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Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di)

[…] Con specifico riferimento al Mediterraneo, Berlusconi decise di migliorare le relazioni bilaterali con la Libia puntando sulla normaliz­zazione dei rapporti con Muhammar Gheddafi il quale, grazie agli sfor­zi diplomatici del Regno Unito di Tony Blair, da “cane pazzo del Me­dio Oriente”, stava diventando un interlocutore, se non propriamente affidabile, certamente meno minaccioso.

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La scelta di normalizzare i rapporti con la Libia, superan­do gli ultimi attriti prodotti dal passato coloniale, veniva collegata con­cettualmente alle garanzie di sicurezza di Israele. Supportare Gheddafi significava da un lato sfruttare la stabilizzazione delle relazioni tra i due paesi come volano per la penetrazione nell’Africa subsahariana, dall’al­tro legittimare uno dei principali avversari della Lega Araba, dell’A­rabia Saudita e del Qatar. Finché il fronte arabo rimaneva spaccato al suo interno, Israele poteva perseguire una diplomazia di cauti accordi bilaterali e assicurare la propria posizione nella regione. […]

Il 10 febbraio 2004, durante un bilaterale a Tripoli, il colonnello confidò a Berlusconi di aver pau­ra di “fare la fine di Saddam Hussein”, catturato dagli americani il 13 dicembre 2003 poco fuori Tikrit. Fu questo evento, oltre alle pressioni provenienti dal secondogenito Saif al-Islam, dal capo del Mukhabarat, Moussa Koussa, e da un certo fermento interno al regime, a convincere il ra’is a rinunciare definitivamente ad ogni velleità nucleare e ad accet­tare la proposta di Blair di smantellare la tecnologia in suo possesso. In cambio, la Libia fu tolta dalla lista nera degli Stati Uniti e le sanzioni economiche revocate. Mentre Gheddafi invitava tecnici americani a su­pervisionare lo smantellamento delle centrifughe nucleari, Saif al-Islam si intratteneva in una serie di colloqui riservati a Londra con l’MI6 bri­tannico e la CIA, fornendo informazioni su al-Qa’eda.

Sebbene il Colonnello avesse optato per una politica di apertura, l’Italia paradossalmente finì per restarne schiacciata. L’anti-italianismo faceva parte dell’arsenale retorico di Gheddafi dal 1969 ma, in un con­testo di isolamento ed embargo, intrattenere rapporti più o meno stret­ti con Roma era necessario a sopravvivere. Tuttavia, venute meno tali condizioni, la retorica anti-italiana poteva essere utilizzata senza il ti­more che questo potesse causare danni all’economia libica in quanto, tra 2003 e 2010, la Libia divenne una sorta di Klondike del Nord Africa. Nonostante l’Italia fosse ancora il primo partner commerciale, il regime libico continuò a giocare una partita fatta non di scambi ma di ricatti. […] Alla richiesta di suggerimenti e indicazio­ni da parte dell’ambasciatore Francesco Paolo Trupiano, Berlusconi ri­spose: “Galleggiare, Ambasciatore. Bisogna galleggiare!”.

Alla erraticità della politica estera italiana, corrispondevano le stra­nezze, le manie e i cambiamenti di umore del Colonnello. Alle proposte negoziali, alle promesse, l’ambiguità degli interlocutori, la loro inaffida­bilità e le continue lotte intestine che coinvolgevano tanto la famiglia del ra’is, con i suoi viziati ed imprevedibili figli, quanto gli uomini del regime come l’ambasciatore Hafed Gaddur, il ministro Shalgam, il capo dei servizi Moussa Koussa e il cognato del Leader, Abdallah Senoussi, quest’ultimo a capo del temutissimo apparato di sicurezza interna.

Durante il Governo Prodi, la Farnesina guidata da Massimo D’A­lema riuscì ad intavolare i principali punti di una trattativa per giunge­re alla firma di un Trattato di Amicizia che permettesse di superare, una volta per sempre, il passato coloniale. Nonostante sostanziali progressi, come sempre rallentati da uno snervante e continuo gioco al rialzo libi­co, il Governo riuscì a malapena ad elaborare una bozza e ad approvare, tramite il Ministro dell’Interno Giuliano Amato, un accordo per il con­trollo dell’immigrazione nel dicembre 2007.

Per il governo di Tripoli l’u­nica condizione che avrebbe reso possibile l’accettazione delle posizioni italiane era che la controparte tenesse fede ai contenuti della Dichiara­zione Congiunta sottoscritta da Dini nel 1998, la quale collegava la nor­malizzazione delle relazioni tra i due paesi al “Grande Gesto” riparatore. In poche parole, Gheddafi voleva un’autostrada costiera che da Tu­nisi arrivasse fino ai confini con l’Egitto, per collegare le zone più popo­lose della Libia, e voleva che a pagare per quel progetto faraonico fosse, con la scusa del colonialismo, l’Italia.

Quando Berlusconi rientrò a Palazzo Chigi nel 2008, il premier decise di dare nuovo impulso al negoziato spendendosi personalmente nell’assicurare i capricci del Colonnello. Gli incontri, che spesso lascia­rono l’ambasciata a Tripoli se non all’oscuro comunque informata sul fatto compiuto, furono portati avanti in trattative separate alla Farnesi­na durante il mese di agosto dall’ambasciatore Gaddur, dal viceministro per gli affari europei Al-Obeidi, dal viceministro Siala, da un consulen­te giuridico libico, e, per la parte italiana, da Gianni Letta, funzionari della Direzione Generale del Ministero e dal Consigliere di Legazione Luzzi, all’epoca già in servizio a Tripoli.

I negoziati furono conclusi nel giro di poche settimane e la firma del Trattato di Amicizia e Coopera­zione fra Italia e Libia fu fissata al 31 agosto 2008 con la contestuale re­stituzione della Venere di Cirene.  Sebbene i contenuti del Trattato fossero più gravosi per l’Italia che non per la Libia (e Berlusconi dovette assumersi la responsabilità personale di approvare alcune variazioni finanziarie per un capriccio di Gheddafi che rischiava di far saltare la cerimonia della firma), l’accor­do sanciva la parificazione e la normalizzazione definitiva dei rapporti tra i due paesi dopo oltre quarant’anni. Nelle sue memorie, l’ambascia­tore Trupiano ha ricordato che, tra le varie clausole del Trattato, vi era l’obbligo per l’Italia “nel rispetto dei principi della legalità internazio­nale, [a non] usare, né permettere l’uso dei propri territori in qualsia­si atto ostile contro la Libia”. A posteriori potrebbero sembrare parole profetiche ma all’epoca erano la manifestazione della paura ossessiva che Gheddafi aveva dei bombardamenti americani del 1986. […]

Dopo le intese con Stati Uniti, Regno Unito, Francia e la chiusu­ra del contenzioso per le infermiere bulgare, il Trattato con l’Italia completa il processo di pieno reinserimento della Libia nel contesto internazionale. Dopo esser stato per decenni messo all’indice dalla comunità internazionale, Gheddafi può ora ben dire di aver chiuso i conti con il suo stesso passato.

Paradossalmente, i conti per il Colonnello si sarebbero chiusi in meno di tre anni quando la crisi interna al regime finì per saldarsi con l’onda delle Primavere Arabe. Il tenue riformismo di Saif al-Islam ebbe l’effetto contrario di far credere che le aperture del regime fossero stru­mentali a garantirsi l’appoggio dell’Occidente e dunque a preservare lo status quo, fatto che spinse alla definitiva rottura tra popolo e regime e all’inizio delle rivolte.

Il nuovo corso della politica libica non aveva lasciato certo indiffe­rente neanche la Francia di Nicholas Sarkozy che, dopo la sua elezione all’Eliseo, fin da subito aveva iniziato a intessere strette relazioni con i leader nordafricani. Ma nel febbraio 2011, durante le Rivolte Arabe, il Presidente francese impresse una torsione e, riconoscendo il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) dei ribelli come l’unico governo legit­timo in Libia, chiese le dimissioni del ra’is. Complice il Regno Unito di David Cameron e una inizialmente reticente Hillary Clinton, Sar­kozy si adoperò affinché venisse approvata una risoluzione dell’ONU per imporre una zona di interdizione al volo sulla Libia […].

Lo scopo della risoluzione tuttavia, più che difendere i guerriglieri libici, a cui Parigi già garantiva mezzi, denaro e il supporto delle forze speciali transalpine per tramite di Ab­delfateh Youness, era quello di avere copertura giuridica all’uso della forza nei confronti del Colonnello. Saif al-Islam, probabile successore del padre alla guida del regime insieme al fratello Mohatassim, accusò Sarkozy di voler muovere guerra alla Libia per coprire i finanziamenti illeciti, più di 50 milioni di euro, che il Presidente avrebbe ricevuto dal governo libico per la sua campagna elettorale. Sebbene l’accusa abbia poi avuto una coda giudiziaria anche Oltralpe, non è solo un caso di tan­genti o l’influenza sull’Eliseo di un atipico intellettuale come Bernard Henry-Lévi che possono spiegare una guerra. Le motivazioni, allora, sono da ricercare in un quadro più complesso e meno univoco.

Di fronte all’acuirsi della crisi provocata dalle Primavere Arabe, Parigi si trovò nella scomoda posizione di aver sostenuto, fino a po­chi mesi prima l’inizio delle rivolte, tutti quei regimi che le avevano permesso di tenere un piede nell’Africa Nord-Occidentale. La caduta di Ben Alì in Tunisia e di Hosni Mubarak in Egitto colse contropiede buona parte delle cancellerie europee che si trovarono improvvisamen­te ad avere a che fare con interlocutori le cui posizioni erano, per usa­re un eufemismo, assai ambigue. La possibilità che una situazione del genere potesse ripetersi in Libia, dove la crisi del regime fu innescata proprio dalla paura che il riformismo di Saif al-Islam preannunciasse la definitiva accettazione dello status quo da parte degli occidentali, spin­se Sarkozy ad invertire bruscamente la rotta della sua politica africa­na.

Allinearsi con il CNT significava scommettere sulla fine di Ghed­dafi e giocare di anticipo sul recupero della posizione francese in una nuova Libia. Sarkozy cercava così di cogliere da un lato il frutto, an­cora acerbo, di un Nord Africa post-rivolte che guardasse con favore al protettore francese, dall’altro di capitalizzare un successo internaziona­le che potesse rinsaldare la sua credibilità presso l’elettorato di Francia. Ancora una volta, ragioni di politica interna, ad un anno dalle elezioni presidenziali, tenevano il passo a quelle strategiche e regionali, forse addirittura incedendo con veemenza su di esse. Se a queste motivazio­ni di fondo possono esserne aggiunte altre, come le ipotesi avanzate da Sidney Blumenthal, uomo americano a Tripoli, in alcune e-mail con­fidenziali inviate ad Hillary Clinton durante la guerra, esse appaiono più come elementi marginali che possono aver rinforzato decisioni già maturate.

Tra questi elementi secondari vi era certamente il desiderio francese, al fine di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento in Africa nord-occidentale, di ottenere una maggiore quota delle risorse energetiche libiche, incluso l’uranio nella striscia di Aouzou a cavallo tra Ciad e Fezzan, a scapito dell’Italia e dell’ENI, e forse, ma qui si entra nella speculazione e nelle operazioni coperte del DGSE, neutralizzare un possibile tentativo di Gheddafi di sostituire il CFA (Franco Fran­cese Africano), la cui convertibilità è ancora oggi garantita dal Tesoro della Repubblica, con una nuova valuta ancorata al dinaro libico. Mo­tivazioni di circostanza certamente forti, ma non unicamente sufficienti a giustificare un intervento armato, le cui ragioni devono allora essere ricercate nel quadro più complesso sopra delineato.

Sebbene avesse condannato l’uso dell’aviazione da parte di Ghed­dafi, Berlusconi fu contrario all’idea di muovere guerra alla Libia. An­che in questo caso, motivazioni di circostanza, come il timore che la fine del regime avrebbe significato il collasso del paese e la precarizzazione degli interessi economici, energetici e di sicurezza italiani, si sommava­no a ragioni a monte che, nel caso di Berlusconi, rispondevano al con­dizionamento dei suoi rapporti di amicizia con Gheddafi, al rispetto del Trattato di Bengasi del 2008 e ad una sua etica personale che pone al di sopra delle contingenze, per quanto gravi esse possano essere, il princi­pio pacta sunt servanda.

Ciò nondimeno, il Cavaliere si trovava all’epoca in una posizione negoziale estremamente debole; attaccato dalla magi­stratura per il caso Ruby, separato in casa con il Ministro Tremonti, nel pieno della crisi del debito sovrano, si trovò isolato in una Europa dove Berlino si era ritirata in disparte mentre Londra e Parigi sembravano essere tornate all’entusiasmo della spedizione di Suez. Come se non ba­stasse, in quel frangente Palazzo Chigi e il Quirinale erano più distanti che mai. La sera del 17 marzo, mentre all’ONU si votava la risoluzione contro la Libia, Berlusconi con il resto del governo era all’Opera per le celebrazioni dei 150 anni di Unità Nazionale. Durante una pausa ci fu una riunione nel foyer con Ignazio La Russa, Franco Frattini, in colle­gamento telefonico da New York, Gianni Letta e il Presidente Napoli­tano che, insieme al ministro degli esteri e della difesa, sosteneva la necessità di allinearsi alle posizioni degli alleati in Europa.

“Mi rimetto a lei, Presidente”, disse Berlusconi. La posizione del Capo dello Stato, che in quel momento era sostenuta da vasti set­tori dell’opinione pubblica e delle forze politiche di opposizione, non è ancora stata chiarita ma è possibile ipotizzare che, a fronte di un inde­bolimento conclamato del Governo e del Presidente del Consiglio, e ad una antipatia mai nascosta per il leader libico, il Quirinale temesse che l’isolamento italiano potesse aggravarsi, scalzando definitivamente l’I­talia da un dossier vitale come quello nord-africano. Dando per sconta­to la caduta di Tripoli nelle mani dei ribelli, se l’Italia fosse rimasta dal­la parte di Gheddafi, o comunque defilata come la Germania, avrebbe quasi certamente perduto la possibilità di incidere sul futuro processo di transizione e quindi tutelare i propri interessi. Fino a quel momen­to infatti, l’Italia aveva separato la questione politica, riconoscendo il CNT e legittimando Mustafa Abdel-Jelil quale capo di Stato ad interim, da quella militare.

Al vertice di Parigi del 19 marzo, Berlusconi tentò comunque di ar­ginare la foga di Sarkozy, goccia che fece traboccare l’acqua dal vaso nel rapporto già logoro tra i due politici. Tuttavia, poiché la guerra non si sarebbe potuta fare senza le basi italiane, Berlusconi ottenne, in cam­bio del supporto logistico, che le operazioni fossero gestite dalla NATO così da sottrarne la guida ai Comandi francesi e inglesi. La resisten­za del governo di Parigi fu vinta solo grazie alla mediazione di Hillary Clinton e alle pressioni inglesi: quest’ultimi dimostravano, ancora una volta, quanto fosse importante per loro ancorare interventi di sicurezza alla cornice euroatlantica. Ciò nondimeno, negli stessi giorni circolò la voce che tra i bersagli da colpire fossero stati inseriti anche alcuni ter­minali petroliferi dell’ENI, una circostanza che l’ex Ministro Frattini ha definito: “Non inverosimile”.

[…] L’Italia mise a disposizioni le sue basi e, in una prima fase, gli aerei ricognitori italiani monitorarono unicamente i radar antiaerei libici. In aprile, tuttavia, il Governo decise di autorizzare i bombardamenti e l’A­eronautica iniziò la guerra vera. Da Grosseto decollarono i Tornado che, riforniti in volo sul Golfo della Sirte, utilizzando missili SCALP-EG Storm Shadow, sferrarono attacchi di profondità oltre le linee dell’eser­cito libico. L’Italia si premunì, per evitare vittime civili, ottenendo una sorta di diritto di veto sulle singole sortite e rifiutandosi di illumina­re gli obiettivi qualora il rischio di danni collaterali fosse stato ritenuto troppo alto. […].

Quando la guerra finì e Gheddafi fu esecutato insieme al figlio Mohatassim, Silvio Berlusconi si limitò a commentare “Sic transit gloria mundi”. Un epitaffio involontario anche per la fine, che sarebbe giunta di lì a poche settimane, del suo governo e della sua politica dell’amicizia.

Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di), con una prefazione di Giulio Sapelli, pp. 456, Idrovolante Edizioni;

Bella e perduta – L’Italia nella politica internazionale

Sette ragioni per cui la Nato può festeggiare oggi i suoi “primi” 70 anni

L’esperienza della Nato sembra discostarsi rispetto al normale ciclo di vita delle alleanze. E, allora, quali sono le ragioni che spiegano tale longevità? L’intervento di Gabriele Natalizia, Sapienza Università di Roma, e Lorenzo Termine, Centro studi Geopolitica.info

Sette ragioni per cui la Nato può festeggiare oggi i suoi “primi” 70 anni - Geopolitica.info

Dopo la fine della Guerra fredda in molti si chiesero se la Nato avrebbe resistito all’urto del tempo. La storia, infatti, insegnava che le alleanze si dissolvono non appena il nemico in funzione di cui nascono viene meno. Era accaduto per gli Alleati dopo il secondo conflitto mondiale quando Stati Uniti, Regno Unito e Unione Sovietica, una volta sconfitta la Germania nazista, erano tornati a guardarsi con sospetto. Scavando nel tempo, non fu differente la sorte della coalizione di Austria, Inghilterra, Russia e Prussia dopo la vittoria su Napoleone nel 1815. Si era assistito alla stessa dinamica anche tra i confini di uno stesso Stato: in Cina comunisti e nazionalisti erano riusciti a consolidare un fronte unito contro il comune nemico giapponese, ma dopo il 1945 l’alleanza non era sopravvissuta.

L’esperienza della Nato sembra discostarsi rispetto al normale ciclo di vita delle alleanze. E, allora, quali sono le ragioni che spiegano tale longevità?

1. Perché il Patto Atlantico non stabiliva la nascita di un’alleanza contro l’Unione Sovietica, ma sanciva il principio della difesa collettiva contro un molto più generico “attacco esterno” nei confronti dei territori dell’Europa e dell’America settentrionale. Questa previsione confuta, peraltro, gli argomenti di quanti, dopo il collasso dell’Impero sovietico, hanno previsto – o auspicato – lo smantellamento della Nato (tra cui anche il presidente russo Vladimir Putin);

2. Perché la Nato è un’alleanza eccezionale rispetto al passato in virtù della sua elevata “istituzionalizzazione”. La sua natura di organizzazione, infatti, da un lato ha facilitato i rapporti tra gli alleati e favorito la coerenza degli obiettivi anche dopo la fine della Guerra fredda, dall’altro le ha fatto sviluppare un naturale istinto all’autoconservazione;

3. Perché la Nato è un’esperienza di successo e, come scrisse Edward Carr, nella politica internazionale “nulla ha più successo come il successo stesso”. L’Alleanza Atlantica non solo ha agito da principale bastione e deterrente nei confronti del Patto di Varsavia, risultando tra i protagonisti della vittoria della Guerra fredda. Dopo il 1989-1991, infatti, ha dimostrato una grande capacità di adattamento, riuscendo ad operare in teatri nuovi (nelle missioni out of area), contro soggetti diversi – Stati (es. Deliberate Force), organizzazioni terroristiche (es. International Security Assistance Force), reti criminali (es. Ocean Shield) – e svolgendo compiti differenziati (es. combat, addestramento e assistenza, ricostruzione post-conflitto, interdizione al volo, soccorso post-calamità). Infine, la Nato oltre ad allargarsi fino a ricomprendere gli attuali 29 membri è riuscita a cooperare con un numero crescente di attori – statali e non statali (si pensi alla relazione tra Nato e Unione Europea) – attraverso fitte reti di partnership e cooperazione;

4. Perché al momento sia gli Stati Uniti che i Paesi europei non vedono all’orizzonte alleati migliori o più affidabili. La Nato, infatti, ha dimostrato di costituire un’alleanza credibile non solo dal punto di vista delle capacità, ma anche per quanto riguarda la coesione. Dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, tutti gli alleati hanno risposto alla chiamata degli Stati Uniti in conformità all’art. 5 del Trattato sulla “difesa collettiva”.

5. Perché gli Stati Uniti sono in una fase di retrenchment. A seguito della crisi fiscale del 2008, Washington si confronta con quella che Paul Kennedy ha definito “sovraestensione imperiale”, la dinamica per cui una potenza estende i propri impegni economici e militari oltre le risorse a disposizione. In questo senso, la Casa Bianca si è impegnata a ridurre le spese e le responsabilità globali e si aspetta che gli stati membri dell’Alleanza condividano gli oneri (burden sharing) per il mantenimento della sicurezza comune. Per gli Stati Uniti, una posizione di primato è insostenibile in futuro senza il sostegno degli alleati e dei partner transatlantici;

6. Perché gli Stati europei non sono autonomi in termini di sicurezza. La politica di sicurezza e di difesa comune (Psdc) semmai sarà sufficientemente sviluppata per assolvere a tale funzione lo sarà nel lungo periodo. Inoltre, buona parte degli Stati europei sono disposti a riconoscere la leadership degli Stati Uniti a causa del gap abissale che distingue questi ultimi dagli alleati in termini capacità militari e di proiezione di potenza, tanto che Alessandro Colombo ha definito la Nato come una “alleanza ineguale”. Al contrario, più difficilmente gli Stati europei sarebbero disposti a riconoscere la guida di un’alleanza militare da parte di uno Stato che considerano un loro “pari”;

7. Perché l’Europa è tornata oggi a percepirsi vulnerabile. Negli anni Novanta, nonostante quello che accadeva nei Balcani, il Vecchio continente pensava di essere un luogo sicuro e arrivava a vagheggiare il superamento della guerra come un retaggio della politica internazionale westfaliana. Oggi quell’illusione è caduta e il re è (di nuovo) nudo. La nuova postura revisionista della Federazione Russa, l’instabilità del Medio Oriente e Nord Africa, la bomba demografica africana e gli attentati sferrati dai network islamisti in tutta Europa ne sono la prova più evidente.

Se queste 7 ragioni dovessero continuare a pesare più delle criticità che pur gravano sull’Alleanza e sulle sfide che questa dovrà affrontare in futuro, la Nato potrebbe aver appena festeggiato solo i suoi “primi” 70 anni.

Articolo pubblicato originariamente su Formiche.net

Seventy years of NATO

This year, NATO is 70 years old. Since April 4, 1949 the world has changed and with it the international order. The starting point of the North Atlantic Treaty Organization dates back to 1950, when the countries that a few months earlier had signed the Atlantic Pact were working to build the structures to translate a political guarantee into a military machine.

Seventy years of NATO - Geopolitica.info Fonte: Nato.int

The North Atlantic Treaty Organization (NATO), therefore, is an international organization of military nature, an organizational emanation of an international treaty of mutual military assistance.

However, alliances, like all relations between states, are more than the sum of the policies of the allies themselves: they cannot be understood outside the context of the international system. The system provides a large part of the reasons for joining and the nature of alliances varies according to the characteristics of the system. The formation of alliances and their persistence are elementary systemic processes.

Therefore the question that today we feel most about the Atlantic Alliance is not surprising: what role does it play in the new international context?

The scope of the Atlantic Alliance would not receive an adequate assessment if it were limited to considering only the technical nature of the guarantees. If the sense of the Alliance had really been limited to the prevention of the Soviet danger, the Alliance would not have survived 1989, when the Soviet Union collapsed. We must therefore reflect a lot on the political significance that the Alliance had on the balance of that time to understand the sense of the participation of the United States in such a generic commitment but also so vast and, practically, without time limits.

On the political level, the Treaty has constituted a substantially asymmetric collective defense alliance marked by an element of strong discontinuity with the past: the commitment of the United States in defending Europe. The defensive guarantee against the third party attack was contained in article 5 which could not include an automatic military response mechanism, but limited itself to specifying the automatic nature of the obligation of mutual assistance, leaving to the specific case the decision of which means to adopt.

In its first phase, NATO reflected the attributes of the bipolar system not only in the genesis, in the logic of security, in the asymmetry of the Allies’ commitments, but also in its concrete performance of the security tasks. The essential link with bipolarity also succeeded in always imposing a centripetal force on all the centrifugal forces of the Alliance: the correspondence between one’s “form” and the “form” of the international system, that is to say that the security of Europe by the United States was rooted in the very structure of the bipolar system and the common security interests it generated.

As a result, if the end of the Cold War meant the disappearance of the Soviet threat, it also meant the emergence of a threat to NATO’s very survival, as an allied defense organization. The systemic transition of 1989, in fact, has modified the structural data of the international system, radically changing the nature of security challenges by creating a new panorama of threats.

Today, as the American political scientist Jakub Grygie well describes in the recent book “The return of barbarians”, the scenario of the wars of the present and the immediate future will increasingly resemble those that took place between the fall of the Roman Empire and the Early Middle Ages, where to confront were not state subjects but a myriad of aggressive, fast and dynamic actors. 

NATO is instead, today, a old-Westphalian fashioned organisation. NATO is an alliance between states organized to confront itself with other states, according to a model of “classical” war.

After 70 years, NATO is facing a crossroads: to evolve further or succumb.

Le frontiere interne dell’Unione Europea

Ormai sono passati mesi dalla  trattativa sul bilancio italiano in sede europea, ma anche se nel dibattito nazionale si evita di parlarne la questione non è risolta. La settimana scorsa, il governo olandese è tornato all’attacco con la sua battaglia contro la flessibilità della Commissione nel trattare i paesi che hanno violato i vincoli su bilancio e debito pubblico. La postura olandese è solo uno dei segnali che mostrano come l’Unione Europea sia sempre più divergente, attraversata da una frontiera interna che passa attraverso l’asse franco-tedesco.

Le frontiere interne dell’Unione Europea - Geopolitica.info

Nell’Eurogruppo e nell’Ecofin del 11 e 12 marzo il ministro delle Finanze olandese Wopke Hoesktra ha chiesto spiegazioni sulla mancata apertura della procedura d’infrazione per deficit eccessivo nei confronti dell’Italia. I Paesi Bassi si stanno adoperando per aumentare il loro peso politico nell’UE del post-Brexit, ponendosi come i guardiani delle regole a capo di un’alleanza di stati più piccoli organizzati come un blocco unico per contrastare l’influenza di Francia e Germania. È la Nuova Lega Anseatica (Hansa), che oltra agli olandesi è composta da: Irlanda, Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania, Svezia e Danimarca. Oltre all’Italia, i paesi che hanno avuto problemi a rispettare il patto di stabilità per il budget del 2019 sono Francia, Spagna, Belgio, Portogallo e Slovenia. Ancora una volta è emersa una netta divisione tra gli stati che riescono a rispettare le regole e quelli che non ce la fanno.

La frontiera che divide i paesi “virtuosi” da quelli “viziosi” corre lungo il fiume Reno e separa i paesi dell’Europa centro-orientale da quelli della riva sud-occidentale. Da una parte c’è l’Europa polarizzata intorno al sistema produttivo tedesco, dall’altra un gruppo di paesi – Francia, Belgio, Spagna, Italia e Portogallo – che arranca ma non riesce ad allearsi per proteggere il proprio modello economico da vincoli (autoimposti) che anno dopo anno dimostrano di essere sempre più difficili da rispettare. Sulla riva orientale invece si presenta un quadro diverso.

La Germania è egemone indiscusso su cui si appoggiano le nuove aggregazioni interne all’UE. Oltre ai paesi nordici del gruppo Hansa, ci sono i membri della nuova Europa del Gruppo di Visegrad (V4) – Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria – paesi che a parte la Slovacchia non fanno parte dell’eurozona e sono famosi per i leader sovranisti al governo, ma che all’atto pratico rispettano i parametri di bilancio e debito e godono dei generosi fondi strutturali del budget pluriennale (MMF).

Al di là dei problemi ideologici posti da Polonia e Ungheria in materia di gestione dell’immigrazione e rispetto dello stato di diritto, i paesi del V4 sono destinazione di grandi investimenti industriali dei paesi forti dell’Europa occidentale, con la Germania a farla da padrone.

Per le aziende tedesche il V4 è parte integrante della propria macchina produttiva, un’estensione diretta dello spazio geoeconomico e geopolitico di Berlino. I paesi Hansa, il V4 e la Germania sono economicamente ben integrati e nonostante le divergenze politiche riescono a distribuire tra loro vantaggi e doveri della comune appartenenza all’UE. Più che per dividersi, i raggruppamenti interni servono a mediare in maniera più efficace i propri interessi al cospetto della Germania, che in virtù delle sue dimensioni ha una forza soverchiante sui tavoli europei. In questo contesto anche l’Austria trova il suo spazio naturale, anello di congiunzione tra la Baviera e il V4.

Il nodo del destino europeo va quindi cercato nel rapporto franco-tedesco, fatto di alti e bassi che sono indice del disallineamento geopolitico che ha radici nella storia e nella mistica nazionale delle due piccole grandi potenze continentali. Il Trattato di Aquisgrana rappresenta un’altra aggregazione interna all’UE, ma rispetto ai paesi Hansa e al V4 la sinergia e le prospettive sono molti più difficili da identificare. Manca la convergenza sugli obiettivi di lungo periodo, manca l’autorevolezza necessaria a condurre a tracciare una strada per tutta l’Unione.

Parigi vorrebbe saldare l’asse con Berlino e usare la UE come moltiplicatore della propria potenza militare e diplomatica, la Germania invece definisce la propria libertà d’azione nei limiti dell’impero americano, sfidandolo quando lo ritiene utile per la sua economia (come nel caso del Nord Stream 2), ma senza minarne la fondamenta. Berlino non ha mire mondiali, non vuole farsi carico di onerose imprese volte ad aumentarne il peso geopolitico. Il pensiero tedesco è economicistico, quello francese è imperiale. I francesi vogliono avere una proiezione internazionale indipendente dall’ombrello della NATO e dall’egemonia americana.

La Germania invece porta avanti l’interesse nazionale all’interno della NATO e dell’UE, confonde i suoi interessi con quelli dell’Europa. D’altronde, un comportamento simile a quello francese susciterebbe l’immediata reazione dei partner, meglio non rischiare. Nel quadro del progetto atlantico ed europeo, la Germania ha raggiunto i propri obiettivi: ha riunificato il paese, consolidato l’economia e si è circondata di alleati integrati nel suo sistema produttivo.

Dal punto di vista tedesco non c’è nessuna buona ragione per  farsi carico di responsabilità aggiuntive. Per contro, la Francia ha un’esplicita postura mondiale, in ragione della sua proiezione intercontinentale e del suo passato imperiale, una memoria ancora intatta nell’immaginario collettivo di un paese che – a differenza di Italia e Germania – non ha perso la guerra, non si sente un colpevole della storia, non è stata inibita nella sua struttura militare.

Ecco perché il presidente francese fa dichiarazioni tanto ambiziose e parla di “un’Europa sovrana” dotata di “autonomia strategica”. Parigi vorrebbe usare l’UE a livello geopolitico come la Berlino la usa a livello economico. In vista delle elezioni europee Macron ha presentato la sua proposta per un rinascimento europeo, la risposta di Annegret Kramp-Karrenbauer – l’erede di Angela Merkel alla guida della CDU oggi e della Germania domani – con il suo manifesto alternativo in cui vengono ribadite le solite linee rosse della visione tedesca non fa altro che confermare la realtà di sempre: lo stato dell’arte non permette nessun salto di qualità del progetto europeo. Il rilancio dell’asse franco-tedesco si è impantanato per ragioni del tutto geopolitiche, non poteva andare diversamente.

Berlino non vuole più Europa semplicemente perché beneficia dello status quo insieme ai paesi della sua sfera d’influenza, un’Europa nell’Europa. Tuttavia, anche se l’asse franco-tedesco continua a perdere peso di fronte all’inerzia di Berlino e al disordine di Parigi, è da questo rapporto che dipende il destino dell’UE, oggi come ieri la questione europea è la questione tedesca.

In questo contesto l’Italia non può fare molto finché non risolve la sua contraddizione di fondo: un sistema produttivo profondamente integrato con quello tedesco e una visione del progetto europeo in sintonia con quella francese, nonostante l’irriducibile ostilità tra noi e i cugini transalpini.

 

 

 

The 16+1 Initiative

Is the 16+1 initiative a bridge in terms of Eurasian connectivity?  Due to the fact that Central and Eastern European Countries (CEEC) cannot be considered as a homogeneous block, China developed bilateral relationships with each country. Serbia resulted in being one of the major beneficiaries of the platform. This article pays attention to Chinese short-medium term ambitions, which can be realized through the 16+1 initiative.

The 16+1 Initiative - Geopolitica.info Source: EU-China Summit Available at: https://www.consilium.europa.eu/it/meetings/international-summit/2017/06/01-02/

In carefully scanning the interests of both China and CEEC, this study examines not only the resulting fears of the European Union but also the challenges that the People’s Republic of China has to face in the region. Although divergent interests and a general mistrust between the parties emerged, the 16+1 initiative can play a crucial role in terms of Eurasia connectivity. For this to happen, the conditio sine qua non appears to be a greater involvement of the EU, a mutual understanding among the actors involved and a closer attention to CEE local people.

The 16+1 Platform: a Sub-Regional Cooperation

The basic document for the 16+1 format, China’s Twelve Measures for promoting Friendly Cooperation with Central and Eastern European Countries, was adopted during the first Summit held in Warsaw in 2012.  The main goal of the 16+1 initiative is to achieve an advanced level of political coordination and reciprocal comprehension between Beijing and 16 Central and Eastern European Countries (eleven European Member States plus five Western Balkans). Although the initiative includes several areas of collaboration, three fields maintain priority: infrastructure, high and green technologies. The Initiative seems to be a critical geopolitical project, as China and CEE region can be considered as complementary. On the one hand, Beijing boasts a considerable and emerging market. On the other, the region of Central and East Europe seems to be one of the greater developing areas worldwide.

Because of differences in national interests, population, and economy potential of CEEC, China developed bilateral relations with each country. The decision has a twofold implication. On the one hand, countries experience a competition for attracting Chinese investments. On the other hand, nations receiving a limited Beijing’s attention become increasingly disappointed while major beneficiaries strengthen economic collaboration with the People’s Republic of China. Serbia is a case in point. Belgrade represents a crucial pivot for China, as the country has a critical geographic position, offers a relatively cheap labor force and experiences a stable political situation.

Source: EU-China Summit Available at: https://www.consilium.europa.eu/it/meetings/international-summit/2017/06/01-02/

In addition, Belgrade is part of economic agreements with Turkey, Russia, Belarus, Kazakhstan, and especially Europe. As a result, the Belgrade-Budapest railway project seems to match China’s connectivity ambitions. The infrastructural plan clarifies how the 16+1 initiative can be considered as an OBOR testbed: it is aimed at revitalizing the rail connection between the Pireo harbor and Budapest through Skopje-Belgrade, namely the so-called “Land Sea Express Route”. More than 300 railway km are crucial for China’s ambition of rebuilding the “Silk Road”, aimed at expanding Beijing’s economic and political sphere of influence from Asia to Europa. Once in Europe, connection with the rest of the Western world will be easily reachable. Due to the Hungarian belonging to the European Union, the latter stopped the project in order to verify that no EU law and regulations were violated by the ambitious railway plan. As a consequence, the realization of the project appears to be subordinated to the overcoming of some obstacles. The Belgrade-Budapest railway plan is one of the most important initiative within the ambitious 16+1 platform.

China and CEEC’s Interests

The latter seems to be a relevant regional project that implies Chinese and CEEC’s interests, as well as the European Union’s fears and Chinese challenges. From Beijing’s perspective, the 16+1 initiative represents “a masterstroke of Chinese diplomacy” and the introduction of BRI gave a new impulse to the platform. From the Chinese point of view, the 16+1 platform and BRI share the same principle of cooperation based on an inclusive and win-win approach. The 16+1 initiative can be considered as a key component of OBOR focused on former COMECON. As a matter of fact, the CEE-China project can be seen as a sort of testbed for the implementation of the One Belt One Road in the European soil.

As a consequence, the CEEC attracts China’s interest from a commercial and geopolitical point of view. From an economic point of view, the resilience showed by CEE countries in the aftermath of the global financial crisis allowed China to understand not only their vital role in Europe but also their role in putting Beijing’s in an advantageous position for testing the EU market. Besides, CEE countries offer not only well-prepared yet relatively cheap workforce but also profitable logistic hubs, in couple with open trade and investments environment, which is virtually essential to an export-based country as China is. The project presents also political implications. The bilateral relationship format adopted by China contributes to putting the country in a bargaining position which, in turns, allows Beijing to exploit its economic ties to expand its soft political presence through the so-called “strategic diplomacy”.

The CEE countries’ perspective: In the last thirty years, in fact, China’s domestic economic reforms have allowed Beijing to experience a remarkable economic boost. Beijing’s capacity of maintaining high standards of economic growth, the amelioration of people’s welfare and the consequential active participation in the globalization process made China a global powerhouse. As a result, Beijing’ stance on the global shift of power became critical and the CEE region didn’t miss the chance of strengthening economic relations with the Asian giant. After the global financial crisis, the European market demand diminished. As a consequence, the emerging Chinese market not only appeared as a valuable economic partner but it also offers exactly what CEEC need: infrastructural investments with no money strings attached. Thus, for the CEE region, Beijing is a viable option to diversify its commercial relations outside Europe. China, in fact, appears as a favorable alternative to the EU market especially for non-EU members, which have to rely more on foreign investments.

 The European Union’s Fears

The enhancement of Sino-CEE economic relations represents a matter of concern for both Brussels and some Western European countries. The European Union fears that China can exploit its economic presence in Central and Eastern European country to gain political influence in the region. There are three main points related to a possible Chinese political expansion. First of all, the 16+1 initiative is perceived as a means to expand the Chinese political influence through the implementation of the divide et impera principle. It means that China could create an alternative pole within the EU while weakening Brussel’s single market rules and EU’s common policy towards Beijing.

Secondly, some CEE countries could exploit their close relationship with China to both receive huger investments from the EU and especially negotiate positions against Brussels (Ex. Greek Position at the UN Human Right Council in June 2017). Thirdly, Brussels fears that the 16+1 initiative can undermine the EU vote system in comparable issues, as 11 out of 16 CEE countries are EU members. It means that two more EU members in the 16+1 project would affect decisions requiring a qualified majority vote (constituting roughly 80% of the legislation).

In addition, the EU doubts the sustainability of Beijing’s project in the long-term and fear that the 16+1 initiative could turn into an antagonism item between Washington and Beijing in Central Europe. Both the countries supported the “Three See Initiative” and sustained the project of building logistic linkages in Adriatic and Baltic harbors to improve the linkage between Northern and Southern Europe. However, Brussels should take into consideration two factors: Beijing has a limited economic presence in the region and the Chinese action seems to be aimed at building a parallel –not overlapped- structure with respect to the European architecture.

China’s Challenges in CEEC

These two items should be combined with China’s challenges in the region. First of all, Sino-CEE cooperation is not consistent because of differences in their economies, populations, and the potential of their market. It means that Central and Eastern countries responded differently to the 16+1 initiative and only some of them received Chinese scrupulous attention and large investments.  Enhancing bilateral relations only with some of CEE countries lets the “cooperation vacuum” emerge in the others. To make it worse, the perception of the divide et impera principle gradually advance also within the 16+1 itself starting from dissatisfied countries. Secondly, CEE’s availability and capability of cooperating with China also depend on their political situations. Then, China-CEEC interests can be incompatible and this mismatch, in turn, makes economic ties complicated. Finally, Sino-CEE cooperation also depends on the type of CEE belonging to the EU, with which regulations are supposed to be aligned.

16+1: Beyond the Economic Sphere

In order to make the 16+1 project profitable, the format should go beyond the economic sphere and focus also on other areas, such as health, tourism, education and youth. Besides, a deeper involvement of small and medium enterprises, as well as a close attention to local people would enhance the people-to-people dimension. The resulting “small connections”, in turn, can contribute to achieving a double outcome: economic development chances in the CEE region in the short-medium term and a peaceful long-term collaboration between Europe and China. For this to happen, Sino-CEEC relations should be enhanced without violating the EU standards, Brussels should look for a greater engagement with the 16+1 project, and China should improve its image outside Asia.

 

 

 

 

L’accordo di partenariato economico e strategico tra UE e Giappone

Ue e Giappone hanno siglato, il 17/07/2018, a Tokyo l’accordo di partenariato strategico e l’accordo di partenariato economico, il più grande trattato commerciale bilaterale mai siglato dall’Unione, destinati a rafforzare le relazioni tra l’arcipelago e il Vecchio Continente.

L’accordo di partenariato economico e strategico tra UE e Giappone - Geopolitica.info Il primo ministro del Giappone Shinzo Abe e il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker (ilpost.it)

Nella capitale nipponica al 25esimo vertice Ue-Giappone a rappresentare l’Unione c’erano Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, e Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, mentre per il Giappone ha partecipato al vertice il primo ministro Shinzo Abe.Tra gli obiettivi prioritari fissati nell’accordo, il più grande accordo di libero scambio mai completato dall’UE, emerge in primo luogo la riduzione o l’eliminazione delle tariffe doganali di un elenco di prodotti condivisi, rendendo meno gravoso l’interscambio commerciale per i tutti i soggetti interessati, a beneficio soprattutto delle piccole e medie imprese. Successivamente le parti si sono impegnate anche nel concordare un Accordo di partnership strategico che comprende i temi del cambiamento climatico, della difesa dell’ambiente, delle politiche di sicurezza. L’EPA aprirà quindi importanti orizzonti di sviluppo nelle strategie fra i due giganti economici a beneficio della crescita economica e del benessere globale.

L’accordo commerciale

L’EPA è il più grande accordo commerciale concluso dall’UE. Il 99% delle tariffe applicate sull’export tra UE e Giappone, le quali attualmente ammontato a circa a 1 miliardo di euro, saranno rimosse. Una mossa contro il protezionismo di Trump. Le imprese dell’UE esportano già in Giappone beni per oltre 58 miliardi di euro e servizi per 28 miliardi di euro. Le imprese europee devono però affrontare le barriere commerciali all’esportazione verso il Giappone, il che rende difficile per loro competere.

L’UE sta negoziando un accordo commerciale con il Giappone per:

  • eliminare questi ostacoli
  • contribuire a plasmare norme commerciali globali in linea con i nostri standard elevati e i nostri valori comuni
  • inviare un segnale forte per sottolineare che due delle principali economie mondiali rifiutano il protezionismo.

Nel 2013 i governi dell’UE hanno incaricato la Commissione europea di avviare negoziati con il Giappone. Il 6 Luglio 2017 l’Unione Europea ed il Giappone hanno raggiunto un accordo di principio sugli elementi fondamentali dell’accordo di partenariato economico EU-Giappone. La Commissione europea ha ora proposto al Consiglio e al Parlamento europeo di approvare l’accordo di partenariato economico UE-Giappone. Il Jefta deve essere presentato al Parlamento europeo per l’entrata in vigore quest’anno e dovrà essere ratificato dal parlamento di Ue e Giappone prima di entrare in vigore intorno a fine marzo 2019, prima dell’inizio della Brexit.

 Un accordo di partenariato strategico

In parallelo, l’UE sta negoziando con il Giappone anche un accordo di partenariato strategico. Lo SPA è il primo accordo quadro tra l’UE e il Giappone. Rafforzerà la cooperazione e il dialogo attraverso un’ampia gamma di questioni bilaterali, regionali e multilaterali. Evidenzia i valori condivisi e i principi comuni che costituiscono le basi per una cooperazione stretta e duratura tra l’UE e il Giappone come partner strategici. Questi includono la democrazia, le norme di legge, i diritti umani e le libertà/diritti fondamentali.

L’accordo rafforzerà la cooperazione in settori quali la pace e la sicurezza internazionale, la criminalità informatica, la sicurezza energetica, la mitigazione dei cambiamenti climatici, l’innovazione e la cooperazione in materia di amministrazione della giustizia e applicazione della legge.

A Bruxelles, il 12 dicembre 2018, la Commissione europea aveva espresso apprezzamento per l’approvazione dell’accordo di partenariato economico UE-Giappone e dell’accordo di partenariato strategico UE-Giappone da parte del Parlamento europeo. Il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, aveva dichiarato: “A quasi cinque secoli da quei primi legami commerciali instaurati dagli europei con il Giappone, l’entrata in vigore dell’accordo di partenariato economico UE-Giappone conferirà una dimensione totalmente nuova alle nostre relazioni commerciali, politiche e strategiche. Esprimo un encomio al Parlamento europeo per il voto di oggi, che rafforza il messaggio inequivocabile dell’Europa: insieme ai nostri partner cui siamo legati da una stretta amicizia, come il Giappone, continueremo a difendere un commercio aperto, vantaggioso per tutti e fondato su regole. Più delle parole o delle intenzioni, questo accordo apporterà benefici significativi e tangibili alle imprese e ai cittadini in Europa e in Giappone.”

Oggi, sappiamo con certezza che l’accordo di partenariato economico (EPA – Economic partnership agreement) è entrato in vigore il 1° febbraio 2019. L’area commerciale sarà aperta a 600 milioni di persone. L’UE e il Giappone hanno concordato di completare le procedure di approvazione e come ultimo passo verso l’UE, il Consiglio ha adottato una decisione sulla conclusione dell’APE.

Inoltre, il Giappone ha informato l’UE di aver compiuto il processo di approvazione per l’accordo di partenariato strategico (SPA – Strategic partnership agreement). Sulle basi di questa comunicazione, una grande parte dello SPA sarà messa in pratica su basi provvisorie già dal 1° febbraio 2019. L’accordo entrerà formalmente in vigore una volta approvato da tutti gli stati membri dell’Unione europea.

 

 

Stati Uniti, Cina, e la Crisi Finanziaria del 2008. Come il disastro economico ha reso interdipendenti due giganti del sistema internazionale

La Guerra Fredda è terminata, l’Unione Sovietica si è dissolta, e il vecchio ordine internazionale bipolare è stato sostituito da uno ben più complesso ed intricato, in cui la crescita esponenziale del PIL cinese ha aperto un delicato dibattito che ha messo in discussione il ruolo degli Stati Uniti come leader della politica internazionale.

Stati Uniti, Cina, e la Crisi Finanziaria del 2008. Come il disastro economico ha reso interdipendenti due giganti del sistema internazionale - Geopolitica.info

La crisi finanziaria del 2008 non solo ha mostrato che proprio Washington, la più grande economia mondiale, è vulnerabile, ma soprattutto ha dato la possibilità a Pechino di legarsi sempre di più agli Stati Uniti, dando vita ad una relazione delicata ed interdipendente tra i due paesi che mette a rischio l’intero equilibrio economico globale. La simbiosi economica tra Cina e Stati Uniti si fonda infatti principalmente su una condizione di squilibrio tra esportazioni ed investimenti, che oltre ad essere additata tra le principali cause della crisi finanziaria, dal 2008 in poi si è consolidata. Tra il 2000 e il 2008, le relazioni economiche Sino-Americane sono state caratterizzate dal crescente acquisto di bond americani (American Treasury Bonds – Tbills) da parte di Pechino e dal consumo di beni cinesi dagli Americani, che risultavano estremamente convenienti per via del tasso di cambio fisso dello Yuan cinese.

Ciò ha reso possibile la crescita straordinaria del PIL cinese anno dopo anno, e i due paesi hanno continuato a seguire questa rotta generando una condizione di interdipendenza economica così squilibrata da essere definita da Martin Wolf del Financial Times come una delle cause principali del disastro economico del 2008. Ci si aspettava che la crisi curasse questo rapporto malsano portando la Cina ad affidarsi alla crescita interna piuttosto che alle esportazioni, e quindi a consumare di più e risparmiare di meno.

Di conseguenza, gli Stati Uniti avrebbero ridotto i consumi e incrementato le esportazioni e i risparmi, inducendo la Cina a comprare sempre meno titoli di stato Americani. Tuttavia, gli effetti della crisi finanziaria hanno dissolto qualsiasi proiezione economica, e non solo non hanno curato l’interdipendenza malata tra Washington e Pechino, ma l’hanno addirittura accentuata, rendendo le relazioni economiche Sino-Americane più delicate di prima. Tra il 2007 e il 2010, l’ammontare dei bond Americani nelle mani della Cina è raddoppiato, e oggi la Cina è il paese straniero che possiede il maggior numero di Tbills, secondo quanto riportato dal Dipartimento del Tesoro statunitense.

Questo è accaduto perché Pechino necessita di esportazioni e investimenti all’estero per preservare stabilità domestica e soprattutto per non danneggiare il proprio mercato del lavoro, incentrato sulle attività di esportazione dei prodotti cinesi. Dal canto loro, poi, gli Stati Uniti sono disposti a vendere i loro bond per finanziare il deficit della loro bilancia dei pagamenti, innescando così un circolo vizioso tra i due paesi. Le osservazioni convenzionali della questione accusano principalmente la Cina di competizione sleale con gli Stati Uniti per via del mantenimento del tasso fisso dello Yuan cinese contro il dollaro americano, che avrebbe reso i prodotti cinesi irresistibili agli Americani perché risultavano estremamente economici. Tuttavia, nel 2010 l’Economist ha riportato che a partire dal 2005 lo Yuan cinese ha subito un apprezzamento fronte al dollaro americano, e China Daily lo ha confermato nel 2017. Questo significa che lo squilibrio economico tra Cina e Stati Uniti si è aggravato a causa di fattori indipendenti dal tasso di cambio, e che hanno piuttosto a che fare con le continue esportazioni della Cina verso gli USA e con l’acquisto di prodotti cinesi da parte degli Stati Uniti.

I piani economici post-crisi adottati da Washington e Pechino hanno giocato un altro ruolo fondamentale nella definizione dei rapporti economici Sino-Americani dal 2008 in poi. Il governo cinese ha adottato un pacchetto economico di emergenza di tre milioni di RMB già nel Novembre 2008, e in occasione dell’incontro annuale del National People’s Congress del 2009, Pechino ha annunciato che le misure principali per contrastare la crisi si ponevano la priorità di preservare il mercato del lavoro, in particolare creando nuovi posti di lavoro per i neo-laureati e rafforzando le attività legate alle infrastrutture.

La politica di evitare la disoccupazione ha giocato un ruolo chiave nell’aggravare l’interdipendenza economica tra Cina e Stati Uniti, perché per evitare che milioni di cinesi impiegati nella macchina delle esportazioni perdessero il proprio impiego, Pechino ha deciso di continuare sulla linea della export-led economy puntando sull’esportazione di prodotti dai settori automobilistico, tecnologico e tessile, ovvero quelli da cui proprio gli Stati Uniti attingono di più. Dall’altro lato, il pacchetto post-crisi Americano da 787 miliardi di dollari non è riuscito ad abbattere il deficit della bilancia dei pagamenti, aumentando così la necessità di continuare a vendere titoli di stato, che la Cina ha continuato a comprare. L’avvento della crisi finanziaria ha, dunque, stretto ancora di più la morsa dell’interdipendenza economica tra Cina e Stati Uniti che sussisteva già prima del 2008, e il fatto che le due più grandi potenze economiche mondiali intrattengano un rapporto decisamente insostenibile sul lungo termine ha aperto nuovi dibattiti che vanno aldilà della solita dialettica del passaggio di testimone tra Washington e Pechino della leadership del sistema internazionale.

Sebbene, infatti, né la Repubblica Popolare Cinese né gli Stati Uniti definirebbero la relazione tra i due paesi come un G2 de facto, la loro interdipendenza economica tanto forte quanto insalubre diventa una questione di portata globale, che sempre più studiosi esortano ad affrontare a livello internazionale al fine di evitare un nuovo disastro economico mondiale.

La sicurezza della (e nella) Belt Road Initiative

La costruzione di imperi, regni e potenze ha sempre comportato la necessaria presenza di rotte commerciali, di comunicazione, di passaggio e lungo le quali esercitare la propria influenza.

La sicurezza della (e nella) Belt Road Initiative - Geopolitica.info thecurrentcy.com

La protezione e la messa in sicurezza di tali linee dunque, sia interne che esterne, è da sempre una necessità che denoterà la resistenza e la buona riuscita dell’opera che si sta compiendo. Esempi esemplificativi, due su tutti, risultano essere l’Impero Romano e l’Impero britannico, il primo Impero a portata globale. Tale premessa è necessaria per inquadrare in quale scenario si è inserito un nuovo attore, la Cina, e il suo grande progetto geopolitico, avviato oramai da circa cinque anni, ovvero la Belt Road Initiative.

Questo progetto può essere riassunto come il collegamento tra Europa e Asia sia per via marittima che per via terrestre, la connessione tra la Cina e il Mediterraneo, fino alla Finlandia e al Portogallo passando per l’Asia e anche per l’Oceano Indiano e per il Medioriente. Queste rotte marittime e terrestri necessitano di essere protette e rese sicure perché persistono piaghe endemiche di difficoltà dovute a regioni instabili ed insicure, come per esempio l’Afghanistan o il Corno d’Africa. Tali debolezze possono essere superate soltanto con una presenza massiccia di forze di sicurezza e, soprattutto, con l’instaurazione di un contesto sicuro e stabile nella regione in cui si vuole operare e investire.

La Bri e la (sua) Sicurezza: le difficoltà

Il Paese asiatico ha infatti lanciato, da alcuni anni, il suo grande progetto geopolitico per collegare l’Eurasia, cercando allo stesso tempo di plasmare la politica internazionale rendendola più sinocentrica possibile. Si è però scontrata con difficoltà non solo economico-amministrative-giudiziarie ma anche sociali, culturali, ambientali, politiche ed infine quelle più strettamente connesse al comparto della security.

Nel progetto originario cinese infatti non sembrano essere stati inseriti vincoli e margini di manovra per poter evitare frizioni e punti di elevata complessità, soprattutto politici e militari. Cioè, ad una attenta analisi, la proiezione economica e il soft power cinese sembrano mancare di quelle politiche necessarie ad attuare quel clima di sicurezza e stabilità socio-economica-politica nel quale poter implementare al massimo delle loro potenzialità gli investimenti infrastrutturali.

Queste mancate considerazioni, dovute all’inesperienza della Cina nel proiettarsi all’esterno dei propri confini, si configurano come fattori di incertezza e rischio non solo per il futuro del progetto geopolitico cinese, il quale verrebbe minacciato da eventuali tensioni e resistenze armate e non,  ma anche per gli altri Paesi del globo, i quali potrebbero essere certamente interessati dalle possibili crisi e problemi che potrebbero poi emergere nei territori in cui vengono investiti i finanziamenti e, in seconda battuta, dalla mancata risoluzione di tali problematiche. Il governo cinese, pertanto, si è reso conto di dover far fronte a queste difficoltà dato che molti corridori strategici lungo cui si sviluppa la BRI, siano essi terrestri o marittimi, sono caratterizzati da governi deboli, tensioni sociali, povertà diffusa, endemici conflitti armati e resistenze armate. 

Le due strade che la Cina ha deciso di intraprendere

Il Paese asiatico ha pertanto deciso di agire seguendo due “strade”: la prima riguarda la rimodulazione delle proprie Forze armate, mentre la seconda attiene alle Private Military and security companies (PMSCs). Per quanto attiene alla prima “strada”, da un lato la Cina si è scontrata con la sua storica reticenza nel non impiegare le sue Forze Armate in teatri esteri, dall’altro però si è ritrovata a dover garantire la sicurezza e la tutela dei suoi operai e cittadini nei territori dove gli investimenti trovano poi attuazione. L’elevata presenza di personale civile cinese nel mondo ha infatti obbligato il Paese a dover rimodulare da un lato le proprie FF.AA. al fine di renderle idonee a intervenire e proteggere i propri connazionali.

La costruzione di basi avanzate e logistiche come quella in Gibuti, inaugurata nel 2017 e la rimodulazione degli assetti e dei mezzi militari, il loro upgrade tecnologico rappresentano un fattore importante pre proiettare le Forze armate al di fuori dei confini nazionali cinese con il preciso scopo di difendere gli interessi globale del Paese asiatico.

Tuttavia, non sempre le forze militari possono essere impiegate negli scenari e per trasmettere e fornire un’adeguata sicurezza  la Cina si è vista costretta a ricorrere alla sicurezza privata, trovandosi però impreparata. Questa componente, come evidenzia Alessandro Arduino in un suo articolo per T.wai, ha un personale molto numeroso ma spesso inesperto e, per legge, non ha il permesso di portare armi sia all’interno che all’esterno dei confini nazionali.

Un ulteriore limite poi lo si rileva nel momento in cui si cerca una normativa che ne regoli l’operatività. Se questa è presente nel mondo Occidentale e in quasi tutto il resto del mondo tramite l’ ICoCA (International Code of Conduct Association), i soggetti cinesi ne sono privi e ciò può essere un importante fattore di svantaggio per Pechino, nell’ottica di una risoluzione della crisi ma anche nella sua prevenzione. Per sopperire a queste mancanze la Cina sta acquisendo quote di società appartenenti a diversi Paesi così da avere non solo accesso ad un mercato meglio attrezzato ma anche meglio dotato di quel know-how fondamentale per addestrare i propri operatori e soprattutto per cominciare ad acquisire rispettabilità in questo settore.

Come dunque si può ben osservare le variabili che possono minare il progetto geopolitico cinese sono variegate, fluide e di diversa natura. Se le strade percorribili dalla Cina sono quelle indicate precedentemente, per la comunità internazionale, così come le Organizzazioni internazionali e gli altri Paesi, la strada più soddisfacente per tutti, per quanto attiene alla sicurezza, potrebbe essere quella della cooperazione e integrazione con la controparte cinese fornendo uno standard comune di intervento e di operatività, sia per la parte militare vera e propria sia per la componente privata.

Agendo in tale modo, si può così auspicare di riuscire a dare una risposta condivisa al controllo ed alla mitigazione dei focolai di crisi,  alle instabilità già presenti e, soprattutto, al non permettere sia che persistano sia che ne nascano di nuovi, permettendo e garantendo benefici sociali, economici e politici per tutti i Paesi e gli attori coinvolti in questo grande progetto geopolitico che è la Belt Road Initiative.

 

 

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano è il titolo del libro scritto da Stefano Cavedagna, Andrea Farhat e Amedeo Maddaluno pubblicato da goWare, 2018

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano - Geopolitica.info

9 novembre 1989, crolla il muro di Berlino e con esso -apparentemente- gli Stati Uniti vincevano la loro guerra ideologica al comunismo, garantendosi un’egemonia mondiale. Un mondo senza più avversari nei quali gli Stati Uniti potessero esercitare la loro responsability to protect tutelando il mondo sotto la Pax Americana. Niente di più falso. La Guerra Fredda, secondo gli autori del saggio, continuerebbe, in maniera diversa rispetto al passato, a dettare il bilanciamento di potenza e le aree di influenza globali, scardinando così, in 120 pagine, quello che Fukuyama credeva sulla fine della storia.

È interessante notare come la storiografia si faccia largo nello studio della geopolitica; le cause storiche qui sono analizzate come un inevitabile intreccio di popoli e culture che, lungo una linea semi-retta, si misurano verso un futuro che non possiamo ancora scorgere, se non interpretandolo con le teorie proposte nella parte teorica del saggio.

Nella prima parte vengono contornate e definite le teorie sulle relazioni internazionali che faranno da sfondo alla seconda parte. Prime fra tutte, vengono esposte le teorie di quegli autori che sono alla base dello studio (MacKinder e Spykman), con i quali si vuole dimostrare che la Guerra Fredda -a conti fatti- non è mai finita. Questa parte è quindi fondamentale per la comprensione della successiva. Le teorie vengono affrontate delineandone i punti cardine senza perdersi troppo nei nozionismi.

La seconda parte ripercorre, in maniera rapida ma non per questo scarna di dimostrazioni pratiche, i maggiori fatti geopolitici del globo: in primis l’intervento degli Stati Uniti in Siria e l’annessione della Crimea da parte della Russia di Putin. Analizzando questa serie di fatti dal punto di vista di MacKinder e la necessità da parte delle grandi potenze di cercare e mantenere il proprio controllo sulla zona pivotale (in questo caso il Medio Oriente e l’Asia Minore). Da questa prospettiva capiamo bene il perché del forte interesse, da parte dei principali attori internazionali, nelle primavere arabe e, soprattutto, nella guerra in Iraq. Uno spunto interessante viene dall’analisi geoeconomica: l’emergere di potenze ibride (identificata dagli autori con la Repubblica Popolare Cinese), non fa altro che mettere in allarme l’establishment statunitense che si trova nella posizione di dover ridimensionare e ripensare le proprie politiche di liberoscambismo venute dopo la caduta del muro di Berlino. L’egemonia americana è quindi minacciata da nuovi attori internazionali.

Tra proxy wars, conflitti a bassa intensità lungo le aree periferiche delle grandi potenze mondiali, innalzamento delle tariffe commerciali è lecito quindi domandarci: è veramente finita la Guerra Fredda?