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Energia e Covid-19 nei Paesi del Mar Caspio

I notiziari ci informano ogni giorno di come la pandemia di Covid-19 stia creando ripercussioni in varie misure ad ogni nazione del globo. Il virus non ha risparmiato nemmeno i Paesi dell’Asia Centrale, nonostante i numeri di contagiati e morti delineino un bilancio più clemente rispetto a quello dei Paesi occidentali. L’esplosione dell’emergenza sanitaria costringe anche i Paesi meno colpiti ad adottare misure speciali per limitare il dilagare della pandemia.

Energia e Covid-19 nei Paesi del Mar Caspio - Geopolitica.info

Nonostante Tagikistan e Turkmenistan abbiano dichiarato di non aver registrato casi ufficiali di Coronavirus Covid-19, i due Paesi, ma similmente anche Kazakhstan, Kirghizistan e Uzbekistan, non hanno potuto e non potranno evitare di subire gli effetti delle misure antivirus. Prime tra tutte la sospensione di certe attività economiche e l’interruzione del traffico di merci transfrontaliere. Le deboli economie delle ex Repubbliche Sovietiche dell’Asia Centrale dovranno affidarsi alla cooperazione regionale per sopravvivere alla congiuntura dell’emergenza virus e allo storico crollo dei prezzi del petrolio, che rischiano di dare forma ad una tempesta perfetta per l’intera regione.

Il settore energetico rappresenta un vettore fondamentale per la maggior parte delle economie della regione. I governi dei Paesi centroasiatici e caspici necessitano di pianificazione e stabilità del settore, poiché da esso dipende molto della loro attività economica. Per esempio, il Kazakhstan nei mesi scorsi aveva elaborato una previsione sul bilancio statale basata su stime di prezzi del petrolio non distanti dai 55 dollari a barile. La riduzione a meno di 20 dollari a barile rappresenta un problema non indifferente per il governo di Astana/Nur-Sultan. Problema che potrebbe manifestarsi già nel breve termine, poiché le risorse destinate al “Fondo Nazionale”, il fondo sovrano finanziato con i proventi della vendita delle risorse energetiche, dovrebbero essere utilizzate per supportare la popolazione nell’affrontare l’emergenza virus. Mancando gli introiti, mancherà una parte cospicua delle risorse utili per far fronte alle difficoltà che i prossimi mesi inevitabilmente porteranno. 

Il Turkmenistan, per il quale gli introiti provenienti dalla vendita di gas naturale all’estero costituiscono una percentuale significativa del bilancio statale (circa il 70-80%), sarà costretto ad affrontare una crisi monetaria consistente se non verranno trovate alternative, in quanto le minori riserve di moneta estera indebolirebbero le possibilità di importare beni di sussistenza nel Paese, che si vedrebbe costretto a considerare manovre dall’alto potenziale inflazionistico. Il prezzo del gas naturale è legato a quello del petrolio e l’imprevedibilità del mercato mondiale degli idrocarburi non suggerisce tempi facili per il Turkmenistan, che deve far fronte ad un contesto in cui l’offerta di gas è in fase di crescita a livello mondiale (si noti la maggiore produzione di gas naturale liquefatto prevista). La Cina paga meno di $200 per mille metri cubi e, nel 2018, il Turkmenistan ha esportato qui la quasi totalità di gas naturale. Inoltre, la Russia, un secondo mercato importante, paga il gas turkmeno ad un prezzo anche inferiore rispetto alla Cina, poco più di $100 per mille metri cubi. 

Una delle alternative che il Turkmenistan potrebbe adottare è la costruzione del gasdotto Trans-caspico (Trans-Caspian Pipeline, TCP), un progetto che negli ultimi anni ha attirato tanto interesse quanta opposizione politica. Si tratta di un’idea nata nella metà degli anni Novanta e poi ripresa negli anni Duemila allo scopo di aprire la via verso l’Europa occidentale al gas turkmeno. Il gasdotto dovrebbe partire da Turkmenbasy, in Turkmenistan, e arrivare a Baku, in Azerbaijan, per poi confluire nel Corridoio Meridionale del gas (Southern Gas Corridor, SGC), già realizzata e prossima al completamento – entro la fine del 2020 si prevede l’entrata in funzione del TAP, Trans-Adriatic pipeline, tratto finale dell’SGC che termina in Puglia. La strategia di diversificazione UE guadagnerebbe dalla realizzazione di tale progetto, ma vari aspetti rendono difficile la sua realizzazione. Innanzitutto, nel breve periodo le risorse economiche dei Paesi coinvolti saranno convogliate verso attività atte ad arginare la prevista forte recessione causata dal blocco degli ultimi mesi. Se la realizzazione dovesse comunque rientrare nell’elenco dei progetti ritenuti strategici, incontrerebbe l’opposizione della Russia, la quale ha più volte manifestato contrarietà al TCP. Inoltre, nell’agosto 2018, fu firmata la Convenzione sullo Stato Legale del Mar Caspio, nella quale veniva demarcata la linea delle acque territoriali dei Paesi rivieraschi (25 miglia marine dalla costa) e nella quale veniva stabilito che l’utilizzo del fondale del bacino fosse affidato a decisioni prese tramite accordi bilaterali. Questo significa che lo sfruttamento delle risorse del Mar Caspio è soggetto alle dispute tra i cinque Stati che si affacciano sulle sue acque, Azerbaijan, Russia, Turkmenistan, Iran e Kazakhstan. A complicare la faccenda c’è il fatto che l’autorizzazione a posizionare eventuali gasdotti deve essere rilasciata all’unanimità dai cinque Paesi. Difficilmente la Russia cederà e farà di tutto per evitare di favorire l’aumento di potere negoziale dei Paesi UE in ambito energetico, visto le maggiori possibilità di differenziare i canali di approvvigionamento che l’apporto di gas turkmeno darebbe loro.

La Cina, più importante mercato di sbocco del gas turkmeno, potrebbe avere interessi ad avanzare la sua partecipazione ad un progetto di tale portata, in ottica di una “via della seta dell’energia”. Tuttavia, le previsioni indicano una domanda di gas naturale in crescita per Pechino nei prossimi anni: deviare uno dei flussi su cui il Paese può contare oggi, cioè il CACP (Central Asia-China Pipeline), sarebbe una mossa azzardata.

Le prospettive per il Turkmenistan di trovare un’alternativa più redditizia per l’export del gas naturale rimangono dunque remote, o comunque confinate a periodi troppo lunghi per essere considerate utili ad affrontare le conseguenze del coronavirus. 

Per quanto riguarda l’Azerbaijan, il fatto di aver aumentato gli investimenti per la produzione ed esportazione di gas naturale negli ultimi anni potrebbe smorzare il colpo inferto dal brusco calo del prezzo del petrolio, risorsa che rappresenta il prodotto maggiormente esportato da Baku. Come detto in precedenza, però, il calo del prezzo del greggio influisce su quello del gas naturale. Inoltre, la sostanziale diminuzione della domanda di risorse energetiche in generale in Europa non ha avuto sicuramente effetti positivi sull’economia del Paese. Tuttavia, è bene ribadire che il tratto finale del Southern Gas Corridor è previsto entrare in funzione entro la fine del 2020. Perciò per l’Azerbaijan, attore fondamentale dell’ensemble coinvolto nel progetto del Corridoio Meridionale, la ripresa delle attività industriali, il rilassamento delle misure restrittive anti-coronavirus, così come il ritorno di temperature invernali alla fine dell’anno potranno significare una boccata d’ossigeno dopo i difficili mesi di inizio 2020. Baku punta sull’aumento di domanda di gas naturale da parte dei Paesi UE. I prossimi mesi ci diranno quanto la ripresa economica europea influirà sui vicini produttori di risorse naturali.

I Paesi rivieraschi del Mar Caspio non sono stati risparmiati dalla pandemia, così come i loro settori energetici. Le conseguenze degli scorsi mesi di confinamento avranno sicuramente effetti sulle politiche di questi Paesi e ognuno di essi dovrà fronteggiare sfide per le quali un esito positivo è tutt’altro che scontato.

Gianmarco Donolato,
Geopolitica.info

Verso la fine del petrolio?

L’epidemia di Covid-19 ha colto alla sprovvista l’industria degli idrocarburi, spingendo il prezzo del petrolio ai suoi minimi storici. A peggiorare ulteriormente la situazione, la guerra dei prezzi combattuta tra Arabia Saudita e Russia, due tra i maggiori produttori di petrolio, ha avuto un forte impatto sul prezzo di mercato, il quale ha raggiunto i 20 dollari al barile. 

Verso la fine del petrolio? - Geopolitica.info

Dopo intere giornate di negoziati, il gruppo di Stati che costituisce l’OPEC+, ossia una versione allargata del cartello economico fondato nel 1960, è giunta ad un accordo sui tagli da applicare al prezzo del petrolio. La domanda è se ciò sarà sufficiente a evitare il collasso totale dell’industria petrolifera, la quale deve fare i conti con nuove sfide.

Effetto COVID-19

Fin dalla sua comparsa nella cronaca internazionale, il COVID-19 ha destabilizzato l’economia mondiale, colpendo alcuni settori in maniera particolare, come il mercato del petrolio. Esso ha subito un vero e proprio shock, in particolar modo dal lato della domanda, diminuita di 30 milioni di barili al giorno, ossia circa il 30% della fornitura totale. Ciò è dovuto a due motivi principali. Innanzitutto, le misure di contenimento previste in 150 Paesi hanno imposto un rallentamento dell’attività produttiva dell’industria, principale consumatore dei prodotti petroliferi. Inoltre, le restrizioni agli spostamenti hanno prodotto un crollo imponente della domanda in quanto, negli ultimi anni, il settore dell’aviazione ha avuto un forte impatto sulla sua crescita. In secondo luogo, l’incertezza riguardo alla durata del lockdown dovuta al peggioramento dell’emergenza in Europa e Stati Uniti, unita ai segnali incerti sulla ripresa economica cinese, ha diffuso tra gli investitori un sentimento di sfiducia riguardo ad una ripresa della domanda globale di petrolio, portando ad un ulteriore abbassamento dei prezzi

L’azione dell’OPEC+

Davanti ad una situazione già critica, la guerra dei prezzi tra Russia e Arabia Saudita ha innescato un peggioramento immediato della crisi. Tutto è iniziato i primi di marzo, con il vertice dell’OPEC+ a Vienna. Durante tale incontro, l’Arabia Saudita non è riuscita a convincere la Russia a aderire ad un accordo in grado di ridurre la produzione del gregge, necessario per affrontare il calo della domanda. Secondo la strategia russa, infatti, contenere la produzione avrebbe solo favorito gli avversari statunitensi nella produzione dello shale oil. D’altro canto, invece di armonizzare i prezzi, Riad ha deciso di rispondere alla Russia con l’annuncio di un aumento della produzione fino a 12.3 milioni di barili al giorno, offrendo sconti sul prezzo del suo petrolio. 

E gli Stati Uniti? Fin da subito il presidente Trump ha esercitato pressioni affinché si trovasse un accordo, proponendosi addirittura come mediatore tra le parti. Le motivazioni che hanno spinto gli Stati Uniti ad esercitare il loro potere di nazione egemone sono numerose. Con la scommessa fatta negli idrocarburi non convenzionali, Trump non può assolutamente permettere che tale industria fallisca. Con il prezzo del petrolio così basso, infatti, le entrate non sarebbero sufficienti a ricoprire gli ingenti costi derivanti dal fracking, ossia la metodologia utilizzata per l’estrazione di shale oil e gas. Inoltre, le grandi società petrolifere statunitensi subiscono da anni una riduzione dei propri profitti, dovuti sia alla competizione con la succitata estrazione non tradizionale, sia per motivi logistici derivanti dagli elevati costi di trasporto. Considerato che molte di queste compagnie sono quotate sui mercati finanziari, la questione dei prezzi potrebbe avere serie ripercussioni anche in campo finanziario. 

Dopo una lunga serie di videochiamate e di negoziati serrati tra i vari leader dell’OPEC+, si è giunti ad un accordo senza precedenti. Oltre ad avere messo fine agli scontri tra Russia ed Arabia Saudita, esso prevede una delle maggiori riduzioni nella storia, pari a 9,7 milioni di barili al giorno, il doppio di quanto previsto dopo la crisi del 2008. I tagli inizieranno nel mese di maggio e dureranno fino a giugno, per poi diminuire a 8 milioni da luglio a dicembre e a 6 milioni da gennaio 2021 ad aprile 2022. Nonostante la portata storica dell’accordo, l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) è convinta che nessun intervento sarà in grado di limitare le perdite nel breve periodo. Ciò è ancora più difficile a causa della scarsa partecipazione dei Paesi del G20 agli impegni nel contenere l’offerta del gregge tramite la riduzione della produzione e l’accumulo di risorse strategiche. Al di fuori dell’Opec plus, infatti, solo Stati Uniti, Canada, Brasile e Norvegia effettueranno tagli di 3,5-3,6 milioni di barili al giorno, mentre le uniche potenze che acquisteranno gregge saranno Stati Uniti, Cina, India e Corea del Sud, per un totale di 200 milioni di barili.

Verso la fine del petrolio?

Ad intervenire sulle sorti del petrolio vi è la questione della transizione energetica verso fonti più sostenibili. Secondo un’analisi del think tank inglese Carbon Tracker, il picco del petrolio si sarebbe dovuto verificare nel 2023, ma l’epidemia potrebbe aver anticipato tale evento. Secondo questa teoria, quindi, il 2019 sarebbe stato l’anno con il più alto numero di emissioni e, nonostante la possibilità di ulteriori aumenti nel 2022, ormai gli idrocarburi subiranno una riduzione della domanda irreversibile. Inoltre, secondo le analisi della Wood MacKenzie, assumendo un pezzo del petrolio a 35$, il 75% dei progetti globali non riuscirebbe a ricoprire il costo del capitale investito. Ciò comporterebbe un crollo del tasso di rendimento interno (IRR) dal 20% al 6%, ossia una percentuale molto simile a quella derivante da progetti su energie rinnovabili. Secondo questa analisi, quindi, gli investimenti nei progetti legati al petrolio diventerebbero poco convenienti a causa dei rendimenti ridotti, dei grandi rischi connessi e delle emissioni. 

Ciononostante, ciò potrebbe non significare necessariamente un’accelerazione della transizione energetica. Innanzitutto, i prezzi bassi potrebbero favorire un aumento nell’utilizzo del petrolio, come verificatosi dopo la crisi finanziaria del 2008. Inoltre, negli ultimi anni, molte compagnie impegnate nel campo degli idrocarburi hanno aumentato il loro impegno nella riduzione delle emissioni per un duplice motivo: da un lato, rispettare le misure adottate da molti Paesi per favorire soluzioni più rispettose dell’ambiente; dall’altro, incontrare il favore degli investitori soddisfando i criteri ESG (Environmental, Social, Governance). Di conseguenza, il crollo dei profitti dovuto al prezzo del petrolio potrebbe portare le compagnie a decidere di sacrificare gli investimenti in progetti più sostenibili, favorendo soluzioni più convenienti ma maggiormente impattanti sull’ambiente. Tale possibilità diventa ancora più concreta se si considerano i provvedimenti intrapresi da alcuni Stati: il governo canadese sta programmando una serie di prestiti al settore petrolifero, mentre nel pacchetto emergenza degli Stati Uniti sono stati previsti 60 miliardi dollari alle compagnie aree e prestiti agevolati all’industria senza vincoli riguardanti l’adozione di misure per il clima. 

Nonostante l’incertezza derivante dalla situazione emergenziale attuale, una cosa è certa: l’azione dei governi avrà un forte impatto sul destino del petrolio. I vari Stati stanno pianificando numerosi provvedimenti mirati al contenimento dei danni economici derivanti dalla pandemia, stanziando ingenti quantità di denaro, di cui cinquemila miliardi di dollari solo nei Paesi del G20. Questi pacchetti sono un’opportunità enorme per la questione ambientale, la quale rischia di essere oscurata da logiche dettate dall’immediatezza, noncuranti dei risvolti del lungo periodo. In qualunque modo andrà a finire, l’industria petrolifera non sarà più la stessa. E neanche il mondo come siamo abituati a conoscerlo.

La Grande Guerra Patriottica: storiografia e memoria 75 anni dopo

Ogni grande potenza ha bisogno di un mito fondativo, di un evento che rappresenti la propria identità e il proprio passato e che possa fungere da base per il proprio futuro. Se alcune potenze hanno potuto attingere ad un passato grande e glorioso ed altre ad uno più recente ma ugualmente significativo, per la Russia post-sovietica il processo di costruzione della propria identità è passato attraverso il confronto con la propria storia, un confronto a volte inglorioso che non può che portare a camminare in avanti senza guardare indietro.

La Grande Guerra Patriottica: storiografia e memoria 75 anni dopo - Geopolitica.info

All’indomani della caduta dell’Unione Sovietica, la crisi affrontata dalla Russia negli anni Novanta non fu unicamente una socioeconomica ma anche e soprattutto identitaria. La Russia rinasceva, nel 1991, con confini che non gli appartenevano dal XVIII secolo, priva di una unificante narrazione imperiale o nazionale in un contesto in cui le spinte centrifughe provenienti dalle minoranze non russe alimentarono il pericolo, percepito come reale, di un prossimo disfacimento della Federazione alla metà degli anni Novanta. Con l’avvento di Vladimir Putin, la costruzione della verticale del potere e il mito dell’edificazione di uno “stato autorevole” che potesse non solo mantenere l’ordine interno ma ambire a ricoprire un ruolo centrale nel sistema internazionale, si è nutrito di un nazionalismo volto alla ricostruzione dell’immagine della Russia come grande potenza.

Essere una grande potenza: la costruzione dell’identità russa nella Russia post-sovietica

Nella ricostruzione dell’immagine della Russia come grande potenza, la Grande Guerra Patriottica, ovvero i termini con i quali la Seconda Guerra Mondiale è ricordata nella storiografia russa, è chiaramente il momento fondamentale, in quanto simbolo della consacrazione della Unione Sovietica/Russia allo status di super potenza alla metà del Novecento. Di conseguenza, in una Russia che, secondo Vladimir Putin, rischiava di scivolare ad uno status di “potenza di terzo o quarto rango”, l’immagine di forza proveniente dalla vittoria nel 1945 e lo status acquisito con la Seconda Guerra Mondiale non potevano che richiamare un’immagine forte e, appunto, autorevole dello stato russo, funzionale a risollevare la Russia in un momento di grave difficoltà come gli anni Novanta, che videro un sistematico susseguirsi di crisi economiche e politiche lungo tutto il decennio.

Inoltre, nel tentativo di ricomporre l’unità della nazione, la drammatica esperienza della Seconda Guerra Mondiale è l’unica vera esperienza collettiva riabilitabile della storia sovietica, attraverso la quale ricreare non solo un mito di grande potenza ma anche di unità nazionale, essendo stata una guerra che ha visto direttamente coinvolto tutto il popolo russo nell’affrontare il nemico. Le celebrazioni del 9 maggio sono quindi divenute il palcoscenico delle grandi sfilate militari, durante le quali troviamo perfettamente integrati i nuovi simboli della potenza militare russa e i vecchi stendardi sovietici, come manifestazione di un’unità che non è solo nazionale ma anche temporale. Nella narrazione del Cremlino, coloro che sono morti e hanno combattuto nella Grande Guerra Patriottica sono i fondatori della Russia moderna e il loro sacrificio sopravvive nel rispetto della tradizione e dei valori russi quali il patriottismo, la solidarietà, la centralità dello stato e l’ambizione ad essere una grande potenza, più volte ribaditi dal Presidente russo. Tale legame temporale è rappresentato dalla “sfilata del reggimento immortale” ovvero dalla manifestazione, introdotta nel 2013 e diffusa in molte grandi città della Russia, durante la quale i partecipanti portano in strada le foto dei cari che hanno combattuto o sono morti durante la guerra, mostrando plasticamente l’unità tra il passato e il presente.

Da ultimo, insieme alle altre festività che celebrano l’indipedenza russa dalla dominazione/ingerenza straniera, quale il 4 novembre che commemora la cacciata dei polacchi da Mosca nel 1612, il 9 maggio celebra l’affermazione della Russia come grande potenza alla pari dei grandi stati europei, che avevano invece considerato l’Impero degli zar un regime asiatico piuttosto che una delle civili nazioni occidentali, ostracizzando, dopo il 1917, l’Unione Sovietica dalla politica europea. Tale elemento è riscontrabile nell’assoluta importanza attribuita a tali celebrazioni non solo dal punto di vista interno ma anche, e soprattutto, dal punto di vista internazionale. Vladimir Putin ha sempre richiesto la partecipazione dei grandi leader occidentali, quasi a voler chiedere il riconoscimento dello status di potenza da parte dell’Occidente, come avvenne nel 2005, quando alla parata per i 60 anni dalla vittoria parteciparono 80 Capi di Stato e di Governo, tra i quali George Bush, Gerard Schröder e Jacques Chirac. Analogamente, ma di diverso segno, la mancata partecipazione dei leader occidentali alle celebrazioni del 2015 divennero il termometro dello stato di salute delle relazioni tra Russia e Occidente, relazioni gravemente compromesse dall’intervento russo in Ucraina e dal conseguente varo di sanzioni e contro-sanzioni da entrambe le parti.

La Grande Guerra Patriottica nell’era sovietica: simboli e contraddizioni

Come è ovvio, celebrazioni tanto imponenti non sono mai state prive di simboli e simbolismi. In epoca sovietica, la vittoria divenne lo strumento prediletto di legittimazione del potere di Iosif Stalin, che personalizzò la vittoria, appropriandosene. Tale elemento non poté che trovare migliore rappresentazione che nella prima sfilata per la vittoria, quando, sotto una pioggia incessante, i reparti sovietici sfilarono in Piazza Rossa depositando le effigi naziste ai piedi del mausoleo di Lenin, al di sopra del quale si ergeva Stalin, mentre il maresciallo Zukov, una delle figure più importanti per la vittoria militare della guerra, sedeva a cavallo sotto la pioggia guidando la sfilata. Malgrado l’importanza del 9 maggio, questa non fu a lungo festa nazionale, già nel 1948 fu abolita come pure le parate militari, vedendo la piena riabilitazione solo nel 1965 sotto la dirigenza di Leonid Breznev. A partire dalla metà degli anni ’50 in piena destalinizzazione, la dirigenza di Krushov sostenne la necessità di “destalinizzare la vittoria”, che subì invece un vero e proprio processo di nazionalizzazione, attraverso il quale il popolo russo fu elevato a baluardo del socialismo e primo tra le nazioni dell’Unione Sovietica. Come si ricordava in precedenza, furono gli anni di Breznev ad introdurre le grandi parate militari del 9 maggio, ma la stagnazione degli anni ’70 ridusse il tutto a mera forma, priva di ogni valore oltre la mera dimostrazione di forza.

Con la perestroika e lo sviluppo dei movimenti nazionalisti in tutta l’Unione, il 9 maggio divenne la rappresentazione delle infinite contraddizioni dell’esperienza sovietica. Con sempre maggior forza, le formazioni nazionaliste delle repubbliche baltiche costruirono la propria versione della storia, che vedeva i russi/sovietici essere gli invasori e non i liberatori, come aveva voluto la narrazione costruita in Unione Sovietica. Allo stesso modo, le organizzazioni ucraine recuperarono la memoria di quanti avevano combattuto con i tedeschi contro il potere di Stalin e, ancora prima, di quanti si erano opposti al potere sovietico durante la guerra civile dei primi anni Venti. L’URSS non sopravvisse a quelle contraddizioni, così come il 9 maggio resta ancora oggi per eccellenza una festa russa, seppur commemorazioni in forma ridotta avvengano ancora in alcune delle ex repubbliche sovietiche.

I fantasmi del passato

La centralità attribuita dal Cremlino alla Grande Guerra Patriottica non ha potuto che riportare alla luce i fantasmi del passato, in particolar modo, il progressivo irrigidimento del regime a partire dal 2012, in un contesto di sempre più grande attenzione al nazionalismo e al patriottismo, ha dato adito a facili sovrapposizioni tra Iosif Stalin e l’attuale Presidente russo. Seppur non possa affermarsi che a livello ufficiale ci sia stata una progressiva riabilitazione della figura di Stalin, poiché grande è stato invece lo sforzo di reintegrare nel pantheon degli eroi nazionali la famiglia Romanov o i generali bianchi, nell’opinione pubblica la percezione del dittatore georgiano è andata modificandosi nel corso del tempo. In alcune rilevazioni condotte nel marzo dello scorso anno, il 51% degli intervistati hanno espresso rispetto, ammirazione o affetto verso Stalin, a fronte di un 26 % che si è dichiarato indifferente e un 13% che esprime invece sentimenti di totale avversione. Il dato più interessante viene sicuramente dal confronto con le prime rilevazioni disponibili, ovvero quelle del 2001, che mostrano invece un quadro piuttosto diverso: a fronte di un 38% degli intervistati che esprimeva rispetto, ammirazione o affetto, il 43% si dichiarava avverso alla sua figura e solo il 12% indifferente. Di conseguenza, possiamo notare come, seppur non alimentato ufficialmente dalla propaganda, è innegabile che negli ultimi anni si sia assistito ad una progressiva evoluzione della percezione comune di Iosif Stalin. Tale elemento si accompagna all’irrigidimento non solo del regime interno ma anche al raffreddamento delle relazioni con l’Occidente a seguito della crisi in ucraina del 2014, due elementi che hanno portato ad una più forte attenzione ai temi del nazionalismo e del patriottismo.

La Grande Guerra Patriottica se da un lato ha fatto da collante per il sentimento nazionale della nuova Russia, dall’altro ha obbligato il Cremlino a fare i conti con il proprio passato e a toccare con cura le corde della storia. Quest’oggi i carrarmati non hanno sfilato in Piazza Rossa, così come le grandi città russe non hanno visto il reggimento immortale: il Coronavirus ha infatti obbligato Vladimir Putin ad abbandonare la festa più sacra del suo calendario laico. Ciononostante, il nove maggio resta la data del trionfo e delle contraddizioni, un piccolo prisma attraverso il quale leggere la Russia contemporanea.

Lorenzo Riggi

Geopolitica.info

La lotta al Coronavirus come nuovo terreno di confronto tra grandi potenze

Le missioni mediche e militari che alcuni Paesi hanno realizzato in Italia per contribuire alla lotta al Coronavirus hanno reso evidente come la loro componente solidaristica sia difficilmente separabile da quella politico-strategica. A costo di passare per dei cinici realisti, è necessario ricordare come – soprattutto nella dimensione internazionale – nessuno faccia niente in cambio di nulla o, meglio, faccia qualcosa in nome del più alto valore della solidarietà. Sarebbe sicuramente una storia bella da raccontare e da raccontarci ma, se ci cascassimo, rischieremmo di non essere in grado di guardare dentro alla realtà e di interagirvi efficacemente.

La lotta al Coronavirus come nuovo terreno di confronto tra grandi potenze - Geopolitica.info fonte: piccolenote.ilgiornale.it

L’emergenza COVID-19, infatti, si è attestata come un nuovo terreno di confronto tra i garanti dell’ordine liberale – gli Stati Uniti e i loro alleati (al netto delle crepe che tra questi stanno emergendo) – e quelle che la National Security Strategy 2017 ha definito come potenze “revisioniste” – in primis la Repubblica Popolare Cinese e la Federazione Russa. 

L’invio di personale medico e materiale sanitario di Pechino, così la missione From Russia with Love di Mosca, hanno sollevato un dibattito a cui abbiamo preso parte anche dalle pagine di Geopolitica.info. Questo ha toccato alcuni dilemmi irrisolti degli aiuti esterni, come le loro conseguenze materiali (utili o inutili?), i loro costi (donazioni o vendite?) e le loro ragioni (umanitarie o strategiche?), culminando nel botta e risposta tra il quotidiano torinese La Stampa e l’Ambasciatore della Federazione Russa, così come nella denuncia del ritorno in Italia “a pagamento” delle mascherine precedentemente donate alla Cina.

I commentatori hanno sottolineato più o meno esplicitamente un doppio ordine di obiettivi che avrebbe ispirato sia Mosca che Pechino. Quello più citato è legato alla dimensione del soft power. In tal prospettiva, la Russia avrebbe prestato soccorso all’Italia per crearsi un credito da spendere sulla questione delle sanzioni e su quella della Enhanced Forward Presence della NATO nell’Europa settentrionale. La Cina, dal canto suo, lo avrebbe fatto per preparare il terreno a un’ulteriore accelerazione del progetto One Belt, One Road, che potrebbe tradursi nell’acquisizione di alcuni asset strategici italiani (in particolare, le infrastrutture portuali) sul modello di quanto già fatto in Grecia (si pensi al porto del Pireo). Il secondo obiettivo, meno citato ma sempre strisciante in tutti i ragionamenti, è quello legato alla componente di hard power, ovvero alle informazioni militari che tanto l’equipe medica cinese quanto il contingente russo avrebbe potuto carpire in Italia.

Entrambe le criticità, sebbene da non sottovalutare, sembrano legate a un paradigma strategico da Guerra fredda, fondato su una propaganda volta a rovesciare gli allineamenti consolidati e la ricerca di una superiorità militare in vista di un confronto apocalittico e decisivo. Tuttavia, fanno sì che non siano tenuti in dovuto conto due elementi essenziali delle dinamiche internazionali odierne. Da una parte, il fatto che il confronto tra grandi potenze prende forma su terreni nuovi (biotecnologie, calcolatori quantistici, intelligenza artificiale, reti di comunicazione, big data) che non possono essere ridotti a degli epifenomeni delle dimensioni “tradizionali”. Questi hanno una loro autonomia e devono prevedere una riflessione strategica, dei modelli di comportamento e degli obiettivi specifici. Dall’altra, a causa del differenziale di potenza con gli Stati Uniti che ancora li vede sfavoriti nel settore militare, la Federazione Russa o la Repubblica Popolare Cinese potrebbero essere interessate a compiere salti di paradigma strategico proprio su terreni “nuovi” della competizione internazionale. Se questo fosse vero ne potrebbero discendere due obiettivi principali che affiancherebbero – o sopravanzerebbero – quelli precedentemente discussi.

Il primo, relativo alla dimensione del potere nelle relazioni internazionali, riguarda le future evoluzioni della competizione tra le grandi potenze. Fondati o meno che siano i sospetti dell’Amministrazione Trump sulla fuoriuscita del virus dal laboratorio di Wuhan, la crisi innescata dal COVID-19 ha dimostrato che l’arma batteriologica può rappresentare uno strumento efficace per infliggere perdite umane ed economiche, oltre che per piegare il morale della popolazione dei Paesi nemici. Occorre ricordare, d’altronde, che i documenti strategici americani parlano della necessità di sviluppare una capacità di risposta alle pandemie e agli attacchi alla salute pubblica sin dalla National Security Strategy del 2006. Pertanto, occorre essere pronti a farvi fronte, avendo sviluppato quelle conoscenze che saranno indispensabili nel momento del bisogno. Dalla prospettiva russa e cinese, l’Italia potrebbe avere rappresentato un laboratorio a cielo aperto dove addestrare e testare equipe mediche e reparti dell’esercito specializzati nei settori della difesa chimica, radiologica e biologica.

Il secondo obiettivo, relativo al tema del prestigio nelle relazioni internazionali, chiama in causa l’utilizzo di quelle informazioni strategiche che potrebbero essere state carpite sul nostro territorio. Si fa naturalmente riferimento a quelle relative al Coronavirus, dagli studi in corso nel nostro Paese (ricordiamolo, ancora all’avanguardia in campo medico) alla casistica dei pazienti italiani, passando per le procedure e i protocolli attivati. Ma anche, più in generale, a quelle custodite dal nostro sistema sanitario nazionale. In altre parole, missioni ufficialmente realizzate in nome della solidarietà potrebbero rivelarsi, nella migliore delle ipotesi, delle grandi operazioni di data mining. In tal prospettiva, sarebbe interessante sapere quale livello di accesso abbiano avuto i team inviati da Mosca e Pechino ai big data custoditi nei nostri ospedali, aziende sanitarie e RSA. In tal prospettiva, non si dimentichi che la conferenza stampa della missione cinese si è tenuta in una struttura strategica al giorno d’oggi come l’INMI Lazzaro Spallanzani che, tuttavia. non è pensata – come le altre – per doversi difendere da qualcuno o da qualcosa.

Se ciò fosse vero, l’utilizzo immediato che si potrebbe fare delle informazioni reperite in Italia sarebbe quello ai fini della scoperta di un vaccino russo o cinese per il COVID-19. Questo risultato sarebbe fondamentale in termini di potere e di prestigio per gli sfidanti dell’ordine internazionale, così come per i suoi garanti. Tale sfida in nome del progresso scientifico trova un illustre precedente in un altro momento critico della storia contemporanea che, oltre a essere denso di suggestioni, può risultare utile per comprendere quale modello di conoscenza e contrasto del Coronavirus potrebbe essere necessrio adottare.

Il salto indietro ci porta nella Copenaghen del 1941, occupata dalle truppe della Germania nazista. Qui il fisico tedesco Werner Karl Heisenberg (nazista più per opportunità di carriera che non per convinzione ideologica) fa visita al suo vecchio maestro Niels Bohr (ebreo da parte di madre). Entrambi sono attivamente coinvolti, su fronti opposti, nella ricerca scientifica che mira a realizzare la bomba atomica. I due hanno una conversazione nel giardino della casa di Bohr. La maggior parte degli storici ritiene che Heisenberg – a capo del programma nucleare militare tedesco – volesse capire a che punto fossero gli alleati nello sviluppo dell’arma suprema, perché riteneva che Bohr ne avesse contezza (nel 1943 il fisico danese riparerà negli Stati Uniti dove parteciperà attivamente al Progetto Manhattan insieme a molti altri ebrei fuggiti da un’Europa in fiamme). I due fisici (diventati anche i protagonisti di una fortunata pièce teatrale di Michael Frayn) rappresentano due visioni contrastanti della scienza. Da un lato Heisenberg, fautore dello sforzo titanico di un solo Paese e disponibile a piegare la scoperta scientifica alla politica di potenza di una nazione. Dall’altro Bohr, fautore del progresso scientifico per accumulazione e dell’idea di società aperta.

Anche oggi sembra consumarsi lo stesso confronto, con le società aperte identificabili – nonostante qualche sbandamento sia da parte americana che europea – nelle potenze garanti dello status quo emerso dalla fine della Guerra fredda e le società chiuse nelle potenze revisioniste. Nell’ambito di tale dinamica di interazione, è inverosimile che l’Italia, al netto delle stravaganti uscite di qualche politico (senza distinzione tra partiti), possa disallinearsi dal primo campo nel breve-medio periodo. Il fronte euro-atlantico, d’altronde, è contraddistinto dalla presenza di un sistema di vincoli reciproci altamente istituzionalizzati che, congiuntamente a questioni di ordine economico e culturale, rendono i rapporti tra i Paesi che vi partecipano particolarmente “vischiosi”. Tuttavia, alcune scelte compiute in questa fase dal nostro Paese – non è dato sapere se intenzionali o meno – potrebbero comunque contribuire a rafforzare il fronte dei Paesi revisionisti in questo nuovo terreno di contestazione dell’ordine liberale. Come sistema-Paese dovremmo esserne coscienti, magari dibattendone pubblicamente senza pregiudizi e sensazionalismi, e agire di conseguenza. Per decidere insieme dove, come e in compagnia di chi immaginiamo l’Italia da qui ai prossimi vent’anni. 

Gabriele Natalizia,
Geopolitica.info e Sapienza Università di Roma

Salvatore Santangelo,
Geopolitica.info e Università degli Studi di Roma Tor Vergata

Pace in Donbass: opportunità e rischi

La situazione in Ucraina sembrava in stallo da tempo. Il conflitto iniziato nel 2014 nell’Est del Paese tra i separatisti filorussi del Donbass e il governo centrale di Kiev ha provocato più di 13 mila vittime. Il dialogo che si era instaurato grazie agli accordi di Minsk del 2015 promossi dal, cosiddetto, Quartetto Normandia (Francia, Germania, Ucraina e Russia) si era presto esaurito nel 2016, non riuscendo ad implementare le misure concordate. Nel 2018, durante le elezioni in Donbass, la chiusura di Kiev nel disconoscere il risultato elettorale aveva inasprito l’impasse e si presagiva la possibilità di un’escalation delle tensioni nella regione. 

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Nel 2019 il dialogo si è riaperto, creando nuove possibilità per una distensione. Cos’è cambiato? L’avvento nella scena politica ucraina di  Volodymyr Zelensky, eletto presidente nell’aprile 2019 con il 73% dei voti; accompagnato dalla volontà del popolo ucraino di cambiamento, egli ha reso la soluzione pacifica alla crisi in Donbass il punto principale del suo programma elettorale.

In questo nuovo clima in cui Zelensky è sostenuto da un forte consenso interno e gode di una maggioranza assoluta in parlamento, Mosca si è dimostrata favorevole a riprendere le trattative, vedendo appunto nel nuovo presidente ucraino un interlocutore con cui poter raggiungere risultati concreti. Inoltre, la risoluzione del conflitto nelle regioni di Donetsk e Luhansk rientra negli interessi del Cremlino, il cui sostegno ai separatisti rappresenta un carico finanziarioaggravato ulteriormente dal peso delle sanzioni.

Progressi e difficoltà

Queste permesse si sono concretizzate nelle prime azioni della presidenza di Zelensky: infatti, a settembre 2019 il parlamento ucraino ha accettato il ritiro delle truppe da tre aree di confine e sottoscritto uno scambio di prigionieri. Tutto ciò ha reso possibile il primo incontro tra Putin e Zelensky, il 9 dicembre 2019 a Parigi in cui si è ribadita la necessità di stabilizzare la regioneTuttavia, quando la discussione concerne le modalità di risoluzione del conflitto, le posizioni sono varie e contrastatiInfatti, il presidente Zelensky si è detto favorevole alla cosiddetta “Formula Steinmeier” proposta nel 2016 dall’ex ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier con l’obiettivo di aggirare le dispute che impediscono l’implementazione dei secondi accordi di Minsk. In particolare, questi ultimi prevedono elezioni libere e la concessione da parte di Kiev dello “status speciale”, e quindi di più autonomia, alle regioni separatiste di Donetsk e Luhansk. 

Tuttavia, le parti coinvolte non concordano sull’ordine con cui queste procedure si dovrebbero implementare. Da una parte, Kiev teme che la concessione dello status speciale legittimerebbe l’attuale regime in Donbass, rafforzando ulteriormente il distacco del governo centrale. Dall’altra, Mosca e i separatisti sostengono la tesi opposta, chiedendo prima di tutto l’autonomia. La Formula Steinmeier prevede che lo status speciale di queste regioni venga attuato esattamente il giorno in cui si svolgeranno elezioni libere e democratiche secondo gli standard dell’OSCE. 

Il ritiro delle forze militari rimane comunque la prima azione necessaria in questa direzione, in quanto faciliterebbe un cessate il fuoco stabile e duraturo e permetterebbe lo svolgimento di libere elezioni. Tuttavia, questa operazione è molto problematica e controversa. Da una parte, Mosca dovrebbe ritirare truppe che non ha mai ammesso di avere sul campo; dall’altra i separatisti, scettici sul ritiro da parte di Kiev, preferiscono continuare a mantenere il controllo militare. 

L’accettazione della formula Steinmeier può rappresentare un’opportunità, ma anche un rischio per l’Ucraina. Da una parte, la mossa del neopresidente ucraino è abile: apre nuove possibilità per la pace e allo stesso tempo non danneggia la sovranità e la sicurezza di Kiev. 

Dall’altra, i sondaggi sulla popolarità del presidente cambiano molto quando si tratta dei compromessi necessari per la risoluzione della crisi. Infatti, Zelensky ha ricevuto molte critiche interne: mentre si trovava a Parigi con Putin, Merkel e Macron, migliaia di manifestanti si sono riuniti a Kiev per opporsi all’adesione alla formula Steinmeier e l’ala nazionalista più radicale lo ha definito traditore.

L’incontro di Parigi tra Putin e Zelensky non è quindi stato particolarmente proficuo, benché sia stato un primo passo per il dialogo. I temi più complessi (controllo dei confini, le condizioni di integrazione del Donbass e il disarmo) sono stati rimandati all’incontro di Berlino che si sarebbe dovuto tenere a marzo 2020, poi posticipato a causa del Covid19. Ciò nonostante, i negoziati stanno continuando, dimostrando la disponibilità politica delle parti. Infatti, l’11 marzo scorso il responsabile dell’Ufficio del presidente ucraino Andriy Yermak e il vicepresidente dell’amministrazione presidenziale della Federazione Russa Dmitry Kozak hanno firmato un protocollo promosso dall’OSCE, dalla Francia e dalla Germania. Esso contiene raccomandazioni non vincolanti per l’implementazione dei secondi accordi di Minsk del 2015: sono state definite ulteriori zone di confine da cui verranno ritirate forze militari e armamenti, l’apertura di due nuovi punti di entrata ed uscita lungo i 450 km di confine e l’impegno per un altro scambio di prigionieri. 

Prospettive future

Ulteriori provvedimenti, però, si potrebbero intraprendere per facilitare e rafforzare il dialogo. 

La presidenza ucraina dovrebbe elaborare una chiara strategia di comunicazione che spieghi pubblicamente in cosa consista la Formula Steinmeier e miri a ricostruire le relazioni e la fiducia della popolazione nelle regioni separatiste. Con queste premesse si potrebbe implementare il cessate-il-fuoco effettivo, attraverso precise regole e provvedimenti. Infatti, solo a marzo di quest’anno l’OSCE ha registrato più di 11 mila violazioni. Inoltre, sarà necessario che tutte le parti mantengano un impegno costante e credibile per continuare i negoziati degli accordi di Minsk promossi dal quartetto Normandia. 

A differenza di Zelensky che fin dalla campagna elettorale ha dichiarato come suo principale obiettivo politico la risoluzione della crisi, il Cremlino non lo ritiene un problema da risolvere a breve termine. Tuttavia, la stabilizzazione della regione porterebbe numerosi vantaggi per Mosca, sia dal punto di vista interno che estero. Un concreto impegno nel processo di pace in Donbass sarebbe un chiaro segnale anche nei confronti dell’Unione Europea, portando un miglioramento delle relazioni bilaterali. Verosimilmente Bruxelles potrebbe prendere in considerazione una revisione delle sanzioni attualmente in vigore nei confronti della Russia. Questo andrebbe anche a vantaggio di Putin da un punto di vista di politica interna. Le sanzioni infatti pesano sull’economia russa, già da lungo tempo in fase di stagnazione. A causa di questa situazione, Putin ha visto dimezzata la fiducia dei cittadini nei suoi confronti, che negli ultimi due anni è passata dal 59% del 2017 al 35% di gennaio 2020.

La necessità della risoluzione del conflitto russo-ucraino è condivisa da tutte le parti. Tuttavia, sono ancora molti i punti da discutere e definire, a cominciare dalle condizioni per il ritiro definitivo delle truppe. Inoltre, considerate le continue violazioni del cessate il fuoco, non sarà certamente facile trovare un accordo tra Kiev, Mosca e i separatisti filorussi; ma la ripresa del dialogo nel dicembre scorso ha aperto nuove possibilità per la stabilizzazione del Donbass.

Chiara Minora,
Geopolitica.info

Amici veri e presunti dell’Italia ai tempi del covid-19

Che l’emergenza Covid-19 sia una tragedia sanitaria e porterà ad una crisi economica pesantissima ormai è purtroppo assodato. Che potesse portare anche ad una rottura degli schemi di riferimento internazionali ormai tradizionali era invece impensabile all’inizio, mentre adesso non lo è più, visti i recenti sviluppi. 

Amici veri e presunti dell’Italia ai tempi del covid-19 - Geopolitica.info

Concentrando l’attenzione sul caso italiano, abbiamo tutti notato come siano stati molti i Paesi del mondo che hanno offerto il loro aiuto in diversi modi ed in diverse forme. I continui carichi di materiale cinese, i militari russi per le strade italiane, i medici cubani o albanesi agli aeroporti, sono solo alcune delle immagini che possono venirci in mente.  Proprio su questo il ruolo dei media, della carta stampata e – perchè no – anche dei social network, si è rivelato importante e ‘strategico’. Non è un caso che abbia citato quelli che sui media sono stati rimarcati in maniera più decisa. 

Alcuni Paesi infatti sembrano aver prevalso su altri, nell’immaginario collettivo e nell’opinione pubblica. Tra gli ultimi sondaggi condotti da SWG, spiccano i risultati di quelli relativi alla percezione degli italiani rispetto al ruolo delle grandi potenze internazionali. Su di un campione di 800 soggetti, a cui è stato chiesto a chi dovrebbe guardare il nostro paese come grande alleato, il 36% ha indicato la Cina, mentre solo il 30% ha optato per gli Stati Uniti; forte anche la quantità degli indecisi, il 34%.  

Il punto significativo è che nel lasso di tempo tra gennaio scorso e la fine di marzo, la Cina è passata dall’avere circa il 10% di persone che la consideravano amica del nostro Paese, al 52%. La Russia è seconda in questa particolare classifica, con il 32% mentre gli USA sono calati rispetto al 2019 di oltre 12 punti percentuali, attestandosi al 17%. Uno slittamento molto importante, per un Paese, come il nostro, da sempre sotto la sfera d’influenza statunitense. 

Da evidenziare anche la visione che l’opinione pubblica italiana ha, in questo periodo critico, dei Paesi cosiddetti ‘nemici’, o che si pensa abbiano aiutato meno l’Italia. La Germania è balzata al primo posto, indicata da oltre il 45%,  seguita subito dopo dalla Francia, poi Regno Unito e USA. In generale quindi i paesi europei sono sempre più visti come antagonisti rispetto all’Italia. Sicuramente il clamore attorno alle intense trattative riguardanti gli aiuti economici targati UE da adottare, ha svolto un ruolo decisivo per acuire queste posizioni, così anche però la scarsa attenzione che spesso i media hanno rivolto a quelli che sono stati gli aiuti reali da parte dei paesi europei. 

Non c’è da stupirsi quindi che, per esempio, l’Ambasciata tedesca a Roma abbia recentemente rilasciato un comunicato per sottolineare gli aiuti concreti portati fino ad ora dalla Repubblica Federale all’Italia, spesso messi in secondo piano. Sono state oltre 90 le postazioni di terapia intensiva, negli ospedali tedeschi, destinate a pazienti italiani; diversi i medici e infermieri arrivati in Italia per affiancare il nostro sistema sanitario; più di 7 tonnellate e mezzo di materiale medico tedesco giunto nella Penisola. Senza contare poi le iniziative locali dei singoli comuni tedeschi, i quali hanno mandato forniture ad alcuni comuni italiani in difficoltà. 

Purtroppo bisognerebbe avere più attenzione sia nel ‘dare’ le notizie sia nel ‘riceverle’, perchè la verità può sia essere sotto i nostri occhi, che non esserlo. Tutto sta su dove puntarli. Per una persona cambiare posizione e preferenze, specialmente in periodi drammatici, è molto semplice; cambiare alleanze internazionali per un Paese lo è molto meno. Ma il generale mutamento dell’opinione tra la popolazione italiana non è da sottovalutare.  

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info

Russia, USA e Arabia Saudita uniti per salvare il petrolio (e l’OPEC)

Doveva essere, secondo le parole del presidente americano Donald Trump, una semplice “diatriba tra Mosca e Riad” ma si è capito (quasi) subito che la guerra intorno al prezzo del petrolio avrebbe assunto ben presto una dimensione mondiale, tanto da arrivare a coinvolgere i Paesi del G20 in quello che è il più grande taglio della produzione di petrolio della storia.  

Russia, USA e Arabia Saudita uniti per salvare il petrolio (e l’OPEC) - Geopolitica.info

Lo scontro tra Russia e Arabia Saudita 

Ad inizio marzo, davanti all’inarrestabile crollo del prezzo del petrolio, l’Arabia Saudita aveva proposto un taglio di 1-1,5 milioni di barili al giorno, di cui 500.000 barili in capo ai Paesi non Opec. Una scelta, quella di Riad, dettata dal fatto di non poter sopportare a lungo un costo del greggio inferiore (di troppo) agli 80 dollari al barile, un prezzo che rappresenta il break-even per i sauditi. La proposta dell’Arabia Saudita si è scontrata però contro l’opposizione di Mosca che, forte di un break-even intorno ai 40 dollari al barile, ha provato a sfruttare l’occasione per eliminare dal mercato, per quanto possibile, i produttori di shale oil americani, già fortemente indebitati. La contromossa di Riad che ha deciso a quel punto di incrementare la propria produzione giornaliera ha dato inizio ad una vera e propria guerra dei prezzi, che ha portato il costo del petrolio addirittura intorno ai 20 dollari al barile e messo in crisi il meccanismo dell’Opec Plus.   

Un mercato del petrolio in crisi 

Lo scontro tra Mosca e Riad si è inserito in un contesto in cui il mercato petrolifero risultava già fortemente indebolito dagli effetti della diffusione a livello globale del virus Covid-19. Senza alcuna certezza circa i tempi necessari a neutralizzare la minaccia sanitaria in corso, l’Agenzia internazionale per l’energia (IEA) ha già ridotto, per l’intero 2020, di un terzo la previsione di crescita della domanda: ci si aspetta, in particolare, un aumento di (solo) 825 mila barili al giorno, che sarebbe il più basso dal 2011. Le misure per contenere il contagio, infatti, non solo hanno semiparalizzato la Cina, un gigante che assorbe oltre il 10% dell’offerta totale di greggio, ma stanno provocando ripercussioni a catena su scala internazionale, con un impatto significativo sui trasporti e sul turismo. In una simile situazione, solo un accordo tra i principali protagonisti del mondo petrolifero avrebbe potuto fornire qualche garanzia di ripresa per il settore.  

Il petrolio “sotto zero” 

Il crollo del prezzo del petrolio intorno ai 20 dollari al barile ha aperto la strada verso quella che da più parti viene vista come una catastrofe, ovvero una discesa dei prezzi in territorio negativo. Una situazione da scongiurare, sia perché per l’Europa, nonostante la crescita della domanda di gas, il petrolio resta ancora la principale fonte utilizzata per soddisfare il proprio fabbisogno energetico, sia perché a fondarsi sul petrolio sono le economie di quei Paesi del Medio Oriente dove fondamentale è garantire la stabilità della regione. Prezzi negativi significa che i produttori possono liberarsi del greggio solo pagando. In realtà, non sarebbe la prima volta che succede nel settore energetico: anche prima della pandemia è già successo più volte di vedere il segno meno davanti al prezzo dello shale negli Stati Uniti, così come sui mercati dell’elettricità. Ma nel caso del petrolio la questione sarebbe più complessa, dal momento che l’eccesso di offerta rischia di terminare rapidamente lo spazio disponibile per il suo stoccaggio. E conservare il petrolio costa sempre più caro.  

L’accordo mondiale per il petrolio 

Ed è così che dopo una settimana di negoziati, sempre sull’orlo del fallimento a causa delle (rigide) posizioni di alcuni Paesi, si è arrivati ad un accordo che ha visto il coinvolgimento non solo del sistema Opec Plus ma anche dei Paesi del G20. Più precisamente, secondo un primo accordo, si era deciso che a maggio e a giugno la produzione mondiale di petrolio sarebbe diminuita di 10 milioni di barili al giorno. A fronte della perdurante opposizione del Messico, si è arrivati alla decisione di tagliarne una quantità leggermente inferiore, pari a 9,7 milioni di barili al giorno. Si tratta comunque di un dato molto significativo, che rappresenta ben un decimo dell’offerta totale attuale e quasi il doppio rispetto alla quantità tagliata in occasione della crisi finanziaria globale del 2007-2009.  

L’attivismo di Donald Trump 

Determinante per l’intesa è stata la mediazione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. È stato lui, infatti, a spingere sin dall’inizio verso un possibile nuovo incontro dell’Opec Plus, trovando anche una soluzione all’opposizione messicana. La diffusione del Covid-19 sta mettendo a dura prova il sistema sanitario americano e, soprattutto, la tenuta della sua economia, tanto che recenti sondaggi accreditano lo sfidante di Trump alla Casa Bianca, Joe Biden, in vantaggio di ben 11 punti. Il vantaggio intravisto da Trump in un prezzo del petrolio così basso, ovvero una sensibile diminuzione del costo della benzina per i consumatori (ed elettori) americani, si è rivelato ben presto relativo, dal momento che a causa del lockdown i cittadini americani non possono circolare. Ed è così che Trump ha presto messo da parte i meri calcoli elettorali, per concentrarsi sui possibili (devastanti) effetti provocati da un eventuale crollo dell’industria petrolifera americana sulla sicurezza nazionale.  

L’incognita messicana 

L’accordo è stato a rischio sino all’ultimo a causa dell’opposizione messicana. Il ministro dell’Energia messicano Rocio Nahle, infatti, ha chiesto e, alla fine, ottenuto un compromesso in base al quale potrà ridurre la sua produzione di 100 mila barili al giorno, molto meno di quanto previsto all’inizio. Il Messico, inoltre, rivaluterà la sua posizione dopo due mesi dall’entrata in vigore dell’intesa. Dietro all’opposizione messicana, la volontà del presidente Lopez-Obrador di incrementare gli investimenti nel settore petrolifero per portare la produzione di greggio sino a 2 milioni di barili al giorno, unico modo per poter sostenere le politiche sociali annunciate durante la campagna elettorale. Il compromesso si è reso possibile solo grazie all’intervento del presidente americano Trump, che ha proposto di conteggiare il taglio della produzione degli Stati Uniti come una riduzione del Messico. Per fare ciò, però, è stato necessario superare a sua volta l’opposizione dell’Arabia Saudita, intimorita che altri paesi avrebbero potuto avanzare richieste simili. Alla fine, però, a prevalere è stato il buon senso di tutti e, soprattutto, la volontà di salvare, ancora una volta, l’Opec.

Fabrizio Anselmo,
Geopolitica.info