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Who is Who: Mikhail Mishustin

Nome: Mikhail Vladimirovic Mishustin
Nazionalità: Russa
Data di nascita: 3 marzo 1966
Ruolo: Primo Ministro del Governo della Federazione Russa

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Classe 1966 (54 anni), Mikhail Mishustin si forma nell’Università Statale di Tecnologia di Stankin, laureandosi nel 1989 e conseguendo successivamente due dottorati in materie economiche, manifestando una grande attenzione per i nascenti processi di digitalizzazione dei sistemi produttivi e di modernizzazione degli apparati amministrativi. Alla fine degli anni Novanta, nel 1998, viene nominato Vicedirettore del Servizio Tributario Federale e, a seguito della riorganizzazione del Governo nel 1999, diviene Viceministro con delega a tasse e tributi, partecipando al processo di consolidamento macroeconomico dello Stato sostenuto da Alexey Kudrin, il primo e più importante Ministro delle Finanze dell’era Putin. Nel 2004 è posto a capo dell’Agenzia Federale del Catasto e successivamente, nel 2006, dell’Agenzia Federale per la Gestione delle Zone Economiche Speciali. A seguito di tale esperienza, nel 2008 ritorna al settore privato al vertice del Gruppo UFC (OFG Invest), una società operante nel settore degli investimenti. Dopo due anni, nel 2010, ritornerà nell’amministrazione pubblica come Direttore del Servizio Tributario Federale, nel quale resterà per dieci anni fino alla nomina a Primo Ministro dopo le inaspettate dimissioni di Dmitrij Medvedev.

La sua nomina a Capo del Governo è giunta inaspettata tanto all’opinione pubblica russa quanto agli osservatori internazionali. Nel corso della sua carriera, come si è visto, ha ricoperto ruoli non di primo piano, dalle caratteristiche per lo più tecniche, mostrandosi un abile burocrate senza mai ricoprire incarichi squisitamente politici. Negli ultimi dieci anni, Mishustin ha consolidato la capacità di acquisizione delle tasse da parte del Servizio Tributario Federale, avviato un ampio processo di digitalizzazione della macchina amministrativa, migliorando così i rapporti con il settore imprenditoriale e consolidato l’uso dei pagamenti elettronici, si è inoltre distinto per un duro contrasto alla corruzione all’interno dell’apparato dello Stato, uno degli elementi che più ha compromesso la capacità del Governo russo di riscuotere i tributi dalle diverse entità della Federazione.

La nomina di figure dal profilo tecnico non è una novità assoluta per il Governo Russo, non solo negli anni di Eltsin ma anche, e soprattutto, dall’avvento di Vladimir Putin, gli incarichi economici, malgrado la loro evidente valenza politica, sono stati ricoperti da tecnici, dimostrando una naturale predisposizione della classe dirigente moscovita per figure competenti ma prive di un ampio supporto politico al di fuori del legame con il Presidente.

La scelta di un figura politicamente marginale ma tecnicamente competente può essere quindi interpretata in due modi: dato il processo di riforma costituzionale che verosimilmente sarà portato avanti nei prossimi mesi, la scelta di un premier politicamente non indipendente favorirà un riposizionamento della figura di Vladimir Putin in un ruolo influente senza dover apportare modifiche radicali al testo costituzionale o forzare le disposizioni contenute nella legge fondamentale dello Stato; alternativamente, analizzando il discorso pronunciato di fronte alla Duma, che il 16 gennaio ha confermato la nomina di Mishustin con una maggioranza schiacciante di 383 voti favorevoli e 41 astensioni ( principalmente dei deputati comunisti), il nuovo premier potrebbe essere la figura più adatta per avviare quelle riforme fondamentali per la modernizzazione della Russia al fine di rafforzarne la struttura economica, ancora oggi eccessivamente dipendente dall’esportazione delle risorse naturali e armamenti e non in grado di sostenere una crescita economica consolidata, nonché la capacità del settore privato di fornire capitali e innovazioni, fondamentali per un effettivo avanzamento dell’economia della Federazione.

Crisi dei rapporti russo – israeliani?

L’abbattimento del Il-20 da ricognizione lo scorso 17 settembre è stato un evento grave. Dopo la perdita di un aereo e soprattutto di 15 militari la postura russa nel teatro siriano non poteva non cambiare. Putin ha smorzato i toni dopo la prima furente dichiarazione del ministro Shoigu ma nonostante le migliori intenzioni del presidente si è verificata una rottura tra Russia e Israele. Su Rossija 1, tv di stato moscovita, si reputano insincere e non convincenti le giustificazioni israeliane. L’area già travagliata dalla guerra civile rischia ora di divenire lo scenario di un confronto russo-israeliano che si era cercato per anni di evitare.

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La risposta del Generale

La realtà nel teatro siriano è molto complessa. Israeliani, statunitensi, francesi e inglesi hanno dato prova di poter colpire ovunque con armi stand-off senza timore di ritorsioni. Il Generale Sergei Kuzhugetovich Shoigu, ministro della difesa della Federazione Russa, ha deciso di modificare gli equilibri di teatro giustificandosi con la recente perdita. Non vi sono dubbi riguardo l’appoggio presidenziale alle iniziative dei militari ma Putin ha scelto di non farsi carico personalmente, almeno a livello d’immagine, di tali responsabilità. La prima e più immediata mossa, è stata procedere al jamming dei radar, dei sistemi di navigazione e di comunicazione satellitare di qualsiasi velivolo, che si trovi nello spazio aereo siriano o nel Mediterraneo nord orientale diretto ad effettuare strike in Siria. Non bisogna sottovalutare l’importanza di questa misura di guerra elettronica infatti le forze russe possono limitare molto l’efficacia delle aviazioni alleate grazie a questo strumento. Di gran lunga più importante a livello strategico è però la concessione ad Assad del sistema S-300.  Il complesso missilistico è tecnologicamente allo stato dell’arte e garantisce la difesa anti-aerea e anti-missile a lungo raggio. Secondo il ministro della difesa di Mosca i siriani sono equipaggiati con il sistema di controllo fuoco e identificazione friend/foe attualmente in uso nelle unità russe e mai esportato prima. Tale gesto è una rarità nella condotta di affari all’estero da parte di Mosca che ha spesso venduto armamenti ad uno standard tecnologico inferiore, e a volte di molto, a quello delle proprie forze armate. Già i complessi anti-aerei Pantsir S1 per la difesa a corto raggio avevano aumentato le capacità difensive di Damasco ma ora con un sistema tanto potente e avanzato gli si permette non solo di contrastare sciami di missili cruise ma anche di colpire aerei nemici a grande distanza. Shoigu ha concluso il suo breve secondo comunicato dicendosi fiducioso che le misure prese contribuiranno a tenere più al sicuro il personale militare russo calmando le “teste calde”, non lasciando dubbi sul destinatario.

Uno scacco a Israele?

Quali sono le reali prestazioni degli S-300? Capaci di colpire aerei e missili nemici a più di 240 km una batteria schierata nei pressi di Damasco potrebbe ingaggiare bersagli ben oltre Nazareth, il lago di Tiberiade in quasi tutto il nord di Israele. Per la IAF il cielo siriano non sarebbe più un’area di semi-libero sorvolo e strike ma piuttosto proprio gli aerei con la stella di Davide verrebbero individuati e potenzialmente abbattuti ben al di qua dei propri confini nazionali. Limitazioni operative totalmente inaccettabili per lo stato ebraico. Il 10 febbraio scorso si verificò l’abbattimento di un F-16 israeliano da parte della contraerea siriana, in tale occasione il ministro della difesa di Israele, Avigdor Lieberman, aveva dichiarato: “Se qualcuno spara ai nostri aerei noi li annienteremo”. Parole che vennero seguite da una notte di raid israeliani in tutta la Siria, particolarmente importanti furono le missioni di Suppression of Enemy Air Defences (SEAD). Eventi che visti in prospettiva fanno prevedere un’automatica e soverchiante risposta nel caso aerei israeliani vengano nuovamente ingaggiati dai siriani. Gli F-35 potrebbero essere la migliore risorsa di Israele contro gli S-300 in virtù della loro quasi nulla tracciabilità radar ma le missioni di SEAD sono sempre molto rischiose e con l’elettronica disturbata dai russi tali costosissimi aerei verrebbero a trovarsi in seria difficoltà.

Cosa può succedere

John Bolton, National Security Advisor di Trump, ha definito la consegna ai siriani del sistema russo una “significant escalation”. Uno scontro è possibile, se non probabile, e Mosca sa di non poterselo permettere, per quanto concerne la scarsa capacità russa di alimentare un grande sforzo all’estero. Consegnare armi tanto potenti ad un attore come Assad sembra dunque una mossa folle. Un precedente storico potrebbe però fornire una chiave di lettura degli eventi così da non lasciarsi ingannare dalle apparenze. Durante la guerra d’attrito, 1967-1970, erano i “consiglieri” sovietici ad azionare i radar e i missili dell’esercito egiziano. Uno stratagemma che potrebbe rivelarsi altrettanto efficace al giorno d’oggi. Il Cremlino dunque controllerebbe direttamente gli S-300, decidendo quando e se ingaggiare gli aerei alleati ma assicurandosi allo stesso tempo la possibilità di negare il proprio coinvolgimento nell’azione e scaricando ogni responsabilità sui male addestrati siriani già colpevoli per l’abbattimento dell’Il-20. Non vi sono dubbi sulla pericolosità di un tale approccio da parte di Mosca infatti per quanto i missili si trovino già in Siria passerà ancora del tempo prima che diventino operativi.
I leader dei due paesi sanno che per i rispettivi interessi strategici è vitale non ostacolarsi vicendevolmente e in ultima analisi risulta più probabile che la mossa russa sia volta a ristabilire la propria autorevolezza e non a sgretolare i buoni rapporti con Israele. È infatti vitale per il Presidente Putin mantenere alta la credibilità delle proprie forze armate soprattutto nel teatro siriano dove da esse dipende il mantenimento al potere di Bashar al-Assad. Per Netanyahu è invece necessario lo spazio aereo di Damasco per colpire gli iraniani e le loro basi nel paese, da qui la volontà reciproca di arrivare a “colloqui in tempi brevi” come annunciato negli ultimi giorni.

VIII International Gas Forum di San Pietroburgo

Si è chiuso ieri l’VIII International Gas Forum di San Pietroburgo, una delle principali convention mondiali sul tema, in particolare perché viene utilizzata dal colosso russo Gazprom come una tribuna dalla quale snocciolare dati e lanciare nuovi progetti. Quest’anno a tenere banco è una notizia molto significativa sotto il profilo geopolitico: nonostante le sanzioni, le forniture di gas naturale russo ai paesi dell’Unione Europea continuano a crescere senza sosta.

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Secondo quanto riferito dal presidente di Gazprom e viceministro dell’Energia della Federazione Russa, Aleksej Borisovic Miller, nel discorso tenuto al Forum, nel 2017 i volumi di fornitura del gigante russo al mercato europeo hanno raggiunto i 194,4 miliardi di metri cubi, con una crescita rispetto all’anno precedente dell’8,4%. Anche l’anno in corso segnerà un’ulteriore crescita, pari almeno al 6%, che farà segnare un nuovo record. “Parliamo di una fornitura – ha spiegato Miller – di oltre 200 miliardi di metri cubi. Cosa significa? Significa che ci avvicineremo alla soglia di 205 miliardi, ovvero il volume massimo di fornitura previsto dai nostri contratti in essere”. Ma non è tutto, perché la previsioni dicono che la domanda di gas russo aumenterà ulteriormente nei prossimi anni, anche in ragione del processo di de-carbonizzazione in atto a livello mondiale, e soprattutto in Europa, che ha reso il GNL la fonte energetica più conveniente nel rapporto tra costi e livello di inquinamento prodotto.

I numeri di Miller spiegano l’attacco rivolto da Trump alle Nazioni Unite contro la Germania, accusata di essere sempre più dipendente da Mosca sotto il profilo energetico: il presidente americano vorrebbe infatti indirizzare il mercato europeo verso lo shale gas statunitense, che però presenta l’inconveniente di essere particolarmente costoso. Addirittura il 30% in più secondo alcune stime.

E qui arriviamo al vero nodo geopolitico della questione: il North Stream 2. Secondo quanto riferito da Miller, negli ultimi 12 mesi il carico dell’attuale North Stream ha superato del 7% la capacità originariamente prevista per l’infrastruttura (59 miliardi di metri cubi, invece dei 55 previsti).

Sono queste le ragioni che spingono a realizzare a ogni costo il raddoppio del gasdotto (che raggiungerà un volume di carico di 110 miliardi di metri cubi). L’opera costerà 9,5 miliardi di euro, metà dei quali arriveranno da Gazprom, l’altra metà dai suoi partner europei: la francese Engie, l’austriaca OMV, la Royal Dutch Shell e la tedesca Uniper & Wintershall. Proprio l’ad di OMV, Rainer Seele, ha spiegato ai partecipanti del forum che 50 km della sezione offshore dell’infrastruttura sono già stati realizzati nelle acque finlandesi e tedesche, mentre manca solo l’assenso della Danimarca, previsto per l’anno prossimo. Per l’Italia si tratta di uno smacco strategico incalcolabile. Le sanzioni causate dal conflitto ucraino hanno infatti pregiudicato il progetto South Stream, concorrenziale alla pipeline baltica e fatto sfumare una straordinaria occasione a disposizione del nostro paese e degli stati balcanici. Taglienti le parole di Putin che un paio di giorni fa, in una conferenza stampa congiunta con il cancelliere austriaco Sebastian Kurtz a Mosca, ha stigmatizzato la decisione del governo bulgaro “di abbandonare il progetto a causa delle pressioni straniere, venendo meno alla difesa dei propri interessi nazionali”, quantificati in 400 milioni di euro annui in cambio del semplice passaggio del gasdotto sul suo territorio nazionale. Non sorprende, quindi, l’annuncio del presidente di Banca Intesa Russia, Antonio Fallico, di voler partecipare al finanziamento del North Stream 2, considerato altamente remunerativo. Soldi che invece di prendere la via del Baltico avrebbero potuto rimanere nel Mediterraneo se il progetto South Stream non fosse stato cancellato.

La scommessa di Putin

Dal 2014 stiamo assistendo ad un sempre crescente interventismo russo, l’annessione della Crimea e l’intervento in Siria hanno dimostrato al mondo che le forze armate della Federazione Russa sono perfettamente in grado di portare a termine qualunque compito. Le due maestose esercitazioni che si sono svolte in questi giorni sembrano confermare questa tesi ma è davvero così?

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Grandi manovre in Asia

Nel 2018 è l’Asia centrale il teatro dell’esercitazioni stagionali. In “Vostok 2018”, sono stati impegnati i distretti militari meridionale e centrale a partire dall’11 settembre, schierando più di 300.000 militari federali con 1.000 aerei e 36.000 veicoli blindati, un numero non precisato di alleati mongoli e soprattutto 3.200 soldati cinesi. Vastissimi preparativi hanno permesso che si svolgesse il più grande wargame dai tempi del Maresciallo Ogharkov e dal suo “Zapad ‘81”. Gli osservatori stranieri hanno potuto osservare grandi concentrazioni di artiglieria ed elicotteri che aprono la strada ad attacchi di sfondamento operati da forze corazzate su scala ben maggiore rispetto a “Zapad ‘17” dello scorso anno. Lo stato maggiore russo dando prova di poter manovrare efficacemente con una tale massa di uomini, carri, cannoni, sistemi missilistici, elicotteri e aerei in sinergia con un alleato tanto importante lancia un monito per tutta l’area ex-sovietica ma anche per la NATO. La Russia può e vuole dimostrare di contare in Asia centrale, almeno sul piano delle capacità militari.

Finalmente un mare caldo

La marina ha un obiettivo ancora più ambizioso, consolidare la presenza russa nel Mediterraneo orientale attraverso una dimostrazione di forza. Le manovre navali svolte hanno coinvolto 25 navi, 30 aerei e unità di fanteria di marina. L’unità flagship della flottiglia mediterranea è stata l’incrociatore Marshal Ustinov, costruita ai tempi dell’URSS. Vanta una dotazione missilistica anti-nave e anti-aerea di considerevole potenza, frutto di un upgrade che ha visto importanti lavori di ammodernamento. Gli otto complessi di S-300F di cui è armata insieme ai suoi radar ne fanno il cardine per la difesa aerea di quella sottile striscia di territorio siriano che affacciandosi sul mare è così importante a livello strategico. Nel suo insieme un tale numero di navi e aerei garantiscono elevate capacità di early warning, surveillance e target acquisition, che integrata con le batterie di S-400 a terra e i satelliti permettono di controllare l’intero spazio aereo del Mediterraneo nord-orientale. Israele, Cipro e la Turchia, saranno probabilmente le direttrici da cui la marina di Mosca si addestrerà a contrastare una minaccia diretta contro Damasco. Un mare stretto però non è adatto a vaste manovre navali di una flotta oceanica. Le dimensioni del Marshal Ustinov e ancora più quelle del Pyotr Velikiy, il più grande incrociatore missilistico del mondo che ha fatto parte dell’intervento in Siria nel 2015, vanno a loro discapito in quanto qualunque unità NATO è in grado di localizzarle a mezzo sonar. Le particolari caratteristiche oceanografiche del Mediterraneo lo rendono invece ideale per i sottomarini diesel-elettrici e il Krasnodar ha dimostrato nel 2017 quanto siano all’avanguardia i russi nella costruzione di tali economiche unità. L’area prescelta è stata limitatissima e ha consentito di osservare da vicino le esercitazioni e i sistemi in azione molto più facilmente di quanto si possa fare nel mare di Barents, tradizionale area addestrativa della flotta del Nord.  L’inizio della battaglia per Idlib non può essere una coincidenza, piuttosto sarebbe credibile un notevole coinvolgimento russo nell’abbattimento di eventuali sciami di missili cruise alleati contro Assad.

Ma allora l’orso è tornato?

Cerchiamo di fare chiarezza. Sarebbe miope sottovalutare gli sforzi che la Federazione Russa e il suo presidente Vladimir Putin stanno facendo per promuovere un’immagine di forza a livello globale. I recenti interventi hanno dimostrato un netto incremento delle capacità russe nell’ultimo decennio ma non bisogna farsi ingannare dalla maskirovka. Le manovre di questi giorni sono l’ennesimo tentativo di celare la propria debolezza dietro una grande forza quasi solo apparente. Il paese ora più che mai è incapace di promuovere sforzi out of area soprattutto per tempi lunghi. Se osserviamo da vicino l’annessione della Crimea ci accorgiamo che non ci sono state operazioni di combattimento e che la vittoria è stata ottenuta grazie alla temerarietà della leadership politica e militare. Nel conflitto ucraino hanno combattuto principalmente i separatisti e comunque non vi è stato il massiccio intervento corazzato visto in Georgia nel 2008. In Siria vi sono state unità russe ingaggiate in combattimenti ma su piccola scala prediligendo invece il close air support alle forze governative, l’uso di forze speciali e missioni di bombardamento su obiettivi strategici. La capacità di proiezione all’estero è indubbiamente molto limitata se paragonata a quella statunitense che secondo la National Security Strategy di Trump è e dovrà rimanere soverchiante rispetto a qualunque avversario. La Russia non ha superato i suoi problemi endemici così come non è riuscita a rilanciare la sua economia, il PIL permette di comprendere come il paese non abbia quasi nessuna possibilità di alimentare uno sforzo all’estero di grandi proporzioni. Ulteriore conferma della debolezza russa sono i nuovi sofisticatissimi sistemi quali il SU-57 e la piattaforma Armata che rimangono in disponibilità limitatissime per mancanza di fondi. La vendita di armi e sistemi all’estero se consentono di andare avanti con la R&D non sono in grado di finanziare un massiccio riarmo. Valutando attentamente le capacità russe si comprende però come siano adeguate agli obiettivi politici fin ora stabiliti. Armamenti sovietici aggiornati combinati con poche modernissime armi sono in grado di garantire una rapida vittoria sull’Ucraina o su qualunque stato ex-sovietico perciò in binomio con il più vasto deterrente nucleare oggi esistente consentono una politica opportunistica fatta di rapidi ed efficaci balzi che il presidente Putin ha dimostrato di saper manovrare egregiamente. La Russia non è relegata al ruolo di potenza regionale come definita da Obama nel 2014, e grazie agli exploit degli ultimi anni, di cui nessuno la riteneva capace, ha rotto il suo isolamento. Il più grande paese del mondo costituisce la maggiore minaccia militare agli Stati Uniti, in virtù delle sue capacità convenzionali e nucleari, ma Mosca oggi ben lontana dai fasti dell’URSS non è una super potenza in grado di rivaleggiare per l’egemonia mondiale.

Questo articolo è risultato vincitore del concorso “10k follower”.

Cosa è successo ieri in Siria

Alta tensione in Siria: nella notte bombardamenti su diversi target nella zona di Latakia. Abbattuto un aereo russo per errore dalla contraerea siriana. Tutto questo dopo che Erdogan e Putin, a Sochi, avevano trovato un accordo per evitare un’offensiva militare su Idlib.

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La giornata di ieri, 17 settembre, era iniziata con una notizia distensiva per la Siria. A Sochi, nella residenza estiva di Putin, il leader russo e il presidente turco Erdogan si sono incontrati per trovare una soluzione per la provincia di Idlib. Durante il trilaterale di Teheran del 7 settembre, che aveva coinvolto Russia, Turchia e Iran, era proprio il presidente turco che più di tutti aveva spinto affinché venisse evitata una campagna militare sulla provincia siriana: Erdogan temeva una nuova ondata di profughi nel proprio paese, che già ospita circa 3 milioni di siriani.
Durante l’incontro di ieri il leader turco è riuscito ad evitare la temuta offensiva militare: Russia e Turchia hanno presentato un piano diplomatico che prevede la creazione di una zona smilitarizzata profonda circa 20 chilometri, che interesserà gran parte della provincia di Idlib. La zona cuscinetto dovrà essere istituita entro il 15 ottobre: porterà al ritiro di tutti i combattenti considerati “radicali” e al “ripiegamento di tutti gli armamenti pesanti nella zona”. La gestione della sicurezza delle operazioni sarà affidata a gruppi mobili di contingenti turchi e alla polizia militare russa.
“Sono convinto che con questo accordo abbiamo evitato una grave crisi umanitaria a Idlib”, ha affermato Erdogan a margine dell’incontro.
Un accordo che soddisfa entrambe le parti: la Russia non si esporrà, nel breve termine, in un conflitto che rischia di attirare le critiche di gran parte della comunità internazionale, dato l’alto numero di civili presenti nell’area; la Turchia scongiura il rischio della nuova ondata di profughi a ridosso dei propri confini. Anche la Siria e l’Iran, spettatori interessati dell’incontro, possono ritenersi soddisfatti: l’alto numero di combattenti sparso nella provincia di Idlib, diviso tra milizie jihadiste e oppositori di Assad, avrebbe potuto tramutare l’offensiva militare in una campagna lunga diverse settimane, e ad alto rischio di perdite. Non a caso il ministro degli esteri iraniano Zarif ha dichiarato di aver accolto con favore l’accordo russo-turco su Idlib.
Al momento Assad dovrà rinunciare a riconquistare la cosiddetta “ultima provincia nemica”: il rapporto tra la Russia e la Turchia, paese Nato che si sta allontanando da Washington, per Putin vale più della provincia siriana.

La distensione del pomeriggio è durata poco: gli eventi mutevoli, a cui lo scenario mediorientale ci ha spesso abituato, hanno preso una piega inaspettata nella notte.
4 F-16 israeliani hanno colpito diversi obiettivi nei pressi di Latakia: il ministero della difesa israeliano ha diramato un comunicato spiegando che gli obiettivi erano strutture dell’esercito siriano nelle quali si confezionavano armi destinate a Hezbollah tramite l’Iran. Durante l’attacco nella notte, il sistema di difesa S-200 siriano ha colpito per errore un aereo da ricognizione russo che si trovava nella zona. Il ministero della difesa russo ha denunciato “l’azione irresponsabile di Israele” come causa della tragedia aerea. Israele ha avvertito dell’attacco con gli F16 contro siti siriani con un solo minuto di anticipo, “non assicurando agli aerei russi il tempo necessario di mettersi in sicurezza”. Sempre secondo il ministero della difesa russo i piloti israeliani avrebbero usato l’aereo russo come copertura, facendolo apparire come target alle forze siriane di difesa aerea. Avendo una sezione radar molto più grande degli F-16 è stato abbattuto da un missile del sistema S-200 siriano. Nella mattinata è stato convocato d’urgenza l’ambasciatore israeliano dal ministero degli esteri russo, per riferire dell’abbattimento dell’aereo e dell’operazione militare di Israele. 
Poche ore dopo è direttamente Putin ad abbassare i toni durante una conferenza stampa, bollando i fatti della notte come “il risultato di una catena di tragici errori”.
Il ministero della difesa israeliano ha nel frattempo diramato un comunicato ufficiale, nel quale mostra cordoglio alle vittime militari russe e accusando Damasco dell’abbattimento.
Una delle possibili azioni che Putin potrebbe intraprendere è quella di aumentare le risorse militare nelle basi nei pressi di Latakia: al momento non si hanno conferme, bisognerà attendere i prossimi giorni.
Sempre nella notte fonti russe hanno registrato il lancio di cruise dalla fregata francese “Auvergne”: Parigi nega ogni coinvolgimento.
La partita siriana è ancora aperta.