Archivio Tag: relazioni internazionali

Glossario: Q-Z

Regime autoritario: è un sistema a pluralismo politico limitato, la cui classe politica non rende conto del proprio operato, che non sono basati su un’ideologia guida articolata, ma sono caratterizzati da mentalità specifiche, dove non esiste una mobilitazione politica capillare e su vasta scala, salvo in alcuni momenti del loro sviluppo, e in cui un leader, o a volte un piccolo gruppo, esercita il potere entro limiti mal definiti sul piano formale, ma in effetti poco prevedibili (J.J. LINZ, Autoritarismo, in “Enciclopedia delle Scienze Sociali”, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, 1991, vol. I, p. 444).

Regime politico (1): l’insieme di norme, regole non formalizzate, procedure che stabiliscono diverse forme e modalità di esercizio del potere politico. Rientrano nel regime la Costituzione, il governo, i corpi rappresentativi, se ve ne sono, e i rapporti reciproci tra le diverse istituzioni, il sistema elettorale, ma anche l’organizzazione politica della società civile, quali partiti, associazioni con fini politici, gruppi d’interesse e movimenti, comprese gli individui che coprono i relativi ruoli (http://www.treccani.it/enciclopedia/regime-politico/).

Regime politico (2): è l’insieme delle regole, delle abitudini e delle credenze più importanti per la vita politica e s’incarna nel gruppo o nei gruppi che hanno maggior influenza nella gestione degli affari (W.J.M. Mackenzie, La scienza della politica, Laterza, Roma-Bari, 1974, p. 109).

Regime totalitario: è un sistema politico caratterizzato da un insieme di idee ragionevolmente coerenti che riguardano i mezzi pratici per cambiare totalmente e per ricostruire una società con la forza o con la violenza, fondata su una critica globale o totale di quel che è sbagliato nella società esistente o antecedente (C.J. FRIEDRICH, Z. BRZEZINSKI, Totalitarian Dictatorship and Autocracy, Harvard University Press, Cambridge, 1956, pp. 88-89).

Principio di legittimità: è una giustificazione del potere, cioè del diritto di comandare; perché fra tutte le ineguaglianze umane nessuna ha conseguenze tanto importanti e perciò tanto bisogno di giustificarsi, come l’ineguaglianza derivante dal potere (G. FERRERO, Potere, Edizioni di Comunità, Milano, 1947, p. 29).

Regimi internazionali: principi, norme, regole e procedure decisionali, impliciti o espliciti, attorno ai quali le aspettative degli attori convergono in una data area delle relazioni internazionali (L. BONANATE, Osservazioni sulla teoria dei regimi internazionali, in ID, A. CAFFARENA, R. VELLANO, Dopo l’Anarchia: Saggi sul superamento dell’immagine anarchica delle relazioni internazionali e sul rischio di ricadervi, Franco Angeli, Milano, 1989, p. 19).

Relazioni internazionali: studio della guerra e della pace, nonché di tutto ciò che esiste lungo il continuum che corre fra questi due elementi estremi (R. ARON, Pace e guerra fra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano, 1970).

Sistema internazionale (1): Uno spazio politico, economico e strategico condiviso da unità capaci di influenzare le scelte delle altre, le cui azioni divengono, in una situazione di reciprocità, elementi imprescindibili per il calcolo del proprio comportamento (Scuola inglese).

Sistema internazionale (2): Fanno parte di un certo sistema gli Stati dei quali si tiene conto nei calcoli d’equilibrio e dai quali ci si aspetta che partecipino alle ostilità in caso di guerra generale (R. ARON, La politica, la guerra, la storia, Il Mulino, Bologna, 1992, p. 439-440).

Sistema internazionale eterogeneo: Un sistema contraddistinto dalla presenza di attori organizzati secondo principi diversi ed ispirati da valori in reciproca contraddizione, dove i rapporti di forza sono tornati ad essere l’unica discriminante per il mantenimento di un grado minimo di ordine (R. ARON, Pace e guerra fra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano, p. 130).

Sistema internazionale omogeneo: Un sistema in cui gli Stati appartengono al medesimo tipo, obbediscono alla stessa concezione della politica (R. ARON, Pace e guerra fra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano, p. 130).

Società internazionale: Un insieme di Stati (o, più in generale, di comunità politiche indipendenti) che non formano semplicemente un sistema nel senso che il comportamento di ciascuno è un fattore necessario nei calcoli degli altri, ma che hanno anche stabilito norme e istituzioni comuni fondate sul dialogo e il consenso, per regolare i loro rapporti reciproci; gli Stati che fanno parte di una società internazionale riconoscono il loro comune interesse nell’adeguarsi alle norme istituite (H. BULL, A. WATSON a cura di, L’espansione della società internazionale. L’Europa e il mondo dalla fine del Medio Evo ai tempi nostri, Jaca Book, Milano, 1993, p. 3).

Società transnazionale (1): Una società che è tanto più viva quanto maggiore è la libertà di scambio, di migrazione o di comunicazione e quanto più forti sono le credenze comuni, più numerose le organizzazioni non nazionali, più solenni le cerimonie collettive (R. ARON, Pace e guerra fra le nazioni, Edizioni di Comunità, Milano, p. 136).

Società transnazionale (2): è un sistema internazionale non più composto dalle unità politiche, ma dai singoli individui che lo popolano. Questi si somiglierebbero tra loro e si percepirebbero come eguali per via della condivisione di comuni credenze, dell’appartenenza ad organizzazioni indifferenti ai confini politici degli Stati (società multinazionali, religioni, organizzazioni non governative, internazionali ideologiche) e della partecipazione agli stessi fenomeni di massa (A. COLOMBO, La disunità del mondo. Dopo il secolo globale, Feltrinelli, Milano, 2010, p.).

Sovranità (1): il riconoscimento da parte degli attori interni ed esterni che lo Stato ha l’autorità esclusiva di intervenire con azione coercitive nel suo territorio (J.E. THOMSON, State Sovereignty in International Relations. Bridging the Gap between Theory and Empirical Research, in “International Studies Quarterly”, n. 39, pp. 213-233).

Stati Uniti: la fine del sistema unipolare?

Tra le poche certezze che la fine della crisi economica mondiale iniziata nel 2008 ci consegnerà vi è quella che gli Stati Uniti non saranno più indiscutibilmente nei prossimi anni la potenza egemone per antonomasia – o meglio l’unica superpotenza – nel panorama internazionale. Le guerre americane degli anni 2000, intese anche come un modo (assai rischioso) per riaffermare la solidità di un modello, non hanno fatto altro che acuire e mettere impietosamente a nudo le difficoltà degli USA. L’Overstretching strategico a cui si sono sottoposti gli americani è emerso in modo lampante.

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I piani per un riassetto complessivo manu militari del Greater Middle East mai come in questo momento appaiono poco praticabili. Le grandi speranze, quasi messianiche, riposte nell’attuale Amministrazione Obama sono una spia della grande confusione ed incertezza che oggi regna negli Stati Uniti ed in molte cancellerie occidentali, inizialmente assai più ottimistiche riguardo alle scelte americane.

La pretesa di molti ricchi Paesi industrializzati di continuare a mantenere un elevato tenore di vita senza però creare sufficiente ricchezza effettiva, è miseramente fallita. I Paesi emergenti stanno di fatto in questo momento traghettando il resto del mondo fuori dalla più profonda crisi del sistema capitalistico dagli anni ’30. Certamente oggi un conflitto redistributivo del potere – una “Guerra egemonica” – avrebbe dei costi incalcolabili per tutti, ma ciò non toglie che dovremo in futuro fare i conti con un mondo meno americano, meno europeo, meno occidentale. Lo dicono le cifre: stagnazione economica, calo demografico, invecchiamento della popolazione e una miriade di altri indicatori. La governance internazionale non può di conseguenza più essere affidata a istituzioni fondamentalmente americane ed occidentali nel modo di operare, di concepire i problemi e di proporre le relative soluzioni. Il momento unipolare forse sta veramente per finire.

Gli Stati Uniti restano ancora la potenza preponderante ma devono ormai fare i conti con la riduzione del loro ruolo internazionale e della capacità di influenzare le dinamiche internazionali. La tanto invocata “nuova Bretton Woods” non è altro che l’ammissione della fine delle organizzazioni economiche internazionali americane, quelle create alla fine della Seconda Guerra Mondiale – l’ultima vera transizione egemonica – con il declino europeo e del mondo coloniale. Oggi senza i grandi paesi emergenti ci troveremmo in una situazione ben peggiore di quella attuale. Il mondo in pochi lustri sarà più asiatico, più sudamericano o finanche più russo ma in ogni caso più multipolare di quanto non lo sia oggi. E questo certamente non è di per sé un elemento negativo. La pressione redistributiva delle risorse dal Nord al Sud del mondo porterà inevitabilmente ad un riequilibrio del potere internazionale. D’altra parte le stesse teorie realiste affermano che il sistema unipolare, nel caso degli USA una sorta di “impero su invito” come è stato correttamente descritto l’attuale assetto globale, è intrinsecamente instabile e destinato prima o poi ad essere eroso dalle altre potenze presenti nell’arena internazionale. Gli Stati Uniti si stanno poi per molti versi “europeizzando”: vale a dire stanno sperimentando e cercando di affrontare i problemi derivanti dalla sperequazione sociale, dall’elevata disoccupazione, dalle disuguaglianze economiche che contribuiscono a minare la capacità dello stato di creare i presupposti di stabilità e benessere. Il modello americano non sembra più garantire illimitate possibilità a tutti ma al contrario si rivela essere vulnerabile alla crisi economica, avendo anzi al proprio interno le radici e le ragioni della crisi stessa.

La recessione globale, come tutti i grandi fenomeni strutturali, porterà con sé cambiamenti sistemici i cui effetti potranno essere valutati solo tra alcuni anni. Non necessariamente i mutamenti internazionali andranno nella direzione di un aumento dell’instabilità globale ma anzi potrebbero davvero portare ad una nuova fase “costituente” del nuovo ordine mondiale, in cui gli attori principali potrebbero essere diversi ed in ogni caso assai più numerosi rispetto al passato. L’unipolarità del sistema dovrebbe essere vista dunque come una situazione transitoria, se non altro perché ciò si è sempre verificato nel corso della storia. Non abbiamo ad oggi elementi sufficienti per affermare che non accada anche questa volta.

 

Il ritorno della religione nella sfera pubblica internazionale

Il sistema internazionale attraversa ai giorni nostri una situazione di grande incertezza. In misura inversamente proporzionale all’interdipendenza dei rapporti economici ed allo sbilanciamento dei rapporti di forza, le sue unità sembrano sempre più lontane dal costituire una “società”, non risultando disposte a condividere i metodi e le finalità delle istituzioni internazionali. Secondo una prospettiva che si va diffondendo, la situazione di crescente disordine si sta sviluppando in sinergia con la ritrovata capacità di influenza di quella dimensione che gli studi di relazioni internazionali hanno generalmente considerato ininfluente dopo il 1648 o cui hanno dedicato scarsa attenzione: la religione. Per comprendere se ci troviamo effettivamente al cospetto di un fenomeno profondo che si sta sviluppando su vasta scala occorre anzitutto indagare sul suo eventuale radicamento nel tempo, una caratteristica che connota necessariamente tutti i mutamenti realmente significativi. A questo scopo appaiono rilevanti gli ultimi tre decenni, ognuno dei quali è stato caratterizzato da un anno di svolta a partire dal quale il ritorno della religione nella sfera politica internazionale ha subito delle accelerazioni.

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Le radici di un processo: gli anni Ottanta

Il 1979 ha rivestito un’importanza fondamentale rispetto al mutamento del rapporto tra religione e politica costituendo il momento in cui si sono contemporaneamente verificate evoluzioni profonde all’interno di contesti culturali diversi. Le crisi politiche ed economiche degli anni Settanta, collegate alle prime evidenti battute d’arresto conosciute nell’azione degli Stati, hanno cominciato ad essere tradotte politicamente in un sistema di accusa nei confronti della vacuità delle utopie secolari di stampo liberale o marxista, reputate colpevoli di aver prodotto da un lato l’egoismo consumistico, dall’altro la gestione repressiva della miseria e il disprezzo dei diritti umani. Simili convinzioni nella seconda metà degli anni Settanta si sono radicate soprattutto in Medio Oriente, dove molti Paesi hanno presentato tutte le precondizioni indispensabili per lo scoppio di una rivoluzione. Immerso nelle suggestioni della Guerra fredda, tuttavia, l’universo intellettuale occidentale ha continuato ad attendere in quest’area un mutamento radicale di stampo marxista-leninista, in taluni casi perché ne era ossessionato, in altri perché lo sosteneva più o meno esplicitamente. Le aspettative restarono disattese: i movimenti di ispirazione comunista, guidati da élites di educazione occidentale, non sono riusciti in nessun caso a prendere il potere nei Paesi a maggioranza musulmana a causa dell’incapacità di interpretare e rappresentare la volontà di popolazioni la cui percezione della realtà era definita ancora da categorie di pensiero fortemente pervase dal fattore religioso. Inaspettatamente proprio lo Stato che più degli altri aveva abbracciato l’ideologia della modernizzazione, la Persia dello scià, fu travolto da una rivoluzione che rispondeva con le parole d’ordine dell’Islam ai problemi sociali ed ai deficit politici del Paese: il suo leader, l’ayatollah Khomeini, si fece promotore della nascita di una Repubblica Islamica fondata sul principio del velayath-e faqih (il governo dei giurisperiti dell’Islam). Questo avvenimento ha segnato un mutamento politico che, pur non ripetendosi nelle stesse dimensioni, ha costituito un esempio da emulare. All’interno del mondo musulmano, infatti, le utopie hanno cominciato ad abbandonare il terreno secolare delle ideologie per passare a quello trascendente della religione. Se nel clima modernizzante degli anni Sessanta il progetto di “società ideale” era filtrato attraverso la lente del marxismo, dopo la rivoluzione iraniana il bisogno di utopia è tornato ad essere formulato sulla base dei testi sacri. Alla fine del 1979, inoltre, un altro evento ha nutrito un grande impatto sull’umma islamica: l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata rossa. L’idea che il suolo sacro dell’Islam fosse stato invaso dall’esercito di un Paese “empio” attirò dal Marocco al Pakistan migliaia di volontari, meglio noti con il nome di mujaheddin. La lotta di questi ultimi sostituì nell’immaginario collettivo delle popolazioni sunnite del Maghreb e del Medio Oriente sia il mito nazionalista e laico della lotta dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, che quello sciita della rivoluzione iraniana, entrambi rivolti contro degli Stati occidentalizzati. Il nuovo movimento transnazionale che prese corpo in Afghanistan, al contrario, è stato connotato dall’appartenenza confessionale musulmano-sunnita e dalla volontà di combattere una “guerra santa” contro il regime “empio” per eccellenza: l’Unione Sovietica.

Contemporaneamente, però, si stavano verificando evoluzioni importanti anche per la situazione politica europea. Giovanni Paolo II, salito al soglio pontificio nell’ottobre dell’anno precedente, fece visita alla Polonia del regime filo-sovietico del generale Jaruzelski. Con questo viaggio ha preso forma un’inversione di tendenza nell’orientamento internazionale della Santa Sede: la fine dell’accondiscendenza ai valori ed ai miti della società laica, promossa nel Concilio Vaticano II, in nome di una riaffermazione dell’identità e dei valori cattolici nella sfera pubblica. La “rottura pregiudiziale” con i principi del mondo secolarizzato ha perseguito l’obiettivo di restituire senso ed ordine ad una realtà che non sembrava più poter essere organizzata a livello politico dai dogmi delle ideologie e a livello sociale dagli strumenti forniti dalla scienza. Il pontificato di Giovanni Paolo II ha registrato così il duplice tentativo di ri-cristianizzare la società sia “dall’alto” che “dal basso”, ritornando ad esercitare pressioni sia sulle autorità statali che sull’opinione pubblica. Il primo caso si è manifestato in tutta la sua forza nel ruolo attivo della Chiesa di Roma nella resistenza contro il Partito comunista polacco e nel sostegno al desiderio di pluralismo e di indipendenza di una nazione che si è storicamente distinta da quelle circostanti proprio per la sua identità cattolica. Rispetto al collasso del regime filo-sovietico di Varsavia la religione ha svolto la triplice funzione di combattere contro l’alienazione degli individui, il pensiero totalitario e la sovietizzazione della società. Il secondo caso, invece, si è tradotto nel sostegno offerto dal pontefice ai movimenti giovanili sorti in Europa occidentale con l’obiettivo di ricreare spazi comunitari ispirati dalla volontà di rinunciare alla “modernizzazione” del cristianesimo in favore della “cristianizzazione” della modernità, di cui Comunione e Liberazione ha costituito l’esempio più importante. All’interno del mondo cattolico, quindi, le adesioni raccolte da movimenti politici desiderosi di unire la dimensione comunitaria della fede al rilancio di iniziative di intervento sociale hanno riaperto il dibattito sul discrimine tra società laica e società cristiana, mettendo in discussione le logiche del laicismo dominante.

La condizione permissiva: gli anni Novanta

Il secondo momento è rappresentato dal 1989, contraddistinto da un evento che è riuscito a determinare la trasformazione del sistema internazionale: l’abbattimento del muro di Berlino. A partire dal 9 novembre si è innescato un “effetto domino” in grado di provocare il crollo di tutti i regimi comunisti dell’Europa orientale e, come suo colpo di coda, quello dell’Unione Sovietica. L’inaspettata fragilità di un sistema considerato quale estrema propaggine del percorso politico dell’Illuminismo, per via dei suoi tratti spiccatamente razionalisti ed anti-religiosi, ha sollevato la più ampia critica sia al positivismo, criticato nel suo complesso e senza distinguere tra la sua applicazione nel mondo occidentale e in quello comunista, che alla teoria della secolarizzazione, permettendo la dimostrazione ex contrario della necessità di un ritorno dei valori religiosi all’interno della società. La “fine delle ideologie”, infatti, non ha annullato il bisogno umano di “utopie”: queste hanno continuato a persistere al cospetto di una realtà considerata sempre perfettibile e, ancor di più, in corrispondenza di momenti contrassegnati dalla crisi delle istituzioni politiche o dall’assestamento di nuove dinamiche socio-economiche. Le organizzazioni ed i partiti religiosi hanno, quindi, iniziato ad occupare uno spazio pubblico sempre maggiore, rompendo con il più o meno esplicito confinamento alla sfera privata. Nel mondo arabo le trasformazioni più evidenti di questi anni sono state le prime azioni terroristiche del radicalismo islamico, la spirale di violenza che ha avvolto l’Algeria dopo l’annullamento del successo elettorale del Fronte islamico di salvezza nazionale e la parziale evoluzione della questione palestinese da causa nazionale a scontro tra unità politiche definite dall’identità religiosa. In Occidente, invece, la Chiesa cattolica in particolare è risultata determinante per l’esito dei processi di democratizzazione in paesi come la Polonia, mentre quella ortodossa ha rappresentato uno strumento a disposizione della Russia post-comunista per continuare ad esercitare un certo grado di influenza sugli Stati sorti dalla disgregazione dell’Urss. La politicizzazione della religione non è risultato un fenomeno omogeneo nei Paesi usciti dal comunismo. In alcuni, come l’Ungheria e la Repubblica Ceca, il suo ritorno è stato contenuto dalle aspirazioni democratiche di società che, reduci dall’esperienza quarantennale di regimi fondati sull’adesione incondizionata a verità ideologiche, hanno desiderato creare una struttura sociale fortemente pluralista. In altri come la Polonia e, in misura minore, la Romania e la Bulgaria, la nascita della democrazia è stata accompagnata dal sorgere di movimenti nazionalisti in cui l’identità religiosa gioca un ruolo marginale.

La Jugoslavia, al contrario, costituisce l’esempio più evidente di quanto i cleavages religiosi che attraversavano storicamente i Balcani sud-orientali avessero continuato a covare come il fuoco sotto le ceneri, in attesa di un allentamento delle maglie dell’apparato repressivo del regime di Belgrado. Qui era stato messo in atto il più importante sforzo politico ed intellettuale volto a superare lo spirito di appartenenza su base etnica in favore di una forma di nazionalismo più inclusiva: il progetto di unificare in un unico Stato tutti gli “slavi del sud”, nato prima della Grande guerra, era stato ripreso dal Partito comunista jugoslavo durante la lotta contro le forze dell’Asse e rilanciato congiuntamente al tentativo di edificazione del socialismo. Subito dopo la morte di Tito, tuttavia, la nuova classe dirigente ha proceduto alla rimozione della memoria storica comune e dei miti unificanti della Jugoslavia, preferendo sottolineare ed istituzionalizzare gli elementi diversificanti tra le diverse comunità. Questo approccio si è ulteriormente sviluppato con l’avvento del pluralismo che ha visto la sostituzione dell’ideologia comunista con forme estreme di nazionalismo che, persa ogni connotazione “volontaristica” o “civica”, si sono affermate sotto una veste “organica”, in cui l’elemento confessionale è risultato prevalente. In assenza di fratture linguistiche o etniche la religione è tornata così a costituire il primo fattore di differenziazione intercomunitaria in grado di rinforzare il senso di identità etno-nazionale: la linea di demarcazione tra le principali comunità, infatti, è passata per la fede cattolica dei croati, quella ortodossa dei serbi e quella musulmana dei bosniaci. La polverizzazione della Repubblica Federale Jugoslava, tuttavia, non può essere spiegata solo con le caratterizzazioni confessionali locali, ma deve essere collegata al significato universale della religione quale fattore integrativo transnazionale, capace di determinare l’appartenenza di popoli diversi a più ampie famiglie culturali: se l’élite nazionale croata ha posto l’accento sull’appartenenza alla civiltà occidentale in base alla sua identità cattolica, ottenendo appoggio politico ed economico da alcuni Stati ad essa appartenenti, altrettanto è accaduto ai nazionalisti serbi e montenegrini che hanno sottolineato la propria unità con il mondo ortodosso e ai bosniaci grazie alla loro evocazione dell’unità dell’universo islamico. Queste evoluzioni hanno rilanciato il dibattito sul ritorno della politicizzazione della religione in precedenza alimentato dalla Rivoluzione iraniana, ma che era rimasto legato alla riflessione sulle dinamiche politiche interne al mondo musulmano. Al contrario negli anni Novanta è stato fatto ricorso al fattore religioso per spiegare una gamma sempre più ampia ed eterogenea di trasformazioni politiche in aree culturali e geografiche diverse. Già nel 1991, infatti, Hunter ha parlato di “guerre culturali” mentre, nel 1993, Huntington ha cominciato a prospettare la possibilità di uno “scontro delle civiltà”. Se la prima prospettiva intendeva indicare, ad un livello domestico di analisi, il confronto in atto tra le forze politiche secolariste e liberali vincitrici della Guerra fredda e quelle tradizionaliste riemerse dopo la sconfitta del comunismo, la seconda si proponeva come una teoria in grado di spiegare i nuovi allineamenti e le posizioni di potere di un sistema internazionale considerato post-ideologico e, sostanzialmente, post-moderno.

Il dramma e la svolta: gli anni Duemila

La vera e propria svolta rispetto alla tradizione degli studi di relazioni internazionali, tuttavia, è avvenuta in seguito ai fatti dell’11 settembre del 2001. Solo dopo l’attacco alle Twin Towers ed al Pentagono, di cui sembra incontestabile la matrice confessionale che univa gli attentatori, il dibattito sulla politicizzazione della religione è ritornato ad occupare un posto centrale sia nella ricerca che nell’agenda politica internazionale: sempre più spesso è stato tracciato un collegamento tra l’azione transnazionale di organizzazioni politiche non statali, la contestazione dell’egemonia statunitense e dei principi politici europei e, infine, lo svanire della convinzione secondo cui l’avanzata della modernità occidentale è caratterizzata da un moto universale ed irreversibile. Le interpretazioni di un evento capace di sconvolgere il mondo intero sono state principalmente quattro, di cui le prime tre, sotto diverse forme, hanno continuato a marginalizzare il fattore culturale come elemento esplicativo. La prima lo ha descritto come il segnale della persistenza di gruppi politici che, privi della possibilità di influenzare costruttivamente l’opinione pubblica, sono costretti ad azioni di retroguardia contro la modernizzazione e la globalizzazione. La seconda lo ha spiegato come una risposta alla disuguaglianza economica e all’esclusione sociale presenti nei paesi poveri e in quelli dove la corruzione o la resistenza ad ogni forma di pluralismo sono più evidenti. La terza ha tentato di dimostrare un legame diretto tra il fondamentalismo religioso e le forme di estremismo ideologico di marca anti-liberale ed antimodernista del XX secolo, considerandoli entrambi generati dall’esclusione socio-economica o dalla perdita di status subita da quanti vi aderiscono: questa prospettiva ha trovato la sua traduzione più chiara nell’etichetta di “islamo-fascismo” coniata da alcuni intellettuali neoconservatori e ripresa successivamente dal presidente Bush jr. Solo il quarto ordine di spiegazione, esposto già in precedenza da Huntington e rilanciato al rango di teoria grazie al verificarsi di questi eventi, si è concentrato sul fattore religioso. Per l’autore de Lo scontro delle civiltà l’11 settembre 2001 avrebbe costituito la prova incontrovertibile che, dopo il 1989, la riorganizzazione del sistema internazionale non sta avvenendo intorno ad un centro di potere unico, ma assiste alla divisione del mondo in una serie di regioni connotate dalla comune appartenenza ad una civiltà, definite dalla centralità del fattore religioso e divise da linee di faglia lungo le quali esploderebbero le principali tensioni.

Conclusioni

Nonostante i fatti che di volta in volta emergono a detrimento delle capacità esplicative e generalizzanti di una simile prospettiva, occorre comunque notare che anche tra gli avversari della tesi di Huntington si registra un gruppo sempre più consistente di autori che condivide l’idea per cui la religione sta tornando ad influenzare la politica internazionale. Questo trend troverebbe conferma anche con una semplice riflessione sulle principali fonti di tensione internazionale: prendendo in considerazione le quattro aree calde da cui si teme possa scaturire un conflitto nucleare, in tre casi risulta evidente una frattura di ordine religioso (Israele-Palestina, Pakistan-India ed Iran), mentre solo uno risulta completamente estraneo a questo genere di dinamiche, presentando una caratterizzazione di ordine ideologico (Corea del Nord). La nascita di questo fenomeno può essere considerato, al tempo stesso, sia come prodotto della trasformazione registrata dalla politica durante l’ultimo decennio della Guerra fredda e nel periodo immediatamente successivo, che come una variabile interveniente in grado di alimentare questo mutamento. Una considerazione che porta a superare gli schemi tradizionali della riflessione sulle relazioni internazionali in quanto non esclude la possibilità per cui, riattivato il rapporto tra la società politica e i sistemi di pensiero ed i valori di ordine spirituale, il fattore religioso, alla pari di quanto fatto dalle ideologie, possa tornare ad influenzare in misura effettiva le relazioni internazionali uscendo da quella marginalità cui è stato posto dal pensiero politico moderno.

Stati Uniti: Dall'unipolarismo all'apolarità

A partire dalla caduta del muro di Berlino si è sviluppato il dibattito relativo alla struttura del sistema internazionale emerso dalle ceneri del confronto bipolare. Nonostante siano passati venti anni una conclusione definitiva non è stata raggiunta a causa della contingenza che caratterizza i rapporti, la posizione e real viagra without prescription la natura delle unità politiche contemporanee.

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Nonché per le prospettive contrastanti sorte sulla definizione storica del contesto attuale. Se a livello politico l’Europa sta affrontando ancora una fase di “post Guerra fredda”, per gli Stati Uniti questa è già stata superata con gli attacchi dell’11 settembre, altro spartiacque storico, in seguito al quale sarebbe preferibile parlare di un periodo di “post-post Guerra fredda”.

Sulla scorta dell’euforia generata dalla sconfitta del colosso sovietico, nel decennio successivo al 1989 pochi dubbi sono stati sollevati in merito alle trasformazioni in corso, mentre le numerose teorie elaborate hanno preso spunto dalla certezza dell’ineluttabilità del processo di globalizzazione che avrebbe diffuso il modello politico, economico e culturale dell’Occidente. Nel 1990 Charles Krauthammer ha proclamato l’avvento del “momento unipolare”: il nuovo sistema, che vedeva gli Stati Uniti occupare la posizione di vertice nella piramide del potere mondiale, sarebbe stato caratterizzato da due qualità tali da renderlo unico nella storia. Anzitutto è apparso privo di quel germe di auto-distruzione, la tendenza al bilanciamento, che connoterebbe ogni situazione egemonica. In secondo luogo la sua natura è sembrata incredibilmente più vicina al polo dell’ordine che a quello dell’anarchia, tradizionalmente associato alla politica internazionale. La fase che ha preso inizio con la sconfitta del blocco sovietico, quindi, è stata avvolta dalla percezione neo-positivista che avendo vinto la “terza guerra mondiale” senza doverla combattere, gli Stati Uniti avrebbero potuto guidare il mondo verso un futuro di pace e di benessere.

Questa prospettiva è stata rafforzata dall’apparente esaurimento del soft power del comunismo e dei nazionalismi classici come alternative realistiche alla democrazia rappresentativa e al libero mercato. Il modello occidentale si sarebbe trovato privo non solo di un antagonista diretto, ma, almeno in apparenza, anche di qualsiasi fonte di contestazione. L’immediato avvio di una contraddittoria transizione verso i nostri paradigmi da parte degli Stati sorti dalle ceneri della galassia sovietica e le profonde riforme economiche avviate nella Repubblica Popolare Cinese sono state ritenute le prove più clamorose dell’inesorabilità di questa linea di sviluppo. Non solo. Tutti i potenziali sfidanti hanno preso atto dell’impossibilità di colmare il divario militare e tecnologico con la superpotenza, al punto che questa è dovuta ricorrere alla forza in una serie molto limitata di casi, essendosi creata un’aurea di invincibilità intorno al suo hard power. L’immagine di un “egemone riluttante” o di un “impero su invito” è stata generata proprio dalla propensione degli Stati Uniti a difendere le posizioni raggiunte attraverso la tessitura di una fitta rete di interdipendenze economiche e di interconnessioni diplomatiche piuttosto che con il ricorso alle armi. 
Da queste basi ha preso le mosse la riflessione di Francis Fukuyama secondo cui la dialettica hegeliana, fondata sui concetti di tesi, antitesi e sintesi, era divenuta uno strumento desueto per interpretare una realtà dai contorni quanto mai indefiniti. Venendo a mancare l’antitesi, che costituiva il limite e la negazione da cui sarebbe sorto un nuovo rapporto nell’originalità della sintesi, la tesi si sarebbe sovrapposta completamente alla realtà: questa svolta venne interpretata come la fine della storia o come una fase totalmente originale della storia. Il futuro non sarebbe più stato testimone dei titanici scontri di ideologie, trasformandosi in un tempo dedicato alla risoluzione delle grandi questioni economiche e tecniche. Questa idea, sebbene espressa con altre formule, era già affiorata a più riprese in passato, tanto che Arnold Toynbee aveva parlato del “miraggio dell’immortalità” da cui ogni civiltà al suo apogeo finisce per essere persuasa, convincendosi di costituire il grado più alto e definitivo della società umana.

Le tensioni legate alle disfunzioni della globalizzazione e gli attacchi dell’11 settembre hanno fatto sì che la vittoria dell’Occidente nel confronto con il socialismo reale perdesse quel carattere trionfale che aveva assunto nelle suggestioni immediatamente coeve a quegli eventi che nel giro di pochi mesi stravolsero la carta politica mondiale.

Le teorie di Samuel Huntington sullo “scontro di civiltà” hanno rappresentato il primo tentativo organico di contestare l’idea del concretizzarsi di una fase “astorica” e l’ottimismo relativo all’unilinearità del processo di globalizzazione. Dopo la fine delle ideologie sarebbe l’appartenenza culturale, al cui interno svolgerebbe un ruolo chiave l’identità religiosa, a dettare le evoluzioni delle nuove alleanze geopolitiche. In questa prospettiva, pur rimanendo evidente la distribuzione asimmetrica del potere, il mondo si avvierebbe verso una situazione di sostanziale multipolarismo. Gli Stati Uniti resterebbero una “superpotenza solitaria”, contraddistinta da un primato in tutte le dimensioni del potere (diplomatico, economico, militare, tecnologico e culturale) e dalla capacità di promuovere le proprie posizioni globalmente. Ad un secondo livello, si attesterebbero alcune potenze regionali, dotate di un predominio ristretto solo ad alcuni quadranti e, dunque, prive degli strumenti necessari per mettere in atto una strategia di respiro mondiale (il direttorio franco-tedesco dell’Ue, Russia, Cina, India, Iran, Brasile). Ad un terzo livello, inoltre, si muoverebbero le potenze regionali secondarie, con interessi antagonistici a quelli delle altre potenze regionali (Gran Bretagna, Ucraina, Giappone, Pakistan, Arabia Saudita, Argentina).

La riflessione sul possibile tramonto dell’egemonia statunitense è stata affrontata anche da John Ikenberry che nel 2002 ha selezionato una serie di variabili la cui combinazione avrebbe portato ad un riequilibrio nel sistema. Tra le quattro individuate due erano di ordine politico, la rottura con la tradizione del multilateralismo e la diffusione del terrorismo globale, e altrettante di ordine socio-economico, l’irrompere di una profonda crisi finanziaria e la crescente indisponibilità dell’elettorato americano ad approvare l’investimento di denaro pubblico nelle istituzioni internazionali. Negli anni che hanno seguito il biennio di transizione 1999-2001, che con la “guerra umanitaria” in Kosovo e la “guerra al terrorismo” in Afghanistan costituisce un momento di rottura del ritmo rispetto all’andamento positivo del decennio precedente, tali condizioni sembrano essersi verificate, almeno parzialmente, tutte.
Potrebbe, quindi, aver spiegato i suoi effetti quello che Ken Organski ha definito il “fattore fenice”, ossia l’esaurimento di quel periodo di circa 15-20 anni, da considerarsi fisiologico in seguito ad ogni “guerra costituente”, durante i quali la potenza vincitrice del conflitto riuscirebbe ad ottimizzare i frutti della sua vittoria. A dispetto di queste considerazioni non risulta comunque possibile individuare quei rapporti e i soggetti la cui presenza è imprescindibile per dare una definizione chiara del sistema internazionale. Al contrario, ci troviamo dinanzi ad una serie di segnali che sembrano indicarci una situazione al momento intellegibile. Per quanto riguarda lo status giuridico in cui versano diversi Paesi esiste un’incredibile discrasia tra i soggetti coinvolti all’interno degli stessi eventi. Se gli Stati Uniti e numerosi paesi del Vicino Oriente e dell’Asia centrale si percepiscono in guerra, nessuno in Europa mette in discussione l’idea che il continente si trovi in uno stato di pace nonostante le numerose missioni militari in corso. Le conseguenze pratiche sono notevoli: gli atti che agli occhi dei primi sembrano legittimi in relazione al tempo di guerra, appaiono ai secondi come crimini penalmente perseguibili. Non risulta possibile, inoltre, isolare la vicenda performativa per il sistema internazionale, sul modello del confronto tra blocco occidentale e blocco sovietico che aveva caratterizzato il bipolarismo. Se alcuni non esitano a trovarla nel fronte Af-Pak, altri attribuiscono centralità al conflitto israelo-palestinese ed altri ancora al confronto tra Washington e Pechino o tra la Casa Bianca e il Cremlino.
Il sistema internazionale bipolare è stato connotato da un ordine ferreo in quanto dava la possibilità di nutrire aspettative. Una condizione che viene meno se non sono esattamente individuabili gli attori legittimati, o quanto meno effettivamente in grado, ad agire nel sistema internazionale. Attualmente non è possibile di indicare i soggetti principali: se tra il 1945 e il 1989 era inequivocabile che i protagonisti fossero gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, oggi risultano contrastanti le indicazioni relative ai soggetti dominanti del sistema, tanto che la teoria parla contemporaneamente di unipolarismo, bipolarismo e multipolarismo, mentre la prassi politica è testimone dell’alternanza di una serie di G-Forum a numero variabile. All’incertezza sui soggetti, si somma quella sulle alleanze. Queste durante la Guerra fredda si sono profilate come blocchi monolitici dai quali i membri non erano liberi di uscire, mentre le alleanze odierne hanno recuperato la loro tradizionale natura, ossia essere delle fluide “coalizioni dei volenterosi” la cui unione è dettata dalla missione. Ma occorre sottolineare non solo come sia difficile stilare previsioni sui protagonisti e le alleanze nel medio termine, ma come allo stesso modo sia difficile prevedere anche nel corto raggio le evoluzioni di alcuni attori minori: fare progetti su contesti in cui si muovono attori come il Kosovo, la Palestina, il Pakistan o l’Afghanistan è equivalente a scommettere su una partita di cui non si conosce l’identità dei giocatori in campo.

Infine il sistema internazionale contemporaneo sta definitivamente perdendo uno dei cardini acquisiti con la modernità, l’esclusività dello ius ad bellum degli Stati, che risultano sfidati sia dall’alto, dalle organizzazioni globali e regionali, che dal basso, dai partiti armati, dalle organizzazioni non-governative e dalle compagnie multinazionali. La guerra dopo aver perso con i conflitti mondiali e le lotte anticoloniali i limiti legati alla santuarizzazione di determinati soggetti, luoghi e tempi, sta registrando anche il dissolvimento della condivisione dello spazio comune, dell’uguaglianza della posta in gioco, della simmetria nelle dotazioni tecnologiche e del grado di mobilitazione delle popolazioni, nonché il suo carattere non discriminante. Per tale ragione è stata definita da Alessandro Colombo “guerra ineguale”.

Se il dibattito successivo all’11 settembre ha visto incrementare il gruppo dei sostenitori di un orizzonte multipolare, è stato fatto notare che proprio in relazione agli aspetti qui brevemente delineati le difformità tra il multipolarismo classico ed il sistema attuale risultano oggettivamente consistenti. Il primo, sorto con la Pace di Westfalia e terminato con la Seconda guerra mondiale, è stato fondato sull’esclusività degli Stati e la presenza di un numero esiguo di potenze alla costante ricerca di un equilibrio. Viceversa, oggi assistiamo alla presenza di un numero maggiore di centri di potere, tra cui alcuni costituiti da soggetti non-statali, con aspirazioni globali. Richard Haass, sulla base di queste considerazioni, ha sostenuto l’ipotesi di un’evoluzione verso un sistema “non-polare” (o “apolare”). Questa originale condizione implica l’effettività di numero di potenze concorrenti superiore rispetto al passato e la carenza di istituzioni e relazioni stabili i cui effetti risultino anche solo sommariamente prevedibili. Verrebbe meno, quindi, l’idea stessa di “scacchiere internazionale”, che ha implicato la certezza del numero e della natura dei “pezzi pesanti”, dei “pezzi leggeri” e dei “pedoni”, nonché la necessità di tempo per riflettere sulle opzioni strategiche al cospetto di un’arena le cui tendenze centrifughe impongono l’esigenza di scelte incessanti e, di conseguenza, di un tatticismo troppo spesso di corto respiro.