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La ripresa della Storia

A 30 anni dalla caduta del muro di Berlino (1989) la storia ha ricominciato a proseguire e nonostante la speranza di un continente europeo stabile e pacifico la tensione geopolitica ha riaperto antiche dispute che sembravano svanite. La disintegrazione della Iugoslavia (1992-1999) è stata solo l’inizio di un processo storico vivo ancora tutt’oggi e che affonda le sue radici nei due secoli precedenti.

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Le guerre napoleoniche (1797-1815) hanno posto fine alla rivalità ultrasecolare tra Gran Bretagna e Francia portando la faglia di attrito nella Mitteleuropa e nei Balcani destabilizzati. Tali zone vennero, poi, definitivamente frammentate dalla Grande Guerra (1914-1918) che causò, con il trattato di Versailles (1919), la disintegrazione degli Imperi Centrali (russo, austro-ungarico,  ottomano e tedesco) creando un vuoto geopolitico che Russia e Gran Bretagna cercano di colmare da 100 anni. La frammentazione dell’URSS (1991), definita dal presidente russo Vladimir Putin: “la più grande catastrofe geopolitica della storia” ha generato uno spazio di conflitto ancora più ampio estesosi dal Balcani fino al Mar d’Azov e alle repubbliche caucasiche, e denominato da Brzezinski “Arco di Crisi”, come hanno ampiamente dimostrato le guerre in Iugoslavia e la guerra in Georgia (2008).

La crisi ucraina del 2013-2015 ha le sue origini proprio nel primo dopoguerra quando l’onda d’urto del Primo Conflitto Mondiale mise sotto pressione l’integrità della Russia post-zarista facendola scontrare con i movimenti indipendentisti ucraini. Fu ancora in questo periodo che la mancanza di un potenza regionale fece sì che l’appena ricostituita Polonia intraprendesse con il generale Pilsudski una guerra (1919-1921) contro la Russia sovietica onde creare un grande stato polacco dal Mar Baltico al Mar Nero in grado di contenere una possibile espansione comunista verso ovest. Oggi Varsavia si vuole porre come testa di ponte nella regione di una grande sfera di influenza anglosassone-russofoba estesa su tre mari (Mar Nero, Mar Baltico e Mar Adriatico) all’interno dell’Alleanza Atlantica, rafforzando le relazioni con Londra e indebolendo i paesi dell’Europa occidentale e espungendo così la possibilità della nascita della cosiddetta Gerussia, ovvero un grande “titano” russo-tedesco sull’est europeo che ostracizzerebbe l’influenza del sea-power anglo-americano e garantirebbe un assoluto dominio tellurico dell’heartland, sogno utopico di Haushofer e incubo geopolitico di Mackinder.

Ecco spiegato l’importanza dell’Ucraina, altro stato determinante per il balance of power della regione. Brzezinski, consigliere americano per la sicurezza nazionale (1977-1981), definì la nazione ucraina uno stato perno per il Cremlino: “Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero ma con l’Ucraina subordinata o poi sottomessa, la Russia diviene automaticamente un Impero”. Le parole del consigliere polacco fanno presagire che l’accordo Minsk II (2015) non durerà ancora a lungo e che i leitmotiv politici alla base del conflitto ucraino possano estendersi anche alla Bielorussia e alla Moldavia, acuendo il rischio di una guerra calda a tutti gli effetti.

La presenza di questa grande area post-sovietica ancora non bene definita ha finito per allacciarsi e intrecciarsi con le vicende del Medio Oriente (specialmente il Siraq) creando una linea e un link geopolitico esteso da Damasco a Kiev, in cui gli effetti di uno si ripercuotono sull’altro, con al centro il Mar Nero, destinato a guadagnare ancora più rilevanza politica nei prossimi anni. L’annessione della Crimea alla Russia (2014) è foriera della centralità del “Mar Russo” nel futuro così come l’incidente nello stretto di Kerc (2018) tra marina russa e marina ucraina.

Centrali saranno le scelte politiche della Turchia visto che il Regno Unito ambisce a instaurare una alleanza forte con Ankara, portandola nell’élite politica della NATO, in funzione anti-russa, sfruttando la storica rivalità tra i due imperi eurasiatici per il controllo degli Stretti e del Caucaso, minando al contempo l’alleanza “friabile” russo-turca in Siria.

Già nel XIX secolo dopo la guerra greco-turca (1821-1830) il colonello inglese Lacy Evans espresse quale era l’assillo russofobo britannico sugli stretti dei Dardanelli: “il possesso della più forte posizione strategica al mondo (vale a dire Costantinopoli e gli Stretti) renderebbe ipso facto la Russia in grado di dominare il Mediterraneo e l’Asia Centrale e conseguentemente di minare il commercio e la potenza della Francia e della Gran Bretagna. Con Costantinopoli come base, il dominio universale è a portata di mano della Russia”.

Anche il Caucaso acquisisce una funzione centrale in un’ipotetica competizione di potere tra Russia e Regno Unito tramite la Turchia. Dalla Grande Guerra l’energia ha assunto un valore strategico rilevante per il sostentamento delle economie nazionali tant’è che durante la prima guerra di Versailles (1939-1945) la Geopolitik tedesca del Lebensraum ambiva a impossessarsi dei grandi giacimenti di idrocarburi dell’Azerbaigian per alimentare la macchina da guerra tedesca, sottraendoli a Mosca. Adesso la stessa querelle potrebbe riproporsi tra Russia e Turchia con quest’ultima a cui non dispiacerebbe acquisire una maggior indipendenza energetica dal Cremlino.

L’Europa occidentale si trova obtorto collo coinvolta in questa vicenda. La Brexit è forse l’evento che più di ogni altro dovrebbe allarmare l’UE e i suoi stati membri circa le ripercussioni geopolitiche sulla stabilità della comunità europea. Londra ha più volte ribadito la propria amicizia con Varsavia appoggiando la divisione creatasi all’interno dell’Unione Europea tra est e ovest al fine di mantenere tramite l’Alleanza Atlantica quello che il suo primo Segretario Sir Lionel Ismayl definì il suo scopo: “to keep the Russians out, the Americans in, and the Germans down. Tale obiettivo geopolitico persiste ancora oggi e ora che Washington è concentrata sul “Pivot to Asia”, Londra assumerà, per utilizzare una parola da “businessman” qual è Donald Trump, il ruolo di amministratore delegato, all’interno dell’alleanza atlantica, degli interessi statunitensi nella insulare europea.

In questo momento Bruxelles non si può permettere stati destabilizzati ai propri confini e un eventuale collasso dell’Ucraina avrebbe effetti devastanti sulla tenuta dell’integrità europea, nel caso ritornasse ad essere oggetto di scontro tra Russa e Regno Unito. Ucraina inoltre sempre più centrale e che molto probabilmente sarà destinata a cambiare la storia europea vista la sempre più rilevanza di Kiev anche nei giochi di potere interni agli USA e nell’amministrazione presidenziale americana delle ultime settimane.

 

 

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La caduta del muro di Berlino, 30 anni dopo. La fine del “Secolo breve” e le difficoltà dell’Europa di oggi

Il 9 novembre del 1989 termina il “secolo breve”, così definito dall’immenso storico britannico Eric Hobsbawm che, a sua volta, cita nella prefazione della sua opera, il poeta Thomas Stearns Eliot: “Il mondo finisce in questo modo: non con il rumore di un’esplosione, ma con un fastidioso piagnisteo”, il Secolo breve è finito in tutti e due i modi.

La caduta del muro di Berlino, 30 anni dopo.  La fine del “Secolo breve” e le difficoltà dell’Europa di oggi - Geopolitica.info Una foto scattata a Berlino, nel 2010, presso East Side Gallery: ciò che resta del muro oggi simbolo di libertà.

La fine della Guerra fredda e della divisione in due dell’Europa decisa dalle potenze vincitrice della Seconda guerra mondiale: il crollo dello Stato comunista tedesco-orientale e la riunificazione della Germania nella Repubblica federale tedesca, meno di 11 mesi dopo, il 3 ottobre 1990. Un processo inevitabile e inarrestabile che tuttavia poneva il problema della rinascita della Germania come potenza europea occidentale, sia in termini economici sia di popolazione. Prospettiva che andava a modificare gli equilibri decennali raggiunti dai paesi membri dell’Unione Europea. Inoltre, il veloce disfacimento della stessa Unione Sovietica avrebbe obbligato l’Europa occidentale ad allargarsi verso Est, andando ad assorbire le nuove democrazie ex-comuniste, infine il problema dei nuovi rapporti con la Russia. Questo duplice appuntamento con la storia era chiaro a molti ma non di facile soluzione.

Le scelte fatte all’epoca sono state soddisfacenti? Giusto interrogarsi dopo 30 anni, un tempo storico abbastanza importante per iniziare ad analizzare eventi che hanno stabilito un limes cronologico che segna, possiamo affermare, la fine del Novecento e ci proietta nel periodo che il politologo statunitense Francis Fukuyama ha definito The End of History and the Last Man dove la caduta del muro di Berlino e le sue conseguenze, ovvero la dissoluzione dell’impero sovietico rappresentano ottime premesse per raggiungere il traguardo comune delle società occidentali: lo stato liberale e democratico.

Ma siamo sicuri che questi traguardi sono stati raggiunti? Alcuni leader politici dell’epoca come François Mitterrand e Giulio Andreotti furono particolarmente espliciti nel sottolineare la necessità che la nuova Germania riunificata venisse più strettamente integrata all’interno dell’Europa, secondo un modello quanto meno confederale, il Consiglio europeo di Maastricht, nel dicembre 1991, lanciò la politica monetaria europea che, nel 2002, portò all’introduzione dell’Euro come nuova moneta unica e successivo confine tra due epoche ben distinte della nostra contemporaneità.

All’unificazione monetaria è seguita una difficile unificazione delle politiche economiche e fiscali e poi il tentativo di ricucire i rapporti tra i paesi membri a Lisbona nel 2007, quindi la Brexit, il forte ritorno dei nazionalismi sono, in parte, figli di un fallimento che mette le sue radici nel 1989. I difficili rapporti con la Russia, dal rapido allargamento della NATO ai paesi europei dell’ex Patto di Varsavia e alle tre Repubbliche baltiche, seguito dall’ingresso di molti di questi paesi nella Ue. Tutti fatti che non furono accompagnati da analoghe aperture nei confronti di Mosca che portarono la Russia a violente azioni militari in Georgia e Crimea: mosse inaccettabili dal punto di vista del diritto internazionale ma, viste da Mosca, come una necessaria reazione difensiva rispetto all’invadenza occidentale.

Ad ogni modo credo che però sarebbe sbagliato pensare che la caduta del Muro di Berlino, e tutte le sue conseguenze, abbiano rappresentato un fatto negativo, al contrario il 9 novembre del 1989 si celebrò la fine di una folle spaccatura in due dell’Europa, la fine di durissimi regimi dittatoriali e l’inizio di un mondo più connesso. La nuova Europa si trova davanti un altro muro fatto di sfide, il futuro ci dirà se saranno superate.

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GeRussia di Salvatore Santangelo (Castelvecchi) torna in libreria in occasione del trentesimo anniversario della Caduta del Muro di Berlino

Con la caduta del Muro di Berlino, la questione tedesca che per quarant’anni aveva diviso l’Europa e, con essa, il mondo trovava infine soluzione nella riunificazione delle due Germanie e nella successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica. A trent’anni dai fatti di quel novembre 1989 si rende necessario riflettere nuovamente sul valore di quegli eventi che, chiudendo il Secolo Breve, aprirono una fase di riesame, forse ancora insoluta, sul significato dell’essere Europa, sui suoi confini e la sua identità.

GeRussia di Salvatore Santangelo (Castelvecchi) torna in libreria in occasione del trentesimo anniversario della Caduta del Muro di Berlino - Geopolitica.info

Da questi presupposti muove Salvatore Santangelo con il suo “Gerussia, l’orizzonte infranto della geopolitica europea a trenta anni dalla caduta del Muro”, un testo che ritorna in stampa in occasione di uno degli anniversari più significativi della storia recente con l’intento di spiegare le profonde relazioni tra Russia e Germania e, attraverso questa, l’Europa.

Santangelo ripercorre le burrascose vicende che hanno legato Germania e Russia e instaurato tra di esse un rapporto peculiare e senza eguali nel panorama europeo. Dall’unificazione tedesca del 1870 (per la quale la mancata opposizione di San Pietroburgo fu determinante) al ruolo di Berlino nell’ascesa al potere dei bolscevichi, dal riavvicinamento tattico di Rapallo (1922) a quello di più ampio respiro favorito dall’Ostpolitik di Brandt, fino alle nuove intese che, benché con stili diversi, hanno caratterizzato l’approccio di Schroeder e della Merkel verso la Federazione Russa di Putin.

In mezzo, la tragedia incommensurabile dell’Operazione Barbarossa, che nei suoi esiti ha portato alla morte del regime nazista e alla affermazione mondiale di quello sovietico. Cicatrici che non passano ma che, paradossalmente, e in un caso forse unico al mondo, quasi aiutano a rinsaldare i rapporti tra le due nazioni, o se non altro a renderli più profondi e meno scontati.

Tante inoltre le occasioni mancate, che l’autore ha il merito di riportare alla luce a dispetto dell’oblio storiografico in cui sono finite. Parleremmo oggi di un’Europa diversa se il progetto di Hanotaux, ministro degli esteri francese alla fine del XIX secolo, fosse andato in porto: un’alleanza franco-russo-tedesca avrebbe forse scongiurato l’ecatombe novecentesca, e magari rallentato – o quanto meno ritardato – l’inesorabile declino europeo.

Ma Gerussia, ovvero l’asse russo-tedesco nella terminologia coniata dal Centro Studi di Geopolitica della Duma nel 1991 – una nuova traiettoria strategica resa possibile proprio dalla caduta del Muro di Berlino e dai mutati equilibri globali – oggi non vive certo di rimpianti, bensì di opportunità. Nessuno, a Mosca o a Berlino, ne sottovaluta la portata.

Gli scambi commerciali (50 miliardi di dollari annui, con un trend in costante crescita), gli accordi per il gas (con il raddoppio di Nord Stream che avanza a tappe forzate), le politiche di investimento (secondo Keynes, il ruolo storico di Berlino sarebbe stato quello di modernizzare il Paese degli Zar – una funzione che sembrerebbe non essere cessata): tutti fattori che spingono in direzione di una maggiore integrazione tra le due economie.

Gli ostacoli però non mancano.

Più che della generica attenzione della Merkel verso il rispetto dei diritti umani, Gerussia negli ultimi anni ha risentito della questione ucraina (nella quale i tedeschi, egemoni – benché riluttanti – dell’UE, non possono far finta di nulla) e per il nuovo corso intrapreso dalla NATO, un’organizzazione sempre più condizionata dalle paure e dai retaggi dei suoi nuovi membri orientali.

Inutile dirlo, molto dipenderà dalle policies di Trump, ancora non chiaramente impostate nei confronti del Cremlino. Al di là delle intenzioni dei leader, però, è dalla “postura degli apparati” che si possono trarre delle previsioni sul futuro. E se in America questi sono fortemente antirussi, in Germania (anche grazie ai fitti legami industriali) vanno al contrario in continuo pressing per un consolidamento delle relazioni.

Tutto ciò è espresso nelle parole dello stesso Putin, «tra la Russia e gli Stati Uniti c’è un oceano, mentre «tra la Germania e la Russia c’è una grande storia”.

Il quesito fondamentale di Gerussia resta comunque aperto: basterà la convergenza degli interessi geoeconomici a mantenere salda l’intesa?

Lo spettro di una escalation, così come quello di uno sfaldamento dell’Europa, non è poi così lontano. Da Washington a Varsavia circolano piani bellici inquietanti, nei quali la Russia viene vista come una minaccia alla stabilità europea e non come un partner nella lotta alle nuove sfide globali, come il terrorismo e l’integralismo islamico.

La risoluzione della questione tedesca non ha quindi dato una risposta al problema della sicurezza e della stabilità europea che resta, oggi come allora, intimamente legata alla sicurezza e alla stabilità della Russia. Condizionamenti interni ed esterni nel rapporto tra Mosca e Berlino sono evidenti ma è indubbio che la futura stabilità dell’Europa dipenderà, in una misura non piccola, dalla salute di Gerussia.

 

 

 

 

 

 

Siria: la porta degli imperi

Nelle visioni geopolitiche delle grandi potenze regionali (Russia, Turchia, Iran e Arabia Saudita) la Siria costituisce “la porta di accesso” al Medio Oriente, il cui controllo garantisce l’egemonia della regione. La rilevanza geo-storica siriana fa si che nel paese si concentrino una pletora di interessi di ex imperi e non (Impero Russo, Impero Persiano, Impero Ottomano e Impero Americano) confliggenti gli uni con gli altri che hanno causato, e che continuano a causare, il collasso del paese.

Siria: la porta degli imperi - Geopolitica.info

L’invasione della Turchia di questi giorni rappresenta l’ennesima ambizione di droit de regard della regione a cui si accompagna una forte frammentazione del sistema Sykes-Picot (1916). La Turchia ambisce a “restaurare” un ruolo neo-ottomano in tutto il Medio Oriente ricalcandosi un proprio enclave esclusivo all’interno del quale esercitare la massima autorità. Durante la Guerra Fredda, Ankara era stata relegata a stato cuscinetto stricto sensu in funzione anti-sovietica con la sua entrata nella NATO durante il Consiglio di Ottawa (1952) insieme alla Grecia.

Dopo la Guerra Fredda, Ankara, con l’ascesa di Erdogan al potere durante le elezioni del 2002, ha riscoperto un proprio mythomoteur storico rappresentato dal bacino elettorale dell’Anatolia di cui il Reis è stato un abile interprete.

La dottrina Erdogan si ispira alla Dottrina di Ahmet Davutoglu del panislamismo che vede nella Siria la porta di accesso a tutto il Medio Oriente, necessario per fare della Turchia il rule maker della regione. In questa visione il dossier curdo è centrale perché ha una duplice connotazione: una interna onde evitare la frammentazione della nazione turca con la nascita di uno stato curdo indipendente (formato dal Rojava siriano e dal Kurdistan turco) e una esterna volta a togliere un ostacolo alle grandi ambizioni turche nel Siraq.

Durante i primi anni della guerra civile in Siria (2011-2015) Erdogan nei confronti dei curdi siriani aveva applicato la logica del divide et impera impegnandosi a supportare militarmente i curdi in funzione anti-ISIS ma in pratica ricoprendo un ruolo molto più ambiguo nei confronti dei jihadisti di Daesh. Fallito il piano, Ankara ha deciso di intervenire manu militari nel nord-ovest del paese ad Afrin (2018) prima con il tacito assenso della NATO e con il placet di Mosca, adesso in modo unilaterale mettendo in crisi non solo gli equilibri di potere all’interno dell’Alleanza Atlantica ma anche l’alleanza de facto con la Russia e l’Iran.

Le diatribe di questi giorni tra Ankara e Washington sono il risultato di una crisi più lunga risalente al fallito golpe turco (2016) orchestrato secondo l’intelligence turca con il consenso americano tramite Fetullah Gulen, esule negli USA, per il quale Erdogan ha chiesto l’estradizione, di fatto mai avvenuta. Tuttavia, nonostante le numerose polemiche sulle considerazioni strategiche dell’amministrazione Trump sulla questione curda, il Pentagono è consapevole dell’importanza strategica della Turchia all’interno dell’Alleanza Atlantica, nonostante il doppio gioco degli ultimi anni, non solo in funzione anti-russa ma soprattutto in funzione anti-iraniana. Una Siria “iraniana” tout court creerebbe problemi sia con Israele sia con l’Arabia Saudita dato che si vedrebbero accerchiati da una potenza nettamente ostile. Pertanto, il “ritiro” delle truppe americane dal Nord della Siria si traduce in una legittimazione americana del modus operandi turco nel contesto siriano, e dà il placet ad una proxy war contro l’influenza persiana sfruttando le ambizioni turche che potrebbero degenerare in una guerra con Damasco e di conseguenza contro Teheran e tutti gli alleati della regione compreso Hezbollah.

Per la Russia la Siria è “la chiave di accesso russa nella regione” (Caterina II la Grande) e questo spiega l’intervento militare russo nel novembre del 2015 a fianco del regime di Al-Asad e il grande attivismo diplomatico del presidente Putin nella regione. L’idea di un possibile regime change a Damasco con l’ascesa di un regime sunnita-salafita sarebbe stato catastrofico non solo per gli interessi geopolitici russi nella regione ma anche per la stabilità interna della nazione visto il rischio di una possibile “revanche” cecena, nonostante i grandi investimenti economici fatti nella regione che l’hanno resa la “Dubai” della Russia. Infatti, la guerra civile in Siria, dal punto di vista del Cremlino, è anche una guerra civile russa combattuta al di fuori dei confini nazionali, dopo le due guerre civili in Cecenia (1994-1995, 1999-2009), tra una Russia filo-mosca (costituita sia da cristiani sia da mussulmani che si riconoscono nella Russia di Putin) e una Russia fondamentalista islamica (formata da élite di ceceni che combattono in Siria come jihadisti) che ha come ambizione la creazione di un grande Dar Al-Islam caucasico esteso fino all’interno dei confini russi. La diplomazia di Putin non è quindi una dimostrazione di forza utile solo in patria per ravvivare narrazioni imperiali ma incarna anche la volontà di preservare gli alleati della regione, rafforzandoli e allargando la propria sfera di influenza anche all’Iran, sebbene tra i due ex imperi non “corra buon sangue”. In questo modo, il Cremlino contribuirebbe a rafforzare quell’ “asse sciita” iraniano creatosi durante gli anni ’80 del secolo ed integrato con la collaborazione di Ankara nella regione in occasione dei colloqui di Astana (2017). Perciò le iniziative turche nella regione sono i prodomi di un possibile indebolimento del principale partner di Putin che, infatti, ha dimostrato un atteggiamento poco compiacente nei confronti di un’occupazione forzata del nord della Siria.

La tanta paventata pace siriana sembra oggi un sogno utopico mentre la guerra una realtà concreta che sembra non finire mai. Il tradimento dell’Occidente nei confronti dei curdi, in nome della vecchia logica di potenza, sminuisce l’immagine politica degli USA, dell’Unione Europa e della NATO. Si appresta ad aprirsi una nuova guerra in Siria, forse molto più pericolosa della precedente, in cui il rischio di escalation tra le potenze regionali è molto alto, non dimenticando l’appartenenza della Turchia all’Alleanza Atlantica con tutte le conseguenze che può avere l’art. 5 del Patto Atlantico sull’Occidente.

 

 

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