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Intervista all’ambasciatore britannico Jill Morris

“La Brexit è un processo irreversibile ed un nuovo referendum sarebbe una forzatura contro la democrazia. Ciò detto il Regno Unito esce dall’Unione Europea ma non dall’Europa”.

Intervista all’ambasciatore britannico Jill Morris - Geopolitica.info Il Messaggero
Sono queste le chiare parole con cui l’Ambasciatore Britannico Jill Morris si è espresso nelle scorse ore nella capitale italiana durante un intervista concessa ai margini di un incontro alla Business School del Sole 24 ore. Cortese, sorridente e molto chiara l’ambasciatore non si è sottratta alla domande.
Gentile Ambasciatore a che punto sono le trattative tra Bruxelles e Londra?
“L’esito del voto del giugno 2016 da parte degli elettori Britannici è stato inequivocabile e da questo punto dobbiamo partire. Il Parlamento britannico è oggi molto limpido: non vi è una maggioranza che voglia disattendere l’esito del quesito, non vi è una maggioranza che voglia proporre una nuova consultazione e non vi è di certo una maggioranza a Westminster che auspichi una hard Brexit e cioè attendere il fatidico 29 marzo senza un accordo tra le due parti. A questo punto non si può far altro che sedersi ad un tavolo e negoziare con i rappresentanti dell’Unione. Un compromesso che permetta a tutti di concentrarsi poi su una fase secondaria. Una fase che permetterebbe in futuro di godere quantomeno di benefici economici grazie ad accordi ad hoc su questo tema”
Qual è l’aria che si respira in Gran Bretagna in questo momento e come vive la popolazione questa fase storica?
“Occorre un netto distinguo. In alcuni ambienti di Londra, complice anche la stampa ed i media, si tende ad esasperare questa data come se si stesse aspettando la fine del mondo mentre in altre parti della Gran Bretagna la gente è convinta che il processo di negoziazione sia già chiuso. La verità sta nel mezzo e se un po’ di apprensione c’è bisogna con lucidità affrontare il momento. Il Premier May si sta mostrando all’altezza; è un vero leader che antepone gli interessi dei britannici a quelli del suo governo o del suo partito”.
L’Europa senza il Regno Unito sarà più debole e il Regno Unito senza Europa lo sarà altrettanto nello scacchiere internazionale?
“L’Europa sta vivendo un periodo di crisi e questo è innegabile. Eppure non si può oggi colpevolizzare, come molti erroneamente fanno, i cittadini britannici per ciò che hanno deciso. Anzi: bisognerebbe avere il coraggio di comprendere le ragioni del perché si è arrivati a questo e lavorare con convinzione per evitare che il vecchio continente sia ancora più debole nel prossimo futuro. Nel futuro poi si vedrà. Potrebbe essere, come auspico, che dopo l’accordo Londra e Bruxelles siedano ad un nuovo tavolo per una fase di cooperazione economica che possa essere positiva per tutti”.
 
Andando oltre la Brexit come sono le relazioni tra Roma e Londra?
“Tra i due paesi c’è sempre un legame forte indipendentemente dai singoli elementi politici ed ora più che mai. A Londra vivono 700.000 italiani e moltissimi di questi sono docenti universitari. Ci sono progetti che potranno ulteriormente consolidare l’asse tra i due Stati e la mia presenza è finalizzata proprio a questo”.
Le pericolose relazioni tra il Qatar e l’Iran

Potrebbe apparire inspiegabile la decisione da parte del Qatar di riallacciare le relazioni diplomatiche con l’Iran dopo un’interruzione durata più di venti mesi. Eppure per meglio comprendere il quadro mediorientale, bisogna analizzare i fatti degli ultimi anni affinché ci si possa fare un’idea di quanto sta accadendo oggi in quell’area e soprattutto cosa il futuro potrà riservare.

Le pericolose relazioni tra il Qatar e l’Iran - Geopolitica.info

Tutto ha inizio nel 1971 quando nel Golfo Persico, a metà strada tra le coste iraniane e qatariote, viene scoperto il più grande giacimento di gas naturale ad oggi esistente. Iniziate le estrazioni di prodotti energetici verso gli anni ’90, oggi il sito occupa uno spazio di quasi 10.000 km2 di cui circa il 60% viene gestito dalle autorità di Doha mentre il restante 40% è nella mani di Teheran. L’Iran è il secondo paese dopo la Russia a detenere riserve di gas naturale, mentre il Qatar è il terzo e, grazie alla concentrazione di riserve presenti nel bacino (chiamato South Pars in Iran e North Dome Field in Qatar), i due paesi hanno oggi potenzialità inimmaginabili di destabilizzazione nell’area.

La crescita repentina di Doha, che conta poco più di 2,5 milioni di abitanti, è dovuta infatti alla capacità di vendita e di esportazione di prodotti energetici al resto del mondo che hanno permesso al piccolo paese, che si affaccia sul Golfo Persico, di diventare una delle nazioni con il più alto reddito pro capite. L’Iran invece, con i suoi 80 milioni di abitanti, ha una storia molto diversa e travagliata e, rispetto a Doha, non è mai stata in grado di ottimizzare al meglio la sua capacità estrattiva nonostante le immense risorse che il territorio offre. Proprio per questa inadeguatezza le capacità tecnologiche tra i due paesi sono sempre state assai differenti, rendendo tesi i rapporti tra le due sponde del Golfo Persico sulla gestione dell’immenso giacimento.

Nel 2015, dopo l’accordo sul nucleare tra l’Iran e i 5 paesi negoziatori, è iniziato il periodo di allentamento delle sanzioni da parte della comunità internazionale nei confronti di Teheran. Tale mossa ha facilitato molteplici relazioni economiche con i paesi europei, offrendo alle multinazionali del vecchio continente interessanti prospettive energetiche. Non è casuale, infatti, la recente decisione della Total di investire 5 miliardi di dollari nel paese di Rohuani proprio all’indomani della visita del Ministro degli Esteri iraniano Zarif a Parigi, che ha già pronti contratti miliardari per vendere energia a paesi emergenti come l’India. Questo nuovo, precario ma emergente equilibrio iraniano, ha convinto Doha della necessità di sviluppare ulteriormente progetti di estrazione nel Golfo Persico insieme a Teheran aumentando la propria offerta da vendere sul mercato globale.

Succede poi, nel gennaio del 2016, che la sunnita monarchia saudita decida di condannare a morte il leader di fede sciita Nimr al Nimr accusato di terrorismo; alla notizia della decapitazione gli stessi sciiti insorsero in ogni parte del mondo ed in Iran, uno dei paesi sciiti per eccellenza, iniziarono le violenze contro le sedi diplomatiche di Riyad. La risposta dell’Arabia Saudita non si fece attendere e, in poche ore, il Governo “invitò” con forza i diplomatici iraniani a lasciare il territorio in non più di due giorni. Altri paesi sunniti, tra cui il Qatar, seguirono la scelta della monarchia saudita interrompendo ufficialmente le relazioni diplomatiche con Teheran, isolando di fatto il paese di Rouhani. La scelta di Riyad però non venne accettata con entusiasmo a Doha poiché da tempo il Qatar dell’Emiro Tamim al-Thani, come detto precedentemente, intrattiene fitte relazioni con l’Iran, e l’interruzione di canali formali tra i due paesi avrebbe rallentato possibili sviluppi economici per Teheran e Doha.

Nel giugno scorso arriva quindi la clamorosa decisione da parte del Bahrain, degli Emirati Arabi Uniti, dell’Arabia Saudita e dell’Egitto di interrompere le relazioni diplomatiche con il Qatar che, secondo alcuni analisti, ha motivazioni più verosimilmente legate a questioni energetiche e non politiche. Ufficialmente le monarchie del Golfo hanno accusato Doha di sostenere il terrorismo internazionale, di avere simpatie per Hamas ed Hezbollah ma soprattutto di aver sviluppato oramai legami troppo solidi e robusti con l’Iran. I rapporti tra Teheran e Doha all’indomani dell’isolamento non sono mai venuti meno, anzi gli iraniani hanno garantito a Doha una serie di rifornimenti fondamentali per la popolazione qatarina visto il suo isolamento geografico, concedendo lo spazio aereo vitale alla sopravvivenza della Qatar Airways. Una serie di gentilezze che, nei giorni scorsi, il Qatar ha deciso di ricambiare inviando a Teheran il proprio ambasciatore, interrompendo così quell’isolamento diplomatico iraniano fortemente voluto dall’Arabia Saudita e suscitando ulteriori irritazioni alla Casa reale saudita.

Arrivando alla cronaca di queste settimane, alcuniquotidiani internazionali hanno riportato di un incontro avvenuto a Tangeri in Marocco tra il Re saudita Salman con Abdullah al Thani, fratellastro dell’Emiro del Qatar Tamin bin bin Hamd al Thani, esiliato a Londra per dissapori; il timore è che Abdullah cerchi appoggi per prendere il trono dopo l’allontanamento da parte della Famiglia reale. Da annotare c’è però la più recente telefonata che lo stesso Tamin al-Thani avrebbe fatto a Re Salman nei giorni scorsi offrendo la propria disponibilità ad abbassare la tensione tra i due paesi. Certo è invece che la situazione destabilizzante in Medio Oriente è stata al centro dell’incontro tra il Presidente Trump e l’Emiro del Kuwait Sabah avvenuto nei giorni scorsi a Washington; nella cornice della Casa Bianca i due leader hanno ulteriormente rafforzato la storica amicizia tra gli USA e il Kuwait e, tra molteplici accordi economici, hanno auspicato una stabilizzazione nell’area del Golfo Persico. Ad entrambi infatti interessa un pronto ritorno alla stabilità nell’area per scongiurare il rafforzamento di un pericoloso asse tra Iran e Qatar.

I migliori podcast di politica internazionale e studi strategici

Abbiamo scelto per voi i migliori podcast internazionali dedicati alla geopolitica e alla politica internazionale, in attesa di conoscere i vostri programmi preferiti.

I migliori podcast di politica internazionale e studi strategici - Geopolitica.info

La parola “podcasting” è un neologismo che nasce dall’unione delle parole broadcasting e iPod, e indica una modalità di diffusione di file audio tramite internet.

La straordinaria diffusione del lettore musicale Apple nello scorso decennio ha determinato la scelta di inserire il nome del prodotto della casa di Cupertino per indicare questa specifica fruizione. Come già successo per altre innovazioni tecnologiche, ad esempio il Walkman della Sony negli anni ottanta, un determinato prodotto è riuscito a denominare una nuova modalità di consumo. Analogamente al Walkman, la fruizione di podcast ha seguito la propria evoluzione e oggi è possibile utilizzare qualsiasi software di riproduzione su molteplici piattaforme dai computer ai cellulari sino alle Smart Tv e ai lettori portatili. L’innovazione principale del podcasting, che lo distingue in maniera sostanziale dall’ascolto radiofonico, consiste nella possibilità di selezionare e ricevere i contenuti grazie ai feed RRS. Ossia impostando un software di gestione di feed si possono ricevere automaticamente i podcast per noi più interessanti.I podcast sono presenti sul web sin dal 2004, ma solo recentemente una nuova serie di contenuti dedicati ha rilanciato la fruizione di file audio dal web. Il successo dei podcast inizia nel 2014 con la creazione, nel mondo anglosassone, di programmi che richiamano grande attenzione sia di pubblico che di sponsor.Anche l’innovazione tecnologica ha giocato un importante ruolo. La diffusione di impianti stereo per le autovetture dotati di bluetooth e la sempre maggiore disponibilità di segnali wifi gratuiti o di abbonamenti dati omnicomprensivi sui cellulari hanno ridato linfa vitale al podcasting.In Italia il fenomeno non è particolarmente diffuso, ma alcune significative eccezioni mostrano una tendenza a seguire il trend che si sta verificando nei paesi anglosassoni.

Nel campo della geopolitica e della politica internazionali le risorse disponibili in podcast sono veramente notevoli. La maggior parte della programmazione è disponibile esclusivamente in lingua inglese ed è incentrata principalmente sulle dinamiche di politica internazionale. Qui di seguito trovate un elenco di podcast che la redazione di Geopolitica.info ha ritenuto opportuno segnalarvi.

I migliori podcast di politica internazionale e studi strategici:

La trasmissione settimanale del podcast del Center for Strategic and International Studies offre notevoli spunti di discussione e una serie di interessanti dibattiti. Le diverse trasmissioni sono incentrate su specifiche tematiche o regioni, “Russian Roulette” e “ChinaPower” sono i nostri preferiti.

Il “Global News Podcast” della BBC offre un dettagliato quadro giornaliero dei principali avvenimenti nel mondo, con frequenti approfondimenti e reportage esclusivi. Viene diffuso in due edizioni, rispettivamente a mezzogiorno e mezzanotte GMT, ed ha una durata approssimativa di 30 minuti.

“The World: The Latest Edition” della Public Radio International è un notiziario giornaliero della durata di circa quaranta minuti che copre sia le principali notizie di politica internazionale sia le news che spesso non riescono a ottenere una copertura mediatica. Rappresenta una ottima modalità per trovare informazioni su conflitti e avvenimenti da tutto il mondo.

Il podcast ufficiale delle Nazioni Unite offre dei reportage e delle notizie dai principali teatri di conflitto nel mondo in varie lingue.

Il Council on Foreign Relations ha un canale di podcast con reportage e servizi su temi di sicurezza nazionale e politica internazionale. Occasionalmente il podcast offre interviste con gli autori di libri e saggi dedicati alle relazioni internazionali. In particolare il programma The Word Next Week rappresenta uno dei migliori espempi di podcast nel settore.

Nel suo podcast lo studioso Micah Zenko si occupa principalmente di sicurezza informatica, con ospiti prestigiosi sia dall’ambito accademico sia dal mondo degli hacker, riuscendo ad offrire una visione completa ed inedita del fenomeno.

Il podcast di Fareed Zakaria, esperto della CNN di politica ed economia internazionale, è spesso animato da interviste e tavole rotonde con ospiti rilevanti.

Il podcast del Chief Commentator per gli affari internazionali del Financial Times Gideon Rachman offre numerosi spunti per la politica internazionale, in particolare sulle vicende del Vicino Oriente.

Al Jazeera offre numerosi podcast, con aggiornamenti continui e un focus prevalente sulle vicende dei paesi arabi e e del Medio Oriente.

La rivista Foreign Policy ha recentemente inaugurato un podcast settimanale, dedicato ad una singola tematica.

Il podcast di Foreign Affairs si avvale della collaborazione delle principali firme della prestigiosa rivista e rappresenta un importante momento di approfondimento nel campo delle relazioni internazionali.

The Economist è stata una delle prime testate ad usare in maniera completa lo strumento del podcast, la programmazione è oggi una delle principali risorse per gli aggiornamenti nella politica internazionale.

Il “Foreign Desk” della rivista Monocle offre un inedito punto di vista degli avvenimenti globali, con spunti divertenti e originali.

Per quanto riguarda i podcast in lingua italiana la selezione è molto più ristretta.

Innanzitutto la programmazione di Radio Radicale costituisce un ottimo punto di partenza per una lista sui podcast italiani. Tutte le puntate delle diverse rubriche sono disponibili per il download. Tra tutte la rassegna stampa estera (in onda martedì al sabato alle 7.15), Diplomatic (in onda illunedì alle 19:30) e la Rassegna di geopolitica ( in onda il lunedì, mercoledì e sabato alle 7.00) sono degli utili strumenti di comprensione della politica internazionale. LINK

Nelle prossime settimane pubblicheremo una lista più estesa dei podcast italiani che si occupano di politica internazionale, insieme ad una serie di riferimenti più dettagliata sui diversi podcast in lingua inglese dedicati alle singole aree geografiche.

Intanto aspettiamo i vostri suggerimenti e siamo molto curiosi di sapere quali sono i vostri preferiti podcast dedicati alle relazioni internazionali.

 

 

La Geopolitica e le Relazioni Internazionali

La nascita dell’idea di nazione, l’affermazione dell’uguaglianza giuridica degli individui e la levée en masse prodotte dalla Rivoluzione francese hanno generato una profonda trasformazione della società politica, che si è tradotta nel graduale ampliamento dei soggetti coinvolti nella gestione della cosa pubblica e nell’attività di indirizzo delle decisioni politiche. Successivamente il sorgere degli Stati-nazione e lo scontro titanico della Prima guerra mondiale, hanno rappresentato un salto di qualità nella mobilitazione di uomini, nel ricorso alla propaganda e nell’utilizzo di risorse materiali. In altre parole si è venuto a concretizzare un progressivo dilatamento degli spazi di significato non solo della “politica”, ma anche delle questioni ricomprese nella categoria del “politico”.

La Geopolitica e le Relazioni Internazionali - Geopolitica.info

A differenza della politica interna, che già prima dell’irruzione delle masse sulla scena pubblica aveva costituto un oggetto privilegiato dell’analisi scientifica, la politica internazionale negli ambienti accademici risultava affrontata solo indirettamente e con un alto livello di astrazione quale oggetto degli studi di teoria politica, diritto internazionale e storia diplomatica. Sul perseguimento del cosiddetto “interesse nazionale”, riformulazione ottocentesca del concetto di “ragion di Stato”, gravava la tradizionale prospettiva per cui le scelte dei governanti nella sfera internazionale dovessero rimanere avvolte nella cortina di fumo degli arcana imperii. Di conseguenza il suo studio restava limitato alla ristretta cerchia dei cosiddetti “consiglieri del principe”, ossia i diplomatici e i componenti del governo. L’ampliamento degli effetti generati dalle scelte internazionali degli Stati sulla società civile, tuttavia, ha incentivato l’incremento dell’attenzione pubblica sulla politica internazionale e favorito il sorgere di un ambito disciplinare autonomo, seppur eterogeneo per i metodi utilizzati e per i settori disciplinari di provenienza dei suoi membri, incentrato sulla sua analisi.

A cavallo tra la seconda metà del XIX secolo e gli inizi del XX secolo, l’incontro tra le diverse sensibilità della politologia, della storia e della geografia, unita alla volontà di definire e legittimare le strategie internazionali degli Stati, ha favorito l’affermazione della Geopolitica, un approccio scientifico che analizza la politica internazionale attraverso il suo rapporto con la dimensione spaziale. Sulla scorta dell’immagine hobbesiana del Leviatano, gli studiosi di Geopolitica hanno descritto lo Stato alla stregua di un “organismo vivente”, identificandolo con il corpo della nazione. Un’immagine sostenuta dalla crescente complessità dell’organizzazione statale, contraddistinta dalla specializzazione d

ei suoi enti e dal legame stabilito con gli attori economici nazionali. Non di rado questa prospettiva ha coinciso con la presentazione dello Stato quale un attore unitario e razionale e, di conseguenza, consapevole degli obiettivi da perseguire in un’arena internazionale popolata da unità simili.

Prendendo in considerazione il rapporto tra lo Stato, un’organizzazione animata dalla volontà di accumulare potere, e lo spazio, la dimensione dove prendono forma le dinamiche politiche, la Geopolitica è stata descritta come lo studio delle relazioni che esistono tra la condotta di una politica di potenza sviluppata sul piano internazionale e il quadro geografico in cui essa si esercita. Nella prospettiva di Yves Lacoste, più incline a considerare quali strumenti di analisi non solo il potere di coercizionee gli attori statuali, ma anche il potere di persuasione e gli attori non statuali, la Geopolitica si profila come «l’individuazione e il confronto sistematico delle percezioni e dei convincimenti che ogni gruppo politico ha nei riguardi dello spazio, derivanti non da una valutazione razionale e oggettiva dei propri interessi, ma dai suoi valori e ideologie, dalla sua cultura e dalla sua esperienza storica». In una prima fase la Geopolitica ha conosciuto uno sviluppo parallelo nel Regno Unito, dove prendendo le mosse dallo studio dei fattori che avevano permesso l’affermazione dell’Impero britannico, ha contribuito alla formulazione di strategie volte a preservare il dominio inglese sui mari, e in Germania, dove è risultata funzionale a presentare in chiave deterministica prima il “destino imperiale” dell’Impero guglielmino e poi l’espansione verso il Grossraum (grande spazio) orientale del Terzo Reich. In questa prospettiva la Geopolitica è divenuta una rappresentazione che i soggetti politici, statali e non, hanno dei rapporti internazionali in funzione dei propri interessi, dei loro valori e della visione del loro futuro e di quello del mondo.

Solo qualche decennio dopo la diffusione delle prime teorie geopolitiche, nell’ambito della Scienza politica ha ottenuto autonomia scientifica lo studio delle Relazioni internazionali. Tale disciplina, secondo Carlo Maria Santoro, si prefigge lo scopo di studiare la politica internazionale intesa «come il complesso degli eventi politici che scaturiscono dall’interazione fra unità politiche all’interno del contesto internazionale». Il concetto-oggetto delle Relazioni internazionali non è la politica estera di uno Stato o la semplice sommatoria delle politiche estere di un certo numero di Stati, ma quello di “sistema internazionale”. Quest’ultimo, cui viene attribuita un’esistenza autonoma rispetto agli attori che lo compongono, deriva la sua eccezionalità dal principio regolatore anarchico che ne connota la struttura e la distingue dalla dimensione domestica, ordinata e gerarchica. L’anarchia internazionale, da intendersi come assenza di un’autorità deputata a garantire l’ordine nell’ambiente internazionale, determina una condizione di incertezza e insicurezza che influenza l’azione degli Stati imponendo loro l’obiettivo primario della sopravvivenza (Cesa, 2007, pp. 25-26). Dalla comune volontà di affrontare in maniera sistematica lo studio delle dinamiche collegate alla natura del sistema internazionale, alla sicurezza degli Stati e alla guerra, sono emerse due principali tradizioni di pensiero:

  1. Dopo la conclusione della guerra del 1914-1918 ha visto la luce la scuola “liberale”, chiamata anche “idealista”. I suoi principali esponenti sono stati Alfred Zimmerm, Philip Noel-Baker e David Davies, la cui riflessione partiva dalla constatazione che la portata distruttiva della guerra nell’età contemporanea ne aveva irrimediabilmente reso disfunzionale il ricorso. Non consideravano, inoltre, la condizione di anarchia e la conflittualità come connaturate ai rapporti internazionali, ma causate dalla miopia dei governanti e dall’egoismo degli Stati. L’idealismo si è così rivolto verso l’individuazione delle condizioni e delle procedure in grado di incrementare la cooperazione a scapito del conflitto, fornendo alla teoria kantiana della “pace perpetua” un  supporto empirico e scientifico. In tal senso sono state avanzate alcune proposte: la diffusione di principi etico-politici universali, l’influenza “pacifista” dell’opinione pubblica sui governi e, soprattutto, la creazione di organizzazioni internazionali. Quest’ultima idea ha trovato il suo più importante riscontro concreto nel progetto riformista del presidente americano Woodrow Wilson e nella fondazione della Società delle Nazioni. Negli anni successivi al 1945, nell’ambito di questa tradizione, si è sviluppata la corrente “funzionalista”, che ha rilanciato il dibattito sulla possibilità di una progressiva integrazione politica attraverso il moltiplicarsi di agenzie specializzate nella risoluzione di problemi concreti. Secondo autori come David Mitrany e Ernst Haas la funzione positiva svolta da queste agenzie avrebbe fatto guadagnare loro la lealtà delle popolazioni, segnando il tramonto dell’autorità statale e la nascita di un’organizzazione politica globale (M. Koenig-Archibugi, 2007, pp. 107-111).
  1. Il precipitare degli eventi politici nel corso degli anni Trenta e Quaranta, al contrario, ha favorito l’ascesa della scuola “realista”. Riformulando le idee di Tucidide, Niccolò Machiavelli e Thomas Hobbes, il realismo ha denunciato il carattere prescrittivo delle posizioni idealiste, accusate di utopismo, e affermato l’immutabilità della natura anarchica della politica internazionale e l’importanza dell’analisi dei rapporti di forza tra le unità per una corretta comprensione delle dinamiche del sistema internazionale. Questa prospettiva ha negato l’efficacia dell’azione delle organizzazioni internazionali, confermata dal fallimento della Società delle Nazioni nel prevenire lo scoppio della Seconda guerra mondiale, e ribadito l’assoluta centralità dello Stato, considerato l’unico attore in grado di agire sia legittimamente, che effettivamente, nell’evento dirimente della vita internazionale: la guerra. Il realismo, i cui maggiori esponenti sono stati Edward Carr, Hans Morgenthau ed Henry Kissinger, si è così prefisso lo scopo di studiare la politica internazionale in funzione del comportamento concreto degli Stati e non in base a un loro comportamento auspicabile (Cesa, 2004, pp. 13-16). Nel secondo dopoguerra, parallelamente al realismo “ortodosso”, si è sviluppata la “scuola inglese”, che pur sottolineando le conseguenze di un ambiente anarchico sui rapporti di forza internazionali, ha enfatizzato la possibilità che la presenza di un’identità tra gli Stati possa portare al rispetto di alcune regole fondamentali e, quindi, all’attenuazione del grado di disordine internazionale. Sulla base di questo ragionamento Martin Wight e Hedley Bull hanno tracciato una distinzione tra una società internazionale, in cui gli Stati membri riconoscono il loro comune interesse nell’adeguarsi alle norme che hanno contribuito a istituire, e un sistema internazionale, dove gli Stati sono costretti a prendersi in considerazione solo in funzione di calcoli fondati sulla politica di potenza.

In Europa sia la Geopolitica, che le Relazioni internazionali hanno conosciuto un grande sviluppo nel corso della prima metà del Novecento, mentre la seconda metà del secolo ha rappresentato un momento critico, anche se in misura evidentemente diversa, per entrambe le discipline. In questa fase la Geopolitica ha subito una vera e propria damnatio memoriae, non solo perché associata ai progetti espansionistici della Germania nazionalsocialista, ma anche in quanto vittima della logica di proscrizione in cui sono incappate le narrazioni politiche diverse da quella dello scontro tra i due blocchi. Le Relazioni internazionali, dal canto loro, hanno risentito in un altro senso dell’assetto bipolare sorto dopo il 1945. Il primato di Washington sugli Stati alleati dell’Europa occidentale si è tradotto nell’affermazione delle università, delle riviste scientifiche e dei think tank americani quali motori del dibattito sulle Relazioni internazionali, tanto che questa è stata considerata alla stregua di una “scienza americana”. Ne è derivata la marginalizzazione di autori europei del calibro di Carl Schmitt e Raymond Aron, causata dalla loro distanza dai temi verso cui la comunità scientifica d’Oltreoceano ha orientato la sua attenzione. L’americano-centrismo, inoltre, ha sostenuto la fiducia nelle tesi relative al superamento dei principi “classici” sui cui è stata fondata la politica internazionale europea, sovranità e non ingerenza, ad opera di nuovi valori, norme e istituzioni (Colombo, 2007, pp. 33-35).

Già nel corso della fase conclusiva della Guerra fredda, tuttavia, si è verificata un’inversione di tendenza. Il profilarsi del tramonto delle ideologie, l’emergere di fratture etno-nazionalistiche e l’incrinarsi della compattezza del blocco socialista ha permesso lo sdoganamento pubblico della Geopolitica e il suo affrancamento dagli studi geografici in favore di un parziale assorbimento nel settore politologico. Le Relazioni internazionali negli Stati Uniti hanno confermato la loro importanza, grazie all’analisi sistemica dell’interazione tra struttura e unità politiche di Kenneth Waltz e alle riflessioni su hard power, soft power e smart power di Joseph Nye. Contemporaneamente il margine di manovra crescente ottenuto dagli Stati europei di fronte alla crisi del blocco comunista e gli scenari collegati all’evoluzione della Comunità economica europea in una vera e propria unione, hanno rilanciato l’interesse nei confronti della disciplina sul nostro continente e, soprattutto, in Italia. La fine del bipolarismo, l’euforia sulla globalizzazione degli anni Novanta e la fase di “crisi” seguita ai bombardamenti contro la Serbia nel 1999 e all’attentato dell’11 settembre 2001 hanno definitivamente consacrato questa tendenza (Bonanate, 2009, pp. 6-8). Si sono così imposti all’attenzione pubblica temi, che stanno per trasformarsi in classici, come il confronto tra la teoria della “fine della storia” di Francis Fukuyama e quella dello “scontro delle civiltà” di Samuel Huntington, la contestazione della legittimità dell’Onu e del monopolio della violenza degli Stati (Colombo, 2006), l’inevitabilità dell’alleanza tra Stati Uniti ed Europa (Parsi, 2003), e ancora, la politicizzazione della religione e la sua influenza sulla condotta delle unità politiche.

Articolo tratta da: La geopolitica e le relazioni internazionali, in C. Mongardini (a cura di), Pensare la politica. Per un’analisi critica della politica contemporanea, Bulzoni, Roma, 2012, pp. 297-302.

Glossario: A-H

Capitalismo (1): La “società borghese” è quella organizzazione sociale divisa in classi che vede il predominio all’interno dell’organizzazione della società dedicata alla riproduzione della vita materiale (l’economia) del “modo di produzione capitalistico”. Il suo nucleo centrale va riscontrato nell’appropriazione da parte di una classe (la borghesia) del “plusvalore”. (K. MARX).

Capitalismo (2): L’avidità smodata di guadagno non si identifica minimamente col capitalismo e meno ancora con il suo “spirito”. Al contrario il capitalismo si identifica in un’impresa continua, razionale, di un guadagno sempre rinnovato: ossia della redditività. Un atto economico capitalistico deve significare in primo luogo un atto che si basa sull’attesa di un guadagno consentito dallo sfruttamento di possibilità di scambio – dunque su probabilità di interazione (formalmente) pacifiche (M. WEBER, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Bur, Milano, 1998, pp. 37-38).

Capitalismo (3): Il capitalismo è un modo di produzione che soddisfa l’esigenza d’accumulazione illimitata del capitale attraverso mezzi formalmente pacifici, reimpiegando perpetuamente il capitale nel circuito economico con lo scopo di trarne profitto, ossia ottenendo un surplus che sarà a sua volta reinvestito (L. BOLTANSKI – E. CHIAPPELLO, Le nouvel esprit du capitalisme, Gallimard, Paris, 1999, p. 37).

Capitalismo (4): Il capitalismo è un processo economico in cui entrano in gioco attori privati che coordinano la loro attività economica attraverso il mercato per ottenere accumulazione e crescita (R. DAHRENDORF, Il conflitto sociale nella modernità. Saggio sulla politica della libertà, Laterza, Roma-Bari, 1989, p. 29).

Democrazia (1 – definizione descrittiva): un sistema etico-politico nel quale l’influenza della maggioranza è affidata al potere di minoranze concorrenti che l’assicurano (G. SARTORI, Democrazia e definizioni, Il Mulino, Bologna, 1957, p. 105).

Democrazia (2 – definizione descrittiva) 2: un meccanismo che genera una poliarchia aperta la cui competizione nel mercato elettorale attribuisce potere al popolo, e specificamente impone la responsività degli eletti nei confronti degli elettori (G. SARTORI, Democrazia. Cosa è, Rizzoli, Milano, 1993, p. 108).

Democrazia (3 – definizione procedurale): è lo strumento istituzionale per giungere a decisioni politiche, in base al quale singoli individui ottengono il potere di decidere attraverso una competizione che ha per oggetto il voto popolare (J.A. SCHUMPETER, Capitalismo, socialismo e democrazia, Etas Libri, Milano, 2001, p. 279).

Globalizzazione (1): la scala più estesa, la crescente ampiezza, l’impatto sempre più veloce e profondo delle relazioni interregionali e dei modelli di interazione sociale. Esso si riferisce ad una vera e propria trasformazione nella scala dell’organizzazione della società umana, che pone in relazione comunità tra loro distanti ed allarga la portata delle relazioni di potere abbracciando tutte le regioni del mondo (D. HELD, A. MCGREW, Globalismo e Antiglobalismo, Il Mulino, Bologna, 2003, p, 9).

Globalizzazione (2): è il processo attraverso il quale diverse società nella storia del mondo vengono incorporate in un sistema globale (G. MODELSKI, Principles of World Politics, Free Press, New York, 1972).

Globalizzazione (3): l’intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località distanti facendo sì che gli eventi locali vengano modellati dagli eventi che si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa (A. GIDDENS, Le conseguenze della modernità, Il Mulino, Bologna, 1994, p. 71).

Globalizzazione (4): la diffusione di connessioni transplanetarie – e in tempi recenti più specificamente sovraterritoriali – tra persone. Da questo punto di vista, la globalizzazione comporta la riduzione delle barriere a contatti transmondiali. Le persone diventano più capaci – fisicamente, legalmente, culturalmente e psicologicamente – di rapportarsi le une alle altre in «un solo mondo» (J.A. SHOLTE, Globalization. A Critical Introduction, Palgrave Macmillian, Basingstoke, 2005).

Glossario: I-P

Impero (1): è il controllo diretto di un dato territorio, attraverso un’amministrazione che esprime gli interessi dell’Impero, ai fini della costruzione di una relazione economica che favorisca il centro a danno della periferia (S. FABBRINI, L’America e i suoi rivali, Il Mulino, Bologna, 2005, p. 224).

Impero (2): Un sistema di dominio politico, non necessariamente diretto, in base al quale un potere imperiale ottiene ciò che vuole dai governi che ha creato, o che sostiene o di cui è il patron (M. WALZER, Is there an American Empire?, in “Dissent”, autunno 2003).

Politica (1): è l’azione che tende a unire, conservare, condurre l’insieme sociale e la pluralità che lo caratterizza, l’arte che ha luogo all’ombra di un dramma sempre possibile ma che da alla vita secondo ragione, alla libertà e all’aspirazione al bene la loro possibilità e la loro attualità (R. ARON, Thucydide et la récit historique, in ID, Dimensions de la conscience historique, Libraire Plon, Paris, 1961, p. 116).

Politica internazionale: è il complesso degli eventi politici che scaturiscono dall’interazione fra unità politiche all’interno del contesto internazionale (C.M. SANTORO, Treccani – Enciclopedia delle Scienze Sociali).

Potere-potenza (Macht): è la possibilità di far valere entro una relazione sociale, anche in presenza di un’opposizione, la propria volontà, quale che sia la base di questa possibilità (M. WEBER, Economia e Società, Edizioni di Comunità, Milano, 1961, vol. II, pp. 51-52).

Potere-autorità (Herrschaft): è la possibilità che un comando determinato trovi obbedienza presso certe persone (M. WEBER, Economia e Società, Edizioni di Comunità, Milano, 1961, vol. II, pp. 248-250).

Potere (definizione ecologica): è la capacità di un insieme di attività o “nicchie” di stabilire le condizioni in cui gli altri devono funzionare (O. DUNCAN, L. SCHNORE, Cultural Behavioral and Ecological Perspectives in the Study of Social Organization, in “Journal of American Sociology”, n. 65, settembre 1959, p. 139).

Potere (definizione in termini di potenzialità): è la misura in cui un attore è in grado di influenzare gli altri più di quanto questi influenzino lui (K. WALTZ, Teoria della politica internazionale, Il Mulino, Bologna, 1987, p. 349).

Prelegittimità: ogni governo legittimo è, all’inizio, un governo che non ha ancora, ma cerca di conquistare, il consenso universale ed ha buone probabilità di riuscita: diventerà legittimo il giorno in cui riuscirà a disarmare le opposizioni provocate dal suo avvento (G. FERRERO, Potere, Edizioni di Comunità, Milano, 1947, p. 29).

Prestigio (1): è il riconoscimento da parte degli altri popoli della forza di uno Stato. Il prestigio assume un’importanza enorme: se la forza di uno Stato è riconosciuta, questo può generalmente conseguire i suoi obiettivi senza farne ricorso (E.H. CARR, Great Britain as a Mediterranean Power, Cust Foundation Lecture, University College, Nottingham, 1937, p. 10).

Prestigio (2): è uno dei fattori imponderabili della politica internazionale, ma è strettamente connesso con il potere di far associare la propria azione ad un ordine morale: è l’influenza derivata dal potere (M. WIGHT, Power Politics, Continuum, London, 2004, p. 97).

Prestigio (3): il prestigio è il potere basato sulla reputazione, mentre l’onore è la reputazione fondata sul potere (H. NICOLSON, The Meaning of Prestige, C.U.P., Cambridge, 1937, p. 9).