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Azerbaigian, una realtà in crescita

Nei giorni 31 ottobre – 1^ novembre 2013 si è svolto a Baku, in Azerbaigian, un evento internazionale molto importante: il Baku International Humanitarian Forum. Con la presenza di personalità del mondo politico internazionale, alti funzionari, diplomatici, accademici e esperti provenienti da tutto il mondo, il Forum si è articolato in una serie di sessioni di discussione sui temi riguardanti gli aspetti umanitari dello sviluppo economico, le innovazioni scientifiche e la diffusione dell’educazione, lo sviluppo sostenibile, l’identità nazionale, le biotecnologie, il ruolo dei mass media nel sistema di informazione globale.

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L’ampiezza dei temi non ha impedito che al margine delle sessioni si svolgesse una fruttuosa opera di networking, ad ogni livello. Il Forum si è aperto con il discorso del presidente azerbaigiano Ilham Aliyev, è proseguito con il messaggio del presidente russo Vladimir Putin e quello del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon. La lista dei partecipanti ha previsto l’intervento di 7 ex presidente e capi di Stato, 13 premi Nobel e oltre 100 personalità pubbliche di livello mondiale, nel contesto di circa 800 partecipanti totali in rappresentanza di 70 paesi da tutti i continenti. La presenza di ex capi di stato, ambasciatori, personalità del mondo della cultura e dello spettacolo, ha dato anche un profilo mondano all’evento.

Dall’Italia spiccano i nomi dell’ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci, del rettore dell’Università di Siena Angelo Riccaboni, del prof. Sergio Marchisio della Sapienza Università di Roma, del senatore prof.ssa Stefania Giannini, nonché del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che incontrando l’omologo azerbaigiano di Baku ha confermato il rilancio del gemellaggio esistente tra le due città, Napoli e Baku, che notoriamente si caratterizzano per un golfo simile e una vocazione marittima che risulta essere sostanziale anche nel carattere aperto e ospitale di italiani e azerbaigiani. L’Azerbaigian è un Paese che colpisce per l’evidente crescita economica, la società giovane e laica, un mondo culturale capace di creatività e innovazione: questi fattori sono elementi reali per il vero sviluppo di uno Stato.

La possibilità di grandi risorse energetiche, infatti, sta fungendo da volano anche per le politiche sociali, educative e culturali. Certo, il processo di costruzione della nazione non è ancora compiutamente raggiunto così come le istituzioni stanno svolgendo un percorso ancora lungo per il pieno raggiungimento degli standard occidentali di libertà e democrazia: tuttavia si può ben dire che le premesse per dei risultati fruttuosi nel futuro dell’Azerbaigian sono reali. Infatti in una regione complessa, al margine tra grandi aree culturali, l’Azerbaigian si trova al centro di questioni geopolitiche complesse e di grande interesse. Baku è infatti un punto di riferimento anche per Bruxelles, in una prospettiva di sempre maggiore integrazione con l’Unione Europea all’interno del programma di partnership orientale.

La cultura laica che è alla base dell’islam sciita è la pietra angolare per costruire la prospettiva di un Paese orientato verso i valori occidentali, ma con ascendenze orientali e radici turche saldamente asiatiche. La storia della costruzione dello Stato azerbaigiano, con la prima indipendenza raggiunta al crollo dell’Impero zarista (1918-1920), è un punto di riferimento storico-culturale per la definizione di un Paese che ha ritrovato la strada dell’indipendenza dall’Unione Sovietica solo nel 1991. In quel periodo, però, si è anche riaperta la questione nazionale con l’Armenia, che ha avuto come conseguenza il conflitto armato per il Karabagh e l’occupazione da parte armena della regione contesa insieme a quella delle regioni limitrofe.

La situazione sul campo è sostanzialmente congelata – è solitamente definito un frozen conflict – ma la presenza di centinaia di rifugiati dalla regione e il fallimento delle trattative che da anni sono ferme al mantenimento del cessate il fuoco, è per certo un elemento di tensione all’interno del Paese e nella regione. Nonostante ciò l’Azerbaigian tenta di mantenersi un Paese affidabile e persevera una politica di equilibrio tra le “superpotenze” (Russia e Stati Uniti) e le potenze regionali (Turchia, Iran), mentre tra i suoi vicini l’Armenia è più chiaramente orientata verso la Russia e la Georgia è stata notevolmente vicina all’Occidente. In tale contesto la scelta migliore per le piccole e medie repubbliche del Caucaso meridionale è sicuramente quella di perseguire una politica estera “multi-vettoriale”, con una prospettiva geopolitica multidirezionale.

Il mantenimento di un delicato ma importante equilibrio – per la stabilità e la sicurezza internazionale in una regione chiave per l’approvvigionamento energetico – nell’area del Caucaso e del Mar Caspio appare il modo migliore per mantenere il Paese in una condizione di reale indipendenza e di autonomia nella gestione delle ingenti risorse energetiche.

Mosca: identità nazionale e soft power

Lo scorso 30 ottobre l’Istituto Russo per le Ricerche Strategiche di Mosca ha organizzato la conferenza “La Russia e il Mondo allo scoppio della Prima guerra mondiale”. Alla conferenza ha partecipato una delegazione dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, per presentare i primi risultati di un lavoro di ricerca ancora in corso sotto la direzione del Pro Rettore dell’Ateneo Prof. Antonello Folco Biagini.

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Nel corso dei lavori è emerso un vivace dibattito storiografico sulle origini della Prima guerra mondiale e sul ruolo svolto dalla Russia rispetto al tramonto dell’equilibrio di potenza europeo del XIX secolo. Rispecchiando una frattura presente anche nella scena politica e nella società russa, i relatori si sono divisi tra i sostenitori della formula politica dell’élite zarista (ortodossia, monarchia, nazione), che si diffuse nell’Ottocento come risposta alla rivolta decabrista del 1825, e coloro che, al contrario, concordano con la chiave di lettura di questi eventi offerta dagli storici d’epoca sovietica.

I primi sostengono la tesi per cui la Russia zarista non disponeva di piani strategici offensivi particolarmente avanzati alla vigilia della guerra e che con l’avvento dei bolscevichi l’esercito russo si sarebbe ritirato dai combattimenti nel momento in cui avrebbe potuto cogliere i frutti dei sacrifici sopportati negli anni precedenti. In questa prospettiva hanno proposto di ribattezzare la Grande guerra come “Seconda guerra patriottica”, in quanto dovrebbe essere posta in linea di continuità con la “Prima guerra patriottica” combattuta contro le truppe napoleoniche nel 1812 e la “Grande guerra patriottica” condotta contro la Wehrmacht tra il 1941 e il 1945.

A far da contraltare a questa posizione è stato un altrettanto nutrito gruppo di intellettuali vicini alla prospettiva della storiografia sovietica che hanno insistito sull’idea che la Russia di Nicola II progettava da tempo il suo impegno in una guerra generale e che il trattato di Brest-Litovsk venne sottoscritto nel momento culminante per le tragedie direttamente o indirettamente causate da una guerra mal pianificata e altrettanto mal condotta (rotta dell’esercito, carestie, instabilità politica, ecc…). Rispetto a tale confronto il rappresentante del presidente della Federazione Russa non ha appoggiato apertamente né l’una, né l’altra posizione, sottolineando gli elementi veritieri insiti sia nell’una, che nell’altra riflessione.

Dopo il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991, la Federazione Russa – che ne ha raccolto l’eredità politica – si è trovata alle prese con due questioni aperte di carattere politico-culturale: 1) costruire un nuovo senso d’identità nazionale, per arginare la frantumazione del nuovo Stato che si era prontamente verificata con l’indipendenza degli Stati del Baltico, del Caucaso e dell’Asia centrale; 2) trovare una nuova fonte di legittimazione per l’azione politica interna e internazionale dello Stato neo-nato. La risposta a tale esigenza, comune a numerosi Stati multietnici e multilinguistici, è stata più farraginosa in Russia, a causa del ciclico emergere, in corrispondenza dei turning point della vita nazionale, della volontà di nemesi politica e della complementare necessità di rimuovere le costruzioni socio-istituzionali ereditate dal passato.

Se nel corso dell’era Eltsin non si era giunti ad una conclusione e lo scontro tra élite anti-sovietiche e filo-sovietiche aveva polarizzato il dibattito culturale e politico a favore delle prime, durante le presidenze di Putin e Medvedev si è proceduto alla complessa operazione di recupero dell’intero bagaglio storico che ha preceduto l’attuale corso di Mosca, declinato all’interno di una formula politica che si potrebbe definire “sincretica”.
Il primo elemento della nuova “ideologia” è l’identità cristiano-ortodossa e il legame tra il Cremlino e il patriarcato di Mosca. La chiesa ortodossa ha tradizionalmente garantito una sorta di legame spirituale del popolo con lo Stato, che si estendeva su territori enormi e che – dai tempi della Rus’ di Kiev fino all’Impero zarista di Nicola II – aveva rafforzato il senso di appartenenza nazionale.

Ma non bisogna dimenticare che, sebbene sotto forme più discontinue e meno ufficiali, tale rapporto era rimasto vivo anche durante il periodo comunista svolgendo una funzione determinante per la salvaguardia dello Stato in alcuni momenti cruciali, in particolare nel corso della Seconda guerra mondiale. Il secondo elemento è il passato sovietico, che continua tuttora a influenzare la vita quotidiana in Russia e fa parte della memoria storica di una fetta consistente della popolazione. La nostalgia per il passato sovietico, che già negli anni Novanta serpeggiava tra le generazioni più avanti negli anni, si è cominciata a diffondere anche tra i più giovani, che tendono a idealizzarne l’immagine utilizzando l’apparato simbolico-ideologico comunista e le suggestioni ad esso legate nelle rivendicazioni movimentiste e nella creazione di nuove sub-culture (una tendenza presente anche in Europa occidentale nella forma della cosiddetta Ostalgie).

L’opera di nation-building e di elaborazione di un nuovo soft power restano comunque un processo ancora in corso e non privo di contraddizioni. Sebbene le autorità politiche russe stiano alimentando nelle sedi istituzionali il dibattito su questo tema, di sovente si trovano costrette a dover mediare tra i partecipanti ad un dibattito serrato nella comunità scientifica e accademica. Ma le posizioni emerse sono solo apparentemente inconciliabili, trovando il loro minimo comun denominatore nella volontà di potenza della Russia e in uno spiccato nazionalismo. La tensione di questi dibattiti, quindi, svolge la funzione positiva di esasperare la diversità degli approcci per evidenziare alla fine la presenza di elementi comuni che costituiscono il nuovo universo valoriale dello Stato.

Who is who: Mukhtar Ablyazov

Nome: Mukhtar Ablyazov
Nazionalità: kazaka
Data di nascita: 16 maggio 1963
Chi è: dissidente politico kazako

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Già imprenditore di successo, Mukhtar Ablyzov è per tutti gli Novanta fra i maggiori esponenti della generazione di “nuove leve” cui il Presidente kazako Nazarbaev affida il compito di guidare la ricostruzione economica e politica del Paese nell’era post-sovietica. 

Presto però il suo appoggio si trasforma in conflitto: nel 2001 fonda, con l’aiuto di diversi ex-collaboratori Nazarbaev, il movimento riformista “Scelta democratica per il Kazakhstan” per combattere la dilagante corruzione interna, di cui incolpa lo stesso Presidente. Al contempo però, con la probabile complicità di Nazarbaev, lo stesso Ablyazov è raggiunto nel 2002 da una condanna per reati connessi all’esercizio delle funzioni di Ministro dell’Energia fino al1998. Nel 2003, dopo un anno di detenzione in cui a opinione della Ong Amnesty International avrebbe subito violenze e torture, è graziato forse con la promessa di non intromettersi più nella vita politica kazaka. Si trasferisce dunque in Russia, divenendo nel 2005 Presidente del CdA della BTA Bank.

Proprio da simili vicende originano le dinamiche che hanno successivamente coinvolto anche l’Italia: nella speranza di conquistare alla BTA una posizione dominante nella regione concedendo credito facile al boom petrolifero ed edilizio della CSI, Ablyazov avrebbe bruciato circa l’80% dei prestiti contratti con altre banche d’affari (Credit Suisse, Morgan Stanley, Royal Bank of Scotland, ING), erogando finanziamenti a soggetti spesso neanche idonei, incluse società off-shore. Cosa più grave, durante le indagini, avviate dalla stessa BTA, sarebbe emerso un collegamento fra alcuni di questi soggetti e lo stesso Ablyazov, accusato perciò di appropriazione indebita su circa 12 miliardi di euro di prestiti. Nell’ambito di un accordo di ristrutturazione del debito fra la BTA ed i creditori britannici, è processato e condannato a Londra, voe aveva provveduto a trovare rifugio: i suoi beni sono conseguentemente congelati, mentre la BTA viene rilevata da un fondo sovrano kazako per appianare le perdite. Tale circostanza può in parte confermare le affermazioni di Ablyazov sulla natura pretestuosa dell’impianto accusatorio nei suoi confronti, un sospetto che, pur senza incidere sulla condanna, gli era valso l’asilo politico nel Regno Unito.

Condannato nel 2012 per vilipendio alla Corte – avendo tentato di vanificare il blocco dei beni – fugge dal Regno Unito e facilita l’arrivo della sua famiglia in Italia, dove è però arrestata in maggio per immigrazione clandestina ed estradata in Kazakistan: è il ben noto scandalo che ha coinvolto le istituzioni italiane. Diversamente Ablyazov raggiunge Francia, riuscendo a sottrarsi fino al luglio 2013 al mandato d’arresto internazionale richiesto da Russia ed Ucraina per i reati finanziari connessi alla BTA. Rifiutata la richiesta di scarcerazione avanzata dal detenuto, le autorità francesi stanno vagliando le diverse richieste di estradizione giunte in questi mesi a Parigi. La decisione finale in merito non potrà non tenere conto dell’assenza di un accordo di cooperazione penale fra Francia e Kazakhstan, dove, ad opinione di Amnesty International, si teme che Ablyazov possa essere sottoposto a torture e trattamenti vessatori.

 

 

 

Il sistema internazionale, la Russia e la Grande guerra

Il 1914 ha costituito un anno di svolta per l’intera storia mondiale e, a distanza di un secolo, non ha smesso di condizionare i rapporti tra gli Stati. Passando in rassegna i principali temi che hanno caratterizzato la politica internazionale degli ultimi venti anni, gli effetti della Seconda guerra mondiale in larga parte sembrano essere svaniti – con la rilevante eccezione della perdita di potere degli Stati europei e il recente ritorno ad un dualismo russo-statunitense in alcune regioni (Europa, Medio oriente ed ex-spazio sovietico) – mentre sull’agenda politica mondiale grava la crisi di numerose istituzioni politico-giuridiche edificate nel 1919 per ristabilire l’ordine turbato dal conflitto.

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Il fallimento dell’utopia wilsoniana di regolare la vita politica internazionale attraverso agenzie di controllo deputate a favorire la cooperazione interstatale, la messa al bando delle guerre di aggressione, la disgregazione politica dell’ex-Jugoslavia e l’instabilità nei Balcani, la rinascita dei nazionalismi e il ciclico esplodere della violenza in Medio oriente, costituiscono solo una parte dell’eredità contraddittoria della Conferenza di Parigi. Per tale ragione lo studio della Grande guerra risulta attuale non solo ai fini della conoscenza storica ma, soprattutto, per la comprensione delle dinamiche interstatali del tempo presente.
Va sottolineato, anzitutto, che il perdurare di queste ripercussioni, dovuto all’ampiezza e alla profondità dei mutamenti politici innescati tra il 1914 e il 1918 (interruzione dell’isolazionismo americano, Rivoluzione d’ottobre) e imposti dal 1919 (trattati di Versailles, Trianon e Sèvres e istituzione della Società delle Nazioni), è ascrivibile alla natura “costituente” della Grande guerra.

Con tale concetto viene indicata una guerra che assume, al tempo stesso, le sembianze di una “guerra generale”, poiché capace di coinvolgere tutti i “poli” del sistema internazionale di un determinato momento storico causando la redistribuzione del potere tra questi, e di una “guerra fonte”, in quanto generatrice di un riassetto dell’ordine politico internazionale, non fondato sul diritto internazionale precedente, ma su un diritto stabilito ex novo. Come in altri casi simili (Guerra dei Trent’anni, Guerre napoleoniche), all’indomani della fine della Prima guerra mondiale il sistema internazionale è sembrato raggiungere il massimo dell’ordine possibile, evidenziato dalla posizione dominante assunta dai vincitori sui vinti e da un ordine corrispondente agli interessi e alle aspettative delle potenze vincitrici. Non bisogna, inoltre, tralasciare che l’esito delle major war ha influito talvolta anche sul riassetto politico domestico degli Stati che vi hanno preso parte e, più spesso, su quello delle potenze sconfitte. La Grande guerra, quindi, non solo ha posto fine al sistema internazionale emerso dal Congresso di Vienna, ma ha originato anche un sistema internazionale nuovo e, di conseguenza, una altrettanto nuova – quanto precaria – pace.

Sebbene tutte le potenze europee abbiano avuto un ruolo decisivo nello scoppio del conflitto e, successivamente, ne siano rimaste intensamente segnate, la Russia ha svolto un ruolo decisivo sia nel determinare il contesto internazionale all’interno del quale prese forma, sia nella sua deflagrazione, che – a causa dei suoi rivolgimenti politici interni – nell’ispirare alcuni dei principi fondanti del nuovo ordine. È interessante, quindi, presentare all’interno di uno schema interpretativo lineare il rapporto tra la Russia – nonché l’Unione Sovietica, che ne raccolse di fatto l’eredità sebbene sotto una forma di Stato e di regime politico completamente diverse – e la Prima guerra mondiale. Si tenterà, quindi, di individuare tre sfide che nei decenni precedenti allo scoppio del conflitto imposero a San Pietroburgo decisioni capaci di influenzare il corso della storia mondiale e di sottolineare le tre conseguenze internazionali più rilevanti della Rivoluzione d’Ottobre nella prospettiva del ristabilimento dell’ordine.

I sfida – I decisione: il Trattato di Parigi del 1856 che chiuse la Guerra di Crimea (1853-1856), l’accordo anglo-russo del 1888 che pose fine al “grande gioco” in Asia centrale e la sconfitta nella Guerra russo-giapponese del 1904-1905, obbligarono San Pietroburgo a concentrare l’attenzione su corridoi alternativi di accesso ai “mari caldi”. In tale prospettiva la regione balcanica acquisì una centralità strategica. La proiezione russa in quest’area si era cominciata a sviluppare già dagli anni Settanta dell’Ottocento, come dimostrato dai rapporti tradizionalmente intrattenuti con la Serbia e dall’intervento in difesa delle popolazioni slave dei Balcani contro il dominio ottomano nella guerra del 1877-1878. All’alba del Novecento, tuttavia, la difesa dell’interesse nazionale russo nei Balcani era divenuta indispensabile in quanto rappresentavano l’unico corridoio accessibile verso il mare;

II sfida – II decisione: l’ascesa al trono dell’Impero tedesco di Guglielmo II, la sua rottura con il cancelliere Otto von Bismarck e il mancato rinnovo del Trattato di contro-assicurazione con la Russia determinarono un riassestamento profondo del sistema di alleanze su cui si era basato l’ordine europeo della seconda metà del XIX secolo (la Lega tra i tre imperatori “conservatori” di Russia, Austria-Ungheria e Prussia). La Duplice alleanza siglata nel 1879 tra Impero tedesco e Impero austro-ungarico (divenuta Triplice alleanza nel 1882 con l’ingresso dell’Italia), obbligò la Russia a esplorare la possibilità di stringere nuove alleanze. L’equilibrio di potenza fu ripristinato– tra il 1891 e il 1894 – grazie al perfezionamento della Duplice intesa, che legò in un patto difensivo la Russia alla Francia: il potere dei due “Imperi centrali” risultò così riequilibrato dall’alleanza tra i due Stati che li circondavano sia sul versante occidentale che su quello orientale. La trasformazione in Triplice Intesa nel 1907, grazie all’Entente cordiale (1904) e all’Accordo anglo-russo (1907), offriva – già nei primi anni Dieci del XX secolo – un’immagine del sistema internazionale sostanzialmente trasformato in un sistema diviso in due blocchi contrapposti (come poi accadrà nel corso della Guerra fredda) e che seguiva le regole primarie delle relazioni tra gli Stati per cui “il mio vicino è il mio nemico” e “il vicino del mio vicino è mio amico”;

III sfida – III decisione: nel mese che seguì l’attentato di Sarajevo (28 giugno 1914) l’Impero russo, dopo un’iniziale attendismo, scelse di sostenere – in nome del panslavismo, ma anche della paura di un’occupazione austriaca dei Balcani che ne avrebbe impedito qualsiasi influenza sul Mar Mediterraneo – la decisione del Regno di Serbia di non accettare le condizioni dell’ultimatum di Vienna e di proclamare la mobilitazione generale. La scelta di San Pietroburgo diede il via a quel meccanismo politico che Kenneth Waltz ha definito chain-ganging, ossia la deflagrazione di una guerra generale a causa del rispetto dei patti di mutua difesa stipulati tra alleati. La scelta della Russia e dall’Austria-Ungheria di mettere in gioco la pace come conseguenza dell’attentato di Sarajevo, innescò una reazione a catena: tutte le grandi potenze, anche quelle non colpite direttamente dall’attentato, scelsero di intervenire in guerra per timore che uno squilibrio di potere determinato dalla defezione di un membro dell’alleanza avrebbe provocato conseguenze negative nei loro confronti (va comunque sottolineato che soprattutto tra Francia e Germania già da tempo spiravano venti di guerra). Come membri “incatenati” di coalizioni contrapposte, nel giro di una settimana dallo scadere dell’ultimatum il “dilemma della sicurezza” travolse Impero russo, Impero tedesco, Impero austro-ungarico, Francia e Gran Bretagna nella più grande guerra che la storia avesse conosciuto fino a quel momento.

Svolta decisiva: i tre anni di combattimenti sul fronte orientale portarono all’esasperazione le contraddizioni politiche, economiche e sociali della Russia, al punto da generare un contesto favorevole ad un brusco cambio di regime. Senza voler in alcun modo agganciarsi a tesi estreme di quanti, come Eric Hobsbawm, hanno sostenuto che la vicenda politica del Novecento sarebbe sostanzialmente corrisposta a quella dell’Unione Sovietica e alla dinamiche da essa innescate (e, quindi, ad una conseguenza della Prima guerra mondiale), occorre sottolineare come la presa del potere dei bolscevichi e la Rivoluzione d’Ottobre costituirono un turning point foriero di effetti decisivi per la definizione dell’ordine internazionale che sarebbe sorto al termine del conflitto.

I conseguenza: la sottoscrizione delle durissime condizioni della Pace di Brest-Litovsk (marzo 1918) da parte della delegazione sovietica, l’assenza di suoi rappresentanti alla Conferenza di Parigi e la guerra che contrappose l’Armata rossa all’Armata bianca, contribuirono consistentemente alla redistribuzione del potere internazionale e al mutamento dell’identità dei poli del sistema sorto sulle ceneri della Grande guerra. Il nuovo ordine internazionale pose l’Unione Sovietica in una posizione di subalternità rispetto alle grandi potenze, decretandone una perdita di rango rispetto alla posizione precedentemente occupata dall’Impero zarista (che si protrasse almeno fino al 1934, quando Mosca fu ammessa alla Società delle Nazioni);

II conseguenza: l’assetto politico dell’Europa orientale, nei territori che precedentemente appartenevano agli Imperi tedesco, austro-ungarico e russo, divenne un tassello fondamentale dell’ordine internazionale immaginato dalle potenze vincitrici. Il sostegno fornito, in particolare da Gran Bretagna e Francia, alla nascita – o alla rinascita – di un cospicuo gruppo di Stati in questa regione (Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria e Jugoslavia) seguì una serie di considerazioni “geopolitiche”. Anzitutto la necessità di “disinnescare” il pericolo tedesco, parcellizzando l’ex Impero Austro-Ungarico e utilizzandone i territori per creare degli Stati cuscinetto che avrebbero dovuto impedire qualsiasi tipo di espansione tedesca verso est e verso sud. In secondo luogo, l’utilizzo dei nuovi Stati come “cordone sanitario” contro la possibilità dell’avanzata della rivoluzione bolscevica, che in una prima fase era considerata un obiettivo “permanente” da una componente di primo rilievo della classe dirigente sovietica. In ultimo la funzione degli Stati di nuova indipendenza rispose anche alla necessità strategica di Gran Bretagna e Francia – sulla base delle considerazioni di Sir John Halford Mackinder – di impedire che una ritrovata sinergia tra la Germania e gli eredi della Russia avesse potuto render realizzabile il progetto di una sinergia – se non di una vera e propria unificazione – del continente eurasiatico, che avrebbe comportato il bilanciamento di potere della potenza marittima inglese (per ragioni differenti sin dal 1919 appariva evidente che entrambi gli Stati avrebbero assunto una posizione di contestazione del nuovo ordine e, uniti da questa comune volontà, risultava verosimile una loro futura alleanza);

III conseguenza: nonostante la svolta “realista” di Stalin, che pose in minoranza le tesi “rivoluzionariste” di Trotskij, l’Unione Sovietica continuò ad essere percepita dalle altre potenze come un attore rivoluzionario e, quindi, come un pericolo concreto per la stabilità internazionale. Nonostante il pragmatismo stalinista degli anni Venti e Trenta, una volta raggiunta una parziale stabilizzazione nella dimensione politica domestica, la prospettiva rivoluzionaria di Mosca riemerse in relazione alla dimensione internazionale. Tale attitudine, sommata all’atteggiamento parallelo della Germania nazionalsocialista e dei regimi fascisti (che a partire dal 1922 si erano moltiplicati in tutta Europa), al simile atteggiamento mantenuto dal Giappone nel continente asiatico e all’approccio ugualmente rivoluzionario alla politica internazionale – sebbene per eredità culturali e ragioni politiche completamente diverse – contribuì a consolidare anche nel periodo successivo alla Prima guerra mondiale la natura “eterogenea” del sistema internazionale. Con questo concetto Raymond Aron ha indicato un sistema contraddistinto dalla presenza di attori organizzati secondo principi diversi ed ispirati da valori in reciproca contraddizione, dove i rapporti di forza costituiscono l’unica discriminante per il mantenimento di un grado minimo di ordine. In presenza di questo modello di sistema internazionale viene solitamente meno la tradizionale distinzione tra politica interna ed esterna e i principi del diritto risultano messi in discussione da immagini dell’ordine fondate su principi contrastanti e irriducibili.

La condizione di eterogeneità dei principi e dei regimi politici delle grandi potenze rappresentò un tratto caratterizzante del sistema internazionale negli anni che precedettero lo scoppio della Grande guerra (a partire dal delinearsi di un’Europa divisa per la prima volta in due blocchi contrapposti), risultando incrementata dalla competizione tra Stati liberali, Stati fascisti e Stati comunisti durante i “venti anni di crisi” che separarono i due conflitti mondiali e confermata dall’atteggiamento delle due superpotenze e dei loro sistemi di alleanza durante la Guerra fredda. Questa caratteristica, che trova la sua origine negli assestamenti e nelle trasformazioni derivate dalla Prima guerra mondiale, ha fatto sì che il Novecento sia stato l’unico secolo della storia moderna ad assistere a tre “guerre costituenti” nell’arco di settantacinque anni.

La posizione internazionale dell’Azerbaigian dopo le elezioni del 9 ottobre
Nelle recenti elezioni, l’Azerbaijan ha scelto di confermare al potere il figlio del vecchio leader del Partito Comunista Aliyev, riuscendo in tal modo a mantenersi equidistante da Russia ed Europa, ed evitando una scelta difficile da un punto di vista diplomatico. Ilham Aliyev è subentrato alla guida del Paese caspico dopo la morte di suo padre Heyder nel 2003 ed in seguito all’apertura del famoso oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan nel 2005, l’economia azera è cresciuta a ritmi superiori a quelli di qualsiasi altro Paese al mondo tra il 2005 ed il 2007. L’oleodotto, al centro di un lungo braccio di ferro tra l’Occidente e la Russia, è infine entrato in funzione consentendo ai Paesi attraversati di ottenere importanti guadagni.  

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Nel Caucaso si registra attualmente quindi una sorta di equilibrio con l’Armenia più vicina alla Russia, la Georgia più legata all’Occidente ed appunto l’Azerbaijan che riesce a mantenersi “neutrale” tra i due maggiori players dell’area caucasica, cruciale da un punto di vista strategico ed energetico. Consapevole delle difficoltà sperimentate dalla Turchia, Aliyev non ha intenzione per il momento di affrettarsi a ricercare una partnership con l’UE ma neanche di aderire all’unione doganale promossa dalla Russia e che nelle intenzioni di Mosca dovrebbe includere Ucraina, Moldavia, Georgia, le quali tuttavia hanno finora rifiutato tale prospettiva. L’Armenia invece, opposta all’Azerbaijan per l’enclave del Nagorno-Karabakh ha accettato le proposte del Cremlino, dando così anche uno “schiaffo” alle politiche di vicinato europee.

Alcuni osservatori però, sostengono che i legami con la Russia siano più stretti di quanto si pensi, soprattutto per il ruolo avuto da Mosca nella rielezione di Aliyev e nell’instaurazione de facto di un regime dinastico. Il presidente azero infatti può essere rieletto a vita secondo le recenti modifiche costituzionali approvate. Come già ricordato ad ogni modo, un peso decisivo nel frenare i rapporti russo-azeri, è rivestito ancora dalla questione territoriale del Nagorno-Karabakh, in cui Mosca sostiene le istanze armene. A causa di quel conflitto, durato dal gennaio 1992 al maggio del 1994, più di un milione di azeri sono diventati rifugiati e le forze armene presidiano attualmente l’area contesa.

Nonostante le accuse occidentali di brogli e di aver messo le briglie all’opposizione, il Presidente azero è riuscito a confermarsi al potere e a mantenere proficui rapporti di affari con l’Occidente, assai interessato alle enormi risorse di idrocarburi a disposizione di Baku. Il Paese sta infatti accumulando grandi ricchezze provenienti dalla vendita di petrolio e gas ed i proventi economici cominciano ad essere redistribuiti, aumentando il favore da parte dell’opinione pubblica.

Appare abbastanza evidente che l’Unione Europea avrà davvero poche chances di attrarre nella sua orbita Paesi che sfruttano pragmaticamente i loro asset, rinunciando magari ad una maggiore democraticità dei loro regimi, come dimostrato dalla scelta armena e dall’atteggiamento spregiudicato di Baku. Si tratta di un elemento indubbiamente negativo per la capacità di attrazione dell’UE in quest’area, nonostante i notevoli sforzi profusi nella politica di vicinato di Bruxelles. In un’epoca di grandi rivolgimenti geopolitici tuttavia, diventa sempre più probabile che ogni Paese ridisegni rapidamente le proprie priorità strategiche e diplomatiche, a seconda delle circostanze imprevedibili che via via si presentano.

L’UE alle prese con la grave crisi economica, non ha il peso necessario per imporsi come polo di attrazione per questi Paesi, ed in particolare per l’Azerbaijan consapevole delle sue prerogative e rilevanza economica.
  
Le molte lezioni della crisi in Siria
Per qualche settimana, nei mesi di agosto e settembre, lo scenario di una missione internazionale contro il governo di Damasco è sembrata prossima a diventare realtà: ipotesi, quest’ultima, ormai vanificata alla luce dei negoziati intercorsi tra Stati Uniti e Russia.

Le molte lezioni della crisi in Siria - Geopolitica.info
Le ragioni a favore dell’operazione (sembrerebbe di carattere esclusivamente punitivo), riprendendo una prassi ormai in via di consolidamento, si sarebbero fondate su quel principio emergente del diritto internazionale, la responsibility to protect, che aveva ispirato la risoluzione 1973/2011 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e che aveva costituito la cornice legale dell’operazione Odissey Dawn in Libia. Questo principio tende a trasformare la sovranità da diritto – all’intangibilità esterna della sfera domestica – in dovere per le autorità statali, attribuendo alla comunità internazionale, nel caso in cui i primi disattendano le loro responsabilità verso i cittadini, il compito di porre fine con qualsiasi mezzo a quattro “reati internazionali”: genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e pulizia etnica. Sebbene a Washington nessuno ami il regime di Assad, non si è verificata un’omogeneità di vedute sulla possibile apertura di un nuovo fronte in Medio oriente, per ragioni di ordine sia economico che strategico. L’opzione boots on the ground, che nonostante gli errori commessi in Iraq e Afghanistan garantirebbe un controllo minimo sul ripristino della statualità in Siria, non è auspicabile in un momento di recessione come quello attuale e, verosimilmente, provocherebbe una perdita di popolarità del presidente in carica, non limitato alla sola opinione pubblica americana.

Altrettanto problematica appare la soluzione dell’attacco aereo che, senza abbattere il regime di Assad, potrebbe indebolirlo al punto da creare una situazione di equilibrio tra le tre parti in lotta (i lealisti, i ribelli “filo-occidentali” e i ribelli islamisti). Questa soluzione rischia di trasformare in realtà uno dei peggiori incubi dell’America, nonché di Israele: un periodo più o meno lungo di anarchia collegato al protrarsi di una guerra civile e alla divisione de facto dello Stato siriano. Si tratta di una prospettiva che contribuirebbe a rendere ancora più instabile il vicino Iraq, la cui democrazia risulta ancora estremamente debole, profilando la possibilità del sorgere di un campo di battaglia unico nella regione centrale del Medio oriente. Questa potrebbe risucchierebbe in una spirale di violenza anche i pochi risultati conseguiti dalla missione Iraqi freedom e aumentare i pericoli che minacciano Israele. Così il premio Nobel per la pace Barack Obama si è trovato nella scomoda posizione di dover porre una soglia di accesso suppletiva al ricorso alla forza da parte delle sue forze armate, individuata nel ricorso alle armi chimiche da parte del regime di Assad.

Il verificarsi di questa condizione è stata interpretata dal partito dei “falchi” come la possibilità di abbattere l’ennesimo regime dispotico in Medio oriente, proseguendo in quell’opera di esportazione della democrazia che sotto forme diverse, a partire dalla presidenza di Franklin Delano Roosvelt (con le eccezioni di quella Nixon e Bush sr.), ha caratterizzato tutte le amministrazioni americane. Per il partito delle “colombe”, al contrario, è suonata come un campanello di allarme per il mantenimento della stabilità in un’area considerata nevralgica per gli equilibri mondiali. L’Amministrazione Obama non vuole rischiare né di affrontare un doppio teatro di guerra sia per evitare un potenziale overstretching negli impegni, né di affrontare gli eventuali danni d’immagine ad un presidente che ha fondato la sua legittimità anche su un approccio diverso da quello tenuto dai suoi predecessori alle crisi internazionali. 

L’impasse provocata dalla combinazione tra l’estrema difficoltà nel distinguere tra uno Stato che sta effettuando un’operazione di polizia interna e uno Stato che sta ponendo in essere una delle quattro fattispecie di reato internazionale (difficoltà che in altre occasioni è stata comunque superata) e dalla riluttanza dell’amministrazione Obama nell’optare per la soluzione militare, sembrava essere stata sbloccata, oltre che dalla crescente attenzione suscitata dai mass media sulla crisi siriana e dallo stile provocatorio della “diplomazia” di Damasco, soprattutto dal presunto ricorso alle armi chimiche da parte dell’esercito regolare.

La proposta russa di mettere sotto controllo l’arsenale in possesso del regime di Assad e l’annuncio di quest’ultimo di voler aderire al trattato mondiale contro le armi chimiche, tuttavia, hanno toccato il nervo scoperto della politica internazionale delle potenze occidentali a partire dagli anni Novanta: la creazione di un quadro giuridico fondato sulla difesa dei diritti umani in grado di legittimare le operazioni militari contro uno Stato sovrano. La duplice iniziativa di Mosca e Damasco, la cui sincronia è evidentemente frutto di un coordinamento, mettendo al centro delle argomentazioni contrarie allo strike aereo la volontà di giungere ad una soluzione pacifica della crisi e di far tornare le armi non convenzionali siriane sotto il controllo della comunità internazionale, sembra aver prodotto gli effetti auspicati.

A differenza di occasioni passate quando la Russia si era distinta per una politica tanto muscolare quanto inefficace, stavolta Putin e Lavrov sembrano vicini al loro obiettivo avendo adottato il registro dialettico e i principi giuridici utilizzati tradizionalmente dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Cosa ci insegna, dunque, questa prima (e ci auguriamo ultima) fase della crisi siriana? Anzitutto che dietro la politica di difesa dei “diritti umani” si celano molte insidie, anche per la superpotenza. I tentennamenti rispetto alla durezza delle operazioni che il regime siriano conduce ormai da due anni contro le roccaforti dei ribelli (o, quanto meno, dall’immagine che ci arriva attraverso i media che coprono la crisi) rischiano di metterne a nudo la natura strumentale di politica di potenza e l’utilizzo che ne era stato fatto in passato per legittimare di fronte ai tax payers americani e all’opinione pubblica mondiale il perseguimento – legittimo – di Washington del proprio interesse nazionale, celato dietro un concetto tanto astratto, quanto manipolabile. In secondo luogo ci offre un’immagine degli Stati Uniti come di una superpotenza riluttante ad assumere il ruolo di prestatore d’ordine di ultima istanza in ogni angolo del globo, rinunciando di fatto al ruolo di “gendarme del mondo”.

Nonostante il sistema internazionale versi ancora in una condizione “unipolare”, la rinuncia americana a ricorrere alla forza laddove una “piccola” potenza ne sfidi apertamente l’autorità, potrebbe incentivare a porre in essere comportamenti simili, innescando un meccanismo che nel prossimo futuro potrebbe riportare il sistema internazionale ad un equilibrio multipolare. L’evoluzione della crisi, inoltre, dimostra che le altre potenze con un ruolo di primo piano nella regione (Francia, Arabia Saudita e Qatar) sono in grado di destabilizzare un regime ostile, ma non di ricorrere alla forza per abbatterlo e ripristinare l’ordine, rimanendo così legate alle scelte di Washington.

Una nota a parte merita la Turchia, la quale nei confronti della crisi siriana ha sempre mostrato un atteggiamento fortemente interventista, promuovendo anche azioni di carattere militare seppure limitate. Infine è possibile notare come la Russia stia tentando di uscire dal “cortile di casa” costituito dall’ex spazio sovietico in cui era rimasta circoscritta negli anni Novanta e Duemila, per difendere concretamente i propri interessi in una area geopolitica più ampia, il cui primo risultato di grande rilievo potrebbe essere la difesa del suo accesso al Mar Mediterraneo nel porto siriano di Tartus. È lecito attendersi, dunque, che il ribaltamento del paradigma abituale della politica estera di Mosca costituisca un primo segnale di riequilibrio dell’assetto internazionale consolidatosi negli ultimi vent’anni.
La nuova geografia dell’influenza cinese
L’espansione economica di una nazione, in particolari circostanze, può generare una contestuale espansione politica tale da porre le basi per la definizione di una sfera di influenza commerciale e militare su determinate aree del globo. In tal senso la stupefacente crescita economica che ha caratterizzato la Cina degli ultimi vent’anni non può far ignorare quali potranno essere le future implicazioni politiche di uno sviluppo che sta avendo un impatto assai rilevante sulle economie e sulle ambizioni geostrategiche di un Occidente oppresso dai debiti e da una crisi economica di cui non si intravede ancora la fine.  

La nuova geografia dell’influenza cinese - Geopolitica.info
Nel 2009 venne pubblicato in Italia per i tipi de Il Saggiatore l’interessante saggio intitolato “Cinafrica” nel quale i giornalisti Serge Michel e Michel Beuret mettevano in evidenza come la Cina stesse promuovendo tutta una serie di accordi commerciali con numerosi stati africani, in gran parte appartenenti alla francofonia, con lo scopo di accedere direttamente alle materie prime possedute da quei Paesi. La strategia cinese, definita dai cinesi stessi “win-win” (vincente-vincente), in molti casi è stata coronata da successo perché in cambio di infrastrutture, quali strade, dighe ed ospedali, le aziende di Pechino, spesso statali o supportate dallo Stato, riuscivano a strappare ai governi africani importanti concessioni di sfruttamento delle risorse locali se non addirittura, in alcuni casi, la possibilità di insediare gruppi di coloni provenienti dalla Cina per calmierare in qualche modo la pressione demografica nazionale.

La Cina infatti non ha mai preteso dai dittatori africani assicurazioni sui diritti umani o sui progressi della democrazia. Questo ha sempre rassicurato i governi locali, come quello sudanese, che, al contrario, spesso subiscono pressioni da parte occidentale proprio su queste tematiche. In cambio i regimi africani sono soliti chiudere un occhio sulle condizioni di lavoro degli operai impiegati nelle imprese cinesi che spesso e volentieri sono caratterizzate da mero sfruttamento se non da vere e proprie nuove forme di schiavismo importate direttamente dalla Madrepatria. La situazione in atto sta spaventando le ex potenze coloniali ed in particolar modo la Francia sente minacciata la propria supremazia su un’area che ha sempre considerato, anche dopo la decolonizzazione, il proprio “giardino di casa”. Non a caso, dopo anni di decrescente impegno strategico, ma non economico, nella regione, nell’aprile 2011 la crisi politica in Costa d’Avorio tra il presidente Ouattara e l’irriducibile Gbagbo è stata risolta grazie al decisivo intervento militare francese.

Se in Africa i francesi, assieme ad altri attori europei e statunitensi (in particolare con AFRICOM), si stanno adoperando per contrastare le mire espansionistiche cinesi, la Cina continua a tessere le sue tele lungo le rotte commerciali che legano il proprio Paese con l’Africa, l’Europa e il resto dell’Asia. E’ noto il progetto cinese di costruzione di tutta una serie di scali commerciali, denominato dagli analisti indiani “la cintura di perle”, fra i quali spicca il porto di Hambantota in Sri Lanka al quale dovranno seguire altri interventi in Pakistan (Gwadar), Bangladesh, Birmania e Maldive. Proprio sulla Birmania è in atto la convergenza dei maggiori attori politici occidentali in supporto della candidata democratica Aung San Suu Kyi che da molti anni si sta facendo interprete della crescente insofferenza popolare nei confronti della giunta militare filocinese che ha portato il Paese allo stremo lasciandolo boccheggiare per decenni nel sottosviluppo e nel degrado.

L’obiettivo principale delle potenze occidentali è mettere definitivamente in crisi quello che appare, nei fatti, un vero e proprio protettorato cinese sulla Birmania. In tal modo Europa e Stati Uniti potrebbero segnare un punto a loro favore togliendo terreno sotto i piedi alle mire espansionistiche di Pechino nell’area le quali, oltreché preoccupare l’Occidente, stanno mettendo in stato di crescente agitazione l’Indi,a ormai colpita fin nel profondo della propria coscienza nazionale da una sorta di sindrome di accerchiamento geostrategico operato ai suoi danni dall’ex “Celeste Impero” con la complicità di un Pakistan che non si starebbe limitando al mero doppio gioco in Afghanistan. In tal senso vanno nella direzione di un riavvicinamento tra Birmania e mondo occidentale sia la visita del segretario di Stato americano Hillary Clinton del dicembre 2011 che il viaggio del ministro degli esteri britannico William Hague del gennaio 2012, il primo effettuato nel Paese dalla diplomazia inglese dopo più di 50 anni di assenza.

Se da un lato il regime birmano, ormai in crisi ed in progressivo, almeno in apparenza, allontanamento dalla stretta cinese, sembra venire incontro alle richieste europee e statunitensi, dall’altro le isole Maldive si sono rese protagoniste nel febbraio 2012 di un colpo di stato ai danni del presidente democraticamente eletto Mohammed Nasheed che ha visto mobilitarsi in suo favore il Commonwealth britannico il quale, dopo aver chiesto all’India di intervenire attraverso i suoi canali diplomatici (e non solo), sta facendo pressioni sul presidente golpista, Mohamed Waheed, affinché nell’arcipelago si torni al più presto ad elezioni. Non è un caso che Nasheed abbia più volte dichiarato di aver ricevuto, una settimana prima del golpe, un ultimatum da parte di un alto ufficiale della Difesa con lo scopo di intimarlo a firmare un accordo di cooperazione con la Cina.

Oltre all’India, gran parte dei Paesi limitrofi alla Repubblica Popolare Cinese temono ormai la crescente invadenza che Pechino sta mettendo in atto ai danni delle nazioni vicine. In particolare si contano in numero sempre crescente gli scontri diplomatici che si verificano tra la Cina e gli Stati che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale e sul Mar Giallo in tema di diritti di sfruttamento delle risorse dell’area e sul controllo di determinati arcipelaghi. Emblematico è stato il caso delle isole Senkaku, contese tra Giappone e Cina e tornate agli onori della cronaca nel settembre 2010 dopo che si era pervenuti ad una pericolosa crisi diplomatica fra i due Paesi asiatici. Gli Stati Uniti d’America, i quali stanno vivendo una pericolosa simbiosi economica, finanziaria e monetaria con la Cina denominata dallo storico britannico Niall Ferguson “chimerica”, stanno a loro volta cercando di definire tutta una serie di accordi con i paesi dell’area del Pacifico al fine di contenere il crescente espansionismo cinese in Estremo Oriente. Sud Corea, Giappone, Filippine, Taiwan, Singapore, Malesia, Cambogia ed Australia sono tra i primi Paesi interessati ad un accordo di reciproca difesa e protezione con gli USA dalle crescenti pretese economiche e territoriali di Pechino. La Cina è riuscita a spaventare addirittura il Vietnam rendendo possibile un importante e quasi incredibile riavvicinamento tra Hanoi e Washington e la partecipazione dei due Stati a manovre navali congiunte.

In questo clima di latente guerra fredda rimane ambigua la posizione della Russia. La Federazione russa, dopo il trauma delle mutilazioni sofferte a seguito della dissoluzione dell’URSS, sta da anni cercando di ripristinare la gloria perduta attraverso un’azione politica e militare che tuttavia spesso mostra l’inadeguatezza dell’apparato bellico moscovita a far fronte ai mutamenti geostrategici occorsi negli ultimi vent’anni. Sotto tale prospettiva la pressione anglo-americana sia in Asia centrale, presso le ex repubbliche sovietiche turcofone, che nell’Europa dell’est, come in Ucraina o nel Caucaso, ha messo più di una volta in evidenza le difficoltà di Mosca sullo scacchiere internazionale, la quale ha cercato nel vicino cinese una sorta di improbabile alleato al fine di porre un ricatto strategico a quell’Occidente che ha sovente violato quello che ancora i russi considerano il proprio “cortile di casa”. Tuttavia l’alleanza sino-russa, per quanto possa essere foriera di preoccupazioni per l’Europa e gli Stati Uniti, è ben lungi dall’essere stretta nonostante le recenti esercitazioni navali congiunte sul Mar Giallo.

Infatti storicamente Cina e Russia, divise per lungo tratto dal fiume Amur, sono sempre risultate rivali in Asia e oggi giorno il rinnovato interesse della Cina per l’Asia centrale russa e i suoi giacimenti di gas naturale probabilmente preoccupa Mosca più di quanto possano agitare i suoi sogni più lugubri i possibili esiti del nuovo Grande Gioco reinterpretato dall’Occidente e dai russi nel cuore dell’Asia per il controllo delle riserve petrolifere e minerarie di quelle regioni. Alla Cina guardano con favore, a mo’ di riscatto politico internazionale, le autocrazie “più in vista” (e sostanzialmente fallite) sulla scena mondiale come Cuba, la Corea del Nord (un altro protettorato cinese), l’Iran (con il quale, in codominio con Mosca, Pechino detiene vitali scambi commerciali per la sopravvivenza del regime di Teheran) ed il Venezuela.

Numerosi stati dell’America Latina, in piena deriva “neo-bolivariana” e constatando le evidenti difficoltà economiche statunitensi, soprattutto in tema di bilancia commerciale, trovano nella Cina un interlocutore di grande interesse economico e quest’ultima vede in Paesi come il Brasile importanti mercati per esportare le proprie merci e per garantirsi un sicuro approvvigionamento di materie prime. La Cina, a sua volta, ha provato a cercare sponda anche nei Paesi arabi e presso le varie “primavere” che si sono succedute in molti stati mediorientali ma su questo fronte ha avuto scarso successo probabilmente perché Pechino ha compreso subito che le contraddizioni insite in seno al regime cinese sono molto simili a quelle proprie delle autocrazie del Maghreb e del Vicino Oriente e pertanto ha preferito desistere per evitare pericolosi contagi.

Addirittura la Turchia “neo-ottomana” di Erdogan, alla ricerca di un nuovo posto al sole presso gli antichi territori della “Sublime Porta”, ha provato ad inseguire la chimera cinese in comunione con l’Iran, la Siria ed il Brasile. 

In funzione dell’evoluzione della crisi siriana e del ruolo che vi giocheranno i vari attori internazionali, sarà più chiaro se Pechino potrà effettivamente raggiungere la postura strategica auspicata nello scacchiere del Vicino Oriente, ulteriore tassello del progetto di ampliamento della sua sfera d’influenza politica. 

Il mondo in 60 righe – evoluzione istituzionale del Kazakhstan indipendente

La necessità di una politica di unificazione nazionale del Kazakistan, non si poneva però – all’indomani dell’indipendenza – solo in relazione ai Russi. Si poneva in riferimento agli stessi Kazaki, divisi tra Orde rivali e dalle esperienze storiche diverse nel rapporto con la civiltà e la politica della Russia. Ed è stata una necessità cui si è tenuto attentamente conto al momento nel corso del processo di costruzione istituzionale del nuovo Stato, a partire dalla scelta della Capitale.

Il mondo in 60 righe – evoluzione istituzionale del Kazakhstan indipendente - Geopolitica.info

La decisione di abbandonare Alma Ata e di stabile la sede delle istituzioni di governo nel piccolo villaggio di Akmola è stata una decisone squisitamente politica, e presa in una logica di nation building; una decisone tendente a cambiare il volto e gli equilibri dell’intero paese, perché finalizzata a garantire un migliore equilibrio tra i tre Zhuz (o Orda) in cui si divide la popolazione Kazaka, il Grande Zhuz, il Medio Zhuz e il Piccolo Zhuz.

La popolazione della zona di Akmola, il piccolo villaggio dove è stata costruita di sana pianta una capitale moderna (“astana”, in lingua kazaka, non è un nome proprio, ma un sostantivo generico che significa infatti “capitale”) è enormemente cresciuta dopo lo spostamento della capitale, e quindi di oltre 700.000 abitanti, e continua a crescere. Immigrati – legali e illegali – sono stati attratti da tutto il Kazakistan e dagli stati confinanti come l’Uzbekistan e il Kirghizistan, e Astana è diventata una calamita per i giovani che hanno fatto degli studi, e che cercano di costruirsi una carriera. Questo ha cambiato la demografia della zona, portando – come primo risultato – al fatto che oggi più kazaki etnici là dove un tempo c’era una maggioranza di Slavi. La popolazione di etnia kazaka ad Astana ascende oggi a circa il 65%, mentre era solo il 17% nel 1989. Difficile diventa perciò ogni rivendicazione di secessione dal paese di un territorio dove la popolazione è fortemente kazaka e dove si trova la capitale, con la relativa burocrazia e tutti gli interessi legati all’attività di governo.

Da un punto di vista clanico, poi, Akmola si trovava nell’area pastorale della Media Zhuz, l’Orda che è sempre stata – per le ragioni che abbiamo detto più nazionalista che comunista – e che è quindi oggi politicamente meno forte e meno presente nelle sfere di governo.

Almaty, come citta di guarnigione russa posta a guardia dei passi strategici sul confine cinese, si è sviluppata invece in una zona originariamente controllata dal clan Uly, facente parte della Grande Orda. E pur essendo egli stesso un membro degli Uly Zhuz, Nazarbayev, che è personalmente un detribalizzato, e che non a caso emerso ha potuto fare una brillante carriera nell’epoca sovietica, avverte la necessità di spezzare, rimescolare e compensare l’influenza politica dei vari clan, sia per ridurre tale influenza nel suo complesso, sia consolidare il nuovo stato, una volta scomparsa l’influenza modernizzatrice dell’Urss, sia per mantenere il proprio potere.
Con il trasferimento della Capitale, per i Kazaki della Media Orda, è stata perciò trovata una forma di compenso politico e psicologico, che hanno certo visto con piacere la trasformazione della componente Europea, i Russo-Ucraini-Tedeschi, sino ad allora localmente dominanti, in una minoranza, certamente numerosa, ma politicamente molto meno forte. E hanno poi trovato una concreta forma di interesse economico legato alla privatizzazione della proprietà immobiliare ad al fortissimo sviluppo urbano.

Si è così almeno parzialmente realizzato quello che molti sostengono essere il vero obiettivo che si voleva ottenere con la decisione di spostare la capitale, decisione che è stata ufficialmente giustificata con la mancanza di spazio per l’espansione della vecchia capitale, Almaty, e con la sua ubicazione in una zona sismica.

Portando la capitale e le istituzioni dello stato fisicamente sul luogo stesso in cui si manifestavano le tendenze separatiste si è ottenuto l’effetto di sopprimere le nascenti tendenze separatiste diffuse tra una parte dei Russi nella regione, e Nazarbayev ha mostrato la sua capacità di affrontare alla radice la minaccia, e forse anche di convertirla in una carta a suo favore. Va notato, a questo proposito che, spostando la capitale da Almaty ad Akmola, Nazarbayev ha tenuto presente in primo luogo l’interesse del Kazakistan nel suo complesso, e non quello della propria Orda, anche se questa costituisce una personale base di potere che egli difficilmente potrà mai perdere. La Grande Orda ha infatti perso molto, in termini di importanza e di vantaggio economico con la perdita della capitale dal proprio territorio, mentre non avrebbe perso granché se le province economicamente e numericamente dominate dai Russi – e tradizionalmente appartenenti alla Media Orda – del nord est del paese avessero portato a termine il progetto secessionista.

La politica di unità nazionale perseguita da Nazarbayev è peraltro visibile anche in altre decisioni. La stessa molteplicità religiosa della popolazione, nonostante esse abbiamo perso molta importanza nella fase sovietica – con qualche segno non trascurabile di revival, però, dopo la fine dell’Urss – è stata presa in considerazione Perciò ogni tre anni, un Congresso delle Religioni ha luogo ad Astana. E anche se si tratta più di un veicolo di politica estera e di immagine che altro, l’intento a lungo termine rimane chiaramente quello di combattere le linee di frattura religiosa che attraversano la società kazaka.

Consapevole dell’insoddisfazione e della frustrazione della Media Orda, che sono più fortemente urbanizzati, e per il più lungo e continuo contatto con i Russi negli oblast del Nord-Est costituiscono la maggior parte dell’élite politico-intellettuale del paese, egli ha sempre favorito l’accesso di personalità della Media Orda a posizioni importanti, come quella del Vice Presidente Erik Asanbaev. Altro segno assai significativo fu la nomina, nel 1996, alla carica di Primo Ministro, di Akezhan Kazhegeldin, un esponente della Media Orda, nonostante questa costituisse la base dell’opposizione guidata da Olzhas Suleymenov, ovviamente anche lui originario della Media Orda. La numerosa minoranza russa – in una fase in cui i discorsi sulla “decolonizzazione” tendono, specie nei partiti di opposizione, che rappresentano soprattutto la Piccola e in parte la Media Orda, a diventare più frequenti – ha ovviamente soprattutto bisogno di essere rassicurata sulla certezza dei propri dirri. E non a caso a Presiedere il principale organo di garanzia, il Consiglio Costituzionale del Kazakihstan, è dal 2005 un Russo etnico, Igor Ivanovich Rogov, ovviamente cittadino kazako, ma un russo “coloniale”, perché nato e cresciuto in un’altra “provincia dell’Impero russo-sovietico”, l’Azerbaijan, e quindi fortemente sensibile ai problemi della diaspora russa post-sovietica. Inoltre, a partire dal 2007, il Primo ministro, Karim Masimov, è un esponente politico non-kazako, appartiene etnicamente alla minoranza Uigura, che ha studiato in Cina ed è noto per essere molto sensibile ai problemi della minoranze turcofone e non-Han dall’altro lato della frontiera kazako-cinese.

Da molti osservatori superficiali , infatti, anche lo spostamento della capitale molto lontano dal confine cinese, e più vicino al confine con la Russia, è stato interpretato come la scelta di un alleato, e di una accentuazione del carattere europeo del paese, a scapito di quello asiatico. Ma tale spostamento ha più che un valore semplicemente simbolico.

Che si tratti di una scelta chiave, è sancito nella stessa geografia economica, perché Astana si trova al centro di quella importante parte del Kazakistan che fa parte del bacino fluviale della Siberia occidentale. E non è lontana – per le dimensioni kazake – dall’importantissimo centro industriale e minerario di Oskemen, uno dei gioielli dell’espansione russa e poi sovietica in Asia. Dal punto di vista della geografia fisica, il sito in cui sorge Astana si trova infatti nell’alto corso del fiume Esil, che i Russi chiamano Ishim, un fiume lungo 2,450 km e che si getta nell’Irtysh e quindi dell’Ob.

Nel 2004, dopo l’indipendenza del Kazakistan, il fiume Ishim è di nuovo stato reso parzialmente navigabile, rendendo così pienamente utilizzabile una delle opere di ingegneria idraulica più straordinarie mai costruite – la Chiusa di Ust-Kamenogorsk –, un’opera che consente di superare un dislivello di ben 40 metri, il dislivello più grande del mondo. Dopo l’apertura, in Cina, del complesso delle Tre Gole la chiusa superiore delle cinque presenti in questa nuova opera estremamente audace e rischiosa, è teoricamente comparabile con quella di Ust-Kamenogorsk, ma questa seconda è permanentemente in funzione, mentre l’utilizzazione di quella delle Tre Gole è prevista solo in circostanze eccezionali.

Dal punto di vista dello sviluppo delle istituzioni politiche all’indomani dell’indipendenza, il Kazakistan è stato spesso criticato per il fatto che un solo uomo, Nursultan Nazarbayev, è stato al timone del nuovo stato per tutto il ventennio successivo al 1991, e perché nella società kazaka non si è sviluppata una dialettica tra partiti politici. 
Incapace di andare al di là degli aspetti formali ed istituzionali della dialettica tra comunismo reale e democrazia di massa, l’opinione pubblica occidentale immaginava che, una volta caduto il monopolio del potere da parte della burocrazia di partito, i paesi ex-sovietici passassero rapidamente non solo del comunismo al liberalismo economico, ma anche dai regimi politico fondati sulla “verticalità” del potere alla competizione continua tra gruppi di potere e d’opinione. Un convincimento questo in parte alimentato dal celebre libro di Francis Fukuyama su “la fine della storia” che presentava il sistema anglo-americano in economia e in politica, come una specie di sbocco finale dell’evoluzione delle società umane. Come è noto, le cose sono andate diversamente, tanto in Russia quanto negli altri Stati indipendenti nati dalla dissoluzione dell’Urss. E – ancora più significativamente – anche in Cina, senza che questo le impedisse di diventare una potenza fortissimamente emergente, e che si candida al ruolo di egemone mondiale.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, il Kazakistan, sotto la pressione di forze politiche fortemente ideologizzate dominanti in Occidente, e delle organizzazioni internazionali da esse controllate, si è dato Costituzione ed istituzioni formali a carattere liberal-democratico. Ma allo stesso tempo, si sono manifestati fenomeni politici caratterizzati da comportamenti e da rapporti tra istituzioni, gruppi e persone che chiaramente hanno le loro radici storiche e psicologiche nel periodo in cui il Paese era fortemente integrato nell’Urss, ed anche alla società tradizionale, solo in parte cancellata dalla modernizzazione di stile sovietico.

Gli aspetti autoritari del regime politico del Kazakistan post-sovietico sono oggetto quotidiano della demagogia e dello scandalismo dei media e delle opinioni pubbliche da essi influenzate. Ma ad essi sfugge quasi completamente il fattore cruciale della società kazaka, quello degli equilibri tribali all’interno della popolazione; un fattore che ha avuto un ruolo importante nel ventennio successivo all’indipendenza. Esso è infatti riemerso in maniera assai vivace nel primo decennio, gli anni novanta, in coincidenza con il collasso economico dovuto dapprima alla rottura dei legami con la Russia, cui la parte più moderna, soprattutto industriale, del sistema produttivo kazako era profondamente integrato, e poi con il collasso dell’economia sia della Russia che del Kazakhistan stesso e degli altri esportatori di petroli indotto dalla manovra saudita (ispirata dall’America) di gettare sul mercato quantitativi così immensi di petrolio da far crollare il prezzo molto al disotto dei prezzi ai quali la Russia e gli altri produttori euroasiatici potevano metterlo sui mercati.

In Kazakistan, la necessità di ridefinire gli equilibri tra Orde e tra clan ha determinato, tra Costituzione materiale e Costituzione formale un rapporto interattivo che mostra l’ emergere di partiti politici come strumenti per la legittimazione di comportamento politici informali, per la strutturazione della lotta tra fazioni di origine tribale, e il consolidamento di un regime fortemente incentrato su un leader dal prestigio indiscusso e indiscutibile, e in cui l’autorità centrale ha un ruolo determinante. Le teorie politiche occidentali non permettono di spiegare questo processo. C’è che il gioco politico kazako funziona soprattutto secondo le norme implicite di un clanismo e di fazioni politiche a base regionalista. Si tratta di un modo di gestione della società e del potere che, per essere compreso, richiederebbe un’analisi delle istituzioni informali. Tutte o quasi le fazioni politiche kazake consistono in una rete d’ individui legati da legami di relazione reale o fittizia e che funzionano secondo norme e codici non scritti . Una realtà tanto più difficile da penetrare in quanto, lungi dall’essere una realtà statica, questa forma moderna di clanismo è il frutto d’ una trasformazione e d’un adattamento alle costrizioni imposte dalla colonizzazione russa e sovietica, e che continua ad evolversi anche dopo il 1991.

Il sistema delle Orde e delle tribù è stato, come abbiamo visto, sconvolto – ma non cancellato – nel periodo sovietico. Il fattore strettamente etnico e di clan si è molto affievolito, come conseguenza degli spostamenti di popolazione, e della priorità data all’industrializzazione e a grandi schemi collettivistici di agricoltura irrigata, in particolare quello del cotone. Ed anche perché uno dei naturali obiettivi sociali della Rivoluzione era quello di frantumare la società tradizionale tribale per farne un insieme di individui autonomi, a partire dai quali generare l’homo sovieticus. Ma i fattori legati alle Orde, ai clan e – di conseguenza – all’appartenenza regionale, tendono a riemergere nel quadro dell’economia post-sovietica, in cui il ruolo trainante è tenuto dalle risorse del sottosuolo e dalle rendita che esse producono.

L’europeizzazione della società kazaka, dapprima con la colonizzazione russa, e poi con le profonde trasformazioni del periodo sovietico, ha inoltre lasciato in eredità al Kazakistan indipendente un problema che appare quasi inestricabile: il problema della lingua e in generale della cultura nazionale. Una questione più di principio e di orgoglio che altro, di quelle che diventano importanti quando sono risolti i problemi veri di un popolo, quelli dell’economia e del benessere. E a questi, in Kazakistan, la ricchezza generata dal settore minerario, ha dato soddisfazione come mai era accaduto in passato.

La questione linguistica sta così diventando, in Kazakistan, una delle più delicate e più controverse. Mentre molti paesi che hanno subito il colonialismo, e che si trovano oggi ad avere una popolazione composita – come l’India, o le ex-colonie africane delle potenze europee – sono riusciti ad utilizzare la lingua della potenza coloniale come fattore di unificazione, il Kazakistan non sembra essere in grado di farlo. Il Russo, che è parlato da tutti, o quasi, è l’unico strumento linguistico che consente all’amministrazione di funzionare, ed è il mezzo di comunicazione tra le componenti russa, kazaka, coreana, eccetera. Ma la lingua ufficiale dello Stato è Il Kazako, una lingua turanica parlata da solo il 40% degli abitanti del paese.

La decisione di dar soddisfazione ai gruppi nazionalisti introducendo l’uso del Kazako come lingua ufficiale del nuovo Stato, ha presentato due problemi principali. Il primo è dovuto al fatto che, durante l’epoca sovietica, quando il russo era l’unica lingua veramente presa in considerazione, e l’unica usata nel settore “moderno” dell’economia, il Kazako non è riuscito a tenere il passo con la modernizzazione del paese, e non si presenta come uno strumento comunicativo adatto al ventunesimo secolo. E non è, poi, neanche utilizzabile nelle relazioni con i paesi vicini. Nonostante la comune origine turanica, esso è comprensibile in maniera solo approssimativa dai Turchi e dai popoli dell’Asia Centrale, e per niente in Tagikistan, la cui lingua è di matrice persiana.

Il russo, invece, è una lingua molto importante in tutta l’Eurasia, la cui conoscenza permette di comunicare con le altre quattordici repubbliche ex-sovietiche, e con parte dell’Europa. E soprattutto, essendo la sola lingua veramente conosciuta da tutte le minoranze presenti nel Paese, consentirebbe di portare avanti il progetto del presidente Nazarbayev, di fare del Kazakistan un crogiuolo multiculturale. Un obiettivo per perseguire il quale egli ha promosso la creazione di una Assemblea dei Popoli del Kazakistan (APK), i cui membri provengono da tutti i vari gruppi etnici, e cui nel 2009 è stato affidato il compito di mettere a punto una vera e propria “Dottrina dell’Unità Nazionale”, destinata a “consolidare la stabilità politica, l’unità, e la concordia nazionale” tra tutti i Kazakistani, cioè coloro che giuridicamente hanno la cittadinanza del Paese, da non confondersi con i Kazaki “sociologici”, di nazionalità e cultura kazaka, cioè con coloro che ancestralmente si riconoscono in una delle tre Orde.

L’esperimento non ha però avuto successo. Al contrario. Il documento elaborato da questa Assemblea nell’Ottobre 2009 ha dimostrato la profondità e la complessità delle linee di divisione che attraversano la società di questa Repubblica. E che spiegano perché essa sia diventata indipendente di malavoglia, staccandosi dal suo grande referente europeo, la Russia, solo come conseguenza delle rivalità e dell’incapacità del gruppo dirigente sovietico.

I leader dei principali movimenti nazionalisti kazaki – come Dos Kushim di Ult Tagdyry (Destino della Nazione) e Mukhtar Shakhanov di Memlekettik Til (Lingua di Stato) – si sono pronunciati in maniera assai vivace voce contro le proposte avanzate nel Documento, interpretandole come un attacco alla identità etnica, alla lingua e alla cultura kazaka, minacciando di lasciarsi morire per fame, come affettivamente fatto da alcuni celebri nazionalisti irlandesi, se tali proposte fossero state adottate.

Sulla stessa linea i partiti di opposizione, come OSDP Azat e Ak Zhol, che alla stampa occidentale appaiono come partiti politici , ma sono in realtà tutti a base tribale, e che insieme ai gruppi nazionalisti, hanno presentato nel mese di gennaio 2010 una “dottrina” radicalmente alternativa. Il principale assunto di questo nuovo documento è che i Kazaki etnici dovrebbero essere riconosciuti come gruppo di base di uno “Stato nazionale” da chiamare Repubblica kazaka, facendo riferimento ad un’etnia turco-mongola, (e non più Repubblica del Kazakistan, il cui nome indica invece un territorio su cui convivono molte etnie europee ed asiatiche). Gli altri gruppi – i non-Kazaki non avrebbero che accettare uno status minoritario rispetto a coloro che possono vantare la titolarità culturale della nazionalità, e quindi il pieno diritto legale alla cittadinanza.

Con il diffondersi della tesi secondo la quale il Kazakistan è una terra etnicamente kazaka, la discussione sull’unità e la natura del paese ha così raggiunto, al termine del 2010, un punto delicato e dolente. E le polemiche che ne sono seguite hanno rapidamente messo in luce tensioni latenti ed assai imbarazzanti per la politica promossa da Nazarbayev, e tendente a fare del Kazakistan un modello di convivenza etnica.

Un inedito asse Russia-Vaticano per una soluzione politica della crisi siriana
Approdata al ventunesimo mese, la guerra civile siriana appare giunta in queste settimane a un importante punto di snodo. Il 17 e il 18 dicembre, Roma ha ospitato un incontro di alto profilo dell’opposizione siriana. Una riunione gestita con grande riserbo in cui è stata data voce a quella parte favorevole a una soluzione negoziale del conflitto. Allo stesso tempo si è trattato di un tentativo di pacificazione delle diverse anime della rivolta sempre più divisa sull’assetto della Siria del futuro.  

Un inedito asse Russia-Vaticano per una soluzione politica della crisi siriana - Geopolitica.info
Il vertice romano coordinato dal National Coordination Committee for Democratic Change (NCC) si è fatto portatore di voci e istanze che, partendo da differenti presupposti, ragioni e interessi, osteggiano il rovesciamento violento del regime politico di Assad. Infatti l’NCC e il suo leader Haytham al Manna costituiscono il nucleo di un eterogeneo cappello di correnti e movimenti d’opinione che, al di là del comune intento pacificatorio, divergono però sulle strategie con cui porre termine alla più lunga e cruenta tra le crisi provocate dall’esplosione delle “primavere arabe”. Benché generalmente vengano ammesse le responsabilità governative nell’uso indiscriminato della violenza, tale corrente si è mostrata reticente nell’esprimere un’aperta condanna per i gravi abusi compiuti dalle autorità in carica, con le quali ha mantenuto aperti canali di dialogo e dalle quali è riconosciuta come unica opposizione politica legittima del Paese. Per le forze del NCC il cambiamento democratico in Siria, può essere risolto solo in modo pacifico, senza ingerenze esterne.

A quanto pare, questa piattaforma sarebbe alla base del dialogo che si è svolto a Roma, in cui si sarebbe parlato anche del futuro assetto politico del Paese e del ruolo delle minoranze. Tra le diverse sigle che hanno preso parte al meeting: il Democratic Forum, la Watan Coalition, il Syrian Trade Union/ Women Syrian Activist, il Building Syrian State e la West Kurdistan Assembly. Su posizioni diametralmente opposte si trovano il Syrian National Council (SNC) e le forze armate dissidenti riunite nel Free Syrian Army (FSA) che controllano importanti centri urbani come Homs, Hama, Daraa e – stando a fonti locali – la quasi totalità delle province orientali a maggioranza curda. Tra l’altro queste sono le forze (che all’interno hanno un’importante componente jihadista) che oltre all’iniziale supporto logistico dei Paesi del Golfo e della Turchia, proprio in questi giorni hanno incassato il sostegno diplomatico di alcune tra le più autorevoli Cancellerie europee, al quale si è aggiunto in tempi recenti l’ancor più importante riconoscimento americano. L’SNC che non ha riconosciuto la conferenza di Roma ha accusato il National Coordination Committee di collaborazionismo e di eccessiva vicinanza alla Russia – potenza contraria alla totale delegittimazione dell’alleato Assad (tra l’altro, la notizia della conferenza è filtrata tramite mezzi di informazione russi).

L’NCC, a sua volta, ha messo in luce le posizioni estremiste della resistenza armata e denunciato numerosi episodi di violenza di cui si sarebbe resa responsabile. Questo scambio incrociato d’accuse ha comunque il merito di sollecitare una necessaria quanto finora spesso assente riflessione sui destini futuri dello Stato siriano. I partecipanti alla Conferenza di Roma considerano l’incontro di due giorni come propedeutico a una conferenza generale dell’opposizione che si dovrebbe tenere prossimamente al Cairo e una chiara sollecitazione a Damasco per avviare un reale dialogo con l’opposizione. A questo punto sorgono spontanei alcuni interrogativi: perché la scelta di Roma e l’estremo riserbo intorno a un evento che al contrario potrebbe essere davvero uno snodo fondamentale per il futuro della Siria? Fermare la guerra civile trovando un accordo per una soluzione politica e allo stesso tempo tutelare le minoranze minacciate sono tutti obiettivi prioritari di un altro fondamentale attore di questa partita: la diplomazia Vaticana. In questo senso si era già registrato un forte impegno da parte della Comunità di Sant’Egidio nel luglio scorso (http://syrianncb.org/2012/07/30/syria-from-the-oppositions-gathered-in-santegidio-an-appeal-for-a-political-solution/). Chiaramente la Comunità, presente nel governo Monti con il ministro Andrea Riccardi ha dovuto cambiare approccio alla luce dell’impegno del ministro Giulio Terzi a sostegno dell’ala più dura della resistenza, sostegno culminato con il recente riconoscimento ufficiale.

L’obiettivo primario del Vaticano è quello di evitare che la rivolta assuma sempre più i connotati di uno scontro etnico-religioso: arabi, curdi e siriaci, musulmani alawiti o sunniti, drusi e cristiani di diverse confessioni rappresentano in proporzioni disuguali le componenti di una nazione eterogenea e oggi priva di quei grandi collanti ideologici – panarabismo e socialismo arabo – che nel secolo scorso avevano trovato proprio nel contesto siriano le proprie massime espressioni politiche. D’altro canto, è lo stesso pericolo di una rifondazione statale monopolizzata da una singola entità etnico-religiosa, quella arabo-sunnita, che ha permesso all’amministrazione Assad di preservare la fedeltà di una porzione tutt’altro che inconsistente della popolazione ed è nel timore di rappresaglie, in parte già iniziate, che vanno ricercate alcune delle concause che impediscono al conflitto di giungere a conclusione. Un ulteriore incognita attiene alle conseguenze geopolitiche che si connettono al collasso del regime B’aath, le cui ripercussioni avrebbero eco nei vicendevoli rapporti tra Siria, Israele, Iran, Russia e mondo occidentale in senso lato.

Una transizione traumatica imporrebbe inoltre, prima dell’auspicata ricostruzione dell’architettura costituzionale tramite processo elettorale, il passaggio in una prolungata fase di instabilità in un frangente temporale che vede il contesto mediorientale infiammato dai rinnovati moti popolari egiziani e dall’inasprimento delle tensioni nell’adiacente striscia di Gaza. Alla tragedia umanitaria di una realtà statale dilaniata da un conflitto che ha pressoché annullato il capitale infrastrutturale nazionale e provocato (al dicembre 2012) un numero di vittime e sfollati stimato rispettivamente nell’ordine di diverse decine e centinaia di migliaia, si aggiungono quindi le preoccupazioni per un assetto post-bellico su cui pendono pericolose incertezze tanto per la Siria quanto per l’intero quadrante del Medio Oriente. Conseguentemente, nella gestione di quelle che potrebbero rivelarsi le fasi conclusive della quasi biennale crisi siriana, attori locali e internazionali sono chiamati ad adottare un approccio lungimirante, capace, in ultima analisi, di subordinare le istanze di rivalsa dei vincitori alle esigenze di stabilità e pacificazione di un intero Paese.

In questo senso il Vaticano ha come interlocutori privilegiati la Russia e la Chiesa Ortodossa. Infatti Putin pur di preservare l’integrità della Siria sarebbe disposto a “mollare” Assad: «Mosca non è preoccupata del destino del regime, in Siria sono necessari cambiamenti. La Russia è favorevole a una soluzione alla crisi che eviti la disintegrazione dello stato e una guerra civile». Secondo l’analista Germano Dottori: «credo che alla Russia interessi fermare la Primavera Araba prima che raggiunga il Caucaso». Mosca guarderebbero quindi con favore a una transizione pilotata, il più possibile indolore, attorno al vice di Assad e si stanno muovendo per questo. Per farlo hanno però bisogno di stabilizzare anche il fronte militare e al di là di una certa narrazione dominante sembra che ci stiano riuscendo…