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La scommessa di Putin

Dal 2014 stiamo assistendo ad un sempre crescente interventismo russo, l’annessione della Crimea e l’intervento in Siria hanno dimostrato al mondo che le forze armate della Federazione Russa sono perfettamente in grado di portare a termine qualunque compito. Le due maestose esercitazioni che si sono svolte in questi giorni sembrano confermare questa tesi ma è davvero così?

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Grandi manovre in Asia

Nel 2018 è l’Asia centrale il teatro dell’esercitazioni stagionali. In “Vostok 2018”, sono stati impegnati i distretti militari meridionale e centrale a partire dall’11 settembre, schierando più di 300.000 militari federali con 1.000 aerei e 36.000 veicoli blindati, un numero non precisato di alleati mongoli e soprattutto 3.200 soldati cinesi. Vastissimi preparativi hanno permesso che si svolgesse il più grande wargame dai tempi del Maresciallo Ogharkov e dal suo “Zapad ‘81”. Gli osservatori stranieri hanno potuto osservare grandi concentrazioni di artiglieria ed elicotteri che aprono la strada ad attacchi di sfondamento operati da forze corazzate su scala ben maggiore rispetto a “Zapad ‘17” dello scorso anno. Lo stato maggiore russo dando prova di poter manovrare efficacemente con una tale massa di uomini, carri, cannoni, sistemi missilistici, elicotteri e aerei in sinergia con un alleato tanto importante lancia un monito per tutta l’area ex-sovietica ma anche per la NATO. La Russia può e vuole dimostrare di contare in Asia centrale, almeno sul piano delle capacità militari.

Finalmente un mare caldo

La marina ha un obiettivo ancora più ambizioso, consolidare la presenza russa nel Mediterraneo orientale attraverso una dimostrazione di forza. Le manovre navali svolte hanno coinvolto 25 navi, 30 aerei e unità di fanteria di marina. L’unità flagship della flottiglia mediterranea è stata l’incrociatore Marshal Ustinov, costruita ai tempi dell’URSS. Vanta una dotazione missilistica anti-nave e anti-aerea di considerevole potenza, frutto di un upgrade che ha visto importanti lavori di ammodernamento. Gli otto complessi di S-300F di cui è armata insieme ai suoi radar ne fanno il cardine per la difesa aerea di quella sottile striscia di territorio siriano che affacciandosi sul mare è così importante a livello strategico. Nel suo insieme un tale numero di navi e aerei garantiscono elevate capacità di early warning, surveillance e target acquisition, che integrata con le batterie di S-400 a terra e i satelliti permettono di controllare l’intero spazio aereo del Mediterraneo nord-orientale. Israele, Cipro e la Turchia, saranno probabilmente le direttrici da cui la marina di Mosca si addestrerà a contrastare una minaccia diretta contro Damasco. Un mare stretto però non è adatto a vaste manovre navali di una flotta oceanica. Le dimensioni del Marshal Ustinov e ancora più quelle del Pyotr Velikiy, il più grande incrociatore missilistico del mondo che ha fatto parte dell’intervento in Siria nel 2015, vanno a loro discapito in quanto qualunque unità NATO è in grado di localizzarle a mezzo sonar. Le particolari caratteristiche oceanografiche del Mediterraneo lo rendono invece ideale per i sottomarini diesel-elettrici e il Krasnodar ha dimostrato nel 2017 quanto siano all’avanguardia i russi nella costruzione di tali economiche unità. L’area prescelta è stata limitatissima e ha consentito di osservare da vicino le esercitazioni e i sistemi in azione molto più facilmente di quanto si possa fare nel mare di Barents, tradizionale area addestrativa della flotta del Nord.  L’inizio della battaglia per Idlib non può essere una coincidenza, piuttosto sarebbe credibile un notevole coinvolgimento russo nell’abbattimento di eventuali sciami di missili cruise alleati contro Assad.

Ma allora l’orso è tornato?

Cerchiamo di fare chiarezza. Sarebbe miope sottovalutare gli sforzi che la Federazione Russa e il suo presidente Vladimir Putin stanno facendo per promuovere un’immagine di forza a livello globale. I recenti interventi hanno dimostrato un netto incremento delle capacità russe nell’ultimo decennio ma non bisogna farsi ingannare dalla maskirovka. Le manovre di questi giorni sono l’ennesimo tentativo di celare la propria debolezza dietro una grande forza quasi solo apparente. Il paese ora più che mai è incapace di promuovere sforzi out of area soprattutto per tempi lunghi. Se osserviamo da vicino l’annessione della Crimea ci accorgiamo che non ci sono state operazioni di combattimento e che la vittoria è stata ottenuta grazie alla temerarietà della leadership politica e militare. Nel conflitto ucraino hanno combattuto principalmente i separatisti e comunque non vi è stato il massiccio intervento corazzato visto in Georgia nel 2008. In Siria vi sono state unità russe ingaggiate in combattimenti ma su piccola scala prediligendo invece il close air support alle forze governative, l’uso di forze speciali e missioni di bombardamento su obiettivi strategici. La capacità di proiezione all’estero è indubbiamente molto limitata se paragonata a quella statunitense che secondo la National Security Strategy di Trump è e dovrà rimanere soverchiante rispetto a qualunque avversario. La Russia non ha superato i suoi problemi endemici così come non è riuscita a rilanciare la sua economia, il PIL permette di comprendere come il paese non abbia quasi nessuna possibilità di alimentare uno sforzo all’estero di grandi proporzioni. Ulteriore conferma della debolezza russa sono i nuovi sofisticatissimi sistemi quali il SU-57 e la piattaforma Armata che rimangono in disponibilità limitatissime per mancanza di fondi. La vendita di armi e sistemi all’estero se consentono di andare avanti con la R&D non sono in grado di finanziare un massiccio riarmo. Valutando attentamente le capacità russe si comprende però come siano adeguate agli obiettivi politici fin ora stabiliti. Armamenti sovietici aggiornati combinati con poche modernissime armi sono in grado di garantire una rapida vittoria sull’Ucraina o su qualunque stato ex-sovietico perciò in binomio con il più vasto deterrente nucleare oggi esistente consentono una politica opportunistica fatta di rapidi ed efficaci balzi che il presidente Putin ha dimostrato di saper manovrare egregiamente. La Russia non è relegata al ruolo di potenza regionale come definita da Obama nel 2014, e grazie agli exploit degli ultimi anni, di cui nessuno la riteneva capace, ha rotto il suo isolamento. Il più grande paese del mondo costituisce la maggiore minaccia militare agli Stati Uniti, in virtù delle sue capacità convenzionali e nucleari, ma Mosca oggi ben lontana dai fasti dell’URSS non è una super potenza in grado di rivaleggiare per l’egemonia mondiale.

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Cosa è successo ieri in Siria

Alta tensione in Siria: nella notte bombardamenti su diversi target nella zona di Latakia. Abbattuto un aereo russo per errore dalla contraerea siriana. Tutto questo dopo che Erdogan e Putin, a Sochi, avevano trovato un accordo per evitare un’offensiva militare su Idlib.

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La giornata di ieri, 17 settembre, era iniziata con una notizia distensiva per la Siria. A Sochi, nella residenza estiva di Putin, il leader russo e il presidente turco Erdogan si sono incontrati per trovare una soluzione per la provincia di Idlib. Durante il trilaterale di Teheran del 7 settembre, che aveva coinvolto Russia, Turchia e Iran, era proprio il presidente turco che più di tutti aveva spinto affinché venisse evitata una campagna militare sulla provincia siriana: Erdogan temeva una nuova ondata di profughi nel proprio paese, che già ospita circa 3 milioni di siriani.
Durante l’incontro di ieri il leader turco è riuscito ad evitare la temuta offensiva militare: Russia e Turchia hanno presentato un piano diplomatico che prevede la creazione di una zona smilitarizzata profonda circa 20 chilometri, che interesserà gran parte della provincia di Idlib. La zona cuscinetto dovrà essere istituita entro il 15 ottobre: porterà al ritiro di tutti i combattenti considerati “radicali” e al “ripiegamento di tutti gli armamenti pesanti nella zona”. La gestione della sicurezza delle operazioni sarà affidata a gruppi mobili di contingenti turchi e alla polizia militare russa.
“Sono convinto che con questo accordo abbiamo evitato una grave crisi umanitaria a Idlib”, ha affermato Erdogan a margine dell’incontro.
Un accordo che soddisfa entrambe le parti: la Russia non si esporrà, nel breve termine, in un conflitto che rischia di attirare le critiche di gran parte della comunità internazionale, dato l’alto numero di civili presenti nell’area; la Turchia scongiura il rischio della nuova ondata di profughi a ridosso dei propri confini. Anche la Siria e l’Iran, spettatori interessati dell’incontro, possono ritenersi soddisfatti: l’alto numero di combattenti sparso nella provincia di Idlib, diviso tra milizie jihadiste e oppositori di Assad, avrebbe potuto tramutare l’offensiva militare in una campagna lunga diverse settimane, e ad alto rischio di perdite. Non a caso il ministro degli esteri iraniano Zarif ha dichiarato di aver accolto con favore l’accordo russo-turco su Idlib.
Al momento Assad dovrà rinunciare a riconquistare la cosiddetta “ultima provincia nemica”: il rapporto tra la Russia e la Turchia, paese Nato che si sta allontanando da Washington, per Putin vale più della provincia siriana.

La distensione del pomeriggio è durata poco: gli eventi mutevoli, a cui lo scenario mediorientale ci ha spesso abituato, hanno preso una piega inaspettata nella notte.
4 F-16 israeliani hanno colpito diversi obiettivi nei pressi di Latakia: il ministero della difesa israeliano ha diramato un comunicato spiegando che gli obiettivi erano strutture dell’esercito siriano nelle quali si confezionavano armi destinate a Hezbollah tramite l’Iran. Durante l’attacco nella notte, il sistema di difesa S-200 siriano ha colpito per errore un aereo da ricognizione russo che si trovava nella zona. Il ministero della difesa russo ha denunciato “l’azione irresponsabile di Israele” come causa della tragedia aerea. Israele ha avvertito dell’attacco con gli F16 contro siti siriani con un solo minuto di anticipo, “non assicurando agli aerei russi il tempo necessario di mettersi in sicurezza”. Sempre secondo il ministero della difesa russo i piloti israeliani avrebbero usato l’aereo russo come copertura, facendolo apparire come target alle forze siriane di difesa aerea. Avendo una sezione radar molto più grande degli F-16 è stato abbattuto da un missile del sistema S-200 siriano. Nella mattinata è stato convocato d’urgenza l’ambasciatore israeliano dal ministero degli esteri russo, per riferire dell’abbattimento dell’aereo e dell’operazione militare di Israele. 
Poche ore dopo è direttamente Putin ad abbassare i toni durante una conferenza stampa, bollando i fatti della notte come “il risultato di una catena di tragici errori”.
Il ministero della difesa israeliano ha nel frattempo diramato un comunicato ufficiale, nel quale mostra cordoglio alle vittime militari russe e accusando Damasco dell’abbattimento.
Una delle possibili azioni che Putin potrebbe intraprendere è quella di aumentare le risorse militare nelle basi nei pressi di Latakia: al momento non si hanno conferme, bisognerà attendere i prossimi giorni.
Sempre nella notte fonti russe hanno registrato il lancio di cruise dalla fregata francese “Auvergne”: Parigi nega ogni coinvolgimento.
La partita siriana è ancora aperta.

Concluso il vertice di Teheran: quale futuro per Idlib?

A Teheran si è appena concluso il vertice trilaterale tra Putin, Erdogan e Rouhani, attori protagonisti della vicenda siriana. Il futuro del paese e della provincia di Idlib passa dalle mani dei tre laeader.

Concluso il vertice di Teheran: quale futuro per Idlib? - Geopolitica.info

Un vertice molto atteso, alla vigilia dell’offensiva di Damasco, con il supporto di Russia e Iran, sulla provincia di Idlib, ultima significativa porzione di terreno che non è sotto il controllo dell’esercito siriano. La delicata situazione dei civili, quasi 3 milioni, la vicinanza ai confini turchi, la presenza di milizie jihadiste che combattono sia l’esercito di Damasco sia il Fronte di Liberazione Nazionale appoggiato dalla Turchia, il monito delle Nazioni Unite: una mix di fattori che ha costretto le tre principali potenze protagoniste nello scenario siriano ad incontrarsi per trovare una soluzione.
Nei giorni precedenti i partecipanti al vertice avevano espresso grande fiducia, e sottolineato la volontà dei tre paesi di evitare catastrofi umanitarie. Posizioni sintetizzate da Hussein Gabri, assistente del Ministro degli Esteri iraniano: “Idlib è un dilemma perché da un lato deve essere liberato dalle mani dei terroristi, ma contemporaneamente la sicurezza di milioni di civili deve essere protetta”.

Il vertice si è concluso intorno alle 14.30 ora italiana, ed è stato seguito da una conferenza stampa e da una dichiarazione comune.
Rouhani, leader iraniano, ha sottolineato l’importanza del garantire la sicurezza dei civili, ed ha attaccato l’atteggiamento statunitense nella regione, che dal suo punto di vista non faciliterebbe una soluzione pacifica. Ha inoltre dichiarato che, chiuso il capitolo Idlib, il nuovo teatro operativo sarà nei territori ad est dell’Eufrate, dove sono ancora presenti “illegalmente” le forze degli Usa, che “devono ritirarsi”.
Erdogan è il leader che più di tutti esprime timore per l’offensiva militare, consapevole che un eventuale ondata di profughi in fuga dalla provincia cercherebbe rifugio proprio in Turchia. Per questo ha dichiarato che la soluzione militare a Idlib “porrebbe fine alla soluzione politica per la Siria”, e che “fornirebbe una scusa a tutte le organizzazioni terroristiche per continuare a combattere”.
Anche Putin, attore che più di tutti può incidere sulla vicenda siriana, ha espresso preoccupazione per la situazione dei civili, chiedendo “l’evacuazione sicura dei civili” tramite corridoi umanitari.
In una dichiarazione congiunta, infine, i tre leader hanno confermato che continueranno a cooperare per eliminare tutte le organizzazioni terroristiche presenti nella provincia di Idlib e per creare le condizioni che permettano ai profughi e agli sfollati siriani di poter tornare a vivere nei loro territori d’origine. Inoltre, concentrandosi su un piano maggiormente operativo, si evidenzia l’importanza di separare l’opposizione armata dai gruppi terroristici.

Nonostante i timori di Erdogan, è evidente che l’offensiva su Idlib sia inevitabile: Assad, che oramai è tornato, grazie al supporto russo e iraniano, a governare la maggior parte dei territori persi dopo l’offensiva dello Stato Islamico, vuole riconquistare l’ultima grande zona di opposizione.
Una soluzione, che traspare dalle dichiarazioni a margine del vertice e che potrebbe accontentare Erdogan, è quella che prevede la separazione tra le milizie jihadiste e quelle controllate da Ankara, per far sì che l’offensiva sia circoscritta a obiettivi specifici: evitare un disastro umanitario, infatti, è negli interessi non solo della Turchia, come spiegato in precedenza, ma anche di Iran e Russia, che sono sotto le luci dei riflettori di tutta la stampa internazionale.
Nelle prossime ore andranno analizzati i movimenti nell’area, per capire se il vertice di oggi abbia portato effettivamente a una soluzione condivisa del futuro di Idlib.

Summit USA-Russia: il mondo vuole vederli andare d’accordo?

È realmente il mondo a voler vedere gli Stati Uniti e la Federazione Russia che vanno d’accordo? Sì, secondo quanto dichiarato da Donald Trump all’apertura del Summit di Helsinki con Vladimir Putin. Tuttavia, la Guerra fredda è finita e l’opinione pubblica internazionale non sta più col fiato sospeso per i rapporti tra la Casa Bianca e il Cremlino. Soprattutto da quando è diventato chiaro che le armi nucleari rappresentano uno strumento di deterrenza,piuttosto che uno strumento offensivo.

Summit USA-Russia: il mondo vuole vederli andare d’accordo? - Geopolitica.info

Occorre ricordare, inoltre, che sono numerosi gli Stati a non vedere di buon occhio l’ipotesi di un riavvicinamento tra Washington e Mosca. Solo per citare i casi più eclatanti, sicuramente il Regno Unito, i cui rapporti con la Russia hanno toccato il minimo storico dai tempi del Grande gioco. E anche quello di quasi tutti i Paesi dell’Europa orientale, che chiedonoalla NATO un ulteriore rafforzamento della sua presenza sul fianco Est alimentando il tradizionale senso di accerchiamento di Mosca. Tanto meno la questione è vista con favore dall’Ucraina e dalla Georgia, che hanno paura di essere definitivamente abbandonate tra le braccia del Cremlino. Sulla stessa lunghezza d’onda, ma per ragioni opposte, sono la Repubblica Popolare Cinese (RPC) e l’Iran. Entrambe hanno bisogno della Russia per bilanciare il potere degli Stati Uniti e dei loro alleati nei rispettivi quadranti regionali, così come per favorire la tanto agognata trasformazione in senso multipolare di un sistema unipolare più debole che in passato. Infine, anche la Corea del Nord è uno spettatore interessato a rapporti tesi tra Washington e Mosca, per poter contare sul pieno appoggio di quest’ultima, con cui vanta legami storici, sul tema del disarmo nucleare.

Viceversa, guardano con favore a uno stemperamento delle tensioni tra i due ex nemici della Guerra fredda molti Stati dell’Europa occidentale (Italia in testa, seguita dalla Germania e dalla Francia), meno interessati a investire quote crescenti dei loro budget nazionali in difesa rispetto ai loro partner dell’Europa orientale, e molto sensibili ai rapporti energetici con la Russia. Israele e Arabia Saudita, dal canto loro, vorrebbero allentare l’alleanza russo-iraniana in Medio Oriente, mentre India, Corea del Sud, Taiwan e Giappone (più moderatamente)sostengono un miglioramento dei rapporti tra la Casa Bianca e il Cremlino affinché la prima concentri per quanto possibile i suoi sforzi (diplomatici ed economici) al contenimento della potenza cinese e la seconda non ne favorisca l’azione.

La Russia al momento ha un approccio equilibrato al tema dei rapporti con gli Stati Uniti. È interessata a compiere passi avanti, resi sicuramente più facili dall’approccio realista dell’Amministrazione Trump rispetto a quanto ci si potesse aspettare da Hillary Clinton. Senza dimenticare, però, che i candidati divenuti presidenti cambiano spesso il loro approccio ai temi caldi dell’agenda politica. Dalla prospettiva di Mosca il riavvicinamento con Washingtonnon è da escludere, perché a lungo andare i suoi interessi rischiano di confliggere con quelli di Pechino (a partire dalla Belt and Road Initiative) e di Teheran (in particolare con la sua ambizione egemonica sul Medio Oriente). Tuttavia, questa ipotesi diventerà plausibile solo nel momento in cui gli Stati Uniti saranno concretamente disponibili a riconoscere alla Russia lo status di grande potenza. Questo significa un rapporto paritario tra le due potenze, la rimozione delle sanzioni, il riconoscimentodel primato di Mosca sullo Spazio post-sovietico e l’accettazione di una sua limitata influenza nell’area del Mediterraneo. Si tratta ovviamente di un processo di medio termine, che non può essere definito al Summit di Helsinki. Se questo non avverrà, la Russia potrà continuare ad agire da potenza revisionista, insidiando gli Stati Uniti con un’ulteriore saldatura dei suoi rapporti con Cina e Iran.

La posizione degli Stati Uniti sembra più complessa. Sin dalla fine della Guerra fredda, i presidenti americani hanno avuto un comune obiettivo: preservare quanto più a lungo possibile il “momento” unipolare. Clinton, Bush e Obama sono stati tutti concordi sul fatto che la Russia potesse figurare tra le possibili minacce alla tenuta dell’ordine liberale, ma che, se democratizzata e integrata nell’economia mondiale, si sarebbe potuta trasformare in un suo pilastro. A tal scopo, tutti i presidenti americani hanno provato nel corso del loro primo mandato a sperimentare un approccio cooperativo con il Cremlino. La presidenza Clinton è ricordata per la Russia First Strategy, quella Bush per il tentativo di stabilire una partnership con Mosca sulla base della guerra globale al terrore, quella Obama, infine, per il Russian Reset. I tre tentativi, tuttavia, sono falliti di fronte al riemergere di una dinamica competitiva, generata da interessi di medio termine contrastanti e/o a dal declino democratico della Russia. Su questo tema, dunque, Trump si trova nel solco dei suoi predecessori. Anzi, probabilmente per scongiurare la possibilità di impeachment legata al Russiagate, ha assunto ancor più velocemente di loro un atteggiamento competitivo nei confronti di Mosca. Il vero elemento di discontinuità, soprattutto con le presidenze Clinton e Bush, è legato ai parziali mutamenti avvenuti all’interno del sistema internazionale con cui l’attuale presidente americano si sta confrontando.

Il più importante è il ruolo sempre più significativo della RPC. La sua potenza è talmente in aumento che, come denunciato dalla National Security Strategy 2017, può essere ormai ufficialmente considerata una potenza revisionista. L’Amministrazione Trump è consapevole delle criticità che affliggono le relazioni russo-cinesi, così come del declino di numerosi indicatori di potenza della Russia (anzitutto in quelli demografico ed economico). Queste considerazioni inducono a pensare che Mosca non sia convinta sino in fondo della necessità di mettere in crisi l’ordine unipolare e che, se “ingaggiata” su basi nuove, potrebbe mutare la postura nei suoi confronti. Washington, d’altro canto, deve evitare quell’effetto di sovra-estensione tra impegni e risorse, reso plausibile dalla crisi finanziaria del 2007-2008, che potrebbe derivare dal confronto con più rivali in diversi quadranti geopolitici. Stemperare l’inutile – almeno per il momento – rivalità con la Russia permetterebbe agli Stati Uniti di ostacolare l’ascesa cinese prima che sia troppo tardi. Per tale ragione, senza che questo tema figuri tra i dossier trattati ufficialmente a Helsinki, Trump ha anticipato che tra le diverse cose ci cui parlerà con Putin ci sarà «l’amico Xi».

Il ruolo della Federazione russa nel contesto geopolitico del Mediterraneo

Il Mediterraneo, per la sua intrinseca complessità geopolitica, da sempre rappresenta un interessante scenario d’analisi delle relazioni internazionali, in particolare tra le potenze egemoni dell’area. Le situazioni critiche degli ultimi anni, tanto a livello diplomatico che umanitario, hanno fortemente inciso sui delicati equilibri di questo mare così difficile da decifrare. Tra le potenze globali protagoniste, un ruolo maggiore lo sta assumendo la Federazione Russa, da secoli interessata allo sbocco al “mare caldo”. L’intervento in Libia e l’installazione di basi militari in Siria nel 2015 sono solo alcuni degli aspetti interessanti della questione. L’azione militare di Putin nel vicino oriente e l’incomprensione con i Paesi NATO mettono quest’area al centro dell’agenda politica mondiale, in un momento storico che vede i Paesi europei a loro volta divisi anche sulla questione migratoria. In questo contesto, le mire espansionistiche e l’influenza russa possono aprire difficili scenari sul futuro delle relazioni internazionali.

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I rapporti della Russia con la realtà mediterranea

L’attuale coesistenza di basi militari russe e della NATO nel Mediterraneo può vedersi come un segnale di crisi dell’unipolarismo americano, fenomeno questo auspicato proprio dal Presidente Vladimir Putin nel 2007 durante il summit di Monaco sulla sicurezza, nel quale parlò di un ritorno a un sistema multipolare. La politica russa nella regione tende a mantenere un ruolo specifico basato anche sulla cooperazione: significa attivare canali diplomatici, trovare delle soluzioni condivise per quanto riguarda l’aspetto geostrategico e militare per la sicurezza dell’area. Ritorna quindi la modalità secondo cui questo tipo di crisi si possono risolvere attraverso una serie di elementi che si focalizzano sulla cooperazione. Le enormi opportunità in termini anche commerciali ed energetici offerte dall’area, giustificano l’interesse ormai secolare della Russia nel crearsi un concreto accesso al Mediterraneo, dove si gioca buona parte della sicurezza globale. L’azione nelle crisi libica e siriana si è inserita nel contesto delle gravi incomprensioni tra la Russia e Stati Uniti, cui si aggiungono Gran Bretagna e Francia, a colpi di sanzioni, accuse, dossier e sospensione delle attività diplomatiche. Tra l’altro nel Mediterraneo sono presenti anche Paesi verso cui i vertici russi hanno un’attenzione particolare: per esempio l’Egitto, che appartiene all’orbita di influenza degli Stati Uniti.
Nel recente passato tutto il complesso militare egiziano era molto legato a quello statunitense. In Siria poi, l’azione militare voluta da Putinè riuscita a contenere e in qualche area anche a debellare l’ISIS; questo è dovuto principalmente all’iniziativa oramai di due anni fa da parte della Russia. Mosca si è fatta carico delle responsabilità che i Paesi europei non hanno preso. Anche Cipro e Israele sono osservati speciali: entrambi con una situazione geopolitica molto particolare e che hanno suscitato l’attenzione del Cremlino. L’intricato sistema di alleanze tra i Paesi del Mediterraneo, che riguardano direttamente tre continenti, aveva creato una stabilità apparente che ora, come auspicato dal Putin nel 2007, sembra essere sempre più uno dei sintomi della crisi del sistema unipolare americano.

L’incertezza attuale e futura sulle relazioni diplomatiche

Gli investimenti cinesi in africa, la crisi migratoria, la politica aggressiva di Trump e la rottura dei rapporti diplomatici tra blocco occidentale e Russia, vedono il Mediterraneo come punto critico delle tensioni internazionali. I paesi coinvolti nell’area, tra i quali l’Italia, rischiano di non trovare un posto e nemmeno un’identità geopolitica nell’immediato futuro. Libia e Siria sembrano ormai ridotti a teatri di scontro tra le potenze interventiste; l’Unione Europea è afflitta dal fiorire di movimenti euroscettici e nazionalisti; gli Stati Uniti perpetrano una politica estera fatta per lo più di minacce avventate. Nonostante ciò, la Russia continua per la sua strada, ponendosi come partner strategico e commerciale di Paesi chiave quali Turchia, Iran e soprattutto Cina. La politica del Cremlino di espansione del mercato energetico coinvolge anche il Mediterraneo, attraendo l’interesse dei Paesi che potrebbero inserirsi nonostante i veti dell’egida statunitense. Ad esempio l’Italia non ha mai nascosto la propria ambizione di diventare un hub energetico, anche grazie alle recenti scoperte al largo delle coste egiziane e cipriote (quest’ultime oggetto di scontro con la Turchia), nonché alla sua posizione di sbocco finale per il gas proveniente dall’Azerbaigian. L’influenza commerciale ed energetica russa in Europa s’inserisce in quel contesto di soft power (Russkiy Mir) che ha tra i suoi scopi il mostrare al mondo le potenzialità dell’alternativa russa, nei confronti di quella statunitense. Una politica del genere rientra anche nella partnership con Pechino per l’ambizioso progetto OBOR (One Belt One Road), la cosiddetta nuova Via della Seta, che attraversando metà continente garantirà degli sbocchi commerciali dagli sviluppi mai visti prima, coinvolgendo anche il Mediterraneo. L’accesso al “mare caldo” è garantito anche dai buoni rapporti col governo turco, con il quale Putin ha trovato accordi per il passaggio marittimo; dal lato opposto l’annessione della Crimea, motivo di acceso scontro con la NATO, garantisce l’accesso direttamente nel Mar Nero.

La straordinarietà del fenomeno russo risiede nella sua cultura eterogenea di grande influenza, che ha prodotto anche una struttura militare e politica di primo piano nello scacchiere internazionale, i cui valori, nati nel XX secolo, hanno rappresentato una sfida alle norme e alle concezioni egemoniche di Europa e Stati Uniti. Il Mediterraneo, per la sua storica ricchezza di popoli, culture e risorse, rappresenta una costante sfida per quelle realtà che aspirano ad essere leader globali. L’attuale situazione d’incertezza geopolitica che affligge l’area può mettere in crisi l’egemonia statunitense, permettendo ad altri possibili protagonisti di esercitare una nuova influenza. La Federazione Russa in particolare, anche se ben lontana dalla conquista del Mediterraneo, sembra averne compreso l’importanza strategica, ottenuta anche militarmente con le varie basi nella regione.

Putin, Trump e il futuro della Siria

Il 16 luglio, a Helsinki, si terrà l’importante incontro tra Putin e Trump. Diversi i temi caldi sul tavolo: dal commercio alla situazione in Ucraina, passando per il delicato scenario mediorientale. Proprio la Siria sembra essere uno dei principali nodi da sciogliere: il ruolo dell’Iran, le perplessità di Israele e il futuro di Assad.

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Donald Trump potrebbe insistere sul ritiro delle truppe Usa dalla Siria: è una promessa di disimpegno che ha spesso sostenuto in campagna elettorale, in piena continuità con l’amministrazione precedente, e anche dopo l’ultimo raid condotto con gli alleati britannici e francesi in territorio siriano, la portavoce di Trump si è affrettata a dire che il progetto di ritiro delle truppe non era mai stato messo in dubbio.
E’ proprio di questo che si parlerà a Helsinki, come ipotizza Frederic Hof, ex consigliere del Dipartimento di Stato per la transizione in Siria: il presidente americano è intenzionato a riportare a casa i 2000 militari dislocati nel nord est del paese arabo. Sarebbe l’affermazione di una vittoria di Assad, e la consegna della ricostruzione del paese alla Russia, che al contrario della controparte statunitense è decisa a mantenere le sue basi in Siria.

Il disimpegno statunitense è chiaramente un campanello d’allarme per Israele, che tramite i suoi alti funzionari a più riprese ha dichiarato di non tollerare la presenza di uomini iraniani in Siria, specialmente a ridosso dei propri confini. Negli ultimi due mesi si sono intensificati raid e operazioni israeliane contro obiettivi della Repubblica Islamica in territorio siriano. Netanyahu ha fatto presente a Putin, nei vari incontri tra i due presidenti, che pretende la smobilitazione iraniana in Siria: un’ipotesi tutt’altro che semplice, dato che da Teheran hanno ribadito che rimarranno nel paese sino a che ne verrà fatta richiesta da Assad.
La soluzione che potrebbe accontentare entrambe le parti, con l’importante ruolo di mediatore svolto da Putin, è quella di creare un corridoio di 80 km a ridosso nei confini israeliani libero da uomini e milizie che rispondo a Teheran. Una sorta di zona cuscinetto, monitorata da Israele e sulla quale Putin non interferirebbe se, a fronte di mancato rispetto degli accordi da parte dell’Iran, l’aviazione israeliana decidesse di colpire le installazioni della Repubblica Islamica presenti nel corridoio.
Per l’Iran potrebbe essere un punto di incontro non così sconveniente da accettare per diversi motivi: prima di tutto avrebbe conseguito il suo interesse principale, cioè il mantenimento al potere di Assad, e quindi di un alleato di ferro nella regione; in seconda battuta verrebbe incontro a richieste di parti della società civile interna che chiedono un disimpegno dell’Iran dalla Siria; inoltre manterrebbe la sua presenza, strategicamente più importante per la propria sicurezza, nella zona orientale dell’Iraq. In più una pacificazione reale della Siria permetterebbe all’Iran di investire nella ricostruzione di Damasco, con le aziende di Teheran che sembrano aver ricevuto priorità nei futuri investimenti.

Una ulteriore conseguenza del disimpegno degli Stati Uniti dalla Siria è il ricongiungimento tra i curdi dello Ypg e l’esercito siriano. Il ritiro delle truppe statunitensi ha scatenato timore tra le fila dello Ypg, che rischia di essere esposto senza protezione all’ingombrante presenza turca. Per questo nelle ultime settimane ci sarebbero stati diversi incontri, a Damasco, tra membri dell’establishment siriano ed esponenti curdi. Ci sarebbe già un accordo di massima tra le parti, con il reinserimento dei combattenti dell’Ypg tra le fila dell’esercito regolare e una maggiore rappresentanza curda nella futura struttura politica della Siria. Al contrario i principali posti di frontiera sul confine iracheno e turco, al momento controllati dai curdi, torneranno sotto il controllo dell’esercito regolare.

In un contesto instabile come quello siriano, l’eventuale uscita di scena di una superpotenza genera dei vuoti che saranno colmati. La Russia di Putin si può consacrare come principale potenza garante del paese arabo per guidarne una transizione politica e una riappacificazione interna, e svolgere un ruolo di mediazione tra le potenze regionali. L’incontro di Helsinki può rappresentare un’opportunità storica per tentare di arrivare a una risoluzione di un conflitto che dura da troppo tempo.

Tre incognite internazionali per il Presidente rieletto

Si sono concluse da poche ore le elezioni per il rinnovo del Cremlino, il palazzo presidenziale russo che ormai dal duemila, con la breve parentesi del delfino Dmitrij Medvedev, ha registrato la sola presenza di Vladimir Putin.

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Quella del leader russo è più che una longeva carriera politica e le recenti consultazioni non hanno che confermato la popolarità di colui che in occidente viene definito il nuovo Zar. L’obiettivo per il presidente non era di certo vincere poiché l’esito non è mai stato in alcun modo in discussione; la vera partita si basava sulla percentuale di gradimento e sull’affluenza al voto che di fatto avrebbe indicato al resto del mondo, quanti cittadini russi non hanno voluto mancare di idolatrare la propria guida. Certo Putin gode di oggettive difficoltà nelle relazioni estere ma il quadro che si è delineato dentro i propri confini presenta uno scenario diametralmente opposto.

Con una percentuale di elettori che lo hanno indicato vicina al 75% circa ed un’affluenza del 65%, l’ascesa a Mosca del proprio presidente pare inarrestabile nonostante i quasi vent’anni di dominio delle scene. Non solo. Con la riforma costituzionale varata dal parlamento di Mosca le prossime elezioni saranno tra sei anni lasciando spazio ad una possibile nuova riforma costituzionale che potrebbe permettere a Putin di rimuovere il limite dei mandati presidenziali. La vera sfida di Putin quindi non si gioca di certo dentro i confini di casa ma sul fronte estero ed in questo caso i non facili dossier su cui lo zar dovrà dimostrare le sue reali capacità sono almeno tre.

I rapporti con l’Europa sono ai minimi storici dai tempi della caduta del muro e, nonostante le oggettive difficoltà dei leader del vecchio continente, il Cremlino sembra non riuscire ad instaurare rapporti durevoli e di lungo termine. Lo scontro con Londra, per il recente avvelenamento ai danni della ex spia comunista Sergej Skripal, ha avuto il paradossale effetto di compattare l’intero continente in una ferma condanna contro Mosca. Contestualmente nelle relazioni politiche il Cremlino non trova partner autorevoli e dopo aver scommesso sulla carta Le Pen a Parigi questa ha “tradito” la dottrina dell’euro scetticismo per svoltare con forza verso gli eredi di De Gaulle. Anche i rapporti con Roma saranno oggetto di studio ed in questo caso Putin dovrà decidere se provare a scommettere sull’imprevedibile fronte sovranista guidato da Salvini e Di Maio o affidarsi ai più saggi consigli dell’amico Berlusconi.

Il secondo fronte su cui lo zar è atteso da importanti decisioni è quello siriano. Secondo i dati ufficiali il conflitto scoppiato nel 2011 “vanta” record agghiaccianti. Mezzo milione di morti e più di dieci milioni di rifugiati per una guerra civile che pare non voler mai giungere ad una fine. La sua fedele amicizia nei confronti di Assad non può esimerlo dal constatare che il tempo del dittatore siriano sia giunto al termine con la consapevolezza, però, che il ruolo di Mosca dovrà essere fondamentale per evitare che il paese sprofondi nelle mani di gruppi legati a reti terroristiche internazionali.

Infine sarà interessante capire cosa avverrà oltre l’Atlantico. Il “quasi amico” Trump vive momenti non facili e la scelta di rimuovere l’ex segretario di stato Tillerson in favore del conservatore ortodosso Mike Pompeo parrebbe presagire ulteriori difficoltà nei rapporti tra Washington e Mosca. Eppure Trump e Putin hanno bisogno l’uno dell’altro e non possono in alcun modo esasperare quel precario equilibrio che permette ad entrambi di tenere un canale diretto per determinare le mosse sullo scacchiere geopolitico internazionale.

Non sono di certo quindi questioni interne che dovranno provare le capacità di Vladimir Putin di passare alla storia come colui che ha modernizzato la Russia. Mancano tre mesi esatti alla prima partita calcistica della nazionale di Mosca ai campionati organizzati dal Presidente sul proprio territorio e Putin non deve permettersi di guardarla in tribuna d’onore senza avere al fianco i principali leader a politici mondiali. Sarebbe uno smacco per il suo paese e per lui se non riuscisse a dimostrare le proprie capacità politiche.