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Dove fanno il deserto, lo chiamano pace. Viaggio nell’Ulster a vent’anni dalla fine della guerra

Il viaggio da Belfast a Londonderry-Derry è durato poco meno di due ore. In treno ho conosciuto Tom, un simpatico irlandese calvo e nerboruto che lavora al consolato italiano. Gli chiedo com’è la situazione oggi nel Nord. Mi risponde a mezza bocca, mormorando appena, esprimendo rassegnazione piuttosto che tristezza. Quella rassegnazione tipica dei credenti che con grande dignità si trasforma in serena accettazione della volontà di Dio: “You know, there’s peace today. But it is not a real peace. We are still split”. Il prossimo 10 aprile saranno passati venti anni dalla firma degli Accordi del Venerdì Santo nel 1998. Sono curioso di vedere se qualcosa è cambiato, se le ferite lasciate da 3500 morti stiano guarendo.

Dove fanno il deserto, lo chiamano pace. Viaggio nell’Ulster a vent’anni dalla fine della guerra - Geopolitica.info Credits to Leonardo Palma

Siamo arrivati in Irlanda cinque giorni prima, abbiamo già percorso più di cinquecento chilometri in pullman e circa novanta a piedi. Il nostro autista si chiama John, stempiato e rubicondo. La nostra prima tappa sono le Giant’s Causeway e Carrick-a-Rede sulla costa di fronte alla Scozia, quasi trecento chilometri dopo Dublino. Attraversiamo il confine con l’Ulster al primo albeggiare, costeggiando la Contea di Armagh, una delle zone di guerra più insanguinate nella storia del conflitto. I paramilitari repubblicani passavano il confine con l’Eire in queste zone per infiltrare armi, munizionamenti, uomini, esplosivi, mentre gli elicotteri dell’esercito inglese sorvolavano a bassa quota le campagne applicando la strategia della “pressione sul territorio” teorizzata da Lord Mountbatten, zio materno del Principe Filippo. Strategia che non gli impedì di saltare in aria nel 1979 per una bomba della Provisional IRA. Tuttavia è il paesaggio quello che ci colpisce. È uguale ma diverso dall’Eire, ce ne rendiamo conto alla prima fermata lungo la Dark Hedges di Ballymoney, meglio conosciuta dai fan de Il Trono di Spade come il set di “The King’s Road”. Le verdi campagne squadrate da filari di nodose e antiche querce, silenziosi testimoni del tempo, si incontrano con il cielo plumbeo, uniforme, steso su questa tormentata e bellissima terra.

Arriviamo a Belfast in serata, John ci lascia direttamente davanti al City Hall e mentre parcheggia ci racconta di quando per fare anche poche centinaia di metri in pieno centro fosse necessario passare attraverso numerosi check-point militari, tornelli e controlli. Indica una ad una le strade di accesso che all’epoca erano interdette durante il coprifuoco serale. Le scene che si vedono in Terra Santa erano comuni fino alla fine degli anni ’90 anche nel cuore di Europa. Ma oggi i check-point non ci sono più, gli elicotteri non circolano a bassa quota ossessivamente sulla città e le vie principali che si irradiano intorno al municipio ricordano per molti aspetti Londra. Dopo cena ci ritiriamo a dormire, l’indomani abbiamo le ore contate per visitare i cantieri navali e poi prendere il treno per Londonderry-Derry.

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Eccoci dunque a chiacchierare con Tom. Abbiamo parlato a lungo, lui voleva sapere dell’Italia e io dell’Ulster. Mi chiede di Renzi, di un ristorante a Trastevere, delle Brigate Rosse e di Cossiga. Ci è voluto un nordirlandese per ricordarmi che i nostri anni di piombo non sono stati meno duri dei loro Troubles. Gli chiedo cosa ne pensi degli Accordi del Venerdì Santo, se condivide quello che mi ha detto una giovane scrittrice italiana che oggi vive a Belfast: “It’s a truce”. “A sullen truce”, mi risponde Tom ridendo e passandosi la mano sulle calvizie. Quel bizantinismo politico uscito dai negoziati del 1998 non ha messo fine al settarismo, ha cercato solo di creare le condizioni per gestirne le sue manifestazioni più violente. Provare a costruire ponti tra le comunità cattoliche e protestanti si è rivelato più difficile del previsto di fronte alla realtà che “our community” non è necessariamente un concetto inclusivo. La scuola, mi spiega Tom, è ancora in larga parte segregazionista e le amicizie intercomunitarie abbastanza rare. Il più grande passo avanti è stato passare dall’odio più cieco all’indifferenza. “Well, you just go about your business, so you do”.

Ma ci sono atei in Irlanda del Nord?”, sbotto giocando. Tom ride ancora e, mentre raccoglie le sue cose per scendere alla successiva fermata, mi rifila quello che solo più tardi ho capito essere una vecchia e popolare gag: “Sure, the are Protestant atheists and Catholic atheists!”. La prossima fermata è Londonderry-Derry. Ho letto molto sui Troubles prima di partire ma della città so ben poco, per questo rimango sorpreso all’arrivo in stazione. Il treno ferma infatti sulla riva opposta del fiume che costeggia la città e nella luce del primo pomeriggio Derry sembra un suggestivo scorcio del Massachusetts. Non riesco a collegare questa cittadina a terribili fatti di sangue, ad una zona di guerra, ad una terra di nessuno. Il ventre della Bestia, chiuso negli angoli di Bogside, Shantallow, Creggan, l’area repubblicana che dal 1969 al 1972 si autoproclamò Free Derry e divenne una no-go zone, oggi ricorda una sonnolenta cittadina di provincia.

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Attraversiamo il ponte di ferro e raggiungiamo l’altra sponda del Foyle dove caseggiati bassi si succedono uno dietro l’altro costruendo una sorta di anello che chiude le vie più interne, ognuna delle quali si inerpica verso la cittadella medioevale sulla cresta della collina. Avvicinandosi le strade iniziano a farsi deserte, pochissime persone passeggiano, i locali sono quasi tutti chiusi sebbene sia solo venerdì, i pochi passanti sono coppie di turisti o ragazzini. Poco fuori le antiche mura iniziamo a scorgere le prime bandiere unioniste, bianche a strisce rosse, che sventolano nel vento freddo di metà autunno. I pali della luce e i marciapiedi sono stati tinteggiati con il colore della Union Jack. Al di sotto delle mura da cui spuntano le severe guglie della Cattedrale di St. Columbus, di fronte ad un campetto sportivo recintato con sbarre di ferro dietro alla scuola elementare, ci imbattiamo nel murale più famoso della comunità protestante. Le lettere bianche su sfondo nero sembrano urlare. Londonderry West Bank Loyalists Still Under Siege. No Surrender. Sulla parete della casa accanto un cartello di qualche organizzazione no-profit ricorda che la violenza repubblicana ha ridotto drasticamente la percentuale di cittadini protestanti che vivono nella città. Si sentono sotto assedio proprio nella città che si fa un vanto dell’aver resistito all’assedio del 1689 durante la Gloriosa Rivoluzione.

Entriamo all’interno delle mura, attraversiamo un immaginario decumano fino al lato del barbacane esattamente opposto e da lì al Bogside. Il quartiere nazionalista repubblicano si trova al di sotto della città vecchia, fisicamente distaccato dai declivi della collina, come un avamposto perennemente sotto osservazione dall’alto che tende ad espandersi e risalire sulla cresta opposta. Mentre discendiamo la strada il Bogside appare come un enorme agglomerato urbano proletario, case tutte uguali rossicce e grigie che si succedono creando un labirinto di vie e viuzze. Fiero appare il muro bianco che, circondato da logore bandiere della Repubblica d’Irlanda, ci annuncia che: You are now entering Free Derry. Issata sul pennone c’è una bandiera catalana, sul vicino palo della luce quella palestinese insieme ad un ovale di Hezbollah: sembra che indipendentismi vari si siano dati appuntamento a quell’angolo di strada. Alle nostre spalle c’è il monumento ai prigionieri che si lasciarono morire di fame nel 1981 tra le sinistre mura di uno dei bracci H della prigione di Kesh. Viene spontaneo, in quel luogo, adottare un atteggiamento di rispetto, indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche. Nell’incrocio di quelle poche vie si consumarono gli scontri di Derry e il massacro del Bloody Sunday del 1972, di cui il dovere del ricordo è assegnato ad una stele in pietra con i nomi delle vittime che i pochi nordirlandesi che si trovano a passarci davanti non guardano mai. Neanche uno sguardo sfuggente. Ci inoltriamo nella parte più chiusa del Bogside, girovagando per le vie interne dei caseggiati osservando i numerosi murali che inneggiano ai martiri della causa repubblicana, che chiedono la fine delle carcerazioni, la liberazione di qualcuno, di unirsi all’IRA o che semplicemente dicono di fare attenzione ai cecchini. Sebbene l’amministrazione cittadina abbia fatto un enorme sforzo di riqualificazione urbana la maggior parte delle abitazioni sono tutt’ora molto umili, basse, a due piani con i mattoncini rossi e marroni. Nelle zone più interne incrociamo giusto qualche bambino che gioca ma nessun adulto, poche macchine che girano e ancora meno turisti. Ad essere sinceri, mentre sta calando il sole, ci rendiamo conto di essere gli unici stranieri all’interno del Bogside. Decidiamo di smetterla con le foto, per non abusare della ospitalità degli abitanti. Del resto murali e cartelli sono sui muri di case private, spesso nel perimetro dei loro piccoli cortili. Riguadagniamo l’uscita dal quel labirinto con una sensazione di inquietudine, di disagio. Aggiriamo l’angolo di Free Derry e sostiamo per qualche minuto di fronte al Bogside Inn, un vecchio pub di legno e muratura con le pareti intonacate di verde e sporcate dall’usura e dai graffiti dell’IRA. Alzando gli occhi si può guardare direttamente ai vecchi edifici che ospitavano una base militare inglese nella cittadella medioevale e immaginarsi quanti giovani della nostra età uscendo o entrando da quel pub maledissero i propri vicini. Adesso c’è solo una anziana signora seduta sul muretto vicino che ci osserva con un misto di fastidio e indifferenza.

Risaliamo lungo la collina e passato il barbacane decidiamo di ritornare sui nostri passi seguendo il cammino di ronda superiore della cinta muraria. Ed ecco che torniamo a dominare sui quartieri cattolici, da una zona che con le piccole chiese gotiche e i platani spogli ricorda i viali del Trinity College, non fosse per quelle alte cancellate con reti metalliche per evitare i lanci di pietre e molotov. La vista dal cammino di ronda però è bellissima, con il tramonto e la luce che degrada sul Bogside e la croce di una chiesa cattolica sullo sfondo. I vecchi cannoni che tra le feritoie puntano su Free Derry fanno uno strano effetto ma nell’osservare la prospettiva mi rendo conto che murali, graffiti e cartelli non sono unicamente sui muri delle case del Bogside ma anche sui tetti. Accanto ad una bandiera repubblicana, a chiare lettere, è scritto ancora una volta: End British Internment, IRA. La questione dei prigionieri politici è particolarmente calda, molti di loro non sono mai stati scarcerati e altrettanti continuano ad entrare ed uscire dalle patrie galere: da quando poi dal 2010 sono stati assassinati almeno una dozzina di ex paramilitari repubblicani a Belfast e dintorni, in buona parte vittime di regolamenti di conti interni alla frastagliata galassia nazionalista cattolica, la condizione di molti personaggi noti e meno noti, così come la questione del sostegno economico e psicologico alle loro famiglie, è tornata prepotentemente a catturare l’attenzione dell’opinione pubblica. Decidiamo di affrettare i tempi e di provare a prendere il treno delle sette e trenta per tornare a Belfast. Percorriamo tutto il perimetro del cammino di ronda girando intorno alla cittadella per ritornare al barbacane da cui siamo entrati, di fronte all’area protestante unionista. Dalle feritoie si scorgono le Union Jack, a neanche tre chilometri in linea d’aria con il Bogside e il suo tricolore repubblicano.

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Rientriamo a Belfast alle nove passate. Il mattino dopo ci alziamo di buon’ora, raggiungiamo il City Hall e da lì, circa un isolato prima della Chiesa di St. Mary e del campus universitario, ci dirigiamo a West Belfast.

Sebbene tra il centro e la periferia suburbana non esistano barriere naturali, si ha come la percezione che questa zona di Belfast sia separata dal resto della città, come segregata. Quasi a voler contenere la sua storia fatta di violenza, di povertà e di lotta. A vent’anni di distanza dagli Accordi del Venerdì Santo in questa area esistono ancora 99 “muri della pace”, barriere di cemento, filo spinato, cancellate, che separano la comunità cattolica da quella protestante come a Cupar Way. A settembre il Dipartimento di Giustizia dell’Irlanda del Nord ha affermato che le barriere saranno tutte rimosse entro il 2023 nell’ambito del programma: Together: Building a United Community. Ma come mi ha ben spiegato Tom, da queste parti comunità non ha una semantica inclusiva.Arriviamo all’imbocco di Shankill Road, l’area protestante unionista, e una piccola costruzione di mattoni rossi ci accoglie con una scritta rossa e una mappa del quartiere: Welcome to Shankill. Accanto disegni stilizzati di comandanti paramilitari dell’UDF, della West Belfast Brigade, dello UFF e dell’UDA. Un unico grande viale si allunga per diversi chilometri, aprendosi sui lati ai vari bastioni unionisti, ai pub, alle case, ai centri di recupero e reinserimento, ai negozi. È una giornata cupa, piovosa, tipicamente irlandese. Mentre camminiamo ci passa accanto un cab e mi torna in mente che negli anni ’70, proprio in questo quadrato, si aggiravano su un taxi nero i macellai di Shankill, una banda di psicopatici che con la scusa della lotta armata sequestravano e mutilavano cattolici e “traditori” abbandonandone i corpi come monito in mezzo alle strade. Una delle tante storie folli di quei folli anni. Tuttavia adesso non c’è nulla di tutto ciò, il famoso pub dove si riuniva la banda è stato demolito anni fa, sono stati fatti tentativi di riqualificazione e riprogettazione urbanistica ma ecco che murali e cancelli riportano le buone intenzioni alla realtà di una tregua sostenuta unicamente dai mutamenti demografici e dall’incapacità aggregativa delle formazioni più agguerrite come quelle della Real IRA o delle forze lealiste. Perché a West Belfast forse non si spara più, ma l’atmosfera e gli umori non sono poi così tanto cambiati. Ogni anno la prima decina di luglio è un periodo di tensioni, con i gruppi protestanti che marciano per ricordare la vittoria di Guglielmo d’Orange sul Re cattolico Giacomo II. Proprio la Battaglia di Boyne mise fine una volta per sempre alle speranze cattoliche di vedere un giorno un cattolico ascendere al trono di San Giacomo. Ed eccoli con le loro divise, i loro canti e i loro falò dove bruciano il tricolore repubblicano e altri simboli cari ai nazionalisti. Nel 2013 e nel 2015 queste marce sono esplose in violente rivolte di strada durate più di una settimana e nella recrudescenza degli scontri tra le due comunità. La Brexit non ha certamente favorito i numerosi tentativi di ricomposizione dei vari livelli di segregazione e ha sollevato la questione dei confini con l’Eire e del futuro degli Accordi del Venerdì Santo. Senza contare che, oramai, tutti i grandi leader politici capaci di tenere la barra al centro, sia da parte nazionalista sia da parte lealista, sono morti o molto anziani. Girovagando per Shankill entriamo in una delle aree più interne. I murali inneggiano ai martiri della causa lealista, a Re Giacomo III, al tenente Jackie Coulter, ai vari battaglioni paramilitari che controllavano la zona. Arriviamo di fronte ad un gigantesco murale, circondato da una piccola cancellata in ferro battuto, un umile memoriale dell’UDA e dell’UFF dedicato a Stevie “Top-Gun” McKeag, comandante militare della West Belfast Brigade morto per una overdose nel 2000. I lealisti lo ricordano come “un camerata caduto” per la causa unionista, i nazionalisti cattolici come poco meno che un brutale assassino. Accanto un altro murale con due uomini incappucciati, paramilitari del 2° Battaglione C.13 di Shankill Road. The Land of the Free Because of the Brave, è scritto sopra. Scattando alcune foto notiamo uno sparuto gruppo di persone lì vicino che ascoltano un signore di circa sessantacinque anni, capelli bianchi pressoché rasati, un orecchio a cavolfiore, mascella squadrata e pendente da bulldog e occhi cerulei totalmente spenti, quasi che non potessero riflettere la luce. Mi avvicino con discrezione. Si chiama “Mick”, è un ex paramilitare dell’UDA, assolutamente non pentito ma ormai pensionato. Oggi fa la guida a piccoli gruppi di turisti. Sta raccontando la sua storia personale, di come a diciannove anni avesse deciso di prendere le armi dopo che suo fratello era stato ammazzato in un agguato dell’IRA. Dice di aver conosciuto Stevie McKeag e racconta le circostanze della sua morte. Non c’è compiacimento in Mick, non cerca giustificazioni, né comprensione, ma credo abbia ben chiaro quale sia il prezzo morale e umano della lotta armata; a lui, e immagino a tutti quelli della sua generazione, sono sufficienti le proprie convinzioni, la certezza di aver combattuto per una causa giusta. Anche se, a distanza di tanti anni, molti hanno iniziato a chiedersi se la causa, per quanto giusta fosse, potesse giustificare la morte di così tanta gente. Ma forse è solo la saggezza del senno di poi a parlare perché, meno di una generazione fa, l’unico linguaggio con cui si comunicava in Irlanda del Nord era quello dell’odio più cieco. Uscendo da Shankill Road seguiamo il percorso a ritroso per ritornare sulla via principale, scendere qualche centinaio di metri e imboccare Falls Road, il quartiere cattolico nazionalista. Subito un muro con filo spinato e grate ci ricorda che esiste una sola Irlanda con 32 contee, che “PSNI, MI-5 and British Army are not welcome in this area” e che tutti supportano i prigionieri di guerra ancora detenuti dal governo inglese.

Come su Shankill Road, anche qui un lungo viale che si estende per qualche chilometro si affaccia su quartieri dormitorio, pub, vecchie palestre di pugilato, cancelli e filo spinato. Il lato destro, prima dell’incrocio con Northumberland Street, è un lungo muro di cemento coperto di murali che giocano sui temi più vari, dal ricordo dei morti alle lotte di indipendenza in giro per il mondo. Questi muri sono divenuti lo sfogo espressivo di un sentimento di malessere che si riconosce in situazioni di disagio simili, reali o percepite che siano, magari in Palestina, Catalogna, Sud Africa e così via. Continuiamo a girovagare senza una meta precisa per qualche ora, sotto la pioggia, nel silenzio interrotto solo dal passaggio di qualche macchina, attraverso le varie “peace lines” o i cancelli che, come su Northumberland Street, oggi sono aperti ma spesso di notte o durante giornate particolari, come quelle di luglio, vengono chiusi. Shankill Road, del resto, è ad appena un miglio e mezzo di distanza, perfettamente visibile a occhio; nelle zone più interne addirittura da finestra a finestra.

C’è la pace in Irlanda del Nord dal 1998, eppure mentre usciamo da Falls Road notiamo l’ennesima pattuglia della polizia su un Land Rover blindato per l’antisommossa, con giubbotti antiproiettile, scudi, caschi e mitragliatrici. È possibile immaginare di costruire una società civile quando le sue fondamenta sono ormai disintegrate, quando il sentimento più positivo che si possa provare nei confronti dell’altro è quello dell’indifferenza, del vivere su binari paralleli come se chi sta dall’altra parte del muro non esistesse o fosse solo un ospite sgradito che si è costretti a sopportare? Uscendo da West Belfast proviamo di nuovo quella strana sensazione di disagio che abbiamo sentito a Londonderry-Derry e a South Armagh, quasi che tutto ciò che avessimo visto fosse artificiale, una vetrina o un esemplare sotto formaldeide. C’è il silenzio dei cimiteri in quelle zone, rumoroso e carico di dolore. Una zona di guerra senza vera pace ma solo quiete. Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.

Brexit e Sicurezza Europea: i motivi di un accordo imprescindibile

In seguito ad un lungo incontro tra Theresa May e le principali figure del suo governo avvenuto nella notte tra il 14 e il 15 novembre, la bozza dell’accordo sui termini della Brexit è stato rilasciato alla stampa unitamente ad una dichiarazione dell’Ue circa i futuri rapporti tra i due attori. Uno dei pochi temi sui quali le controparti hanno sempre mostrato grande comunità d’intenti è quello della sicurezza e difesa, tema ampiamente trattato nei due documenti. Perché, in questo ambito, il Regno Unito e l’Ue non possono fare a meno l’una dell’altra? E a quali rischi andrebbero incontro qualora l’accordo dovesse saltare?

Brexit e Sicurezza Europea: i motivi di un accordo imprescindibile - Geopolitica.info

 

Anche nei momenti più bui delle contrattazioni circa i termini di un accordo sulla Brexit, l’ambito della sicurezza e difesa ha rappresentato un argomento sul quale le parti hanno sempre condiviso la medesima posizione. Infatti, mentre le divergenze riguardanti il versante economico-commerciale e il confine tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord rischiavano di spalancare le porte ad una no deal Brexit, tanto il Regno Unito quanto l’UE hanno più volte sottolineato la necessità di far perdurare le collaborazioni in questo ambito. Per fornire un’idea di quanto questo tema fosse considerato un pilastro, è sufficiente guardare al recente passato. Nonostante la delusione diffusa in seguito al vertice europeo di Salisburgo dello scorso settembre, le forti dichiarazioni del Commissario Europeo per l’Unione della Sicurezza Julian King hanno contribuito a lasciare aperte finestre di dialogo. Parlando da Bruxelles pochi giorni dopo la chiusura del vertice austriaco, King aveva affermato che “su alcune tematiche ci saranno vincitori e perdenti, ma quando si parla di sicurezza e difesa ci sono reciproci interessi nel far perdurare una collaborazione”, dichiarandosi inoltre ottimista sulla possibilità di raggiungere un accordo su questi temi. A stretto giro di boa, anche il Ministro della Difesa britannico Gavin Williamson ha confermato la volontà di non vanificare le cooperazioni esistenti. Dalla Germania, dove si trovava per una visita istituzionale, il Ministro si è dichiarato speranzoso circa la possibilità di trovare un accordo che permettesse di incanalare i cospicui sforzi sostenuti dal paese nel corso degli anni all’interno del quadro fornito dall’UE.

Mantenere le collaborazioni: l’apertura di Bruxelles

I contenuti del documento presentato da Theresa May ai membri del suo governo vertono principalmente sui termini della fuoriuscita del Regno Unito dal gruppo dei 28 paesi membri dell’UE, mentre gli aspetti relativi al futuro delle relazioni tra i due attori lasciano ampi spazi all’interpretazione. Diverso è invece il discorso per quanto riguarda il testo della dichiarazione politica rilasciata quasi contemporaneamente dalla Commissione Europea. Infatti, come suggerito dal titolo del documento “Setting out the framework for the future relationship between the EU and the UK”, esso si prefigge l’obiettivo di fornire indicazioni sulle collaborazioni future. All’interno della dichiarazione della Commissione, un’intera sezione è stata dedicata alla partnership in tema di sicurezza e difesa, la quale sembra poter rimanere tra le più solide. Infatti, in seguito ad un’analisi caso per caso, il Regno Unito potrà continuare a prendere parte ad operazioni relative alla Common Security and Defence Policy (CSDP) attraverso il Framework Participation Agreement (FPA). La fase di pianificazione di tali operazioni vedrà intense interazioni tra UE e Regno Unito, le quali saranno proporzionate al livello di contribuzione del paese in ogni singola missione. Inoltre, qualora un invito a partecipare dovesse essere recapitato a Londra da un membro attivo della Permanent Structured Cooperation (PESCO), il paese potrà aderire ai progetti portati avanti all’interno di questo quadro. Il Regno Unito potrà altresì continuare a collaborare ai progetti della European Defence Agency (EDA) grazie ad un Administrative Agreement già garantito dall’UE. Infine, anche nei settori di cyber security, lotta all’immigrazione irregolare e antiterrorismo rimarranno attivi continui dialoghi e cooperazioni mentre, sul piano industriale, enti britannici potranno beneficiare dei finanziamenti stanziati dallo European Defence Fund (EDF).

Una mutua necessità

Il desiderio di proseguire sulla via di una stretta collaborazione anche quando il Regno Unito avrà perso il suo status di paese membro dell’Unione ha radici profonde, e sottolinea una mutua interdipendenza in materia di sicurezza e difesa. Per quanto riguarda l’Ue, la volontà di ottenere l’autonomia strategica invocata dalla Commissione già nel 2016 non può prescindere dalla partecipazione britannica. Infatti, il Regno Unito è il paese europeo che spende maggiormente nel campo della difesa (46 miliardi di euro nel 2016), e da solo contribuisce alla spesa per la sicurezza dell’Unione per più del 7%. In aggiunta, metà delle portaerei e delle armi nucleari potenzialmente utilizzabili dall’UE sono messe a disposizione dal Regno Unito, così come il 16% delle navi da guerra e l’11% degli aerei da combattimento. Anche nel campo delle innovazioni il ruolo del Regno Unito risulta essere fondamentale in quanto i fondi stanziati dal paese per ricerca e sviluppo nel settore militare ammontano al 43% del totale degli investimenti effettuati dai paesi partecipanti alle attività dell’EDA (Clindengal Institute, 2017). Inoltre, tenendo fede al suo ruolo di iniziatore della CSDP, il Regno Unito non ha mai fatto mancare il suo sostanziale contributo alle attività portate avanti dall’UE. Nel 2017, contingenti britannici sono stati impegnati in ben 5 delle 6 missioni militari condotte tramite la CSDP, alle quali si aggiunge l’impiego di personale in 7 delle 10 operazioni attive di tipo civile. Dunque, rinunciando alle capacità messe a disposizione da Londra, ed evitando il coinvolgimento britannico nelle sue attività, l’Ue vedrebbe notevolmente ridotto il suo potenziale come attore internazionale di primo piano.

Dal lato del Regno Unito, la necessità di prendere parte alle attività dell’UE risulta altrettanto importante. Stante la natura transnazionale delle minacce alla sicurezza del vecchio continente, appare chiaro che queste vadano fronteggiate in maniera cooperativa. Fenomeni quali il terrorismo o i rischi connessi al dominio cyber risultano pressoché impossibili da fronteggiare a livello di singolo stato. A questi si aggiungono i molteplici focolai d’instabilità che affliggono l’immediato vicinato europeo e che sono stati più volte definiti come una delle cause principali alla base di terrorismo e migrazioni di massa, i quali richiedono interventi strutturali anche in paesi terzi che i singoli stati faticherebbero non poco a mettere in atto. Non da ultimo, la preoccupante postura assunta dalla Russia del presidente Putin negli ultimi anni, e la sempre più chiara volontà degli Stati Uniti di ridurre il proprio ruolo di principale garante della sicurezza del vecchio continente rendono necessario un approccio cooperativo tra i paesi europei (sia membri dell’Ue che paesi terzi). Pertanto, indipendentemente dagli accordi bilaterali che il Regno Unito potrebbe sottoscrivere e dalla sua special relationship con gli Stati Uniti, l’essere tagliato fuori dalle attività di un solido ente sovranazionale che permette la cooperazione strutturata tra i paesi europei comporterebbe considerevoli difficoltà aggiuntive nel fronteggiare le minacce sopraelencate.

In conclusione, in tema di sicurezza e difesa le posizioni di Regno Unito ed UE sono sempre state similari, e il desiderio di mantenere un forte legame anche in seguito alla Brexit ha rappresentato una costante. La bozza di accordo circa le modalità di separazione tra i due attori ha tenuto ampiamente in considerazione questa volontà, e il perdurare dello stretto legame esistente sembra essere garantito. Indipendentemente dalle controversie legate ad una moltitudine di altri fattori, in tema di sicurezza e difesa la mancata ratifica di un accordo finale comporterebbe mutui svantaggi troppo grandi per poter essere ignorati. Di certo, quello della sicurezza non sarà l’unico fattore determinante nella decisione finale, ma, se ad oggi una no deal Brexit sembra meno probabile che nel recente passato, parte del merito va attribuito a questo ambito in cui entrambi gli attori avrebbero molto da perdere e poco o nulla da guadagnare da una separazione conflittuale.

 

Il Regno Unito lancia la Cyber Security Export Strategy

La Brexit incombe. Anche per questo il governo del Regno Unito, attraverso il Department for International Trade (DIT) lancia la Cyber Security Export Strategy (CSES). La strategia, oltre a rafforzare la capacità di difesa del paese, mira a promuovere all’estero le eccellenze britanniche in un settore sempre più cruciale.

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La CSES nasce anche dal fatto che nel 2016, le esportazioni informatiche nel Regno Unito hanno totalizzato 1,5 miliardi di sterline e la domanda globale di prodotti software per proteggere i sistemi digitali dalle vulnerabilità continua a crescere.

L’ecosistema UK, considerando anche l’esperienza tecnica e la storia di eccellenza nella sicurezza informatica, viene definito dalla stessa strategia “maturo per le opportunità di esportazione”.

Secondo il governo britannico la reputazione conta. Il marchio UK è forte a livello globale. Le aziende del Regno Unito sono affidabili, ma gli acquirenti hanno bisogno di indicazioni su quali prodotti e servizi poter acquistare.

Si stabilisce quindi che il DIT, attraverso i suoi uffici in tutto il mondo, lavorando in stretta collaborazione con altri enti governativi, esperti, università e industrie del settore IT, agirà da “trusted advisor” per supportare le società britanniche che puntano a vendere a governi esteri o a fornitori di infrastrutture critiche nazionali i propri prodotti.

La strategia evidenzia un numero di paesi che considera potenziali mercati di esportazione, motivando anche attentamente le proprie scelte:

  • Stati Uniti – “partner commerciale, politico e di sicurezza con vasta esperienza”;
  • Golfo – “focus su governo, infrastrutture nazionali e settori finanziari, in particolare sulle banche centrali”;
  • Giappone – “lavorare con il governo per incrementare la capacità di sicurezza informatica, in particolare durante la preparazione della coppa del mondo di rugby e delle Olimpiadi di Tokyo”;
  • India – “un mercato in crescita con opportunità potenzialmente grandi”;
  • Singapore – “un hub per la sicurezza informatica per il sud-est asiatico, con particolare attenzione ai servizi finanziari”.

Il documento rileva che il DIT curerà offerte su misura per i principali acquirenti, gestendo missioni commerciali e pubblicizzando le società britanniche per affrontare nel migliore dei modi le lacune riscontrate. Pertanto, sulla piattaforma great.gov.uk verrà creata un’apposita sezione dedicata alle eccellenze del Regno Unito nel campo della sicurezza cibernetica.

Il Segretario al commercio internazionale Liam Fox ha indicato le minacce informatiche in corso con la Russia come una potenziale opportunità:

Gli eventi recenti mostrano che il Regno Unito affronta una vasta gamma di minacce da parte di attori statali ostili. Quindi, in un mondo sempre più digitale, ritengo fondamentale migliorare le nostre capacità informatiche, cruciali per la sicurezza nazionale e per la prosperità. La strategia che sto pubblicando oggi supporterà le aziende del Regno Unito ad esportare le nostre competenze di sicurezza informatica, contribuendo non soltanto a proteggere il nostro paese, ma anche e sopratutto i nostri alleati”.

Le relazioni tra Regno Unito e Turchia dopo la Brexit

In seguito alle recenti votazioni del Parlamento inglese sulla Brexit ed agli attentati che hanno sconvolto il cuore di Londra, abbiamo chiesto un contributo a Daniel Kawczynski, deputato per Shrewsbury e Atcham, tra gli autori dell’ultimo rapporto del Foreign Select Committee on UK-Turkey Relations.

Le relazioni tra Regno Unito e Turchia dopo la Brexit - Geopolitica.info

La Brexit prenderà ufficialmente il via questa settimana. È giunto, quindi, per il Regno Unito il momento di rinnovare i suoi legami diplomatici e commerciali con il resto del mondo, a cominciare dalla Turchia.

Per anni il potenziale dei legami tra il Regno Unito e la Turchia è stato soffocato dagli asfissianti negoziati di adesione tra l’Unione Europea e Ankara. Nessuno sano di mente, su entrambi i lati del Bosforo, ha mai effettivamente creduto di poter assistere in vita sua all’entrata della Turchia nell’UE. Tuttavia, la prospettiva di adesione è stata avidamente promossa e tenuta in vita per anni, incatenando il rapporto tra le due parti nella rigida e goffa struttura dei negoziati di adesione.

Ironia della sorte, Londra è stata tra i principali sostenitori dell’adesione della Turchia. Strategia politicamente astuta per il Regno Unito a quei tempi, si sta ora rivelando disastrosa per l’UE nel suo complesso. I rapporti tra Berlino e Ankara si sono ormai sgretolati. Si è assistito a scontri tra la polizia in assetto antisommossa e la diaspora turca nelle strade delle città europee. La grave e allarmante instabilità politica in Turchia, provocata da organizzazioni terroristiche come il PKK, l’ISIS e i gulenisti di FETÖ, non può essere considerata separatamente rispetto all’inadeguatezza della diplomazia europea.

Da cittadino britannico originario dell’Europa orientale, vi posso dire una cosa o due su quanto sia estremamente burocratizzato il processo di adesione all’Ue. I negoziati risultano suddivisi in decine di capitoli, per un manuale lungo 170.000 pagine, che riducono la raffinatezza delladiplomazia alla ricerca di cavilli di politica interna per l’adattamento dell’acquiscommunautaire. Inoltre alimentano false speranze da un lato, mentre stimolano sentimenti xenofobi dall’altro. Seminano disillusione popolare e frustrazione. Ad un certo punto i nodi vengono inevitabilmente al pettine. Purtroppo per la Turchia e per l’UE il momento della verità sembra essere arrivato.

La Brexit ci libera dal macigno dell’intrusione dell’UE nei nostri affari interni. Tra i suoi molti vantaggi è il fatto che ci libera dalla coperta con la quale per anni Bruxelles ha soffocato il meglio delle nostre tradizioni diplomatiche. Dovremmo ora distruggere questa coperta, incendiarla e buttarla fuori dalla finestra per poi prendere una profonda boccata d’aria fresca. Brexit è semplice. Significa semplicemente riconoscere la verità: siamo una nazione libera e sovrana, che non deve fondersi con i suoi partner, ma cercare di soddisfare e bilanciare i suoi interessi attraverso il commercio e la cooperazione con altre nazioni sovrane. E così è per la Turchia.

La Turchia è un alleato della massima importanza strategica per il Regno Unito, così come per l’Europa, anche se quest’ultima sembra tragicamente incapace di comprenderlo. Anche solo in relazione alla sua collocazione geografica, l’importanza della Turchia è destinata ad aumentare negli anni. Alle porte di questo Paese, d’altronde, si trova il focolaio mondiale di guerra, terrore e settarismo che ha già causato uno spostamento massiccio di persone verso l’Europa. Anche i russi, la cui politica è sempre orientata da questioni strategiche, sembrano aver compreso molto prima di noi che dalla cooperazione con un Paese relativamente stabile come la Turchiadipende la nostra sola e migliore opportunità di venire a capo dei violenti conflitti che lacerano il Medio Oriente.

D’altra parte il Regno Unito non ha altra scelta se non quella di protestare e opporsi alle gravi violazioni dello stato di diritto e dei diritti umani in Turchia, come nel resto del mondo. Questa posizione riflette la nostra identità. E traduce la diplomazia in ciò che è realmente: la ricerca di delicati equilibri. Sì, il pericolo che la democrazia si sgretoli in Turchia deve suscitare in noi sincera preoccupazione. Ma allo stesso modo deve preoccuparci la rottura delle relazioni diplomatiche con Ankara, che hanno i loro difetti ma anche i loro pregi, così come il suo riorientamento verso Mosca e organizzazioni internazionali non-occidentali come laShanghai CooperationOrganisation (SCO).

Il Regno Unito non dovrebbe mai permettere che le sue relazioni diplomatiche soffrano come stanno attualmente soffrendo quelle turco-tedesche. Da un punto di vista strategico e della sicurezza questa sarebbe una catastrofe, come già lo è nel caso dell’Europa. Liberi da tutte le restrizioni dell’UE, noi come Regno Unito abbiamo ora la possibilità di recuperare quell’equilibrio diplomatico nelle relazioni con i turchi di cui i nostri partner europei sono gravemente carenti. Come l’attacco a Westminster della settimana scorsa ha purtroppo dimostrato, il terrore non ci risparmierà. Colpisce tutti noi e, quindi, può essere sconfitto solo grazie a una stretta cooperazione con gli altri Paesi. Anzitutto con la Turchia.

 

Post Brexit e l’attuale Regno “Unito”

Anche se il risultato del referendum nel Regno Unito ci riguarda tutti, non dobbiamo permettere che domini la nostra agenda per i prossimi anni. Ci siamo dati un programma di riforme positive per rafforzare la nostra Unione, per rispondere con determinazione alle sfide del nostro tempo e per creare un’Europa migliore che dia forza ai suoi cittadini e li protegga in caso di necessità. Dobbiamo andare avanti e agire con urgenza, efficacia, determinazione e soprattutto all’insegna dell’unità”.

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E’ così che, nel suo discorso dell’appena passato 14 settembre sullo stato dell’Unione, il presidente della Commissione europea Juncker fa riferimento diretto alla Brexit. L’uscita del Regno Unito ha di certo dato un colpo fendente all’Europa, ma la crisi intrinseca non è nuova e prestare troppa attenzione, sia mediatica che nelle politiche comunitarie alla questione britannica, è controproducente. L’articolo 50 deve essere attuato e nel più breve tempo possibile. L’Europa deve occuparsi della propria solidità, di nuovi programmi e dell’immagine che mostra al mondo. La mancanza di stabilità e di coesione interna è ormai palese e preoccupante, non a caso nell’incipit il presidente afferma “Mai prima d’ora ho visto i governi nazionali così indeboliti dalle forze del populismo e paralizzati dalla paura della sconfitta alle prossime elezioni”. Il timore che in altri stati si possa seguire l’esempio del Regno Unito allarma l’Unione e chi ne è fermo sostenitore.

Il prossimo 2 ottobre sarà una data cruciale: nello stesso giorno si terranno in Austria le elezioni presidenziali e in Ungheria, tramite referendum, i cittadini decideranno se accettare o meno la ripartizione delle quote di migranti e profughi decisa dalla Commissione europea. L’ipotesi per cui il candidato austriaco Norbert Hofer, portavoce del Partito della Libertà (FPÖ) di chiara connotazione anti-europea, possa uscire vincente, ovviamente preoccupa Juncker. Allo stesso modo il voto di Budapest potrebbe rivelarsi come un ennesimo taglio su una ferità già aperta, basti pensare a quanto, soprattutto nell’ultimo anno, la gestione inefficiente della crisi migratoria abbia danneggiato l’Europa. Seguiranno poi le aperture dei seggi in Italia per il referendum costituzionale ed in Francia e Germania per le elezioni nazionali del 2017.

Quanto la Brexit potrà influire sulla scelta di voto dei cittadini dei vari paesi membri dell’Unione? Di certo i risultati non sono così scontati, maggiormente se si pone attenzione agli ultimi sondaggi sull’economia britannica. Nonostante le previsioni catastrofiche pre-referendum, la situazione economica attuale non pare affatto disastrosa.

Nel mese di agosto è aumentata la percentuale degli acquisti da parte dei consumatori, la Bank of England ha diminuito notevolmente i tassi di interesse (passando dallo 0,5% allo 0,25%) allo scopo di incrementare l’economia nazionale.

Certamente gli effetti negativi non mancano e sono evidenti. La sterlina, che il giorno successivo al voto ha subito un forte calo, continua ad essere debole se paragonata a quattro mesi fa. Il settore immobiliare ha dovuto affrontare un aumento dei prezzi ed i costi delle importazioni sono aumentati sensibilmente, per lo più per i beni alimentari e per i metalli.

Riguardo all’occupazione, serve più tempo per ottenere dati affidabili che mostrino le conseguenze dell’uscita dall’UE.

Se l’economia pare comunque reggere nonostante tutto, la mancanza di stabilità si nota principalmente sul piano politico. Il nuovo Primo Ministro Theresa May, che fin dall’inizio della sua carica ha sottolineato che “Brexit means Brexit”, ora deve scontrarsi con un’Europa più intransigente e meno propensa a fare sconti. Ma soprattutto le tensioni provengono dalle regioni dotate di più autonomia del suo stesso paese, ovvero Scozia e Irlanda del Nord. Si ricordi che entrambe, insieme al Galles, dispongono di propri esecutivi e assemblee legislative. Se già al momento del referendum, i loro cittadini si erano espressi in netta maggioranza per il “remain”, ora il rapporto con il governo centrale è ancora più teso.

In Scozia già nel 2014 si era svolto un referendum per l’indipendenza. Circa il 55% dei votanti si era espresso a favore del mantenimento dello status quo. La Brexit da un lato ha riacceso i fervori indipendentisti, dall’altro spinge l’attuale premier scozzese Nicola Sturgeon a stringere accordi separati con l’UE e a partecipare attivamente al tavolo di contrattazione fra Gran Bretagna e Unione Europea, cercando di convincere la prima a rimanere nel mercato unico.

In Irlanda del Nord la situazione è abbastanza simile. Addirittura Micheál Martin (il leader del maggiore partito di opposizione) ha proposto un ulteriore referendum al fine di riunire i governi di Belfast e Dublino. Sebbene questa sia un’ipotesi poco credibile, visto l’excursus di lotte e di differenze culturali e religiose, non bisogna sottovalutare la pressione che può esercitare sulla May per ottenere più ascolto ed influenza nei futuri accordi tra Londra e Bruxelles.

Viste le problematiche questioni interne, il Regno Unito non appare oggi così “Unito” come suggerisce il suo nome.

Who is who: Theresa May

Nome: Theresa May
Nazionalità: inglese
Data di nascita: Eastbourne, 01 ottobre 1956
Chi è: Primo Ministro del Regno Unito

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Nata a Eastbourne, nel Sussex, Theresa May studia geografia al St Hugh’s College di Oxford. Dal 1977 al 1983 lavora presso la Banca d’Inghilterra e dal 1985 al 1997 all’Agenzia delle Entrate britannica. Dopo aver tentato, senza successo, l’elezione alla Camera dei Comuni nel 1992 e nel 1994, viene eletta deputata per Maidenhead alle elezioni generali del 1997. Ha ricoperto diversi ruoli nei governi ombra di William Hague, Iain Duncan Smith, Michael Howard e David Cameron, tra cui Leader ombra della Camera dei Comuni e Ministro ombra per il Lavoro e le Pensioni. È stata anche Presidente del Partito Conservatore dal 2002 al 2003. Ministro delle Donne e delle Pari Opportunità tra il 2010 e il 2012, ha ricoperto dal 2010 ad oggi la carica Ministro degli Interni del Regno Unito.

All’annuncio delle dimissioni di David Cameron, in seguito alla sconfitta nel referendum del 23 giugno 2016 sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Unione europea, May si è ufficialmente candidata alle primarie del partito conservatore il 30 giugno 2016, vincendole e divenendo leader del Partito Tory l’11 luglio 2016. Il 13 luglio, a 59 anni, è la seconda donna Primo Ministro del Regno Unito dopo Margaret Thatcher, che ottenne il primo mandato nel 1979. Il 14 luglio ha terminato la formazione del suo governo, in cui è forte la presenza di politici favorevoli alla Brexit .Tra questi, ha fatto scalpore la nomina di Boris Johnson a Ministro degli Esteri. Molti analisti hanno interpretato la mossa come una mossa del premier: nonostante le numerose gaffe, l’ex sindaco di Londra aveva ricevuto dei giudizi positivi in occasione delle Olimpiadi. Tra i nuovi ministri del governo May figurano: Philip Hammond, già agli Esteri con Cameron, che succede a George Osborne, uno dei conservatori più in vista nella campagna per il “Remain“, in qualità di Cancelliere dello Scacchiere (Ministro del Tesoro); David Davis, 67enne veterano dell’euroscetticismo nel campo conservatore, che è stato nominato segretario di Stato per l’uscita dall’Unione europea (incarico creato ad hoc per  portare avanti la cosiddetta Brexit); Liam Fox, 54 anni, ministro della Difesa tra 2010 e 2011, che è stato nominato al vertice del nuovo ministero per il Commercio estero, con il compito di forgiare nuove relazioni commerciali internazionali in conseguenza dell’uscita dalla Ue; Amber Rudd, già Ministro all’Energia, che è stato nominato al Ministero degli Interni.

Per la May, euroscettica ma fedele alla linea del “remain“, si prospetta una lunga lista di impegni da portare a compimento, come ad esempio: coordinare l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea; tenere insieme un paese fortemente diviso al suo interno e un partito ad oggi lacerato dagli scontri tra fazioni interne; tenere salda un’economia in fibrillazione dopo la Brexit.
Pragmatica, incline al riformismo, aperta (ha votato ad esempio a favore dei matrimoni gay), si presenta come un leader dotato di una elasticità che potrebbe favorire il dialogo con Bruxelles, nonostante le frizioni siano già cominciate, a partire dal tema della libera circolazione dei cittadini Ue.