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Il mondo dopo il COVID-19: competizione e frammentazione internazionale

L’emergenza coronavirus ha accelerato alcuni processi internazionali che costituivano già la cifra fondamentale della nostra epoca. Si fa riferimento, anzitutto, alla competizione tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese (RPC), che ha fatto intravedere a molti analisti il profilarsi della “trappola di Tucidide”. In secondo luogo, al graduale allontanamento dell’Europa dalle priorità strategiche di Washington e alle lacerazioni interne al nostro continente.

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Più in generale, la crisi appare quale epifenomeno di un mutamento di interazione tra le grandi potenze che ha preso forma sia nella dimensione distributiva (relativa a come è diffuso il potere tra gli attori), sia in quella normativa (relativa ai fondamenti etico-giuridici dell’ordine internazionale), e che trova la sua origine nella monumentale ascesa della Cina.

All’interno di tale perimetro politico-strategico, tuttavia, non è ancora chiaro se la crisi COVID-19 presenti più rischi o più opportunità per Pechino. Il suo atteggiamento, d’altronde, è apparso ondivago. E non per volubilità, ma per consapevolezza delle proprie risorse e dei propri limiti. La RPC, infatti, si è dimostrata fragile in tema di proposte concrete per il contrasto al virus. Al netto delle ambiguità nel rapporto con l’OMS e dell’opacità su quanto avviene nei laboratori di ricerca nel Paese, anche la proposta della Health Silk Road è apparsa zoppa. Oltre alla vaghezza dei suoi contenuti, infatti, si dovrebbe appoggiare a quella Belt and Road Initiative, che proprio a causa del Coronavirus ha subito un duro colpo sia in termini di immagine che di fattibilità finanziaria. Allo stesso tempo, la crisi ha richiesto di lanciare una campagna di propaganda nei confronti delle opinioni pubbliche e dei decision-maker europei. Tra gli obiettivi sottesi nell’immediato, quello di smorzare le critiche nei suoi confronti, promuovere un’immagine positiva del Paese e far cadere nell’oblio il fatto che il virus abbia avuto origine a Wuhan. Tra i risultati attesi nel medio termine, invece, il principale resta assestare un colpo alla legittimità dell’ordine liberale, nei cui confronti Pechino ha assunto una postura “revisionista”. 

Quanto è accaduto nel campo occidentale in questi mesi a causa del COVID-19 deve essere stato accolto positivamente a Pechino. D’altronde, i primi feedback di Washington sulla crisi sembravano confermare quella politica del retrechment varata da Barack Obama e confermata da Donald Trump che presuppone un parziale distacco dell’America dall’Europa. La combinazione tra il riorientamento strategico verso l’Indo-Pacifico (introdotto nella National Security 2015 e poi confermato nel 2017), le prossime elezioni presidenziali (che incentivano il presidente a non farsi vedere troppo impegnato nei problemi europei) e uno stile personale dell’inquilino della Casa Bianca che lascia spesso spaesati i suoi alleati hanno fatto sì che la volontà di guida americana sia stata percepita come incerta. Il successivo cambio di atteggiamento – il cui principale risultato va ricercato nel Memorandum on Providing COVID-19 Assistance to the Italian Republic – appare comunque come un tentativo tardivo di riparare a un errore ormai commesso.

Le lacerazioni, inoltre, hanno preso forma anche all’interno del continente europeo. La forte disapprovazione degli italiani verso l’operato dell’UE nelle prime settimane della crisi ha spinto il presidente della Commissione Ursula von der Leyen ad un inusuale mea culpa. Ciononostante, nelle settimane successive la musica ha faticato a cambiare. La distanza tra l’Europa meridionale e quella settentrionale, infatti, è aumentata sempre di più in tema di rigore di bilancio, MES e, infine, sulla proposta di costituire corridoi turistici preferenziali verso i Paesi meno colpiti dal virus (Grecia, Slovenia e Croazia), che penalizzano implicitamente Italia e Spagna. Non sarà certo un caso se gli ultimi sondaggi della SWG fotografano una disaffezione generale della nostra opinione pubblica verso Bruxelles.

Le evoluzioni della crisi nel mondo occidentale, tuttavia, non rappresentano comunque un “pranzo di gala” dalla prospettiva cinese. In particolare, la posizione dell’opinione pubblica tedesca, francese e britannica, che era già sospettosa nei confronti della RPC prima del virus, ora ha assunto quasi i tratti dell’ostilità. Anche nel nostro Paese, per quanto una certa narrazione lo descriva come “innamorato” della Cina, un recente studio IAI-LAPS conferma un trend non troppo dissimile da quello europeo. Agli italiani, infatti, la provenienza del virus (Wuhan) risulta ben chiara e circa l’80% degli intervistati è convinto che Pechino debba riconoscere le proprie responsabilità nella malagestione dell’emergenza. Per un Paese la cui capacità di sfidare l’ordine internazionale dipende, in questa fase, dalla capacità di accumulare risorse ed essere percepito come “benevolo” non è di certo una buona notizia.

Gabriele Natalizia,
Sapienza Università di Roma, Centro Studi Geopolitica.info

Lorenzo Termine,
Sapienza Università di Roma, Centro Studi Geopolitica.info

Il Coronavirus e le migrazioni del futuro

Tra gli impatti più importanti che ha avuto l’epidemia di Covid-19 in questi ultimi mesi vi è stato il radicale cambiamento della mobilità degli individui in tutto il mondo. Questa alterazione della dinamica degli spostamenti umani non ha solo mutato lo stile di vita di tutti i giorni ma ha profondamente influenzato tutte le direttrici di spostamento mondiale incluse le rotte migratorie. 

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Il Covid-19 e le migrazioni 

La pandemia non ha solo ridotto al minimo la massa di persone che effettua una migrazione ma ha relegato questo fenomeno sullo sfondo di un contesto internazionale oggi focalizzato sulla gestione dell’emergenza sanitaria. Uno studio del CSIS ha cercato di comprendere come i processi migratori potrebbero essere influenzati dalla diffusione del Coronavirus e, soprattutto, delle possibili problematiche che potrebbero emergere nel medio e lungo periodo. 

Uno dei motivi della preoccupazione sulle ripercussioni a medio/lungo termine è dato dai moderni flussi migratori che vedono, abitualmente, lo spostamento di milioni di persone lungo tratte consolidate. La sospensione di quasi ogni possibilità di circolazione sia interna agli stati sia internazionale si presenta come un fenomeno sostanzialmente inedito e del tutto nuovo per la società odierna in cui i fenomeni migratori hanno assunto un ruolo di rilievo nelle economie avanzate come in quelle in via di sviluppo. Se le migrazioni sono parte dell’economia globale e sono alla base di molte delle sue attività il blocco odierno della circolazione delle persone assume quindi una prospettiva ancora più negativa. Sono quindi stati ipotizzati diversi scenari che provano a gettare luce su come l’attuale pandemia di Coronavirus possa influenzare il futuro dei flussi migratori. 

Possibili impatti sul futuro delle migrazioni 

Il primo prospetto riguarda un possibile radicale mutamento del mercato del lavoro basato sui migranti che sono la forza lavoro base di diverse attività produttive. Ad oggi il blocco coinvolge anche chi si mette in viaggio per motivi lavorativi impedendo a molti di potersi procurare una fonte di reddito. Questo elemento va a creare delle criticità in primis negli ambiti familiari, infatti va ricordato come molti individui non siano in grado di poter tornare alle proprie famiglie o di non poter più garantire loro un sostegno economico con tutte le conseguenze che questo comporta. Ai problemi familiari si aggiungono quelli economici dato che soprattutto gli stati in via di sviluppo hanno una quota importante di capitale in entrata derivata dalle rimesse di chi è migrato, i flussi delle rimesse infatti vanno in parte a compensare la perdita di capitale umano o finanziario derivato dalla partenza degli individui. Sempre riguardo a questo aspetto è opportuno fare ulteriori precisazioni. L’ammontare di questi flussi dipende non solo dal numero di emigrati ma anche dalla loro retribuzione che, in paesi avanzati è mediamente più alta. L’attuale pandemia è andata a colpire più duramente proprio quei paesi che, sempre in via generale, garantiscono introiti maggiori (Europa e Nord America) e di conseguenza il loro lockdown va a tradursi nella chiusura di una fonte importante di capitale. I gruppi sociali vedono così complicarsi la loro situazione economica che di conseguenza si va a ripercuotere non solo sulla possibilità di aspirare ad un migliore tenore di vita (ad esempio un maggiore livello di scolarizzazione delle nuove generazioni) ma soprattutto la possibilità di accedere ai servizi sanitari di base e ad una sufficiente quantità di viveri. La questione della Food and Health Security è particolarmente delicata proprio in quelle aree in via di sviluppo dato che nel settore della produzione alimentare è rilevante la quota di lavoratori stagionali. Se questi lavoratori sono impossibilitati a spostarsi dalle loro zone di origine o entrano a contatto con ambienti che favoriscono il diffondersi del virus si potrebbe avere un crollo della produzione di beni essenziali con conseguenze disastrose per intere popolazioni. 

Queste dinamiche tuttavia vanno a coinvolgere anche i paesi più sviluppati dato che alcuni settori produttivi hanno quote rilevanti di lavoratori stagionali. Più in generale la presenza di un ingente numero di migranti, che siano stabili o temporanei, in questi paesi potrebbe creare problemi al momento della fine della crisi sanitaria in quanto, come afferma E. Yaboke (Deputy Director and Senior Fellow nel Project on Prosperity and Development e nel Project on U.S. Leadership in Development del CSIS): “when jobs do become available [molti governi] will undoubtedly encourage businesses to hire citizens over migrantsSuch decisions will have lasting effects on migrant workers, their families, and their communities.” Per poi concludere: “The inability of labor to move efficiently—or at all—will impact future global output while putting migrant families themselves under greater financial strain. This will, in turn, increase global inequality.” Queste prospettive gettano un’ombra sulle sfide future che dovranno essere affrontate dopo la fine di questa pandemia. 

Un secondo scenario, correlato al primo, vede l’aumento delle disparità a livello globale. Come già anticipato questo aumento si lega alle conseguenze di medio/lungo periodo sulle migrazioni di tipo economico. Ancora una volta tornano utili i dati sui flussi di rimesse verso le aree in via di sviluppo. Nella regione Asia-Pacifico nel 2018 il flusso totale delle rimesse era di 148 miliardi di dollari con una crescita del 7% rispetto all’anno precedente. Di questi, 34 miliardi erano destinati alle sole Filippine mentre impressionante è la crescita del 25% degli introiti del 2018 destinati all’Indonesia. Altro dato interessante è quello dato dall’Africa sub-sahariana che ha visto nello stesso periodo una crescita regionale del 10% guidata da Liberia, Zimbawe, Ghana e Nigeria. Al 2018 i flussi totali delle rimesse nei paesi in via di sviluppo hanno raggiunto un valore totale di circa 529 miliardi di dollari. (Qui i dati per i singoli paesi) Le cifre mostrano quindi la fondamentale importanza che i flussi migratori hanno assunto in molti stati sia a livello nazionale sia a livello sociale, garantendo quindi il proseguire dello sviluppo di molte aree geografiche insieme ad una trasformazione delle rispettive società. 

Un terzo scenario deriva dai possibili risvolti politici futuri. Il grande dubbio che si ha riguardo il futuro è che, se le misure restrittive adottate contro il Covid-19 hanno un carattere temporaneo, alcune di esse potrebbero essere estese ben oltre le necessità da governi che già prima della crisi si erano mostrati insofferenti al fenomeno migratorio. In questo caso l’esempio ungherese, che ha visto assegnati i pieni poteri al presidente V. Orbán, si dimostra un efficace modello in quanto l’Ungheria già da prima della pandemia aveva di fatto chiuso le proprie frontiere all’immigrazione. Potrebbero essere sfruttate le misure odierne per adottare un regime ancora più restrittivo in futuro e, come l’Ungheria, molti altri stati sarebbero tentati di seguire questo percorso, soprattutto se si pensa ai risultati elettorali degli ultimi anni. La spinta avuta verso una maggiore chiusura e il progressivo avanzare di idee xenofobe non solo ha portato al governo partiti fautori di politiche restrittive ma l’arrivo della pandemia potrebbe innescare una meccanica per il consolidamento del loro potere. Quanto fatto per la salvaguardia del paese, a crisi passata, potrebbe infatti rivelarsi una potente arma elettorale. 

Un altro problema che è emerso e che potrebbe rimanere insoluto a medio termine è la questione dei Forced Migrants ovvero quella grande categoria di migranti in cui rientrano i richiedenti asilo, i rifugiati, gli sfollati e chiunque si veda costretto a migrare. Questa categoria di individui ha visto progressivamente ridursi le opzioni di viaggio e l’aumentare dei rischi dello stesso. Con la chiusura dei traffici di confine e un aumento dei controlli arrivare alla meta scelta risulta estremamente più complesso e in media più dispendioso, a questo si somma il rischio di rimanere bloccati in paesi ove i diritti umani non sono garantiti o in cui vi sono dei conflitti. Un caso che riguarda l’Italia e l’Europa da vicino è la condizione dei migranti che transitano per la Libia, con i flussi praticamente fermi chi si trova bloccato nel paese rischia non solo di venire trasferito nei centri appositamente predisposti ma anche di finire coinvolto nell’attuale conflitto. A tutto ciò ovviamente vanno sommate le condizioni igieniche che amplificano notevolmente i rischi sanitari non solo legati al Coronavirus e che mettono costantemente a rischio migliaia di soggetti in viaggio. 
Le stesse agenzie dell’ONU hanno sottolineato come questa possa diventare una situazione diffusa in tutto il mondo con migliaia migranti bloccati in campi sovraffollati o in aree urbane densamente popolate con difficoltà di accesso anche ai servizi sanitari di base. Le conseguenze sarebbero disastrose in quanto le probabilità dell’esplosione di nuovi focolai sono concrete e potrebbero comportare un ulteriore irrigidimento delle norme sulla circolazione ed una ulteriore proroga delle stesse. A livello sistemico il rischio è che i tempi di ritorno alla “normalità” potrebbero dilatarsi notevolmente. Quanto espresso da J. Konyndyk (Senior Policy Fellow del Center for Global Development) nel 2014 riguardo l’ebola risulta ancora valido: “[You] would have a hard time designing a more dangerous setting for the spread of this disease than an informal IDP settlement. You have a crowded population, very poor sanitation . . . very poor disease surveillance, very poor health services. This could be extraordinarily dangerous.” In questo contesto ha assunto rilievo anche un altro problema ovvero il fatto che attori non statali potrebbero cogliere questa occasione per esercitare pressioni verso governi già in gravi difficoltà e favorire la creazione di nuovi flussi irregolari più difficilmente rintracciabili con tutte le conseguenze del caso sulla sicurezza e la salute degli individui. 

Questo ultimo fattore apre la strada ad un possibile trend che potrebbe confermarsi nel futuro. Le migrazioni potrebbero entrare in una fase dove gli spostamenti irregolari sarebbero molto più diffusi. Le conseguenze della pandemia sopra elencate potrebbero portare un numero crescente di individui e gruppi familiari alla disperata ricerca di condizioni di vita migliori e favorire così la nascita di un fiorente flusso sotterraneo di masse che spostandosi nell’ombra favoriscono il prosperare di organizzazioni illecite legate non solo al traffico di esseri umani ma più in generale alla criminalità organizzata locale ed internazionale. 

Breve sguardo al caso italiano 

L’Italia è già stata colpita molto duramente dalla pandemia e le conseguenze di questo periodo si potrebbero protrarre per lungo tempo anche dopo la soluzione del problema. L’evolversi della situazione futura potrebbe, in via ipotetica, presentare due problemi principali.  

L’Italia potrebbe essere tra i primi paesi a tornare ad uno stato di quasi “normalità” riaprendo alla libera circolazione degli individui. Questo tuttavia difficilmente corrisponderà con una riapertura analoga degli altri paesi e, considerando le zone di origine dei flussi migratori, questa situazione potrebbe anche durare per mesi. In questo caso i flussi potrebbero ridursi drasticamente ed assumere una forma più sotterranea ed ancora più illegale come si evidenziava nel paragrafo precedente. A questo si somma ovviamente il problema sanitario che obbligherebbe, come già è accaduto, a mettere in quarantena chiunque arrivi sul territorio correndo il rischio di sovraccaricare le già problematiche (e spesso non attrezzate) strutture di accoglienza. Il secondo problema è figlio del carattere delle migrazioni che passano per l’Italia, queste essendo principalmente di transito potrebbero creare notevoli criticità in caso i principali paesi di destinazione decidano di mantenere regimi più restrittivi per un tempo più lungo. In questo caso si potrebbero sostanziare situazioni analoghe a quanto visto negli anni precedenti lungo la Balkan Route, a Idomeni o a Calais. 
Questi possibili scenari combinati con un possibile ritorno di un ambiente politico turbolento proiettano un’ombra sul futuro italiano soprattutto nel caso le istituzioni non riuscissero ad adottare una strategia a medio/lungo termine per affrontare tutti i problemi che lascerà questa pandemia. Un elemento che spesso è stato assente nella programmazione politica italiana. 

#Covid-19: Prime indicazioni politiche dall’emergenza coronavirus

Lanciarsi in previsioni sugli eventuali mutamenti politici che l’emergenza coronavirus determinerà costituisce un esercizio rischioso fintantoché la crisi è ancora in via di sviluppo e che presterebbe il fianco a pronte smentite. Non essendo munito di doti divinatorie, chi scrive si guarda bene dal cimentarsi con una simile sfida. Tuttavia, è possibile cominciare a riflettere sulle prime indicazioni politiche connesse all’emergenza coronavirus e che ci arrivano dalle dinamiche in corso su scala globale, regionale e nazionale. Alla luce del fatto che, nei “veri” momenti di crisi, i decisori politici sono chiamati a compiere scelte cruciali in tempi compressi per il destino dei propri Paesi.   

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Per quanto riguarda il primo livello, l’attuale crisi sembra confermare la consolidata tendenza degli Stati Uniti a rinunciare al ruolo di potenza leader – o, meglio, potenza egemone. La rappresentazione degli Stati Uniti come “nazione necessaria” avanzata dall’Amministrazione Clinton e riproposta dall’Amministrazione Bush sembra ormai superata dal tempo. Infatti, il problema della “sovra-estensione” imperiale – ovvero la volontà di evitare l’ampliamento del gap tra risorse disponibili e impegni assunti – sollevato dalla crisi del 2007-2008 ha imposto un mutamento di approccio alle Amministrazioni Obama e Trump. Queste non solo hanno provato a limitare i costi umani ed economici dell’impegno internazionale americano, ma anche a contenere quelli di immagine legati alla sua sovra-esposizione. Pertanto, la distanza degli Stati Uniti, così come percepita oggi da alcuni dei loro tradizionali alleati, non è legata alle convinzioni e alle preferenze personali dell’attuale presidente, ma ad un mutamento della postura strategica dal Paese avvenuto nell’ultimo decennio (dal deep engagement al rentrenchment) di fronte a un contesto internazionale profondamente mutato rispetto a quello degli anni Novanta e Duemila.  

Questo non significa che gli Stati Uniti non si stiano impegnando per l’Italia o per l’Europa, ma che probabilmente lo stanno facendo meno di quanto gli europei si aspettano dagli americani (due guerre mondiali, un piano Marshall e 70 anni di NATO qualche eredità psicologica la lasciano). Questo elemento di carattere strutturale va integrato, tuttavia, con uno di carattere contingente e legato a Donald Trump. Gli sforzi attualmente profusi da Washington, infatti, restano sotto traccia per due ordini di motivi. Da un lato, perché il presidente in carica non può permettersi di rivendicarne il merito con l’opinione pubblica internazionale, pena finire sotto il fuoco di fila di quella interna a sette mesi dalle elezioni presidenziali. Dall’altro, perché l’inquilino della Casa Bianca è vittima di un sistema mediatico che, in Italia come altrove, considera i presidenti americani come capaci di imprimere qualsiasi tipo di virata al proprio Paese, riducendo la sua politica estera a una proiezione delle loro inclinazioni e idiosincrasie personali scollegata da scelte strategiche di medio-lungo periodo.   

Passando al livello regionale, qui prende forma una tendenza che – più delle altre – sarà probabilmente destinata a consolidarsi nel tempo. Si fa riferimento alla stabilità del processo di integrazione europea che, già ben prima della crisi, non godeva di buona salute e che ora rischia di finire nel computo delle vittime di questa tragedia globale. Al suo appuntamento con la storia, infatti, l’UE ha dimostrato di non essere in grado di promuovere efficacemente la cooperazione tra i suoi membri. Questi, al contrario, sembrano essere tornati ad agire secondo la più spietata logica del self-help. Nella prima fase della crisi l’assenza di un protocollo comune per la gestione dell’emergenza è sembrato un paradosso per un’organizzazione che trova proprio nella sovra-produzione normativa uno dei suoi principali punti deboli. Nella seconda fase, nonostante le rassicurazioni del presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, l’Unione Europea non è riuscita a prendere decisioni rapide (si ricordino i 15 giorni di extra-tempo appena richiesti a tal proposito) e ha assistito inerte alla spaccatura sugli eurobond tra i Paesi che richiedono maggiore flessibilità fiscale (tra cui Italia, Spagna e Francia) e quelli che si attestano su una posizione di assoluta intransigenza (Olanda, Austria e Finlandia in testa, con la Germania dietro le quinte).  

Non è possibile dire quale sarà l’eredità di questi eventi in futuro, ma difficilmente potranno contribuire a rafforzare il sentimento europeista. A indicarlo sono intervenuti i recenti discorsi di due figure-chiave del fronte favorevole a Bruxelles nel nostro Paese, come il presidente della Repubblica Sergio Mattarella – costretto a un discorso alla nazione dopo la gaffe del presidente della Banca centrale Christine Lagarde – e del presidente del Parlamento europeo David Sassoli – colto in evidente imbarazzo sul tema della solidarietà europea durante un’intervista alla RAI. Ancor più del problema delle misure poste in essere per fronteggiare la crisi, tuttavia, l’evento che rischia di lasciare i segni maggiori per la percezione negativa dell’UE in Italia e negli altri Paesi colpiti dal coronavirus è la scarsa empatia mostrata dalla leadership europea nei confronti delle sofferenze dei suoi cittadini. A tal proposito, non può non balzare all’occhio l’abisso che intercorre tra il discorso della von der Leyen e la visita di Winston Churchill alla metropolitana di Londra o quella di Pio XII nella San Lorenzo bombardata durante la Seconda guerra mondiale. La storia ci ha insegnato che sono questo genere di azioni a creare quei legami che neanche le più grandi avversità economiche possono scalfire e di cui tanto avrebbe avuto bisogno il progetto europeista.  

Infine, l’attuale crisi sta facendo emergere alcune inaspettate tendenze politiche sul piano nazionale, che risultano fortemente interdipendenti con quelle precedenti e che potrebbero contribuire a una loro ulteriore accelerazione. Da un lato, come notato da Gianluca Passarelli in un recente articolo apparso su Il Riformista (27/03/20), l’emergenza coronavirus ha rilanciato il ruolo dello Stato come principale fornitore di sicurezza – nella sua duplice accezione di difesa da minacce interne ed esterne e di istituzione di un sistema di welfare – così come modellato in Europa dapprima nel XIX secolo e poi dopo la Seconda guerra mondiale. Tale evento interviene a ricordarci la fallacia di ogni interpretazione teleologica della storia. L’altalenante parabola dello Stato, di cui fino a qualche anno fa gli intellettuali facevano a gara per suonare le campane a morto (a titolo di esempio si ricordi un volume di Hobsbawn uscito in edizione italiana nel 2007), torna a segnalarci che lo scorrere del tempo non segue una direzione, né tanto meno procede verso il conseguimento di un fine. Dall’altro, va registrata un’evidente fascinazione – almeno tra i media e i politici italiani (futuri sondaggi ci forniranno uno spaccato sul pensiero maturato tra i nostri concittadini) – di modelli alternativi a quello liberal-democratico occidentale. Il nostro Paese, infatti, sembra diventato il palcoscenico dove mettere in scena azioni di soft power – anche ai limiti del surrealismo, si pensi ai 50 medici cubani scesi dall’aereo vestiti in camice, bandierine in mano e foto di Fidel Castro al seguito – da parte di potenze con cui coltiviamo importanti relazioni commerciali ma che quando la crisi dell’ordine internazionale raggiungerà il suo culmine potrebbero essere a tutti gli effetti dei nostri rivali strategici.  

Non è ancora chiaro se parte della nostra classe dirigente sia inconsapevole di ciò o, peggio, lo sia e stia cercando di far spostare l’Italia “dalla parte sbagliata” (in questo secondo caso sarebbe necessario avvertirla che i vincoli materiali che ci legano alla NATO e all’UE sono ben diversi da quelli che ci legavano alla Triplice Alleanza o al Patto Tripartito). Per uscire da questa impasse, il Paese deve e può trovare le risposte al suo interno, soprattutto in considerazione del fatto che l’etichetta delle “donazioni” camuffa quelle che, in alcuni casi, sono delle mere vendite di materiali sanitari, come nel caso delle recenti spedizioni dalla Cina. Altrimenti aspettiamoci che il prossimo passo su questa strada, che rischia di trasformare una delle principali potenze economiche del mondo in un Paese target di progetti di cooperazione internazionale, sia l’organizzazione di un “Live Aid for Italy” a Wembley. Solo che questa volta non ci saranno Freddy Mercury e i Queen a fare la differenza.

Gabriele Natalizia,
Coordinatore di Geopolitica.info e Ricercatore di Scienza politica di Sapienza Università di Roma

Il Coronavirus e il sistema internazionale contemporaneo

Le pandemie non rispettano confini, barriere o dogane e sembrano sfuggire al tentativo degli studiosi di racchiuderle in framework teorici che le descrivano, spieghino, e ne prevedano le conseguenze meno immediate sulla vita politica internazionale. Tuttavia, a parere di chi scrive la teoria delle Relazioni internazionali fornisce strumenti concettuali utili a districare la complessità della presente epidemia da Coronavirus e del suo impatto sulle dinamiche politiche che prendono forma oggi tra gli Stati.

Il Coronavirus e il sistema internazionale contemporaneo - Geopolitica.info Coronavirus Disease 2019 Rotator Graphic for af.mil. (U.S. Air Force Graphic by Rosario "Charo" Gutierrez)

I tre spazi della vita politica degli Stati

In questo senso, la tripartizione dello spazio politico internazionale avanzata da Alessandro Colombo in La disunità del mondo può rappresentare un prezioso punto di partenza per l’analisi del tema. Secondo Colombo, lo spazio politico internazionale si può meglio rappresentare come l’intersezione di tre livelli: i) il sistema internazionale; ii) la società internazionale; iii) la società transnazionale.

Il primo livello coincide con la rete di interdipendenze strategiche, ovvero lo spazio in cui gli stati sono suscettibili di essere coinvolti in una stessa guerra e nella conseguente pace. In un sistema di stati così definito, ogni unità diventa un fattore necessario nel calcolo di un’altra e, pertanto, le azioni di una determinano conseguenze su quelle dell’altra. In questo senso, Raymond Aron ci sottolinea come sia facilmente intuibile che le azioni di due stati limitrofi siano intimamente interconnesse mentre quelle di due paesi situati ai capi opposti del globo siano probabilmente più disgiunte. L’estensione di tale sistema di Stati dipende da alcuni elementi: in primis, la portata degli armamenti di attacco e difesa disponibili tra gli attori del sistema ovvero il raggio in cui gli attori sono in grado di recare danno ad altri o prevenire il danno da parte di altri; la geografia degli attori ovvero se essi mantengano una presenza significativa al di fuori della propria regione attraverso basi all’estero, colonie, domini; la rete di alleanze e partnership militari che questi intessano per cui si impegnano ad essere coinvolti in amicizie ed inimicizie di altre regioni.  Pertanto, si può distinguere tra sistemi internazionali regionali, ossia quelli in cui gli attori sono coinvolgibili in guerre regionali date le loro limitate capacità di proiezione di potenza e l’assenza sia di basi sia di alleanze esterne alla regione d’appartenenza, e globali, in cui gli armamenti permettano la minaccia e l’utilizzo della forza anche a distanze continentali, uno o più attori mantengano il piede in più continenti e la rete di alleanze abbia lunghezze globali.

Il sistema internazionale, ovvero la rete di interdipendenze strategiche, nato nel triennio 1989-91 con la fine della guerra fredda è, stando a tali indicatori, un sistema internazionale globale dove, diversamente da quello del periodo 1945-1989, è un solo attore a svolgere la funzione di “globalizzatore” strategico, gli Stati Uniti. Solo Washington, infatti, è oggi capace di una proiezione di potenza globale grazie all’enorme divario militare accumulato durante e dopo la guerra fredda rispetto alle altre potenze. Infine, solo gli Stati Uniti dispongono di una costellazione di basi e di alleati e partner militari in ogni angolo del globo. Ciò non toglie, ovviamente, che possano esistere attori di raccordo quali la Russia, la Turchia, o la Cina in grado di intervenire oltre la propria regione. Nessun altra potenza al giorno d’oggi, tuttavia, eguaglia il respiro globale di Washington ovvero è in grado di intervenire, per dirla con le parole di Barry Buzan e Ole Wæver in tutte le dinamiche regionali di securitizzazione e de-securitizzazione, che si tratti dei complessi di sicurezza americano, mediorientale, sub-sahariano, indo-pacifico, europeo, o post-sovietico. Chiarito cosa si intenda per sistema internazionale e come quello odierno sia globale grazie alla presenza di un attore predominante con una efficace proiezione globale, si può passare a definire le altre facce dello spazio politico internazionale.

Il secondo livello, la società internazionale, rappresenta un grado maggiore di integrazione tra le unità politiche statuali ed esiste quando esse condividano valori ed interessi comuni. Ovviamente all’interno della società internazionale si possono ritrovare forme di convivenza internazionale poco più integrate del sistema internazionale (come il Concerto europeo successivo al 1815) o forme altamente integrate come la società euro-atlantica dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, in cui si manifesta un elevato livello di isomorfia e una grande condivisione di valori, obiettivi, istituzioni, ed organizzazioni comuni. All’interno di questa comunità atlantica a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, proprio in virtù del primato di potenza detenuto dagli Stati Uniti, è stato riconosciuto a Washington il ruolo di guida, o, meglio, di egemone. L’egemonia nelle relazioni interstatali, infatti, esiste quando ad una primazia di potere si associ il riconoscimento da parte della comunità di potenze dell’egemone come guida legittima della vita internazionale. In cambio, esso è chiamato a garantire la fornitura di alcuni beni pubblici internazionali considerati collettivamente come indispensabili. Con la fine della Guerra fredda la società internazionale a guida americana è stata estesa attraverso una fitta rete di interazioni bilaterali e multilaterali al mondo intero, fatta eccezione per alcuni casi “devianti”.

Il terzo livello racchiude la società transnazionale ovvero lo spazio dove i singoli individui ricevono e trasmettono credenze comuni e si percepiscono come simili. Questo processo di scambio e interazione se da un lato trascende gli stati, dall’altro è facilitato, se non del tutto permesso, dalla più o meno libera circolazione di persone, merci e informazioni garantita dalle politiche statali mentre al contrario svigorisce quando questa sia ostacolata da barriere, confini, differenze. Tale flusso è realizzato dai popoli, dalle società commerciali, dalle organizzazioni internazionali e mette in relazione come scrive Angelo Panebianco «Persone e mondi».


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Il virus: l’epifenomeno del mutamento in corso

L’epidemia da coronavirus, come ogni momento di crisi, spinge gli Stati ad operare scelte cruciali in tempi brevissimi e, similmente a quanto avviene per gli individui, a perseguire gli obiettivi più impellenti per la propria comunità di sicurezza. Pertanto, i momenti critici svelano interessi ed obiettivi e, conseguentemente, i rapporti di forza vigenti in un ambiente internazionale politico ed economico caratterizzato da scarsità di risorse. In questo senso, lo scoppio e la diffusione globale del Coronavirus cattura un’istantanea del mondo odierno che  in questa sede si cercherà di ricostruire.

Per quanto riguarda il sistema internazionale, gli Stati Uniti mantengono il primato strategico, rimanendo impareggiati per quanto riguarda sia la difesa sia l’offesa, la proiezione geografica globale attraverso la miriade di basi e installazioni militari all’estero, la partecipazione ad alleanze e partnership militari in ogni regione del mondo. Washington rimane il globalizzatore strategico, ovvero l’elemento di intermediazione tra i diversi complessi regionali di sicurezza. Nonostante il tentativo di erodere il primato americano, le due potenze revisioniste di Cina e Russia ancora faticano a eguagliare la potenza americana, sia tecnologicamente, sia nella globalità della presenza geografica, sia nella proposta di e nella partecipazione a alleanze militari extra-regionali (nel caso della Cina ad alleanze militari tout-court).

Lo stesso non si può dire per la società internazionale sia globale sia euro-atlantica. In entrambi i contesti, l’epidemia ha scoperto un nervo, un problema insoluto ovvero il delicato rapporto tra avere le capacità materiali per guidare e la volontà di leadership. Con l’Amministrazione Trump sembra aggravarsi infatti il divorzio tra l’ordine internazionale e il suo centro propulsore, gli Stati Uniti, che non appare più disposto ad accettare tutti i costi derivanti dal ruolo di garante. Inoltre, se a maggior grado di integrazione della società internazionale è associata una maggiore isomorfia è evidente che oggi molti degli attori di punta del sistema internazionale, fatta eccezione per gli Stati Uniti e alcuni paesi europei, presentino tratti istituzionali che si distanziano dal modello della democrazia liberale di stampo occidentale. Come evidenziato dal report 2020 di Freedom House, inoltre, «più della metà dei paesi che sono stati classificati come liberi o non liberi nel 2009 hanno subito un declino netto negli ultimi dieci anni». Non si prospetta, quindi, oggi un mondo più democratico e più libero del passato. All’interno della comunità euro-atlantica, poi, assistiamo ad una progressiva divaricazione tra le due sponde dell’Oceano. Gli Stati Uniti, infatti, hanno tardato a manifestare solidarietà nei confronti degli alleati europei e non sembrano intenzionati a guidare un ampio sforzo internazionale per debellare l’epidemia, limitarne i danni, e guidare la ripresa una volta che il contagio si sia arrestato. E come ci insegna Hans Morgenthau in Politica tra le nazioni, i vuoti di potere sono uno dei fattori principali che spingono i paesi revisionisti a farsi avanti, ad aumentare l’intensità della sfida. La stessa dinamica di sfilacciamento della comunità di Stati è rinvenibile all’interno dell’Europa dove la fatica dell’Unione a procedere verso una maggiore integrazione continua a dimostrare la difformità di interessi tra i paesi membri e la fragilità dell’architettura giuridico-istituzionale. Mentre la nuova Presidente della Banca Centrale Europea, proprio nel commentare gli effetti finanziari della crisi causata dal virus, affossava con un distico le borse italiane ed europee, infatti, ri-emergeva chiaramente la difficoltà a tenere nella stessa barca Italia e Germania.

Infine, nella società transnazionale, quella popolata da individui, società, organizzazioni che hanno sin qui valicato facilmente confini e dogane, si registra un arretramento della somiglianza, dell’omogeneità, della vicinanza. Come pronosticato da Henry Farrell e Abraham Newman, infatti, il virus potrebbe compromettere le catene del valore e, quindi, i network commerciali e finanziari consolidati mettendo a dura prova la società transnazionale globale. Promuovendo, inoltre, la chiusura all’apertura dei confini, il contagio potrebbe inquinare il terreno fertile per l’espansione della società transnazionale ovvero l’insieme di accordi, politiche, regole che assicurano l’interazione tra i gruppi umani.

In conclusione ed evitando inutili catastrofismi, se tra venti anni si dovesse materializzare una qualche declinazione di quello che David Wilkinson definisce “unipolarismo senza egemonia”, ovvero una preponderanza americana nelle dimensioni materiali del potere ma non in quelle dell’influenza e della legittimità, ciò sarà dovuto a momenti come quello presente ovvero a crisi che muovono lo spazio politico internazionale e lo spingono alla trasformazione. In uno scenario del genere, si assisterebbe ad un polo dominante interessato ai pattern regionali di amicizia e conflitto ma contemporaneamente ad un proliferare di centri diversi di influenza e legittimità senza un reale respiro globale. Il tempo dirà se il virus contribuirà ad un simile risultato.

Il sogno occidentale dell’Azerbaigian: a cento anni dalla conferenza di Versailles

L’anno scorso si sono ricordati i cento anni dalla fine della prima guerra mondiale. L’opinione pubblica ha giustamente celebrato la fine dell’immane massacro e riflettuto sulle conseguenze geopolitiche del conflitto: basti pensare soltanto al mondo arabo e al Medio Oriente e quanto il tema della definizione post-bellica ancora determini – in quelle aree – fratture e conflitti. Nel 2019 ricorre il secolo dall’evento centrale del mondo post-bellico: la conferenza di pace di Parigi (o di Versailles).

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La conferenza con le sue decisioni, sia sugli assetti territoriali sia sull’organizzazione della comunità internazionale, ha cambiato completamente il modo di fare e percepire la politica internazionale. Con Versailles le modalità della politica estera hanno assunto forme nuove, che vivono ancora oggi: la pubblicità delle strategie politiche, il ruolo dell’opinione pubblica, la strutturazione di una “comunità internazionale” con una legittimità sovraordinata rispetto ai suoi componenti, la cooperazione come modalità prevalente nei rapporti fra Stati, i principi di autodeterminazione e legalità internazionale.

Ciò che è meno noto, nella memoria storica della conferenza di Parigi, è che i protagonisti non furono soltanto vincitori e sconfitti del grande conflitto. A Parigi si recarono tantissime delegazioni extraeuropee provenienti dai territori coloniali africani, asiatici e dagli ex imperi ottomano e zarista, che cercarono di vedersi riconosciuti i diritti di autodeterminazione proclamati dal presidente Wilson e dalle altre grandi potenze occidentali. Purtroppo nel 1919 prevalse un atteggiamento eurocentrico, coloniale, che riconosceva diritti soltanto ad alcuni popoli e manteneva intatto il sistema di potere internazionale.

Il colonialismo non fu solo quello delle vecchie potenze europee: anche la nuova Unione Sovietica, che si faceva portatrice di un messaggio di liberazione anti-imperialista, ricostituì il vecchio dominio zarista assoggettando al nuovo potere russo e bolscevico popoli non russi, che avevano cercato la strada dell’autodeterminazione. Uno degli esempi più interessanti di nazione, che abbracciò in senso anticoloniale e progressista il messaggio wilsoniano, fu senz’altro quello dell’Azerbaigian. La vicenda viene ricostruita in un volume di Daniel Pommier Vincelli (Storia internazionale dell’Azerbaigian. L’incontro con l’Occidente 1918-1920) appena pubblicato da Carocci editore, in occasione delle attività per centenario del servizio diplomatico azerbaigiano.

L’Azerbaigian ha un notevole primato: fu la prima repubblica parlamentare a stabilirsi in un Paese a maggioranza islamica e garantì ai suoi cittadini uguaglianza di diritti senza distinzioni di genere, etnia, credo religioso. La repubblica, che visse due anni tra il dominio zarista e la riconquista russo-sovietica, era guidata da un piccolo e illuminato gruppo di intellettuali di orientamento socialdemocratico e progressista, che riteneva che lo sviluppo del proprio Paese passasse attraverso l’integrazione euro-occidentale, per liberarsi dal peso del colonialismo russo vecchio e nuovo.

Fu questo il senso della missione diplomatica azerbaigiana a Parigi, raccontata nel volume di Pommier Vincelli. I diplomatici azerbaigiani, più intellettuali che professionisti della diplomazia, cercarono di trasformare le proprie debolezze in forze: utilizzarono l’opinione pubblica, assunsero esperti di comunicazione, scrissero volumi di divulgazione, pubblicarono riviste e rilasciarono interviste. Pur provenendo da una periferia dell’Eurasia compresero che la battaglia politico-internazionale si giocava su un nuovo campo di battaglia: la comunicazione e la public diplomacy. Non sostenevano un Paese ma un modello di Paese: laico, multiculturale, pluralista, aperto all’economia di mercato e ai diritti delle donne.

Riuscirono a ottenere un importante risultato simbolico: il riconoscimento de facto del nuovo Stato nel gennaio 1920. Ma le paure, i ritardi e gli egoismi dei grandi Paesi occidentali abbandonarono l’Azerbaigian al suo destino: cioè a un ritorno del dominio russo seppure nella nuova forma sovietica. Il Paese verrà sepolto dalla cappa sovietica per 70 anni, fino alla seconda indipendenza del 1991. Rimane dell’esperienza del 1918-1920 uno straordinario, e forse unico, tentativo di modernizzazione socio-politica che rigettava qualsiasi etno-nazionalismo aggressivo e che vedeva nel dialogo la soluzione per le relazioni con gli altri Stati dell’area.

Con il collasso dell’Unione Sovietica il popolo azerbaigiano ha riconquistato la sua indipendenza.  L’Azerbaigian moderno, grazie alla posizione strategica, collocato tra Oriente ed Occidente e le notevoli risorse energetiche, è attivo nello scenario internazionale, promuovendo buoni rapporti con i paesi all’interno e all’esterno della regione e realizzando numerosi progetti energetici e infrastrutturali internazionali. Il paese attua una politica estera multivettoriale, a tutela dell’interesse nazionale, ed è sostenitore di multiculturalismo, pace, sicurezza e cooperazione a livello mondiale. Rimane ancora irrisolto il conflitto tra Armenia e Azerbaigian per la regione del Nagorno Karabakh – sotto occupazione da oltre 25 anni insieme ad altri sette distretti adiacenti dell’Azerbaigian, e ciò costituisce la principale fonte di tensione nella regione del Caucaso meridionale e la cui soluzione è il principale obiettivo di politica estera di Baku.