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Geopolitica del Trono di spade? cosa ci dice finora l’ottava stagione

Le prime due puntate dell’ottava stagione del Trono di Spade sono state accusate da molti di essere episodi di transizione, che tradiscono lo stile denso di colpi di scena della serie e, soprattutto, arrivano come fulmini a ciel sereno dopo quasi due anni di attesa. Forse non è proprio così. Più che episodi di transizione, esse sembrano svolgere un’importante funzione ‘preparatoria’ per quanto accadrà già dalla terza puntata, visto che l’esercito guidato dal Re della Notte è ormai alle porte di Grande Inverno.

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Continuiamo, quindi, la nostra avventura nei meandri della geopolitica ‘pop’ cogliendo le prime suggestioni fornite dalla stagione finale della serie cult per eccellenza. Tra gli spunti, uno su tutti può essere considerato sia come la chiave di lettura de il Trono di Spade che, in qualche modo, delle dinamiche politiche internazionali. Guardando Daenerys e Jon Snow che discutono amorevolmente, l’acuto Lord Varys osserva che “nulla dura per sempre”. Verosimilmente dietro questa frase lapidaria non c’è solo il significato di quanto abbiamo visto sinora ma, soprattutto, un’indicazione per quanto sta per accadere.

Infatti, quello che sembrava un fronte compatto, anche se profondamente eterogeneo, riunitosi in funzione della comune minaccia – gli Estranei – a cui i Sette Regni sono soggetti, svela alcune profonde lacerazioni. Anzitutto, quella tra la gente del Nord, con Sansa Stark in testa, e la regina Daenerys. Avendo nominato Jon loro re, i primi stentano ad accettare l’autorità della seconda. La vedono, infatti, alla stregua di un nuovo usurpatore che, piantate le tende del suo esercito nel Nord con la scusa del pericolo imminente, difficilmente le schioderà una volta sconfitto quest’ultimo. Da non sottovalutare, inoltre, il clima di sospetto sorto nei confronti di un personaggio cruciale ai fini della vittoria quale il Primo cavaliere della regina, Tyrion Lannister. Non giovano al suo prestigio all’interno della corte né il tradimento di sua sorella Cersei Lannister, che contrariamente a quanto promesso non invia il suo esercito a combattere contro gli Estranei, né l’arrivo a Grande Inverno di suo fratello Jaime, poco amato dagli uomini del Nord a causa dei sospetti relativi all’incidente a seguito di cui Bran Stark è rimasto paralizzato. Infine, cominciano a emergere le prime crepe anche tra Jon e Daenerys dopo la scoperta fatta dall’ex guardiano della notte di essere il legittimo pretendente al trono. Come si comprende dalle ultime battute della seconda puntata, ha probabilmente ragione Samwell Tarly quando avverte l’amico che la regina probabilmente non sarà capace di fare le stesse rinunce fatte da Jon rispetto alla lotta per il trono.

Compiendo quello che potrebbe essere un errore esiziale, Jon comunica alla regina una notizia che rischia di indebolire una coalizione già di per sé eterogenea che si accinge a combattere una battaglia campale. In tal senso, Jon continua a essere il campione dell’idealismo, mentre intorno alla figura di Daenerys cominciano a emergere alcune pesanti ombre (tra cui le ragioni e le modalità con cui ha ucciso gli altri membri della famiglia Tarly). Al contrario, per quel poco che si è vista finora, Cersei resta il personaggio più crudamente realista, che non sembra nutrire pietà nemmeno nei confronti del fratello amato – Jaime – quando se ne sente tradita, al punto da chiedere a Bronn delle Acque Nere di ucciderlo semmai tornasse ad Approdo del Re.

Tuttavia, il realismo dai tratti tucididei della serie non mette in mostra solamente la paura e l’utilità come motori dell’azione umana, ma fa alcune concessioni importanti anche all’onore. I due casi più limpidi sono quelli di Theon Greyjoy e di Jaime Lannister. Entrambi scelgono di combattere per la difesa di Grande Inverno, nonostante il loro ritorno al Nord potrebbe ricevere una cattiva accoglienza. Theon si riconcilia con Sansa e chiede il perdono a Bran, che si offre di difendere mentre questo farà da esca per il Re della Notte. Jaime, dal canto suo, si conferma come il personaggio dalla parabola evolutiva più radicale. Sceglie di non seguire il volere della sorella Cersei, di combattere per l’odiata casa Stark e, persino, di farlo in un ruolo subordinato al fianco di Brienne di Tarth, che – al culmine della sua catarsi – nomina cavaliere contravvenendo alla tradizione dei Sette Regni che vuole il titolo riservato ai soli uomini. La sua figura ricorda quasi le vite dei santi, che dall’estrema dissoluzione passano alla ricerca dell’espiazione. Ci dobbiamo aspettare anche il martirio?

The EU’s Operation Sophia between the sea and the sky

The continuation of EUNAVFORMED Operation Sophia, the joint naval mission of the European Union’s Member States in the Central Mediterranean tackling irregular migration and human smuggling, has become one of the many bones of contention among the EU block in the domain of migration management.

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Being it an EU Common Security and Defence Policy (CSDP) mission, Operation Sophia fully falls under the scope of EU law and its Dublin acquis entailing strict rules on the attribution of responsibility for disembarking irregular migrants rescued by the mission’s naval units. These rules impose a disproportionate migratory pressure on forefront EU Member States like Italy, which has threatened to pursue the termination of the mission should a fairer distribution of rescued migrants and asylum seekers not be agreed upon at the EU level. Short of widespread agreement among European partners on this issue, a compromise solution over the fate of Operation Sophia was recently found: EU Member States green-lighted the extension of the mission’s duration until September 2019, yet maintaining exclusively aerial assets.

As an outermost EU Member State, Italy has been one of the main entry points for the asylum seekers and migrants that have accessed Europe in recent years: over half a million people have crossed the Central Mediterranean Sea and reached Italian soil between 2011 and 2016. Presence at sea was reinforced to react to this unexpected influx of third-country nationals, fight migration-related organized crime and save endangered lives.

Rome firstly launched the military-supported Mare Nostrum operation that systematized Search and Rescue (SAR) activities in the Central Mediterranean and patrolled Italian borders. Mare Nostrum was then accompanied by the Frontex joint operation Triton whose assets, fulfilling chiefly a border control mandate, were deployed closer to the Italian costs. EUNAVFORMED Operation Sophia constituted an upgrade of the former missions. It was activated in 2015 with a decision of the Council of the European Union, locating the operation in the Union’s Common Security and Defence Policy (CSDP) domain. This broader and comprehensive endeavor counts twenty-seven participants among EU and non-EU nation states.

The Operation – its headquarters being in Rome – has eminently an anti-smuggling mandate and aims to disrupt smugglers’ ‘business model’. Its usual area of intervention is the Libyan SAR zone. The ties between Operation Sophia and the Libyan context are indeed particularly tight. Accordingly, the mission also contributes to the training of Libyan Coast guards, the actualization of the UN arms embargo covering the area off the coast of Libya and the blocking of illegal oil exports deriving from the North African country. Because of these far-reaching functions, Operation Sophia required the green light from the United Nations Security Council, which was contained in two Resolutions of 2015 and 2016.

The expiration date of the EU CSDP Operation Sophia – falling on 31 March 2019 – spurred a discussion on the advisability of extending, altering or terminating the mission’s mandate. This was due to the fact that the military operation has regularly come under fire from more than one side. Indeed, the Operation must comply with European law and the controversial Dublin acquis whereby the country first entered by an asylum seeker should take charge of his or her asylum application. Being Italy the safest and closest port for migrants rescued by Operation Sophia’s units in the Central Mediterranean, it has faced a disproportionate number of irregular entries and asylum applications vis-a-vis its European partners.

For this reason, Italy – and particularly the country’s current government – generally calls for the decoupling of rescuing duties from the responsibility for asylum applications. However, non-border EU Member States do not fundamentally share Italian concerns. This tense situation has affected Operation Sophia’s functioning, to the point that EU Member States like Germany have regularly questioned the convenience of preserving the mission. In the absence of a political accord around the specific issue of Operation Sophia’s continuation, the Council of the European Union ultimately decided to extend the operation for an additional six months but depriving it of its naval assets.

This downgrading could, however, result in more dangerous journeys for migrants and undermine European efforts at monitoring the Libyan context more closely, which is presently undergoing further destabilization.

This deep-seated divergence is inextricably linked with the stalling of the reform process of the Common European Asylum System (CEAS). The purported European migration crisis has in fact inaugurated a difficult season in intra-EU relations and in the process of European integration as a whole. It clearly showed the extent of the EU Member States’ willingness and political intention to integrate further, which stumbled over the possibility of involving the entire Union in a delicate matter – irregular migration and asylum – directly affecting only its outermost countries. Accordingly, since the height of the migration surge in Europe, EU Member States have largely failed to find a proper political balance between the principle of responsibility enshrined in the EU law sources regulating the reception and management of irregular migrants and asylum seekers who cross European borders, and the value of solidarity proclaimed in the EU fundamental treaties.

This manifest failure strained relations between forefront EU Member States and the rest of the Union, as it was shown by the recent inability to find common solutions to the disembarkation of rescued migrants who were forced to wait for days on overloaded ships while the European partners were negotiating over ad hoc arrangements. Such misalignment could spill over to other sectors – economics, defense, foreign relations – weakening the position of the EU vis-à-vis global great powers.

The decision to practically alter the original configuration of Operation Sophia has alarmed non-governmental organizations and actors involved in migration who fear migrants’ conditions will further deteriorate following this partial disengagement of the European community from the Central Mediterranean. In order for the impasse to be solved and these appalling scenarios to be averted, a solution to the responsibility/solidarity conundrum must be found.

The EU Member States have considered and evaluated the option of externalizing migration procedures or enhancing the role of Libya, despite its state of political frailty and the related human rights concerns, in managing migration. It appears however that such choices – in a context of general political indeterminacy and disagreements among European partners – will hardly constitute a durable solution to the migration situation at European borders. More probably, they will transform into the seeds of harsher hurdles to confront in the time to come.

 

 

Gli occhi della Cina sul porto di Trieste

Pochi giorni dopo la visita di Stato in cui Xi Jinping ha portato a casa l’assenso italiano alla Belt And Road Initiative (BRI) tra le polemiche degli alleati, anche il Lussemburgo ha firmato un simile memorandum d’intesa, diventando il secondo paese fondatore dell’UE a riconoscere la nuova visione del mondo secondo Pechino. Anche in questo caso la scelta è motivata da mire economiche piuttosto che strategiche, il granducato è un hub finanziario perfetto per le imprese cinesi. La “fame” di investimenti e la mancanza di una strategia comunitaria permettono alla Cina di conquistare sempre più spazio in Europa, un rapporto profondamente asimmetrico che potrebbe ridisegnare gli assetti continentali.

Gli occhi della Cina sul porto di Trieste - Geopolitica.info Le connessioni intermodali del porto di Trieste secondo la Trieste Marine Terminal http://www.trieste-marine-terminal.com/en/rail-connections

Per molti la nuova postura cinese, così smaccatamente assertiva, è una sorpresa. Mentre in Europa si guardava in maniera ossessiva alla figura di Vladimir Putin e della sua grande Russia, in Cina iniziava la terza rivoluzione dopo quella di Mao Tse Tung nel 1949 e di Deng Xiaoping alla fine degli anni settanta: una rivoluzione che ha il volto e il carisma di Xi Jinping. In patria il presidente cinese ha concentrato su di sé il potere, e dato alla politica estera della repubblica popolare una  svolta decisa, quasi imperiale. Pechino adesso si considera una potenza ineluttabile e vuole dimostrarlo al mondo. Con la rivoluzione di Xi si chiude definitivamente l’epoca di Deng in cui l’impetuosa crescita economica era accompagnata da un rassicurante (ma calcolato) basso profilo.

La BRI è l’orizzonte geopolitico di questa terza rivoluzione, con essa Pechino punta a cambiare gli assetti internazionali e tornare a essere il centro del mondo. Nella cornice della BRI l’Italia interessa soprattutto per il porto di Trieste, l’idea è farlo diventare un hub logistico del Mediterraneo connesso alla Mitteleuropa. Entro la fine dell’anno – o al più tardi all’inizio del 2020 – a Trieste nascerà un nuovo terminal a sud del porto attuale, a poca distanza dal confine con la Slovenia. Già tra qualche mese un’azienda cinese dovrebbe iniziare a usarlo. Vale la pena soffermarsi sul potenziamento del porto di Trieste per rendersi conto dell’impatto fortemente asimmetrico della Cina in Europa.

Oggi i porti più grandi dell’Europa sono quelli di Rotterdam, Anversa e Amburgo (il c.d. Nordrange o Northern Range), porte di accesso all’heartland industriale dell’Unione Europea. Il ruolo di Trieste, se pur in crescita, è ancora marginale per via di un secolo di decadenza dovuto agli esiti dei due conflitti mondiali. L’interesse cinese per il porto del nord-est italiano potrebbe segnare una svolta è accelerare una tendenza già in atto: l’espansione e lo spostamento verso est dell’industrializzazione europea. Con il crollo della cortina di ferro le industrie occidentali hanno esteso la propria catena del valore verso est, con la Germania – in particolare la Baviera – a fare da polo d’attrazione di una fitta rete di industrie che va dalla Polonia all’Ungheria e continua a estendersi arrivando fino alla Romania. Anche l’Austria e ha un ruolo importante nella definizione del nuovo spazio geo-economico, contribuendo a costituire una nuova regione altamente industrializzata corrispondente grosso modo all’ex territorio dell’Impero Asburgico. Questa evoluzione sta anche rendendo meno importanti le regioni industrializzate del Nord Italia. È in questo contesto che per Trieste si presenta la possibilità di tornare a essere uno dei porti più importanti del continente.

Il capoluogo del Friuli-Venezia Giulia è in una posizione ottimale per accogliere navi provenienti dal Mar Nero, dal Canale di Suez e dal Nordafrica. Se consideriamo anche gli investimenti cinesi in Africa, non è difficile immaginare Trieste come terminale di un fitto network di infrastrutture che connette i paesi mitteleuropei al Mediterraneo “cinese” della nuova via della seta marittima.

La distanza tra Monaco di Baviera da Trieste è circa la metà rispetto al porto di Amburgo. Secondo un calcolo del prof. Joost Hintjens dell’Università di Anversa, passando per Trieste i tempi di spedizione Shanghai–Monaco verrebbero ridotti di 10 giorni (da 43 a 33), quelli Hong Kong–Monaco di 9 giorni (da 37 a 28). Nel momento in cui la Cina inizierà a spedire (e a farsi spedire) le merci a/da Trieste, i porti del Nordrange perderanno quote di mercato.

Il presidente dell’Autorità portuale di Trieste, Zeno D’Agostino, giustamente è entusiaste delle opportunità che si aprono per la sua città e ci tiene a dichiarare che «il porto non sarà controllato da Pechino» (cosa che invece accade nel porto greco del Pireo), ma questo non basta. Immaginando la BRI realizzata e completamente operativa, la Cina potrà decidere a piacimento quali hub sfruttare di più e quali di meno. Oltre a Trieste, a connettersi con la Mitteleuropa c’è il già citato porto del Pireo (attraverso i Balcani). Poi c’è la via della seta terrestre, con la linea ferroviaria Chongqing-Xinjiang-Europe Railway a collegare la costa industrializzata cinese a Duisburg, e da lì al resto d’Europa. Senza contare la possibilità di usare la rotta artica, per ora marginale ma nella visione cinese parte integrante della BRI.

Potenzialmente quindi, la Cina potrebbe ridisegnare la geografia industriale d’Europa in base ai suoi interessi economici e strategici dando più o meno importanza a determinati poli industriali e logistici, senza che i paesi europei possano rendersi parte attiva perché privi di potere negoziale. Per Pechino sta diventando molto semplice inserirsi nelle divisioni nazionali degli Stati membri dell’UE, costantemente in competizione tra loro per accaparrarsi investimenti e quote di mercato ma uniti in un sistema comunitario che permette ai cinesi di influenzare le politiche del blocco facendo pressione su alcuni singoli stati più in difficoltà, come recentemente accaduto con Grecia e Portogallo. La Cina guarda all’Europa come una sola entità geopolitica e trova nelle contraddizioni e divisioni interne la principale risorsa negoziale. Al momento gli Stati membri non riescono a trovare una posizione comune nemmeno sulle infrastrutture 5G di Huawei, né sulla creazione di giganti industriali europei da contrapporre a quelli cinesi protetti da Pechino. L’approccio continua a essere solo ed esclusivamente economicistico.

Oggi più che mai l’UE ha bisogno di strumenti per gestire la propria conflittualità politica ed economica, e trovare il modo di far convivere la necessità di una maggiore integrazione con l’altrettanta necessaria volontà di mantenere la dignità nazionale. Le premesse non sono buone, gli Stati europei vogliono recuperare sovranità, non cederla in funzione di una visione strategica continentale. Senza trovare una soluzione al dilemma tra sovranità nazionale e strategia continentale l’Europa resterà una potenza economica e un nano (geo)politico, fino a quando smetterà anche di essere una potenza economica.

 

Le connessioni intermodali del porto di Trieste secondo la Trieste Marine Terminal
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Un nuovo medio oriente?

Claudio Ciani, Un nuovo medio oriente? Dall’accordo segreto Sykes-Picot al progetto per un “Nuovo Secolo Americano”, Mimesis Edizioni, 2019 

Un nuovo medio oriente? - Geopolitica.info

Sergej Lavrov, Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa, alla 7ª Conferenza sulla Sicurezza Internazionale di Mosca, il 4 aprile 2018, ha dichiarato: “Si ha la netta sensazione che gli Stati Uniti stiano cercando di mantenere in questo immenso spazio geopolitico [il Medio Oriente] un caos controllato, con la speranza di poterlo utilizzare per giustificare la propria presenza militare nella regione per un tempo illimitato e per dettarvi la propria agenda”.

L’idea di fondo è semplice: sostituire agli stati ereditati dal crollo dell’Impero ottomano delle entità più piccole a carattere monoetnico e neutralizzare questi ministati elaborandoli in modo permanente gli uni contro gli altri. In altri termini, si tratta di ritornare al patto condiviso segretamente, nel 1916, dall’Impero francese e quello britannico, detto accordo di Sykes-Picot e di consacrare il dominio e la sovranità totale degli anglosassoni sulla regione. Ma per definire nuovi Stati, ancora inesistenti, bisogna distruggere quelli che esistono. Questo libro intende illustrare i progetti che si sono succeduti, fino ai giorni nostri, per rendere operativo questo disegno politico nel quadrante mediorientale.

Il marzo del cambiamento climatico: Trump e la sicurezza americana

Il marzo 2019 ha visto un evolversi improvviso della questione climatica a livello globale. Da un lato la mobilitazione dei “Fridays for Future” dei giovani e giovanissimi di tutto il mondo quale pacifica protesta contro il particolarismo degli interessi e l’immobilità dei governi nelle trattative internazionali sull’ambiente; dall’altro, meno visibile, una presa di posizione sempre più decisa da parte delle élite della difesa e della politica estera statunitense nei confronti del cambiamento climatico quale minaccia alla sicurezza nazionale e “moltiplicatore di minaccia” a livello globale. Soffermiamoci, per un attimo, proprio su quest’ultima posizione.

Il marzo del cambiamento climatico: Trump e la sicurezza americana - Geopolitica.info

Cambiamento climatico: anche una questione militare

Il 5 marzo due think tank bipartisan, Center for Climate and Security e American Security Project, pubblicano una lettera firmata da cinquantotto personalità in pensione, tra militari e leader nel campo della difesa: da esponenti dell’amministrazione Obama quali John Kerry e Chuck Hagel fino a nomi noti al panorama militare internazionale, come l’ammiraglio James Stavridis, già comandante supremo alleato in Europa, o a quello più specificamente americano, come gli ex comandanti della Guardia Costiera americana e della Quarta Flotta, ammiraglio Paul Zukunft e ammiraglio Sinclair M. Harris.

La lettera, indirizzata al presidente Trump, oltre a ribadire espressamente il contributo antropogenico al cambiamento climatico fin dalle prime righe, conferma il pieno supporto dei firmatari al Congresso americano, che nel dicembre 2017 dichiarò il cambiamento climatico “minaccia diretta alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. In realtà, non è la prima volta che mobilitazioni simili vengono intraprese da alti esponenti dei servizi armati e della sicurezza americana, in particolar modo dalla fine dell’amministrazione Obama.

Che il cambiamento climatico influisca sulla sicurezza nazionale americana è ormai un dato di fatto – dallo scioglimento dei ghiacci nell’Artico ai danni alle basi su suolo americano e non – sul quale a partire dagli anni 2000 sono proliferati sempre più intensamente documenti e report di agenzie governative e servizi delle forze armate, tanto quanto sono aumentati i cosiddetti extreme weather events, a sottolineare la frequenza e intensità crescente con cui uragani e ondate di caldo/freddo colpiscono ecosistemi e infrastrutture.

La lettera del 5 marzo, ad esempio, cita gli ingenti danni provocati dall’uragano Florence a settembre alla base dei marines di Camp Lejeune, che ospita le expeditionary forces, ovvero unità di rapido spiegamento su teatri richiedenti forze anfibie – storica punta all’occhiello della strategia americana. Come affermato dal comandante dei Marines generale Robert N. Neller, il pagamento di tasca propria dei Marines dei danni imprevisti causati da Florence mette a repentaglio l’impiegabilità della loro forza. Soprattutto poiché i tagli alla difesa messi in pratica da Obama e poi promessi da Trump, e dedicati in particolar modo alle infrastrutture militari, sono stati riversati a febbraio verso la costruzione del muro al confine sul Messico nell’ambito di un non così condivisa emergenza nazionale.

Non sorprende dunque che la lettera del 5 marzo sia a tutti gli effetti la risposta all’istituzione voluta dal presidente di comitato di dodici persone, tra cui William Happer, fisico di Princeton che ha più volte dichiarato pubblicamente il biossido di carbonico benefico per l’umanità e criticato i dati di diverse agenzie scientifiche federali. L’istituzione del comitato è a sua volta causata dalla decisione di Trump di rivedere il National Climate Assessment, sottoposto alla peer-review, voluminoso rapporto pubblicato a novembre 2018 e frutto della collaborazione di più di dieci agenzie federali, sugli impatti del cambiamento climatico sulla sicurezza nazionale.

Una comunità della sicurezza sempre più divisa

L’atteggiamento del presidente Trump tende a dividere ancora di più la comunità della sicurezza nazionale. Non solo stiamo osservando uno scollamento dell’élite militare (tra cui quello tradizionalmente espresso nei confronti di candidati repubblicani in campagna elettorale: 500 generali e ammiragli in pensione sostennero Mitt Romney; Trump fu sostenuto da 88), espresso anche da ripetuti appelli al presidente, di cui ultima è la lettera del 5 marzo.

Tra le altre, due anni fa, in campagna elettorale, cinquantacinque alti ufficiali, in pensione e non, in una lettera definirono Trump come inadatto al suo futuro ruolo di comandante in capo a causa del suo atteggiamento aggressivo e misogino che avrebbe minato il delicato rapporto tra esercito americano e la sua componente femminile, a cui si aggiunge un rapporto controverso e a volte addirittura antagonistico con le compagini di transgender, veterani e componenti etniche dimostrato già in campagna elettorale.

Non solo. La comunità scientifica, la cui veridicità delle affermazioni per la prima volta nella storia americana viene messa pubblicamente in discussione da parte dell’apparato della sicurezza, ha tradizionalmente partecipato attivamente ai progetti di sicurezza nazionale, con agenzie quali la National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) o la National Aeronautics and Space Administration (NASA), dai tempi del progetto Manhattan fino a un’epoca (oggi) sempre più caratterizzata dal complesso rapporto tra sicurezza e Rivoluzione in Affari Militari e alla sempre più complessa integrazione dei sistemi strategici, operativi e tattici.

Problema più complesso è quello del rapporto con il Congresso. Proprio quest’ultimo sta diventando un supporto sempre più solido, sostenuto dall’apparato militare, verso una definizione condivisa del cambiamento climatico quale minaccia alla sicurezza nazionale. Circa un anno fa, a gennaio 2018, centosei membri del Congresso di entrambi gli schieramenti scrissero a Trump per includere nella National Security Strategy (NSS) anche il cambiamento climatico quale vettore di minaccia (la NSS a partire da ora sostituisce la Quadrennial Defense Review, un passo verso la semplificazione del complesso sistema di documenti strategici americani. Tuttavia, a differenza della Quadrennial Defense Review, la National Security Strategy è classificata) assieme alle armi di distruzione di massa, minacce biologiche, migrazioni, cyberwarfare e terrorismo.

Se i principali documenti strategici della superpotenza non passano più attraverso il Congresso, ma da organi più o meno dipendenti dalla nomina presidenziale (la Quadrennial Defense Review è del Dipartimento della Difesa, la National Military Strategy dagli Stati maggiori riuniti – Joint Chiefs of Staff), ciò accentua ancora di più lo scollamento all’interno dell’apparato della sicurezza americano. Infatti, la legge federale, poi firmata dallo stesso presidente, che specifica il budget allocato per il Dipartimento della Difesa per l’anno fiscale, oltre a definire il cambiamento climatico come “direct threat” alla sicurezza nazionale e ad elencare le aree geografiche maggiormente colpite, chiede anche la futura redazione di un report sugli effetti del cambiamento climatico sulle installazioni militari e i comandi combattenti unificati dislocati a livello globale; cosa che è stata fatta e puntualmente è stata resa pubblica da parte del Dipartimento della Difesa nel gennaio 2019.

Il 12 marzo giunge un’altra risposta alla sfida: il comitato delle Relazioni estere del Senato americano (Senate Foreign Relations Committee) propone il Climate Security Act del 2019, contenente una serie di indicazioni per un approccio interdipartimentale e scientifico per la sicurezza, anche se principalmente dedicato al Dipartimento di Stato, ma con la collaborazione espressa, tra gli altri, della NOAA, il Dipartimento della Marina, il Dipartimento dell’Aeronautica. L’obiettivo del comitato è di consigliare il Presidente sulle dinamiche complesse che legano cambiamento climatico, i suoi effetti e le azioni da intraprendere, oltre a ridurre l’impatto antropogenico e migliore l’adattamento e la resilienza.

Degna di nota è anche la proposta di istituzione di un Rappresentate Speciale per l’Artico. Si prospetta dunque un ulteriore banco di prova per testare le relazioni tra potere presidenziale, civili e militari negli Stati Uniti nei mesi a venire.

Who is who: Kassym-Jomart Tokayev

Nome: Kassym-Jomart Tokayev
Nazionalità: Kazaka
Data di nascita: Almaty, 17 maggio 1953
Ruolo: Presidente della Repubblica del Kazakistan

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Con lo stupore dei suoi connazionali, lo scorso 19 marzo, l’ex Presidente della Repubblica del Kazakistan e leader indiscusso dello Stato dalla sua indipendenza nel 1991, Nursultan Nazarbayev, ha annunciato le sue dimissioni, indicando, in conformità con la Costituzione, Kassym-Jomart Tokayev, già Presidente della Camera Alta del Parlamento, come suo successore.

Tokayev, classe 1953, si è formato negli anni ’70 presso l’Istituto di Stato di Relazioni Internazionali di Mosca ed è poi divenuto parte integrante della diplomazia sovietica, svolgendo diversi incarichi in Estremo Oriente, in particolare presso la Repubblica Popolare Cinese e Singapore, divenendo infine ambasciatore a Pechino dal 1985-1991. Con l’indipendenza del Kazakistan ha servito il paese come Ministro degli Affari Esteri (1994-1999; 2003-2004) e Primo Ministro (1999-2003) divenendo nel 2011 Direttore Generale dell’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra e dal 2013, come già nel periodo 2007-2011, Presidente del Parlamento.

Se da un lato, l’esperienza di Tokayev sembra contrastare con quella di Nazarbayev, radicata all’interno delle strutture del PCUS, ciò non deve trarre in inganno, Tokayev ha costruito la propria carriera politica a partire dalla fine degli anni ’70 del Novecento inserendosi pienamente nella gestione sclerotica del potere sovietico e successivamente ha sostenuto la politica autoritaria di Nazarbayev, favorendo timide aperture nell’economia ma impedendo ogni evoluzione del paese in senso democratico.

Il neopresidente è quindi espressione di quel mondo di amministratori e burocrati che detengono i gangli fondamentali del potere dello stato, gli “apparatchik” nello spazio post-sovietico. Conseguentemente è inverosimile che questi possa avviare vasti programmi di rinnovamento del paese. Inoltre, la sua è ampiamente considerata una presidenza di transizione in virtù della nomina di Dariga Nazarbayeva, figlia del Presidente uscente, a Presidente della Camera Alta del Parlamento e dell’assenza di competitor credibili alle prossime elezioni Presidenziali dell’Aprile 2020.

 

 

La costruzione del mondo di Game of Thrones attraverso i concetti chiave delle Relazioni internazionali

Nella rappresentazione hobbesiana dello stato di natura la vita umana è«solitaria, misera, ripugnante, rozza e breve». Questa immagine corrisponde alla descrizione del continente fantastico di Westeros, così come immortalata da George Martin nei romanzi “A Song of Ice and Fire” poi trasformati in serie televisiva “Game of Thrones” dall’emittente statunitense HBO. Come confermato dai numerosi articoli apparsi su riviste (ne hanno parlato in particolare “Foreign Affairs” e “Foreign Policy”), la saga si presta a essere interpretata in termini politologici e i suoi contenuti risultano tanto più significativi se si assume la prospettiva delle Relazioni internazionali.Sebbene la biografia dell’autore non presenti elementi che ne indichino la conoscenza sistematica dei principali paradigmi della disciplina, i suoi lavori si contraddistinguono per una consapevolezza e una capacità di rappresentare le dinamiche del potere nell’ambiente internazionale che, quanto meno, rende “Il trono di spade” uno strumento utile per illustrarne il funzionamento. La recente conclusione della settima stagione della saga televisiva (27 agosto), a cui l’articolo fa riferimento, fornisce lo spunto per abbozzare una riflessione in merito (attenzione: possibilità di spoiler nelle righe successive).

La costruzione del mondo di Game of Thrones attraverso i concetti chiave delle Relazioni internazionali - Geopolitica.info

“Game of Thrones”, infatti, offre numerose rappresentazioni dei concetti chiave della disciplina. Il bellum omnium contra omnes, che si scatena tra i dignitari dei Sette Regni dopo l’assassinio di Aerys II Targaryen (il “re folle”), ha fatto parlare di un’interpretazione “realista”delle vicende umane. La condizione politica del continente occidentale, infatti, riflette efficacemente quella di anarchia internazionale in cui versano gli Stati e la loro conseguente necessità di agire come massimizzatori di sicurezza. Il perseguimento degli interessi, primo fra tutti quello della sopravvivenza, impone a tutti i personaggi della saga una condotta sostanzialmente amorale, la cui descrizione inevitabilmente non può essere unidimensionale. “Il trono di spade”, come sottolineato da Salvatore Santangelo in un articolo pubblicato di recente su “Tempi”, sfugge, infatti, alla dicotomia classica bene/male di molte altre saghe, prime tra tutte quelle di John Tolkien. È per questo che, nell’evoluzione della storia, con le eccezioni di Jon Snow (il polo positivo) e Cersei Lannister (il polo negativo), tutti finiscono col compiere sia azioni esemplari che atti malvagi (tra le figure più emblematiche della complessità della natura umana figurano quelle di Jaime Lannister e Sandor Clegane).

Se la condizione “anarchica” di Westeros costituisce la cornice del racconto, il suo filo conduttore è ineluttabilmente la lotta per il potere. L’interruzione della successione secondo il principio tradizionale della successione dinastica, anche se giustificata dalla crudeltà del sovrano, infatti, innesca delle spinte centrifughe che esplodono definitivamente con la morte del nuovo re Robert Baratheon. È così che Westeros scivola in una condizione di “quasi legittimità”, che ricorda quanto scritto da Guglielmo Ferrero nel suo volume sul potere. La concomitanza tra un ordine politico che volge al tramonto (quello delle vecchie famiglie nobiliari dei Sette Regni) e di un ordine emergente che, tuttavia, è ancora di là da venire (quello di Daenerys Targaryen o quello di Jon Snow), conferma di essere lo scenario foriero per eccellenza di lotte senza quartiere che trascinano gli abitanti del continente occidentale in una spirale di violenza.

Il potere è rappresentato secondo l’immagine weberiana della possibilità di vedere affermata la propria volontà anche in presenza di un’opposizione, così come magistralmente espresso da Cersei Lannister nella scena in cui ricorda a Petyr Baelish (Ditocorto) – mentre ordina ai suoi uomini prima di giustiziarlo, poi di liberarlo –che,a differenza del “sapere” (di cui è detentore Ditocorto),«il potere è ‘potere’». La lotta per il potere, quindi, è rappresentata come un “gioco a somma zero”, ben descritta nel dialogo tra Cersei e Ned Stark, in cui la donna ricorda al primo cavaliere del marito che «al gioco per il trono o si vince o si muore, non esistono vie di mezzo».“Game of Thrones”, inoltre, scioglie l’annoso nodo del rapporto tra il potere politico e quello economico prendendo una posizione netta (che risulta più smussata, invece, nei volumi di Martin). È il primo, infatti, a essere raffigurato come il principale bene scarso all’interno della società, per cui chiunque abbia risorse a disposizione è disposto a combattere. Il denaro, infatti, appare come uno strumento per ottenere il potere di decidere ma che, come dimostrato dal rapporto che i Lannister intrattengono con la Banca di Ferro e da come si vendicano per il tradimento della ricchissima famiglia Tyrell, non necessariamente si traduce in esso.

Allo stesso tempo, tuttavia, la rappresentazione del potere non è ridotta alla mera forza, ma viene problematizzata. Anzitutto chi trasforma il potere nel semplice esercizio della violenza o nella minaccia del suo ricorso prima o poi rimane vittima della spirale che ha innescato o contribuito ad alimentare (il caso di re Joffrey Baratheon è il più eclatante), così come chi lo persegue facendo continuo ricorso al tradimento prima o poi ne rimane vittima (la fine di Ditocorto dimostra che alla lunga la slealtà non paga). In secondo luogo nella serie emerge l’idea che il potere agisce meglio laddove viene percepito dagli uomini come autorità o, in altre parole, quando ottiene il “consenso” dei soggetti nei confronti dei quali rivolge i comandi. Non solo i re o i guerrieri, infatti, possono essere detentori di potere, come dimostrato dal ruolo politico svolto da Cersei (una donna) prima di diventare regina o da Tyrion Lannister (un nano) che per ben due volte viene nominato primo cavaliere (una sorta di primo ministro). Il potere, al contrario, risiede «dove gli uomini credono che il potere risieda; è un trucco, un’ombra sul muro», come sottolinea Lord Varys a Tyrion in uno dei dialoghi più riusciti della saga. Per tale ragione i suoi detentori sono continuamente alla ricerca di legittimazione, risultando consapevoli che un deficit di legittimità rende impossibile od ostacola significativamente l’esercizio del potere.

A Westeros il tramonto del principio di legittimità tradizionale (la successione dinastica), fa sì che i personaggi cerchino di attingere ad almeno due fonti alternative di legittimazione. La prima è la religione, come dimostrato dal rapporto tra il pretendente al trono Stannis Baratheon e Melisandre, sacerdotessa del Dio della Luce. O anche dalla momentanea intesa tra Cersei, che cerca di rafforzare la posizione di suo figlio Tommen quale nuovo re, e l’Alto Passero (o Septon) del Culto dei Sette Dei. O, ancora, dall’identificazione degli Uomini del Nord con gli Antichi Dèi, da quella degli Uomini di Ferro con il Dio Abissale e da quella dei Dothraki con il Grande Stallone. La seconda fonte di legittimità è l’ideologia, a cui fa principalmente ricorso Daenerys Targaryen, la figlia del “re folle” che ambisce a riunire i Sette Regni sotto la sua autorità con l’ausilio di tre draghi. In “Game of Thrones” è lei a essere dotata di una vera e propria carica rivoluzionaria, fondata sul progetto di liberazione degli schiavi e di realizzazione di un ordine equo e senza più ingiustizie contro i deboli. Il potenziale politico delle idee di Daenerys, che nel corso della serie le permette di formare dal nulla un temibile esercito (altro indizio del primato del potere politico su quello economico), emerge in un dialogo con Tyrion. Quest’ultimo, che dopo essere stato rinnegato dalla sua famiglia ne diventa il primo cavaliere,prova a mettere in guardia la pretendente al trono di spade dalle insidie che l’attendono e sulla difficoltà di trovare alleati importanti a Westeros per la sua impresa. Lei risponde che le grandi famiglie nobiliari del continente rappresentano i raggi di una ruota che schiaccia le persone. Una ruota che non è interessata a fermare o a divenirne parte, ma che intende, piuttosto, distruggere.

Il mondo (o il sistema internazionale) in cui Daenerys vuole realizzare il suo progetto sembra essere passato da un assetto egemonico, quello del regno Targaryen,ad uno multipolare, in cui le grandi famiglie nobiliari non riconoscono un’autorità superiore e guadagnano sovranità su porzioni ristrette del continente occidentale. Nell’ambito di questo nuovo assetto Casa Lannister, di cui Joffrey Baratheon che siede sul trono di spade è membro (è il primogenito di Cersei e Robert Baratheon e il nipote di Tywin Lannister),è la prima a sviluppare ambizioni egemoniche (ripristino dell’autorità del trono sui Sette Regni). Il progetto dei Lannister, che controllano le Terre dell’Ovest e quelle prima appartenute ai Targaryen, è fondato sul differenziale in termini di hard power – sia nella componente militare che economica – che li favorisce rispetto alle altre casate. È questa la vera origine della Guerra dei Cinque Re, mentre le sue cause efficienti sono l’illegittimità di Joffrey e l’uccisione di Ned Stark. Quest’ultima assume le sembianze di una vera a propria “guerra egemonica” nell’accezione di Raymond Aron e Robert Gilpin. È, infatti, un conflitto che coinvolge tutti i principali attori del sistema, che si configura come “totale” per estensione geografica e intensità dei combattimenti (nonostante la sua durata sia relativamente breve) e che ha come posta in gioco la natura e il governo del sistema internazionale.

Rispetto alla minaccia costituita dai Lannister, gli Stark,le due fazioni dei Baratheon (quella che fa capo a Stannis e quella che fa capo a Renly, entrambi fratelli di Robert), i Greyjoy e – inizialmente – i Tyrell optano per il bilanciamento, ma senza cooperare. Stannis Baratheon fa uccidere suo fratello Renly, mente i Greyjoy approfittano della situazione per attaccare gli Stark. Gli Arryn e i Tully – con l’eccezione del “Pesce nero” che sostiene gli Stark – scelgono una neutralità volta a guadagnare il tempo necessario per rafforzarsi e poi schierarsi dalla parte dei vincitori. Tra le grandi casate dapprima i Martell e poi i Tyrell fanno – momentaneamente –bandwagoning con i Lannister, salvo poi comprendere di esserne stati fagocitati. La stessa scelta, ma più comprensibile alla luce delle dinamiche di sicurezza, è compiuta da alcune potenze minori, come i Frey e i Bolton, che sperano di prendere il posto delle casate a cui erano fedeli in passato nel nuovo ordine guidato dai Lannister. La ricerca della sicurezza e l’accumulazione di potere, quindi, impongono agli attori in gioco di adattarsi alle contingenze ed essere disposti a stringere e mutare alleanze. È la logica suggerita in più occasioni ai membri della famiglia Stark da Ditocorto, secondo cui «la pace di fa con il nemico, per questo si chiama pace» e «occorre combattere ogni battaglia prima nella propria mente, considerando ognuno come proprio nemico e ognuno come proprio amico».

La fine della Guerra dei Cinque Re si conclude con una vittoria tattica dei Lannister che, tuttavia, non ottengono il loro obiettivo strategico. Il continente occidentale, infatti, continua a essere connotato da un assetto multipolare e assomiglia per la sua instabilità, nonché per la vacanza di un attore capace di portare un livello minimo di ordine, all’Europa descritta da Edward Carr in “The TwentyYears’ Crisis”. A rendere ancora più instabile il sistema di Westeros intervengono nuovi attori contraddistinti da una carica “rivoluzionaria”. Da un lato irrompe definitivamente sulla scena Daenerys, che in nome del suo progetto politico riesce a unire intorno a sé, oltre ai barbari Dothraki e alle truppe di Immacolati già arruolati nel continente di Essos, le case Martell, Tyrell e Greyjoy (la parte fedele a Yara) unite principalmente dalla comune minaccia rappresentata dai Lannister. Questa scelta, tuttavia, avvicina ai Lannister altre potenze minori in cerca di emancipazione, come i Tarly (prima legati ai Tyrell) e i Greyjoy (la componente fedele a Euron).

Dall’altro lato, incombe ormai sul continente l’esercito degli Estranei (i non morti) guidato dal Re della Notte, che costituisce un pericolo condiviso da tutti gli esseri viventi. Grazie all’abile politica di Jon Snow, nel frattempo diventato re del Nord, tutte le grandi casate del continente occidentale sembrano unirsi in nome della nuova minaccia comune, rinviando nel futuro una rivalità che al cospetto di questo pericolo sembra priva di senso. Tuttavia Cersei conferma ancora una volta le sue doti di realpolitiker. Dopo aver scongiurato l’assedio delle truppe di Daenerys contro Approdo del Re (la capitale dei Sette Regni) in cambio della sua alleanza contro gli Estranei, non può fare a meno di pensare a una strategia di lungo termine sebbene sia consapevole della minaccia che sta prendendo forma nell’immediato. Ordinando al fratello Jaime di non muovere l’esercito verso Nord, spera che Daenerys e Jon ottengano l’obiettivo comune (sconfiggere il Re della Notte), ma a un costo tale che non saranno in grado di sostenere un nuovo scontro con i Lannister alla fine della Grande Guerra. Così viene definita nell’ultima puntata lo scontro degli uomini del continente occidentale con l’esercito degli Estranei. Nella prossima stagione, quindi, assisteremo a una nuova “guerra egemonica”.

Scene consigliate:

Il potere è potere: link
Il potere come gioco a somma zero: link
Il potere risiede dove gli uomini credono che il potere risieda: link
Fare la pace con il nemico: link
Ognuno è tuo nemico, ognuno è tuo amico: link
Distruggere la ruota: link

The Consociational Democracy and its Application in Lebanon

Political scientists define consociational state as a state with major internal divisions along ethnic, religious or linguistic lines. It is often viewed as synonymous with power-sharing, where none of the divisions are large enough to form a majority group. Social elites have an important role with their agreements on cooperation that is considered to be a key to maintain a stable democracy. Consociational democracy exists in completely divided countries; where those differences could be seen as obstacles to establish a democratic system with full stability. The goals of consociationalism are mainly to achieve governmental stability, the persistence of the power-sharing arrangements, survival of democracy and avoidance of violence and conflicts. When consociationalism is organized along religious confession’s line, it is known as confessionalism as it is the case in Lebanon.

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According to Lijphart, the characteristics of Consociationalism are four:

  1. Executive power-sharing which is forming a ‘grand coalition’ with leaders representing all significant segments of society. The institutional expression of the ‘grand coalition’ is a multi-party cabinet by recognizing the danger of non-cooperation.
  2. Mutual Veto which is giving groups within a state the right to veto the government’s decision-making. It will thus be necessary to reach mutual agreement among all parties in the executive.
  3. Proportional Representation which is enabling groups to be a part of the state’s decision-making and to occupy according to their weight, positions in civil service, and other segments of society.
  4. Segmental Autonomy which is giving minority groups the possibility for self-rule within the boundaries of the state.

Rather than having a particular structure, Consociationalism could take different forms in different places, and the division of power between the central government and the autonomous political units varies. The role of the Elite in a consociational system is very vital as to achieve the internal stability. They have to respond to the interests and the demands of the people they represent and be able to coordinate with the other sub-groups to reach a high level of stability and understanding. By this, they will be committed to the maintenance of the whole system and can reduce the risk of internal political fragmentations that they may encounter.

Lebanon is located at the crossroad of the Mediterranean basin and the Arabian hinterland; this gave the country a rich history and shaped its cultural identity between different sectarian and ethnic diversities. Lebanon shares many cultural characteristics that are linked to its Arabic neighborhood in addition to its strong historical ties with the western world; especially after being mandated by the French colonial powers.

Lebanon has 18 officially recognized religious groups that led to the establishment of its confessional political system with a power-sharing mechanism based on religious interests. For this reason, the relative proportions of the country’s different religious communities are considered a highly sensitive matter since the establishment of the republic.

The highest offices are proportionally reserved for representatives for different religious communities. Lebanese political parties are formed upon sectarian interest. Since the emergence of the post-1943 state, national politics were determined largely by relatively restricted groups of traditional, regional and sectarian leaders. The 1943 National Pact (an unwritten agreement that established the political foundations of modern Lebanon after the French mandate), allocated political power on an essentially confessional system. Seats in parliament were divided on a 6 to 5 ratio Christians to Muslims until another agreement signed in 1991 (the Taiif accord) when the ratio changed to half and half.

Positions in the government reallocated on a similar basis. The pact also by customs allocated public offices along religious lines, with the top three political positions in the ruling troika were distributed as follow: the president of the republic a Maronite-Christian; the speaker of the parliament a Shiaa-Muslim and the prime minister a Sunni-Muslim. The Orthodox were given the deputy speaker of the House of Representatives and deputy prime minister. 128 seats in parliament are confessionally distributed and elected; each religious community has a preserved number of seats in the parliament and coalitions are formed for electoral interests.

The rule of proportionality has also been applied to the composition of governments. The Lebanese leaders ensure that the government looks like a mini-parliament, reflecting their sectarian, regional and political structure. According to the provisions of the Lebanese Constitution, the distribution of powers and responsibilities should be applied to this coalition (sectarian representation), including the other levels in the State.

The application of relativity is also included in the distribution of posts at various levels, through the appointment of Christians and Muslims equally in most administrative formations. Consociational Democrats consider that the pattern adopted by the Lebanese leaders in the post-independence period, which is the distribution of the three presidencies to the main Lebanese sects, is an expression of the idea of ​​a grand coalition and one form of Lebanese consociational democracy.The current sectarian polarization means that it is possible to form each of the main Lebanese communities, without any ambiguity, which in turn allows a serious dialogue to reach a national partnership based on the interests of each sect. Each of the major sects has its own organized and represented political party, that is so popularly supported and it can negotiate on its behalf and speak for itself. This popular support enables these parties and blocs; thanks to the strong support they receive, to favor the project of cooperation and understanding without any exclusion.

Sectarianism is a key element in the Lebanese political life, and political blocks are usually based on confessional and local interests. The religious courts in Lebanon play a vital role where they have jurisdictions over personal status matters within every religion (marriage, divorce and inheritance). The Lebanese religious community enjoys a wide range of autonomy and freedom of actions in their own affairs as provided by the Lebanese Constitution.

For instance, a statement issued by the Supreme Islamic Shari’a Council, said: “Personal status issues are a right guaranteed in the Lebanese constitution, and each community can organize their own personal affairs and take possession of them, and each community has the right to refuse anything that affects their personal conditions”.  The widespread independence enjoyed by Lebanese groups has made many believe that Lebanon is a “federation of sects”.The mutual veto had a particular importance in forming the idea of ​​the National Pact (1943). This idea was based on the Christians rejection to the Syrian unity and the Muslims rejection to the idea of ​​foreign protection. It was agreed that these two ideas and their policies would be adopted at the internal, regional and international levels. This was the basis for the ​​national participation. The effectiveness of this method drives religious groups, in particular, to pay attention to the development of their popular capacity to be more able to use the veto when needed in order to protect their interests.

Lebanon has also other appropriate elements that helped in the establishment of its consociational democracy. The existing political parties are highly sectarian where every single party is working to achieve the demands and needs of its religious community. The obvious disparities in the Lebanese society can in a way block national integration and cause segregation across the social spectrum. For this reason, those existing disparities were considered the main factors that contributed to the consolidation of the consociational democracy in this pluralistic society, and helped in the reduction of sectarian tensions and protect the democracy in the country.