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Regno Unito, il posizionamento diplomatico e la partita degli accordi commerciali

La ‘Global Britain’, criticata ferocemente da alcuni ed esaltata in maniera incondizionata da altri, deve necessariamente nei prossimi mesi gettare le basi per il proprio futuro. Con la recente uscita dall’Unione Europea, Londra dovrà riuscire a raggiungere il numero più alto di accordi commerciali bilaterali in giro per il mondo per sostenere la propria economia. Allo stesso tempo l’allineamento diplomatico e strategico del paese, dopo un periodo di assestamento, è saldamente convergente con l’alleato principale oltreoceano.

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Allineamenti

Nello scacchiere internazionale, in un mondo sempre più polarizzato attorno alle grandi potenze, con da una parte gli Stati Uniti e dall’altra la Cina, il Regno Unito sa che deve allinearsi al suo storico alleato, sacrificando alcuni vantaggi economici derivati da accordi più stretti con Pechino. E’ recente la notizia del dietrofront su Huawei e della sua esclusione dalle forniture per la rete 5G nel Regno Unito dal prossimo gennaio. Il rischio e i dubbi di compromettere la sicurezza informatica del paese, affidandola ad una compagnia straniera e ‘ostile’, ha avuto la meglio. Washington ha dovuto minacciare forti sanzioni e l’ostruzione ai negoziati sull’accordo di libero scambio tra USA e UK per far sì che Boris Johnson rovesciasse l’iniziale apertura britannica nei confronti del colosso cinese.

La Cina è rimasta scottata da questa decisione ma era un risvolto prevedibile e che da Pechino temevano, tanto più dopo la forte presa di posizione di Londra sulla questione di Hong Kong. Il governo Johnson, vista la stretta cinese sui diritti civili e la violazione della dichiarazione sino-britannica, si è detto pronto a favorire, con il passaporto ‘British National Overseas’ e con permessi di soggiorno prolungati, la cittadinanza a circa 3 milioni di abitanti della città asiatica. Una svolta che si può definire storica, anche se non venisse perseguita realmente nei numeri citati.

L’ostilità con la Cina è ormai aperta e Londra dovrà inevitabilmente affrontare il nodo della forte dipendenza strategica che ha accumulato, soprattutto negli ultimi anni, con Pechino. Un report della ‘Henry Jackson Society’ ha sottolineato come per 229 beni, in special modo nel settore tecnologico e farmaceutico, più del 50% delle importazioni provenga dalla Cina, rendendo così il Regno Unito estremamente debole in situazioni di tensione crescente.

Londra inoltre, con le fresche dichiarazioni governative di possibili interferenze russe nelle elezioni del 2019, ha riaperto il fronte con Mosca. Altre accuse alla Russia sono giunte dal Canada, dagli Stati Uniti e proprio dal Regno Unito che sostengono come un gruppo di hacker (APT29), legato ai servizi d’intelligence russi, abbia cercato di rubare informazioni dagli enti e dai ricercatori attualmente al lavoro sul vaccino per il Covid-19. Questi nuovi attacchi dimostrano, come se ce ne fosse bisogno, che i rapporti tra Londra e Mosca non siano esattamente idilliaci.

Accordi commerciali

Come detto in precedenza, ancora non sono del tutto prevedibili le modalità e le conseguenze economiche dell’uscita di Londra dall’Unione Europea, ma il Regno Unito si sta muovendo per assicurarsi accordi, commerciali e no, nel resto del mondo. D’altronde non avere la garanzia di accesso al mercato europeo porta alla necessità di doversi ‘guardare intorno’, a partire dai paesi del Commonwealth, prima area dove si sono già concentrate le attenzioni britanniche. I cosiddetti ‘Brexiteers’, negli ultimi 4 anni, hanno sottolineato l’importanza di stringere in maniera ancora più forte i rapporti con i paesi del Commonwealth, sostenendo come gli assoluti vantaggi economici che ne potrebbero derivare sarebbero ben superiori a quelli avuti finora con i paesi dell’UE. I contrari alla Brexit, invece, reputano una pura illusione sostituire il mercato europeo, primo per quantità e qualità di sbocchi, con i cinquanta e più paesi del vecchio Impero Britannico.

Boris Johnson ha annunciato la volontà di stringere entro la fine del 2020 degli accordi commerciali di libero scambio con Canberra e Wellington, oltre quello con gli Stati Uniti, che si annuncia però più ostico da raggiungere in pochi mesi. In generale, Londra sembra rivolgersi ai paesi dei ‘Five Eyes’, l’alleanza dei servizi di intelligence di Regno Unito, Canada, Australia, Nuova Zelanda e Stati Uniti, a cui li lega la comune lingua inglese e una cultura storica condivisa.

Altro paese con cui Londra sta negoziando per trovare un accordo bilaterale è il Giappone. I tempi stringono, anche perchè Tokyo ha dato una sorta di ultimatum di poche settimane ai negoziatori britannici per riuscire ad arrivare a una firma. Se si giungesse a una soluzione positiva sarebbe un importante successo per il governo Johnson e per la segretaria al Commercio Liz Truss, mentre la Corea del Sud e Singapore potrebbero rivelarsi partner privilegiati del Regno Unito nel prossimo futuro.


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Ruolo mondiale

A chi accusava il Regno Unito di ‘ritirarsi’ entro i propri confini e isolarsi con l’uscita dall’UE, Londra sta rispondendo con la strategia della ‘Global Britain’ muovendosi in tutto il mondo. A livello economico è ancora difficile prevederne gli esiti, ma a livello diplomatico già si può intendere sia l’indirizzo che il filo rosso delle decisioni prese: rilanciare il ruolo britannico in tutti i continenti, da quello asiatico a quello americano, passando per l’Africa. Non a caso l’ex ministro del commercio britannico Liam Fox si è presentato come candidato alla posizione di Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO). Da quanto trapela non sono molte le sue possibilità di elezione, ma può essere considerato comunque un segnale forte lanciato da Londra.

Del resto, nonostante la caduta dell’Impero Britannico dello scorso secolo, il Regno Unito ha molti dei fattori essenziali indispensabili nel ‘gioco’ delle grandi potenze: la finanza, l’intelligence, la diplomazia e il nucleare. Ha però alcune debolezze interne che minacciano il suo futuro, in primo luogo gli indipendentismi crescenti in Scozia e in Irlanda del Nord che, tra dinamiche demografiche, sociali e politiche, premono sul governo centrale. Lo scopo principale della Brexit è proprio quello in teoria di rafforzare l’unità delle ‘province’ britanniche più riottose, ma al momento sembra aver peggiorato la situazione.

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info

La popolazione del Regno Unito e il desiderio di “Global Britain”

Per il Regno Unito e la sua popolazione, il 2020, già prima della crisi del virus poteva essere considerato un anno molto particolare e decisivo. Ovviamente la diffusione del Covid-19 ha costretto a ripensare le priorità di tutti i paesi del mondo ma Londra era già impegnata nel percorso verso l’ufficialità della Brexit, con le sue conseguenze economiche e politiche, e nel rilancio di una Gran Bretagna globale.

Il concetto di Global Britain

I termini dell’uscita definitiva dall’Unione Europea sono tuttora in fase di discussione, con diversi ostacoli ancora da superare da entrambe le parti. Nonostante non siano ancora certe le dinamiche della Brexit, da dopo il referendum del 2016, nel Regno Unito si parla del possibile futuro luminoso che attende la ‘Global Britain’. Proprio questo concetto è stato promosso quattro anni fa per rilanciare l’immagine del Regno Unito a livello globale, agli occhi dell’opinione pubblica interna e a degli osservatori dei paesi esteri.

Il governo britannico ha sottolineato l’idea “che la ‘Global Britain’ voglia reinvestire nelle proprie relazioni, difendendo l’ordine basato sulle regole internazionali”. Nondimeno, sempre secondo ciò che viene scritto nel sito ufficiale del governo, il Regno Unito punterà “ad essere aperto, propenso a rivolgere verso l’esterno il proprio sguardo e ad essere fiducioso sulla scena mondiale”. Dominic Raab, Primo Segretario di Stato e Segretario di Stato per gli Affari Esteri, nonché uno dei fedelissimi di Boris Johnson, in una lettera al “Sunday Telegraph” nel settembre dello scorso anno, ha ribadito che la ‘Global Britain’ è qualcosa che va oltre la Brexit o il libero commercio e che il Regno Unito vuole accrescere il suo ruolo da ‘buon cittadino globale’ nel palcoscenico internazionale.

Sebbene lo sforzo comunicativo sia stato forte, è rimasta la vaghezza di questo progetto, intrinseca nello stesso slogan. Oltretutto ad essere poco chiari sono le modalità e i mezzi con cui l’obiettivo di una Gran Bretagna globale possa essere raggiunta. Alcuni infatti sostengono che sarà il rafforzamento dei legami con i paesi del Commonwealth britannico a dettare la linea politica di Londra, altri il rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, nonostante ultimamente ci siano state alcune ‘incomprensioni’ con Washington (per esempio sul fronte 5G-Huawei). Al di là delle possibili intese commerciali, volendo analizzare il modo in cui nei territori britannici viene vista e vissuta questa strategia racchiusa nello slogan citato, affiora una situazione particolare.

Questa indeterminatezza del termine rende allettante l’idea di collegarla al “semplice” desiderio profondo del Regno Unito di un ritorno all’età imperialista, di quel passato ruolo di egemone dei mari e di tutti i continenti che ha ricoperto fino al secolo scorso. Una deriva come detto allettante, ma forse un po’ semplicistica.

Lo studio sulla politica estera

Su questo punto, una recente ricerca condotta dal British Foreign Policy Group ha indagato su quali siano le opinioni della popolazione britannica riguardo la politica estera e il ruolo internazionale del Regno Unito. Prendendo un campione di 4000 adulti ne è emerso che, nonostante le costanti dichiarazioni governative sui contorni della ‘Global Britain’, il significato vero di questo concetto non è ancora delineato accuratamente nella mente dei cittadini oltremanica. Il lavoro tratta diversi temi con molteplici domande, comparando le risposte con le diverse provenienze regionali e sociali degli intervistati, le appartenenze politiche e le fasce anagrafiche di riferimento, per rendere l’analisi il più completa possibile.

Alla domanda “cosa significa per il Regno Unito essere una vera Global Britain?” le risposte sono state molteplici e variegate. La prima risposta più votata è che il Regno Unito deve diventare un “campione” nel libero commercio e nella globalizzazione. La seconda opzione più votata è risultata essere quella in cui la Gran Bretagna diventi una potenza diplomatica. La terza posizione è quella forse più controversa: più di un quarto delle persone prese in considerazione infatti ha indicato come significato di “Global Britain” quello di una nazione con confini sicuri e forti, concentrata sui propri affari interni. Appare evidente che il riuscire a riaffermarsi come attore mondiale si scontra con quest’ultima posizione, più conservativa e probabilmente specchio di quel sentimento isolazionista che ha portato all’uscita dall’Unione Europea. Sono inoltre in molti tra gli intervistati a riconoscere di non saperne il significato o ad essere insicuri sulle risposte da dare.

Le differenze regionali e l’impatto del Covid-19

Senza addentrarsi in maniera capillare nel sostanzioso report, è interessante notare sia i dati nel loro insieme, sia evidenziare le preferenze rilevate in alcune delle ‘province’ britanniche che fanno risaltare una innegabile differenza di vedute all’interno del Paese.

Per esempio tra gli intervistati in Irlanda del Nord, regione nuovamente sotto i riflettori a causa della Brexit, è alta sia la percentuale di chi non vuole che il Regno Unito prenda parte attivamente alle controversie mondiali (21%), sia di chi sostiene la necessità di concentrarsi solo entro i propri confini rendendoli sicuri (34%), sia di chi non ha una specifica posizione sull’interventismo britannico e sul dispiegamento di truppe negli scenari critici globali (34%). Anche nell’East Midlands e in Scozia, una grande fetta di popolazione si schiera contro un possibile interventismo. Mentre i residenti nel South East sono i più propensi a supportare l’uso di mezzi e uomini negli scenari internazionali.

Una menzione a parte va fatta per Londra, vera e propria città-stato globale, quasi sempre in controtendenza rispetto alle regioni più popolari e profonde del paese. Non a caso, nella capitale, il supporto all’opzione di una Gran Bretagna costantemente attiva nel mondo è tra i più alti di tutti (circa il 31%) mentre solo il 2% dei residenti londinesi intervistati ha espresso un’opinione favorevole riguardo l’isolazionismo.

Le differenze regionali contano e si faranno sentire, in un Regno Unito sempre più disunito. La popolazione britannica dimostra di seguire con fatica la vaporosità del concetto di “Global Britain” e di una azione esterna spesso non meglio definita. L’arrivo del Covid-19, con la crisi sanitaria ed economica impone l’urgente necessità di una salda visione politica interna ed estera. Il premier Boris Johnson, in un discorso alla Camera dei Comuni del 16 giugno, ha dichiarato di aver iniziato nel Regno Unito “la più grande revisione della politica estera, di difesa e di sviluppo dalla fine della Guerra Fredda” con l’obiettivo di massimizzare l’influenza britannica nel mondo. Un progetto ambizioso e sicuramente necessario per il paese, specialmente in un momento storico fondamentale come questo. A patto che riesca a non cadere nella ormai sterile nostalgia imperialista, riportando il Regno Unito nel ruolo di protagonista tra i player mondiali nel mondo che verrà.

Luca Sebastiani,
Geopolitica.info

Dopo 22 anni dall’accordo di pace in Irlanda del Nord, il Regno Unito è al capolinea?

Il 10 aprile del 1998 veniva firmato a Belfast il “Good Friday Agreement”, dal governo britannico di Tony Blair, dai principali partiti politici nordirlandesi e dal governo della Repubblica d’Irlanda, guidato da Bertie Ahern. La regione dell’Irlanda del Nord, martoriata dal più grave conflitto europeo del dopoguerra, trovava finalmente la pace. 

Dopo 22 anni dall’accordo di pace in Irlanda del Nord, il Regno Unito è al capolinea? - Geopolitica.info

Fu fondamentale l’impegno dei partiti per la buona riuscita dei negoziati, portati avanti da tutte le parti in causa nei mesi precedenti alla firma, così come furono fondamentali sia il ‘cessate il fuoco’ dei gruppi paramilitari sia l’attenta supervisione degli Stati Uniti sulle trattative, tramite il senatore Mitchell. 

L’accordo infatti fu ratificato un mese dopo con un referendum della popolazione nordirlandese, stanca di un conflitto che durava da circa un trentennio e che aveva causato più di 3200 morti nella regione. Fu un accordo storico perchè da una parte riportò la pace e dall’altro fece iniziare un processo di integrazione tra le due comunità, una cattolica nazionalista e l’altra protestante unionista, purtroppo non ancora completato. 

Con il senno di poi si può ammettere che non fu un accordo perfetto visto che fu il frutto di grandi compromessi (come sempre accade in questi casi) e che non diede i mezzi migliori per attuare realmente una ‘normalizzazione’ dell’Ulster. Ma fu lo strumento adatto in quel momento per portare la pace, cosa per niente scontata, in una regione profondamente divisa. A ormai 22 anni da quell’accordo diversi cambiamenti notevoli hanno attraversato non solo l’Irlanda del Nord, ma anche la Repubblica d’Irlanda e l’intero Regno Unito.   

Nella regione dell’Ulster, solamente nel gennaio scorso, i partiti politici sono riusciti finalmente a trovare un accordo per la formazione di un nuovo governo, dopo 3 anni in cui il Parlamento di Stormont è stato chiuso e inattivo. Dalle ultime elezioni, tenutesi nel giugno 2017, sono emersi nuovi equilibri sociali, visto che la popolazione nazionalista è cresciuta, riducendo e quasi azzerando la distanza quantitativa con la parte unionista, storicamente predominante. 

Arlene Foster, leader del DUP (Democratic Unionist Party), è stata infatti nominata primo ministro mentre il suo vice, carica con praticamente gli stessi poteri del premier, è Michelle O’Neill, figura emblematica del rinnovamento dello Sinn Féin. Proprio il ‘Belfast Agreement’ del 1998 ha dettato le linee del cosiddetto ‘power-sharing’ tra le due comunità.  

La Repubblica d’Irlanda è invece ancora impantanata nella definizione di un nuovo governo dopo la tornata elettorale dello scorso febbraio, in cui lo Sinn Féin (che si presenta sia nell’Ulster che nella Repubblica) ha visto accrescere il proprio consenso diventando il primo partito, un risultato sorprendente ma non troppo.  

E’ riuscito infatti ad incanalare il malcontento di gran parte della popolazione su temi come il caro prezzi, l’emergenza abitativa e i malfunzionamenti della sanità, nonostante l’Irlanda abbia avuto in questi ultimi anni una crescita economica imponente con i governi Fianna Fail-Fine Gael. In generale in tutta l’isola il numero dei nazionalisti è aumentato e questo, per forza di cose, sarà determinante per il futuro sia dell’Irlanda che dell’Irlanda del Nord. 

Inutile negare che questi cambiamenti sociali siano derivati in parte anche dal lungo processo della Brexit, che ha visto come primo protagonista proprio il possibile confine all’interno dell’isola irlandese, il quale ha scatenato frapposte reazioni tra le parti e che, con molta probabilità, farebbe ripiombare il Nord Irlanda in un clima di tensione e violenza scatenato dai residui dei gruppi paramilitari ancora attivi. 

La maggioranza della popolazione nordirlandese, d’altronde, aveva votato per rimanere nell’Unione Europea al referendum sulla Brexit del 2016. Un voto che fino ad adesso non è stato di fatto tenuto in considerazione. Nell’Accordo del Venerdì Santo è previsto, tra le altre cose, che nessun cambiamento dello status costituzionale della regione dell’Ulster possa essere adottato senza il consenso della popolazione. Un’uscita dall’UE potrebbe rientrare all’interno di questa categoria, il che avrebbe dei risvolti particolari. 

Quel che appare però è che la diminuzione della popolazione unionista o filo-britannica nel Nord Irlanda e la crescita dei nazionalisti su tutta l’isola, desiderosi di una riunificazione tra Repubblica d’Irlanda e Irlanda del Nord, rendono questa eventualità molto più vicina che in passato, sebbene sia comunque un obiettivo nel medio e lungo futuro.  

Allo stesso modo anche le istanze secessioniste della Scozia hanno preso maggior vigore e viene richiesto a gran voce un altro referendum dal primo ministro Nicola Sturgeon, dopo quello fallito del 2014. Anche la nazione scozzese d’altronde ha votato in maggioranza per rimanere nell’UE nel 2016. Altra ‘provincia’ della Gran Bretagna, che storicamente è sempre stata molto legata all’Inghilterra, è il Galles. Da lì però, escludendo qualche timido movimento indipendentista, non giungono sentimenti di rivalsa. 

Che la Brexit sia stata una chiara volontà da parte dell’Inghilterra più profonda e più interna di isolarsi dal resto del continente, con cui in realtà non si era mai integrata, è un dato di fatto. Ma può non essere stata motivata solo da questo. Un’altra visione, come sostiene per esempio Dario Fabbri di Limes, è quella di considerarla come un estremo tentativo di ricercare un’unità che si stava già perdendo. Ricompattare le ‘province’ come l’Irlanda del Nord e la stessa Scozia all’interno del Regno Unito, estraneandosi dall’UE.  

Ad oggi, quello che si può dire con cauta certezza, è che la Brexit, unita ad altri fattori, ha di fatto accelerato il processo di disgregazione di un Regno che tanto ‘Unito’ non lo è più. 

Luca Sebastiani,
Junior Fellow Geopolitica.info

La geopolitica inglese da Brexit a Megxit

Nessuno potrà mai certo mettere in discussione che la democrazia sia l’unica accettabile forma di Governo ma non vi è alcun dubbio che, in taluni casi, anche la Monarchia abbia i suoi perché.
A differenza infatti della Brexit, che solo nei prossimi mesi arriverà ad una conclusione dopo travagliate vicende parlamentari, la vicenda Megxit si è conclusa in Gran Bretagna in meno di una settimana segno che la Regina Elisabetta, sul trono dal 1953, non è di certo donna indecisa.

La geopolitica inglese da Brexit a Megxit - Geopolitica.info

Con uno scarno comunicato diffuso a mezzo Instagram nei giorni scorsi Harry Windsor e Meghan Markle avevano annunciato la volontà di ritirarsi a vita privata senza dover ottemperare alla “difficile” vita reale. Una notizia di geopolitica internazionale sicuramente secondaria rispetto a quanto sta avvenendo in Libia o in Iran ma che comunque ha occupato, e così sarà nei prossimi giorni, buona parte dei quotidiani di mezzo mondo coinvolgendo il governo britannico e le Casa Bianca.

La giovane coppia, fresca di matrimonio, da subito aveva dato segno di mal tollerare i conservatori obblighi reali ma pochi si sarebbero aspettati una rottura tanto fragorosa quanto irrituale. Tutto ciò pare essere legato al carattere dei due protagonisti: il principe erri da sempre ha manifestato un carattere il rispettoso e poco incline alle rigide regole della casa reale mentre la consorte di origine californiana fatto capire sin da subito che la sua personale storia, di donna divorziata e legata al mondo dello spettacolo, avrebbe avuto la meglio Rispetto alle regole reali britanniche.

Ciò che può inizialmente sembrare una storia da cronaca rosa va in realtà legata al periodo travagliato e particolare che la Gran Bretagna sta vivendo. Questo paese infatti Al così come il suo popolo, stanno lanciando una serie di segnali politici per nulla secondari. Nostalgici di un passato glorioso che gli ha resi protagonisti in ogni angolo del mondo i sudditi di Sua maestà e hanno negli ultimi tempi manifestato malcontento chi in qualche modo a messo in dubbio la loro sovranità. E questo è avvenuto per esempio durante il loro Travagliato e rapporto con l’unione europea a cui non hanno mai creduto forse si dall’inizio. Questo sentimento di diffidenza nei confronti dell’Europa non è poi così diverso dal sentimento di diffidenza che gli inglesi hanno nutrito sìn da subito nei confronti della signora Markle.

Come ha ben sottolineato il ministro degli interni inglese riti Patel, donna di origine indiana, questa vicenda non ha nulla a che vedere, come scioccamente detto da qualcuno, con un atteggiamento razzista nei confronti della moglie del principe erri. Tutto rientra invece Del sacro rapporto che da secoli lega la monarchia inglese ai propri sudditi; è facile comprendere come in un momento in cui i valori sono sempre più deboli e messi in discussione per gli inglesi la corona rappresenta ancora un solito baluardo. Ecco perché le profonde critiche che sono apparse in questi giorni tra i cittadini britannici nei confronti della coppia sono da ricercare in quello che è stato visto come un attacco nei confronti della regina Elisabetta. E poiché in questa storia si parla di nobiltà, non c’è nulla di meno nobile dell’atteggiamento dei due coniugi che dinnanzi Ad una serie di compiti reali, preferiscono fuggire in cerca di privacy in California, da sempre frequentata da attori e celebrità dello spettacolo.

Poiché è risaputo che Meghan Markle nutre un profondo risentimento nei confronti del presidente Trump, è stato specificato che tale trasferimento avverrà solo quando la casa bianca vi sarà un inquilino più consono e più gradito alla ex duchessa del Sussex. Una specifica ti ha servito sul piatto d’argento la possibilità per il presidente di esprimere la propria vicinanza alla regina Elisabetta che secondo lo stesso non meritava un trattamento di questo genere.

Certo piccoli segnali ma che oggi come non mai sottolineano come La vicinanza dei sudditi inglesi nei confronti della propria regina.

Quel primo Natale di guerra. Il canto del cigno della nostra civiltà prima della lunga notte

Inverno 1914. A Ypres inglesi e tedeschi si sono ferocemente affrontati per settimane sotto una pioggia battente…

Quel primo Natale di guerra. Il canto del cigno della nostra civiltà prima della lunga notte - Geopolitica.info

Il 24 dicembre la gelata del mattino viene accolta quasi con giubilo perché ha indurito la terra, asciugando il fango.

Nelle Fiandre – tra Diksmuide e Neuve Chapelle – un tiepido sole illumina il campo di battaglia imbiancato di brina…

È la Vigilia di Natale. La giornata continua con il solito scambio di fucileria. Poi sopraggiunge il silenzio della sera e migliaia di piccole luci si accendono per tutta la lunghezza delle trincee tedesche; brillano di un chiarore emozionante: “alberi di Natale”. E un canto, melodie natalizie…

Terminata la musica, il silenzio viene di nuovo interrotto da applausi commossi. Tutti i giovani – prima timidamente, poi senza più remore – si riversano nella terra di nessuno per stringersi le mani, scambiarsi regali, fotografie, giornali.

Un miracolo descritto così – in una lettera a casa – dal tenente Josef Wenzl: “suona incredibile, ma è la verità. Cominciava ad albeggiare quando sono apparsi gli inglesi e hanno cominciato a salutarci. I nostri hanno tirato fuori un albero di Natale… Tutti si sono mossi liberi dall’una all’altra trincea e cantavano insieme canzoni di Natale”.

Il sottotenente Bruce Bairnfather del I battaglione Royal Warwickshires annotò anche l’inizio: “i suoni dell’armonica a bocca di un tedesco a cui risposero i canti natalizi inglesi e il viso felice del suo sergente che scambiò conserve e sigari per primo con i tedeschi”.

Un altro soldato della London Rifle Brigade spiegò meglio il contagio di quella pace, “ci sentivamo felici come bambini”, scrisse.

Questo evento è passato alla storia come “la tregua di Natale“: l’artiglieria restò muta tutta la notte, permettendo il recupero dei caduti. Si svolsero delle vere e proprie cerimonie di sepoltura, nelle quali soldati di entrambe le parti piansero assieme i compagni morti.

In un funerale nella “terra di nessuno”, soldati tedeschi e britannici si riunirono assieme per leggere un passo del Salmo 23: “Il Signore è il mio pastore, non mi fa mancare nulla. Su prati verdi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Il Signore mi dona nuova forza, mi consola, mi rinfranca. Su sentieri diritti mi guida, per amore del suo nome. Anche se andassi per una valle oscura non temerei alcun male perchè tu sei con me”.

Il miracolo negli anni successivi non si ripeté più…

 

Elezioni UK: Belfast ha le valigie pronte?

Grandi cambiamenti in Irlanda del Nord dopo le elezioni in Gran Bretagna: per la prima volta sono stati eletti più deputati repubblicani che unionisti. Notte d’inferno per il Partito Democratico Unionista che perde due fondamentali seggi (compreso lo storico di North Belfast). Siamo vicini ad un nuovo referendum per un’Irlanda Unita?

Elezioni UK: Belfast ha le valigie pronte? - Geopolitica.info

 

Il Partito Conservatore britannico del primo ministro uscente Boris Johnson ha stravinto le elezioni che si sono tenute giovedì per rinnovare il Parlamento. I Conservatori hanno conquistando 365 seggi, un risultato ampio e sorprendente che è secondo come numeri solo alle elezioni generali del 1983, dove i conservatori guidati dalla Lady di Ferro, Margaret Thatcher, conquistarono 397 seggi. I Laburisti, guidati da Jeremy Corbyn, hanno ottenuto 203 seggi, perdendo 59 seggi rispetto al 2017, in particolare ha perso in alcuni collegi in cui governava da sempre, come quello di Blyth Valley, nel nordest dell’Inghilterra. Questo risultato dei Laburisti ha messo sotto accusa Jeremy Corbyn, reo di aver elaborato un programma troppo radicale.

Un altro vincitore di queste elezioni è sicuramente quello del Partito Nazionale Scozzese, guidato dalla premier scozzese Nicola Sturgeon, che ha conquistato 48 seggi. La leader scozzese ha dichiarato che le elezioni sono state un forte messaggio al governo di Londra sulla volontà degli scozzesi di tenere un altro referendum sull’indipendenza della Scozia, soprattutto ora che Brexit è diventata uno scenario più vicino e realistico.

È stato una notte di sorprese anche in Irlanda del Nord: in una dura competizione incentrata sulla Brexit e la “questione irlandese”, sia Sinn Féin che SDLP hanno segnato vittorie emblematiche in tutta l’Irlanda del Nord, nel segno di una alleanza pro-remain.

North Belfast è stato il seggio più seguito: sin dalla sua istituzione avvenuta nel 1885 è sempre stato in mano agli Unionisti e dal 2001 il membro di questo seggio a Westminster era Nigel Dodds, vicecapo del Partito Democratico Unionista. Per circa duemila voti, per la prima volta, i repubblicani hanno portato a casa questo seggio con John Finucane, sindaco di Belfast, sotto gli occhi scioccati dei sostenitori unionisti. Il candidato del Sinn Féin (partito repubblicano irlandese) è il figlio di Pat Finucane, avvocato ucciso da paramilitari Lealisti (fedeli alla Gran Bretagna ed alla Corona) durante i Troubles.

L’uomo simbolo del Sinn Fein, che ha beneficiato dell’appoggio dell’alleanza pro-Remain con SDLP e Green Party, ha dichiarato: “Voglio ringraziare ogni persona che è venuta a votare per me oggi e voglio anche riconoscere qui stasera che ci sono stati coloro che si sono sforzati e so che questa elezione è stata un’elezione che ha trasceso la politica del partito e so che ne sono stato il beneficiario oggi.”

Ha aggiunto: “Come deputato prometto a tutti voi stasera che lavorerò per ogni singola persona di questo collegio elettorale, che abbiate votato per me o no.”

Dodds ha dichiarato che “si rammarica che North Belfast non sarà rappresentata alla Camera dei Comuni in un momento difficile”.

I partiti storici perdono voti, in crescita l’Alleanza

Il DUP e il Sinn Féin hanno entrambi registrato una riduzione significativa della loro percentuale di voti rispetto alle elezioni generali del 2017, rispettivamente del 5,4% e del 6,7%. Grande successo di voti invece per Alliance Party di Naomi Long (sconfitta però nella sua East Belfast dal candidato unionista Gavin Robinson) che raccoglie consensi cross-community, ossia da entrambi i bacini elettorali, per via delle sue politiche non-identitarie. Alliance è l’unico partito che non ha siglato patti di desistenza, ottenendo un seggio alla Camera dei Comuni.

Nonostante ciò, il Partito Democratico Unionista rimane il primo partito nordirlandese con 8 seggi, seguito dai repubblicani del Sinn Féin con 7 membri. Il Partito Social Democratico e Laburista ritorna a Westminster con due seggi, con il suo leader Colum Eastwood e la nuova parlamentare Claire Hanna che ha insistito sul fatto che “manterremo la promessa dell’accordo del Venerdì Santo”.

Referendum per una sola Irlanda: quali le prospettive?

Il primo “Border Poll” (letteralmente referendum di frontiera) ha avuto luogo in Irlanda del Nord nel 1973, quando agli elettori è stato chiesto se volessero che l’Irlanda del Nord rimanesse parte del Regno Unito o si unisse alla Repubblica d’Irlanda. Il 99% votò a favore della permanenza nel Regno Unito. Tuttavia, il referendum era stato boicottato dalla maggior parte della comunità nazionalista; l’affluenza fu solo del 59%.

L’Accordo del Venerdì Santo, stipulato nel 1998, afferma che il consenso per un’Irlanda unita deve essere “freely and concurrently given” (liberamente e simultaneamente dato) sia nel Nord che nel Sud dell’isola. Questo è largamente interpretato nel senso che il futuro referendum si terrà nell’Irlanda del Nord e nella Repubblica d’Irlanda allo stesso tempo.

Nell’ambito dell’Accordo del Venerdì Santo, la legge del Regno Unito prevedeva esplicitamente lo svolgimento di un referedum. Il Northern Ireland Act del 1998 afferma che “se in qualsiasi momento gli sembra probabile che una maggioranza di voti esprima il desiderio che l’Irlanda del Nord cessi di far parte del Regno Unito e voglia fare parte di un’Irlanda unita”, il Segretario di Stato emette un ordine in seno al Consiglio che consenta uno scrutinio alle frontiere.

Non è chiaro esattamente cosa soddisferebbe tale requisito, The Costitution Unit suggerisce che o una maggioranza consistente nei sondaggi d’opinione, o una maggioranza cattolica in un censimento, o una maggioranza nazionalista nell’Assemblea dell’Irlanda del Nord, o un voto a maggioranza nell’Assemblea potrebbero essere considerati prove del sostegno della maggioranza a un’Irlanda unita.

“Esiste una cornice costituzionale entro cui il referendum potrebbe svolgersi – spiega Jess Sargent dell’Institute for Government – soprattutto ora che alcuni sondaggi hanno indicato come il 52% degli irlandesi sia a favore dell’unificazione”.

Questo è dimostrato anche dall’ultimo censimento che ha confermato il graduale e costante calo demografico dei protestanti (fede religiosa che li lega agli Inglesi), per la prima volta sotto la fatidica soglia del 50%, una tendenza che inevitabilmente ha compromesso l’egemonia unionista nell’Irlanda del Nord. Questo potrebbe essere dimostrato anche dal risultato elettorale di ieri nella circoscrizione di North Belfast.

Ma l’Irlanda del Nord resta una terra profondamente divisa, attraversata da una tensione sociale pronta ad esplodere in qualsiasi momento: “E’ qualcosa di cui dobbiamo davvero preoccuparci, è ancora uno scenario estremo – spiega Ben Lowry, giornalista del Belfast News Letter – perché il numero di persone sui due fronti, disposte alla violenza è minoritario, ma la rabbia resta enorme”.

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

Tre considerazioni sulla vittoria dei Tories

Per poter comprendere al meglio l’esito del voto britannico bisogna conoscere le regole del gioco, altrimenti si rischia di fare molta confusione.  Il Regno Unito è uno dei pochi paesi che da sempre vanta un sistema elettorale profondamente maggioritario, capace indubbiamente di portare stabilità politica al paese. Il territorio, diviso in 650 collegi, prevede scontri territoriali in cui il singolo candidato, che ottenga anche un voto in più rispetto all’avversario, potrà prendere posto a Westminster.

Tre considerazioni sulla vittoria dei Tories - Geopolitica.info

 

Questo meccanismo, criticabile per certi versi, comporta ad esempio che il partito liberale abbia ottenuto quasi 4 milioni di voti che corrispondono a 11 seggi, mentre la compagine scozzese con poco più di 1 milione di preferenze, riuscirà, nei prossimi anni ad occupare 48 seggi al parlamento di Londra. Tralasciando questi dettagli non secondari, l’esito del voto delle scorse ore è comunque profondamente chiaro ed incorona, usando un ovvio eufemismo, Boris Johnson come Re politico della Gran Bretagna.

Il partito conservatore, che ha ottenuto 14 milioni di consensi, occuperà 365 seggi che, di fatto, gli consentiranno di governare il paese con tutta la tranquillità di questo mondo per i prossimi cinque anni. Le considerazioni da fare dinnanzi a questo trionfo della destra britannica sono probabilmente almeno tre.

Innanzitutto, in ottica Brexit gli inglesi confermano che il voto del 2016 non è stato causale: giusta o sbagliata questa scelta (e ciò lo potremo valutare solo in futuro) gli elettori britannici hanno decretato che il divorzio da Bruxelles non è frutto di sola pancia ma anche di un ragionamento ponderato per ben 40 mesi. Molti hanno sempre sostenuto che, in caso di nuovo quesito referendario, gli elettori avrebbero cambiato opinione ma, considerando il plebiscito ottenuto da un “hard Brexiter” come Boris Johnson, questa teoria, ormai, appare del tutto priva di fondamento. Bruxelles non potrà non tenerne conto e dovrà farsi qualche domanda.

Il secondo ragionamento è legato alla crisi irreversibile della sinistra europea, sempre più incapace di offrire leader e programmi credibili. Si sostiene che in alcuni casi la colpa delle compagini socialiste nel vecchio continente siano imputabili alla vicinanza che i partiti di sinistra, negli ultimi tempi, hanno avuto con i mondi elitari della finanza e bancari. Un ragionamento che può avere un fondo di verità ma non comunque interamente valido per il caso britannico in cui il leader della sinistra, l’antipatico Jeremy Corbin, tra una dichiarazione antisemita e l’altra, auspicava espropri proletari e nazionalizzazioni nel mondo economico. Forse, una via di mezzo in questa materia e una seria politica a fianco dei lavoratori, vittime di una crisi mondiale dovuta ad un’incontrollata globalizzazione, sarebbe stato auspicabile.

L’ultima considerazione da fare è invece in merito al mondo sondaggistico e della comunicazione che, oggi come ieri, è nuovamente incapace di cogliere l’espressione di voto delle persone. Per quanto prevista, la vittoria dei conservatori è assai più ampia di quanto mai pensato. Negli ultimi giorni le più autorevoli testate europee parlavano di uno “scarto minimo” o della “probabile ingovernabilità del paese” per il numero dei seggi che sarebbero stati attribuiti al partito di Johnson. La verità è tutt’altra ma, se dopo anni di continue previsioni sbagliate nulla pare cambiare, forse, anche il sistema comunicativo europeo qualche domanda forse dovrà porsela.

È vero che il consenso oggi come non mai è fluido e difficile da intercettare, ma è altrettanto vero che spesso si tende a giudicare e ad imputare all’elettorato opinioni preconcette. La sfida futura di tutti è invece capire il sentimento ed il disagio delle persone specie se vuole evitare una nuova Brexit.

La ripresa della Storia

A 30 anni dalla caduta del muro di Berlino (1989) la storia ha ricominciato a proseguire e nonostante la speranza di un continente europeo stabile e pacifico la tensione geopolitica ha riaperto antiche dispute che sembravano svanite. La disintegrazione della Iugoslavia (1992-1999) è stata solo l’inizio di un processo storico vivo ancora tutt’oggi e che affonda le sue radici nei due secoli precedenti.

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Le guerre napoleoniche (1797-1815) hanno posto fine alla rivalità ultrasecolare tra Gran Bretagna e Francia portando la faglia di attrito nella Mitteleuropa e nei Balcani destabilizzati. Tali zone vennero, poi, definitivamente frammentate dalla Grande Guerra (1914-1918) che causò, con il trattato di Versailles (1919), la disintegrazione degli Imperi Centrali (russo, austro-ungarico,  ottomano e tedesco) creando un vuoto geopolitico che Russia e Gran Bretagna cercano di colmare da 100 anni. La frammentazione dell’URSS (1991), definita dal presidente russo Vladimir Putin: “la più grande catastrofe geopolitica della storia” ha generato uno spazio di conflitto ancora più ampio estesosi dal Balcani fino al Mar d’Azov e alle repubbliche caucasiche, e denominato da Brzezinski “Arco di Crisi”, come hanno ampiamente dimostrato le guerre in Iugoslavia e la guerra in Georgia (2008).

La crisi ucraina del 2013-2015 ha le sue origini proprio nel primo dopoguerra quando l’onda d’urto del Primo Conflitto Mondiale mise sotto pressione l’integrità della Russia post-zarista facendola scontrare con i movimenti indipendentisti ucraini. Fu ancora in questo periodo che la mancanza di un potenza regionale fece sì che l’appena ricostituita Polonia intraprendesse con il generale Pilsudski una guerra (1919-1921) contro la Russia sovietica onde creare un grande stato polacco dal Mar Baltico al Mar Nero in grado di contenere una possibile espansione comunista verso ovest. Oggi Varsavia si vuole porre come testa di ponte nella regione di una grande sfera di influenza anglosassone-russofoba estesa su tre mari (Mar Nero, Mar Baltico e Mar Adriatico) all’interno dell’Alleanza Atlantica, rafforzando le relazioni con Londra e indebolendo i paesi dell’Europa occidentale e espungendo così la possibilità della nascita della cosiddetta Gerussia, ovvero un grande “titano” russo-tedesco sull’est europeo che ostracizzerebbe l’influenza del sea-power anglo-americano e garantirebbe un assoluto dominio tellurico dell’heartland, sogno utopico di Haushofer e incubo geopolitico di Mackinder.

Ecco spiegato l’importanza dell’Ucraina, altro stato determinante per il balance of power della regione. Brzezinski, consigliere americano per la sicurezza nazionale (1977-1981), definì la nazione ucraina uno stato perno per il Cremlino: “Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero ma con l’Ucraina subordinata o poi sottomessa, la Russia diviene automaticamente un Impero”. Le parole del consigliere polacco fanno presagire che l’accordo Minsk II (2015) non durerà ancora a lungo e che i leitmotiv politici alla base del conflitto ucraino possano estendersi anche alla Bielorussia e alla Moldavia, acuendo il rischio di una guerra calda a tutti gli effetti.

La presenza di questa grande area post-sovietica ancora non bene definita ha finito per allacciarsi e intrecciarsi con le vicende del Medio Oriente (specialmente il Siraq) creando una linea e un link geopolitico esteso da Damasco a Kiev, in cui gli effetti di uno si ripercuotono sull’altro, con al centro il Mar Nero, destinato a guadagnare ancora più rilevanza politica nei prossimi anni. L’annessione della Crimea alla Russia (2014) è foriera della centralità del “Mar Russo” nel futuro così come l’incidente nello stretto di Kerc (2018) tra marina russa e marina ucraina.

Centrali saranno le scelte politiche della Turchia visto che il Regno Unito ambisce a instaurare una alleanza forte con Ankara, portandola nell’élite politica della NATO, in funzione anti-russa, sfruttando la storica rivalità tra i due imperi eurasiatici per il controllo degli Stretti e del Caucaso, minando al contempo l’alleanza “friabile” russo-turca in Siria.

Già nel XIX secolo dopo la guerra greco-turca (1821-1830) il colonello inglese Lacy Evans espresse quale era l’assillo russofobo britannico sugli stretti dei Dardanelli: “il possesso della più forte posizione strategica al mondo (vale a dire Costantinopoli e gli Stretti) renderebbe ipso facto la Russia in grado di dominare il Mediterraneo e l’Asia Centrale e conseguentemente di minare il commercio e la potenza della Francia e della Gran Bretagna. Con Costantinopoli come base, il dominio universale è a portata di mano della Russia”.

Anche il Caucaso acquisisce una funzione centrale in un’ipotetica competizione di potere tra Russia e Regno Unito tramite la Turchia. Dalla Grande Guerra l’energia ha assunto un valore strategico rilevante per il sostentamento delle economie nazionali tant’è che durante la prima guerra di Versailles (1939-1945) la Geopolitik tedesca del Lebensraum ambiva a impossessarsi dei grandi giacimenti di idrocarburi dell’Azerbaigian per alimentare la macchina da guerra tedesca, sottraendoli a Mosca. Adesso la stessa querelle potrebbe riproporsi tra Russia e Turchia con quest’ultima a cui non dispiacerebbe acquisire una maggior indipendenza energetica dal Cremlino.

L’Europa occidentale si trova obtorto collo coinvolta in questa vicenda. La Brexit è forse l’evento che più di ogni altro dovrebbe allarmare l’UE e i suoi stati membri circa le ripercussioni geopolitiche sulla stabilità della comunità europea. Londra ha più volte ribadito la propria amicizia con Varsavia appoggiando la divisione creatasi all’interno dell’Unione Europea tra est e ovest al fine di mantenere tramite l’Alleanza Atlantica quello che il suo primo Segretario Sir Lionel Ismayl definì il suo scopo: “to keep the Russians out, the Americans in, and the Germans down. Tale obiettivo geopolitico persiste ancora oggi e ora che Washington è concentrata sul “Pivot to Asia”, Londra assumerà, per utilizzare una parola da “businessman” qual è Donald Trump, il ruolo di amministratore delegato, all’interno dell’alleanza atlantica, degli interessi statunitensi nella insulare europea.

In questo momento Bruxelles non si può permettere stati destabilizzati ai propri confini e un eventuale collasso dell’Ucraina avrebbe effetti devastanti sulla tenuta dell’integrità europea, nel caso ritornasse ad essere oggetto di scontro tra Russa e Regno Unito. Ucraina inoltre sempre più centrale e che molto probabilmente sarà destinata a cambiare la storia europea vista la sempre più rilevanza di Kiev anche nei giochi di potere interni agli USA e nell’amministrazione presidenziale americana delle ultime settimane.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

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Conversazione con Andrea Merlo su Regno Unito, FARC e Colombia. A cura di Matteo Angioli. Puntata di “RadicalNonviolentNews” di sabato …

Il leopardo azzanna il dragone. L’eredità geopolitica di una battaglia: Hastings 14 ottobre 1066

I ragazzi giocano alla guerra (…). Io so (tutti lo sanno) che la sconfitta ha una dignità che la strepitosa vittoria non merita, ma so anche immaginare che quel gioco, che abbraccia più di un secolo e un continente, scoprirà l’arte divina di disfare la trama del tempo o, come disse Pietro Damiano, di modificare il passato. Se ciò accade, se nel corso dei lunghi giochi il Sud umilia il Nord, l’oggi graviterà sullo ieri e (…) gli ottomila sassoni di Hastings sconfiggeranno i normanni come prima avevano sconfitto i norvegesi.
J.L. Borges, Appunto per un racconto fantastico

Il leopardo azzanna il dragone. L’eredità geopolitica di una battaglia: Hastings 14 ottobre 1066 - Geopolitica.info

 

Odo di Bayeux chiamato anche Odone o Oddone di Conteville – vescovo della diocesi di Bayeux – fissa l’“Arazzo della regina Matilde” da lui stesso commissionato.

Lo sguardo si sposta sulle diverse scene ricamate con la lana sulle pezze di lino grezzo.

Si riconosce in alcune immagini: nel consiglio di guerra con i fratellastri William e Robert; alla tavola imbandita; nel tumulto della mischia, mentre cerca di riportare – brandendo il nodoso bastone del comando – l’ordine tra i ranghi normanni.

Si concentra sulla scia della Cometa, fausto presagio di vittoria; la ricorda «quattro volte la grandezza luminosa» di Venere e con una luce «uguale a un quarto» di quella della Luna.

Le immagini ricostruiscono fedelmente il naufragio del duca Harold Godwinson, i preparativi dell’invasione e la battaglia di Hastings.

Il 14 ottobre 1066 si sarebbe consumato un grande confronto d’armi tra una fanteria schierata e la cavalleria feudale.

I suoi ricordi si sovrappongono ai ricami colorati, ma nulla può riprodurre l’assordante rumore che precede e accompagna lo scontro e il cielo ingombro di dardi, frecce e pietre scagliate.

La tempesta dei pensieri, la prospettiva alterata e il battito accelerato.

Il tumulto delle passioni: il coraggio, la paura, lo sgomento, l’odio, l’avidità, l’ambizione.

Fin dalla primavera precedente, il duca William di Normandia, con i suoi baroni aveva cominciato a reclutare uomini e a fare preparativi per invadere l’Inghilterra. Punta al trono dell’Isola, fondando le sue pretese sul “favore” del vecchio sovrano inglese, Edward il confessore. Per la sua impresa può contare anche sull’appoggio del pontefice Alessandro II, assicuratogli da Roberto il Guiscardo, signore normanno dell’Italia, che esercita una vigorosa politica ecclesiastica.

In battaglia, i normanni possono issare persino una bandiera donata personalmente dal Papa.

William ostenta devozione ma ha i muscoli e l’astuzia di un pirata. Sulla sua cotta d’armi “due leopardi passanti non maculati.”

Il Duca ha già dimostrato di essere un esperto combattente, un tattico in grado di usare la cavalleria con la fanteria e gli arcieri: la sua perizia e il suo coraggio gli hanno assicurato la vittoria a Val-ès-Dunes nel 1047, a Dodront nel 1051 e a Mortemer nel 1054.

Tra il 27 e il 28 settembre la sua nave ammiraglia, la Mora, attraversa la Manica da St. Valéry fino a Beachy Head dove viene raggiunta dal resto della flotta; quindi i normanni costeggiano l’isola verso Est, trovando a Pevensey un buon porto, protetto dai resti di un antico forte romano.

Mura cariche di edera e di troppi ricordi.

In realtà i piani originali prevedevano la traversata a metà luglio, ma il vento contrario e il mare mosso hanno costretto William a rimandare la partenza. Di fatto questo inconveniente giocherà a suo favore, perché, con l’arrivo dell’autunno, dall’altra parte nessuno più si aspetta l’invasione.

A Pevensey la riva è bassa e adatta ad accogliere le truppe, i cavalli e i carriaggi. Al contrario, l’entroterra non è dei più idonei per un’eventuale battaglia, così William muove l’esercito un po’ più a Est, accampandosi a circa 10 km dall’attuale Hastings. Lì aspetta, per due settimane, in attesa di notizie dal lontano Nord circa l’esito del confronto tra Harald di Norvegia e il nuovo re d’Inghilterra Harold (incoronato – con il sostegno della nobiltà anglosassone – il precedente 5 gennaio, lo stesso giorno del funerale di Edward): per i normanni uno spergiuro e un usurpatore.

I sassoni e i vichinghi si affrontano il 25 settembre a Stamford Bridge, nello Yorkshire. Lo scontro ha inizio quando un gigantesco norvegese, senza armatura e impugnando un’ascia bipenne, da solo, cerca di contendere all’intero esercito sassone l’attraversamento del ponte sullo Stamford. Con urla disumane sfida i campioni nemici.

Prima di essere abbattuto, il furioso berserkir, guerriero-orso votato a Wotan, riesce a terrorizzare e ad arrestare i sassoni per quasi un’ora.

Ciò permette ad Harald Hardråde (“lo Spietato”) di posizionare le proprie truppe sulle alture circostanti, lasciando avvicinare i nemici, costretti a volgere le spalle al fiume. Nonostante siano disposti in questa favorevole formazione, i norvegesi vengono sconfitti.

Gli anglosassoni hanno così respinto l’invasione vichinga appoggiata anche da Tosting, già conte di Northumbria e fratello rinnegato del loro nuovo re. Al termine della giornata Harald Hardråde giace morto sul campo di battaglia.

La sostanziale contemporaneità dell’attacco sferrato da William di Normandia a Sud con quello dei Norvegesi a Nord probabilmente non è del tutto casuale ma dovuta a un preciso piano. L’oro normanno e i legami di sangue hanno forse alimentato la mai sopita sete di rapina dei vichinghi.

All’annuncio del nuovo sbarco, gli anglosassoni, nonostante siano provati dal duro confronto coi norvegesi, si dirigono a tappe forzate direttamente verso il Sud. Giungono nei pressi di Hastings, nel basso Sussex, il 13 ottobre, dopo aver compiuto una breve sosta vicino a Londra per cercare di riorganizzarsi.

Il grande medievista inglese Charles W.C. Oman nel suo The art of war in the Middle Ages (1885) nota che, invece di aspettare la leva di tutto il regno, Harold ritiene di potersi frapporre tra William e la Capitale solo con le truppe a sua disposizione: i fyrd (6500 uomini della leva feudale) e la milizia velocemente mobilitata dalle terre del Sud (circa 700 guerrieri). Ma gli uomini su cui conta davvero sono gli housecarl e i theng della sua personale guardia del corpo: 800 uomini, coperti di ferro e fin da giovanissimi addestrati a maneggiare la spada, lo scudo e l’enorme ascia da battaglia lunga circa un metro e mezzo, con una lama di oltre 25 centimetri; un colpo diretto di quest’arma, che può essere usata con una o due mani, è tremendo e in grado di uccidere sia il cavaliere che la cavalcatura.

La loro forza personale e l’esprit de corp li rendono avversari formidabili

Gli housecarl combattono in colonna o in formazione serrata; ma in tutto ciò risiede anche la loro debolezza: sono lenti e vulnerabili alle armi da lancio. Se aggrediti dalla cavalleria, sono obbligati a mantenere la posizione e a serrare i ranghi. Se attaccati a distanza da truppe “leggere” sono chiaramente svantaggiati perché incapaci di rispondere adeguatamente alla minaccia e di raggiungere questi nemici che si possono ritirare senza subire danni davanti al loro impeto.

Winston Churchill – nel primo volume della sua Storia dei popoli di lingua inglese – parlando proprio della battaglia di Hastings, accenna a una controversia tra gli studiosi, e cioè se i sassoni abbiano fatto bene a cercare subito lo scontro oppure se fosse stato preferibile – dal loro punto di vista – scegliere una tattica più attendista, come quella che i Britanni avevano opposto a Cesare nel suo secondo sbarco.

Churchill, a differenza di Oman, sposa l’idea che per i sassoni dare subito battaglia sia una scelta quasi obbligata, stante la superiorità della cavalleria nemica.

All’approssimarsi di Harold, i normanni si fanno sotto, intercettandolo nel sito che oggi si chiama appunto Battle (circa 10 km a nord-ovest di Hastings).

Dalla notte del 13 ottobre i sassoni occupano il crinale di Senlac, là dove strada per Londra costeggia la foresta di Weald.

Si tratta di una forte posizione difensiva. Harold fa assiepare i suoi uomini su un fronte di circa 700 metri, in una densa formazione, che ritiene non possa essere accerchiata e in grado di resistere saldamente agli assalti della cavalleria normanna.

Attorno ai fuochi l’umore dei sassoni è alto: gli uomini hanno già assaporato il gusto della vittoria e sono pronti a morire per difendere il loro re, le famiglie e il proprio diritto sull’isola.

All’alba, sul muro di scudi, i draghi si gonfiano nel vento.

La faccia di Harold è coperto da una maschera che riproduce i lineamenti austeri e feroci degli eroi delle antiche canzoni. Il suo viso in realtà non è molto diverso. Lo sguardo misura la forza del nemico. L’aria è piena del clamore delle urla scandite. Le lame ritmicamente percuotono gli scudi.

A sua volta, William schiera l’esercito. Lo fa in tre corpi paralleli. In gergo “Battaglie”. Alla sua sinistra dispone 2000 bretoni, comandati dal conte Alain Fergant, suo cugino e vassallo. Alla destra i mercenari francesi e fiamminghi agli ordini di Eustache di Boulogne e William fitz Osbern (circa 1500 uomini). Tiene per sé il centro con il grosso dei suoi cavalieri normanni (circa 4000 uomini). Odo è al suo fianco.

Ognuno di questi “corpi” è composto sia da fanteria che da cavalleria.

A loro volta ognuna delle tre ali contiene tre linee, in questo ordine: arcieri e balestrieri (l’arco è lungo tra il metro e sessanta e il metro e ottanta; la balestra ha l’arco e la manetta di legno rinforzato; queste armi, come anche il controllo di un cavallo in combattimento, richiedono abilità e addestramento professionale), fanti pesanti e cavalieri corazzati (con usbergo lungo fino al ginocchio e con maniche fino al gomito, armati con la lancia da otto piedi).

Martin van Creveld – nel suo Command in war – ci spiega che William usa un rudimentale sistema di comunicazione basato su “bandiere” e stendardi per impartire i suoi ordini e coordinare l’azione del suo esercito.

Tra i due schieramenti scorre un basso corso d’acqua, l’Asten, niente più di un ruscello, che non disturba, se non marginalmente, le manovre.

Lo storico George M. Trevelyan ha descritto così i due eserciti che si  fronteggiano il 14 ottobre: «L’assalto a quella collina si dimostrò un’impresa quasi al di sopra delle forze degli invasori, pur con tutta la loro superiorità rilevante di armi e di tattica. I due eserciti rappresentavano due diverse linee di sviluppo del tradizionale metodo di guerra nordico: i risultati, rispettivamente, di due diversi sistemi politici e sociali. Cavalieri normanni e housecarl sassoni (una guardia del corpo composta da fanteria professionale, con armi pesanti, che riceve una paga regolare dal re) indossano infatti un tipo di armatura difensiva assai simile: la prima cotta di maglia dei loro antenati comuni era stata allungata, e trasformata così in un indumento dello stesso materiale, che termina in basso in un camice diviso da una spaccatura, adatto sia a montare a cavallo che a marciare. Gli uni e gli altri portano l’elmo conico e il nasale allora in uso, e sorreggono scudi non più rotondi ma, nella maggior parte dei casi, di una nuova forma a cervo volante, lunghi e appuntiti, in modo da proteggere la coscia del guerriero a cavallo o l’intera figura del guerriero se appiedato. Tutte due gli eserciti comprendono anche un certo numero di uomini senza armatura o armati a metà, dotati di mezzi meno offensivi: in particolare le truppe della leva in massa delle contee più vicine che ingrossano le file dell’esercito sassone».

L’azione viene “aperta” dagli arcieri, nel momento in cui la formazione normanna si slancia all’attacco. Sono circa le 9.00. A questa mossa i difensori sassoni non possono rispondere fino a quando la prima linea nemica non giunge a tiro dei giavellotti. Il primo attacco degli invasori, si dimostra incapace di scardinare il muro di scudi. Allora il duca William lancia la sua cavalleria: l’azione normanna avviene sui lati, dove la pendenza è meno forte, e dove quindi si può salire con la speranza di entrare rapidamente in contatto con gli inglesi per aprire un varco tra le loro file. L’avanzata risulta però più lenta del previsto e i cavalieri sono facili bersagli per giavellotti e pietre. In particolare, i bretoni cominciano a disunirsi, a sbandare e a indietreggiare. La ritirata della sinistra normanna sembra una rotta: i fyrd, che li fronteggiano vedendo il nemico in fuga, abbandonano le loro posizioni di vantaggio per lanciarsi all’inseguimento. Una volta scesi dal costone sono a loro volta facile preda della cavalleria che ne fa strage. Comunque, è in questo momento che si sparge la falsa notizia della morte di William.

Il Duca, oltre a smentirla sollevando l’elmo in modo che tutti possano vederne il volto (i lineamenti sono nascosti dall’ampio nasale dell’armatura), chiama a raccolta l’esercito per un nuovo attacco: «Guardatemi bene, sono ancora vivo, e per grazia di Dio sarò vincitore».

William si rende conto che la situazione non è favorevole: sembra impossibile stanare gli inglesi dalla cima del costone.

Dopo vari tentativi falliti, e memore del successo iniziale ottenuto quando molti fyrd, inseguendo i bretoni, si erano ritrovati in pianura completamente indifesi di fronte alla cavalleria avversaria, decide di adottare l’audace strategia delle finte ritirate.

Questo approccio, lentamente, comincia a dare i suoi frutti, aprendo delle falle nello schieramento sassone almeno in due successive occasioni; ma il corpo centrale dell’esercito di Harold resiste saldamente sulla cresta.

Solo alla fine William si convince a lanciare il nucleo della sua cavalleria pesante supportata dal fuoco degli arcieri. Questa azione congiunta si dimostra in grado di infliggere pesantissime perdite ai sassoni che, pur difendendosi sia sul davanti che sui fianchi, a ranghi sempre più ridotti, continuano a mantenere la posizione.

Il dragone del Wessex, protetto dai thegn del re e dai suoi agguerriti houscarl, continua a sventolare.

In realtà sono gli arcieri a conquistare la giornata: l’eroico Harold viene colpito a un occhio mentre l’ultima carica normanna irrompe tra le file dei suoi seguaci che vengono così messi in fuga versa la foresta retrostante.

L’arazzo immortala per sempre questo momento.

Il cadavere di Harold viene ritrovato, denudato e massacrato: stessa sorte tocca a tutti i suoi uomini uccisi.

Così mostra l’arazzo di Bayeux, con le sue raccapriccianti scene di spoliazione e mutilazione.

Odo ricorda la pena, l’ansia e infine la gioia che gonfia il cuore.

La tattica della fanteria pesantemente armata schierata in una forte posizione difensiva è stata sconfitta solo grazie all’uso combinato di arcieri e cavalleria. Ad Hastings muore il fior fiore dei combattenti anglosassoni, reduce della battaglia di Stamford Bridge; assieme al re Harold cadono anche i suoi fratelli, Leofwin e Gyrth.

Sul luogo dello scontro, per rendere grazie a Dio per la vittoria, William costruirà un’abbazia

La battaglia di Hastings costituirà l’inizio della conquista normanna dell’Inghilterra: il giorno di Natale di quello stesso anno il Duca si farà incoronare nell’abbazia di Westminster a Londra.

Passerà alla storia come William I il Conquistatore, re d’Inghilterra (dove è in grado di imporre la totale feudalizzazione partendo da zero, dal momento che tutte le terre di nuova conquista appartengono solo al re).

Se volessimo rileggere questa battaglia alla luce delle riflessioni di Qiao Liang e Wang Xiangsui (i due colonnelli cinesi autori del fortunato Guerra senza limiti), potremmo affermare che William è riuscito a trionfare perché, meglio dei suoi avversari, si è dimostrato un genio pionieristico in grado di rompere «le convenzioni (…), superando le limitazioni esistenti e trovando la giusta combinazione di tutti i mezzi a disposizione nella situazione contingente, per eseguire il capolavoro senza tempo – il capolavoro bellico».

La cronologia umana riporta migliaia e migliaia di battaglie (e spesso lo fa in modo capriccioso) ma solo poche sono davvero importanti, generatrici di storia.

La sera precedente alla battaglia di Waterloo, l’imperatore Napoleone I aveva cenato da solo, presso “Le Caillou”.

Nella stanza accanto era stata apparecchiata una tavola cui presero posto i suoi aiutanti di campo. Qualcuno parlò a voce alta della battaglia che li attendeva l’indomani. L’Imperatore entrò allora nella stanza ed esclamò: «Una battaglia, signori! Lo sapete cos’è una battaglia? Ci sono Imperi, dei regni – il mondo o niente – tra una battaglia vinta e una battaglia perduta!».

Il colonnello Combes-Brassard (dello Stato maggiore del IV Corpo) disse in seguito che gli era sembrato di ascoltare un oracolo, una sentenza del destino.

Un paio di secoli dopo Churchill avrebbe espresso considerazioni più o meno analoghe: «le “grandi battaglie” cambiano l’intero corso degli eventi, creano nuovi valori di riferimento, nuovi stati d’animo, negli eserciti e nelle nazioni», generando onde durature che si infrangono a distanza di molto tempo da quando la prima onda di orrore e ferocia si è alzata dal campo di battaglia.

Tra gli scontri generatori di storia, in grado di segnare uno spartiacque, di mutare traiettorie geopolitiche c’è certamente quello in cui si batterono i sassoni contro una coalizione di invasori tra le colline di Hastings nell’autunno del 1066.

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