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Geopolitica dei mondiali in Russia

Il calcio c’entra, ovvio. Ma le questioni geopolitiche che si pongono nei campionati mondiali in Russia sono enormi e non rimarranno di secondo profilo rispetto alle giocate di Messi, Ronaldo, Neymar e degli altri grandi campioni.

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È il terzo grande evento sportivo in pochi anni, compresa anche la Confederations Cup del 2017, senza tener conto dei moltissimi altri eventi sportivi di natura internazionale ospitati dalla Russia negli ultimi anni. Il precedente più importante erano state le olimpiadi invernali del 2014. Non fu affatto casuale la geografia di quell’evento e le sue relative conseguenze geopolitiche fattuali.  Tutti sanno che i XXII giochi olimpici invernali si tennero a Sochi. Pochi però collocano la città di circa 400.000 abitanti nell’immensa estensione territoriale della Federazione.

La geografia conta Sochi si trova in un contesto strategicamente fondamentale. È a circa 400 km dalla Crimea e a meno di 40 km dalla Georgia. La città, pur essendo poco importante – è infatti solo la 47a per popolazione – lo è enormemente dal punto di vista simbolico. Le olimpiadi hanno infatti rappresentato una chiara rivendicazione territoriale della regione tra la Crimea e la Georgia, caldissima per la Russia di Putin per gli eventi che hanno preceduto e succeduto i giochi. Nella parte nordoccidentale della Georgia, infatti, si trova una delle due repubbliche autonome del paese, che si riconoscono nella cultura russa: l’Abkhazia. Insieme all’Ossezia del Sud, queste due regioni sono state dal 1992 al centro di aspre contese territoriali, che hanno trovato il loro culmine negli scontri aperti tra Russia e Georgia dell’agosto del 2008, terminati con il riconoscimento dell’indipendenza delle due regioni da parte della Russia alla fine dell’agosto.

Negli stessi mesi delle olimpiadi, invece, si consumava la questione della Crimea e venivano poi avviate le sanzioni contro la Russia. I giochi terminarono il 23 di febbraio, mentre continuavano gli scontri in Ucraina. Meno di un mese dopo, il 16 marzo 2014, si tenne il referendum che proclamò con il 96,7% dei favorevoli l’annessione della Crimea alla Russia, a seguito dell’occupazione militare da parte delle forze russe. Si trattò di un enorme successo politico di Putin, che balzò negli indici di consenso interno oltre l’80% proprio in quei giorni. Questo perché la geografia, simbolica e non, ha sempre un suo peso.

Oggi la Russia affronta i mondiali di calcio a pochi giorni dalla conclusione del G7, in cui sia dal premier italiano Conte, sia dal presidente Trump è stata più volte chiamato in causa, con la esplicita richiesta di riammissione tra i grandi del mondo. La risposta di Putin è stata propositiva, individuando in Trump una persona intelligente con la quale poter instaurare un percorso costruttivo. Internamente, il presidente russo si muove a pochi mesi dalla rielezione del marzo scorso, avvenuta in corrispondenza del quarto anniversario dell’annessione della Crimea, ottenendo oltre il 76% dei consensi. Proprio perché nulla è casuale.

La Russia si pone intanto, anche grazie ai mondiali, come attore geopolitico regionale capace di avere una forte spinta globale. Le iniziative belliche più recenti, in Siria in particolar modo, stanno a confermarlo. Ma l’equilibrio politico globale comporta anche il sapersi difendere, collocarsi e attendere. Pronti – usando una metafora calcistica – a ripartire in contropiede. Come fatto in occasione degli strikes guidati proprio dagli Stati Uniti di Trump, con l’appoggio di Gran Bretagna e Francia, di due mesi fa in Siria. Si trattò di un delicatissimo momento di tensione, in cui l’obiettivo prioritario statunitense sembrava essere quello di riequilibrare i giochi di forza in quel quadrante, vista la presenza e l’intervento massiccio da parte di Putin.

La Russia come il portiere del mondo Come il più grande portiere della storia, l’unico pallone d’oro nel suo ruolo della storia, Lev Yashin, la Russia di Putin si difende dagli attacchi del resto del mondo tentando di fuoriuscire dalla sua geografia che la limita agli spazi terrestri, ritratta nello splendido poster dei mondiali, volutamente ammiccante alla grafica sovietica. Pure qui il messaggio iconografico appare fortissimo: Yashin, figura quasi eroica, con il ginocchio fasciato, è intento a parare una palla, corrispondente al globo al cui centro è posta proprio la Russia. Da lì si dipanano i raggi di un sole che illumina tutto il resto, in una logica di ritorno all’idea della Grande Russia, incoraggiando metaforicamente una politica estera globale e non solo regionale – pur con tutti i limiti mostrati nel gioco di forza con gli Stati Uniti proprio in Siria.

D’altronde il ruolo del portiere è quello più poetico, più rappresentativo di una condizione di isolamento ma anche di immediata ripartenza: è colui il quale deve essere costantemente attento a ogni fase di gioco, rispondere con prontezza a ogni attacco, anche improvviso, degli avversari. È l’estremo difensore, colui che non deve far passare il nemico ed essere sempre reattivo. È quello che, meno di tutti gli altri giocatori, può permettersi di sbagliare. Ha la responsabilità spesso più grossa sulle proprie spalle e deve portarla senza pesi, perché ogni errore potrebbe essere fatale.

Le squadre che vincono i campionati non sono quelle votate unicamente all’attacco, ma quelle che sanno difendere meglio delle altre e subiscono meno goal. La difesa viene prima di tutto, dunque. E la difesa riguarda, anzitutto, proprio i confini nazionali, rappresentati nel poster dal pallone parato da Yashin.


La mappa geopolitica, non casuale, dei mondiali
Non a caso la mappa delle città che ospiteranno i giochi ci dice molto del potere simbolico di questi mondiali, della collocazione geopolitica della Russia in questo momento e della sua attenzione globale.

Le città che ospiteranno le partite sono 11, per un totale di 12 stadi, tutte collocate sul versante occidentale del paese. Oltre alla stessa Sochi, la città che più spicca geo-simbolicamente è Kaliningrad, parte dell’exlcave russa omonima che affaccia sul Mar Baltico, tra la Polonia e la Lituania. Lo stadio Arena Baltika, sull’isola di Oktyabrsky, vicina alla città, è nuovissimo. Ha una capienza di circa 35.000 spettatori e sarà il teatro di 4 partite dei gironi. Il costo totale della costruzione, avvenuta negli ultimi 4 anni, si aggira intorno ai 290 milioni di euro. Anche in questo caso il tentativo di Putin si colloca tra l’apparato simbolico di una rivendicazione territoriale e quello fattuale di una presenza fisica evidente. Marca stretti gli avversari, lancia messaggi potentissimi per il suo elettorale e per le potenze straniere.

Il mondiale che si apre oggi è questo e molto altro. È anche l’affermazione di un potere economico – attraverso imponenti investimenti – che si pone come strumento strategico di quello politico, nel tentativo di ripristinare un’immagine, di rendere la Russia attore geopolitico all’avanguardia, moderno e secondo a nessuno. Questo spiega il messaggio di benvenuto di Putin dell’8 giugno, che mostra la massima apertura e ospitalità del proprio paese, nella speranza espressa pubblicamente di far sentire a casa propria atleti, staff e tifosi di tutto il mondo.

Il pacchetto di investimenti infrastrutturali ha visto l’edificazione di otto stadi nuovi e la ristrutturazione di altri quattro, i lavori per 95 nuovi campi di allenamento e poi rinnovo di ospedali, infrastrutture e mezzi legati ai trasporti. La spesa complessiva, solo per gli stadi, si attesta intorno ai 5,3 miliardi di dollari. Quella più imponente ha riguardato lo stadio Krestovsky di San Pietroburgo, il più costoso al mondo, edificato al posto del Kirov per un totale di circa un miliardo e mezzo, mentre per quello di Sochi – costruito per le Olimpiadi invernali – sono stati spesi oltre mezzo miliardo di dollari, per poter adattarlo alle esigenze di capienza richieste dalla Fifa.

I mondiali rappresentano dunque una enorme sfida calcistica, ma ancora di più una scommessa politica, per la Russia e per tutto il mondo. In gioco come si comprende bene non ci sono solo i grandi interessi che ruotano attorno ai campioni che scenderanno in campo, ma questioni internazionali che vedono la Russia al centro del teatro mondiale. È chiamata a respingere il pallone più lontano possibile, nel tentativo di proiettarsi verso un destino mondiale, come la palla di Yashin nel poster vuole riportare: in quel globo, l’unico Stato rappresentato, non a caso, è proprio la Russia.

Gli Stati Uniti di Trump e la partita energetica nel Baltico: un nuovo rift nel rapporto euro-atlantico?

Gli Stati Uniti non sembrano gradire il progetto Nord Stream 2: per Washington infatti il raddoppio del gasdotto russo-tedesco che corre sotto le acque del Baltico va contrastato tanto da scriverlo nero su bianco in una legge del Congresso approvata il 2 agosto 2017. La linea politica della Casa Bianca sembra dunque ricalcare i contenuti di un famoso (e disincantato) discorso di George Friedman tenuto al Chicago Council nel 2015 ove il fondatore di “Stratfor” illustrava la necessità storica per gli Stati Uniti di evitare che tra Germania e Russia si crei un asse (troppo) strategico. Trump rispolvera così un vecchio adagio della geopolitica statunitense già adottato da Reagan negli anni Ottanta del secolo scorso contro l’URSS, dimostrando altresì come la partita energetica nella propaggine occidentale del continente eurasiatico vada al di là dei meri schieramenti ideologici e quanto la narrativa sulla New Cold War sia (in tal guisa) verosimile.

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Il dilemma Ue tra dazi (americani) o gas (russo)
Il 15 maggio scorso Gazprom ha comunicato l’avvio dei lavori preparatori per la costruzione del tratto tedesco (baia di Greifswald) del gasdotto offshore Nord Stream 2. Come il suo gemello Nord Stream, la nuova pipeline correrà sotto le acque del Mar Baltico rifornendo l’Europa occidentale di gas proveniente dal cuore della Federazione Russa. La sua capacità di trasporto stimata è di 55 mld di metri cubi all’anno. Il consorzio – con sede a Zurigo – oltre che dai russi di Gazprom è finanziato anche dai francesi di Engie, dall’austriaca OMV, dalla anglo-olandese Royal Dutch Shell e dai gruppi tedeschi Wintershall e Uniper. Secondo il “Wall Street Journal” (WSJ) del 17 maggio scorso – in un articolo di Boris Pancevski dove si citavano fonti ufficiose anonime europee (tedesche) e statunitensi – il presidente Donald Trump avrebbe chiaramente manifestato la contrarietà della sua Amministrazione al Nord Stream 2 durante un incontro avuto ad aprile con il Bundeskanzlerin Angela Merkel, rivelando altresì che, in caso di rinuncia da parte del governo tedesco, Washington sarebbe disposta ad annullare i dazi annunciati su alcuni prodotti siderurgici (acciaio e alluminio) dell’Ue. La notizia giunge in un momento che sembra apparire delicato per le relazioni euro-atlantiche perché si somma al già annunciato ritiro, l’8 maggio scorso, degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action, mossa che pare avere creato un solco nel partenariato strategico tra Stati Uniti ed alleati europei (Regno Unito compreso). Tuttavia, la posizione di Trump circa il Nord Stream 2, se confermata, non giunge come fulmine a ciel sereno.

Una legge ad hoc
Ben prima delle indiscrezioni del WSJ, il Congresso degli Stati Uniti, il 2 agosto 2017, aveva licenziato la Public Law 115-44 intitolata Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act (lett. “contrastare gli avversari dell’America attraverso [la] legge sulle sanzioni”). Nella parte denominata Countering Russian Influence in Europa and Eurasia (“contrastare l’influenza russa in Europa e in Eurasia”), alla sezione 257 (punto 9), si dichiara espressamente che la politica estera degli Stati Uniti debba consistere anche nel continuare ad opporsi al gasdotto Nord Stream 2 in considerazione del suo impatto negativo sulla stabilità energetica dell’Ue e sullo sviluppo del mercato del gas in Europa centro-orientale (Ucraina). Nel testo si affermava inoltre (punto 10) che la priorità per Washington dovrebbe essere quella di favorire l’esportazione di risorse energetiche nazionali al fine di creare occupazione negli Stati Uniti, aiutare gli alleati e i partner, infine rafforzare la politica estera statunitense. Va inoltre ricordato che il Congresso di Washington il 18 dicembre 2015 aveva già votato una provvedimento (Consolidated Appropriations Act, 2016) per rimuovere antichi ostacoli legislativi riguardanti l’esportazione di prodotti del settore energetico. Secondo la narrativa statunitense la decisione presa nel 2015 rispondeva all’esigenza di tradurre in termini commerciali il dato secondo cui nel 2013 negli Stati Uniti, per la prima volta in due decenni, la quantità di greggio (crude oil) estratta avrebbe superato quello importato. A ciò si aggiunga che nel 2015 la quantità complessiva di gas e petrolio (complice anche la shale revolution) estratti dagli Stati Uniti avrebbe superato quelle di Russia e Arabia Saudita insieme, facendo di Washington il maggior produttore mondiale, spingendo così Washington ad inserirsi nel novero dei principali esportatori nel mercato energetico mondiale. La regione baltica, del resto, costituisce un’area strategicamente rilevante per gli Stati Uniti in quanto rappresenta l’eastern flank (a ridosso della Russia) della NATO. Non casualmente, il 21 agosto 2017 la Lituania ha ricevuto la prima fornitura di gas naturale liquefatto proveniente via nave dal Texas. In merito a questa circostanza la presidente della Lituania, Dalia Grybauskaitė, ha scritto che: “l’import di gas statunitense in Lituania e in altri Paesi europei rappresenta un cambio di campo nel mercato del gas europeo” [fonte: Agnia Grigas per “Foreign Affairs”] perché può costituire un’opportunità per l’Europa di porre fine alla sua dipendenza dal gas russo offrendo forniture sicure, competitive e diversificate. In vero, la Lituania non è stato il primo Paese europeo ad ottenere forniture di gas da oltre Atlantico né il primo nella regione baltica: nel giugno dello stesso anno era stata la Polonia ad avere ricevuto un carico dagli Stati Uniti, mentre prima era già toccato a Portogallo, Spagna e Regno Unito.

Il monito di Friedman e la prima volta di Reagan
Secondo il WSJ anche la Germania starebbe vagliando l’offerta statunitense di sostituirsi, o almeno affiancarsi, alle tradizionali forniture russe. Una fonte ufficiosa tedesca citata anonimamente dal WSJ avrebbe infatti mostrato aperture verso tale ipotesi, rilevando come la questione sia soprattutto rappresentata dalla quantità di gas che gli Stati Uniti sarebbero in grado di fornire e a quale prezzo. Al di là di ciò che filtra dalla stampa statunitense va considerato un episodio che appare connesso alla strategia energetica di Washington nei riguardi dell’Europa. In un famoso discorso al Chicago Council on Global Affairs tenuto nel 2015 e intitolato Europe destined for conflict? il fondatore del think-tank americano “Stratfor”, George Friedman, aveva sottolineato come nel corso dei decenni l’interesse primario della geopolitica statunitense sia stato quella di impedire che tra Germania e Russia si formasse un blocco economico – a suo dire – capace di rappresentare una minaccia significativa per gli interessi di Washington e quindi per il suo ruolo egemonico nella propaggine estremo-occidentale dell’Eurasia. La mossa di Trump e le decisioni del Congresso vanno dunque in questa direzione? Solo gli sviluppi futuri potranno fornire una risposta esauriente. Per il momento appare utile ricordare un precedente che risale all’ultima fase della Guerra Fredda. Si tratta dello scontro politico che nei primi anni Ottanta del secolo scorso vide opposti il presidente Ronald Reagan e gli alleati europeo-occidentali circa la nuova pipeline che i sovietici avevano cominciato a costruire per trasportare gas naturale dai nuovi giacimenti siberiani di Orengoy fino ai Paesi europei d’oltrecortina, in particolare la Germania occidentale. Secondo Reagan quel progetto violava le sanzioni imposte dagli Stati Uniti al regime sovietico perché consentivano a Mosca di usufruire di tecnologia occidentale. In secondo luogo Reagan eccepì il timore che gli introiti derivanti dai contratti siglati tra Mosca e i Paesi dell’Europa occidentale potessero rifornire di valuta pregiata la stagnante economia sovietica, contribuendo in tal modo a violare, ovvero aggirare ulteriormente il regime sanzionatorio imposto unilateralmente da Washington nei confronti di Mosca sin dai primi anni della Guerra Fredda. Un rapporto della CIA datato 27 marzo 1983 e intitolato Soviet Gas Pipeline riassumeva così la questione: “President Reagan recently fought a bitter battle with the European allies over the new gas pipeline the Soviets are building to Europe. The Europeans wanted the Soviet gas. Reagan didn’t want them to have it”. Nella Germania ovest venne anche imbastita una campagna di sensibilizzazione sulla scorta di presunte accuse – definite bugie dai sovietici – circa l’uso di prigionieri detenuti nei gulag gestiti dal KGB per la costruzione del tratto sovietico del gasdotto. Fu persino evocato lo spettro del nazismo quando un importante attivista dei diritti civili in Germania occidentale domandò chi – tra i leader politici occidentali – sarebbe stato il prossimo Albert Speer. Si trattava – in sostanza – della formula retorica nota come reductio ad Hitlerum, oggi utilizzata da più parti in occidente (Hillary Clinton, Wolfgang Schäuble, Boris Johnson) nei confronti del presidente russo Vladimir Putin.

Una costante storica
Che le questioni energetiche siano strettamente connesse con gli aspetti geopolitici, rappresentandone alcune delle principali costanti geo-economiche, lo rivela un ulteriore precedente, per certi versi, assai significativo rappresentato dai contenuti delle serie finanziarie ed economiche degli “Studi sugli interessi americani nella guerra e nella pace” redatti dal Council on Foreign Relations (CFR) tra il 1940 e il 1941. Nelle conclusioni del 10 febbraio 1941 – ovvero quando la Germania era ancora amica dell’URSS – si affermava: “The striking point of these comparisons (and additional studies that have been made) is that the United States […] should it wish to preserve for itself a trading area that would yield for it a trade position equal to or even better than the trader position of a German-dominated Europe, requires practically all the non-German world as the area within which it must function. In fact, the degree of self-sufficiency for the non-German world as a whole is slightly in excess of 80 per cent as compared with a degree of self-sufficiency for the German-dominated area of 75 per cent. Were the area of Japan and China subtracted from the non-German world and […] Russia to be included within the German world, the two areas would probably be about equally matched in trade position. On two accounts, however, the German area would still be superior”.

Questa analisi retrospettiva ci suggerisce in che misura la priorità (che per Washington risale come visto alla stagione del “patto Ribbentrop-Molotov”) di prevenire la fusione di un solido asse geopolitico e geo-economico russo-tedesco sia profondamente radicata nel pensiero strategico statunitense, allora come oggi praticamente senza soluzione di continuità.

Le ragioni strategiche dello strike americano sulla Siria

Quali sono le ragioni profonde che hanno indotto gli Stati Uniti a optare per lo strike sulla Siria in tempi così rapidi dopo l’attacco chimico di Duma?

Le ragioni strategiche dello strike americano sulla Siria - Geopolitica.info

Come spiegato da Alessandro Colombo in “Tempi decisivi”, le crisi svolgono la funzione di svelare le verità che si celano all’ombra del confronto tra gli stati. Il bombardamento ordinato dalla Casa Bianca, oltre alla volontà punitiva nei confronti di Bashar al Assad, è sembrato volto più che altro alla ricerca di un effetto “smascheramento”. L’obiettivo, per il momento, è stato ottenuto.

A essere smascherati sono stati, anzitutto, i reali rapporti di forza tra l’America e i suoi rivali strategici. Nonostante la diatriba sul numero dei missili tomahawk intercettati dai russi, è emerso ancora una volta che quando i nodi della politica internazionale vengono al pettine e si passa dalla guerra “sotto altre forme” al ricorso diretto alla violenza nessuno – neanche Mosca – è nelle condizioni di sfidare Washington. La sostanziale passività della Russia, inoltre, svela il fatto che il suo impegno in Siria non abbia quale suo obiettivo prioritario né la salvezza del regime baathista, né la lotta allo Stato Islamico, ma la preservazione delle sue posizioni strategiche a Tartous e Latakia. D’altro canto, viene svelato anche il peso specifico in campo militare dell’Iran. Il contributo di Teheran è stato determinante per la riconquista di alcune importanti città siriane, ma risulta ininfluente quando dalla dimensione terrestre dei combattimenti si passa a quella aerea. Infine, il bombardamento lancia un monito a Damasco. Riafferma, infatti, la disponibilità degli americani al ricorso alla forza quando le “linee rosse” tracciate da Washinton vengono superate, a differenza di quanto accaduto nell’estate del 2013 con l’Amministrazione Obama. Questa dimostrazione potrebbe dissuadere per il momento Assad a realizzare la riconquista del settore nord-est della Siria in mano alle milizie curde.

Il secondo “smascheramento” riguarda i rapporti tra gli Stati Uniti e i loro alleati. Il sostegno fornito da Gran Bretagna e Francia, da un lato, rafforza ulteriormente la special relationship tra Washinton e Londra, una scelta obbligata per Downing Street dopo la Brexit; dall’altro, evidenzia il nuovo corso dei rapporti tra la Casa Bianca e l’Eliseo, al di là delle differenze personali di stile e cultura politica di Trump e Macron. Allo stesso tempo mette a nudo la verità rispetto a due alleati come Israele e Turchia, che negli ultimi anni hanno assunto posizioni quanto meno ambigue nei confronti della Russia. Sia Gerusalemme che Ankara hanno assunto pubblicamente una posizione favorevole allo strike, che resterà da vedere se potrà modificare il corso delle loro relazioni con Mosca.

Dalla prospettiva italiana, invece, almeno per una volta l’assenza di un governo con “pieni” poteri sembra essere una fortuna (a dispetto di quanto dichiarato dal presidente della Repubblica Mattarella). L’interesse dell’Italia è quello di evitare la degenerazione dei rapporti tra Stati Uniti e Federazione Russa, che metterebbe in crisi l’equilibrismo politico che vuole Roma da sempre alleata di Washington, ma con ottimi rapporti con Mosca, per compensare la sua debolezza in sede europea. Un ulteriore peggioramento delle relazioni tra le due potenze ci costringerebbe a una scelta, che non è difficile immaginare sarebbe quella del campo occidentale qualunque sia il nuovo esecutivo. Ma, per l’appunto, il governo ancora non si è formato e l’Italia si può permettere il lusso di non decidere.

Si alzano i venti di guerra: la situazione in Siria

Escalation in vista nel Mediterraneo siriano: Trump è deciso a colpire la Siria dopo l’attacco chimico a Duma. Londra e Parigi pronte a sostenere la decisione di Washington, così come l’Arabia Saudita. La Russia fa sapere di non tollerare nessun attacco alla Siria, stesso dicasi per l’Iran e per il Libano. Venti di guerra soffiano sulla costa siriana, la situazione è in continuo aggiornamento.

Si alzano i venti di guerra: la situazione in Siria - Geopolitica.info

Nella giornata di oggi un tweet del presidente Donald Trump ha annunciato un possibile attacco americano contro la Siria, previsto oramai da tutti i media internazionali nelle prossime ore. Nel tweet, Trump, ha risposto ai diplomatici russi che in precedenza avevano affermato che qualsiasi attacco alla Siria sarebbe stato intercettato dalle forze di difesa russe: il presidente americano ha parlato di un attacco “nice, new and smart”, e accusato la Russia di sostenere l’ “animale” Assad. Inoltre ha rincarato la dose, sostenendo che le relazioni con Mosca sono più tese persino rispetto alla Guerra Fredda.
Macron e Theresa May hanno già fatto sapere a Trump che sono pronte a sostenere Washington in un attacco contro Damasco, e lo stesso ha fatto il leader saudita Bin Salman, di recente in visita a Parigi dove ha incontrato il presidente Macron.

Sul fronte opposto lo speaker del parlamento libanese ha annunciato che qualsiasi attacco alla Siria avrà delle conseguenze, sulla stessa riga di quanto annunciato da diversi diplomatici russi. L’ambasciatore di Mosca in Libano, Alexander Zasypkin, ha infatti dichiarato: “se ci sarà un raid degli americani, in linea con le dichiarazioni di Putin e Gerasimov (il capo di stato maggiore russo, ndr), i missili e i lanciatori da cui sono partiti saranno abbattuti”, parole che hanno scatenato il tweet di oggi di Trump.
L’Iran ha fatto sapere che nessun attacco alla Siria cambierà la politica militare della Repubblica Islamica nel territorio arabo, mentre da Damasco sostengono che l’attacco americano era ampiamente previsto e scontato.

Lo scenario delle forze militari presenti nel Mediterraneo siriano è in piena evoluzione.
Al momento la maggiore unità di superficie è rappresentata dal cacciatorpediniere americano USS Donald Cook, armato con missili Tomahawk, che si trova a circa un centinaio di chilometri dalla costa siriana. Il cacciatorpediniere ha lasciato Cipro nelle scorse ore, accompagnato dalla fregata francese Aquitania, anch’essa presente nelle acque siriane e che nella giornata di ieri è stata pericolosamente avvicinata da due caccia russi.
Dal porto di Norfolk, in Virginia, è salpata la portaerei Truman, che raggiungerà le acque del Mediterraneo entro una settimana, in vista di una potenziale azione militare prolungata. Dalla Spagna la USS Porter raggiungerà le acque siriane, le stesse da dove lo scorso hanno ha lanciato 59 Tomahawk contro obiettivi militari di Damasco, insieme alla USS Carney, anch’esso di stanza in Spagna. Potrebbero raggiungere il Mediterraneo anche le navi d’assalto Iwo Jima e USS Labon, impegnate nei giorni in scorsi in esercitazioni militare presso Gibuti.
Gli Stati Uniti inoltre possono contare sulla base navale Manana in Bahrein, dove ha sede il Comando della componente navale di CENTCOM e la Quinta Flotta dell’US Navy, sulla grande base di Al Udeid in Qatar, sede dei comandi avanzati di CENTCOM, e sulla base aerea di Al Dhafra negli Emirati, usata in maniera permanente anche dall’esercito francese. Insieme ai francesi gli Stati Uniti dispongono della base militare di Muwaffaq Salti, in Giordania. La Francia dispone inoltre di una base navale ad Abu Dhabi.
Il Regno Unito può contare sulla base Hms Juffair, nel porto di Mina Salman nel Bahrein, e sulla base Akrotiri a Cipro.

La Russia, come noto, dispone di diversi basi in territorio siriano: le principali sono quella navale di Tartus, quella aerea di Humaymim e quella di Latakia. La fregata Grigorovich è stata richiamata nel Mediterraneo e attraccherà a Tartus, stessa sorte per la nave da guerra Filchenkov e per il sottomarino Novgorod.
In Siria Mosca può contare su circa cinque batterie di S-400, il sistema difensivo più potente tra le forze russe, dispiegate attorno alla base di Tartus, e altrettante batterie di S-300, dispiegate intorno alle principali installazioni militari siriane, oltre che alla capitale Damasco. L’aviazione russa ha di stanza in Siria circa  cinquanta Su-30, Su-34 e Su-35, nei pressi della base di Latakia.
Inoltre tutta la flotta del Mar Nero russa è in stato di massima allerta, pronta a rispondere a qualsiasi attacco in 24 ore, stando a quanto riferito da alti ufficiali della Federazione russa.
L’aviazione siriana, ha, di contro, spostato i suoi jet da guerra nelle zone centrali della Siria, per proteggerle da eventuali strike statunitensi che come primi target cercherebbero di colpire l’arsenale militare di Damasco.
Anche l’Iran si prepara alla scontro in territorio siriano, e Teheran ha mandato uno dei principali consiglieri di Khamenei, Ali Akbar Velayati, a Damasco per dirigere le operazioni.

Nella giornata di ieri si sono segnalate azioni di disturbo russe nei confronti di droni da ricognizione, non armati, statunitensi. Episodi che hanno comportato un rallentamento delle preparazioni delle attività militari americane. Fattore importante quest’ultimo, in quanto potrebbe sottolineare l’effettivo progresso delle attività di hacking da parte dell’esercito russo, come già visto nello scenario ucraino. Una nuova dimensione bellica, ancora da scoprire, sulla quale la Russia può contare su un alleato di tutto rispetto come l’Iran.