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La geopolitica inglese da Brexit a Megxit

Nessuno potrà mai certo mettere in discussione che la democrazia sia l’unica accettabile forma di Governo ma non vi è alcun dubbio che, in taluni casi, anche la Monarchia abbia i suoi perché.
A differenza infatti della Brexit, che solo nei prossimi mesi arriverà ad una conclusione dopo travagliate vicende parlamentari, la vicenda Megxit si è conclusa in Gran Bretagna in meno di una settimana segno che la Regina Elisabetta, sul trono dal 1953, non è di certo donna indecisa.

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Con uno scarno comunicato diffuso a mezzo Instagram nei giorni scorsi Harry Windsor e Meghan Markle avevano annunciato la volontà di ritirarsi a vita privata senza dover ottemperare alla “difficile” vita reale. Una notizia di geopolitica internazionale sicuramente secondaria rispetto a quanto sta avvenendo in Libia o in Iran ma che comunque ha occupato, e così sarà nei prossimi giorni, buona parte dei quotidiani di mezzo mondo coinvolgendo il governo britannico e le Casa Bianca.

La giovane coppia, fresca di matrimonio, da subito aveva dato segno di mal tollerare i conservatori obblighi reali ma pochi si sarebbero aspettati una rottura tanto fragorosa quanto irrituale. Tutto ciò pare essere legato al carattere dei due protagonisti: il principe erri da sempre ha manifestato un carattere il rispettoso e poco incline alle rigide regole della casa reale mentre la consorte di origine californiana fatto capire sin da subito che la sua personale storia, di donna divorziata e legata al mondo dello spettacolo, avrebbe avuto la meglio Rispetto alle regole reali britanniche.

Ciò che può inizialmente sembrare una storia da cronaca rosa va in realtà legata al periodo travagliato e particolare che la Gran Bretagna sta vivendo. Questo paese infatti Al così come il suo popolo, stanno lanciando una serie di segnali politici per nulla secondari. Nostalgici di un passato glorioso che gli ha resi protagonisti in ogni angolo del mondo i sudditi di Sua maestà e hanno negli ultimi tempi manifestato malcontento chi in qualche modo a messo in dubbio la loro sovranità. E questo è avvenuto per esempio durante il loro Travagliato e rapporto con l’unione europea a cui non hanno mai creduto forse si dall’inizio. Questo sentimento di diffidenza nei confronti dell’Europa non è poi così diverso dal sentimento di diffidenza che gli inglesi hanno nutrito sìn da subito nei confronti della signora Markle.

Come ha ben sottolineato il ministro degli interni inglese riti Patel, donna di origine indiana, questa vicenda non ha nulla a che vedere, come scioccamente detto da qualcuno, con un atteggiamento razzista nei confronti della moglie del principe erri. Tutto rientra invece Del sacro rapporto che da secoli lega la monarchia inglese ai propri sudditi; è facile comprendere come in un momento in cui i valori sono sempre più deboli e messi in discussione per gli inglesi la corona rappresenta ancora un solito baluardo. Ecco perché le profonde critiche che sono apparse in questi giorni tra i cittadini britannici nei confronti della coppia sono da ricercare in quello che è stato visto come un attacco nei confronti della regina Elisabetta. E poiché in questa storia si parla di nobiltà, non c’è nulla di meno nobile dell’atteggiamento dei due coniugi che dinnanzi Ad una serie di compiti reali, preferiscono fuggire in cerca di privacy in California, da sempre frequentata da attori e celebrità dello spettacolo.

Poiché è risaputo che Meghan Markle nutre un profondo risentimento nei confronti del presidente Trump, è stato specificato che tale trasferimento avverrà solo quando la casa bianca vi sarà un inquilino più consono e più gradito alla ex duchessa del Sussex. Una specifica ti ha servito sul piatto d’argento la possibilità per il presidente di esprimere la propria vicinanza alla regina Elisabetta che secondo lo stesso non meritava un trattamento di questo genere.

Certo piccoli segnali ma che oggi come non mai sottolineano come La vicinanza dei sudditi inglesi nei confronti della propria regina.

Quel primo Natale di guerra. Il canto del cigno della nostra civiltà prima della lunga notte

Inverno 1914. A Ypres inglesi e tedeschi si sono ferocemente affrontati per settimane sotto una pioggia battente…

Quel primo Natale di guerra. Il canto del cigno della nostra civiltà prima della lunga notte - Geopolitica.info

Il 24 dicembre la gelata del mattino viene accolta quasi con giubilo perché ha indurito la terra, asciugando il fango.

Nelle Fiandre – tra Diksmuide e Neuve Chapelle – un tiepido sole illumina il campo di battaglia imbiancato di brina…

È la Vigilia di Natale. La giornata continua con il solito scambio di fucileria. Poi sopraggiunge il silenzio della sera e migliaia di piccole luci si accendono per tutta la lunghezza delle trincee tedesche; brillano di un chiarore emozionante: “alberi di Natale”. E un canto, melodie natalizie…

Terminata la musica, il silenzio viene di nuovo interrotto da applausi commossi. Tutti i giovani – prima timidamente, poi senza più remore – si riversano nella terra di nessuno per stringersi le mani, scambiarsi regali, fotografie, giornali.

Un miracolo descritto così – in una lettera a casa – dal tenente Josef Wenzl: “suona incredibile, ma è la verità. Cominciava ad albeggiare quando sono apparsi gli inglesi e hanno cominciato a salutarci. I nostri hanno tirato fuori un albero di Natale… Tutti si sono mossi liberi dall’una all’altra trincea e cantavano insieme canzoni di Natale”.

Il sottotenente Bruce Bairnfather del I battaglione Royal Warwickshires annotò anche l’inizio: “i suoni dell’armonica a bocca di un tedesco a cui risposero i canti natalizi inglesi e il viso felice del suo sergente che scambiò conserve e sigari per primo con i tedeschi”.

Un altro soldato della London Rifle Brigade spiegò meglio il contagio di quella pace, “ci sentivamo felici come bambini”, scrisse.

Questo evento è passato alla storia come “la tregua di Natale“: l’artiglieria restò muta tutta la notte, permettendo il recupero dei caduti. Si svolsero delle vere e proprie cerimonie di sepoltura, nelle quali soldati di entrambe le parti piansero assieme i compagni morti.

In un funerale nella “terra di nessuno”, soldati tedeschi e britannici si riunirono assieme per leggere un passo del Salmo 23: “Il Signore è il mio pastore, non mi fa mancare nulla. Su prati verdi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Il Signore mi dona nuova forza, mi consola, mi rinfranca. Su sentieri diritti mi guida, per amore del suo nome. Anche se andassi per una valle oscura non temerei alcun male perchè tu sei con me”.

Il miracolo negli anni successivi non si ripeté più…

 

Elezioni UK: Belfast ha le valigie pronte?

Grandi cambiamenti in Irlanda del Nord dopo le elezioni in Gran Bretagna: per la prima volta sono stati eletti più deputati repubblicani che unionisti. Notte d’inferno per il Partito Democratico Unionista che perde due fondamentali seggi (compreso lo storico di North Belfast). Siamo vicini ad un nuovo referendum per un’Irlanda Unita?

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Il Partito Conservatore britannico del primo ministro uscente Boris Johnson ha stravinto le elezioni che si sono tenute giovedì per rinnovare il Parlamento. I Conservatori hanno conquistando 365 seggi, un risultato ampio e sorprendente che è secondo come numeri solo alle elezioni generali del 1983, dove i conservatori guidati dalla Lady di Ferro, Margaret Thatcher, conquistarono 397 seggi. I Laburisti, guidati da Jeremy Corbyn, hanno ottenuto 203 seggi, perdendo 59 seggi rispetto al 2017, in particolare ha perso in alcuni collegi in cui governava da sempre, come quello di Blyth Valley, nel nordest dell’Inghilterra. Questo risultato dei Laburisti ha messo sotto accusa Jeremy Corbyn, reo di aver elaborato un programma troppo radicale.

Un altro vincitore di queste elezioni è sicuramente quello del Partito Nazionale Scozzese, guidato dalla premier scozzese Nicola Sturgeon, che ha conquistato 48 seggi. La leader scozzese ha dichiarato che le elezioni sono state un forte messaggio al governo di Londra sulla volontà degli scozzesi di tenere un altro referendum sull’indipendenza della Scozia, soprattutto ora che Brexit è diventata uno scenario più vicino e realistico.

È stato una notte di sorprese anche in Irlanda del Nord: in una dura competizione incentrata sulla Brexit e la “questione irlandese”, sia Sinn Féin che SDLP hanno segnato vittorie emblematiche in tutta l’Irlanda del Nord, nel segno di una alleanza pro-remain.

North Belfast è stato il seggio più seguito: sin dalla sua istituzione avvenuta nel 1885 è sempre stato in mano agli Unionisti e dal 2001 il membro di questo seggio a Westminster era Nigel Dodds, vicecapo del Partito Democratico Unionista. Per circa duemila voti, per la prima volta, i repubblicani hanno portato a casa questo seggio con John Finucane, sindaco di Belfast, sotto gli occhi scioccati dei sostenitori unionisti. Il candidato del Sinn Féin (partito repubblicano irlandese) è il figlio di Pat Finucane, avvocato ucciso da paramilitari Lealisti (fedeli alla Gran Bretagna ed alla Corona) durante i Troubles.

L’uomo simbolo del Sinn Fein, che ha beneficiato dell’appoggio dell’alleanza pro-Remain con SDLP e Green Party, ha dichiarato: “Voglio ringraziare ogni persona che è venuta a votare per me oggi e voglio anche riconoscere qui stasera che ci sono stati coloro che si sono sforzati e so che questa elezione è stata un’elezione che ha trasceso la politica del partito e so che ne sono stato il beneficiario oggi.”

Ha aggiunto: “Come deputato prometto a tutti voi stasera che lavorerò per ogni singola persona di questo collegio elettorale, che abbiate votato per me o no.”

Dodds ha dichiarato che “si rammarica che North Belfast non sarà rappresentata alla Camera dei Comuni in un momento difficile”.

I partiti storici perdono voti, in crescita l’Alleanza

Il DUP e il Sinn Féin hanno entrambi registrato una riduzione significativa della loro percentuale di voti rispetto alle elezioni generali del 2017, rispettivamente del 5,4% e del 6,7%. Grande successo di voti invece per Alliance Party di Naomi Long (sconfitta però nella sua East Belfast dal candidato unionista Gavin Robinson) che raccoglie consensi cross-community, ossia da entrambi i bacini elettorali, per via delle sue politiche non-identitarie. Alliance è l’unico partito che non ha siglato patti di desistenza, ottenendo un seggio alla Camera dei Comuni.

Nonostante ciò, il Partito Democratico Unionista rimane il primo partito nordirlandese con 8 seggi, seguito dai repubblicani del Sinn Féin con 7 membri. Il Partito Social Democratico e Laburista ritorna a Westminster con due seggi, con il suo leader Colum Eastwood e la nuova parlamentare Claire Hanna che ha insistito sul fatto che “manterremo la promessa dell’accordo del Venerdì Santo”.

Referendum per una sola Irlanda: quali le prospettive?

Il primo “Border Poll” (letteralmente referendum di frontiera) ha avuto luogo in Irlanda del Nord nel 1973, quando agli elettori è stato chiesto se volessero che l’Irlanda del Nord rimanesse parte del Regno Unito o si unisse alla Repubblica d’Irlanda. Il 99% votò a favore della permanenza nel Regno Unito. Tuttavia, il referendum era stato boicottato dalla maggior parte della comunità nazionalista; l’affluenza fu solo del 59%.

L’Accordo del Venerdì Santo, stipulato nel 1998, afferma che il consenso per un’Irlanda unita deve essere “freely and concurrently given” (liberamente e simultaneamente dato) sia nel Nord che nel Sud dell’isola. Questo è largamente interpretato nel senso che il futuro referendum si terrà nell’Irlanda del Nord e nella Repubblica d’Irlanda allo stesso tempo.

Nell’ambito dell’Accordo del Venerdì Santo, la legge del Regno Unito prevedeva esplicitamente lo svolgimento di un referedum. Il Northern Ireland Act del 1998 afferma che “se in qualsiasi momento gli sembra probabile che una maggioranza di voti esprima il desiderio che l’Irlanda del Nord cessi di far parte del Regno Unito e voglia fare parte di un’Irlanda unita”, il Segretario di Stato emette un ordine in seno al Consiglio che consenta uno scrutinio alle frontiere.

Non è chiaro esattamente cosa soddisferebbe tale requisito, The Costitution Unit suggerisce che o una maggioranza consistente nei sondaggi d’opinione, o una maggioranza cattolica in un censimento, o una maggioranza nazionalista nell’Assemblea dell’Irlanda del Nord, o un voto a maggioranza nell’Assemblea potrebbero essere considerati prove del sostegno della maggioranza a un’Irlanda unita.

“Esiste una cornice costituzionale entro cui il referendum potrebbe svolgersi – spiega Jess Sargent dell’Institute for Government – soprattutto ora che alcuni sondaggi hanno indicato come il 52% degli irlandesi sia a favore dell’unificazione”.

Questo è dimostrato anche dall’ultimo censimento che ha confermato il graduale e costante calo demografico dei protestanti (fede religiosa che li lega agli Inglesi), per la prima volta sotto la fatidica soglia del 50%, una tendenza che inevitabilmente ha compromesso l’egemonia unionista nell’Irlanda del Nord. Questo potrebbe essere dimostrato anche dal risultato elettorale di ieri nella circoscrizione di North Belfast.

Ma l’Irlanda del Nord resta una terra profondamente divisa, attraversata da una tensione sociale pronta ad esplodere in qualsiasi momento: “E’ qualcosa di cui dobbiamo davvero preoccuparci, è ancora uno scenario estremo – spiega Ben Lowry, giornalista del Belfast News Letter – perché il numero di persone sui due fronti, disposte alla violenza è minoritario, ma la rabbia resta enorme”.

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

Tre considerazioni sulla vittoria dei Tories

Per poter comprendere al meglio l’esito del voto britannico bisogna conoscere le regole del gioco, altrimenti si rischia di fare molta confusione.  Il Regno Unito è uno dei pochi paesi che da sempre vanta un sistema elettorale profondamente maggioritario, capace indubbiamente di portare stabilità politica al paese. Il territorio, diviso in 650 collegi, prevede scontri territoriali in cui il singolo candidato, che ottenga anche un voto in più rispetto all’avversario, potrà prendere posto a Westminster.

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Questo meccanismo, criticabile per certi versi, comporta ad esempio che il partito liberale abbia ottenuto quasi 4 milioni di voti che corrispondono a 11 seggi, mentre la compagine scozzese con poco più di 1 milione di preferenze, riuscirà, nei prossimi anni ad occupare 48 seggi al parlamento di Londra. Tralasciando questi dettagli non secondari, l’esito del voto delle scorse ore è comunque profondamente chiaro ed incorona, usando un ovvio eufemismo, Boris Johnson come Re politico della Gran Bretagna.

Il partito conservatore, che ha ottenuto 14 milioni di consensi, occuperà 365 seggi che, di fatto, gli consentiranno di governare il paese con tutta la tranquillità di questo mondo per i prossimi cinque anni. Le considerazioni da fare dinnanzi a questo trionfo della destra britannica sono probabilmente almeno tre.

Innanzitutto, in ottica Brexit gli inglesi confermano che il voto del 2016 non è stato causale: giusta o sbagliata questa scelta (e ciò lo potremo valutare solo in futuro) gli elettori britannici hanno decretato che il divorzio da Bruxelles non è frutto di sola pancia ma anche di un ragionamento ponderato per ben 40 mesi. Molti hanno sempre sostenuto che, in caso di nuovo quesito referendario, gli elettori avrebbero cambiato opinione ma, considerando il plebiscito ottenuto da un “hard Brexiter” come Boris Johnson, questa teoria, ormai, appare del tutto priva di fondamento. Bruxelles non potrà non tenerne conto e dovrà farsi qualche domanda.

Il secondo ragionamento è legato alla crisi irreversibile della sinistra europea, sempre più incapace di offrire leader e programmi credibili. Si sostiene che in alcuni casi la colpa delle compagini socialiste nel vecchio continente siano imputabili alla vicinanza che i partiti di sinistra, negli ultimi tempi, hanno avuto con i mondi elitari della finanza e bancari. Un ragionamento che può avere un fondo di verità ma non comunque interamente valido per il caso britannico in cui il leader della sinistra, l’antipatico Jeremy Corbin, tra una dichiarazione antisemita e l’altra, auspicava espropri proletari e nazionalizzazioni nel mondo economico. Forse, una via di mezzo in questa materia e una seria politica a fianco dei lavoratori, vittime di una crisi mondiale dovuta ad un’incontrollata globalizzazione, sarebbe stato auspicabile.

L’ultima considerazione da fare è invece in merito al mondo sondaggistico e della comunicazione che, oggi come ieri, è nuovamente incapace di cogliere l’espressione di voto delle persone. Per quanto prevista, la vittoria dei conservatori è assai più ampia di quanto mai pensato. Negli ultimi giorni le più autorevoli testate europee parlavano di uno “scarto minimo” o della “probabile ingovernabilità del paese” per il numero dei seggi che sarebbero stati attribuiti al partito di Johnson. La verità è tutt’altra ma, se dopo anni di continue previsioni sbagliate nulla pare cambiare, forse, anche il sistema comunicativo europeo qualche domanda forse dovrà porsela.

È vero che il consenso oggi come non mai è fluido e difficile da intercettare, ma è altrettanto vero che spesso si tende a giudicare e ad imputare all’elettorato opinioni preconcette. La sfida futura di tutti è invece capire il sentimento ed il disagio delle persone specie se vuole evitare una nuova Brexit.

La ripresa della Storia

A 30 anni dalla caduta del muro di Berlino (1989) la storia ha ricominciato a proseguire e nonostante la speranza di un continente europeo stabile e pacifico la tensione geopolitica ha riaperto antiche dispute che sembravano svanite. La disintegrazione della Iugoslavia (1992-1999) è stata solo l’inizio di un processo storico vivo ancora tutt’oggi e che affonda le sue radici nei due secoli precedenti.

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Le guerre napoleoniche (1797-1815) hanno posto fine alla rivalità ultrasecolare tra Gran Bretagna e Francia portando la faglia di attrito nella Mitteleuropa e nei Balcani destabilizzati. Tali zone vennero, poi, definitivamente frammentate dalla Grande Guerra (1914-1918) che causò, con il trattato di Versailles (1919), la disintegrazione degli Imperi Centrali (russo, austro-ungarico,  ottomano e tedesco) creando un vuoto geopolitico che Russia e Gran Bretagna cercano di colmare da 100 anni. La frammentazione dell’URSS (1991), definita dal presidente russo Vladimir Putin: “la più grande catastrofe geopolitica della storia” ha generato uno spazio di conflitto ancora più ampio estesosi dal Balcani fino al Mar d’Azov e alle repubbliche caucasiche, e denominato da Brzezinski “Arco di Crisi”, come hanno ampiamente dimostrato le guerre in Iugoslavia e la guerra in Georgia (2008).

La crisi ucraina del 2013-2015 ha le sue origini proprio nel primo dopoguerra quando l’onda d’urto del Primo Conflitto Mondiale mise sotto pressione l’integrità della Russia post-zarista facendola scontrare con i movimenti indipendentisti ucraini. Fu ancora in questo periodo che la mancanza di un potenza regionale fece sì che l’appena ricostituita Polonia intraprendesse con il generale Pilsudski una guerra (1919-1921) contro la Russia sovietica onde creare un grande stato polacco dal Mar Baltico al Mar Nero in grado di contenere una possibile espansione comunista verso ovest. Oggi Varsavia si vuole porre come testa di ponte nella regione di una grande sfera di influenza anglosassone-russofoba estesa su tre mari (Mar Nero, Mar Baltico e Mar Adriatico) all’interno dell’Alleanza Atlantica, rafforzando le relazioni con Londra e indebolendo i paesi dell’Europa occidentale e espungendo così la possibilità della nascita della cosiddetta Gerussia, ovvero un grande “titano” russo-tedesco sull’est europeo che ostracizzerebbe l’influenza del sea-power anglo-americano e garantirebbe un assoluto dominio tellurico dell’heartland, sogno utopico di Haushofer e incubo geopolitico di Mackinder.

Ecco spiegato l’importanza dell’Ucraina, altro stato determinante per il balance of power della regione. Brzezinski, consigliere americano per la sicurezza nazionale (1977-1981), definì la nazione ucraina uno stato perno per il Cremlino: “Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero ma con l’Ucraina subordinata o poi sottomessa, la Russia diviene automaticamente un Impero”. Le parole del consigliere polacco fanno presagire che l’accordo Minsk II (2015) non durerà ancora a lungo e che i leitmotiv politici alla base del conflitto ucraino possano estendersi anche alla Bielorussia e alla Moldavia, acuendo il rischio di una guerra calda a tutti gli effetti.

La presenza di questa grande area post-sovietica ancora non bene definita ha finito per allacciarsi e intrecciarsi con le vicende del Medio Oriente (specialmente il Siraq) creando una linea e un link geopolitico esteso da Damasco a Kiev, in cui gli effetti di uno si ripercuotono sull’altro, con al centro il Mar Nero, destinato a guadagnare ancora più rilevanza politica nei prossimi anni. L’annessione della Crimea alla Russia (2014) è foriera della centralità del “Mar Russo” nel futuro così come l’incidente nello stretto di Kerc (2018) tra marina russa e marina ucraina.

Centrali saranno le scelte politiche della Turchia visto che il Regno Unito ambisce a instaurare una alleanza forte con Ankara, portandola nell’élite politica della NATO, in funzione anti-russa, sfruttando la storica rivalità tra i due imperi eurasiatici per il controllo degli Stretti e del Caucaso, minando al contempo l’alleanza “friabile” russo-turca in Siria.

Già nel XIX secolo dopo la guerra greco-turca (1821-1830) il colonello inglese Lacy Evans espresse quale era l’assillo russofobo britannico sugli stretti dei Dardanelli: “il possesso della più forte posizione strategica al mondo (vale a dire Costantinopoli e gli Stretti) renderebbe ipso facto la Russia in grado di dominare il Mediterraneo e l’Asia Centrale e conseguentemente di minare il commercio e la potenza della Francia e della Gran Bretagna. Con Costantinopoli come base, il dominio universale è a portata di mano della Russia”.

Anche il Caucaso acquisisce una funzione centrale in un’ipotetica competizione di potere tra Russia e Regno Unito tramite la Turchia. Dalla Grande Guerra l’energia ha assunto un valore strategico rilevante per il sostentamento delle economie nazionali tant’è che durante la prima guerra di Versailles (1939-1945) la Geopolitik tedesca del Lebensraum ambiva a impossessarsi dei grandi giacimenti di idrocarburi dell’Azerbaigian per alimentare la macchina da guerra tedesca, sottraendoli a Mosca. Adesso la stessa querelle potrebbe riproporsi tra Russia e Turchia con quest’ultima a cui non dispiacerebbe acquisire una maggior indipendenza energetica dal Cremlino.

L’Europa occidentale si trova obtorto collo coinvolta in questa vicenda. La Brexit è forse l’evento che più di ogni altro dovrebbe allarmare l’UE e i suoi stati membri circa le ripercussioni geopolitiche sulla stabilità della comunità europea. Londra ha più volte ribadito la propria amicizia con Varsavia appoggiando la divisione creatasi all’interno dell’Unione Europea tra est e ovest al fine di mantenere tramite l’Alleanza Atlantica quello che il suo primo Segretario Sir Lionel Ismayl definì il suo scopo: “to keep the Russians out, the Americans in, and the Germans down. Tale obiettivo geopolitico persiste ancora oggi e ora che Washington è concentrata sul “Pivot to Asia”, Londra assumerà, per utilizzare una parola da “businessman” qual è Donald Trump, il ruolo di amministratore delegato, all’interno dell’alleanza atlantica, degli interessi statunitensi nella insulare europea.

In questo momento Bruxelles non si può permettere stati destabilizzati ai propri confini e un eventuale collasso dell’Ucraina avrebbe effetti devastanti sulla tenuta dell’integrità europea, nel caso ritornasse ad essere oggetto di scontro tra Russa e Regno Unito. Ucraina inoltre sempre più centrale e che molto probabilmente sarà destinata a cambiare la storia europea vista la sempre più rilevanza di Kiev anche nei giochi di potere interni agli USA e nell’amministrazione presidenziale americana delle ultime settimane.

 

 

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RadicalNonviolentNews
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Conversazione con Andrea Merlo su Regno Unito, FARC e Colombia. A cura di Matteo Angioli. Puntata di “RadicalNonviolentNews” di sabato …

Il leopardo azzanna il dragone. L’eredità geopolitica di una battaglia: Hastings 14 ottobre 1066

I ragazzi giocano alla guerra (…). Io so (tutti lo sanno) che la sconfitta ha una dignità che la strepitosa vittoria non merita, ma so anche immaginare che quel gioco, che abbraccia più di un secolo e un continente, scoprirà l’arte divina di disfare la trama del tempo o, come disse Pietro Damiano, di modificare il passato. Se ciò accade, se nel corso dei lunghi giochi il Sud umilia il Nord, l’oggi graviterà sullo ieri e (…) gli ottomila sassoni di Hastings sconfiggeranno i normanni come prima avevano sconfitto i norvegesi.
J.L. Borges, Appunto per un racconto fantastico

Il leopardo azzanna il dragone. L’eredità geopolitica di una battaglia: Hastings 14 ottobre 1066 - Geopolitica.info

 

Odo di Bayeux chiamato anche Odone o Oddone di Conteville – vescovo della diocesi di Bayeux – fissa l’“Arazzo della regina Matilde” da lui stesso commissionato.

Lo sguardo si sposta sulle diverse scene ricamate con la lana sulle pezze di lino grezzo.

Si riconosce in alcune immagini: nel consiglio di guerra con i fratellastri William e Robert; alla tavola imbandita; nel tumulto della mischia, mentre cerca di riportare – brandendo il nodoso bastone del comando – l’ordine tra i ranghi normanni.

Si concentra sulla scia della Cometa, fausto presagio di vittoria; la ricorda «quattro volte la grandezza luminosa» di Venere e con una luce «uguale a un quarto» di quella della Luna.

Le immagini ricostruiscono fedelmente il naufragio del duca Harold Godwinson, i preparativi dell’invasione e la battaglia di Hastings.

Il 14 ottobre 1066 si sarebbe consumato un grande confronto d’armi tra una fanteria schierata e la cavalleria feudale.

I suoi ricordi si sovrappongono ai ricami colorati, ma nulla può riprodurre l’assordante rumore che precede e accompagna lo scontro e il cielo ingombro di dardi, frecce e pietre scagliate.

La tempesta dei pensieri, la prospettiva alterata e il battito accelerato.

Il tumulto delle passioni: il coraggio, la paura, lo sgomento, l’odio, l’avidità, l’ambizione.

Fin dalla primavera precedente, il duca William di Normandia, con i suoi baroni aveva cominciato a reclutare uomini e a fare preparativi per invadere l’Inghilterra. Punta al trono dell’Isola, fondando le sue pretese sul “favore” del vecchio sovrano inglese, Edward il confessore. Per la sua impresa può contare anche sull’appoggio del pontefice Alessandro II, assicuratogli da Roberto il Guiscardo, signore normanno dell’Italia, che esercita una vigorosa politica ecclesiastica.

In battaglia, i normanni possono issare persino una bandiera donata personalmente dal Papa.

William ostenta devozione ma ha i muscoli e l’astuzia di un pirata. Sulla sua cotta d’armi “due leopardi passanti non maculati.”

Il Duca ha già dimostrato di essere un esperto combattente, un tattico in grado di usare la cavalleria con la fanteria e gli arcieri: la sua perizia e il suo coraggio gli hanno assicurato la vittoria a Val-ès-Dunes nel 1047, a Dodront nel 1051 e a Mortemer nel 1054.

Tra il 27 e il 28 settembre la sua nave ammiraglia, la Mora, attraversa la Manica da St. Valéry fino a Beachy Head dove viene raggiunta dal resto della flotta; quindi i normanni costeggiano l’isola verso Est, trovando a Pevensey un buon porto, protetto dai resti di un antico forte romano.

Mura cariche di edera e di troppi ricordi.

In realtà i piani originali prevedevano la traversata a metà luglio, ma il vento contrario e il mare mosso hanno costretto William a rimandare la partenza. Di fatto questo inconveniente giocherà a suo favore, perché, con l’arrivo dell’autunno, dall’altra parte nessuno più si aspetta l’invasione.

A Pevensey la riva è bassa e adatta ad accogliere le truppe, i cavalli e i carriaggi. Al contrario, l’entroterra non è dei più idonei per un’eventuale battaglia, così William muove l’esercito un po’ più a Est, accampandosi a circa 10 km dall’attuale Hastings. Lì aspetta, per due settimane, in attesa di notizie dal lontano Nord circa l’esito del confronto tra Harald di Norvegia e il nuovo re d’Inghilterra Harold (incoronato – con il sostegno della nobiltà anglosassone – il precedente 5 gennaio, lo stesso giorno del funerale di Edward): per i normanni uno spergiuro e un usurpatore.

I sassoni e i vichinghi si affrontano il 25 settembre a Stamford Bridge, nello Yorkshire. Lo scontro ha inizio quando un gigantesco norvegese, senza armatura e impugnando un’ascia bipenne, da solo, cerca di contendere all’intero esercito sassone l’attraversamento del ponte sullo Stamford. Con urla disumane sfida i campioni nemici.

Prima di essere abbattuto, il furioso berserkir, guerriero-orso votato a Wotan, riesce a terrorizzare e ad arrestare i sassoni per quasi un’ora.

Ciò permette ad Harald Hardråde (“lo Spietato”) di posizionare le proprie truppe sulle alture circostanti, lasciando avvicinare i nemici, costretti a volgere le spalle al fiume. Nonostante siano disposti in questa favorevole formazione, i norvegesi vengono sconfitti.

Gli anglosassoni hanno così respinto l’invasione vichinga appoggiata anche da Tosting, già conte di Northumbria e fratello rinnegato del loro nuovo re. Al termine della giornata Harald Hardråde giace morto sul campo di battaglia.

La sostanziale contemporaneità dell’attacco sferrato da William di Normandia a Sud con quello dei Norvegesi a Nord probabilmente non è del tutto casuale ma dovuta a un preciso piano. L’oro normanno e i legami di sangue hanno forse alimentato la mai sopita sete di rapina dei vichinghi.

All’annuncio del nuovo sbarco, gli anglosassoni, nonostante siano provati dal duro confronto coi norvegesi, si dirigono a tappe forzate direttamente verso il Sud. Giungono nei pressi di Hastings, nel basso Sussex, il 13 ottobre, dopo aver compiuto una breve sosta vicino a Londra per cercare di riorganizzarsi.

Il grande medievista inglese Charles W.C. Oman nel suo The art of war in the Middle Ages (1885) nota che, invece di aspettare la leva di tutto il regno, Harold ritiene di potersi frapporre tra William e la Capitale solo con le truppe a sua disposizione: i fyrd (6500 uomini della leva feudale) e la milizia velocemente mobilitata dalle terre del Sud (circa 700 guerrieri). Ma gli uomini su cui conta davvero sono gli housecarl e i theng della sua personale guardia del corpo: 800 uomini, coperti di ferro e fin da giovanissimi addestrati a maneggiare la spada, lo scudo e l’enorme ascia da battaglia lunga circa un metro e mezzo, con una lama di oltre 25 centimetri; un colpo diretto di quest’arma, che può essere usata con una o due mani, è tremendo e in grado di uccidere sia il cavaliere che la cavalcatura.

La loro forza personale e l’esprit de corp li rendono avversari formidabili

Gli housecarl combattono in colonna o in formazione serrata; ma in tutto ciò risiede anche la loro debolezza: sono lenti e vulnerabili alle armi da lancio. Se aggrediti dalla cavalleria, sono obbligati a mantenere la posizione e a serrare i ranghi. Se attaccati a distanza da truppe “leggere” sono chiaramente svantaggiati perché incapaci di rispondere adeguatamente alla minaccia e di raggiungere questi nemici che si possono ritirare senza subire danni davanti al loro impeto.

Winston Churchill – nel primo volume della sua Storia dei popoli di lingua inglese – parlando proprio della battaglia di Hastings, accenna a una controversia tra gli studiosi, e cioè se i sassoni abbiano fatto bene a cercare subito lo scontro oppure se fosse stato preferibile – dal loro punto di vista – scegliere una tattica più attendista, come quella che i Britanni avevano opposto a Cesare nel suo secondo sbarco.

Churchill, a differenza di Oman, sposa l’idea che per i sassoni dare subito battaglia sia una scelta quasi obbligata, stante la superiorità della cavalleria nemica.

All’approssimarsi di Harold, i normanni si fanno sotto, intercettandolo nel sito che oggi si chiama appunto Battle (circa 10 km a nord-ovest di Hastings).

Dalla notte del 13 ottobre i sassoni occupano il crinale di Senlac, là dove strada per Londra costeggia la foresta di Weald.

Si tratta di una forte posizione difensiva. Harold fa assiepare i suoi uomini su un fronte di circa 700 metri, in una densa formazione, che ritiene non possa essere accerchiata e in grado di resistere saldamente agli assalti della cavalleria normanna.

Attorno ai fuochi l’umore dei sassoni è alto: gli uomini hanno già assaporato il gusto della vittoria e sono pronti a morire per difendere il loro re, le famiglie e il proprio diritto sull’isola.

All’alba, sul muro di scudi, i draghi si gonfiano nel vento.

La faccia di Harold è coperto da una maschera che riproduce i lineamenti austeri e feroci degli eroi delle antiche canzoni. Il suo viso in realtà non è molto diverso. Lo sguardo misura la forza del nemico. L’aria è piena del clamore delle urla scandite. Le lame ritmicamente percuotono gli scudi.

A sua volta, William schiera l’esercito. Lo fa in tre corpi paralleli. In gergo “Battaglie”. Alla sua sinistra dispone 2000 bretoni, comandati dal conte Alain Fergant, suo cugino e vassallo. Alla destra i mercenari francesi e fiamminghi agli ordini di Eustache di Boulogne e William fitz Osbern (circa 1500 uomini). Tiene per sé il centro con il grosso dei suoi cavalieri normanni (circa 4000 uomini). Odo è al suo fianco.

Ognuno di questi “corpi” è composto sia da fanteria che da cavalleria.

A loro volta ognuna delle tre ali contiene tre linee, in questo ordine: arcieri e balestrieri (l’arco è lungo tra il metro e sessanta e il metro e ottanta; la balestra ha l’arco e la manetta di legno rinforzato; queste armi, come anche il controllo di un cavallo in combattimento, richiedono abilità e addestramento professionale), fanti pesanti e cavalieri corazzati (con usbergo lungo fino al ginocchio e con maniche fino al gomito, armati con la lancia da otto piedi).

Martin van Creveld – nel suo Command in war – ci spiega che William usa un rudimentale sistema di comunicazione basato su “bandiere” e stendardi per impartire i suoi ordini e coordinare l’azione del suo esercito.

Tra i due schieramenti scorre un basso corso d’acqua, l’Asten, niente più di un ruscello, che non disturba, se non marginalmente, le manovre.

Lo storico George M. Trevelyan ha descritto così i due eserciti che si  fronteggiano il 14 ottobre: «L’assalto a quella collina si dimostrò un’impresa quasi al di sopra delle forze degli invasori, pur con tutta la loro superiorità rilevante di armi e di tattica. I due eserciti rappresentavano due diverse linee di sviluppo del tradizionale metodo di guerra nordico: i risultati, rispettivamente, di due diversi sistemi politici e sociali. Cavalieri normanni e housecarl sassoni (una guardia del corpo composta da fanteria professionale, con armi pesanti, che riceve una paga regolare dal re) indossano infatti un tipo di armatura difensiva assai simile: la prima cotta di maglia dei loro antenati comuni era stata allungata, e trasformata così in un indumento dello stesso materiale, che termina in basso in un camice diviso da una spaccatura, adatto sia a montare a cavallo che a marciare. Gli uni e gli altri portano l’elmo conico e il nasale allora in uso, e sorreggono scudi non più rotondi ma, nella maggior parte dei casi, di una nuova forma a cervo volante, lunghi e appuntiti, in modo da proteggere la coscia del guerriero a cavallo o l’intera figura del guerriero se appiedato. Tutte due gli eserciti comprendono anche un certo numero di uomini senza armatura o armati a metà, dotati di mezzi meno offensivi: in particolare le truppe della leva in massa delle contee più vicine che ingrossano le file dell’esercito sassone».

L’azione viene “aperta” dagli arcieri, nel momento in cui la formazione normanna si slancia all’attacco. Sono circa le 9.00. A questa mossa i difensori sassoni non possono rispondere fino a quando la prima linea nemica non giunge a tiro dei giavellotti. Il primo attacco degli invasori, si dimostra incapace di scardinare il muro di scudi. Allora il duca William lancia la sua cavalleria: l’azione normanna avviene sui lati, dove la pendenza è meno forte, e dove quindi si può salire con la speranza di entrare rapidamente in contatto con gli inglesi per aprire un varco tra le loro file. L’avanzata risulta però più lenta del previsto e i cavalieri sono facili bersagli per giavellotti e pietre. In particolare, i bretoni cominciano a disunirsi, a sbandare e a indietreggiare. La ritirata della sinistra normanna sembra una rotta: i fyrd, che li fronteggiano vedendo il nemico in fuga, abbandonano le loro posizioni di vantaggio per lanciarsi all’inseguimento. Una volta scesi dal costone sono a loro volta facile preda della cavalleria che ne fa strage. Comunque, è in questo momento che si sparge la falsa notizia della morte di William.

Il Duca, oltre a smentirla sollevando l’elmo in modo che tutti possano vederne il volto (i lineamenti sono nascosti dall’ampio nasale dell’armatura), chiama a raccolta l’esercito per un nuovo attacco: «Guardatemi bene, sono ancora vivo, e per grazia di Dio sarò vincitore».

William si rende conto che la situazione non è favorevole: sembra impossibile stanare gli inglesi dalla cima del costone.

Dopo vari tentativi falliti, e memore del successo iniziale ottenuto quando molti fyrd, inseguendo i bretoni, si erano ritrovati in pianura completamente indifesi di fronte alla cavalleria avversaria, decide di adottare l’audace strategia delle finte ritirate.

Questo approccio, lentamente, comincia a dare i suoi frutti, aprendo delle falle nello schieramento sassone almeno in due successive occasioni; ma il corpo centrale dell’esercito di Harold resiste saldamente sulla cresta.

Solo alla fine William si convince a lanciare il nucleo della sua cavalleria pesante supportata dal fuoco degli arcieri. Questa azione congiunta si dimostra in grado di infliggere pesantissime perdite ai sassoni che, pur difendendosi sia sul davanti che sui fianchi, a ranghi sempre più ridotti, continuano a mantenere la posizione.

Il dragone del Wessex, protetto dai thegn del re e dai suoi agguerriti houscarl, continua a sventolare.

In realtà sono gli arcieri a conquistare la giornata: l’eroico Harold viene colpito a un occhio mentre l’ultima carica normanna irrompe tra le file dei suoi seguaci che vengono così messi in fuga versa la foresta retrostante.

L’arazzo immortala per sempre questo momento.

Il cadavere di Harold viene ritrovato, denudato e massacrato: stessa sorte tocca a tutti i suoi uomini uccisi.

Così mostra l’arazzo di Bayeux, con le sue raccapriccianti scene di spoliazione e mutilazione.

Odo ricorda la pena, l’ansia e infine la gioia che gonfia il cuore.

La tattica della fanteria pesantemente armata schierata in una forte posizione difensiva è stata sconfitta solo grazie all’uso combinato di arcieri e cavalleria. Ad Hastings muore il fior fiore dei combattenti anglosassoni, reduce della battaglia di Stamford Bridge; assieme al re Harold cadono anche i suoi fratelli, Leofwin e Gyrth.

Sul luogo dello scontro, per rendere grazie a Dio per la vittoria, William costruirà un’abbazia

La battaglia di Hastings costituirà l’inizio della conquista normanna dell’Inghilterra: il giorno di Natale di quello stesso anno il Duca si farà incoronare nell’abbazia di Westminster a Londra.

Passerà alla storia come William I il Conquistatore, re d’Inghilterra (dove è in grado di imporre la totale feudalizzazione partendo da zero, dal momento che tutte le terre di nuova conquista appartengono solo al re).

Se volessimo rileggere questa battaglia alla luce delle riflessioni di Qiao Liang e Wang Xiangsui (i due colonnelli cinesi autori del fortunato Guerra senza limiti), potremmo affermare che William è riuscito a trionfare perché, meglio dei suoi avversari, si è dimostrato un genio pionieristico in grado di rompere «le convenzioni (…), superando le limitazioni esistenti e trovando la giusta combinazione di tutti i mezzi a disposizione nella situazione contingente, per eseguire il capolavoro senza tempo – il capolavoro bellico».

La cronologia umana riporta migliaia e migliaia di battaglie (e spesso lo fa in modo capriccioso) ma solo poche sono davvero importanti, generatrici di storia.

La sera precedente alla battaglia di Waterloo, l’imperatore Napoleone I aveva cenato da solo, presso “Le Caillou”.

Nella stanza accanto era stata apparecchiata una tavola cui presero posto i suoi aiutanti di campo. Qualcuno parlò a voce alta della battaglia che li attendeva l’indomani. L’Imperatore entrò allora nella stanza ed esclamò: «Una battaglia, signori! Lo sapete cos’è una battaglia? Ci sono Imperi, dei regni – il mondo o niente – tra una battaglia vinta e una battaglia perduta!».

Il colonnello Combes-Brassard (dello Stato maggiore del IV Corpo) disse in seguito che gli era sembrato di ascoltare un oracolo, una sentenza del destino.

Un paio di secoli dopo Churchill avrebbe espresso considerazioni più o meno analoghe: «le “grandi battaglie” cambiano l’intero corso degli eventi, creano nuovi valori di riferimento, nuovi stati d’animo, negli eserciti e nelle nazioni», generando onde durature che si infrangono a distanza di molto tempo da quando la prima onda di orrore e ferocia si è alzata dal campo di battaglia.

Tra gli scontri generatori di storia, in grado di segnare uno spartiacque, di mutare traiettorie geopolitiche c’è certamente quello in cui si batterono i sassoni contro una coalizione di invasori tra le colline di Hastings nell’autunno del 1066.

Intervista all’ambasciatore britannico Jill Morris

“La Brexit è un processo irreversibile ed un nuovo referendum sarebbe una forzatura contro la democrazia. Ciò detto il Regno Unito esce dall’Unione Europea ma non dall’Europa”.

Intervista all’ambasciatore britannico Jill Morris - Geopolitica.info Il Messaggero
Sono queste le chiare parole con cui l’Ambasciatore Britannico Jill Morris si è espresso nelle scorse ore nella capitale italiana durante un intervista concessa ai margini di un incontro alla Business School del Sole 24 ore. Cortese, sorridente e molto chiara l’ambasciatore non si è sottratta alla domande.
Gentile Ambasciatore a che punto sono le trattative tra Bruxelles e Londra?
“L’esito del voto del giugno 2016 da parte degli elettori Britannici è stato inequivocabile e da questo punto dobbiamo partire. Il Parlamento britannico è oggi molto limpido: non vi è una maggioranza che voglia disattendere l’esito del quesito, non vi è una maggioranza che voglia proporre una nuova consultazione e non vi è di certo una maggioranza a Westminster che auspichi una hard Brexit e cioè attendere il fatidico 29 marzo senza un accordo tra le due parti. A questo punto non si può far altro che sedersi ad un tavolo e negoziare con i rappresentanti dell’Unione. Un compromesso che permetta a tutti di concentrarsi poi su una fase secondaria. Una fase che permetterebbe in futuro di godere quantomeno di benefici economici grazie ad accordi ad hoc su questo tema”
Qual è l’aria che si respira in Gran Bretagna in questo momento e come vive la popolazione questa fase storica?
“Occorre un netto distinguo. In alcuni ambienti di Londra, complice anche la stampa ed i media, si tende ad esasperare questa data come se si stesse aspettando la fine del mondo mentre in altre parti della Gran Bretagna la gente è convinta che il processo di negoziazione sia già chiuso. La verità sta nel mezzo e se un po’ di apprensione c’è bisogna con lucidità affrontare il momento. Il Premier May si sta mostrando all’altezza; è un vero leader che antepone gli interessi dei britannici a quelli del suo governo o del suo partito”.
L’Europa senza il Regno Unito sarà più debole e il Regno Unito senza Europa lo sarà altrettanto nello scacchiere internazionale?
“L’Europa sta vivendo un periodo di crisi e questo è innegabile. Eppure non si può oggi colpevolizzare, come molti erroneamente fanno, i cittadini britannici per ciò che hanno deciso. Anzi: bisognerebbe avere il coraggio di comprendere le ragioni del perché si è arrivati a questo e lavorare con convinzione per evitare che il vecchio continente sia ancora più debole nel prossimo futuro. Nel futuro poi si vedrà. Potrebbe essere, come auspico, che dopo l’accordo Londra e Bruxelles siedano ad un nuovo tavolo per una fase di cooperazione economica che possa essere positiva per tutti”.
 
Andando oltre la Brexit come sono le relazioni tra Roma e Londra?
“Tra i due paesi c’è sempre un legame forte indipendentemente dai singoli elementi politici ed ora più che mai. A Londra vivono 700.000 italiani e moltissimi di questi sono docenti universitari. Ci sono progetti che potranno ulteriormente consolidare l’asse tra i due Stati e la mia presenza è finalizzata proprio a questo”.
Dove fanno il deserto, lo chiamano pace. Viaggio nell’Ulster a vent’anni dalla fine della guerra

Il viaggio da Belfast a Londonderry-Derry è durato poco meno di due ore. In treno ho conosciuto Tom, un simpatico irlandese calvo e nerboruto che lavora al consolato italiano. Gli chiedo com’è la situazione oggi nel Nord. Mi risponde a mezza bocca, mormorando appena, esprimendo rassegnazione piuttosto che tristezza. Quella rassegnazione tipica dei credenti che con grande dignità si trasforma in serena accettazione della volontà di Dio: “You know, there’s peace today. But it is not a real peace. We are still split”. Il prossimo 10 aprile saranno passati venti anni dalla firma degli Accordi del Venerdì Santo nel 1998. Sono curioso di vedere se qualcosa è cambiato, se le ferite lasciate da 3500 morti stiano guarendo.

Dove fanno il deserto, lo chiamano pace. Viaggio nell’Ulster a vent’anni dalla fine della guerra - Geopolitica.info Credits to Leonardo Palma

Siamo arrivati in Irlanda cinque giorni prima, abbiamo già percorso più di cinquecento chilometri in pullman e circa novanta a piedi. Il nostro autista si chiama John, stempiato e rubicondo. La nostra prima tappa sono le Giant’s Causeway e Carrick-a-Rede sulla costa di fronte alla Scozia, quasi trecento chilometri dopo Dublino. Attraversiamo il confine con l’Ulster al primo albeggiare, costeggiando la Contea di Armagh, una delle zone di guerra più insanguinate nella storia del conflitto. I paramilitari repubblicani passavano il confine con l’Eire in queste zone per infiltrare armi, munizionamenti, uomini, esplosivi, mentre gli elicotteri dell’esercito inglese sorvolavano a bassa quota le campagne applicando la strategia della “pressione sul territorio” teorizzata da Lord Mountbatten, zio materno del Principe Filippo. Strategia che non gli impedì di saltare in aria nel 1979 per una bomba della Provisional IRA. Tuttavia è il paesaggio quello che ci colpisce. È uguale ma diverso dall’Eire, ce ne rendiamo conto alla prima fermata lungo la Dark Hedges di Ballymoney, meglio conosciuta dai fan de Il Trono di Spade come il set di “The King’s Road”. Le verdi campagne squadrate da filari di nodose e antiche querce, silenziosi testimoni del tempo, si incontrano con il cielo plumbeo, uniforme, steso su questa tormentata e bellissima terra.

Arriviamo a Belfast in serata, John ci lascia direttamente davanti al City Hall e mentre parcheggia ci racconta di quando per fare anche poche centinaia di metri in pieno centro fosse necessario passare attraverso numerosi check-point militari, tornelli e controlli. Indica una ad una le strade di accesso che all’epoca erano interdette durante il coprifuoco serale. Le scene che si vedono in Terra Santa erano comuni fino alla fine degli anni ’90 anche nel cuore di Europa. Ma oggi i check-point non ci sono più, gli elicotteri non circolano a bassa quota ossessivamente sulla città e le vie principali che si irradiano intorno al municipio ricordano per molti aspetti Londra. Dopo cena ci ritiriamo a dormire, l’indomani abbiamo le ore contate per visitare i cantieri navali e poi prendere il treno per Londonderry-Derry.

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Eccoci dunque a chiacchierare con Tom. Abbiamo parlato a lungo, lui voleva sapere dell’Italia e io dell’Ulster. Mi chiede di Renzi, di un ristorante a Trastevere, delle Brigate Rosse e di Cossiga. Ci è voluto un nordirlandese per ricordarmi che i nostri anni di piombo non sono stati meno duri dei loro Troubles. Gli chiedo cosa ne pensi degli Accordi del Venerdì Santo, se condivide quello che mi ha detto una giovane scrittrice italiana che oggi vive a Belfast: “It’s a truce”. “A sullen truce”, mi risponde Tom ridendo e passandosi la mano sulle calvizie. Quel bizantinismo politico uscito dai negoziati del 1998 non ha messo fine al settarismo, ha cercato solo di creare le condizioni per gestirne le sue manifestazioni più violente. Provare a costruire ponti tra le comunità cattoliche e protestanti si è rivelato più difficile del previsto di fronte alla realtà che “our community” non è necessariamente un concetto inclusivo. La scuola, mi spiega Tom, è ancora in larga parte segregazionista e le amicizie intercomunitarie abbastanza rare. Il più grande passo avanti è stato passare dall’odio più cieco all’indifferenza. “Well, you just go about your business, so you do”.

Ma ci sono atei in Irlanda del Nord?”, sbotto giocando. Tom ride ancora e, mentre raccoglie le sue cose per scendere alla successiva fermata, mi rifila quello che solo più tardi ho capito essere una vecchia e popolare gag: “Sure, the are Protestant atheists and Catholic atheists!”. La prossima fermata è Londonderry-Derry. Ho letto molto sui Troubles prima di partire ma della città so ben poco, per questo rimango sorpreso all’arrivo in stazione. Il treno ferma infatti sulla riva opposta del fiume che costeggia la città e nella luce del primo pomeriggio Derry sembra un suggestivo scorcio del Massachusetts. Non riesco a collegare questa cittadina a terribili fatti di sangue, ad una zona di guerra, ad una terra di nessuno. Il ventre della Bestia, chiuso negli angoli di Bogside, Shantallow, Creggan, l’area repubblicana che dal 1969 al 1972 si autoproclamò Free Derry e divenne una no-go zone, oggi ricorda una sonnolenta cittadina di provincia.

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Attraversiamo il ponte di ferro e raggiungiamo l’altra sponda del Foyle dove caseggiati bassi si succedono uno dietro l’altro costruendo una sorta di anello che chiude le vie più interne, ognuna delle quali si inerpica verso la cittadella medioevale sulla cresta della collina. Avvicinandosi le strade iniziano a farsi deserte, pochissime persone passeggiano, i locali sono quasi tutti chiusi sebbene sia solo venerdì, i pochi passanti sono coppie di turisti o ragazzini. Poco fuori le antiche mura iniziamo a scorgere le prime bandiere unioniste, bianche a strisce rosse, che sventolano nel vento freddo di metà autunno. I pali della luce e i marciapiedi sono stati tinteggiati con il colore della Union Jack. Al di sotto delle mura da cui spuntano le severe guglie della Cattedrale di St. Columbus, di fronte ad un campetto sportivo recintato con sbarre di ferro dietro alla scuola elementare, ci imbattiamo nel murale più famoso della comunità protestante. Le lettere bianche su sfondo nero sembrano urlare. Londonderry West Bank Loyalists Still Under Siege. No Surrender. Sulla parete della casa accanto un cartello di qualche organizzazione no-profit ricorda che la violenza repubblicana ha ridotto drasticamente la percentuale di cittadini protestanti che vivono nella città. Si sentono sotto assedio proprio nella città che si fa un vanto dell’aver resistito all’assedio del 1689 durante la Gloriosa Rivoluzione.

Entriamo all’interno delle mura, attraversiamo un immaginario decumano fino al lato del barbacane esattamente opposto e da lì al Bogside. Il quartiere nazionalista repubblicano si trova al di sotto della città vecchia, fisicamente distaccato dai declivi della collina, come un avamposto perennemente sotto osservazione dall’alto che tende ad espandersi e risalire sulla cresta opposta. Mentre discendiamo la strada il Bogside appare come un enorme agglomerato urbano proletario, case tutte uguali rossicce e grigie che si succedono creando un labirinto di vie e viuzze. Fiero appare il muro bianco che, circondato da logore bandiere della Repubblica d’Irlanda, ci annuncia che: You are now entering Free Derry. Issata sul pennone c’è una bandiera catalana, sul vicino palo della luce quella palestinese insieme ad un ovale di Hezbollah: sembra che indipendentismi vari si siano dati appuntamento a quell’angolo di strada. Alle nostre spalle c’è il monumento ai prigionieri che si lasciarono morire di fame nel 1981 tra le sinistre mura di uno dei bracci H della prigione di Kesh. Viene spontaneo, in quel luogo, adottare un atteggiamento di rispetto, indipendentemente dalle proprie convinzioni politiche. Nell’incrocio di quelle poche vie si consumarono gli scontri di Derry e il massacro del Bloody Sunday del 1972, di cui il dovere del ricordo è assegnato ad una stele in pietra con i nomi delle vittime che i pochi nordirlandesi che si trovano a passarci davanti non guardano mai. Neanche uno sguardo sfuggente. Ci inoltriamo nella parte più chiusa del Bogside, girovagando per le vie interne dei caseggiati osservando i numerosi murali che inneggiano ai martiri della causa repubblicana, che chiedono la fine delle carcerazioni, la liberazione di qualcuno, di unirsi all’IRA o che semplicemente dicono di fare attenzione ai cecchini. Sebbene l’amministrazione cittadina abbia fatto un enorme sforzo di riqualificazione urbana la maggior parte delle abitazioni sono tutt’ora molto umili, basse, a due piani con i mattoncini rossi e marroni. Nelle zone più interne incrociamo giusto qualche bambino che gioca ma nessun adulto, poche macchine che girano e ancora meno turisti. Ad essere sinceri, mentre sta calando il sole, ci rendiamo conto di essere gli unici stranieri all’interno del Bogside. Decidiamo di smetterla con le foto, per non abusare della ospitalità degli abitanti. Del resto murali e cartelli sono sui muri di case private, spesso nel perimetro dei loro piccoli cortili. Riguadagniamo l’uscita dal quel labirinto con una sensazione di inquietudine, di disagio. Aggiriamo l’angolo di Free Derry e sostiamo per qualche minuto di fronte al Bogside Inn, un vecchio pub di legno e muratura con le pareti intonacate di verde e sporcate dall’usura e dai graffiti dell’IRA. Alzando gli occhi si può guardare direttamente ai vecchi edifici che ospitavano una base militare inglese nella cittadella medioevale e immaginarsi quanti giovani della nostra età uscendo o entrando da quel pub maledissero i propri vicini. Adesso c’è solo una anziana signora seduta sul muretto vicino che ci osserva con un misto di fastidio e indifferenza.

Risaliamo lungo la collina e passato il barbacane decidiamo di ritornare sui nostri passi seguendo il cammino di ronda superiore della cinta muraria. Ed ecco che torniamo a dominare sui quartieri cattolici, da una zona che con le piccole chiese gotiche e i platani spogli ricorda i viali del Trinity College, non fosse per quelle alte cancellate con reti metalliche per evitare i lanci di pietre e molotov. La vista dal cammino di ronda però è bellissima, con il tramonto e la luce che degrada sul Bogside e la croce di una chiesa cattolica sullo sfondo. I vecchi cannoni che tra le feritoie puntano su Free Derry fanno uno strano effetto ma nell’osservare la prospettiva mi rendo conto che murali, graffiti e cartelli non sono unicamente sui muri delle case del Bogside ma anche sui tetti. Accanto ad una bandiera repubblicana, a chiare lettere, è scritto ancora una volta: End British Internment, IRA. La questione dei prigionieri politici è particolarmente calda, molti di loro non sono mai stati scarcerati e altrettanti continuano ad entrare ed uscire dalle patrie galere: da quando poi dal 2010 sono stati assassinati almeno una dozzina di ex paramilitari repubblicani a Belfast e dintorni, in buona parte vittime di regolamenti di conti interni alla frastagliata galassia nazionalista cattolica, la condizione di molti personaggi noti e meno noti, così come la questione del sostegno economico e psicologico alle loro famiglie, è tornata prepotentemente a catturare l’attenzione dell’opinione pubblica. Decidiamo di affrettare i tempi e di provare a prendere il treno delle sette e trenta per tornare a Belfast. Percorriamo tutto il perimetro del cammino di ronda girando intorno alla cittadella per ritornare al barbacane da cui siamo entrati, di fronte all’area protestante unionista. Dalle feritoie si scorgono le Union Jack, a neanche tre chilometri in linea d’aria con il Bogside e il suo tricolore repubblicano.

Credits to Leonardo Palma

Rientriamo a Belfast alle nove passate. Il mattino dopo ci alziamo di buon’ora, raggiungiamo il City Hall e da lì, circa un isolato prima della Chiesa di St. Mary e del campus universitario, ci dirigiamo a West Belfast.

Sebbene tra il centro e la periferia suburbana non esistano barriere naturali, si ha come la percezione che questa zona di Belfast sia separata dal resto della città, come segregata. Quasi a voler contenere la sua storia fatta di violenza, di povertà e di lotta. A vent’anni di distanza dagli Accordi del Venerdì Santo in questa area esistono ancora 99 “muri della pace”, barriere di cemento, filo spinato, cancellate, che separano la comunità cattolica da quella protestante come a Cupar Way. A settembre il Dipartimento di Giustizia dell’Irlanda del Nord ha affermato che le barriere saranno tutte rimosse entro il 2023 nell’ambito del programma: Together: Building a United Community. Ma come mi ha ben spiegato Tom, da queste parti comunità non ha una semantica inclusiva.Arriviamo all’imbocco di Shankill Road, l’area protestante unionista, e una piccola costruzione di mattoni rossi ci accoglie con una scritta rossa e una mappa del quartiere: Welcome to Shankill. Accanto disegni stilizzati di comandanti paramilitari dell’UDF, della West Belfast Brigade, dello UFF e dell’UDA. Un unico grande viale si allunga per diversi chilometri, aprendosi sui lati ai vari bastioni unionisti, ai pub, alle case, ai centri di recupero e reinserimento, ai negozi. È una giornata cupa, piovosa, tipicamente irlandese. Mentre camminiamo ci passa accanto un cab e mi torna in mente che negli anni ’70, proprio in questo quadrato, si aggiravano su un taxi nero i macellai di Shankill, una banda di psicopatici che con la scusa della lotta armata sequestravano e mutilavano cattolici e “traditori” abbandonandone i corpi come monito in mezzo alle strade. Una delle tante storie folli di quei folli anni. Tuttavia adesso non c’è nulla di tutto ciò, il famoso pub dove si riuniva la banda è stato demolito anni fa, sono stati fatti tentativi di riqualificazione e riprogettazione urbanistica ma ecco che murali e cancelli riportano le buone intenzioni alla realtà di una tregua sostenuta unicamente dai mutamenti demografici e dall’incapacità aggregativa delle formazioni più agguerrite come quelle della Real IRA o delle forze lealiste. Perché a West Belfast forse non si spara più, ma l’atmosfera e gli umori non sono poi così tanto cambiati. Ogni anno la prima decina di luglio è un periodo di tensioni, con i gruppi protestanti che marciano per ricordare la vittoria di Guglielmo d’Orange sul Re cattolico Giacomo II. Proprio la Battaglia di Boyne mise fine una volta per sempre alle speranze cattoliche di vedere un giorno un cattolico ascendere al trono di San Giacomo. Ed eccoli con le loro divise, i loro canti e i loro falò dove bruciano il tricolore repubblicano e altri simboli cari ai nazionalisti. Nel 2013 e nel 2015 queste marce sono esplose in violente rivolte di strada durate più di una settimana e nella recrudescenza degli scontri tra le due comunità. La Brexit non ha certamente favorito i numerosi tentativi di ricomposizione dei vari livelli di segregazione e ha sollevato la questione dei confini con l’Eire e del futuro degli Accordi del Venerdì Santo. Senza contare che, oramai, tutti i grandi leader politici capaci di tenere la barra al centro, sia da parte nazionalista sia da parte lealista, sono morti o molto anziani. Girovagando per Shankill entriamo in una delle aree più interne. I murali inneggiano ai martiri della causa lealista, a Re Giacomo III, al tenente Jackie Coulter, ai vari battaglioni paramilitari che controllavano la zona. Arriviamo di fronte ad un gigantesco murale, circondato da una piccola cancellata in ferro battuto, un umile memoriale dell’UDA e dell’UFF dedicato a Stevie “Top-Gun” McKeag, comandante militare della West Belfast Brigade morto per una overdose nel 2000. I lealisti lo ricordano come “un camerata caduto” per la causa unionista, i nazionalisti cattolici come poco meno che un brutale assassino. Accanto un altro murale con due uomini incappucciati, paramilitari del 2° Battaglione C.13 di Shankill Road. The Land of the Free Because of the Brave, è scritto sopra. Scattando alcune foto notiamo uno sparuto gruppo di persone lì vicino che ascoltano un signore di circa sessantacinque anni, capelli bianchi pressoché rasati, un orecchio a cavolfiore, mascella squadrata e pendente da bulldog e occhi cerulei totalmente spenti, quasi che non potessero riflettere la luce. Mi avvicino con discrezione. Si chiama “Mick”, è un ex paramilitare dell’UDA, assolutamente non pentito ma ormai pensionato. Oggi fa la guida a piccoli gruppi di turisti. Sta raccontando la sua storia personale, di come a diciannove anni avesse deciso di prendere le armi dopo che suo fratello era stato ammazzato in un agguato dell’IRA. Dice di aver conosciuto Stevie McKeag e racconta le circostanze della sua morte. Non c’è compiacimento in Mick, non cerca giustificazioni, né comprensione, ma credo abbia ben chiaro quale sia il prezzo morale e umano della lotta armata; a lui, e immagino a tutti quelli della sua generazione, sono sufficienti le proprie convinzioni, la certezza di aver combattuto per una causa giusta. Anche se, a distanza di tanti anni, molti hanno iniziato a chiedersi se la causa, per quanto giusta fosse, potesse giustificare la morte di così tanta gente. Ma forse è solo la saggezza del senno di poi a parlare perché, meno di una generazione fa, l’unico linguaggio con cui si comunicava in Irlanda del Nord era quello dell’odio più cieco. Uscendo da Shankill Road seguiamo il percorso a ritroso per ritornare sulla via principale, scendere qualche centinaio di metri e imboccare Falls Road, il quartiere cattolico nazionalista. Subito un muro con filo spinato e grate ci ricorda che esiste una sola Irlanda con 32 contee, che “PSNI, MI-5 and British Army are not welcome in this area” e che tutti supportano i prigionieri di guerra ancora detenuti dal governo inglese.

Come su Shankill Road, anche qui un lungo viale che si estende per qualche chilometro si affaccia su quartieri dormitorio, pub, vecchie palestre di pugilato, cancelli e filo spinato. Il lato destro, prima dell’incrocio con Northumberland Street, è un lungo muro di cemento coperto di murali che giocano sui temi più vari, dal ricordo dei morti alle lotte di indipendenza in giro per il mondo. Questi muri sono divenuti lo sfogo espressivo di un sentimento di malessere che si riconosce in situazioni di disagio simili, reali o percepite che siano, magari in Palestina, Catalogna, Sud Africa e così via. Continuiamo a girovagare senza una meta precisa per qualche ora, sotto la pioggia, nel silenzio interrotto solo dal passaggio di qualche macchina, attraverso le varie “peace lines” o i cancelli che, come su Northumberland Street, oggi sono aperti ma spesso di notte o durante giornate particolari, come quelle di luglio, vengono chiusi. Shankill Road, del resto, è ad appena un miglio e mezzo di distanza, perfettamente visibile a occhio; nelle zone più interne addirittura da finestra a finestra.

C’è la pace in Irlanda del Nord dal 1998, eppure mentre usciamo da Falls Road notiamo l’ennesima pattuglia della polizia su un Land Rover blindato per l’antisommossa, con giubbotti antiproiettile, scudi, caschi e mitragliatrici. È possibile immaginare di costruire una società civile quando le sue fondamenta sono ormai disintegrate, quando il sentimento più positivo che si possa provare nei confronti dell’altro è quello dell’indifferenza, del vivere su binari paralleli come se chi sta dall’altra parte del muro non esistesse o fosse solo un ospite sgradito che si è costretti a sopportare? Uscendo da West Belfast proviamo di nuovo quella strana sensazione di disagio che abbiamo sentito a Londonderry-Derry e a South Armagh, quasi che tutto ciò che avessimo visto fosse artificiale, una vetrina o un esemplare sotto formaldeide. C’è il silenzio dei cimiteri in quelle zone, rumoroso e carico di dolore. Una zona di guerra senza vera pace ma solo quiete. Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.

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