astenuti), presentata dai gruppi PPE, S&D, Renew, Verts/ALE ed ECR. L’occasione – vi si può leggere – è stata rappresentata dall’80° anniversario dall’inizio della Seconda guerra mondiale. Quest’ultimo riferimento omette tuttavia un dato non trascurabile: l’esistenza dello stato di guerra con il Reich venne comunicata da Parigi e Londra, non senza riluttanza, solo il 3 settembre. La “riluttanza” di francesi e inglesi ad aprire le ostilità fu testimoniata dal fatto che per ben nove mesi quello occidentale fu un fronte freddo, tanto che quella inusuale stasi venne chiamata dai francesi drôle de guerre (lett. “guerra comica”). Durante quei mesi di stallo la Germania potè occupare la Città Libera di Danzica e la Polonia senza preoccuparsi del proprio fianco occidentale, mentre l’URSS annetteva parte del territorio polacco (le Kresy Wschodnie) e iniziava una guerra contro la Finlandia. In aprile (operazione Weserübung) i tedeschi poterono invadere anche Danimarca e Norvegia. La drôle de guerre ebbe termine solo a maggio, quando la Wehrmacht, penetrando nei Paesi Bassi, in Lussemburgo e in Belgio, diede inizio a Fall Gelb, nome in codice per il piano d’operazioni preliminari alla neutralizzazione della Francia. Queste circostanze potrebbero suggerire che, forse, la Risoluzione UE non possa pretendere di esaurire, nelle sue sei pagine, le (assai) complesse dinamiche all’origine del secondo conflitto mondiale, che divenne tale solamente il 7 dicembre 1941, quando il Giappone bombardò Pearl Harbor.

Una memoria lacunosa
Nemmeno qui, ça va sans dire, si vuole avere la presunzione di esaurire tali tematiche. Vale tuttavia la pena prendere in considerazione alcuni passaggi nodali del documento UE, soprattutto per via degli effetti che potrebbero avere sul dibattito geopolitico odierno. Ad esempio, la Risoluzione afferma (punto B) che il Patto Ribbentrop-Molotov abbia: <<spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale>>. Tale asserzione appare opinabile per una serie di motivi che diversi storici avevano già messo in luce. Tra questi Alan J.P. Taylor che, nel suo The Origins of the Second World War (1961), documentò le responsabilità delle potenze occidentali nel secondare le rivendicazioni hitleriane attraverso l’appeasement. Un osservatore privilegiato quale William L. Shirer – corrispondente dall’Europa per la CBS* dal ’37 al ’41 e membro del Peace Aims Group del CFR** dal ’43 al ’45 – nel saggio The Rise and Fall of the Third Reich (1960) non si discostò dalle tesi di Taylor circa le responsabilità di Parigi e Londra nel consentire che la politica di Hitler determinasse la disintegrazione del “sistema di Versailles”. Nella complessità che caratterizzò le relazioni internazionali durante quella che Edward H. Carr definì the twenty years’s crisis (1919-1939) un dato sopra tutti sembra ulteriormente mettere in dubbio la tesi storiografica dell’UE: il ruolo avuto dalla diplomazia sovietica, durante gli anni Trenta, nel tentare di costruire con francesi e inglesi un sistema di sicurezza collettiva che contenesse il revisionismo hitleriano. In tal senso, i ripetuti sforzi di Maksim Litvinov, Commissario del Popolo per gli Affari Esteri dal 21 luglio 1930 al 3 maggio 1939, naufragarono sempre dinnanzi a due ostacoli: la conventio ad excludendum delle potenze occidentali (di fatto emuli del “cordon sanitaire” a suo tempo propugnato da George Clemencau) e il pregiudizio della Polonia, nonostante il governo di Varsavia, il 25 luglio 1932, avesse firmato con l’URSS un patto di non aggressione, rinnovato il 5 maggio 1934 sino al 31 dicembre 1945. In séguito (26 gennaio 1934) i polacchi firmarono altresì un patto analogo con il Terzo Reich.

Realpolitik anglo-americana
L’UE sembra inoltre ignorare che il pragmatismo con il quale nazionalsocialismo e marxismo-leninismo seppero intendersi contraddistinse anche l’approccio di Downing Street. Andreas Hillgruber, in Hitlers Strategie: Politik und Kriegsführung, 1940-1941, (edito nel 1965), ha descritto come nell’ottobre 1940 Winston Churchill avesse chiesto all’URSS – in quel frangente ancora alleata della Germania – una “benevole neutralità” in cambio del riconoscimento de facto del controllo sovietico su Estonia, Lettonia, Lituania, Bessarabia, Bucovina settentrionale e sui territori polacchi occupati dall’Armata Rossa. In sostanza, il do ut des britannico implicava il riconoscimento delle acquisizioni territoriali ottenute dai sovietici grazie agli accordi da essi siglati nel ’39 con Berlino. Si può così notare un particolare: i contenuti geopolitici del patto tedesco-sovietico che nel settembre ’39 per Gran Bretagna e Francia avevano costituito il motivo scatenante della guerra in Europa, nell’ottobre del ’40 divenivano, mutatis mutandis, oggetto di possibile intesa tra Londra e Mosca. Peraltro, la disinvoltura di inglesi e russi non era una loro esclusiva. Basti ricordare che nel 1938 la rivista statunitense “TIME” attribuì il riconoscimento di “Man of the Year” ad Adolf Hitler. Quella scelta fu fatta sulla scorta dell’esito incruento della Crisi dei Sudeti, consumatasi a Monaco nel settembre di quell’anno con il sacrificio dell’integrità cecoslovacca sull’altare del principio di autodeterminazione. Taylor ha scritto che nel ’44 l’ex presidente cecoslovacco, Edvard Beneš, rivelò che a spingere il suo governo a cedere alle richieste tedesche fosse stata la minaccia della Polonia di procedere manu militari se non le fosse stata ceduta la regione della Slesia di oltre Olza con la città di Teschen. Secondo talune interpretazioni storiografiche, l’ultimatum polacco fu una “pugnalata alla schiena” della Cecoslovacchia. A questa si aggiunse, parallelamente, un altro “colpo basso”. Il 30 settembre, infatti, l’ambasciatore statunitense a Varsavia avvertì Washington che i polacchi si apprestavano a presentare un ultimatum al governo cecoslovacco. Il telegramma giunse al Segretario di Stato, Cordell Hull, alle 7:20 p.m di quello stesso giorno. Il 1° ottobre il ministro ceco a Washington, Vladimir Hurban, informò Hull che alle 12:30 a.m. [ora di Washington] da Praga erano giunte istruzioni di comunicare immediatamente al governo statunitense il contenuto dell’ultimatum, che la Cecoslovacchia considerava una violazione del Patto Briand-Kellog nonché dell’Accordo delle Quattro Potenze appena sottoscritto a Monaco. Hull – già a conoscenza dell’ultimatum – rispose laconicamente che prendeva semplicemente atto del fatto che Hurban si fosse offerto: <<to transmit a message to this Government shortly after half-past twelve this morning and regret that through no fault of your Legation or the Department of State you were unsuccessful in your efforts>> [fonte: FRUS-DP***, 760C.60F/287, 1938, Vol. I].

Storiografia o war propaganda?
Nel punto M (§§. 16 e 22) la Risoluzione sembra alfine palesare uno spirito erìstico nei confronti della Federazione Russa. Si afferma infatti che l’UE sia <<profondamente>> preoccupata: <<per gli sforzi dell’attuale leadership russa volti a distorcere i fatti storici>>, considerando << tali sforzi una componente pericolosa della guerra di informazione condotta contro l’Europa democratica>>. Il sospetto sembra aumentare nelle ultime righe, ove si incarica il Presidente dell’Europarlamento di trasmettere la Risoluzione, oltre che agli organi istituzionali UE e agli Stati membri, anche: <<alla Duma russa e ai parlamenti dei [P]aesi del partenariato orientale>>. Lungo questa falsariga, la Risoluzione appare essere (anche) uno strumento propagandistico nell’accesa dialettica geopolitica tra gli Stati baltici e Mosca su questioni tutt’ora aperte, tra cui: lo “Stivale di Saatse”, Suwalki Gap, il dispiegamento missilistico nell’exclave [russa] di Kaliningrad, la creazione da parte russa di una A2/AD (Anti Access/Area Denial), la sospensione (2007) del Trattato sulle Forze Convenzionali in Europa, l’estinzione (2019) del Trattato INF, lo Scudo anti-missile, il Nord Stream 2, le istanze economiche legate all’occupazione sovietica delle tre repubbliche baltiche come indicate nel memorandum d’intesa firmato a Riga il 5 novembre 2015. A ciò si aggiunga l’esistenza di due opposte posizioni sulla natura dell’ordine internazionale attuale: da un lato la Russia, la quale ritiene che tale ordine debba riferirsi ancora agli equilibri scaturiti dalla vittoria nella Seconda guerra mondiale e, dall’altro, gli Stati Uniti che focalizzano invece l’attenzione sulla fine del mondo bipolare (1989-1991) ovvero sulla preservazione dell’unipolar moment enunciato da Charles Krauthammer nel 1990. Il cortocircuito diplomatico che ne deriva sembra così suffragare la tesi circa la New Cold War profetizzata da George F. Kennan nel 1998 come reazione alla politica di espansione ad Est della NATO, da lui definita nel 1996: <<a strategic blunder of potentially epic proportions>>.

Gli interessi del Cremlino in Africa: ragioni e motivazioni alla base della presenza delle PMCs russe nel Continente

L’omicidio dei giornalisti russi Aleksandr Rastorguev, Kirill Radchenko e Orkhan Djemal avvenuto nella Rep. Centrafricana, come confermato il 31 luglio dal Ministero degli Affari Esteri russo, ha acceso i riflettori sulle attività dei contractors russi in Africa. I tre giornalisti erano impegnati per conto del Centre for Investigative Journalism nella realizzazione di  un docufilm sulla Private Military Company (PMC) russa Wagner Group, con il supporto di Mikhail Khodorkovsky, ex CEO del gigante petrolifero russo Yukos. Da inizio millennio e dall’avvento del presidente Vladimir Putin, il Cremlino ha sviluppato diversi accordi con gli Stati africani. La presenza delle PMCs russe in Africa è in rapido aumento, così come la loro influenza.

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La cooperazione militare russo-africana: l’installazione di basi militari
A partire dal 2015 la Russia ha concluso più di 20 accordi bilaterali di cooperazione militare con alcuni Stati africani. Una parte della letteratura sul tema suggerisce che la ratio degli accordi sia la creazione di basi militari permanenti. Anche se non è possibile confermarlo, effettivamente alcuni degli accordi consentirebbero già alla Russia l’uso di aeroporti e porti africani.

In alcuni casi il Cremlino è riuscito a condizionare i processi decisionali dei Paesi con cui ha stretto intese, come per esempio in Sudan, dove al Ministero della Difesa è stata affiancata una rappresentanza del Ministero della Difesa russo. Nella Rep. Centrafricana il presidente Faustin-Archange Touadéra ha persino nominato un cittadino russo, Valeriy Zakharov, come consigliere per la sicurezza nazionale. Inoltre, dal gennaio 2018 la Russia ha schierato nella Rep. Centrafricana 175 tra esperti civili e istruttori militari, tramite la PMC Sewa Security Services, provvedendo anche a consegnare armi leggere, artiglieria, lanciarazzi e all’addestramento dell’esercito.

Il giornale di opposizione russo Novaia Gazetaha ha invece affermato che la maggior parte dei contractors russi appartengono a Wagner Group, una società riconducibile a Evgenij Prigozhin, uomo d’affari di San Pietroburgo vicino al presidente russo. Wagner Group è presente anche in Sudan e in Siria, oltre che nell’Ucraina orientale.

Da un esame preliminare, emerge che la presenza di basi militari russe in Africa è più probabile in quei paesi dove l’Unione Sovietica aveva una presenza militare. Nel 2016, ad esempio, Mosca avrebbe negoziato con il regime egiziano di Abd al-Fatah al-Sisi le condizioni di accesso alla base di Sidi-Barrani.

Alla fine del 2017 è stata discussa anche l’idea di installare una base militare in Sudan. Oltre al Sudan potrebbe essere un valido candidato anche l’Eritrea, che permetterebbe alla Russia di proiettarsi nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano occidentale. Non a caso nel settembre 2018, a Sochi, una delegazione eritrea guidata dal ministro degli esteri Osman Saleh ha incontrato il l’omologo russo Sergey Lavrov. In questa sede le parti hanno concluso un accordo, che prevede una relazione commerciale-militare atta anche alla creazione di un centro logistico nel porto di Assab.

Il Cremlino ha avuto contatti anche con il Somaliland, a cui in cambio della creazione di una piccola struttura multiuso aerea e navale nella città di Zeila, al confine con il Gibuti, avrebbe promesso di riconoscere formalmente l’indipendenza dalla Somalia.

Un altro Stato che potrebbe essere la sede di una base militare russa è il Mozambico. Nota è la sua importante posizione strategica per la sicurezza delle rotte marittime e, inoltre, è uno degli Stati africani con porti che possono accogliere navi di grandi dimensioni.

Altri oppositori del governo russo sostengono che un’altra PMC, Patriot, è incaricata della costruzione di una base aerea in Burundi, il tutto coordinato addirittura da Servizio Federale di Sicurezza, Ministero degli Affari Esteri e Forze Aerospaziali Russe.

Un aspetto da non sottovalutare: il lato economico della cooperazione russo-africana
L’Unione Sovietica era un importante fornitore di armi e attrezzature militari degli Stati africani. La Russia dopo un drammatico declino nel volume delle sue esportazioni negli anni ‘90, ha invertito il trend a partire dagli anni Duemila.

Secondo l’Istituto internazionale di pace di Stoccolma tra il 2012-2016 la Russia è stato il principale fornitore di armi in Africa (35%), seguita da Cina (17%), Stati Uniti (9,6%) e Francia (6,9%). L’esportazione di armi è determinante per la crescita economica russa, specialmente a causa delle continue sanzioni occidentali e di un’economia stagnante a cui ha contribuito, tra le altre cose, il calo globale del prezzo del petrolio. Attualmente le esportazioni di armi e attrezzature militari verso l’Africa fruttano 4,6 miliardi di dollari annui. I principali importatori sono Algeria (elicotteri, carri armati, sottomarini), Angola (aerei da combattimento, carri armati, artiglieria, armi e munizioni), Egitto (aerei da combattimento, sistemi di difesa aerea a lungo raggio, elicotteri) e Uganda (carri armati, sistemi di difesa aerea). Altri importatori rilevanti sono Mali, Mozambico, Nigeria, Ruanda e Sudan. Recentemente anche Tanzania e Somalia hanno fatto richieste per attrezzature militari.

La Russia ha implementato sia legami economici che politici con il Continente africano. Dal 2015 al 2016 il volume dei commerci è aumentato da 3,4 miliardi di dollari a 14,5 miliardi. Sul lato politico invece il Cremlino collabora attivamente con i dittatori africani che l’Occidente condanna con sanzioni economiche e politiche. È noto che il recentemente deposto presidente sudanese Omar al-Bashir, presunto criminale di guerra e sostenitore di gruppi terroristici, ha pubblicamente richiesto il sostegno del suo omologo russo, il presidente Vladimir Putin.

L’Africa è ricca di risorse naturali, perciò rappresenta un interesse strategico per la Russia e non solo. Nonostante le sue enormi risorse minerarie, la Russia è carente di diverse materie prime, tra cui cromo, manganese, mercurio e titanio e sta esaurendo rame, stagno, nichel e zinco. Necessita anche di coltan e altri metalli per lo sviluppo di nuove tecnologie. Perciò nella Rep. Democratica del Congo la Russia è impegnata nell’estrazione di cobalto, coltan, oro e diamanti, mentre nella Rep. Centrafricana estrae uranio e diamanti.

La presenza delle PMCs russe in Africa
Tra aprile e maggio 2018 i contractors di Wagner Group si sono spostati dalla Siria verso l’Africa, al fine di battere la concorrenza di PMCs americane, britanniche, cinesi e francesi. Le prime denunce in merito sono provenute dalla stampa francese, che ha documentato la presenza di installazioni chiave a Bangui, la capitale della Rep. Centrafricana, punto di partenza per l’espansione verso il Mozambico e la Rep. Democratica del Congo.

La PMC Executive Outcomes è candidata a diventare il partner africano delle PMCs russe. Fondata dal colonnello Eben Barlow nel 1989, è diventata fonte di sostentamento per i militari bianchi sudafricani dalla fine dell’apartheid. Già nel 1995 in un’operazione atta a restituire al governo sierraleonese il controllo dei depositi di diamanti, la compagnia sudafricana utilizzò elicotteri russi e venne coadiuvata da esperti sempre inviati da Mosca.

La presenza in Africa è tuttavia anche rischiosa. Nel 2012 in Nigeria l’equipaggio della nave Myre Seadiver, appartenente alla PMC russa Moran Security Group, secondo gli atti ufficiali è stato posto agli arresti per contrabbando di armi: 14 fucili d’assalto АK-47, 20 fucili semiautomatici Benelli MR1, 22 fucili e 8500 munizioni. In quel frangente il governo nigeriano ha subito una forte pressione della PMC britannica British Armour Group, avente una forte influenza sia perché presente da tempo nella regione, sia perché fortemente legata al governo di Londra. Nonostante i rischi altre PMCs russe, come Antiterror-Oryol, RSB Group e lo stesso Moran Security Group hanno ottenuto nuovi contratti in Angola, Kenya, Rep. Centrafricana e Sierra Leone.

È possibile riconoscere uno schema nell’approccio delle PMCs russe con i governi africani. In cambio di accordi atti a garantire la sicurezza e la protezione del governo centrale e delle autorità statali, più la formazione del personale militare africano, ottengono diritti esclusivi sulle estrazioni di risorse minerarie e altri assets. Contemporaneamente l’influenza politica della Russia nella regione si rafforza. Questa logica non impedisce di cercare questi accordi anche con parti apertamente in conflitto, come con il Sudan e il Sud Sudan.

Il presidente Putin ha pubblicamente ammesso nel 2012 l’esistenza delle PMCs russe, tuttavia ufficialmente rimangono illegali. Nonostante il Cremlino si rifiuti di riconoscere le loro attività, le PMCs sono uno strumento essenziale per la politica estera russa, benché il governo si giustifichi dietro la negazione plausibile delle loro azioni. Il caso ucraino e quello siriano lo testimoniano. Impiegando i mercenari Mosca è così capace di essere, contemporaneamente, effettivamente presente ma ufficialmente assente nei conflitti, nonostante le acclarate perdite di Wagner Group in Siria, all’inizio del 2018.

Mosca sembra aver scelto il Sudan, dove è presente Wagner Group, come principale alleato africano. Bashir nel suo recente passato ha visitato la Russia diverse volte, criticando gli Stati Uniti e sollecitando Mosca a «salvare l’Africa, come hanno fatto con la Siria». Il Sudan è appetibile per diverse ragioni: oltre alle abbondanti risorse naturali, specie il petrolio, e la possibilità di investirvi in infrastrutture, ha il vantaggio geografico di essere nella sezione trasversale dell’Africa settentrionale e sub-sahariana. Questo lo rende un punto strategico di accesso al Corno d’Africa, pertanto la Russia potrebbe guadagnare molto dalla cooperazione con il Sudan, come l’accesso ai suoi porti e forse il permesso di costruire una base navale sulle coste del Mar Rosso.

Recentemente il presidente Touadéra ha confermato che gli istruttori militari russi stanno svolgendo una missione di sicurezza e di addestramento nella Rep. Centrafricana. Devastata da un violento scontro tra un mosaico di bande e gruppi militarizzati, lo Stato è ricchissimo di oro, diamanti e uranio. L’instabilità politica, l’isolamento internazionale e l’incapacità di estrarre queste risorse autonomamente, ne fanno un obiettivo ideale per la Russia. Qui PMC Patriot, che come sopracitato vanta stretti legami con il Servizio Federale di Sicurezza, il Ministero degli Affari Esteri e le Forze Aerospaziali Russe, conduce varie “missioni fantasma”, presumibilmente anche l’omicidio dei tre giornalisti russi.

Secondo l’agenzia di informazioni russa Dozhd il Burundi è un “laboratorio” sia per Wagner Group che per Patriot, in cui studiare l’impiego dei propri servizi in Africa e in altri teatri. Come confermato dall’ex colonnello generale Leonid Ivashov, presidente della Academy of Geopolitical Problems, Patriot con risorse superiori a Wagner Group offre servizi di sicurezza e protezione a persone e/o siti sensibili, mentre Wagner Group offre i propri servizi alle forze armate.

In Libia è forte il legame con Khalifa Haftar, che il Cremlino sta aiutando nella lotta per il controllo dello Stato e delle sue enormi risorse petrolifere. Nel 2017 dalla Russia sono stati inviati numerosi consulenti militari e ufficiali dei servizi segreti verso la regione orientale, assieme a rifornimenti per le truppe. L’agenzia Reuters l’11 marzo 2017 ha riferito che diverse dozzine di contractors erano operativi da circa un mese a Bengasi, sotto il controllo di Haftar. Questi erano stati assunti da RSB-Group, che ha giustificato la presenza al fine di sminare una struttura industriale. Ufficialmente RSB-Group non lavorava per il Ministero della Difesa russo ma era in contatto con il Ministero degli Esteri. Alla Reuters è stato riferito che i contractors non avevano preso parte ai combattimenti ma che erano stati tuttavia armati, senza però specificare le dotazioni. Nonostante ciò, la Russia ha mantenuto relazioni diplomatiche anche con Fayez al-Serraj e il governo riconosciuto a livello internazionale di Tripoli.

Conclusioni
L’obiettivo del presidente Putin è una Russia riconosciuta come grande potenza mondiale. In seguito al ritorno in Medio Oriente, l’Africa è un’altra arena dove sfidare gli Stati Uniti e il blocco euroatlantico. Una seconda ragione dell’impegno in Africa è probabilmente diplomatica: la Russia sta cercando di costruire buone relazioni con gli Stati africani per guadagnare i loro voti in seno alle Nazioni Unite, per ottenere maggiore peso e supporto, come per esempio per l’annessione della Crimea.

Visti i vari interessi di Mosca in Africa, si può asserire che le PMCs siano gli strumenti scelti per espandere e promuovere gli interessi russi. Tuttavia, anche se gli sforzi profusi in Africa sono notevoli, è presto per sostenere che vi saranno risultati concreti a lungo termine. Questo perché la priorità concessa al controllo dell’Africa è minore rispetto a quella di curare i rapporti di potere con Europa, Medio Oriente e Stati Uniti.

Data la scarsa forza delle PMCs africane e il fallimento delle missioni di pace, i governi dell’Africa fanno sempre più affidamento sui nuovi gruppi mercenari. I dittatori a capo dei governi sembrano gradire lo scambio tra protezione russa non ufficiale e i diritti sulle risorse naturali e/o accordi economici. È a causa di questi fattori che il numero e la portata operativa delle PMCs russe in Africa sembrano destinati a crescere esponenzialmente.

Il ruolo strategico di Russia e Cina in Venezuela: crisi della Dottrina Monroe ed ulteriore passo verso un mondo multipolare?

La crisi venezuelana dura ormai da molti anni (almeno dal 2013) e colpisce a livello sociale, economico e politico. La presenza di due “Presidenti” ostili l’un l’altro e la mancanza cronica di beni di prima necessità (oltre a molte altre problematiche) attanagliano il paese da troppo tempo e rendono la situazione difficilmente risolvibile, almeno nel breve termine. La motivazione principale sta nel fatto che questa nazione è uno dei “campi di battaglia” delle superpotenze nell’arena mondiale.

Il ruolo strategico di Russia e Cina in Venezuela: crisi della Dottrina Monroe ed ulteriore passo verso un mondo multipolare? - Geopolitica.info (ap)

 

Da una parte c’è Washington, con l’attuale Presidente Donald Trump che minaccia da tempo un intervento militare e che sta strozzando l’economia di Caracas con delle sanzioni “draconiane”; l’obiettivo finale di questa politica è l’abbattimento dell’attuale classe dirigente bolivariana e l’insediamento di un Governo più “sensibile” alle volontà statunitensi.
Dall’altra parte sono presenti Mosca e Pechino (con il sostegno dell’Avana) che appoggiano economicamente, politicamente e militarmente Maduro, garantendosi così un’ulteriore “breccia” nel giardino di casa degli USA, un alleato ricco di materie prime e ideologicamente affine (soprattutto con la Cina e con Cuba), nonché un ruolo di primo piano con tutti quei paesi che hanno relazioni difficili con Washington.
Il prosieguo e l’eventuale risoluzione della crisi di questo paese latino-americano sono due dei principali indicatori (insieme, ad esempio, all’esito della guerra dei dazi e alla crisi iraniana) per una reale comprensione di come si stiano evolvendo le relazioni internazionali, nonché di quale sia il peso dei principali attori statali e sovranazionali a livello mondiale.

Le superpotenze in Venezuela
È ormai noto che la Russia e la Cina siano due dei principali sponsor dell’attuale Governo Bolivariano. Mosca ha nel Venezuela socialista uno dei principali partner latinoamericani e caraibici e il tentativo di Putin di ritagliarsi un ruolo internazionale sempre maggiore lo obbliga a considerare di importanza strategica il mantenimento del potere, a Caracas, da parte del PSUV (Partito Socialista Unito del Venezuela). La Russia ha, infatti, sviluppato relazioni strategiche con questo paese a partire dalla vittoria di Chàvez.
Legami politici, economici e militari che garantiscono a Caracas un sostegno decisivo nell’ottica dell’emancipazione dal potente vicino nordamericano e alla Russia un’ulteriore presenza nel giardino di casa degli USA (con significativi vantaggi geopolitici e geoeconomici a tutti i livelli).
Alcuni dati a suffragio di queste considerazioni:

  • Per quanto riguarda la cooperazione tecnico-militare, degni di nota sono il tentativo di modernizzazione dell’aeronautica venezuelana tramite il programma Sukhoi, l’acquisto di Caracas dei sistemi antimissile S-300, la presenza dei Tupulev Tu-160 dell’Aviazione Russa (bombardieri anche nucleari) nel paese latino-americano e il sostegno russo alla generale modernizzazione dell’esercito venezuelano. Si parla di circa 11 miliardi di dollari di investimenti venezuelani per l’acquisto di armamenti russi;
  • In ambito energetico, si segnala che l’8% del processo di estrazione e trasformazione del petrolio venezuelano è in mano a joint-venture a partecipazione russa;
  • Il Cremlino ha supportato la ristrutturazione del debito di Caracas per 3,15 miliardi di dollari;
  • La continua condanna, da parte russa, delle politiche statunitensi nei confronti del Venezuela;

Anche Pechino, come Mosca, decidendo di sostenere il Governo Maduro, si è schierata in aperto conflitto con le volontà di Washington. La politica estera di Xi Jinping si muove seguendo delle linee ben precise che contemplano anche una presenza in America Latina. Questo ha portato il paese asiatico a sviluppare un flusso di ricchezza tale verso questa regione che gli ha garantito un importante accesso in quasi tutte le nazioni dell’area, anche quelle più legate agli USA (la base spaziale in Patagonia ne è un esempio lampante). Ovviamente, per affinità ideologiche e per necessità oggettive, il Venezuela è uno dei partner strategici di Pechino. Anche in questo caso, come per la Russia, notiamo un continuo rafforzamento dei legami tra questi due paesi, con Xi Jinping che aumenta la sfera d’influenza cinese nel mondo, amplia la strategia della Belt and Road Iniziative e si presenta sempre più come uno degli attori principali del tanto “agognato” mondo multipolare, mentre Maduro si ritrova un importante alleato nello sviluppo del progetto bolivariano e per il miglioramento delle condizioni economiche del paese.
Alcuni dati a sostegno di tali considerazioni:

  • La dichiarazione dell’ambasciatore cinese in Venezuela in occasione del 45° anniversario delle relazioni bilaterali tra i due paesi: “L’amicizia tra Cina e Venezuela costituisce una grande ricchezza. Il quarantacinquesimo anniversario delle relazioni diplomatiche ci porta a un nuovo punto di partenza, in cui entrambe le parti sono disposte ad andare avanti insieme per consolidare e promuovere gli scambi bilaterali e la cooperazione, salvaguardando equità e giustizia”;
  • La firma di una “partnership strategica globale” nel 2014;
  • Il prestito cinese al Venezuela, negli ultimi anni, di circa 60 miliardi di dollari, molti dei quali rimborsati in petrolio;
  • I circa 600 progetti congiunti sviluppati in maniera congiunta dai due paesi, con Pechino che ha guadagnato un accesso privilegiato al mercato venezuelano e ne è il massimo creditore del debito pubblico;
  • I continui avvertimenti cinesi a non interferire negli affari interni dei singoli paesi, con preciso riferimento al Venezuela e ai falchi dell’amministrazione USA che spingono per un intervento armato;
  • Gli investimenti diretti di Pechino a Caracas che ammontano, negli ultimi 15 anni, a circa 21 miliardi di dollari, di cui circa 12,7 nel settore energetico. In generale, l’interscambio tra i due paesi è stato di 6,3 miliardi nel 2017;

Come sottolineato, dunque, Russia e Cina (insieme a Cuba), sebbene per motivazioni non del tutto coincidenti, sono i principali alleati del Venezuela Bolivariano. La loro “fedeltà” a questa posizione lascia presagire altri momenti di duro confronto con gli USA, con questi ultimi decisi a non lasciare niente di intentato per non perdere il ruolo preminente nel panorama latino-americano e caraibico.

L’alba di un nuovo ordine mondiale?
L’ “affaire Venezuela” è, secondo il parere di chi scrive, la dimostrazione che il sistema internazionale sviluppatosi dopo la caduta del Muro di Berlino sta “collassando”. L’unipolarismo a guida USA, considerandolo metaforicamente come un software impenetrabile per circa vent’anni, sta subendo attacchi hacker che lo stanno lentamente erodendo. Oggi stiamo assistendo allo sviluppo di un rinnovato “balance of power”, con la Cina e la Russia che stanno guadagnando terreno sugli Stati Uniti d’America, anche attraverso una maggiore saldatura nelle loro relazioni in tutti i campi (in primis politico ed economico).
Infatti, queste potenze, insieme a quelle a carattere più regionale come India, Iran e appunto Venezuela (tra le altre), stanno reclamando maggiori spazi, nonché conquistando “terreni” fino a pochi anni fa impensabili.
La situazione venezuelana può essere considerata l’esempio più lampante delle difficoltà statunitensi nell’arginare lo sviluppo di questo possibile “nuovo ordine mondiale”, con la Dottrina Monroe del 1826 che non sembrerebbe più in grado di garantire la supremazia di Washington nel “suo” continente.
In base a tutto questo, il futuro delle relazioni internazionali non potrà prescindere da almeno due considerazioni fondamentali:

  • L’accettazione di un Sistema Internazionale multipolare, con modelli di sviluppo diversi ma capaci di dialogare e rispettarsi a vicenda, nell’osservanza del principio dell’autodeterminazione dei popoli e della non interferenza;
  • La riforma dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che rispecchi la “nuova realtà”, decisamente diversa da quella di settant’anni fa, ma anche di soli venti anni fa. In particolar modo, è necessaria una riforma del Consiglio di Sicurezza che contempli almeno i seguenti punti:
  1. consistente allargamento dei membri, permanenti e non), essendo arrivati a quota 193 stati facenti parte delle Nazioni Unite (l’ultimo aumento dei membri non permanenti del CdS si registrò nel 1963)
  2. migliore suddivisione dei posti tra i membri (nonché una diversa ripartizione del potere di veto), in quanto alcune regioni del mondo sono abbondantemente sottorappresentate nonostante la loro significativa importanza nello scacchiere geopolitico

Il prosieguo di questo clima ostile, con lo sviluppo di una “terza guerra mondiale a pezzi” (definizione di Papa Francesco), sia militare che economico-finanziaria, che sta portando il globo verso una situazione sempre più pericolosa, in cui il fantasma di una guerra atomica “definitiva” per l’umanità non accenna a scomparire.

Russia’s Pivot to Asia And Its Limits

Japanese Mitsui&Co and Japan Oil, Gas and Metals National Corporation agreed to buy a 10% stake in Novatek’s Artic LNG2 project and officially entered the business of Russian LNG with great delight of President Vladimir Putin, who declared that the investment would be around the US $3 billion (Watkins, 2019). This moment is a further step for the development of Russian production and delivery capacity in the natural gas market and it is originally aimed at increasing its presence in Asia, where the LNG boom is still ongoing and it is forecasted to hold. However, the European market’s role is not doomed to irrelevance.

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Russian LNG strategy: latest developments 

Russian natural gas market sees the effort of Novatek to be among the most relevant players in Asia. To do so, the company aimed to reach an investment decision on its new project Arctic LNG-2 this year (Paraskova, 2019), which would have followed its already in operation Yamal LNG plant. The deal Russians were looking for final took place during the G20 summit in Osaka, at the presence of Japanese Prime Minister Shinzo Abe and Russian President Putin. Even China’s CNPC and CNOOC purchased a 10% stake each in Arctic LNG-2 in June 2019.

Part of the success of Arctic LNG-2 is due to its economic advantage compared to Yamal LNG plant, an achievement that was possible through the technology of gravity-based structure platforms for gas liquefaction deployed by Saipem (Soldatkin, 2019). The reliance on this method maintained the cost of Arctic LNG-2 at US$ 20-21 billion, whereas the Yamal plant in operation since December 2017 costs US$ 27 billion (Soldatkin, 2019).

In addition, Novatek could further increase the output and export of its plant in the Baltic Sea port of Vysotsk by adding 1.1 million tons to the current design capacity of 660 000 tons, according to Novatek’s finance chief Mark Gyetvay (Duran, 2019).

The European way to Russian LNG 

Despite the number of political controversies that see the EU and Russia on two conflicting sides, the European imports of natural gas still see Russia as the first player and a significant supplier for the region – as it is confirmed by the document “EU imports of energy products – recent developments published by the European Commission” –. Euro-Russian ties on gas supply are likely to be stable through the next years due to the decrease of 43% in European production in the next 12 years so that Russian imports will become even more determinant for our energy demand due to their higher stability despite the pressure coming from the US

The size of Europe’s energy market incentives Russian LNG supply toward the region, which reached record levels in LNG deliveries in February 2019 with 1.41 million tons of delivered gas through 19 cargoes from Novatek-led Yamal LNG project according to Reuters’ quotations from Refinitiv Eikon data.

Since the beginning of the LNG exports in 2017, volumes skyrocketed and made Russia the top supplier to European LNG terminals (LNG World News) for the first time in that month. This change in the natural gas trade was started by lower demand and prices in Asia and it also happened in May 2018 for the same reasons. The European market has still the privilege to be rather not affected by US LNG competition and to offer access to a very developed area without prohibitive transportation costs for Russia.

The LNG demand in Asia: trends and forecasts  

Russia is incentivized to pursue their LNG capacity expansion by the encouraging expectations coming from Asia, where the LNG demand is seen to quadruple to 80 million tons per year by 2030 according to Wood Mackenzie’s studies (December 2018).

However, this trend represents also an incentive for the US, the main LNG supplier in the region, to boost their export capacity that is expected to more than double by the end of 2019, reaching the level of 8.9 billion cubic feet per day according to the Energy Information Administration (December 2018).

Asian countries are finding their way to get the greatest advantage from this LNG fever: Japan, for example, aims to create an LNG trading hub through market flexibility and liquidity that will be achieved by expanding spot trade and pricing (Stern, 2016). This specific trading system, which implies instant delivery of the product – contrary to futures – “reflects the actual supply and demand of LNG” (Stern, 2016). The LNG trading hub will need also open access to facilities, the “enhancement of trade” and the “creation of a proper price discovery mechanism” (Stern, 2016), elements that are considered as a breakthrough in Pacific LNG market.

Chinese LNG demand is also expected to rise in 2019 following Government’s guidelines to promote the use of gas to replace more polluting fuels like coal, and the growth is expected to be 14% by the end of the year according to the National Development and Reform Commission (Aizhu and Gloystein, 2019). However, even if it is the world’s second-largest LNG buyer, China is unlikely to be able to absorb the LNG glut that Asia is living nowadays, with spot prices being dragged down by 60% since mid-2018 (Aizhu and Gloystein, 2019).

Conclusion 

This scenario highlights how Asia is filled with an impressive amount of LNG and how even the most developed economies in the region are not able to absorb this ongoing excessive supply. Russia has certainly the needed physical amount of natural gas to supply this market, but it faces a difficult challenge since there are closer suppliers as Australia – the world main LNG exporter (Jaganathan, 2018) – and the difficult geographical landscape contributes to reducing Russian LNG competitiveness to Asian markets. On the other side, these critical points are far less relevant when we consider the LNG flow from Russia to Europe, where it has an undeniable advantage compared to US LNG and there it is always likely that will find markets willing to receive it. Russian pivot to Asia is ongoing, but it is still a long way to go for the following years.

Russia and Iran privileges gained from Damascus for their military interventions in Syria

Moscow and Tehran try to secure their shares of control and influence in Syria as a reward for supporting the Syrian government throughout the war. Russia has been on a quest to reach the warm sea, has enjoyed access to naval bases throughout the Mediterranean during the Soviet era, the collapse of the U.S.S.R brought an end to that access, with the exception of Russia’s base in Tartus, (Syria). Iran, which is suffering from US sanctions, seeks to work with new local partners, and dream to settle for a long-term economic influence in Syria in order to maintain a foothold in a crucial part of the region, for Tehran the Syrian economy constitutes a potential target market for their products.

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Since the beginning of Syria’s war in 2011, Russia and Iran have built a strong military presence in Syria in support of the Syrian government. Russia officially entered the Syrian conflict in September 2015 in support of the recognized government. Iran has supported the Syrian government since 2012, giving Syria extensive military aid in the form of training, weapons, and intelligence sharing.

On April 20, 2019, Syrian President Bashar al-Assad met senior Russian officials for talks in Damascus, with both countries state media saying a deal was close to leasing out Syria’s Tartus port to Russia.

In December 2017, the Russian parliament ratified a deal with Damascus to allow for the Russian Navy to expand its technical support and logistics base. The agreement has been in temporary effect since it was signed. It will be valid for 49 years when the lease is officially signed, with possible extensions by 25 year periods, it also agreed that Russia would expand and modernize the port’s supply of facilities for its fleet, allowing Russia to deploy up to 11 warships at one time.  

Tartus is Russia’s only base in the Mediterranean Sea dates back to Soviet days. Tartus lies on Syria’s western coast and has had a Russian naval presence since 1971. At the time, the Soviet Union was Syria’s primary arms supplier and used the deepwater port as a destination for shipments of Soviet weapons. Russia managed to maintain access to Tartus after the fall of the U.S.S.R due in part to a deal that wrote off Syrian debts to the Soviet Union.

Beginning just before the reign of Peter the Great in the late 17th century, Russia fought a series of wars with the Ottoman Empire in a quest to establish a warm water port off the Black Sea. By 1812, Russia had managed to secure control of the entire northern coast of the Black Sea. Even with yearround ports on the Black Sea, access to the Mediterranean was still governed by the whims of whoever controlled the Dardanelles and Bosporus straits. During World War I, Russia made a never consummated secret agreement with Britain and France that would have granted it control of Constantinople and the Turkish straits if the Allies proved victorious

For Iran, which always dreams of building a strong regional economy based on trade, high ways and pipelines that cross from Iran to the Mediterranean, helping to build up Syrian ports is only one element in a much larger vision of prosperity and shared interests.  Most important will be the day that Iran can sell its oil and gas to Europe by transporting across Iraq and Syria. 

Iran gave the Syrians a line of credit totaling $6.6 billion since 2011, and that was topped up with an additional $1 billion in 2017. The two governments agreed to establish a joint chamber of commerce, a joint bank, and a power station in Latakia. Iranian developers were also given the rights to construct a 200,000 apartment housing development near the Syrian capital. 

Iran has also promised to address Syria’s ongoing crippling fuel shortage by sending all future shipments of heating fuel, cooking fuel, and gasoline to the Iranian leased section of Latakia, once it is fully operational next autumn.  

In 2017, the Iranians asked for a license to obtain 1,000 hectares of land in the coastal city of Tartus, which they wanted to transform into oil and gas port. Because of its proximity to the Russian military base, Moscow nixed the proposal. So, Tehran set its sights on 5,000 hectares of fertile territory close to the Shiite Sayideh Zainab Shrine near Damascus International Airport, which it wanted to develop for agriculture. Again, the Russians said no, offering instead agricultural fields in the countryside of Deir Ezzor, but they were inaccessible as they were controlled by Kurdish militants allied to the United States. 

In recent months, a number of industrial, military, and energy deals between Tehran and Damascus have been made public, including one that provides for the establishment of power stations in Latakia. The Latakia port agreement gives Iran the right to use the Syrian harbor with 23 warehouses for economic purposes only, but once in control of the premises, nothing prevents them from transforming it into a military facility. Iran will take over management of the port at the Syrian city of Latakia from October 1st, 2019, as per an agreement between the two countries. 

A foothold in Latakia fulfills a decades-long Iranian dream of having direct access to the Mediterranean Sea, from where it can ship goods, arms, and political influence to the rest of the world. The port-management agreement is another building block in Iran’s project to maintain its presence in Syria. The lease of Latakia will not only end Russia’s exclusive presence in the coastal district, but it may also put Russian troops and military vehicles at risk. A permanent Iranian presence in Latakia could limit and possibly obstruct Russian surveillance and intelligence gathering, jam their radio-electronic technology and jeopardize Russian air-defenses, aircraft, and the lives of military personnel.  

 


Il Venezuela oltre la crisi nazionale: strategie e interessi di Cina, Russia e Stati Uniti

Il Venezuela vive oggi una drammatica crisi politica, sociale ed economica, iniziata con la morte di Hugo Chávez nel 2013 e con il successivo crollo del prezzo del petrolio avvenuto nel 2015.  

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La situazione pare essersi aggravata ulteriormente nell’ultimo periodo, come dimostrano i fatti accaduti agli inizi del nuovo anno, in particolare il 23 gennaio 2019, data in cui il giovanissimo leader dell’opposizione Juan Guaidó si è autoproclamato presidente ad interim del paese durante una manifestazione organizzata contro il presidente in carica Maduro.
Lo scenario venezuelano ha catturato l’attenzione mediatica internazionale, non solo per la grave crisi umanitaria che sta portando alla fuga un numero considerevole di venezuelani, ma anche e soprattutto per il coinvolgimento diretto dei più importanti leader mondiali: Trump, Putin e Xi Jinping. 

 

Gli Stati Uniti e l’appoggio a Guaidó

Dopo un periodo di stanca, gli Stati Uniti hanno riacquistato un ruolo di primordine nella lotta al chavismo e al suo principale leader Nicolás Maduro. Non c’è da stupirsi, in effetti, poiché tra i tanti scenari internazionali in cui gli Stati Uniti sono implicati, quello venezuelano risulta particolarmente importante da un punto di vista politico, economico e geostrategico in quanto si trova proprio nel loro “cortile di casa”.  
Preso atto dell’impossibilità di un’immediata implosione del regime dovuta al forte sostegno dell’esercito, il piano dell’amministrazione Trump era quello di rovesciare Maduro senza però intervenire direttamente con le armi, avendo appreso dalla terribile disfatta del 12 aprile 2002, quando contribuirono al tentativo di rovesciare il “comandante eterno” Hugo Chávez, fallendo. Il modo più efficace è sembrato, quindi, quello di sostenere il leader anti-madurista e filoamericano Juan Guaidó sperando potesse dare alla popolazione venezuelana una valida alternativa al regime vigente. 
L’interesse statunitense nella crisi venezuelana è causato in primo luogo da questioni storico-geografiche: come sappiamo infatti, le relazioni tra questi due paesi hanno radici antiche ed è proprio in Venezuela che ha sempre trovato piena applicazione la Dottrina Monroe. 
Successivamente, con la svolta socialista, il paese bolivariano è diventato però una vera e propria spina nel fianco per gli States, tanto che Obama definì Chávez e Maduro minacce alla sicurezza nazionale”.
Per l’amministrazione Trump appare dunque rilevante rimarcare la propria influenza nel continente americano e soprattutto in Venezuela dove oggi si gioca una partita importante con implicazioni non solo regionali ma soprattutto globali. Il protagonismo di attori internazionali come Russia e Cina è un’evidente manifestazione dell’importanza strategica del paese caraibico. 

 

Cina e Russia contro gli Stati Uniti  

La Cina e la Russia nella crisi venezuelana rivestono un ruolo fondamentale, non solo per il sostegno economico e politico manifestato a Maduro ma soprattutto perché anche in questo scenario stanno mostrando la crisi dell’unipolarismo che sta attraversando gli Stati Uniti. 
La Cina è il più rimarchevole avversario strategico americano e porta avanti da diversi anni importanti relazioni economiche con il Venezuela. Fu soprattutto a seguito dell’ascesa di Chavez che le relazioni sino-venezuelane migliorarono considerevolmente e difatti nel 2001 il Venezuela diventò il primo paese ispanico a entrare in una “partnership di sviluppo strategico” con la Repubblica Popolare, diventando poi “partnership strategica globale” nel 2014 a seguito dell’elezione di Nicolás Maduro1. Secondo le stime dell’American Enterprise Institute, la Cina ha investito circa 12,7 miliardi di dollari nello stato latino-americano negli ultimi 15 anni nel settore energetico e ha concesso al paese bolivariano prestiti pari a 62 miliardi di dollari e garantito investimenti per più di 2 miliardi di dollari per lo sviluppo di importanti infrastrutture. 
Oltre che da un punto di vista economico, il Venezuela riveste per la Cina un ruolo strategico rilevante in quantograzie al suo posizionamento geografico, potrebbe essere lo strumento di pressione per dissuadere gli Stati Uniti dall’intervenire nel Mar Cinese Meridionale ed Orientale.
La crisi politico-istituzionale che sta attraversando oggi il paese, però, pone la Cina in una posizione non poco problematica, e se per ora la delegazione cinese ha deciso a di non riconoscere il leader dell’opposizione, Juan Guaidó, come presidente ad interim, non possiamo escludere l’ipotesi che in futuro abbandoni un instabile Maduro qualora l’opposizione rassicuri Pechino sulla continuità delle relazioni economiche in caso di un cambio di governo.
Per ciò che concerne la Russia invece, la forte rivalità con gli Stati Uniti, arrivata all’apice con l’annessione della Crimea da parte del Cremlino, è sicuramente il migliore strumento per comprendere l’atteggiamento russo nella crisi venezuelana. 
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, “lo spostamento” verso est della NATO e dell’Unione Europea è stata percepita dalla Russia come una minaccia alla sicurezza nazionale. Ciò ha determinato la necessità di intraprendere relazioni con alcuni paesi dell’America Latina non allineati col gigante a stelle e strisceIn effetti, il Venezuela risulta un potenziale avamposto dei russi Oltreoceano e dunque un importante alleato contro gli Stati Uniti Moltre interessi geopolitici e strategici anche in questo caso a giocare un ruolo fondamentale nell’alleanza con Maduro vi sono interessi economici: infatti, secondo Reutersdal 2005 la Russia avrebbe prestato a Caracas circa 17 miliardi di dollari, e inoltre, il colosso petrolifero statale Rosneft avrebbe da anni importanti interessi nell’industria energetica venezuelana. Altrettanto importante è il settore dell’industria bellica: il Venezuela, infatti, è il migliore importatore di armi russe con contratti da miliardi di dollari. 
In merito all’attuale crollo economico e politico-istituzionale, Putin punta il dito contro Washington, ritenendo che le continue sanzioni e l’ingerenza nelle questioni politiche interne facciano in realtà parte di un piano ben orchestrato per bloccare l’influenza russa nel suo “cortile di casa”.  

Per concludere, è chiaro che la crisi che sta attraversando il Venezuela va ben oltre questioni nazionali ma si sta delineando sempre di più come l’ennesimo terreno di scontro tra i tre giganti internazionali.  Ci si chiede dunque, quanto l’influenza di Trump, Putin e Xi abbia inciso nella crisi nazionale e se ci si possa aspettare nei prossimi mesi l’esplosione di una guerra civile o peggio, un vero e proprio conflitto armato. Nonostante le difficoltà nel prevedere cosa succederà nei prossimi mesi e quali siano le reali intenzioni dei leader, appare chiaro che l’unica reale vittima di questa crisi sia il popolo venezuelano, affamato, abbandonato e soggetto a continue e innumerevoli strumentalizzazioni.