Archivio Tag: Regno Unito

Brexit Poll: il secondo tentativo

Quasi alle porte del prossimo 23 giugno, data in cui saranno aperte le urne per il referendum riguardante l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, il clima politico britannico ed internazionale si fa sempre più teso ed allarmato. Nonostante i nuovi accordi raggiunti tra Gran Bretagna e Unione Europea, in cui alla prima viene riconosciuto uno status speciale e accordate molte delle richieste precedentemente presentate, la chiamata al referendum non si arresta e si fa sempre più viva e intrisa di opinioni contrastanti. Sembra di tornare indietro nel 1975 quando al popolo britannico venne chiesto “Do you think that the United Kingdom should stay in the European Community (the Common Market)?”.

Brexit Poll: il secondo tentativo - Geopolitica.info (cr: AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

La maggioranza (circa il 67% dei votanti) optò per il si, scegliendo di rimanere nel mercato comune. Oggi il Parlamento propone lo stesso quesito, mettendo in luce le opinioni contrastanti sia all’interno dello stesso governo sia nella comunità internazionale. Se da un lato lo stesso Cameron viene attaccato per avere mostrato una posizione poco lineare sulla Brexit, contemporaneamente sia il partito Laburista che quello Conservatore si trovano ad affrontare una scissione interna su tale scottante tema. Al contrario, l’UKIP e il DOP si mostrano uniti nel caldeggiare l’uscita dall’Unione Europea. Non diversa appare la situazione nel contesto internazionale. Nonostante le richieste della Gran Bretagna agli altri attori statali di non intromettersi in una decisione interna, le opinioni di molti leaders mondiali continuano ad affiorare.

In Europa, la maggior parte degli stati si schiera contro l’uscita del Regno Unito dall’Unione. I motivi che spingono a tale posizione comune sono di diversa natura ed evidenziano paure e preoccupazioni sia sotto il punto di vista politico che economico e amministrativo. Innanzitutto l’Europa senza la Gran Bretagna apparirebbe nel contesto internazionale un’entità più debole e di certo meno esemplare nel garantire e incentivare lo sviluppo della democrazia e dei diritti civili. Infrangendosi questo modello, prenderebbero piede rapidamente le correnti euroscettiche e nazionaliste all’interno dei singoli stati.

Una situazione del genere appare rischiosa in realtà come quella danese, dove  il Partito del Popolo Danese sta chiedendo di indire un referendum per un’eventuale Dexit.

In Francia il presidente Hollande teme una crescita del Front National di Marine le Pen. I paesi Bassi, partner stretti del Regno Unito e sostenitori di un’Europa meno allargata (come dimostra il referendum non vincolante del 6 aprile sulla decisione del Parlamento di Amsterdam di ratificare l’accordo di associazione tra UE e Ucraina – la maggioranza ha votato per il no all’accordo) rischiano a loro volta una diminuzione della coscienza europeista.

Altra questione rilevante è quella sull’immigrazione. Con le dovute eccezioni, nel contesto internazionale si ritiene che per ottenere maggiori risultati e riuscire ad assistere al meglio le migliaia di immigrati che giungono quotidianamente sul suolo europeo, sia necessaria una cooperazione attiva da parte di tutte le entità statali del vecchio continente. Tale concetto è stato evidenziato durante lo scorso G7 di maggio, in cui le potenze partecipanti hanno ribadito la necessità ed urgenza di una azione comune per affrontare la crisi migratoria e per dare un aiuto effettivo ed efficace ai rifugiati e alle comunità di assistenza. L’uscita della Gran Bretagna comporterebbe la perdita di un soggetto estremamente importante e l’apertura a scelte di chiusura delle frontiere come dimostra l’annuncio a febbraio del presidente ungherese Orbán riguardo una consultazione popolare sull’accettazione di quote di migranti sul proprio territorio. Altro problema riguarda la definizione normativa dei residenti stranieri nel suolo britannico (e viceversa). Con l’uscita dall’Unione migranti europei ed extracomunitari verrebbero a confondersi e ad avere lo stesso status giuridico.

Per trovare una nuova politica di gestione e registrazione occorrerebbero anni, lasciando molti in una situazione di caos e di precarietà. Non a caso paesi quali Polonia, Ungheria, Italia e Spagna si preoccupano del destino dei loro concittadini che si sono trasferiti nel Regno Unito. Sarebbero perciò necessari nuovi patti bilaterali per regolamentare la circolazione delle persone.

A livello economico, qualora al referendum vincesse il “remain”,  il popolo della regina Elisabetta II non potrebbe più godere dei fondi che riceve dall’Unione Europea e il governo dovrebbe adoperarsi tempestivamente nella stesura e ratifica di accordi bilaterali e multilaterali che regolino i rapporti economici e commerciali (incluso l’aspetto tariffario di dazi alle frontiere) con tutti i membri dell’UE. Come ha fatto presente anche il presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama, questo processo richiederebbe molto tempo rendendo inevitabilmente incerti e complessi gli stessi patti e rapporti commerciali futuri.

Anche la cancelliera Merkel ha rotto il silenzio per affermare che nonostante la decisione spetti ai soli cittadini britannici, questi ultimi debbano essere informati sul fatto che, in caso di Brexit, gli stati al di fuori dell’UE non otterranno mai buoni risultati nelle negoziazioni. L’intento del primo ministro tedesco non è solo quello di sottolineare il valore del mercato unico ma anche quello di evidenziare la sua speranza nella continuità di collaborazione con la Gran Bretagna al tavolo europeo, di modo che quest’ultima possa avvalersi della propria influenza per stabilire di concerto con gli altri membri nuove norme comunitarie.

I paesi dell’est Europa, hanno una ragione in più per desiderare che il Regno Unito continui ad avere propri rappresentanti a Bruxelles: il timore di ricadere sotto la sfera d’influenza russa. La Brexit porterebbe con sé un mutamento negli equilibri di potenza e anche meno fondi per quegli stati che, di recente formazione, hanno bisogno di aiuti per svilupparsi e accrescere la propria economia.

Vladimir Putin è ben conscio del panorama che si prospetta e appunto per questo motivo auspica l’uscita della Gran Bretagna al fine di riproporre un modello di governance alternativo a quello indebolito europeo. In secondo luogo la dipendenza energetica (principalmente di gas e petrolio) dell’Europa dalla Russia non verrebbe minata, anzi probabilmente rafforzata. La possibilità che altri stati seguano l’esempio britannico, favorirebbe la nascita di un nuovo assetto geopolitico in cui il Cremlino potrebbe espandere il proprio ascendente, forte anche del decremento di forze militari dell’Unione.

Sebbene come dimostrato il referendum colga l’attenzione di molti attori ed istituzioni, bisogna ricordare che sarà solo il popolo britannico a decidere. Come mostra il grafico sottostante, il risultato non è prevedibile, in quanto in base agli ultimi sondaggi, la schiera dei votanti risulta fratturata a metà (43% per il si e 42% per il no), rendendo ancora più interessante l’attesa dell’esito finale.

La Scozia decide il suo futuro: i giornali scozzesi e inglesi a confronto

La Scozia decide il suo futuro. Il 18 settembre rischia di essere la data che trasformerà il futuro politico, economico e sociale di Edimburgo. Le posizioni e gli argomenti sostenuti rispettivamente dagli indipendentisti e dai rappresentanti della campagna contraria all’indipendenza (Better together – Meglio insieme) verranno qui visti attraverso le ultime notizie diffuse dalle maggiori testate scozzesi e britanniche (The Scotsman, The Herald, The Daily Telegraph e The Guardian), per offrire uno sguardo quanto più ravvicinato alla questione.

La Scozia decide il suo futuro: i giornali scozzesi e inglesi a confronto - Geopolitica.info

Proprio in questi giorni i leader dei tre partiti più importanti del Regno Unito (David Cameron – Partito Conservatore, Nick Clegg – Liberal Democratici e Ed Miliband – Partito Laburista) sono impegnati in un tour della Scoziaper cercare di influenzare l’opinione pubblica ed assicurarsi la simpatia – e i voti – degli indecisi. Secondo i sostenitori dell’indipendenza si tratterebbe di un gesto «disperato» per cercare di recuperare voti, una mossa politica tardiva che equivarrebbe ad ammettere lo stato di panico che regna a Downing Street. Un articolo apparso sul The Guardian in data 10 settembre titola: «Indipendenza scozzese: David Cameron, un appassionato appello affinchè la Scozia resti».      

Ecco un’altra reazione, più dura e di parte, della giornalista del The Scotsman Joyce Mcmillan, secondo la quale i tre partiti britannici stanno inviando i propri leader in Scozia per «supplicare, lusingare e persuadere» gli scozzesi.
Anche The Herald, in data 8 settembre, propone in prima pagina un articolo di Kate Devlin e Michael Settle nel quale gli spostamenti di Cameron, Clegg e Miliband vengono etichettati come un «tentativo dell’ultimo minuto».
Cameron ha inoltre promesso di concedere maggiori poteri alla Scozia se la regione continuerà a fare parte del Regno Unito. Sempre nello stesso articolo si fa inoltre notare che però questo misura interviene troppo tardi, dato che «decine di migliaia di persone hanno già votato tramite posta». Anche queste dichiarazioni di Cameron vengono quindi interpretate come un chiaro segnale di «panico». Canon Kenyon Wright, considerato dalla stampa il padre della devoluzione scozzese, ironizza definendo la mossa del primo ministro «l’ennesima mazzetta sottobanco offerta agli elettori per convincerli a votare contro i pieni poteri che deriverebbero da un voto favorevole all’indipendenza». L’ex primo ministro Gordon Brown, impegnato in una campagna anti-indipendenza a Kirkcadly, fa dal canto suo eco alle dichiarazioni di Cameron, affermando che un voto contrario si tradurrebbe in brevissimo tempo in nuovi e più ampi poteri decisionali per la Scozia.
La partecipazione politica sarà presumibilmente molto alta, come riporta anche un articolo apparso su The Scotsman, presentando statistiche secondo le quali il 97% degli aventi diritto al voto andrà a votare. Il numero delle persone registratesi per il voto sarebbe superiore ai 4 milioni (la popolazione scozzese ammonta a circa 5 milioni 300 mila), di cui circa 790 mila hanno chiesto di poter votare a distanza tramite il servizio postale (cifra massima mai registrata per i votanti a distanza).

Uno degli slogan usati dagli indipendentisti è «Il futuro della Scozia nelle mani degli scozzesi» e generalmente la frase è associata a una fotografia di una mano adulta che ne racchiude una di un neonato.
The Herald (08/09) propone un articolo in cui un sostenitore della campagna «Meglio insieme» (contro l’indipendenza) critica l’assenza di proposte concrete da parte degli indipendentisti su questioni socio-economiche di vitale importanza per il futuro della regione. Ecco quanto quest’ultimo ha dichiarato al giornale: «mancano solo 10 giorni al referendum e i nazionalisti non sanno ancora dire chiaramente quali conseguenze la separazione avrà sul pound, sulle pensioni e sui servizi pubblici. Possiamo trarre il meglio dai due mondi. Ovvero avere un parlamento scozzese forte, con la garanzia di maggiori poteri e con il sostegno della forza, della sicurezza e della stabilità del Regno Unito». Dichiarazioni molto simili a quelle rilasciate da Alistair Darling, leader della campagna Meglio insieme, in occasione delle numerose interviste andate in onda negli ultimi giorni su BBC Scotland. Darling sottolinea inoltre l’irreversibilità della decisione storica che gli scozzesi sono chiamati a prendere il prossimo 18 settembre, affermando che «la separazione è per sempre».
Lo scontento derivante dal non sentirsi rappresentati, uno degli argomenti politici più importanti degli indipendentisti, si può ritrovare anche nella lettera aperta firmata da oltre 1300 artisti scozzesi e pubblicata sul sito del National Collective (collettivo di artisti a favore dell’indipendenza, fondato nel 2011 a Edimburgo) di cui il giornalista Phil Miller del The Herald rende conto in un articolo apparso in data 8 settembre. Qui uno dei passaggi più salienti della lettera in questione: «Crediamo che la Scozia possa e debba essere un paese indipendente. […] Crediamo che la nostra cultura sia definita dal modo in cui scegliamo di condurre la nostra politica, e che dei politici più vicini alla nostra terra sapranno servire meglio la democrazia».
The Daily Telegraph (01/09) propone una prospettiva opposta rispetto al The Herald. Ecco il titolo dell’articolo di Simon Johnson in prima pagina: «Un risultato favorevole all’indipendenza potrebbe tramutarsi in uno scenario simile alla crisi dell’euro». Il giornalista annuncia «una nuova ondata di dolorosi tagli alla spesa pubblica, un aumento dei tassi di interesse e una crisi monetaria paragonabile a quella dell’euro». Nell’articolo si legge che alcuni analisti di Goldman Sachs e di Berenberg hanno pubblicato un rapporto nel quale affermano che, in caso di vittoria degli indipendentisti, la Scozia sarebbe sottoposta a un’austerità molto più dura, a scapito soprattutto della spesa pubblica. Lo stesso rapporto parlerebbe della necessità di una «significativa revisione del budget» da introdurre per la Scozia, tenuto conto che al momento la maggior parte dei fondi pubblici vengono stanziati da Westminster grazie alla formula Barnett. A preoccupare e trasformarsi in un argomento di punta per gli unionisti è anche l’insicurezza che regna riguardo a quale moneta potrebbe adottare una Scozia indipendente.
Una delle maggiori incognite in un ipotetico scenario post-indipendenza è infatti quella relativa alla valuta che la Scozia adotterebbe. The Scotsman propone una breve ma chiara sintesi delle possibili opzioni monetarie per una Scozia indipendente in un articolo intitolato«Indipendenza scozzese: i punti chiave sulla valuta» nel quale vengono passati in rassegna i possibili scenari post-indipendenza (mantenimento della sterlina inglese con o senza l’accordo dell’Inghilterra e relative minacce dello Scottish National Party di non accollarsi la propria parte di debito inglese, costi di un’eventuale unione monetaria).

Anche Alan Cochrane, giornalista del Daily Telegraph, critica duramente l’incapacità di rispondere a domande precise riguardo al futuro monetario di una Scozia indipendente del leader dello SNP Alex Salmond. L’articolo si conclude con la seguente frase ad effetto: «gli elettori esigono risposte».

Quanto al The Guardian, la posizione del giornale non potrebbe essere più esplicita. Venerdì 12 settembre sul sito della testata britannica è stato pubblicato un testo con il seguente titolo: «la posizione del The Guardian riguardo al referendum scozzese: l’Inghilterra merita un’altra chance. Il nazionalismo non è la risposta alle ingiustizie sociali. Per questo fondamentale motivo esortiamo gli scozzesi a votare No la prossima settimana».          

Ora, le risposte le avremo dal voto di domani. Che deciderà il futuro della Scozia e, probabilmente, non solo quello.

L’ascesa degli indipendentisti, il pendolo dei conservatori
Movimenti tellurici scuotono la politica britannica, per il momento senza conseguenze di rilievo. Nessuna testa è ancora caduta, nessun protagonista della vita pubblica inglese ci ha rimesso le penne.  

L’ascesa degli indipendentisti, il pendolo dei conservatori - Geopolitica.info
Due fenomeni in particolare hanno attirato l’attenzione dei commentatori, che si affannano nella ricerca di una chiave di interpretazione politica che consenta di formulare previsioni attendibili circa gli scenari futuri. Il primo punto di attenzione deriva dall’affermazione dello United Kingdom Independence Party nelle recenti consultazioni locali, con un risultato prossimo, in media, al 26% dei consensi. I partiti inglesi si contendevano 2.300 seggi, 35 enti locali ed un seggio parlamentare rimasto vacante. Gli indipendentisti dello Ukip, guidati dal leader Nigel Farage, hanno ottenuto un risultato che supera addirittura le loro più rosee aspettative: ambendo ad attestarsi intorno al 15-20%, non possono che giubilare per il gradimento raccolto nell’intero territorio nazionale. Lo Ukip è una formazione che, al di là dei facili cliché che la circondano, propone una piattaforma politica dirompente, comunicata con uno stile ed un linguaggio di immediata comprensibilità da parte del corpo elettorale. Al “mini-managerialismo” dei partiti maggiori, come è stato definito, Nigel Farage contrappone messaggi chiari, inequivocabili, una chiamata alle armi per gli inglesi delusi dalle dinamiche della politica londinese. Si tratta, senza dubbio, di un voto di protesta contro gli schieramenti tradizionali: questo aspetto (e forse solo questo) accomuna lo Ukip ad altre formazioni che si sono affermate qua e là per l’Europa continentale.

Ma definire Farage “il Grillo inglese” è un semplicismo che trascura gli aspetti programmatici dell’affermazione dello Ukip. Il punto è che, ad aver fatto breccia nell’elettorato d’Oltre Manica, non è solo l’invettiva contro la casta che tanto successo ha mietuto nel Belpaese. C’è di più: il partito indipendentista ha fatto appello al mai sopito euroscetticismo dell’opinione pubblica britannica, refrattaria ad un coinvolgimento pieno ed incondizionato nelle dinamiche dell’integrazione europea. L’humus per il messaggio di Farage è quanto mai fertile: solo un britannico su sei guarda con favore all’Unione europea (meno che nella martoriata Grecia), secondo un recente sondaggio della Commissione. Ma lo Ukip non sfida i partiti tradizionali solo a colpi di antieuropeismo: nel suo programma figura anche la piena revisione delle politiche ambientali in chiave pro-mercato, l’abbassamento della pressione fiscale, il controllo delle frontiere per limitare l’afflusso di immigrati, l’incremento della spesa militare. Alcuni di questi temi, come noto, sono diventati veri e propri mantra per la politica tradizionale: gli incentivi alle fonti rinnovabili, ad esempio, hanno goduto di sostegno incondizionato per anni, forse decenni, grazie soprattutto all’impulso proveniente da Bruxelles. Oggi, davanti a bollette energetiche sempre più salate e alla crisi perdurante, sono in molti a ritenere superata l’epoca dei sussidi pubblici. Farage, auspicando il loro azzeramento, intercetta un’opinione sempre più diffusa nel Regno Unito. E che dire della cooperazione internazionale allo sviluppo? Mentre i tre maggiori partiti dichiarano in pompa magna di voler destinare agli aiuti lo 0,7% del Pil, lo Ukip lamenta il taglio delle spese militari, esaltando la passata gloria della Marina reale. E, questo, agli inglesi sembra piacere.

Nonostante l’affermazione ottenuta, gli indipendentisti dovranno lottare per mantenere i livelli di consenso raggiunti. Molto dipenderà dall’operato dei suoi uomini eletti a livello locale: come sempre, la politica istituzionale rappresenta un banco di prova senz’appello per le velleità delle forze “antisistema”. E molto peserà l’atteggiamento del Partito Conservatore, ai cui elettori delusi si rivolge prioritariamente Nigel Farage.

E’ proprio il Partito Conservatore, alla guida del governo di coalizione con il premier David Cameron, a costituire il grande punto interrogativo della politica inglese attuale. Per il momento, la temuta emorragia di voti si è dimostrata più contenuta del previsto, e i Tories, pur usciti ridimensionati dall’ultimo confronto elettorale, hanno sostanzialmente incassato il colpo senza barcollare. Più che l’affermazione dello Ukip nelle urne, a preoccupare Cameron e la dirigenza del partito sono due aspetti: in primis, lo smottamento interno dovuto ai contrasti relativi ai rapporti con l’Ue; poi l’evidente stato comatoso in cui versa l’alleato liberaldemocratico, segno che, alle legislative del 2015, il Partito Conservatore correrà solo, dovendo contare esclusivamente sulle proprie forze per formare un nuovo esecutivo.

L’ex Ministro del Bilancio di Margaret Thatcher, Nigel Lawson, ha infiammato il clima propugnando, in un discusso editoriale sul Times, la “Brexit”, l’uscita del Regno Unito dall’Unione, da lui definita una “mostruosità burocratica”. David Cameron, per non trovarsi nell’angolo, ha annunciato per il 2017 un referendum popolare sulla permanenza nel consesso continentale, esponendosi però a nuove, accese critiche. Perché non nel 2015, si chiedono ben due ministri del suo stesso esecutivo, dichiarando anche le proprie intenzioni di voto: un secco no allo status quo, un netto rifiuto della prosecuzione di una partnership fallimentare.

I Tories vanno incontro ad una lotta di potere interna in cui gli euroscettici cercheranno di traghettare la posizione ufficiale del partito verso la trincea dell’antieuropeismo senza se e senza ma. Partendo da un ostruzionismo pregiudiziale ad ogni nuova iniziativa tesa ad una maggior coesione politica, come quella adombrata dal Presidente Hollande e alla quale ha aderito anche il governo italiano, per bocca del Ministro degli Esteri Emma Bonino.

Il discorso sullo stato dei rapporti tra Regno Unito ed Ue dello scorso gennaio tenuto dal premier aveva già segnato un possibile punto di svolta: una politica imperniata sull’Europa “à la carte”, in cui Londra contratta le condizioni per la permanenza e la parola d’ordine è flessibilità. Considerate le perduranti divergenze tra i partner e l’assenza di un interesse generale, ognuno deve decidere cosa prendere e cosa lasciare dell’architettura comunitaria, senza ingerenze da parte di Bruxelles. Ora, il riposizionamento di membri influenti del Partito pone un primo tassello per l’opzione di un’uscita definitiva, divenuta non più così remota.

David Cameron ed i suoi sono chiamati a confrontarsi con il malcontento popolare e a comprendere quale sia l’interesse nazionale britannico. Non sono in molti a pensare che esso coincida con quello delle istituzioni comunitarie.

Teatri d’operazione – Illuminati dal fuoco

Il 22 luglio del 1982, circa 40 giorni dopo la resa incondizionata delle forze argentine sull’arcipelago (14 giugno), con l’eliminazione della “zona di esclusione” che gli inglesi avevano imposto nelle 200 miglia intorno alle isole Falkland (una “zona di guerra” totalmente interdetta al traffico aereo e navale), termina ufficialmente un conflitto a cui la posta in gioco e le motivazioni avevano conferito un “sapore” quasi arcaico. Infatti era stato giustificato da entrambi i contendenti con una serie di argomentazioni nazionalistiche e geostrategiche. Obiettivo comune, un gruppo di isole situato a migliaia di chilometri dall’Inghilterra, possedimento della corona in virtù di un accordo finanziario e coloniale risalente al XVIII secolo.

Teatri d’operazione – Illuminati dal fuoco - Geopolitica.info

Iluminados por el fuego (Illuminati dal fuoco – Argentina/2005) è il titolo di un film con cui Tristán Bauer ha rotto un lungo silenzio che per decenni ha circondato la sconfitta militare argentina del 1982, e ha restituito dignità all’eroismo dei vinti tentando di rimuovere il dolore latente dopo la sconfitta. 

La storia viene raccontata attraverso l’alternarsi di due tempi: il presente incalzato dal passato che ritorna. Si tratta della trasposizione cinematografica del libro di Edgardo Esteban che, a soli 18 anni, ha combattuto in una delle guerre più insensate del XX secolo: più di mille giovani uomini – 746 argentini (di cui 45 piloti) e 255 inglesi – sono morti tra l’aprile e il giugno 1982 per rivendicare il possesso di un piccolo arcipelago vicino alle coste dell’America del Sud. 

Secondo una recente ricerca, tra i reduci argentini circondati dall’ostilità dell’opinione pubblica e piegati dall’onta della disfatta e dalle sofferenze indicibili che hanno dovuto subire, negli anni successivi al conflitto, si sono contati circa quattrocento casi di suicidio. 

Anche il prezzo pagato dagli inglesi sarebbe stato molto più alto se, per esempio, la flotta argentina non fosse stata lasciata nei porti; se sette bombe d’aereo fossero esplose al momento di colpire i loro bersagli; se la Junta militare guidata dal generale Galtieri non avesse usato solo coscritti, lasciando le proprie truppe migliori in Patria (il V reggimento di fanteria, schierato in prima linea, al momento in cui fu lanciata l’invasione, aveva solo 8 effettivi giorni di addestramento militare). 

Il what if tanto caro agli storici anglosassoni può essere, talvolta, un utile esercizio, ma spesso la cosa migliore da fare è quella di confrontarsi con la dura realtà. Quella che ha portato questi uomini a lottare, per 74 estenuanti giorni, in uno dei contesti operativi più difficili, rannicchiati in buche ghiacciate con temperature polari, alimentati solo con “mate cocido” (erba bollita come tè). 

Perché, come ricorda un detto della saggezza militare, «non importa chi sia a cominciare le guerre, sono sempre i soldati che le combattono». 

Nella guerra delle Falkland-Malvinas sono state utilizzate quasi tutte le forme conosciute di distruzione del nemico: combattimenti corpo a corpo all’arma bianca, bombardamenti aerei e terrestri, scontri con modernissime armi da fuoco, duelli aerei, combattimenti navali tra imbarcazioni di superficie, aerei e sottomarini, marce di avvicinamento in condizioni climatiche estreme.

Por nuestras islas Malvinas

L’Operazione Rosario, l’occupazione da parte argentina dell’arcipelago delle Falkland-Malvinas, si completa tra il 1 ed il 3 aprile. Vi prendono parte commandos sbarcati dal sommergibile Santa Fè in prossimità del capoluogo Port Stanley, fanti di marina, che prendono terra nella baia di York con mezzi da sbarco e reparti dell’esercito (per un totale di 2.000 uomini). 

L’invasione ha luogo sotto il comando del contrammiraglio Carlos Alberto Busser. Gli inglesi si arrendono la mattina del 3 aprile. Lo stesso giorno anche la Georgia del Sud cade in mano argentina. 
Le massime autorità argentine avevano pianificato, fin dall’inizio del 1982, la riconquista territoriale dell’arcipelago. 

La preparazione si era svolta nel più assoluto segreto. Erano stati tenuti all’oscuro molti politici e militari. Ma questa stessa segretezza, fondamentale per la riuscita dell’azione, si rivela nociva nel momento in cui il conflitto sfugge al controllo argentino. 

«Cara mamma, partiamo domani mattina per le isole Malvinas. Ti chiedo solo di non preoccuparti, di restare tranquilla. Credo che non accadrà nulla e che presto torneremo a stare insieme e a bere i nostri lunghi mate. Ti voglio molto bene, il tuo soldato paracadutista». 

È il 22 aprile 1982. Edgardo Esteban ha solo 18 anni, e sarebbe a due giorni dalla fine del servizio di leva. Ma la giunta militare di Leopoldo Galtieri lo “getta” in battaglia con altri 10 mila ragazzi argentini. Con sole 24 ore di preavviso, Edgardo viene caricato su un camion militare. 

«Non avevo neanche avuto il tempo di salutare mia madre così scrissi quella lettera e la affidai a un signore che passava di lì, pregandolo di imbucarla».

Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu riunito d’urgenza, condanna l’aggressione con la risoluzione n. 502 (elaborata dall’ambasciatore inglese presso le Nazioni unite, sir Anthony Parsons),ordinando il ritiro delle forze d’invasione: nelle schermaglie diplomatiche il Foreign office britannico si rivela una vera e propria élite shock troop, sconfiggendo ripetutamente – e di fatto isolando – la controparte argentina.

Si incrociano le armi

Intanto, già dal 5 aprile, salpano dalla Gran Bretagna le prime unità dirette verso la zona d’operazioni, che dista più di 8.000 miglia dalla madrepatria (oltre 100 navi con 28.000 uomini e con il supporto logistico di 100.000 tonnellate di rifornimenti e 400.000 tonnellate di carburante). 

II 12 aprile il Governo britannico annuncia l’entrata in vigore di una “zona di esclusione” dell’ampiezza di 200 miglia intorno alle Falkland: una “zona di guerra” interdetta al traffico aereo e navale; il 23 aprile Londra informa Buenos Aires che la Task force attaccherà navi e aerei argentini che si avvicinino tanto da costituire una minaccia (di fatto il blocco inizia alle ore 13.00 del 30 aprile). Il 25 aprile 120 marines e commandos, trasportati con elicotteri, riconquistano la Georgia del Sud, neutralizzando il sommergibile Santa Fè colpito da bombe di profondita e missili antisom. II 2 maggio si registra la maggior perdita navale argentina: l’incrociatore General Belgrano, in navigazione con il task group 79.3, è raggiunto da due siluri lanciati in rapida successione dal sottomarino Conqueror: il primo colpisce lo scafo della nave al centro, tra la sala macchine e la mensa equipaggio, causando un’avaria irreparabile; il secondo la prora. Muoiono 323 marinai argentini.
Quando il Belgrano viene silurato si trova 35 miglia al di fuori della “zona di esclusione”. 

Il 4 maggio il caccia britannico HMS Sheffield è colpito da un missile antinave exocet lanciato da una coppia di Super Étendard argentini. Affonderà dopo qualche giorno per i danni causati dall’incendio. 
Il 7 maggio Londra fa sapere che considererà “nemici” anche navi e aerei argentini operanti al di fuori del limite di 12 miglia nautiche dalle acque territoriali. Il 10 maggio l’Argentina risponde dichiarando zona di guerra tutto l’Atlantico meridionale.

II 12 maggio ha luogo una delle più dure battaglia aereonavali della campagna: navi britanniche bombardano Port Stanley; gli argentini rispondono lanciando quattro ondate di quattro A4-Skyhawk ciascuna. Alcune fregate inglesi vengono colpite, ma le bombe non esplodono. Gli argentini perdono tre aerei. 

Nella notte tra il 14 e il 15 maggio, l’isolotto di Pebble viene occupato da alcuni reparti dello Special Air Service che, sostenuti dal fuoco navale, distruggono al suolo 11 aerei argentini A549-Pucarà. 

Il 20 maggio la Task force dirige verso la baia San Carlos dell’isola Soledad (Falkland orientali), entrando nel braccio di mare che divide le due isole, noto come Falkland Sound: all’alba del giorno seguente, mentre le navi bombardano le postazioni argentine, vengono sbarcati circa 4.000 uomini (parà e royal marines), che stabiliscono due teste di ponte sui lati della baia. La difesa argentina è affidata a 1.500 soldati di leva e a un manipolo di piloti che, manovrando con grandissimo coraggio e maestria, attaccano con razzi e bombe le navi inglesi, colpendone cinque, una delle quali, la fregata Ardent, si incendia e affonda. Nell’azione gli argentini perdono 11 aerei (5 Mirage, 5 Skyhawk, 1 Pucarà). 

II 22 e 23 maggio, mentre i britannici consolidano le teste di ponte, sbarcando altri 5.000 uomini supportati da mezzi corazzati leggeri Scorpion e Scimitar, gli argentini continuano i loro attacchi aerei: verranno colpiti il caccia Antrim (da una bomba che non esplode) e le fregate Arrow ed Alacrity. 

Anche la fregata Antelope incassa una bomba che non esplode (scoppierà il giorno seguente, affondando l’unità, durante il tentativo di disinnescarla). 

Il 25 maggio (giorno dell’indipendenza dell’Argentina) gli A4-Skyhawk argentini colano a picco la fregata Coventry. Anche la nave Atlantic Conveyor, con a bordo gli elicotteri destinati al trasporto delle truppe, viene affondata da due missili exocet. Ma tutto ciò non impedisce agli inglesi di continuare la riconquista dell’arcipelago. 

Consolidata la testa di ponte, diventa necessario eliminare la minaccia rappresentata dalla guarnigione di Darwin e dalla base aerea di Goose Green (Pato Verde, per gli argentini – la seconda più grande comunità civile sull’isola). Questi obiettivi sono attaccati da 600 uomini del II battaglione paracadutisti: si tratta degli scontri di maggiore violenza della guerra. I combattimenti dureranno dalle 03.55 del 28 alle prime ore del mattino del 29, quando i soldati argentini si arrenderanno dopo la morte di circa 35 di loro. I britannici perdono 17 uomini. Il 30 maggio le truppe britanniche muovono da San Carlos e da Darwin verso Port Stanley. Sul lato sinistro dello schieramento il 45° battaglione dei royal marines occupa il Douglas Settlement e avanza fino alle alture che dominano Port Stanley, dove giungeranno il 4 giugno. 

Al centro il III battaglione paracadutisti punta sul Teal Inlet, dove si ricongiunge, il 2 giugno, con i royal marines.
 
Il 30 maggio si svolge l’unica operazione congiunta aviazione/marina argentina di tutto il conflitto. Scopo dell’azione è quello di colpire – impiegando l’ultimo exocet rimasto – una portaerei britannica. Il capitano di corvetta Alejandro Francisco dacolla dalla base di Rio Grande trasportando il “prezioso” missile, accompagnato da un altro caccia Super Etendard a cui è affidato il compito di fornire le necessarie informazioni radar per l’attacco. 4 Skyhawk si uniscono ai caccia della marina e i 6 veicoli proseguono in formazione. Il capitano Francisco lancia l’exocet da una distanza di 15 miglia dall’obiettivo. Dopo il lancio, i due Super Etendard si sganciano mentre i restanti quattro caccia-bombardieri proseguono sulla scia del missile diretto verso la portaerei Invincible. Solo due aerei argentini riescono a superare il fuoco di sbarramento inglese portando a segno altri centri contro la nave nemica. Tornati alla base dichiarano di aver visto «una gran columna de humo negro en el horizonte». Le autorità britanniche impongono lo più stretto riserbo sui danni subiti da una delle loro navi più importanti e per tranquillizzare l’opinione pubblica pubblicano delle foto della Invincible in perfette condizioni “esterne”.

Tra il 6 e l’8 giugno gli inglesi riescono a creare a Fitzroy, poco a Sud di Port Stanley, una seconda testa di ponte, con lo sbarco di reparti della 5° brigata di fanteria. Le navi Intrepid e Fearless trasportano su queste posizioni, evacuate dagli argentini, il battaglione delle scots guards e i gurka nepalesi (che saranno responsabili di mutilazioni rituali sui cadaveri e di sevizie sui prigionieri), mentre la nave anfibia Sir Galahad sbarca le welsh guards. Un attacco aereo argentino affonda la Sir Galahad (provocando 46 morti). Sono colpiti anche la fregata missilistica Plymouth e l’altra nave anfibia Sir Tristram.

Resa incondizionata

L’11 e il 12 giugno gli inglesi occupano le montagne che sbarrano l’accesso al Capoluogo dell’arcipelago. Quando le alture cadono in mano agli attaccanti, dei 278 soldati argentini, riescono a ripiegare solo in 70. II 14 giugno, per non coinvolgere la popolazione civile, Londra e Buenos Aires si accordano nel dichiarare zona franca la città di Port Stanley.

Alle ore 21,00 del 14 giugno il generale argentino Luciano Benjamin Menéndez si arrende senza condizioni al generale britannico Jeremy Moore. In tutto l’arcipelago cessano i combattimenti. Antony Wilson, comandante della V brigata britannica ricorda così la fine dei combattimenti: «Provammo una sensazione splendisa perché, dopo una lunga, quanto dura, serie di battaglie nelle isole, su un terreno esteso e inospitale, tutto s’era concluso. Gli uomini che si opposero ai nostri soldati furono tenaci e competenti. Molti di loro caddero al proprio posto».

I corpi dei piloti argentini nei loro aerei abbattuti e precipitati in mare non sono mai stati recuperati, come anche quelli di molti marinai. Gli argentini caduti sull’isola sono stati sepolti sull’inospitale terra delle Falkland-Malvinas. 

Agli oltre 11.000 prigionieri sbarcati la notte del 25 giugno non sono restati che un grande vuoto e un silenzio assordante.

  • Pagina 3 di 3
  • <
  • 1
  • 2
  • 3