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L’energia dei Paesi centroasiatici contesa tra Russia e Cina

La caduta dell’Unione Sovietica comportò lo smembramento delle Repubbliche che la componevano fino al 1991 in vari Stati indipendenti. Per le Repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale si aprì una difficoltosa strada verso lo sviluppo economico interno. Difficoltosa poiché la centralizzazione e le gerarchie di eredità sovietica non semplificarono il processo di adattamento ad un sistema economico non più di stampo socialista. In particolare, alcuni settori risentirono del cambiamento repentino più di altri; un esempio è il settore energetico, sul quale per decenni Mosca aveva avuto controllo e autorità.

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Dall’inizio degli anni ’90, Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan hanno dovuto riadattare i propri settori energetici alle nuove dinamiche derivanti dall’acquisita indipendenza. Per i primi due decenni, questi tre Paesi hanno potuto contare sui rapporti commerciali con la Russia, declinati in compravendita di materie prime energetiche. Nell’ultimo decennio, invece, il riorientamento verso est ha investito anche le politiche energetiche dei Paesi centroasiatici, tradizionalmente legati all’Oriente e alla Cina, in particolare, per elementi storico-culturali condivisi. Ad esempio, nel 2018, 46.8 bcm (miliardi di metri cubi) di gas naturale sono stati esportati dalle Repubbliche centroasiatiche ai mercati della Cina, mentre solo 16.1 bcm sono stati destinati alla Russia (a cui si aggiungono 5.7 bcm di forniture interregionali).

Il progetto di costruzione del gasdotto TAPI, una linea che dovrebbe attraversare Tagikistan, Afghanistan, Pakistan e India prima di arrivare in Cina, seppur non interessando direttamente i territori delle ex-Repubbliche sovietiche, è vista come un’interessante opportunità per lo sviluppo della regione. Tuttavia, le previsioni indicano che il progetto potrebbe prendere forma solo nella seconda metà degli anni ’20, posticipando, dunque, il reale beneficio per i Paesi della regione e delegandolo all’ipotetica crescita di domanda cinese.

Nel frattempo, in attesa di capire quanto i mercati cinesi attireranno le risorse centroasiatiche nel prossimo futuro, gli attori regionali cercano di muoversi su più fronti. Nel biennio scorso, per esempio, il Tajikistan ha portato avanti un progetto di grande portata quale la costruzione di un’imponente centrale idroelettrica, che il governo di Dušanbe intende utilizzare come vettore per lo sviluppo economico e per lo sblocco del potenziale energetico del Paese. L’Uzbekistan, similmente al Kazakhstan, punta allo sviluppo del settore di raffinazione dei prodotti petroliferi, grazie al quale il Paese potrebbe trarre maggiore vantaggio economico rispetto alla tradizionale esportazione di idrocarburi. Lo stesso principio è applicato al gas, la cui lavorazione è, in ottica di competizione internazionale, più redditizia per Tashkent, in quanto le infrastrutture e le difficoltà logistiche non rendono il Paese un campione dell’esportazione di gas. Nel Kirghizistan, a farla da padrona è l’industria del carbone, tuttavia, negli ultimi anni il Paese ha cercato di svincolarsi da tale paradigma e puntare sulla gasificazione del settore energetico. La compagnia nazionale di produzione di gas naturale kirghiza è di proprietà della russa Gazprom: l’obiettivo è accelerare la gasificazione del Paese e dare nuovi stimoli agli investimenti in campo energetico.


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Gli interessi stranieri sulla regione, prevedibilmente, provengono da Russia e Cina. Per quanto riguarda la prima, è chiaro che il passato sovietico in comune abbia dato frutto a numerosi legami in campo energetico. Si può descrivere l’influenza di Mosca sulla regione come un approccio bidirezionale, poiché essa cambia di grado in base al Paese preso in considerazione. Infatti, Tagikistan e Kirghizistan, i due Paesi meno ricchi di risorse, puntano molto sull’elettrificazione e la produzione di energia da fonti alternative ai tradizionali idrocarburi. Qui, l’influenza russa è più forte: deriva dal controllo che Mosca esercitava in epoca sovietica e si articola in investimenti e acquisizioni di compagnie e assets energetici. La costruzione della centrale idroelettrica in Tagikistan e l’acquisto da parte di Gazprom della compagnia del gas kirghiza sono due esempi dell’influenza russa nel settore energetico di questi due Paesi.

L’Uzbekistan, più ricco di risorse e indipendente dal punto di vista energetico, ha più spazio di manovra, in quanto detiene un settore energetico più facilmente orientabile verso mercati redditizi. In effetti, con l’ascesa della domanda energetica della Cina (prevalentemente di gas naturale, di cui è ricco l’Uzbekistan), Tashkent si è potuta svincolare, almeno in parte, dalla dipendenza dalla Russia che ne caratterizzò i rapporti durante il primo decennio di indipendenza.

I prossimi mesi riveleranno quanto la crescente distanza tra Stati Uniti e Cina influirà sui rapporti energetici tra queste due potenze. L’aumento di volumi di GNL esportati dall’America alla Cina previsto negli anni scorsi si è già ridimensionato negli ultimi mesi, complice la minore domanda di energia causata dalla pandemia. In questo contesto, si fa più forte la collaborazione in campo energetico tra Russia e Cina, le quali prevedono di aumentare l’interscambio di gas naturale e petrolio. Conseguentemente, anche per i Paesi dell’Asia centrale si prospetta un periodo di nuove opportunità. Sarà interessante capire se essi potranno rafforzare i rapporti diretti con l’est asiatico o se la Russia farà prevalere la propria influenza e attirerà verso di sé le risorse centroasiatiche.

Kaliningrad: chiave o serratura?

Il distretto di Kaliningrad è un’exclave russa incastonata tra la Polonia e la Lituania. Separato dal resto del territorio russo, nell’oblast’ vivono poco più di novecento mila abitanti, distribuiti su un’area di circa 15000 km2. Kaliningrad sorge dalle macerie di Königsberg, capitale della Prussia Orientale, nonché terra natale del filosofo Immanuel Kant, del matematico David Hilbert, e dove, tra l’altro, è nata la prima moglie di Putin, Ljudmila.

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Le origini

Conquistato alla Germania nazista nel 1944, il passaggio venne ufficializzato nel 1945 con la conferenza di Postdam. La popolazione autoctona, di origine tedesca, venne epurata e il territorio intitolato a Mikhail Kalinin, Presidente del Presidium del Soviet Supremo, morto pochi mesi dopo la conquista della regione. Iniziò così la sovietizzazione della regione. L’ex capitale prussiana, distrutta al 90% dai bombardamenti britannici, venne rapidamente ricostruita, con l’intento di sostituire il passato tedesco con il presente sovietico. Emblematica della visione sovietica dell’exclave fu l’edizione del 1953 della Bol’šaja sovetskaja enciklopedija, la Grande enciclopedia sovietica, che alla voce “oblast’ di Kaliningrad” riportava: “Il 7 aprile 1946 la regione di Kaliningrad viene creata sull’antica e secolare terra degli slavi baltici dopo aver sconfitto la Germania fascista e distrutto la Prussia Orientale”.

Il territorio conobbe una repentina militarizzazione e gran parte della Flotta del Baltico venne schierata nella base navale di Baltijsk, al secolo Pillau. Nella piccola regione vennero stanziati circa cento mila soldati, armi atomiche e la porzione di Mar Baltico antistante venne presidiata da  sottomarini nucleari. L’olblast’ si presenta come isolata dal mondo, la cui economia ruota intorno alle esigenze delle Forze armate sovietiche e alle sovvenzioni elargite dalle casse moscovite.

Il contesto cambia.

Nel 1991, quando l’URSS implose, Kaliningrad vide una drastica diminuzione delle truppe schierate, scelta che si ripercosse anche sulla stabilità economica della regione, la quale dipendeva, come già si è detto, quasi totalmente dal settore militare. L’ex capitale prussiana assunse quindi una postura difensiva. La Flotta del Baltico passò da 32 a soli 2 sottomarini, l’11° Armata della Guardia, con i suoi novanta mila uomini, venne sciolta e molte delle forze aeree traferite. Kaliningrad si trovò quindi sola e circondata da stati che rapidamente si mossero verso l’Occidente, con la Polonia e le tre Repubbliche baltiche che scelsero di far parte sia dell’Unione Europea sia dell’Alleanza Atlantica.

Un’occidentalizzazione impossibile.

Le preoccupazioni russe erano molteplici. Prima fra tutte quella che nella ormai enclave europea potessero crescere sentimenti indipendentisti, soprattutto da parte della crescente classe imprenditoriale, ma anche quella che l’integrità della neonata Federazione potesse essere messa a rischio e che le spinte centrifughe potessero far vacillare il sentimento di identità e attaccamento alla madrepatria. La risposta fu immediata, tra il 1991 e il 1998 ben 15 atti legislativi fanno di Kaliningrad un unicum nella Federazione. L’allora presidente Boris El’cin, riconoscendone l’enorme valore strategico, proclamò il territorio Zona Economica Libera, denominata Jantar, ovvero ambra, da una delle maggiori risorse della regione. Kaliningrad risulta essere l’unico tra i soggetti federali per il quale venne creata una figura ad hoc: un plenipotenziario Presidente. L’oblast’ gode di un periodo di sostegno e cooperazione con i paesi vicini e con Bruxelles, che si avvicinò al territorio russo con progetti di sviluppo economico e finanziamenti. Vennero inaugurati progetti di sviluppo quali Tacis o Dimensione nordica, che, nonostante i pochi fondi a disposizione e alcune lacune, lasciarono ben sperare. Ne scaturì una almeno iniziale collaborazione con la Lituania, che poté in questo momento trattare direttamente con le autorità locali senza passare per Mosca. Nel 1994 Vilnius aprì un consolato a Kaliningrad e l’anno successivo venne firmato un accordo bilaterale per viaggi senza visto della durata non superiore a trenta giorni.

La svolta putiniana.

Nel 1999 Vladimir Putin, allora Primo Ministro, durante il vertice Russia-UE di Helsinki chiarì il ruolo della regione nella strategia russa nei confronti dell’UE e come Kaliningrad dovesse assumere il ruolo di pilota nello sviluppo delle relazioni tra Mosca e Bruxelles. La strategia putiniana fu riassunta dall’espressione “Occidentalizzazione strategica guidata da pragmatico nazionalismo”. Putin vuole un accordo vincolante sul futuro dell’exclave russa, in linea col suo nuovo approccio nella collaborazione con il Vecchio Continente. Nel 2005 si assistette però alla prima frattura, in occasione delle celebrazioni dei 750 anni dalla fondazione di Königsberg, alla cerimonia, non furono, infatti, invitati né i leader dei paesi baltici, né il leader della Polonia. Nel 2012 Putin torna nuovamente sulla scena lanciando il programma di modernizzazione delle Forze armate della Federazione, con una spesa militare che si aggirava intorno ai 68 miliardi di dollari. Kaliningrad venne così proiettata al centro dei programmi di difesa russi, come in occasione all’esercitazione Zapad nel 2013, con più di dieci mila soldati impiegati in un’operazione congiunta con la Bielorussia. La regione sul baltico vede quindi una nuova militarizzazione, con l’intento di fare di Kaliningrad il perno della strategia di anti-access/area-denial (A2/AD) sul “fianco nord” dell’Alleanza Atlantica. Un altro provvedimento preso fu quello di sostituire l’intero comando della Flotta del Baltico, reo di corruzione e inefficienza. Il comandante della flotta Viktor Kravchuk e il suo il viceammiraglio Sergei Popov, furono quindi congedati per gravi carenze di formazione e accusati di distorsione della realtà.

Una posizione difficile.

L’escalation di eventi, iniziata con le cosiddette rivoluzioni colorate nelle ex-repubbliche sovietiche, e arrivata al culmine con la crisi ucraina e la riannessione della Crimea nel 2014, compromette definitivamente i rapporti tra Russia e Europa. Dai paesi confinanti con Kaliningrad si alzarono sempre più spesso allarmi su un ipotetico imminente attacco russo, temendo che Mosca possa decidere di chiudere il corridoio di Suwałki, un varco di poche decine di chilometri che collega la regione russa con la Bielorussia, unico passaggio terrestre tra l’Unione Europea e i tre paesi baltici. Nel 2016 il vertice di Varsavia decide di rinforzare il confine orientale dell’unione, verranno inviati battaglioni multinazionali dell’Alleanza Atlantica dislocati nei tre paesi baltici e in Polonia. Nella dottrina di difesa che la Polonia presenta nel 2017 la Russia è indicata come principale avversario. Varsavia opta per la creazione di una nuova forza di difesa territoriale della portata di circa 53 mila uomini, 128 carri armati Leopard 2PL, ed un sistema di difesa missilistica Patriot. Anche i tre paesi baltici rafforzeranno le loro fila, con la Lituania che autorizza il possesso di armi sofisticate per membri di gruppi paramilitari.

Mosse e contromosse.

Inizia così un susseguirsi di esercitazioni militari da ambo le parti. La Russia si addestra insieme alla Cina nel Mar Baltico; Mosca organizza Zapad-2017 tra Kaliningrad, il territorio bielorusso e quello di alcune sue regioni nord-occidentali; Polonia e paesi baltici ribattono con l’esercitazione Sabre Strike e con quella denominata Baltops che, a inizio giugno 2017, per due settimane, vide impegnati nella regione baltica circa 4 mila soldati, oltre 50 tra navi e sottomarini e 55 velivoli provenienti da 14 paesi alleati. Contemporaneamente truppe Nato si addestrano nella difesa del già citato corridoio di Suwałki nella corposa esercitazione Geležinis Vilkas. Di tutta risposta Mosca decide di schierare sul territorio di Kaliningrad il complesso missilisticoIskander-M, ovvero missili balistici tattici con funzioni difensive e offensive.

Dilemma della sicurezza e doppia narrazione.

Kaliningrad si configura, quindi, come l’ennesimo esempio del dilemma della sicurezza. Le evoluzioni delle vicende della piccola exclave russa dipendono dall’andamento delle relazioni tra Mosca e l’Alleanza Atlantica poiché, laa spirale di sfiducia alimentata da entrambe le parti incide irrimediabilmente sulla piccola regione baltica.  Il territorio diventa soggetto di una doppia narrazione. Descritto come “la piccola Russia”, assolve al ruolo di chiave strategica per aprire le porte dell’Europa alla Federazione. Luogo di sperimentazione politica ed economica, avanguardia nell’ibridazione del sistema centralizzato, di retaggio sovietico, e del liberalismo occidentale. D’altra parte però, Kaliningrad è stato spesso descritto come punto critico della Federazione, troppo lontano dal resto del territorio russo e di difficile gestione e controllo. L’oblast’ diventa quindi una serratura, un punto critico, che presta il fianco ad un’occidentalizzazione pericolosa per l’integrità della Federazione.

Nicolò Sorio,
Geopolitica.info

Dalla Crimea alla Siria: la via russa verso l’Europa

La posizione geografica della Crimea, in prossimità delle nuove “zone grigie” del pianeta la pone, unitamente al Mar Nero, su un alto livello strategico per la Russia; tuttavia l’obiettivo finale della Federazione sembra non essere esclusivamente la penisola ed il mare che la circonda, questi paiono rientrare in una più ampia strategia di dominio dei mari, che coinvolge il Mar d’Azov, finalmente il Mediterraneo e con esso l’Europa: in quest’ottica si inserisce l’intervento russo in Siria, a sostegno di Bashar al-Assad.

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I vantaggi strategici dell’annessione

L’annessione della Crimea rientra in un chiaro progetto strategico della nuova Russia putiniana, che la conduce, con il controllo del Mar Nero e attraverso la Siria, sino al Mar Mediterraneo, del quale il primo può essere considerato un bacino ristretto. L’operazione ha costituito per la Federazione un indiscutibile successo, avendole permesso non solo l’acquisizione di 27000 km2 di territorio, ma anche il vantaggio economico di 100 milioni di dollari per anno, che la Russia versava all’Ucraina per le sue basi militari in Crimea. Con l’accordo del 2003 l’Ucraina, infatti, aveva il controllo sul 62% del mare d’Azov, situazione completamente ribaltata, con l’acquisizione da parte di Mosca dei tre quarti del mare. La strategia complessiva russa si appalesa se si considera che nella stessa rientra anche Il mare d’Azov, che costituisce “l’anticamera” del Mar Nero, e rappresenta il delta sommerso del fiume Don, che vi affluisce unitamente al fiume Kuban. Pertanto esso è un punto di sbocco cruciale per le comunicazioni della Russia; attraverso il canale di Manyc si accede al mar Caspio, mentre il canale navigabile Lenin-Volga-Don mette in comunicazione le vie d’acqua della Russia europea, che consente di navigare sino a Mosca, al Mar Baltico ed al Mar Bianco.

 Infine sono rimaste in Crimea, e quindi acquisite alla Federazione, 13 industrie facenti parte del complesso militare- industriale del Ministero della Difesa ucraino e lo stretto di Kerch. La Russia cessa quindi di essere locataria e diviene “proprietaria” delle infrastrutture navali: la base navale di Sebastopoli e quella di Feodosia, gli aerodromi di Sebastopoli e Gvardeiskoe, le stazioni di comunicazione e di trasmissione di Katcha, Soudak e Yalta ed il poligono di Opuk. Quanto allo stretto di Kerch, va sottolineato che esso rappresenta un vero e proprio choke point (al pari di al pari di Panama, Suez, dei Dardanelli, del Bosforo e di Hormuz), tale in quanto di importanza vitale per la Russia e collega il suo sterminato entroterra al Mar Nero. Lo stretto ed il mare d’Azov erano questioni aperte nei rapporti Russia – Ucraina, che già nel 1995 avevano avviato dei negoziati in verità mai conclusi.  Con l’annessione della Crimea la Russia è l’unico stato rivierasco di Kerch, sul quale ha altresì realizzato un ponte, che rappresenta il coronamento di un sogno per Putin, in quanto crea un collegamento stradale e ferroviario permanente tra la Crimea e la Russia.Il controllo russo della Crimea e dello stretto non solo ha precluso l’accesso delle navi più grandi ai porti dell’Est Ucraina, ma permette anche alle forze russe di operare controlli e perquisizioni delle navi in transito, ritardando e infliggendo costi al commercio nell’area.

 A lungo limitata al Mar Nero, la Flotta russa sembra avere una nuova-antica ambizione: attraverso il Mar Nero andare aldilà dei Dardanelli.

L’intervento militare in Siria

 Che la Russia, “attraverso il Mar Nero sembra puntare al Mediterraneo ed alla sua militarizzazione” è uno scenario ipotizzato da molti osservatori.

Con l’avvento di Putin si sono verificati degli importanti cambiamenti sul piano militare, declinatisi in una modernizzazione del suo apparato e l’avvio di una nuova strategia, già teorizzata da Putin nel discorso di Monaco.Ingenti investimenti, nuove unità ed una base sicura hanno infatti permesso alla flotta del Mar Nero di tornare a costituire la rampa di lancio per le operazioni nel Mediterraneo, come dimostrato dall’intervento russo nel conflitto siriano, fino a pochi anni fa ritenuto irrealizzabile.

L’intervento in Sira avalla siffatto scenario. In realtà i due paesi intrattengono importanti rapporti sin dal 1971 allorché Hafez al-Assad concesse in leasing all’URSS l’impianto navale di Tartus. La Russia è tornata in Siria per farsi riscoprire potenza globale ed è ormai chiaro che nessun negoziato di pace per la Siria avrà luogo senza la sua approvazione. L’intervento militare risponde, quindi, all’esigenza di mantenere la base di Tartus, importante caposaldo della strategia marittima, ma soprattutto di affermare una presenza non transitoria e contingente nell’intera regione. Indubbiamente la Federazione, rafforzando la sua proiezione nell’area diviene interlocutore imprescindibile per tutti i paesi che dovranno riallacciare rapporti con la Siria, tra cui l’UE, e le consentirà di intensificare le relazioni con i paesi del Golfo, con i quali condivide interessi petroliferi. È tanto evidente questa strategia, che le ha consentito di esercitare la propria influenza nello scenario libico, dove avrebbe avuto difficile accesso in assenza del coinvolgimento in Siria.

Conclusioni

 In estrema sintesi, sembra potersi affermare che attraverso l’annessione della Crimea la Russia abbia inteso esercitare il controllo sul Mar Nero, quale importante chiave d’accesso al Mare Nostrum. Un progetto, dunque, che attribuisce particolare importanza ai mari di cui essa è rivierasca, ma che guarda con sempre maggiore interesse al Mediterraneo, in un’ottica di esercizio di Sea Power e di avvicinamento all’Europa, della quale Putin ha parlato come di una “grande famiglia” e del “nostro continente comune”, riprendendo un concetto già chiaramente espresso da Evgenij Primakov, il quale aveva affermato di voler vivere “fino al giorno in cui la Russia potrà diventare membro dell’Unione Europea”. In realtà, il messaggio che la Russia desidera mandare al mondo intero è il seguente: l’Unione Sovietica può essere tramontata, ma la Russia è tanto rilevante nell’attualità quanto lo è stata nel passato; qualunque forma assumerà il nuovo mondo, la  Russia rimane indispensabile in qualsiasi schema per la soluzione dei problemi globali, che agli altri piaccia o no.

La Strada dei Ghiacci

L’Artide è una regione al plurale con tre definizioni: una geodetica di Circolo polare, una climatico-ambientale e quella dell’Arctic Monitoring and Assessment Programme (AMAP) Questo continente di acqua e ghiaccio è diviso tra futuro potenziale e presente instabile.

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Attualmente il fatto certo è che la temperatura media della Terra è aumentata di 0,74°C nel corso del XX secolo e che, secondo le proiezioni, l’Artico si scalderà più velocemente rispetto alla media globale. Queste maggiori temperature hanno già provocato dei cambiamenti nella regione, come la fusione dei ghiacci marini e degli strati continentali di ghiaccio in Groenlandia. L’assottigliamento della copertura di ghiaccio aggrava potenzialmente il problema riducendo l’albedo superficiale e aumentando l’assorbimento delle radiazioni a onda corta in entrata. Esistono inoltre due probabilità su tre che, prima della metà del secolo, il Mare Artico rimanga di fatto senza ghiaccio nelle stagioni estive. Oggi questo ghiaccio residuo tende a farsi sottile, sciogliendosi e riformandosi con cadenza incerta. Da ciò scaturiscono due aspetti emblematici degli opposti interessi sull’area: uno che vuole evitare la catastrofe globale, ecologica e climatica, che quindi guarda alla vulnerabilità di un ecosistema d’importanza planetaria, nell’ottica di risolverne le criticità eliminando sul lungo periodo ogni attività economica e militare; l’altro che ha appetito e fantasie di potenza e di affari.

La potenzialità dell’Artico è quindi insita nella sua stessa fragilità: col cambiamento climatico il ghiaccio diviene più sottile e quindi più perforabile dalle navi. Tale percorribilità permetterebbe nuove rotte che consentirebbero di passare dal Pacifico all’Atlantico in maniera più rapida. Inoltre, le risorse energetiche, quali petrolio e altri idrocarburi, o ittiche, diverrebbero, come già lo stanno diventando, più disponibili.

Cambiano le rotte, cambia la geopolitica

Lo scioglimento della calotta polare artica renderebbe praticabile la rotta Transpolare, la via più breve per muoversi fra il Pacifico e l’Atlantico, pur essendo anche la più esposta alla presenza dei ghiacci e ai dispetti del clima. Questa rotta che corre dallo Stretto di Bering alle isole Svalbard, vanta il privilegio di evitare le acque territoriali degli Stati rivieraschi e le annesse pretese di controllo sui traffici locali, così come alcuni impedimenti geografici che minacciano la continuità di altri corridoi. Vi sono poi le altre rotte che diverrebbero più semplici da praticare: il passaggio a Nord-Est, con le sue diverse ramificazioni di percorso dove la Russia ha un controllo immediato degli snodi strategici e dei traffici; il passaggio a Nord-Ovest con 3 mila miglia nautiche che intersecano il labirinto dell’arcipelago canadese, con altrettante possibili diramazioni.

Il dibattito sulle nuove rotte artiche nel sistema internazionale degli scambi commerciali è esaltato dai vantaggi temporali che queste promettono di assicurare rispetto a vie di comunicazione marittime più consolidate. Ad esempio, un mercantile salpato dal porto di Yokohama, in Giappone, e diretto ad Amburgo che dovesse scegliere una delle rotte artiche al posto di quella meridionale potrebbe guadagnare fino a dodici giorni di navigazione seguendo la Transpolare, undici giorni con il passaggio a Nord-Ovest e nove giorni con la rotta marittima settentrionale.

L’effettiva convenienza di queste scorciatoie è però messa a dura prova dalle sfide e dalle reali condizioni dell’Artide che non rendono tali passaggi poi così economicamente sostenibili. Ciò non toglie però che in futuro il traffico marittimo nel Grande Nord non sia destinato ad aumentare.

Aspiranti Iperborei

Lo scioglimento dei ghiacci è una condizione che ha permesso di evidenziare alcune linee di tendenza che ben testimoniano il dinamismo di chi, fuori e dentro la regione, si sta già posizionando per esser pronto a cogliere le nuove opportunità. L’andamento prevalente cui si assiste oggi nell’Artico infatti non è il conflitto, ma una gara per l’influenza. Questa dinamica la si evince non solo dall’interesse potenziale verso le risorse, le rotte o riguardo l’eventuale influenza data dalla posizione a Nord, ma altresì da azioni concrete quali la militarizzazione dell’Artico da parte della Russia e della NATO, e dall’interesse di un paese come la Cina, attenta alle vie della seta polari. Dopotutto sulla regione artica si affacciano l’Asia, l’Europa e l’America e le rispettive ambizioni strategiche.

La geopolitica dell’Artico ha diversi livelli statali e internazionali e gli agenti più lontani si avvalgono della scienza, come vettore strategico per legittimare la presenza del proprio Stato. L’Artide è quindi un mosaico complesso di interessi che si sovrappongono: l’India e la Cina col Terzo Polo sostengono che lo scioglimento dei ghiacci dell’Himalaya vada studiato partendo da quello Artico; con l’alibi della ricerca e dell’esplorazione si aggiunge l’Italia attraverso l’Istituto di ricerca “Dirigibile Italia” alle Svalbard; la Cina e il Regno Unito si avvalgono della prossimità geografica e dell’impatto globale del cambiamento climatico, così come Singapore delle circolazioni oceanico-atmosferiche; fino a un livello regionale come la Scozia che si è avvalsa di giustificazioni identitarie.  È così che il Polo Nord si prefigura come un teatro il cui scenario non è di scontro tra le diverse potenze ma di influenza sul resto del mondo in attesa di sviluppi futuri. Chissà che dall’area strategica da cui partono tutti i fusi orari del mondo, un domani non derivino nuovi assetti geopolitici mondiali.

Energy Strategy 2035: quali sviluppi per la politica energetica russa

Negli ultimi anni, la politica energetica russa si è articolata in una serie di misure di adattamento agli sviluppi del mercato, come nel caso più recente del taglio del numero di barili di petrolio dello scorso aprile. Oltre a questo aspetto, di recente gli addetti ai lavori si sono occupati di scandire quali misure più a lungo termine dovrà prendere la Russia per rimanere un leader in campo energetico.

Energy Strategy 2035: quali sviluppi per la politica energetica russa - Geopolitica.info

1- Nell’ottobre 2019, il Ministro russo dell’Energia Novak ha presentato una versione aggiornata del documento sulla base del quale verrà delineata la strategia energetica della Russia al 2035 (Energy Strategy 2035, ES-2035). La revisione proposta al governo dal Ministero dell’Energia ha lo scopo di superare l’impasse che ha caratterizzato i processi decisionali in questo settore degli ultimi anni. Questa impasse è dovuta alla mancanza di consenso tra attori politici e maggiori rappresentanti dell’industria riguardo a quale impronta dare al futuro dell’energia in Russia. La scelta tra accentramento del potere o apertura ai meccanismi di un mercato più libero riguarda molti settori economici della Russia, compreso quello energetico.

Il fulcro della strategia è trovare il meccanismo per riuscire a conciliare l’eccessiva dipendenza dall’esportazione di prodotti energetici e l’adattamento ad un mercato in cambiamento con la caratteristica rigidità del comparto produttivo. Questo include molti fattori, quali la capacità/volontà di intraprendere un percorso di sviluppo in accordo con la transizione energetica, la disponibilità ad investire per un ammodernamento dei sistemi di produzione e trasporto, e, soprattutto, stabilire il grado di indipendenza che il comparto energetico russo dovrà ottenere.

2- I prossimi mesi saranno importanti per capire quali azioni Mosca deciderà di perseguire in termini di politica interna, ma allo stesso tempo per osservare come la Federazione russa gestirà il rapporto con i suoi partner esterni. La crisi sanitaria crea una situazione di grande incertezza che rende difficile l’interpretazione dei segnali lanciati dalle varie ambascerie.

In una prima fase, il coronavirus sembrava poter far avvicinare ulteriormente Mosca a Pechino, con effetti estesi alla sfera energetica. Lo sviluppo della crisi sanitaria ha, però, evidenziato anche alcuni punti di frattura tra le due potenze, che si sono sommate a questioni quali la competizione nell’Artico e la diversa interpretazione che i due Paesi intendono dare ai progetti eurasiatici. La Cina rimane comunque un partner fondamentale per la Russia, sia dal punto di vista commerciale, sia politico. Uno dei cardini attorno a cui ruota e ruoterà nei prossimi anni la politica energetica russa è appunto il mercato cinese: Power of Siberia (gasdotto centro-asiatico), nuove rotte artiche per il Gas Naturale Liquido e forti stimoli allo sviluppo della produzione dello stesso. Il GNL è da tempo indicato come il carburante la cui domanda crescerà fortemente in Cina. Se fino a qualche mese fa era il gas americano ad essere destinato a soddisfare gran parte della domanda cinese, i rapporti in deterioramento tra Stati Uniti e Cina potrebbero portare a ridiscussioni delle quote esportate.

In quest’ottica, la Federazione Russa avrà la possibilità di affermarsi come importante fornitore di materie prime energetiche per Pechino; questo permetterà al Cremlino di sviluppare la propria politica energetica nel settore del gas in due direzioni: verso est, grazie alle nuove opportunità dei mercati asiatici, e verso ovest, dove la decennale presenza nei mercati europei permette una pianificazione relativamente affidabile. Con Gazprom a dirigere i flussi via tubo e Novatek a spingere sulla produzione di GNL, la Russia tenterà di confermare la posizione di leader nel settore del gas, così come indicato nell’ES-2035.

3- Nel settore petrolifero, le stime sono meno rosee per il futuro, sia per una questione di produzione (in ES-2035 la crescita prevista non va oltre i 560 milioni di tonnellate annui, dai 555 del 2018), sia per le misure di decarbonizzazione che teoricamente verranno prese da mercati importanti per il petrolio russo, come quelli dell’UE.

Il problema evidenziato dagli esperti è che la strategia al 2035 non dà risposte esaustive riguardo ad alcuni punti fondamentali: transizione energetica, sviluppo delle infrastrutture energetiche interne e relativo miglioramento delle condizioni di approvvigionamento per i cittadini, e come reagire a destabilizzazioni inaspettate del settore. Inoltre, come detto in precedenza, ai decision-makers russi non è chiaro quale grado di libertà lasciare ai meccanismi del libero mercato. Ciò provoca il grande rischio di rimanere spiazzati di fronte ai cambiamenti futuri indotti dalla transizione energetica a livello globale, così come all’impreparazione nell’eventualità che misure di natura politica possano interferire con il naturale sviluppo dei progetti di miglioramento del settore energetico russo, come sta accadendo con Nord Stream 2.

In conclusione, la revisione dell’ES-2035 redatta a fine 2019 delinea le linee che la Federazione Russa intende seguire per sviluppare il proprio settore energetico. Nonostante le incertezze dettate dalla complicata situazione globale, Mosca cerca di rafforzare il suo ruolo di importante attore energetico sia sviluppando il settore internamente, sia mantenendo la propria influenza a livello di relazioni esterne.

Gianmarco Donolato,
Geopolitica.info

La Costituzione cambia, Vladimir Putin resta

Con il 77,92% dei voti, il popolo russo ha approvato la riforma costituzionale varata lo scorso marzo e sottoposta, nella giornata di ieri, al giudizio degli elettori. Una vittoria per Vladimir Putin che non giunge inaspettata, ma che apre ora una nuova pagina della politica russa, che, 27 anni dopo il primo referendum costituzionale, vede cambiare la propria costituzione.

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Nella giornata di ieri, si sono concluse ufficialmente le procedure di voto per la conferma o il respingimento degli emendamenti alla Costituzione avanzati lo scorso gennaio da Vladimir Putin, in occasione del tradizionale discorso alla nazione di inizio anno. Lo scrutinio dei voti, iniziato alle 21 di ieri seguendo i diversi fusi orari del paese e continuato per tutta la notte, ha confermato le attese della vigilia: la riforma incontra il favore del 77,92% dei votanti, a fronte di un più limitato 21,27% che ha espresso un voto contrario alle riforme e di un’affluenza del 65%.

Il nostro paese, la nostra costituzione, la nostra decisione

Malgrado i quasi 200 emendamenti, gran parte dei quali inerenti al rapporto tra i tre poteri dello Stato, l’attenzione, interna e internazionale, è stata dominata da due temi centrali: l’introduzione di alcune disposizioni piuttosto conservatrici riguardo la tradizione e la cultura russa e la possibilità, per Vladimir Putin, di ricandidarsi dopo il 2024, anno durante il quale si sarebbe dovuto concludere il suo quarto mandato al Cremlino.

Relativamente al primo punto, nelle disposizioni contenute nella riforma, si insiste molto sulla sacralità del matrimonio, composto unicamente da uomo e donna, elevando la famiglia tradizionale a unità cardine della società russa. Analogamente, il riconoscimento di Dio e dell’ortodossia, come valori fondamentali ereditati dalla tradizione russa, ha rinsaldato i legami tra il Cremlino e il Patriarcato di Mosca, guardando, ancora una volta, alla cultura e al nazionalismo come fondamenti della legittimazione del leader del Cremlino. Di conseguenza, l’inserimento dei molti riferimenti alla tradizione e alla storia del paese, ha rafforzato il carattere “sovrano” della democrazia russa. Tali disposizioni rappresentano, infatti, il retroterra culturale per quelle misure, adottate con il referendum, che antepongono la firma e l’attuazione dei trattai internazionali al rispetto della sovranità e della tradizione russa, determinando in questo modo l’affermazione una netta primazia dell’ordinamento interno su quello internazionale.

Relativamente al secondo tema, il riconoscimento della possibilità di ricandidarsi per Vladimir Putin oltre il 2024 è stato un elemento piuttosto trascurato dai movimenti vicini a Russia Unita, il partito del leader del Cremlino. Ad eccezione di un sistematico richiamo a garantire la stabilità del paese, elemento centrale della campagna in favore del referendum rappresentata dallo slogan “Il nostro paese, la nostra costituzione, la nostra decisione”, la possibilità offerta al Presidente russo di candidarsi per due ulteriori mandati presidenziali dopo il 2024 è stato un tema evocato soprattutto all’estero e dai movimenti di opposizione, che hanno più volte accusato il Cremlino di aver messo in atto l’intera riforma solo per garantire la permanenza al potere del leader russo.

Fin dalle prime ore dopo la chiusura dei seggi, Alexei Navalny, il principale leader dell’opposizione extraparlamentare russa, ha immediatamente respinto i risultati trasmessi dalla Commissione Elettorale Centrale, accusando il Cremlino di aver falsificato i dati sul voto e di aver influenzato l’intera campagna referendaria. Malgrado la presenza di osservatori internazionali, è innegabile che il referendum non sia stato condotto in un clima perfettamente democratico e aperto al libero confronto di idee. I noti limiti del sistema mediatico russo fanno si che gran parte della comunicazione sia facilmente indirizzabile verso i temi più cari al Cremlino, relegando ad un ruolo di minorità le opposizioni, soprattutto quelle extraparlamentari. Inoltre, non sono mancate critiche per l’impossibilità di verificare, attraverso soggetti terzi, le procedure di voto online, consentito in alcune regioni a causa dell’emergenza sanitaria, come pure di controllare le modalità di espressione del voto domestico, altra formula introdotta per evitare assembramenti ai seggi elettorali nelle aree urbane più colpite. Da ultimo, da venerdì 19 giugno, lo stesso Vladimir Putin ha lanciato una massiccia offensiva mediatica, con un articolo di riflessioni personali sul significato della Grande Guerra Patriottica, continuando poi con il discorso alla nazione del 23 giugno, alla vigilia delle celebrazioni della vittoria sulla Germania nazista del 24, per poi concludere, il 30, con l’inaugurazione, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, del Memoriale al soldato sovietico nella città di Rzhev, ribadendo sistematicamente l’importanza della trazione russa, del legame tra i cittadini e lo stato e dell’obiettivo di perseguire la grandezza e la stabilità delle istituzioni. In questo modo, il leader del Cremlino ha provato a rinsaldare l’unità nazionale e il proprio consenso, indeboliti entrambi dalla stagnazione economica e dalla crisi determinata dal Covid-19. Le iniziative degli ultimi giorni hanno, inoltre, permesso a Vladimir Putin di riconquistare una presenza mediatica che aveva perso durante la fase più acuta dell’emergenza sanitaria, la cui gestione è stata invece demandata al Primo Ministro Mishustin e al sindaco di Mosca Sobyanin, personalizzando così la vittoria e sovrapponendo il voto sulle riforme a un voto sulla propria presidenza.

Cosa accadrà ora?

Il referendum ha confermato la presenza di un solido consenso per Vladimir Putin, che celebra la vittoria giudicandola un “trionfo”. Indubbiamente, il 77% dei voti favorevoli rappresenta una maggioranza non solo rispetto ai votanti, ma rispetto all’intero corpo elettorale, un obbiettivo questo tradizionalmente perseguito dagli “ingegneri elettorali” del Cremlino, che hanno sempre guardato al raggiungimento del 70% dei voti favorevoli, a fronte di un’affluenza del 70% come target ottimale per ogni voto. In questo caso però, il rapporto tra il Cremlino e l’opinione pubblica è forse meno rilevante di quanto non sembri, poiché la questione fondamentale, fin dall’annuncio delle riforme, continua ad essere la stessa: cosa ci sarà dopo Vladimir Putin?

Lo scorso 21 giugno, in un’intervista rilasciata a Russia-1, il principale canale della Tv russa, il leader del Cremlino aveva evocato la possibilità di candidarsi nuovamente qualora le nuove disposizioni fossero state approvate dal voto popolare, affermando velatamente che, in assenza di una reale alternativa, nell’arco di poco di poco tempo sarebbe iniziata la ricerca di un successore tra i diversi centri di potere che gravitano attorno al Cremlino. In queste dichiarazioni, si condensa quindi l’essenza del referendum e le eventuali prospettive future.

Oltre ad essere uno strumento di consolidamento della propria legittimità, il voto di ieri è stato primariamente uno strumento per guadagnare tempo e riaffermare la propria figura rispetto ad eventuali manovre contro la Presidenza. Il precedente limite del suo ultimo mandato, fissato al 2024, avrebbe aperto, e secondo alcuni aveva già aperto, una lotta tra i diversi gruppi di pressione legati al leader russo, che, in vista della prossima fine dell’“era Putin”, avrebbero potuto tessere alleanze al fine di gestire la fase di transizione, non necessariamente in favore del Presidente. Il referendum ha invece spostato, se non eliminato, tale scadenza. La possibilità di ricandidarsi nuovamente nel 2024 consente ora a Vladimir Putin di prendere tempo, tempo necessario per mantenere lo stato di agitazione permanente tra i siloviki, gli oligarchi e i blocchi di funzionari, federali e locali, che tradizionalmente hanno segnato la politica russa. Inoltre, l’assenza di una scadenza imminente consentirebbe al Presidente russo di preparare la propria successione, garantendosi un’uscita di scena che lo relegherebbe ad un ruolo di padre della patria intoccabile, come già Boris Eltsin, e in grado di mantenere una velata influenza sul proprio successore.

È nella competizione tra le élite e il rapporto tra queste e la Presidenza che verterà quindi il futuro della politica russa. Ad oggi, l’opinione pubblica risulta scarsamente mobilitata, persino in favore del Cremlino, le opposizioni liberali, dopo la campagna nazionalistica legata all’intervento in Crimea, sono state equiparate a “nemici del popolo” e “sostenitori di potenze straniere”, mentre figure come Alexei Navalny sono facilmente isolate e i loro seguito risulta disunito. In tale contesto, Vladimir Putin ha oggi la forza e il tempo per definire il proprio futuro, cercando di mantenere il fragile equilibrio tra la competizione interna tra le élite, le difficoltà economiche e una politica estera ambiziosa.

La riforma di Putin: il referendum costituzionale 27 anni dopo.

Il 1° luglio 2020, il popolo della Federazione Russa sarà chiamato alle urne dal Presidente Vladimir Putin, in carica dal 2000, per votare gli emendamenti costituzionali. È il primo referendum dopo quello del dicembre 1993, quando si votò per la costituzione vigente, ponendo fine alla crisi costituzionale russa del settembre-ottobre dello stesso anno. Si apre così la possibilità di un potenziale mandato sine die per l’ex funzionario del KGB.

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I contenuti della riforma

La prima conseguenza della proposta del Presidente russo di avviare il processo di revisione costituzionale, lo scorso 16 gennaio, riguarda la sorte dell’ormai ex primo ministro della Federazione Russa, Dmitrij Medvedev. Il giorno stesso infatti, Medvedev annunciava le sue dimissioni e con queste quelle del governo, per garantire maggiore spazio di manovra al Presidente in vista della riforma, assumendo il ruolo di vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, che Putin presiede. A dimostrazione di un tecnicismo necessario, spunta la nomina di Michail Mishustin, personalità dal background puramente amministrativo, provenendo dal Servizio Tributario Federale. Dal 30 aprile al 19 maggio, quando contagiato dal coronavirus, Mishustin sarà costretto ad assentarsi, Andrey Belousov, ancora una volta una figura tecnica, sarà chiamato a svolgere l’incarico di primo ministro ad interim.

Nei primi giorni di marzo, durante il discorso del Presidente alla Duma, riunita per approvare in seconda lettura la vasta riforma costituzionale, protagonista della coreografia putiniana fu Valentina Tereshkova, prima donna a volare nello spazio, ex cosmonauta eroina sovietica, e oggi deputata 83enne. L’esito della votazione vide un trionfo indiscusso della mozione, con 382 sì, 44 astenuti e zero contrari. Parola chiave e principio cardine sia del monologo sia della riforma è stabilità, stabilità da donare, nell’ottica putiniana, ad una Federazione che la necessita e che la merita, stabilità che si traduce in una riforma costituzionale dai risvolti interessanti.

L’autoritarismo putiniano trova infatti in questa riforma conferma e naturale completamento. Se approvati, i nuovi emendamenti introdurranno nuovi elementi, istituzionali e valoriali, che rafforzeranno la “verticale del potere” costruita negli ultimi anni.

  • Un più forte sistema di controllo federale sui governi locali;
  • Il Consiglio di Stato della Federazione Russa, organo già esistente, ma per ora relegato a mera funzione consultiva, presieduto dal Presidente, vedrebbe un netto ampliamento dei suoi poteri. Spetterebbero ad esso infatti gli indirizzi fondamentali di politica interna ed estera della Federazione Russa e l’individuazione delle aree prioritarie di sviluppo socioeconomico del paese;
  • I governatori regionali faranno parte del Consiglio di Stato e vedranno, dunque, accresciuto il proprio ruolo, in cambio di una più salda lealtà al Cremlino;
  • Lo statuto del Consiglio di Stato sarà introdotto in Costituzione;
  • La riforma potenzia la “nazionalizzazione delle élite”, con l’introduzione del divieto di possedere una cittadinanza straniera o un permesso di soggiorno di un altro Stato per il Presidente del Governo, ministri, parlamentari, governatori di regione e giudici; stessa regola sarà applicata al candidato alla presidenza, che dovrà dimostrare, inoltre, di risiedere in Russia da almeno 25 anni, e non più da 10 anni, e che non potrà svolgere più di due mandati consecutivi;
  • Confermata e ulteriormente potenziata la preminenza della Costituzione russa sulle disposizioni dei Trattati internazionali: viene ribadita la primazia dello Stato russo e dei popoli costituenti la FR, nonché il principio della “democrazia sovrana”, che critica gli eccessi della difesa universale dei diritti dell’uomo e che rivendica la non interferenza negli affari interni da parte di entità straniere; è previsto, inoltre, il divieto di azioni volte ad alienare parte dei territori della FR;
  • Al Consiglio della Federazione spetta il diritto di presentare la proposta di licenziamento dei giudici federali al Presidente, si assiste in questo modo ad ulteriori penalizzazioni dell’autonomia di giudici e procuratori;
  • Alla Duma spetta l’approvazione, non più il consenso, delle candidature del Presidente del governo, nonché, su indicazione di quest’ultimo, anche di tutti i suoi vice e dei ministri federali, che saranno poi nominati dallo stesso Premier; inoltre, il Presidente della Federazione non potrà respingere i candidati approvati dalla Duma;
  • Si assiste alla costituzionalizzazione dei valori costantemente richiamati da Putin e dal suo “Russia Unita”: deržavnost’, grande potenza, e gosudarstvenničestvo, Stato forte, il cui combinato è l’idea che la Russia sia destinata ad essere una grande potenza;
  • In linea con il punto precedente, si sancisce che: il matrimonio è un’unione tra un uomo e una donna, lo Stato ha il dovere di onorare la memoria dei custodi della patria e di difendere la verità storica, di preservare l’identità culturale panrussa, la diversità etnoculturale e linguistica dei popoli della Russia, e di indicare la fede in Dio come valore ricevuto dagli antenati;
  • Una modifica che prevede un limite complessivo di due mandati per ciascun presidente, conteggiati a partire dall’approvazione della riforma, e che apre, almeno potenzialmente, ad altri dodici anni di Presidenza per Putin.

La corsa al voto.

Nonostante il “adesso non c’è tempo per questo” di Sergey Sobianin, sindaco della capitale russa, Putin conferma la sua decisione. Il sindaco di Mosca, epicentro della pandemia, ha fin da subito criticato, anche se velatamente e senza alzare polemiche, la decisione del suo Presidente di fissare il referendum per luglio. Sobianin individuava settembre come il periodo in cui far svolgere la votazione, quando, presumibilmente, il pericolo di contagio sarebbe stato, se non totalmente, ma almeno in buona parte scongiurato. La chiave di lettura per l’appuntamento di oggi è senza alcun dubbio il consenso, consenso che nel periodo precedente al Covid-19 aveva visto un leggero calo, ma che adesso, cavalcando l’onda pandemia, ha posto la base per un referendum ad personam. Nelle scorse settimane si è parlato della possibilità di una votazione elettronica o per posta, tuttavia, vista l’impossibilità di organizzare tutte le procedure necessarie per il voto, si è optato per una procedura differente. Gli elettori avranno la possibilità di votare fin da questa mattina, così da contenere il contagio riducendo gli assembramenti. Le votazioni si terranno all’aperto e verranno distribuiti, all’ingresso ai seggi, guanti, mascherine e penne gratuite. Per quanto riguarda le procedure referendarie russe l’approvazione degli emendamenti richiede la partecipazione della maggioranza assoluta degli elettori, pena l’annullabilità della votazione, inoltre, per convalidare il quesito referendario, serve la maggioranza assoluta dei voti validi.

Dissenso e opinione pubblica

La maggioranza della popolazione, circa il 63%, stando agli ultimi sondaggi del Levada Center, esprime un giudizio positivo sull’operato di Putin. Nello specifico, si prevede un’affluenza alle urne del 65% dei russi, di cui, quasi la metà, circa il 47%, si dichiara favorevole agli emendamenti proposti. La composizione dell’elettorato è però degna di qualche parola in più. Tra i giovani, il 53% prevede di votare, mentre tra gli anziani l’adesione è molto più alta: circa il 77%. Il dato interessante è però che il 41% dei giovani voterà contro gli emendamenti proposti; lo stesso vale per il 45% dei moscoviti. Il sondaggio è condotto su un campione rappresentativo di tutta la popolazione, non solo dell’elettorato attivo; a questi dati va quindi aggiunta la percentuale di chi non andrà a votare, dato attualmente non stimato, ma che si ipotizza intorno al 35%. Ciò che emerge da tale stima è una tendenza ben definita, come spiega Gudkov, sociologo e responsabile del centro analisi sopracitato: “i gruppi più istruiti e informati della popolazione tendono a votare contro”. Difficile pensare ormai ad una Russia senza Vladimir Putin, ed è improbabile che egli uscirà sconfitto da questo referendum; ciò che è certo è che l’appuntamento alle urne inaugurerà una nuova stagione politica per la Federazione, a prescindere dal risultato. Anche se la gestione della pandemia da parte delle regioni ha fatto guadagnare margini di autonomia ai poteri locali, molto probabilmente, si assisterà ad un ulteriore accentramento del potere nella persona di Putin, come lo stesso Presidente ha lasciato intendere.

Mai sprecare una buona crisi.

L’interrogativo sorge sul soggetto politico che potrebbe, almeno potenzialmente, canalizzare questo malcontento. L’opposizione russa è spesso disegnata come politicamente atomizzata e strategicamente inadeguata. Lo studioso Andrew Wilson, Europian Council on Foreign Relations, in “Does Russia still have an Opposition?” associa alla formula di “opposizione liberale”, quella, nella sua visione più adeguata, di “opposizione amica“. Wilson sottolinea non solo l’inefficienza, ma anche l’avvallo e la complicità di tale opposizione alla politica putiniana. Sul fronte indipendente, rappresentato dai blog e dall’informazione libera, è degno di menzione il lavoro dello statunitense Robert Orttung, della Elliot School of International Affairs; egli si concentra infatti sul ruolo assunto dai blogger nella divulgazione di informazioni nella Federazione. Ciò che emerge è una preminenza netta di network e di canali finanziati direttamente dal Cremlino, a fronte di limitati spazi concessi ai movimenti di opposizione. La domanda, al netto delle considerazioni, resta quella iniziale: esiste un soggetto politico in Russia capace di sfruttare adeguatamente i conflitti interni al Cremlino, ad eccezione del Cremlino stesso?

Il bivio tra il passato sovietico e la pandemia: la giornata della vittoria 2020

Quest’oggi si terranno le celebrazioni della giornata della vittoria, la parata in memoria della fine della Seconda Guerra mondale prevista il 9 maggio era stata infatti rimandata a causa del coronavirus. L’evento ricorda i 75 anni della vittoria dell’Armata Rossa sulla Germania nazista. In questa occasione si tiene la famosa “Parata della Vittoria” nella piazza Rossa di Mosca. La ricorrenza è molto sentita dalla popolazione russa, infatti oltre ad assistere alla tradizionale sfilata dei soldati, dei veterani e dei veicoli militari storici, i cittadini partecipano anche alla cosiddetta parata del “Reggimento Immortale”, esibendo fotografie dei parenti che hanno combattuto contro i nazisti.

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Tuttavia, il 9 maggio di quest’anno, la condivisione dei ricordi e delle foto di guerra è avvenuta online ed il presidente Putin si è limitato a omaggiare con dei fiori il memoriale del milite ignoto. La Russia, infatti, aveva proclamato il lockdown a marzo, presto diventando il terzo paese più colpito del Covid-19 con più di 500.000 casi. Tuttavia, negli ultimi giorni il numero dei nuovi contagiati ha iniziato a diminuire, scendendo sotto la soglia degli 8000 al giorno, registrando il dato più basso dal 30 aprile

Il vero significato dell’evento

Le celebrazioni per la fine della Grande Guerra Patriottica (come viene definita la Seconda guerra mondiale in Russia) si tengono in tutta la Federazione e in molti Stati ex-Sovietici. Questo tipo di eventi hanno una forte connotazione politica: essi assumono una valenza fondamentale nel processo di costruzione dell’identità nazionale.

Il fatto che l’Unione Sovietica sia stata il principale responsabile della sconfitta della Germania nazista è un elemento cruciale per la memoria storica russa. A questo proposito, la Duma di Stato ha recentemente deciso di spostare la data che segna la fine della Seconda guerra mondiale dal 2 al 3 settembre. La scelta è stata motivata attraverso una dichiarazione del vicepresidente della Duma Jurij Švytkin: l’obiettivo è ribadire la tradizione sovietica invece che quella internazionale; in un’ottica fortemente patriottica si è così deciso di incentivare la memoria storica sottolineando il ruolo dell’URSS come il maggiore vincitore della Seconda guerra mondiale.Infatti, la data del 2 settembre 1945, riconosciuta internazionalmente, segna la resa del Giappone firmata a bordo della corazzata americana Missouri. Tuttavia, secondo i documenti sovietici del tempo, sarebbe il 3 settembre il giorno in cui l’URSS avviò l’azione decisiva che portò alla ritirata delle truppe giapponesi.

Nonostante ciò, la decisione della Duma ha suscitato alcune critiche ed è stata presa come un’offesa specialmente dall’Ossezia del Nord, una delle Repubbliche russe del Caucaso settentrionale. Infatti, il 3 settembre è anche la data di commemorazione delle vittime dell’attentato terroristico alla scuola di Beslan del 2004 in cui morirono 334 persone, di cui la maggior parte bambini.

In conclusione, il processo di costruzione di un’identità nazionale è comunque problematico. Ricorrere alla celebrazione degli elementi gloriosi del comune passato sovietico non deve quindi essere intesa come una strategia scontata; queste pratiche non costituiscono necessariamente una base solida per far sì che tutte le regioni e le repubbliche russe si sentano parte “della stessa Russia”. Inoltre, quest’anno la celebrazione del settantacinquesimo anniversario dalla vittoria della Seconda guerra mondiale non costituiva solo un evento patriottico, volto a rinvigorire il consenso interno del Cremlino, ma sarebbe stato anche un evento rilevante dal punto di vista internazionale. Infatti, molti dei capi di stato avrebbero dovuto partecipare alla parata, tra cui anche Emmanuel Macron e Giuseppe Conte. Sarebbe stato un significativo seppur piccolo segnale di distensione dei rapporti tra UE e Russia. È da chiedersi, dunque, se la portata di tale celebrazione, carica di valori politici nazionali ed internazionali per la Russia, manterrà un significato così forte anche oggi, nonostante gli effetti della pandemia.

Intelligence russa tra Apt 28 e Apt 29, le parti in gioco dietro gli hacker statali

La Russia rientra, a pieno titolo, tra le maggiori potenze cibernetiche dello scacchiere internazionale. Le testate giornalistiche dell’intero pianeta hanno riportato il coinvolgimento di hacker statali russi in differenti campagne di cyber spionaggio e sabotaggio. Dalle e-mail “rubate” dai server di Hillary Clinton, alla presunta intromissione nelle elezioni americane del 2016. Nonostante la recente fama, i gruppi hacker responsabili di tali attacchi sono attivi dai primi anni 2000. Chi sono, da dove vengono e come riconoscerli?

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Una panoramica sui grandi dello spionaggio di Stato

All’interno dell’universo di intelligence russo è doveroso nominare l’FSB, l’SVR e il GRU. L’FSB (Federal’naja služba bezopasnosti Rossijskoj Federacii), che sta per Servizi federali per la sicurezza della Federazione russa, è figlio diretto dell’ex KGB. Dal 1995, l’FSB si occupa di spionaggio, controspionaggio, contro-terrorismo, attività SIGINT ed ELINT et similia. Con SIGINT, SIGnals INTelligence, si intendono tutte quelle operazioni di intelligence che prevedono la raccolta di informazioni mediante intercettazione e analisi di segnali, siano essi emessi tra persone o tra macchine, o entrambe. Per ELINT, ELectronic-signals INTelligence, s’intendono tutte quelle attività che prevedono la raccolta di informazioni mediante utilizzo di sensori elettronici, si parla infatti di “spionaggio di segnali elettronici”. I Servizi Federali per la sicurezza dispongono di un’autorità e potere non indifferenti, così come dimostrato già il 6 marzo 2006 con l’entrata in vigore della Legge Federale n. 35-FZContrastare il terrorismo” (successivamente emendata dalla Legge Federale n. 505-FZ del 31 dicembre 2014). Risulta di rilevante interesse il fatto che tale legge investirebbe l’FSB del potere legale, previo ordine presidenziale, di eliminare fisicamente gli obiettivi ritenuti una minaccia alla sicurezza nazionale. L’SVR (Služba vnešnej razvedki), il Servizio di intelligence internazionale, così come l’FSB, nasce dalle ceneri dell’ex KGB. Questo servizio prende forma dal primo direttorato dell’ex agenzia sovietica, rilevandone le attività di spionaggio all’estero. Il GRU (Glavnoe razvedyvatel’noe upravlenie), Direttorato principale per l’informazione, è il servizio informazioni delle forze armate russe e fu fondato nel 1918 da Lenin, a differenza dell’FSB non dipende dallo stato maggiore delle forze armate. Sta al GRU, di fatto, la ripartizione delle competenze tra i vari servizi di intelligence come l’FSB e l’SVR.

APT, Advanced Persistent Threat, presunti e reali: chi sono e cosa fanno

Le tre agenzie sopra descritte sono attivamente impegnate nell’analisi e nel monitoraggio delle informazioni e, di conseguenza, della rete Internet. Ad esse fanno riferimento alcuni gruppi il cui scopo è quello del sabotaggio silenzioso delle componenti della rete, si tratta di vere e proprie unità hacker. Questi gruppi dediti ad attacchi mirati e persistenti contro enti governativi, università, aziende e via discorrendo, sono noti come Apt o Advanced Persistent Threat. Nella sola Russia sarebbero più di 14, così come riportato da Carola Frediani in Guerre di Rete. Più in generale, i gruppi Apt possono essere sia di stampo governativo che privato. L’elevata presenza di gruppi di questo genere evidenzia come in Russia, soprattutto per fattori di convergenza culturale di derivazione comunista, il panorama delle subculture hacker abbia avuto un grande successo.

Gli Apt più noti e comunemente ricondotti ad unità delle agenzie di spionaggio russe sono Apt 28 e Apt 29. Si ritiene che Apt 28 (anche detto Fancy Bear, Sofacy, Pawnstorm, Sednit, STRONTIUM, ecc…) sia alle dipendenze del Direttorato Principale per l’Informazione russo, lo confermerebbe un’accusa del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, resa pubblica nel luglio 2018. L’accusa è di cospirazione per commettere un reato contro gli Stati Uniti d’America, per cui alcune unità del GRU sarebbero state impegnate in una campagna cyber atta ad interferire con le elezioni presidenziali del 2016.

Tuttavia, tra i primi a riportare il collegamento tra il gruppo Apt 28 e il GRU sono stati, nel 2014, i ricercatori di FireEye. Un’azienda americana che si occupa di controspionaggio, minacce cibernetiche e cyber defense in generale. Il direttore commerciale per l’Europa e il Mediterraneo di FireEye, Yogi Chandiramani, in un’intervista rilasciata a Carola Frediani in Guerre di Rete dice di Apt 28: “Si tratta di un gruppo sponsorizzato dallo Stato, che colpisce soprattutto organizzazioni dell’Est Europa, in particolare ministeri degli Esteri. Il suo obiettivo è raccogliere informazioni di intelligence utili per il governo di Mosca. […] abbiamo visto che il codice del malware usato dal gruppo era compilato durante le ore di ufficio del fuso orario di San Pietroburgo.”

Nello stesso volume di Carola Frediani, Vincente Diaz, ricercatore di punta della società russa Kaspersky, società di cyber-sicurezza fondata dal russo Eugene Kaspersky, chiama l’Apt 28 Sofacy e ne riconosce tra gli obiettivi, istituzioni militari ed europee.

L’Apt 29 (o Cozy Bear, The Dukes, CozyDuke o YTTRIUM), si ritiene essere alle dipendenze di agenzie di intelligence più tradizionali quali FSB e SVR. Il gruppo è attivo almeno dal 2008 e gli è stata attribuita la partecipazione ad una serie di attacchi, a partire dall’estate 2015, ai danni del Comitato nazionale democratico statunitense. Le prime attività del gruppo risalgono, secondo il report di F-Secure, al novembre del 2008 in Cecenia con almeno due differenti toolset di malware. Uno dei casi più dibattuti risale al 2013, anno in cui Apt 29 lanciò una campagna atta al sabotaggio di alcune attività russe impegnate nel traffico illegale di stupefacenti.

La presunta affiliazione del gruppo alle agenzie statali russe viene spiegata principalmente sulla base degli obiettivi degli attacchi, o operazioni di cyberspionaggio, così come avviene anche per Apt 28. Nel corso degli anni, i target del gruppo hanno, infatti, sempre riguardato attori (quali Ministeri degli Affari Esteri, Ambasciate, Parlamenti, Ministeri della Difesa e think tanks) direttamente collegati con la politica estera e con le politiche di sicurezza del Governo russo.

L’attribuzione degli attacchi: tra realtà e leggenda

Nonostante la prassi di ricerca sia orientata verso l’identificazione dei suddetti gruppi Apt come parte integrante delle forze governative russe, più difficoltosa rimane l’attribuzione dei singoli attacchi. L’attribuzione di un attacco ad un gruppo piuttosto che ad un altro, viene effettuata risalendo a ritroso a partire dagli “attrezzi” utilizzati, come ad esempio un malware (da malicious software, trattasi di qualsiasi tipo di software dannoso sviluppato e diffuso con l’intento di infettare dispositivi elettronici quali computer o dispositivi mobili), spyware, virus o worm, trojan et cetera di turno. Nel senso che ogni attacco si basa su un insieme di tecniche e codifiche riconducibili per prassi ad un gruppo, piuttosto che ad un altro. Una volta che un particolare tipo di malware, ad esempio, viene reso noto, il rischio è quello che altri gruppi lo usino, rendendo più difficile risalirne all’origine.

I framework più utilizzati sono: la Cyber Kill Chain, di derivazione militare e sviluppata da Lockheed Martin nel 2009, descrive gli stadi dell’avanzamento di una cyber operation di un gruppo Apt; il Diamond Model of Intrusion Analysis, un sistema relazionale che mappa ed esamina le connessioni tra gli elementi di un attacco (come infrastrutture, vittime, capacità o avversari), o di una parte di esso; il framework MITRE ATT&CK, sviluppato dall’agenzia MITRE, una non-profit che lavora a stretto contatto con le agenzie del governo statunitense, è basato sull’identificazione di pattern mediante una matrice TTPs, o Tactics, techniques and procedures; e VERIS, o Vocabulary for Event Recording and Incident Sharing, che raccoglie una serie di metriche con lo scopo di “fornire un linguaggio comune per descrivere gli incidenti di sicurezza in modo strutturato e ripetibile”.

C’è da tenere a mente che, nonostante la varietà e l’utilità degli strumenti a disposizione, non esiste una certezza categorica nelle attribuzioni. Nel complesso, l’ambiguità del sistema è testimoniata anche dal fatto che le valutazioni dei singoli attacchi informatici, più o meno persistenti, non sempre sono seguite da un’assegnazione di colpa. Per di più, vista la molteplicità degli attori coinvolti sia nella valutazione degli attacchi, che nella perpetrazione degli attacchi stessi, è molto probabile che le attribuzioni di uno specifico caso siano tra loro contrastanti.

Seppure sia rimasta la difficoltà nella determinazione degli attacchi, o l’esatta composizione delle unità operative, piuttosto che l’afferenza ad agenzie governative impegnate in attività di intelligence tout court, nel corso degli anni i colossi del settore della cybersicurezza, come Kaspersky, FireEye, F-Secure, hanno orientato l’analisi, identificando i pattern dietroApt 28 e 29. Nonostante la potenziale arbitrarietà delle attribuzioni, in ultima analisi, sia le inchieste delle aziende private che le indagini delle Agenzie di intelligence internazionali riconoscono il collegamento dei suddetti gruppi con Mosca.

Alessia Sposini,
Geopolitica.info

L’appetito russo per l’artico

Il recente sversamento di 20mila tonnellate di diesel avvenuto a Norlisk, in Siberia ha riacceso i riflettori sui problemi ambientali, in particolar modo quelli concernenti l’Artico dove da anni le grandi potenze esercitano la loro influenza.

L’appetito russo per l’artico - Geopolitica.info

Quel che è sfuggito ai media però, o quanto meno passato in secondo piano, è che circa tre mesi prima dell’incidente, Putin firmava un nuovo decreto con il quale il presidente rinnovava sostanzialmente l’interesse russo per la regione. Il 6 marzo infatti, mentre i riflettori mondiali erano proiettati sulla questione sanitaria del COVID-19, il presidente Putin ha approvato il “Basic Principles of Russian Federation State Policy in the Artic to 2035” un importante documento strategico con il quale il Cremlino ha voluto ribadire l’importanza della regione artica.

Il documento definisce i nuovi interessi, obiettivi e i meccanismi russi per accrescere la politica statale nell’Artico. Gli obiettivi principali del Cremlino così come presentati dal nuovo documento possono essere così sintetizzati:

  1. Implementare la realizzazione del Passaggio a Nord-ovest come un corridoio di trasporto competitivo a livello globale.
  2. Sfruttare le risorse naturali artiche al fine di accrescere l’economica del paese.
  3. Garantire l’integrità territoriale e la sovranità russa sulla regione preservando al contempo la pace e costruendo relazioni stabili con gli altri paesi.
  4. Garantire prosperità e adeguate condizioni di vita per la popolazione dell’Artico, proteggere le minoranze indigene e preservare l’ambiente e il territorio Artico russo.

L’interesse storico per la regione artica

È importante sottolineare che il documento costituisce l’aggiornamento del precedente testo, approvato dal Cremlino nel 2008, nel quale venivano altresì disposti gli interessi di Mosca nei confronti dell’Artico per l’anno 2020.

D’altronde l’interesse di Mosca per la regione non è cosa nuova. Nel 2007 una missione capeggiata da Artur Chilingarov piantò una bandiera russa a 4200 metri di profondità in corrispondenza del Polo Nord a ribadire la sovranità sulla regione artica. Il 26 luglio del 2015 il presidente Putin ha firmato “La Nuova Dottrina del Mare” con la quale il Cremlino ha definito gli scopi futuri della marina russa rivendicando l’interesse per l’Artico, che proprio in quell’occasione l’allora vice primo ministro Dmitrij Rogozin ha definito la “Mecca Russa”.  L’ultimo decreto emanato dal Cremlino e firmato dal presidente Putin lo scorso 6 Marzo prevede una nuova massiccia industrializzazione volta al rafforzamento della politica commerciale russa. Il governo di Mosca intende tutelare l’integrità e la sovranità del paese ma soprattutto potenziare le capacità di combattimento delle forze armate russe allo scopo di prevenire ogni eventuale aggressione ai danni dei suoi interessi e dei suoi alleati. Entro il 2035 la nazione prevede di costruire 40 nuove navi, potenziare 4 aeroporti, costruire nuove infrastrutture tra cui ferrovie e porti marittimi e realizzare un cavo di comunicazione in fibra ottica sottomarino lungo la Rotta del Mare del Nord.

Il Passaggio a nord-ovest

Tra gli obiettivi del documento, il rafforzamento infrastrutturale della Rotta del Mare del Nord è di vitale importanza. Aperto nel 1991, Il passaggio a nord-ovest (o Rotta del Mare del Nord) si dispiega per oltre 3500 miglia nautiche collegando il Mare del Nord con l’Oceano Pacifico attraverso lo stretto di Bering rimanendo all’interno della Zona Economica Esclusiva (ZEE) russa. Qualora la rotta diventasse perfettamente accessibile per via dello scioglimento dei ghiacciai, i vantaggi economici e geopolitici che il corridoio apporterebbe al governo di Mosca sarebbero notevoli. Innanzitutto, il paese godrebbe di un’importante riduzione dei tempi di navigazione con il conseguente abbattimento dei costi di trasporto. La Rotta, una volta consolidatasi, garantirebbe la possibilità di evitare l’attraversamento del Canale di Suez permettendo ai russi di controllare gran parte dei flussi marittimi mondiali. L’obiettivo di Putin per il 2024 è quello di accrescere il traffico lungo la Rotta del Nord fino a raggiungere le 80 milioni di tonnellate di merci trasportate, anche se attualmente il valore si attesta attorno alle 30 milioni di tonnellate.

Le risorse naturali

L’attenzione di Mosca per l’Artico è dovuta anche alle notevoli risorse naturali presenti nel sottosuolo. La Russia considera la regione come una naturale estensione del territorio e ritiene che questo le garantisca lo sfruttamento degli idrocarburi situati in loco. Si stima che l’Artico disponga di circa il 15% delle riserve petrolifere mondiali non ancora scoperte e il 30% dei depositi di gas naturale, nonché grandi giacimenti di minerali, compresi quantitativi non trascurabili delle cosiddette terre rare. Secondo uno studio delle Università di Berkeley e Stanford, mentre nei prossimi 100 anni il PIL pro capite globale subirà una flessione media del 23%, quello dei paesi artici potrà aumentare del 400% e lo sfruttamento delle risorse naturale così come dei nuovi corridoi economici potrebbero esserne la causa.

La militarizzazione dell’Artico

Anche a livello militare Mosca rimane molto attiva nella regione dichiarando contestualmente di voler perseguire la pace e la collaborazione con gli altri Stati. “Nel 2020, come parte dell’implementazione delle politiche della Federazione Russa nell’Artico, nella regione artica russa è stata creata una forza operativa delle Forze Armate in grado di garantirne la sicurezza in differenti condizioni politiche e militari”, si legge nel decreto. D’altronde la presenza militare russa nella regione non è una novità assoluta. Nel 2017 è stato realizzato il “Trifoglio Artico” sull’isola di Aleksandra nell’arcipelago della Terra di Giuseppe. Si tratta di una base militare che garantisce soggiorno a centinaia di soldati addestrati in vista di un’eventuale guerra artica. Lo scorso anno, il Ministero della Difesa russo ha annunciato il dispiegamento di una batteria antiaerea S-400 nell’arcipelago di Novaja Zemlja in grado di neutralizzare eventuali minacce fino ad una distanza di 400 km, quasi a volersi garantire una protezione più efficace da ogni possibile ingerenza esterna, quella degli USA in primis.

I problemi ambientali

Il rinnovato attivismo russo nella regione deve fare però i conti con i problemi di natura ambientale. Se da un lato, lo scioglimento dei ghiacciai ha aperto prospettive enormi per lo sfruttamento dell’area, dall’altro, ha innescato nuove problematiche ambientali che potrebbero rivelarsi proprio la causa del fallimento dei piani del Cremlino. Il riversamento delle 20mila tonnellate di petrolio nel fiume Ambarnaya lo scorso 29 maggio dovuto molto probabilmente allo scioglimento del permafrost, ha evidenziato la fragilità dell’ambiente. Greenpeace lo ha definito “il più grave disastro ambientale russo dal 1989″. Così, sebbene Mosca si sia posta l’obiettivo di preservare l’ambiente e proteggere la vita delle popolazioni locali, il recente disastro naturale sembra aver ostacolato tale proposito: a rischio infatti non vi è solo l’ambiente artico in sé ma anche la possibilità per gli abitanti della regione di avere accesso all’acqua potabile se il problema non dovesse essere risolto nel più breve tempo possibile.

La sfida del domani per la Russia sarà quella di far convivere le proprie aspirazioni geostrategiche con i quanto più sentiti problemi ambientali. Quel che è certo è che, qualora la Federazione Russa riuscisse in ciò, l’Eurasia potrebbe riacquisire una nuova centralità geopolitica.