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Kaliningrad: chiave o serratura?

Il distretto di Kaliningrad è un’exclave russa incastonata tra la Polonia e la Lituania. Separato dal resto del territorio russo, nell’oblast’ vivono poco più di novecento mila abitanti, distribuiti su un’area di circa 15000 km2. Kaliningrad sorge dalle macerie di Königsberg, capitale della Prussia Orientale, nonché terra natale del filosofo Immanuel Kant, del matematico David Hilbert, e dove, tra l’altro, è nata la prima moglie di Putin, Ljudmila.

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Le origini

Conquistato alla Germania nazista nel 1944, il passaggio venne ufficializzato nel 1945 con la conferenza di Postdam. La popolazione autoctona, di origine tedesca, venne epurata e il territorio intitolato a Mikhail Kalinin, Presidente del Presidium del Soviet Supremo, morto pochi mesi dopo la conquista della regione. Iniziò così la sovietizzazione della regione. L’ex capitale prussiana, distrutta al 90% dai bombardamenti britannici, venne rapidamente ricostruita, con l’intento di sostituire il passato tedesco con il presente sovietico. Emblematica della visione sovietica dell’exclave fu l’edizione del 1953 della Bol’šaja sovetskaja enciklopedija, la Grande enciclopedia sovietica, che alla voce “oblast’ di Kaliningrad” riportava: “Il 7 aprile 1946 la regione di Kaliningrad viene creata sull’antica e secolare terra degli slavi baltici dopo aver sconfitto la Germania fascista e distrutto la Prussia Orientale”.

Il territorio conobbe una repentina militarizzazione e gran parte della Flotta del Baltico venne schierata nella base navale di Baltijsk, al secolo Pillau. Nella piccola regione vennero stanziati circa cento mila soldati, armi atomiche e la porzione di Mar Baltico antistante venne presidiata da  sottomarini nucleari. L’olblast’ si presenta come isolata dal mondo, la cui economia ruota intorno alle esigenze delle Forze armate sovietiche e alle sovvenzioni elargite dalle casse moscovite.

Il contesto cambia.

Nel 1991, quando l’URSS implose, Kaliningrad vide una drastica diminuzione delle truppe schierate, scelta che si ripercosse anche sulla stabilità economica della regione, la quale dipendeva, come già si è detto, quasi totalmente dal settore militare. L’ex capitale prussiana assunse quindi una postura difensiva. La Flotta del Baltico passò da 32 a soli 2 sottomarini, l’11° Armata della Guardia, con i suoi novanta mila uomini, venne sciolta e molte delle forze aeree traferite. Kaliningrad si trovò quindi sola e circondata da stati che rapidamente si mossero verso l’Occidente, con la Polonia e le tre Repubbliche baltiche che scelsero di far parte sia dell’Unione Europea sia dell’Alleanza Atlantica.

Un’occidentalizzazione impossibile.

Le preoccupazioni russe erano molteplici. Prima fra tutte quella che nella ormai enclave europea potessero crescere sentimenti indipendentisti, soprattutto da parte della crescente classe imprenditoriale, ma anche quella che l’integrità della neonata Federazione potesse essere messa a rischio e che le spinte centrifughe potessero far vacillare il sentimento di identità e attaccamento alla madrepatria. La risposta fu immediata, tra il 1991 e il 1998 ben 15 atti legislativi fanno di Kaliningrad un unicum nella Federazione. L’allora presidente Boris El’cin, riconoscendone l’enorme valore strategico, proclamò il territorio Zona Economica Libera, denominata Jantar, ovvero ambra, da una delle maggiori risorse della regione. Kaliningrad risulta essere l’unico tra i soggetti federali per il quale venne creata una figura ad hoc: un plenipotenziario Presidente. L’oblast’ gode di un periodo di sostegno e cooperazione con i paesi vicini e con Bruxelles, che si avvicinò al territorio russo con progetti di sviluppo economico e finanziamenti. Vennero inaugurati progetti di sviluppo quali Tacis o Dimensione nordica, che, nonostante i pochi fondi a disposizione e alcune lacune, lasciarono ben sperare. Ne scaturì una almeno iniziale collaborazione con la Lituania, che poté in questo momento trattare direttamente con le autorità locali senza passare per Mosca. Nel 1994 Vilnius aprì un consolato a Kaliningrad e l’anno successivo venne firmato un accordo bilaterale per viaggi senza visto della durata non superiore a trenta giorni.

La svolta putiniana.

Nel 1999 Vladimir Putin, allora Primo Ministro, durante il vertice Russia-UE di Helsinki chiarì il ruolo della regione nella strategia russa nei confronti dell’UE e come Kaliningrad dovesse assumere il ruolo di pilota nello sviluppo delle relazioni tra Mosca e Bruxelles. La strategia putiniana fu riassunta dall’espressione “Occidentalizzazione strategica guidata da pragmatico nazionalismo”. Putin vuole un accordo vincolante sul futuro dell’exclave russa, in linea col suo nuovo approccio nella collaborazione con il Vecchio Continente. Nel 2005 si assistette però alla prima frattura, in occasione delle celebrazioni dei 750 anni dalla fondazione di Königsberg, alla cerimonia, non furono, infatti, invitati né i leader dei paesi baltici, né il leader della Polonia. Nel 2012 Putin torna nuovamente sulla scena lanciando il programma di modernizzazione delle Forze armate della Federazione, con una spesa militare che si aggirava intorno ai 68 miliardi di dollari. Kaliningrad venne così proiettata al centro dei programmi di difesa russi, come in occasione all’esercitazione Zapad nel 2013, con più di dieci mila soldati impiegati in un’operazione congiunta con la Bielorussia. La regione sul baltico vede quindi una nuova militarizzazione, con l’intento di fare di Kaliningrad il perno della strategia di anti-access/area-denial (A2/AD) sul “fianco nord” dell’Alleanza Atlantica. Un altro provvedimento preso fu quello di sostituire l’intero comando della Flotta del Baltico, reo di corruzione e inefficienza. Il comandante della flotta Viktor Kravchuk e il suo il viceammiraglio Sergei Popov, furono quindi congedati per gravi carenze di formazione e accusati di distorsione della realtà.

Una posizione difficile.

L’escalation di eventi, iniziata con le cosiddette rivoluzioni colorate nelle ex-repubbliche sovietiche, e arrivata al culmine con la crisi ucraina e la riannessione della Crimea nel 2014, compromette definitivamente i rapporti tra Russia e Europa. Dai paesi confinanti con Kaliningrad si alzarono sempre più spesso allarmi su un ipotetico imminente attacco russo, temendo che Mosca possa decidere di chiudere il corridoio di Suwałki, un varco di poche decine di chilometri che collega la regione russa con la Bielorussia, unico passaggio terrestre tra l’Unione Europea e i tre paesi baltici. Nel 2016 il vertice di Varsavia decide di rinforzare il confine orientale dell’unione, verranno inviati battaglioni multinazionali dell’Alleanza Atlantica dislocati nei tre paesi baltici e in Polonia. Nella dottrina di difesa che la Polonia presenta nel 2017 la Russia è indicata come principale avversario. Varsavia opta per la creazione di una nuova forza di difesa territoriale della portata di circa 53 mila uomini, 128 carri armati Leopard 2PL, ed un sistema di difesa missilistica Patriot. Anche i tre paesi baltici rafforzeranno le loro fila, con la Lituania che autorizza il possesso di armi sofisticate per membri di gruppi paramilitari.

Mosse e contromosse.

Inizia così un susseguirsi di esercitazioni militari da ambo le parti. La Russia si addestra insieme alla Cina nel Mar Baltico; Mosca organizza Zapad-2017 tra Kaliningrad, il territorio bielorusso e quello di alcune sue regioni nord-occidentali; Polonia e paesi baltici ribattono con l’esercitazione Sabre Strike e con quella denominata Baltops che, a inizio giugno 2017, per due settimane, vide impegnati nella regione baltica circa 4 mila soldati, oltre 50 tra navi e sottomarini e 55 velivoli provenienti da 14 paesi alleati. Contemporaneamente truppe Nato si addestrano nella difesa del già citato corridoio di Suwałki nella corposa esercitazione Geležinis Vilkas. Di tutta risposta Mosca decide di schierare sul territorio di Kaliningrad il complesso missilisticoIskander-M, ovvero missili balistici tattici con funzioni difensive e offensive.

Dilemma della sicurezza e doppia narrazione.

Kaliningrad si configura, quindi, come l’ennesimo esempio del dilemma della sicurezza. Le evoluzioni delle vicende della piccola exclave russa dipendono dall’andamento delle relazioni tra Mosca e l’Alleanza Atlantica poiché, laa spirale di sfiducia alimentata da entrambe le parti incide irrimediabilmente sulla piccola regione baltica.  Il territorio diventa soggetto di una doppia narrazione. Descritto come “la piccola Russia”, assolve al ruolo di chiave strategica per aprire le porte dell’Europa alla Federazione. Luogo di sperimentazione politica ed economica, avanguardia nell’ibridazione del sistema centralizzato, di retaggio sovietico, e del liberalismo occidentale. D’altra parte però, Kaliningrad è stato spesso descritto come punto critico della Federazione, troppo lontano dal resto del territorio russo e di difficile gestione e controllo. L’oblast’ diventa quindi una serratura, un punto critico, che presta il fianco ad un’occidentalizzazione pericolosa per l’integrità della Federazione.

Nicolò Sorio,
Geopolitica.info

La riforma di Putin: il referendum costituzionale 27 anni dopo.

Il 1° luglio 2020, il popolo della Federazione Russa sarà chiamato alle urne dal Presidente Vladimir Putin, in carica dal 2000, per votare gli emendamenti costituzionali. È il primo referendum dopo quello del dicembre 1993, quando si votò per la costituzione vigente, ponendo fine alla crisi costituzionale russa del settembre-ottobre dello stesso anno. Si apre così la possibilità di un potenziale mandato sine die per l’ex funzionario del KGB.

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I contenuti della riforma

La prima conseguenza della proposta del Presidente russo di avviare il processo di revisione costituzionale, lo scorso 16 gennaio, riguarda la sorte dell’ormai ex primo ministro della Federazione Russa, Dmitrij Medvedev. Il giorno stesso infatti, Medvedev annunciava le sue dimissioni e con queste quelle del governo, per garantire maggiore spazio di manovra al Presidente in vista della riforma, assumendo il ruolo di vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, che Putin presiede. A dimostrazione di un tecnicismo necessario, spunta la nomina di Michail Mishustin, personalità dal background puramente amministrativo, provenendo dal Servizio Tributario Federale. Dal 30 aprile al 19 maggio, quando contagiato dal coronavirus, Mishustin sarà costretto ad assentarsi, Andrey Belousov, ancora una volta una figura tecnica, sarà chiamato a svolgere l’incarico di primo ministro ad interim.

Nei primi giorni di marzo, durante il discorso del Presidente alla Duma, riunita per approvare in seconda lettura la vasta riforma costituzionale, protagonista della coreografia putiniana fu Valentina Tereshkova, prima donna a volare nello spazio, ex cosmonauta eroina sovietica, e oggi deputata 83enne. L’esito della votazione vide un trionfo indiscusso della mozione, con 382 sì, 44 astenuti e zero contrari. Parola chiave e principio cardine sia del monologo sia della riforma è stabilità, stabilità da donare, nell’ottica putiniana, ad una Federazione che la necessita e che la merita, stabilità che si traduce in una riforma costituzionale dai risvolti interessanti.

L’autoritarismo putiniano trova infatti in questa riforma conferma e naturale completamento. Se approvati, i nuovi emendamenti introdurranno nuovi elementi, istituzionali e valoriali, che rafforzeranno la “verticale del potere” costruita negli ultimi anni.

  • Un più forte sistema di controllo federale sui governi locali;
  • Il Consiglio di Stato della Federazione Russa, organo già esistente, ma per ora relegato a mera funzione consultiva, presieduto dal Presidente, vedrebbe un netto ampliamento dei suoi poteri. Spetterebbero ad esso infatti gli indirizzi fondamentali di politica interna ed estera della Federazione Russa e l’individuazione delle aree prioritarie di sviluppo socioeconomico del paese;
  • I governatori regionali faranno parte del Consiglio di Stato e vedranno, dunque, accresciuto il proprio ruolo, in cambio di una più salda lealtà al Cremlino;
  • Lo statuto del Consiglio di Stato sarà introdotto in Costituzione;
  • La riforma potenzia la “nazionalizzazione delle élite”, con l’introduzione del divieto di possedere una cittadinanza straniera o un permesso di soggiorno di un altro Stato per il Presidente del Governo, ministri, parlamentari, governatori di regione e giudici; stessa regola sarà applicata al candidato alla presidenza, che dovrà dimostrare, inoltre, di risiedere in Russia da almeno 25 anni, e non più da 10 anni, e che non potrà svolgere più di due mandati consecutivi;
  • Confermata e ulteriormente potenziata la preminenza della Costituzione russa sulle disposizioni dei Trattati internazionali: viene ribadita la primazia dello Stato russo e dei popoli costituenti la FR, nonché il principio della “democrazia sovrana”, che critica gli eccessi della difesa universale dei diritti dell’uomo e che rivendica la non interferenza negli affari interni da parte di entità straniere; è previsto, inoltre, il divieto di azioni volte ad alienare parte dei territori della FR;
  • Al Consiglio della Federazione spetta il diritto di presentare la proposta di licenziamento dei giudici federali al Presidente, si assiste in questo modo ad ulteriori penalizzazioni dell’autonomia di giudici e procuratori;
  • Alla Duma spetta l’approvazione, non più il consenso, delle candidature del Presidente del governo, nonché, su indicazione di quest’ultimo, anche di tutti i suoi vice e dei ministri federali, che saranno poi nominati dallo stesso Premier; inoltre, il Presidente della Federazione non potrà respingere i candidati approvati dalla Duma;
  • Si assiste alla costituzionalizzazione dei valori costantemente richiamati da Putin e dal suo “Russia Unita”: deržavnost’, grande potenza, e gosudarstvenničestvo, Stato forte, il cui combinato è l’idea che la Russia sia destinata ad essere una grande potenza;
  • In linea con il punto precedente, si sancisce che: il matrimonio è un’unione tra un uomo e una donna, lo Stato ha il dovere di onorare la memoria dei custodi della patria e di difendere la verità storica, di preservare l’identità culturale panrussa, la diversità etnoculturale e linguistica dei popoli della Russia, e di indicare la fede in Dio come valore ricevuto dagli antenati;
  • Una modifica che prevede un limite complessivo di due mandati per ciascun presidente, conteggiati a partire dall’approvazione della riforma, e che apre, almeno potenzialmente, ad altri dodici anni di Presidenza per Putin.

La corsa al voto.

Nonostante il “adesso non c’è tempo per questo” di Sergey Sobianin, sindaco della capitale russa, Putin conferma la sua decisione. Il sindaco di Mosca, epicentro della pandemia, ha fin da subito criticato, anche se velatamente e senza alzare polemiche, la decisione del suo Presidente di fissare il referendum per luglio. Sobianin individuava settembre come il periodo in cui far svolgere la votazione, quando, presumibilmente, il pericolo di contagio sarebbe stato, se non totalmente, ma almeno in buona parte scongiurato. La chiave di lettura per l’appuntamento di oggi è senza alcun dubbio il consenso, consenso che nel periodo precedente al Covid-19 aveva visto un leggero calo, ma che adesso, cavalcando l’onda pandemia, ha posto la base per un referendum ad personam. Nelle scorse settimane si è parlato della possibilità di una votazione elettronica o per posta, tuttavia, vista l’impossibilità di organizzare tutte le procedure necessarie per il voto, si è optato per una procedura differente. Gli elettori avranno la possibilità di votare fin da questa mattina, così da contenere il contagio riducendo gli assembramenti. Le votazioni si terranno all’aperto e verranno distribuiti, all’ingresso ai seggi, guanti, mascherine e penne gratuite. Per quanto riguarda le procedure referendarie russe l’approvazione degli emendamenti richiede la partecipazione della maggioranza assoluta degli elettori, pena l’annullabilità della votazione, inoltre, per convalidare il quesito referendario, serve la maggioranza assoluta dei voti validi.

Dissenso e opinione pubblica

La maggioranza della popolazione, circa il 63%, stando agli ultimi sondaggi del Levada Center, esprime un giudizio positivo sull’operato di Putin. Nello specifico, si prevede un’affluenza alle urne del 65% dei russi, di cui, quasi la metà, circa il 47%, si dichiara favorevole agli emendamenti proposti. La composizione dell’elettorato è però degna di qualche parola in più. Tra i giovani, il 53% prevede di votare, mentre tra gli anziani l’adesione è molto più alta: circa il 77%. Il dato interessante è però che il 41% dei giovani voterà contro gli emendamenti proposti; lo stesso vale per il 45% dei moscoviti. Il sondaggio è condotto su un campione rappresentativo di tutta la popolazione, non solo dell’elettorato attivo; a questi dati va quindi aggiunta la percentuale di chi non andrà a votare, dato attualmente non stimato, ma che si ipotizza intorno al 35%. Ciò che emerge da tale stima è una tendenza ben definita, come spiega Gudkov, sociologo e responsabile del centro analisi sopracitato: “i gruppi più istruiti e informati della popolazione tendono a votare contro”. Difficile pensare ormai ad una Russia senza Vladimir Putin, ed è improbabile che egli uscirà sconfitto da questo referendum; ciò che è certo è che l’appuntamento alle urne inaugurerà una nuova stagione politica per la Federazione, a prescindere dal risultato. Anche se la gestione della pandemia da parte delle regioni ha fatto guadagnare margini di autonomia ai poteri locali, molto probabilmente, si assisterà ad un ulteriore accentramento del potere nella persona di Putin, come lo stesso Presidente ha lasciato intendere.

Mai sprecare una buona crisi.

L’interrogativo sorge sul soggetto politico che potrebbe, almeno potenzialmente, canalizzare questo malcontento. L’opposizione russa è spesso disegnata come politicamente atomizzata e strategicamente inadeguata. Lo studioso Andrew Wilson, Europian Council on Foreign Relations, in “Does Russia still have an Opposition?” associa alla formula di “opposizione liberale”, quella, nella sua visione più adeguata, di “opposizione amica“. Wilson sottolinea non solo l’inefficienza, ma anche l’avvallo e la complicità di tale opposizione alla politica putiniana. Sul fronte indipendente, rappresentato dai blog e dall’informazione libera, è degno di menzione il lavoro dello statunitense Robert Orttung, della Elliot School of International Affairs; egli si concentra infatti sul ruolo assunto dai blogger nella divulgazione di informazioni nella Federazione. Ciò che emerge è una preminenza netta di network e di canali finanziati direttamente dal Cremlino, a fronte di limitati spazi concessi ai movimenti di opposizione. La domanda, al netto delle considerazioni, resta quella iniziale: esiste un soggetto politico in Russia capace di sfruttare adeguatamente i conflitti interni al Cremlino, ad eccezione del Cremlino stesso?

Transizione energetica in Russia: è possibile?

Il Ministro dell’Energia russo, Alexander Novak, ha affermato, in riferimento alla crisi attuale del petrolio, che gli idrocarburi nel prossimo futuro rimarranno la principale fonte di energia per la Russia e per il mondo: “E’ certo che stando alle previsioni, lo sfruttamento globale del petrolio si ridurrà. Nonostante ciò, in termini assoluti, l’economia degli idrocarburi resterà la base energetica per i prossimi vent’anni, e non ci sono alternative”. Risulta molto difficile, evidentemente, per un paese come la Russia affrancarsi da una risorsa come il petrolio che rappresenta la principale fonte delle entrate per lo stato.

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Nonostante sia il Paese più grande al mondo e abbia un patrimonio naturale unico, la Russia non è conosciuta per la sua particolare attenzione nei confronti dei temi ambientali, ma proprio questo rende il suo territorio maggiormente sensibile ai cambiamenti climatici rispetto ad altri paesi. Dato particolarmente drammatico è che la Russia è tra i primi paesi al mondo per emissioni di gas serra (5%) dopo Cina, Stati Uniti e India.

Il termine “sostenibile” in Russia non è mai stato popolare sin dagli anni ‘90, ossia sin da quando si iniziò ad utilizzarlo nei Paesi occidentali. Nonostante le motivazioni che si possono considerare, il dato di fatto è che le proteste ambientaliste degli ultimi anni sono state molto ridotte in Russia, se non totalmente assenti. Inoltre, per un paese come la Russia, caratterizzato da ampi territori perennemente ghiacciati, l’innalzamento delle temperature viene visto da alcuni addirittura come un fattore positivo se si considera l’aumento dei terreni coltivabili, delle risorse utilizzabili e l’aumento temporale del periodo di navigabilità della Rotta Transpolare grazie allo scongelamento dei ghiacci.

Quindi la domanda che può sorgere spontanea è quale sia il motivo per il quale i politici russi negli ultimi tempi abbiano iniziato ad avanzare proposte, seppur limitate, di politiche favorevoli alla promozione delle energie rinnovabili.

Tra le varie risposte in effetti, vi è la marginale conoscenza sugli effetti che vi sarebbero con lo scongelamento dei ghiacci perenni, che rischierebbero di sprigionare sostanze, o batteri, ancora poco conosciuti e potenzialmente pericolosi. Lo stesso ex-Capo del Governo, Medvedev, ha dichiarato che proprio queste sostanze metterebbero in serio pericolo lo sviluppo di molti settori chiave come quello dell’agricoltura, ma soprattutto metterebbero in pericolo la sicurezza della popolazione russa. Un aspetto, questo, che se inserito peraltro nella situazione di pandemia globale in cui ci troviamo, risulta essere alquanto rischioso e da evitare. La crisi ambientale in Russia non è una novità, dimostrata anche dal fatto che dall’inizio del 2020 ci sono stati circa 5,600 incendi costringendo il Ministro delle Risorse Naturali e dell’Ambiante, Dmitry Kobylkin, a dichiarare lo stato di emergenza in ben quattro regioni della Siberia. Il cambiamento climatico nel Paese sta avvenendo molto più velocemente rispetto al resto del mondo, con dei tassi d’inquinamento elevatissimi e con ondate di caldo e freddo sempre più repentine.

Quali sono gli interessi?

Un chiaro segno di inversione di tendenza, seppur ancora limitato, oltre l’introduzione nel 2009 di una legge federale sull’efficienza energetica e nel 2010 di una legge federale sul riscaldamento nelle abitazioni, è arrivato proprio a settembre del 2019, quando la Russia ha ufficialmente aderito agli accordi di Parigi. La strategia dietro questo cambiamento di rotta, però, non è legata esclusivamente alla preoccupazione per la salvaguardia dell’ambiente. Molti si sono chiesti chi ci sia dietro questo cambiamento, dal momento che il potere delle compagnie energetiche non avrebbe nessun vantaggio nel permetterlo, oltre al fatto che la Russia possiede attualmente pochissime infrastrutture per una produzione sostanziale di energie rinnovabili. Il settore energetico russo è dominato da colossi statali come Gazprom, Lukoil, Rosneft e Rosatom fortemente legati al potere governativo, che renderebbero molto difficile aprire spazi nella promozione delle rinnovabili. La decentralizzazione del potere è un tema molto dibattuto e avversato, sia dalle autorità, che dai principali attori economici. Risulta evidente quindi, che il cambiamento sia stato avviato con il consenso delle stesse compagnie. Tra i vari possibili motivi che spiegherebbero tale cambiamento vi è quello degli incentivi dati alla riconversione degli impianti più inquinanti in cambio di maggiori sussidi statali, che a loro volta potrebbero favorire un maggior rendimento delle stesse industrie. Ne è un esempio la recente riqualificazione della stazione idroelettrica di Belorechenskaya da parte della Lukoil, che in questo modo ha incrementato dell’80% la produzione di energia elettrica pulita.

Un’altra delle ipotesi è quella che il Presidente Putin voglia sfruttare il momento per favorire una strategia per la diversificazione delle entrate essendo i russi, come d’altronde lo sono i sauditi all’interno dell’OPEC+, fortemente dipendenti dalle esportazioni degli idrocarburi.

Inoltre, c’è anche un altro aspetto riconducibile ad una volontà di espansione della propria influenza che la Russia vuole riacquisire nel mondo e cha sta già perseguendo in diverse aree, come in Medio Oriente e in Africa, attraverso un’azione di persuasione e attrazione a sé. È possibile che un’inversione di tendenza sulle rinnovabili rientri in questa strategia, contrapponendosi in questo senso agli Stati Uniti, che dal 2016 sembrano essersi ormai avviati su una strada di rinuncia alla collaborazione con la comunità internazionale per la lotta al cambiamento climatico, o quanto meno non sembrano attribuirgli particolare rilevanza, dimostrato dalla fuoriuscita di Trump dagli accordi di Parigi.

La competizione del mercato interno

Le fonti energetiche come quella eolica e quella solare sembrano ora essere maggiormente promettenti. Secondo l’Agenzia Internazionale per l’Energia Rinnovabile, le ragioni principali del favorire questo tipo di risorse in Russia risultano essere: lo sviluppo economico e la creazione di nuovo lavoro, lo sviluppo scientifico e tecnologico, il miglioramento ambientale e il rifornimento energetico in zone della Russia dove risulta difficile il trasporto viste le difficili condizioni climatiche e territoriali. Proprio in merito a questa ultima ragione, ci sono regioni sulle coste del Nord, dove portare gas e petrolio ha dei costi talmente elevati che il vento e il sole rappresenterebbero una valida fonte di energia alternativa.

È importante ricordare che nonostante la Russia non sia tra i paesi più all’avanguardia dal punto di vista delle energie rinnovabili, negli ultimi anni sono state costruite fabbriche con impianti fotovoltaici che possono già ora fare concorrenza all’imponente industria cinese, che ha puntato molto sullo sviluppo delle energie rinnovabili. Secondo la strategia energetica nazionale, l’estremo nord rappresenta in questo senso un’area pilota che potrà rappresentare la base per molti progetti di sviluppo energetico per il Paese.

Fino ad ora, non sono molti gli attori che sono stati in grado di avviare progetti nell’ambito delle energie rinnovabili. Si tratta principalmente dell’azienda statale Rosatom, responsabile dell’energia nucleare, entrata da poco nel mercato delle rinnovabili grazie anche a degli investimenti governativi nell’energia eolica. Oltre a questa ci sono principalmente attori esteri, come la finlandese Fortum, impegnata sia nell’eolico, che nel solare, la danese Vestas, nonché l’italiana ENEL, anch’essa impegnata nell’eolico con ben 3 progetti (Azov, Kolskaya e Rodnikovsky) e divenuta il principale investitore in questo settore.

Il mercato interno russo in questo ambito non è ancora particolarmente sviluppato. Proprio per questo motivo il Governo sta lavorando al fine di stimolare la competizione. Il Cremlino incentiva la produzione d’energia rinnovabile attraverso dei sussidi concessi alle aziende che, proponendo progetti che garantiscono la riduzione maggiore di emissioni di CO2, si aggiudicano delle aste. Tutto ciò rientra nell’obiettivo stabilito dalla Strategia Energetica del governo, di perseguire, entro il 2024, una transizione alle energie rinnovabili pari al 4.5%, anche se alcuni ritengono che questo obiettivo sia raggiungibile non prima del 2030.

Conclusioni

Nonostante gli elementi che possano far intravedere un cambiamento incisivo siano ancora insufficienti rispetto ad altri paesi e sia di fatto impossibile affrancarsi completamente dagli idrocarburi, almeno nel medio termine, la Russia sta lanciando dei segnali importanti.

Da una prospettiva europea, l’Unione non può che vedere positivamente i, seppur ridotti e ancora limitati, cambiamenti in tal senso. La vicinanza tra i Paesi europei e la Federazione russa rende necessario un coordinamento nella gestione dei progetti futuri per l’ambiente a favore della riduzione delle emissioni.

Tutto ciò rientra sicuramente nella più ampia strategia russa di voler aumentare le sue capacità di soft power, riacquisendo quel ruolo di importante soggetto d’influenza geopolitica globale perso successivamente al crollo dell’Unione Sovietica.

Gli idrocarburi sono stati il fondamento del sistema energetico globale per almeno un secolo, avendo ciò contribuito alla costituzione e alla stabilizzazione di un certo sistema delle relazioni internazionali. La transizione energetica che si sta profilando favorisce, e favorirà, una cambiamento radicale nelle dinamiche dei rapporti tra i paesi. L’energia rinnovabile non avrà solo come risultato quello d’invertire la rotta dell’impatto dell’uomo sull’ambiente, ma ne avrà anche uno molto più radicale. La maggior parte dei paesi potranno aspirare ad una maggiore indipendenza energetica e molte meno economie saranno a rischio a causa del mancato rifornimento energetico da parte dei paesi esportatori. Ciò pone un paese come la Russia in una situazione con cui deve fare necessariamente i conti, essendo la sua economia estremamente dipendente dalle esportazioni di petrolio e gas. Il tutto viene accentuato oggi dalla crisi mondiale causata dal Coronavirus e la conseguente crisi petrolifera che sta mettendo in ginocchio l’intero sistema di produzione, sottolineando l’instabilità che deriva dall’essere troppo dipendenti dal greggio.

La transizione energetica, oggi, sembra essere non più un’esclusiva prerogativa strategica dei Paesi maggiormente sensibili ai temi ambientali, ma piuttosto, sembrerebbe un cambiamento necessario per ragioni che oltrepassano quelle ambientali, arrivando ad investire questioni di natura economica e strategica che avranno come conseguenza la costituzione di un nuovo scenario internazionale.

Un anno di Zelensky: il rapporto con la Russia e Putin

Un anno fa Volodymyr Zelensky si insediava come presidente in Ucraina, succedendo a Petro Poroshenko. Molto è stato scritto sulla sua elezione e su come la popolazione ucraina si sia affidata ad una personalità distante dalla vita politica tradizionale. In occasione del primo anniversario della sua presidenza, è utile osservare quali obiettivi siano stati raggiunti dal Presidente, in particolare nelle relazioni tra Ucraina e Russia. Nella sua campagna elettorale, Zelensky promise all’Ucraina un cambio di rotta per il suo Paese, un allontanamento dalla stancante politica dettata dal nazionalismo e dal militarismo di Poroshenko. Uno degli obiettivi principali di Zelensky era quello di normalizzare i rapporti con la Russia e uscire dall’impasse diplomatico/militare nelle Repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, e ottenere ciò senza compromettere i rapporti con l’Occidente e gli Stati Uniti in particolare.

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Il primo faccia a faccia tra Zelensky e Putin si tenne nel novembre 2019 in occasione del “Formato Normandia”, quando i due presidenti discussero con Macron e Merkel della situazione nell’est dell’Ucraina. Il risultato fu il raggiungimento di un accordo nel quale veniva accettato uno scambio di prigionieri e veniva preso l’impegno di attuare il cessate il fuoco nel Donbass. Un ulteriore argomento di discussione del Formato Normandia ha riguardato l’indizione di nuove elezioni locali nel Donbass. La risoluzione era già stata considerata nell’Accordo di Minsk, ma Russia e Ucraina ancora non sono d’accordo sulla sequenza delle azioni da implementare, poiché per Mosca le elezioni si dovrebbero tenere prima della conclusione del conflitto, mentre per Kiev è importante riottenere il controllo della regione prima di organizzare le elezioni.

La differente interpretazione del conflitto nel Donbass, dunque, rimane una costante delle presidenze di Poroshenko e Zelensky, il quale finora non è riuscito ad ottenere grandi concessioni dalla Russia. Il fattore personale non deve venire sovrastimato; piuttosto è necessario porre attenzione sulla difficoltà che la politica ucraina trova nel tentativo di spingere il Paese al cambiamento.

Nonostante una sostanziale immutevolezza della situazione nel Donbass, Zelensky ha cercato di rapportarsi con Putin attraverso canali diversi. Uno di questi è rappresentato dal settore energetico: a dicembre 2019, Putin e Zelensky hanno negoziato un accordo sul transito del gas in territorio ucraino. Entrambe le parti hanno approvato alcune concessioni che hanno permesso di firmare un nuovo accordo il 20 dicembre scorso. Naftogaz, la compagnia ucraina che opera nel settore del gas, ha accettato la sottoscrizione di un accordo a breve termine, ovvero un contratto per il transito del gas limitato al solo 2020, in cui Naftogaz si impegna ad acquistare 65 miliardi di metri cubi di gas a prezzi simili a quelli offerti nei mercati europei (e non più a prezzi ridotti, come accadeva in precedenza). Gazprom si è impegnata a pagare quasi $3 miliardi in seguito alla decisione del Tribunale di Stoccolma che condannava la compagnia russa a risarcire Naftogaz per mancata fornitura di gas secondo i contratti stipulati.

Queste concessioni hanno stabilito un deciso passo in avanti nel recupero dei rapporti bilaterali. Non si può ancora parlare di conciliazione; tuttavia, il fatto che l’accordo sia stato firmato, oltre che dai rappresentanti di Russia e Ucraina, anche da Maroš Šefčovič, Vicepresidente della Commissione Europea, e che sia stato il Formato Normandia a portare a questo risultato rimette in gioco la possibilità per Occidente e Russia di stabilire relazioni normalizzate nel settore energetico.

L’intenzione del Presidente ucraino di negoziare direttamente con Putin riguardo le sanzioni dell’Occidente alla Russia (dunque, riguardo l’applicazione degli Accordi di Minsk) rientra negli obiettivi iniziali del suo mandato. Il problema per Zelensky è riuscire a relazionarsi con Mosca senza infastidire e allontanare i partner occidentali, Stati Uniti in primis. L’Ucraina ha aperto un’inchiesta per tradimento contro l’ex Presidente Poroshenko per le conversazioni tenute in passato con Joe Biden. Questa mossa è una mano tesa a Trump, un modo per confermare l’intenzione di Kiev di proseguire nell’avvicinamento al sistema occidentale. Nonostante ciò, la volontà di Zelensky di negoziare e normalizzare i rapporti con la Russia rappresenta un rischio che Washington vuole evitare. Gli Stati Uniti temono che il Cremlino possa recuperare influenza sul suo vicino, riportandolo ad essere un partner in bilico tra le due parti. Il Presidente ucraino in questo modo è riuscito a riportare l’attenzione delle cancellerie occidentali sul suo Paese.

Per riassumere, il primo anno in carica di Zelensky è stato caratterizzato da alcuni elementi che possono essere così elencati: la situazione in Donbass non ha registrato sviluppi di grande importanza, se non in parte rappresentati dalle negoziazioni tenute nel Formato Normandia di novembre scorso; il Presidente è riuscito ad ottenere la firma di un accordo per il transito di gas russo diretto in Europa occidentale che garantirà a Kiev introiti consistenti, ma limitati (per ora) al solo 2020; infine, il ruolo dell’Ucraina come oggetto di contesa si è rafforzato nell’ultimo anno, seppur in misura ridotta. In sostanza, Zelensky ha mantenuto alcune delle promesse fatte in campagna elettorale, ma le difficoltà che il Paese aveva un anno fa non sono scomparse durante il primo anno di mandato.

Gianmarco Donolato,
Geopolitica.info

Pace in Donbass: opportunità e rischi

La situazione in Ucraina sembrava in stallo da tempo. Il conflitto iniziato nel 2014 nell’Est del Paese tra i separatisti filorussi del Donbass e il governo centrale di Kiev ha provocato più di 13 mila vittime. Il dialogo che si era instaurato grazie agli accordi di Minsk del 2015 promossi dal, cosiddetto, Quartetto Normandia (Francia, Germania, Ucraina e Russia) si era presto esaurito nel 2016, non riuscendo ad implementare le misure concordate. Nel 2018, durante le elezioni in Donbass, la chiusura di Kiev nel disconoscere il risultato elettorale aveva inasprito l’impasse e si presagiva la possibilità di un’escalation delle tensioni nella regione. 

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Nel 2019 il dialogo si è riaperto, creando nuove possibilità per una distensione. Cos’è cambiato? L’avvento nella scena politica ucraina di  Volodymyr Zelensky, eletto presidente nell’aprile 2019 con il 73% dei voti; accompagnato dalla volontà del popolo ucraino di cambiamento, egli ha reso la soluzione pacifica alla crisi in Donbass il punto principale del suo programma elettorale.

In questo nuovo clima in cui Zelensky è sostenuto da un forte consenso interno e gode di una maggioranza assoluta in parlamento, Mosca si è dimostrata favorevole a riprendere le trattative, vedendo appunto nel nuovo presidente ucraino un interlocutore con cui poter raggiungere risultati concreti. Inoltre, la risoluzione del conflitto nelle regioni di Donetsk e Luhansk rientra negli interessi del Cremlino, il cui sostegno ai separatisti rappresenta un carico finanziarioaggravato ulteriormente dal peso delle sanzioni.

Progressi e difficoltà

Queste permesse si sono concretizzate nelle prime azioni della presidenza di Zelensky: infatti, a settembre 2019 il parlamento ucraino ha accettato il ritiro delle truppe da tre aree di confine e sottoscritto uno scambio di prigionieri. Tutto ciò ha reso possibile il primo incontro tra Putin e Zelensky, il 9 dicembre 2019 a Parigi in cui si è ribadita la necessità di stabilizzare la regioneTuttavia, quando la discussione concerne le modalità di risoluzione del conflitto, le posizioni sono varie e contrastatiInfatti, il presidente Zelensky si è detto favorevole alla cosiddetta “Formula Steinmeier” proposta nel 2016 dall’ex ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier con l’obiettivo di aggirare le dispute che impediscono l’implementazione dei secondi accordi di Minsk. In particolare, questi ultimi prevedono elezioni libere e la concessione da parte di Kiev dello “status speciale”, e quindi di più autonomia, alle regioni separatiste di Donetsk e Luhansk. 

Tuttavia, le parti coinvolte non concordano sull’ordine con cui queste procedure si dovrebbero implementare. Da una parte, Kiev teme che la concessione dello status speciale legittimerebbe l’attuale regime in Donbass, rafforzando ulteriormente il distacco del governo centrale. Dall’altra, Mosca e i separatisti sostengono la tesi opposta, chiedendo prima di tutto l’autonomia. La Formula Steinmeier prevede che lo status speciale di queste regioni venga attuato esattamente il giorno in cui si svolgeranno elezioni libere e democratiche secondo gli standard dell’OSCE. 

Il ritiro delle forze militari rimane comunque la prima azione necessaria in questa direzione, in quanto faciliterebbe un cessate il fuoco stabile e duraturo e permetterebbe lo svolgimento di libere elezioni. Tuttavia, questa operazione è molto problematica e controversa. Da una parte, Mosca dovrebbe ritirare truppe che non ha mai ammesso di avere sul campo; dall’altra i separatisti, scettici sul ritiro da parte di Kiev, preferiscono continuare a mantenere il controllo militare. 

L’accettazione della formula Steinmeier può rappresentare un’opportunità, ma anche un rischio per l’Ucraina. Da una parte, la mossa del neopresidente ucraino è abile: apre nuove possibilità per la pace e allo stesso tempo non danneggia la sovranità e la sicurezza di Kiev. 

Dall’altra, i sondaggi sulla popolarità del presidente cambiano molto quando si tratta dei compromessi necessari per la risoluzione della crisi. Infatti, Zelensky ha ricevuto molte critiche interne: mentre si trovava a Parigi con Putin, Merkel e Macron, migliaia di manifestanti si sono riuniti a Kiev per opporsi all’adesione alla formula Steinmeier e l’ala nazionalista più radicale lo ha definito traditore.

L’incontro di Parigi tra Putin e Zelensky non è quindi stato particolarmente proficuo, benché sia stato un primo passo per il dialogo. I temi più complessi (controllo dei confini, le condizioni di integrazione del Donbass e il disarmo) sono stati rimandati all’incontro di Berlino che si sarebbe dovuto tenere a marzo 2020, poi posticipato a causa del Covid19. Ciò nonostante, i negoziati stanno continuando, dimostrando la disponibilità politica delle parti. Infatti, l’11 marzo scorso il responsabile dell’Ufficio del presidente ucraino Andriy Yermak e il vicepresidente dell’amministrazione presidenziale della Federazione Russa Dmitry Kozak hanno firmato un protocollo promosso dall’OSCE, dalla Francia e dalla Germania. Esso contiene raccomandazioni non vincolanti per l’implementazione dei secondi accordi di Minsk del 2015: sono state definite ulteriori zone di confine da cui verranno ritirate forze militari e armamenti, l’apertura di due nuovi punti di entrata ed uscita lungo i 450 km di confine e l’impegno per un altro scambio di prigionieri. 

Prospettive future

Ulteriori provvedimenti, però, si potrebbero intraprendere per facilitare e rafforzare il dialogo. 

La presidenza ucraina dovrebbe elaborare una chiara strategia di comunicazione che spieghi pubblicamente in cosa consista la Formula Steinmeier e miri a ricostruire le relazioni e la fiducia della popolazione nelle regioni separatiste. Con queste premesse si potrebbe implementare il cessate-il-fuoco effettivo, attraverso precise regole e provvedimenti. Infatti, solo a marzo di quest’anno l’OSCE ha registrato più di 11 mila violazioni. Inoltre, sarà necessario che tutte le parti mantengano un impegno costante e credibile per continuare i negoziati degli accordi di Minsk promossi dal quartetto Normandia. 

A differenza di Zelensky che fin dalla campagna elettorale ha dichiarato come suo principale obiettivo politico la risoluzione della crisi, il Cremlino non lo ritiene un problema da risolvere a breve termine. Tuttavia, la stabilizzazione della regione porterebbe numerosi vantaggi per Mosca, sia dal punto di vista interno che estero. Un concreto impegno nel processo di pace in Donbass sarebbe un chiaro segnale anche nei confronti dell’Unione Europea, portando un miglioramento delle relazioni bilaterali. Verosimilmente Bruxelles potrebbe prendere in considerazione una revisione delle sanzioni attualmente in vigore nei confronti della Russia. Questo andrebbe anche a vantaggio di Putin da un punto di vista di politica interna. Le sanzioni infatti pesano sull’economia russa, già da lungo tempo in fase di stagnazione. A causa di questa situazione, Putin ha visto dimezzata la fiducia dei cittadini nei suoi confronti, che negli ultimi due anni è passata dal 59% del 2017 al 35% di gennaio 2020.

La necessità della risoluzione del conflitto russo-ucraino è condivisa da tutte le parti. Tuttavia, sono ancora molti i punti da discutere e definire, a cominciare dalle condizioni per il ritiro definitivo delle truppe. Inoltre, considerate le continue violazioni del cessate il fuoco, non sarà certamente facile trovare un accordo tra Kiev, Mosca e i separatisti filorussi; ma la ripresa del dialogo nel dicembre scorso ha aperto nuove possibilità per la stabilizzazione del Donbass.

Chiara Minora,
Geopolitica.info

Who is Who: Mikhail Mishustin

Nome: Mikhail Vladimirovic Mishustin
Nazionalità: Russa
Data di nascita: 3 marzo 1966
Ruolo: Primo Ministro del Governo della Federazione Russa

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Classe 1966 (54 anni), Mikhail Mishustin si forma nell’Università Statale di Tecnologia di Stankin, laureandosi nel 1989 e conseguendo successivamente due dottorati in materie economiche, manifestando una grande attenzione per i nascenti processi di digitalizzazione dei sistemi produttivi e di modernizzazione degli apparati amministrativi. Alla fine degli anni Novanta, nel 1998, viene nominato Vicedirettore del Servizio Tributario Federale e, a seguito della riorganizzazione del Governo nel 1999, diviene Viceministro con delega a tasse e tributi, partecipando al processo di consolidamento macroeconomico dello Stato sostenuto da Alexey Kudrin, il primo e più importante Ministro delle Finanze dell’era Putin. Nel 2004 è posto a capo dell’Agenzia Federale del Catasto e successivamente, nel 2006, dell’Agenzia Federale per la Gestione delle Zone Economiche Speciali. A seguito di tale esperienza, nel 2008 ritorna al settore privato al vertice del Gruppo UFC (OFG Invest), una società operante nel settore degli investimenti. Dopo due anni, nel 2010, ritornerà nell’amministrazione pubblica come Direttore del Servizio Tributario Federale, nel quale resterà per dieci anni fino alla nomina a Primo Ministro dopo le inaspettate dimissioni di Dmitrij Medvedev.

La sua nomina a Capo del Governo è giunta inaspettata tanto all’opinione pubblica russa quanto agli osservatori internazionali. Nel corso della sua carriera, come si è visto, ha ricoperto ruoli non di primo piano, dalle caratteristiche per lo più tecniche, mostrandosi un abile burocrate senza mai ricoprire incarichi squisitamente politici. Negli ultimi dieci anni, Mishustin ha consolidato la capacità di acquisizione delle tasse da parte del Servizio Tributario Federale, avviato un ampio processo di digitalizzazione della macchina amministrativa, migliorando così i rapporti con il settore imprenditoriale e consolidato l’uso dei pagamenti elettronici, si è inoltre distinto per un duro contrasto alla corruzione all’interno dell’apparato dello Stato, uno degli elementi che più ha compromesso la capacità del Governo russo di riscuotere i tributi dalle diverse entità della Federazione.

La nomina di figure dal profilo tecnico non è una novità assoluta per il Governo Russo, non solo negli anni di Eltsin ma anche, e soprattutto, dall’avvento di Vladimir Putin, gli incarichi economici, malgrado la loro evidente valenza politica, sono stati ricoperti da tecnici, dimostrando una naturale predisposizione della classe dirigente moscovita per figure competenti ma prive di un ampio supporto politico al di fuori del legame con il Presidente.

La scelta di un figura politicamente marginale ma tecnicamente competente può essere quindi interpretata in due modi: dato il processo di riforma costituzionale che verosimilmente sarà portato avanti nei prossimi mesi, la scelta di un premier politicamente non indipendente favorirà un riposizionamento della figura di Vladimir Putin in un ruolo influente senza dover apportare modifiche radicali al testo costituzionale o forzare le disposizioni contenute nella legge fondamentale dello Stato; alternativamente, analizzando il discorso pronunciato di fronte alla Duma, che il 16 gennaio ha confermato la nomina di Mishustin con una maggioranza schiacciante di 383 voti favorevoli e 41 astensioni ( principalmente dei deputati comunisti), il nuovo premier potrebbe essere la figura più adatta per avviare quelle riforme fondamentali per la modernizzazione della Russia al fine di rafforzarne la struttura economica, ancora oggi eccessivamente dipendente dall’esportazione delle risorse naturali e armamenti e non in grado di sostenere una crescita economica consolidata, nonché la capacità del settore privato di fornire capitali e innovazioni, fondamentali per un effettivo avanzamento dell’economia della Federazione.