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Il sistema internazionale post-moderno: un mondo di paradossi

La complessità del sistema internazionale attuale pone allo storico del diritto internazionale e delle relazioni internazionali l’ingrato e spinoso interrogativo di una possibile periodizzazione, tra un sistema internazionale moderno e la sua veste attuale (post-moderno), tra un prima e un dopo, tra un’età che si è conclusa contrassegnata da elementi peculiari e irripetibili e una età in corso ricca di contraddizioni e fratture (oltre che continuità) rispetto al passato.

Il sistema internazionale post-moderno: un mondo di paradossi - Geopolitica.info

Va sottolineato, però, che il sistema internazionale postmoderno è storia vivente, che si muove, si trasforma percorsa da una continua dinamica interiore, e segnata da un’intensa mobilità, da un lato, e da processi lenti e faticosi, dall’altro. Insomma, un sistema ancora da definirsi. Nonostante ciò all’occhio attento dello storico non sfuggono elementi di discontinuità e di paradossalità caratterizzanti la Global Society a partite dal secondo dopoguerra.

Il sistema internazionale moderno è generalmente conosciuto come “sistema Westfaliano”: dalla pace di Vestfalia del 1648 la società internazionale è stata costituita esclusivamente da entità politiche sovrane di tipo statuale, prima solo europee, poi occidentali con la nascita degli Stati Uniti d’America.

Sino alla vigilia della Prima guerra mondiale, Europa e Stati Uniti d’ America hanno formato l’unica comunità internazionale possibile ai loro occhi, basata su un diritto e una coscienza giuridica comuni. La convinzione delle proprie superiorità civili e religiose ha escluso la partecipazione attiva nella Global Society di altre realtà extra-occidentali, seppur auspicando un possibile, ma futuro, universalismo. Anche il diritto internazionale, che si andava formando, si è presentato come un diritto prodotto esclusivamente dalle e per le nazioni civili occidentali.

Ma il trattato di San Francisco del 26 giugno 1945 e gli eventi che ne hanno fatto seguito hanno riscritto l’organizzazione della società internazionale. Da quel momento appaiono all’orizzonte una serie di elementi di discontinuità rispetto al sistema internazionale moderno. Elementi di discontinuità individuabili nel frapporsi all’interno delle relazioni internazionali di soggettività nuove, di diversi modi di competitività tra essi nonché di distribuzione geografica e settoriale del potere qualitativamente differente.

In primo luogo, alla natura prettamente eurocentrica della società internazionale, si sostituisce finalmente una natura realmente universale. Non è più il Vecchio continente a dettare le regole dell’esistenza e dell’accesso alla società internazionale. Ma non è più nemmeno l’Occidente: alla potenza economica, politica e culturale degli Stati Uniti, quali eredi della civiltà europea, si contrappone una nuova realtà politico-culturale come la Russia. Non solo. Il completamento del processo di decolonizzazione ha comportato l’emergere di realtà statuali nuove che aspirano a divenire protagonisti della comunità internazionale. Il modello statuale, nella sua veste più perfetta di stato costituzionale, si afferma e si miticizza. Non a caso, si calcola che dal 1950 ad oggi il numero di stati abbia superato i 190. In ciò si manifesta il primo paradosso del sistema internazionale postmoderno: la maggior parte di essi sono stati creati per essere fulcri di influenza di potenze straniere, di essere oggetto di controllo indiretto (soprattutto economico e finanziario) delle vecchie madrepatrie coloniali.

Ancora, a fronte della inedita affermazione moderna della centralità statuale e della sovranità decisionale, anche in forme estreme di formalismo normativo, si constata la attuale rinuncia progressiva alla sovranità decisionale tanto in situazioni di normalità politica quanto in tempo di eccezionalità. Tale rinuncia ha ad oggetto sia politiche interne (anche di rilevanza notevole per la sopravvivenza stessa delle unità statuali, come la politica monetaria, basti pensare all’UE) sia la politica estera (es. i sistemi di allerta di difesa collettiva dell’OSCE). Insomma, viene superata la tradizionale distinzione tra esterno e interno, tra realtà internazionale e politica interna: molteplici atti normativi interni finiscono con il costituire attuazione di volontà altre ed esterne rispetto al governo nazionale. L’entità statuale si scioglie, infatti, progressivamente in entità superiori, quali le Organizzazioni Internazionali.  Queste ultime concorrono con gli Stati, o spesso sostituendosi ad essi, nella definizione del volto del diritto internazionale e della relativa comunità. Ecco il secondo paradosso.

Ma a realtà macro, come le organizzazioni internazionali, si contrappongono nell’agone globale, entità micro come popoli, minoranze e gruppi protetti più o meno territorialmente collegate o gruppi terroristici totalmente privi di legami territoriali. Anche la figura dell’individuo singolo riemerge all’interno di un dibattito che, in realtà, dalla seconda metà dell’800 (con P. Fiore) non si era mai sopito. La società internazionale moderna è stata una società prettamente di stati perché progressivamente dal terreno del potere e dell’uso legittimo della forza sono rimasti esclusi i soggetti privati (basti pensare alle riflessioni di A.Gentili, prima, e di E. Vattel, poi). Nel sistema internazionale postmoderno il soggetto privato riacquista una rilevanza, prima come persona umana e, poi, come operatore economico. A partire dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948 si è rivalutata la natura etica dei rapporti tra comunità internazionale e individui; e il diritto internazionale si è dovuto rivestite di quella morale che aveva tentato di perdere, mediante un processo di positivizzazione, nel massimo fiorire del periodo precedente. Gli Stati si ritrovano, così, costretti a operare in qualità di mandatari degli individui/popoli che rappresentano (centrali, in merito, sono le considerazioni di M. Walzer).  Non solo. Stati e individui concorrono competitivamente tra loro ogniqualvolta siano portatori di interessi di egual natura (es. economici, finanziari) ma contrapposti. E’ quanto ha reso evidente la trans-nazionalizzazione delle attività produttive e commerciali, c.d. globalizzazione. Attori privati del rango di multinazionali, società finanziarie internazionali, società di rating, law firms e entità statuali si contendono capitali, titoli di debito, risorse energetiche e zone di influenza su paesi e aree geografiche più o meno sviluppate (a riguardo, tra gli altri M. R.Ferrarese, F. Galgano e S. Sassen). Ecco il terzo paradosso

La compressione, dunque, dello spazio globale ha condotto i tradizionali protagonisti della comunità internazionale a dividersi o contendersi porzioni di autorità con soggetti privati a colpi di norme giuridiche, gius-internazionalistiche, di prassi mercantili consolidate e di golden share. Ma soprattutto ha manifestato una perdita di autorevolezza e di capacità reattive degli Stati, chiamati sempre più spesso a recepire, in maniera pedissequa, come norme interne prassi contrattuali commerciali unilateralmente prodotte (pungenti sono le osservazioni in merito operate da V. Roppo e E. Capobianco).

D’altronde, il multilateralismo che aveva condotto nei primi decenni del dopoguerra alla creazione di molteplici organismi di coordinamento internazionale, si è sopito a fronte di un inarrestabile bilateralismo serpeggiante tra tutti i membri della comunità (si veda tra gli altri H.Bull, A. Watson, A.Colombo). Membri differenti e multipli, tali da far profilare un ineludibile cosmopolitismo che, però, paradossalmente, nella realtà dei fatti sembra tradursi in una inevitabile frammentazione futura della Global Society.

 

 

 

 

 

Ruanda: un genocidio geopolitico

Il 6 aprile del 1994 in Ruanda si scatena l’inferno. Poi seguiranno 100 giorni di massacri, stupri e violenze di ogni tipo ai danni dei tutsi e degli hutu moderati. Il pretesto, forse tanto atteso dagli estremisti hutu, fu l’abbattimento dell’aereo e la conseguente morte del presidente ruandese Juvenal Habyarimana (di etnia hutu), al potere dal 1973. Con lui morì anche il presidente del Burundi, entrambi di ritorno dai colloqui di pace in Tanzania. Fino a oggi non è stata ancora appurata la responsabilità dell’attentato.Le ipotesi sono sostanzialmente due: chi crede che siano stati gli estremisti hutu (facenti parte del circolo ristretto della moglie del presidente del Ruanda, Agathe) e chi invece incolpa i ribelli tutsi del RPF (Rwanda Patriotic Front), allora comandati dall’attuale presidente ruandese, Paul Kagame.

Ruanda: un genocidio geopolitico - Geopolitica.info Fonte: Internazionale.it

Torniamo un po’ indietro.

Il Ruanda fece il suo ingresso nella sfera politica europea alla fine dell’Ottocento, precisamente nel 1897, quando la Germania di Guglielmo II entrò in possesso del regno (comprendeva anche il moderno Burundi). I tedeschi vi trovarono un regno molto organizzato con a capo un re tutsi, che i nativi chiamavano mwami. Era considerato dal popolo un semi-dio.

La popolazione era divisa in due gruppi: i tutsi e gli hutu. I primi allevavano il bestiame e i secondi coltivavano la terra. Questi due gruppi non erano statici, ma in virtù delle proprie capacità potevano cambiare. Infatti non era raro che un hutu fosse allevatore e un tutsi agricoltore. I nuovi arrivati non tardarono a individuare i tutsi come l’élite del luogo. Li appoggiarono e gli consentirono di rafforzare il proprio potere a discapito degli hutu. I tutsi furono aiutati in questo da una teoria ripresa dall’esploratore inglese, del XIX secolo, John H. Speke, che ebbe la fortuna di “scoprire” il lago Vittoria e le sorgenti del Nilo. Egli, nel 1863, formulò la teoria secondo la quale i tutsi fossero in realtà i discendenti del re David, e di conseguenza li considerava una tribù caucasica di origini etiope; mentre identificava gli hutu come la classica tribù negroide e sottosviluppata. Questo pensiero attecchì anche con i tedeschi. I tutsi erano considerati aristocratici, alti, belli con fisici slanciati, pelle non molto scura, labbra sottili e naso stretto e appuntito; mentre gli hutu erano rozzi, bassi con corporatura tozza, pelle scura e naso schiacciato.

Dopo la Prima guerra mondiale, il Belgio amministrò il regno di Ruanda-Urundi al posto della Germania sconfitta. Con la dominazione belga la situazione tra le due “etnie” diventò sempre più insostenibile, scavando tra loro un solco sempre più profondo e incolmabile. Nel 1933 i belgi introdussero le carte d’identità etniche e continuarono ad assegnare i posti migliori dell’amministrazione del governo ai tutsi. Gli hutu, sempre più emarginati ed esclusi dalla società, cominciarono ad organizzarsi: un gruppo di intellettuali pubblicò il Manifesto hutu. In sintesi, il Manifesto dichiarava la sostituzione dei tutsi ai cardini del potere con uomini hutu, legittimando la violenza contro gli oppressori feudali dei primi sui secondi.

Siamo nel 1957. Il Belgio, che fino ad allora aveva sempre appoggiato e protetto i tutsi, improvvisamente cambiò strategia politica e abbandonò i vecchi protetti per i nuovi diseredati da redimere. L’influenza della Chiesa qui fu forte. Negli anni ’50 i nuovi sacerdoti belgi mandati nella colonia ruandese erano di origine fiamminga e di conseguenza gli veniva naturale identificarsi con gli hutu. In Belgio, in quegli anni, i valloni (di lingua francese), che erano una minoranza, detenevano maggiore potere e ricchezza rispetto ai fiamminghi (di lingua germanica, molto simile all’olandese), che invece rappresentavano la maggioranza della popolazione. Esattamente come in Ruanda. Gli hutu rappresentavano l’84% della popolazione, i twa (pigmei, primi abitanti della zona) l’1% e i tutsi appena il 15%.

Nel 1959-60 avvengono i primi incidenti gravi: migliaia di tutsi vengono uccisi e migliaia di persone sono costrette a fuggire all’estero. I belgi non muovono un dito. Nel 1962 i ruandesi ottengono l’indipendenza dal Belgio ed eleggono Kayibanda presidente. Costui darà il là a vari pogrom contro i tutsi: i più devastanti nel 1963 e 1964 con 15 mila morti e 250.000 rifugiati. Dopo questi fatti, scriverà il filosofo Sir Bertrand Russell: “Il massacro più atroce e sistematico di cui siamo stati testimoni dopo lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti”.

L’odio verso i tutsi non tende a placarsi, e anche quando nel 1973 il generale Juvenas Habyarinama prende il potere con un colpo di stato, i massacri continueranno. Quello stesso anno migliaia di persone vengono uccise. Lo stesso accadrà altre volte nel corso degli anni, fino ai pesanti pogrom del 1992. All’inizio degli anni Novanta l’ONU manda un contingente di soldati comandati dal generale canadese Romeo Dallaire. Nel 1993 viene firmato un trattato di pace tra Habyarimana e i ribelli tutsi del RPF, che risiedono in Uganda (essendo cresciuti e in molti casi nati in quel Paese perché espatriati o figli di espatriati fuggiti dai massacri avvenuti in Ruanda, dopo gli anni ’60).

Questi ultimi parlano tutti inglese. Questo è un particolare importante ai fini della nostra storia. La situazione sembra risolta, ma è solo un fuoco di paglia. Habyarimana era considerato un traditore da molti circoli estremisti che gravitavano attorno alla moglie. Come scritto sopra, il 6 aprile 1994, l’aereo che stava riportando a casa il presidente ruandese e burundese viene colpito da un razzo. Non c’è scampo per entrambi. Il genocidio ha inizio.

La geopolitica

Qui si cercherà di spiegare per quale motivo si considera l’uccisione dei tutsi un genocidio geopolitico. La Francia ha sempre cercato di mantenere una forte influenza sulle nazioni africane, e non solo, di lingua francese. Subito dopo l’indipendenza del Ruanda, la Francia subentrò prepotentemente al ruolo del Belgio, che lì non era più ben accetto. Già dal 1975 i francesi fornivano assistenza militare alla dittatura di Habyarimana e uomini delle forze armate francesi addestravano e aiutavano le truppe dell’ex colonia belga. Nel 1992 intervennero direttamente i soldati francesi per respingere un attacco dei ribelli tutsi del RPF dall’Uganda e nel giugno 1994, attraverso l’operazione “umanitaria” Turquoise, i soldati francesi in realtà protessero e aiutarono gli assassini della milizia Interahamwe a fuggire in Congo, inseguiti dai vittoriosi ribelli tutsi del RPF di Kagame.

Lì continuarono i loro massacri a scapito della popolazione civile. In questo genocidio vi rientrano prepotentemente anche gli americani: infatti furono loro a dare le armi ai ribelli di Kagame (tra l’altro addestrato negli USA) e sempre loro aiutarono e continuano ad aiutare il suo governo. Oggi in Ruanda si insegna l’inglese a scuola, esattamente la lingua di Kagame e dei ribelli tutsi proveniente dall’Uganda. Non dimentichiamoci l’importantissimo colosso dai piedi di argilla, il confinante Congo. Un Paese continente ricchissimo di minerali e di materie prime che fanno gola a tanti paesi e a tante multinazionali occidentali.

Le maggiori riserve di coltan, un minerale indispensabile per costruire i micro processori dei computer e non solo, risiedono in Congo. Inoltre, questo paese possiede enormi riserve di diamanti, argento, oro, rame ecc. (otre al legno pregiato e alla fauna selvatica). Sempre in Congo, tra il 1994 e il 1997, si è combattuta quella che gli storici chiamano la Prima guerra mondiale africana (si presume che vi siano morti tra i 2 e i 5 milioni di persone). Vi hanno partecipato tutti i paesi confinanti, oltre al ruolo predominante del Ruanda di Kagame.

Tutte quelle ricchezze arrivano in Occidente tramite vie traverse e quasi sempre illegalmente. Sicuramente la Francia è stata scalzata, come potenza regionale, a favore degli Stati Uniti. Quest’ultima è la vera nazione vincitrice, se così si può dire, del genocidio del 1994. Vorrei ricordare che in 100 giorni morirono 800.000 persone circa, perché, come disse il generale dell’ONU in Ruanda Romeo Dallaire, nessuno fermò il massacro, eppure sarebbero bastate poche centinaia di soldati in più per fermare il genocidio ma nessuno volle muoversi. Né la Francia, né gli Usa né tanto meno l’ONU. Fu soprattutto una guerra di controllo del territorio congolese, in una delle zone più ricche di minerali al mondo.

Cosa è successo a Tripoli

Nei giorni scorsi accesi scontri tra milizie hanno messo a ferro e fuoco Tripoli, aumentando l’instabilità della Libia e scatenando un acceso dibattito tra i governi europei.

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Dal 29 agosto Tripoli è stata terreno di un intenso confronto armato tra milizie. La Settima Brigata, milizia anti governativa di stanza a Tarhuna, a guidato un’offensiva sulla capitale. Gli sconti si sono svolti contro diverse milizie che fanno parte delle unità speciali del ministero dell’Interno e della Difesa del governo Sarraj, come la Brigata Rivoluzionaria di Tripoli, la Forza Speciale di Dissuasione, la Brigata Abu Salim e la Brigata Nawassi.
L’offensiva della Settima Brigata è stata la più violenta mai registrata nel paese dal 2014: per questo Sarraj, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, ha chiamato d’urgenza l’aiuto della Forza Antiterrorismo di Misurata, nota per aver sconfitto l’Isis a Sirte nel 2016. La Brigata di Misurata, arrivata nella notte con circa 600 veicoli militari al seguito, si è insediata nei pressi dell’aeroporto di Mitiga, a 8 km ad est del centro di Tripoli. L’offensiva degli uomini di Misurata ha costretto la Settima Brigata a ripiegare diversi chilometri a sud della capitale. Al momento, il compito della Forza Antiterrorismo, è quello di controllare il cessate il fuoco a sud di Tripoli e favorire la transizione del controllo del territorio alle forze dell’esercito regolare, che dovrà completarsi entro il 30 settembre.

Nella giornata di ieri, dopo diverse trattative tra i capi brigate, si è raggiunto un accordo tra le milizie e l’inviato delle Nazioni Unite Salamè: un sorta di tregua, basata su un accordo in 7 punti che dovrebbe garantire il proseguimento del cessate il fuoco. E’ difficile che la tregua possa durare a lungo: le diverse milizie sono all’interno di un processo di ridistribuzione dei poteri, che assume per forza di cose connotati da guerra civile. Nella battaglia degli ultimi giorni hanno perso la vita 69 persone, e si registrano migliaia di sfollati. Fonti locali hanno avvertito della fuga di centinaia di detenuti dalle prigioni libiche, che hanno approfittato dei disordini per evadere.
L’ulteriore destabilizzazione di Tripoli, inoltre, ha messo in allarme le cancellerie europee, che temono una nuova ondata di partenze di migranti dalla Libia, date le evidenti difficoltà che la Guardia Costiera libica – ma anche italiana – possono riscontrare nel controllo della costa.

Il conflitto tra milizie libiche ha chiamato in gioco i grandi interessi degli attori internazionali: il governo italiano ha attaccato, neanche troppo velatamente, il ruolo della Francia, accusata di approfittare di una nuova destabilizzazione del paese africano per perseguire i propri interessi economici e politici. Oltre alla Francia, che insieme all’Egitto e alla Russia sostiene la figura del generale Haftar, c’è un nuovo attore che si affaccia sullo scenario libico: la Turchia di Erdogan.
Infatti l’attacco della Settima Brigata a Tripoli è coinciso con il ritorno in Libia di Salah Badi, uomo protagonista della guerra civile nel 2011 che ha portato alla caduta di Gheddafi, e strettamente legato ad Ankara. Badi, espulso dalla Libia nel 2016 perchè accusato di foraggiare milizie islamiste, è ricomparso nel paese proprio in coincidenza con l’inizio dell’offensiva su Tripoli, nella notte del 29 agosto: un suo discorso, nel quale incita la popolazione del quartiere di Qasr bin Ghasir a riprendere le armi per “ristabilire lo spirito della Rivoluzione del 17 febbraio e liberare la Libia”, è divenuto virale sui social. Il ritorno di Badi potrebbe significare la ricerca della Turchia di ristabilire un controllo sulle milizie di Tripoli, ora più vicine all’Arabia Saudita.

Un nuova frattura, quella fra correnti islamiche sunnite vicine ad Ankara o a Riad, che si aggiunge ai due fronti delineati, di Sarraj e Haftar, e aumenta la complessità dello scenario libico.

Intervista al Senatore Marinello: doveroso coinvolgere Taiwan nella lotta al cambiamento climatico.

Il 15 novembre scorso è stata presentata al Senato una Mozione – firmata dai Senatori Giuseppe Francesco Marinello, Fabiola Anitori, Franco Conte, Mario Dalla Tor, Roberto Formigoni, Marcello Gualdani, Pippo Pagano e Salvatore Torrisi – che impegna il Governo a sostenere la partecipazione pragmatica e costruttiva di Taiwan alla Convenzione delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico (UNFCCC) e alle riunioni della Conferenza tra le Parti (COP) la cui ultima si è svolta a Bonn dal 6 al 17 novembre. Il primo firmatario della Mozione è il Senatore Giuseppe Francesco Marinello, Presidente della 13ª Commissione Territorio, Ambiente e Beni Ambientali del Senato. Lo abbiamo intervistato sul contenuto e le motivazioni della Mozione volta a sostenere gli sforzi di Taiwan su questi temi cruciali per l’intero Pianeta.

Intervista al Senatore Marinello: doveroso coinvolgere Taiwan nella lotta al cambiamento climatico. - Geopolitica.info


Presidente Marinello, quali sono le ragioni della Mozione da lei promossa?

Il riscaldamento globale e il cambiamento climatico rappresentano due fenomeni che affliggono tutta l’umanità, nessuno escluso. Sulla base di tali incontrovertibili constatazioni l’ONU, negli ultimi 23 anni, ha sviluppato una strategia, volta al miglioramento della cooperazione internazionale per affrontare queste tematiche, formulata nella Convenzione delle Nazioni Unite per il Cambiamento Climatico (UNFCCC). L’idea di fondo è strategica ed è finalizzata ad includere il più ampio numero di Paesi per combattere fenomeni di carattere globale. Un’impostazione ribadita dagli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (SDGs) del 2015, che recitano esplicitamente che nessun Paese sarebbe stato messo da parte. Tuttavia, se si guarda alla situazione di Taiwan, è evidente che stiamo lasciando indietro qualcuno e ciò avviene, purtroppo, per motivi del tutto estranei – dunque inaccettabili – alla natura dei citati accordi e delle conclamate e conseguenti azioni operative.

In che senso le Nazioni Unite stanno “lasciando indietro” Taiwan? Perché dovrebbe essere inclusa nei consessi che ha citato?

La questione generale è nota ed è da sempre dibattuta: la Risoluzione delle Nazioni Unite del 1971, che assegnò a Pechino il seggio appartenuto dal 1945 alla Repubblica di Cina, Paese fondatore delle stesse N.U., non ha risolto – per la perdurante interdizione cinese – il problema della mancata rappresentanza di Taiwan e dei suoi 23 milioni di abitanti. Ciò premesso, a partire dal 1995 – anno della prima riunione della COP-, Taiwan ha potuto partecipare alle relative attività come “organizzazione non governativa” o come osservatore. Questo significa che, nonostante Taiwan sia un paese sovrano, retto da trasparenti istituzioni democratiche e rappresentative – quel “Rule of Law” proprio degli Stati di diritto, radicalmente diverso dal “Rule by Law” dei regimi totalitari – e nonostante che sia oggi la 22ª maggiore economia del mondo, la sua posizione è costretta ai margini per le “ragioni” politiche che conosciamo. Già solo tenendo in considerazione questi elementi è facile capire come questo ostracismo sia irragionevole, ingiusto e fuori dalla realtà. Ma la situazione appare ancor più paradossale se si guarda ad altri dati, legati alle questioni ambientali.


A quali dati si riferisce?

Mi riferisco al fatto che Taiwan è il 21° maggior emissore mondiale di Ossido di Carbonio. Si tratta, poi, di un Paese densamente popolato che affronta regolarmente fenomeni climatici estremi – si pensi ai tifoni e ai terremoti. Per cui, se si vuole discutere di questioni climatiche, credo che siano a tutti evidenti e doverose le ragioni per includere Taiwan nelle discussioni. Inoltre, come se non bastasse, bisogna tenere in conto gli sforzi che i Governi di Taipei hanno messo in campo negli ultimi anni, se non decenni, rispettando scrupolosamente le direttive e le strategie stabilite dalle Nazioni Unite. Pur non essendo tenuta a rispettare gli accordi sulle questioni ambientali, da ultimo quello di Parigi, Taiwan si è impegnata a ridurre le emissioni dei gas serra al 50% dei livelli attuali, entro il 2030. Un processo che passerà anche attraverso lo smantellamento delle proprie centrali nucleari e l’aumento dell’energia, proveniente da fonti rinnovabili, al 20% (cinque volte il livello attuale) entro il 2050. Uno sforzo enorme, se si considera che Taiwan soddisfa il 98% del suo fabbisogno energetico per mezzo delle importazioni. A questo si aggiunga il fatto che, lo scorso settembre, il Governo di Taipei ha presentato la sua SDG (anche questa non richiesta dall’ONU), con la quale sono stati riassunti gli innumerevoli progetti volti a raggiungere gli obiettivi citati, e anche i numerosi programmi di cooperazione internazionale per promuovere lo sviluppo sostenibile di alcune economie emergenti in Asia, Africa e America Latina.
In poche parole: nonostante Taiwan venga esclusa dalla comunità internazionale, per imposizioni politiche completamente estranee alle tematiche ambientali, si sta affermando come uno dei Paesi più virtuosi, in Asia-Pacifico, proprio sul terreno delle profonde riforme e innovazioni necessarie per la salvaguardia climatica. È palese che si tratta di una situazione a dir poco assurda.

A questo punto, perché escludere Taiwan? E perché ritiene che questa esclusione sia ingiustificata?

L’esclusione di Taiwan, come ho già ricordato, rimanda all’esclusione del Paese dalle Nazioni Unite e dalle sue Agenzie specializzate. Si tratta, lo ripeto, del prodotto di pressioni politiche piegandosi alle quali l’ONU è entrato, e rimane, in contraddizione proprio con i principi fondanti che essa stessa promuove, che sono alla base della sua costituzione e motivo della sua esistenza.
Si pensi a quanto accaduto, quest’anno, all’Assemblea Mondiale della Sanità dove, dopo 8 anni di proficua partecipazione, Taiwan non ha potuto partecipare per il diktat di Pechino esplicitamente motivato dal diverso e sgradito colore del nuovo Governo taiwanese. Ovvero, una plateale motivazione politica di parte quando proprio lo Statuto dell’AMS/OMS esclude, tassativamente, le discriminazioni politiche essendo la salute un bene primario da tutelare al di sopra di ogni differenza di nazionalità, religione, idea politica e condizione economica. Le malattie, i virus, le epidemie non conoscono né frontiere né ideologie, ma all’AMS/OMS la pensano diversamente…fino al punto, un mese fa, di nominare (poi rimangiandosi la nomina a seguito di furibonde proteste) “Ambasciatore di buona volontà” il dittatore dello Zimbabwe, Mugabe, inquisito dalla Corte Penale Internazionale, ora in crisi terminale dopo 37 anni di regime che ha letteralmente distrutto il suo Paese.
Messi da parte questi aspetti grotteschi, dobbiamo prendere atto di una situazione molto complessa, che inevitabilmente rimanda ad ambiguità dettate dalla necessità di trovare un equilibrio tra realpolitik e principi. Secondo noi promotori della Mozione – che si inserisce nel quadro della più generale Mozione pro-Taiwan già approvata dal Senato il 27 giugno scorso e alla quale Geopolitica.info ha dato risalto – per quanto concerne le tematiche ambientali le ambiguità vanno tolte dal tavolo, perché tutte le parti in campo avrebbero molto da guadagnare. Bisogna trovare la formula più adatta; siamo convinti che sia giusto, utile e importante lavorare per una soluzione che porti Taiwan al tavolo delle trattative. I primi a riceverne effetti positivi saranno certamente i taiwanesi ma, con loro, anche l’intera comunità internazionale. Perché, lo ribadisco, le questioni ambientali riguardano tutti, nessuno escluso, e continuare a marginalizzare la 22ª economia del mondo, che sta mettendo in campo politiche rigorose e futuristiche, non credo proprio che sia ragionevole.

COP 23 – Cooperation between Governments and Private Sector as the key to address the issue of Climate Change

From the 6th to 17th November 2017 The annual Conference of the parties on Climate Change (COP) will be held in Bonn, Germany. Since first global actions towards Climate Change issue, were officially defined during COP 21 (2015) in the Treaty of Paris, Private sector and Governments have promoted their commitment towards the reduction of pollution, both by increasing the industrial efficiency and by introducing policies focused on sustainability.

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COP 23 represents a crucial opportunity in which to discuss about Climate Change issues and to accelerate the delivery of “concrete” goals by 2030. Two years after the Paris Agreement was signed, UN Environment’s Emissions Gap report has shown that more concrete steps are needed in order to deliver the expected results promoted by the Treaty of Paris.

According to UN Environment’s Emission Gap Report (18th edition), Investments in technologies that aims at improving the industrial efficiency of the firms operating in the main field related to sustainability: transportation, Energy production, agriculture and forestry, represent the key through which to reduce the negative externalities that affect the society.

 

Climate Change issue and sustainability

The treaty of Paris signed in 2015 during the Conference of Parties (COP21) by 195 countries, helped the international community in focusing on Climate Change and the instruments (technological and institutional) that are needed to be developed in order to reach the 2°C Scenario. Climate Change widely spreads its effects on several economic and humanitarian fields from farming to health, from water security to political stabilization. The impacts that Climate Change has on our lives has brought the United Nation (UN) to focus its attention on the investments that are needed to protect the present and the future generations against the rising of temperatures.

Today Climate Change represents one of the 17 Sustainable Development Goals (SDGs) promoted by the UN in order to address Governments and private sector towards a sustainable future. SDGs cover a wide range of social issues such as poverty, health and education and represent legal bindings for the signatory countries of COPs. Each country, in order to create a specific sustainable framework and to monitor its sustainable performance, aimed at defining its own Intended Nationally Determined Contributions (INDC) through which to cooperate with the international community.

Both Governments and Private sector play a central role in the achievement of sustainable goals towards Climate Change. While governments aim at creating the basis for sustainable policies, the firms operating in the private sector introduce in their ordinary an extraordinary activities best practices concerning the elimination of wastes and the reduction of pollution.

 

How private sector may be able to address Climate Change issue

In the private sector, the Oil & Gas (O&G) multinational companies play an important role in the introduction of best practices concerning the reduction of pollution. The production of energy that powers our economies in fact is usually correlated to engineering processes such as “gas flaring” that need to be reduced and eliminated in order to prevent business inefficiencies and negative externalities towards the environment.

As a private sector, the O&G industry creates jobs and provide energy both through their “exploration & production” (E&p) and “downstream” activities to the local communities as well as for the rest of the market. During the past years, thanks to the UN commitment and the social responsibility of O&G firms, the necessity of reducing the externalities has rapidly growth in order both to reach the 2°C Scenario, which is considered the first best condition to maintain “stable” the environmental equilibrium, and to create social value towards local communities.

The concept of Shared Value developed by Porter and Kramer, for the first time published in 2011 in Harvard business review, aims at defining the concrete necessity of the firms in being able to supersede Corporate Social Responsibility (CSR) with investment in Shared Value (CSV) to develop a new strategic business approach.  “Shared value is not social responsibility, philanthropy, or even sustainability, but a new way to achieve economic success. It is not on the margin of what companies do but at the center” (Porter and Kramer, 2011).

This statement wants us to think about SV And CSR as two different concept: but not totally separated. While Shared Value creation aims at reconciling society (and social needs) to business performance through strategic sustainable investments, Corporate Social Responsibility focuses mostly on the the introduction of best practices concerning health, security and environmental commitment.

 

Corporate Social Responsibility and Shared Value creation in O&G Industry

Social Responsible O&G firms maintain sustainable long-term relationships with the countries they cooperate with. Significant examples that explain why long term relationship between firms operating in O&G and local communities are important are given by the brown and green field projects in the upstream.

  • Brown field projects: The exploration and production activities are focused on the refurbishment of the existing reserves;
  • Green field projects: The exploration and production activities are focused on the developing of new gas reserves.

The length of these projects are between 5 to 10 years from the exploration phase to the production, while the utilization of the natural reserves may last more than 20 years according to the kind of field.

Invest in Shared Value contribute to boost business performance, prevent wastes and to improve social benefits:

  • Shareholders and Stakeholders aims at investing in social responsible firms: Socially responsible investors encourage corporate practices that promote health, security and environmental initiatives;
  • Investments in sustainable growth improve both the social value of the community and the business performance of the private firms.

In private sector, partnership made up of leader firms operating in the Oil and Gas which main aim is to invest in technology to boost efficiency in e&p activities as well as in transportation, storage and downstream sectors may be part of the solution towards Climate Change issue. The year following the Treaty of Paris, several companies have immediately engaged their commitment in addressing climate change, exploiting their own technology and knowledge management. The most important pillars concerning the environmental commitment of leader firms focus on:

  • The maximization of the climate benefits of natural gas through the minimization of the methane emissions along the entire gas value chain;
  • Respect the long-term decarbonisation process which is taking place in Europe as well as in the rest of the world;
  • Improve the industrial energy efficiency in order to limit the wastes in O&G production through investments in technology such as Carbon Capture and Storage (CCUS) or gas flaring;
  • Free access to energy to the poorest countries;
  • Investments in Renewables.
  • Developed countries need to support the developing countries in reaching significant sustainable goals.

According to the resourced base view concept promoted by Barney (1991), resources need to be heterogeneous, not replicable and rare in order to create sustainable competitive advantage. The answer to Climate Change prevention in fact lies on Knowledge Management and technology. Expenses and investments in Research and Development (R&D) are essential to nurture companies’ internal potentials. Sharing know-how through Corporate universities, attracting expertise from the external environment and improving the best practices concerning the reduction of pollution represent the most suitable means through which to increase the chances to reach the “Carbon neutral scenario within 2050” promoted by European Commission.

Cooperation between Governments and O&G firms is needed in order to reach sustainable goals promoted by the Treaty of Paris. Today, Shared Value creation and partnership between leader firms operating in O&G industry may represent the best mix through which to reconcile both society and business performance, improving the positive externalities for the present and future generations.