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Giornata per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani – Intervista ad Amnesty International Italia

In occasione della Giornata Internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime, abbiamo intervistato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

Giornata per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani – Intervista ad Amnesty International Italia - Geopolitica.info

Il 24 marzo è la Giornata Internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime. Amnesty in questo si batte da sempre in prima linea. Dunque, qual è il valore di questa giornata a livello internazionale e qual è il valore per Amnesty?

Il diritto alla verità (e alla giustizia) sono centrali nell’azione di Amnesty International. Conoscere chi è stato a ordinare, eseguire ed eventualmente coprire violazioni dei diritti umani e punirlo in modo adeguato alla gravità del crimine commesso (senza mai ricorrere alla pena di morte e al termine di una procedura equa) fa parte delle richieste di Amnesty International a ogni governo. 

In assenza della verità e della giustizia, soprattutto al termine di ere politiche, non è possibile girare pagina, rimarginare le ferite, pacificare. E ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime, con la verità e la giustizia, viene negata anche una vita degna.

Quali sono le cause che Amnesty International sta portando avanti in questo periodo, e quali invece Amnesty International Italia?

Chiediamo la verità e la giustizia per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi nei conflitti contemporanei come quelli della Siria e dello Yemen. Facciamo altrettanto su alcuni casi particolarmente gravi: penso all’assassinio, avvenuto due anni fa, della difensora dei diritti umani Marielle Franco in Brasile e a quello della giornalista di Malta Daphne Caruana Galicia.

Amnesty International Italia porta avanti da quattro anni e mezzo la campagna “Verità per Giulio Regeni”, per conoscere i nomi di coloro che ordinarono ed eseguirono l’omicidio del ricercatore italiano avvenuto il 25 gennaio 2016 al Cairo. Accompagniamo poi gli sforzi delle organizzazioni per la libertà d’informazione che chiedono che non si archivino le indagini sull’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin dell’aprile 1994.

Come viene individuata una causa o una vittima da tutelare? Vi viene segnalata da qualcuno in particolare, dalle istituzioni, dalla famiglia, dagli amici, oppure siete voi ad individuarla e ad intraprendere questo percorso?

In molti casi sono le famiglie di vittime di violazioni dei diritti umani che chiedono l’intervento di Amnesty International: naturalmente facciamo ricerche e approfondimenti per valutare la situazione e decidere se agire o meno e che tipo di azione svolgere. In altri casi, ricaviamo informazioni da organizzazioni e attivisti per i diritti umani nei vari paesi, da giornalisti, avvocati e altre fonti ancora.

Nel momento in cui avete individuato la causa da appoggiare e la vittima da difendere, come si muove Amnesty, quali sono i passaggi che affronta per ottenere la verità e per restituire finalmente dignità alla vittima?

Amnesty International è nata nel 1961 per fare campagne e continua fondamentalmente a fare questo. Una campagna è una serie di azioni volte a produrre un cambiamento nel campo dei diritti umani: miglioramenti legislativi, annullamento di condanne ingiuste così come ovviamente il raggiungimento della verità. Per quest’ultimo fine, lavoriamo incessantemente sulle istituzioni nazionali e internazionali, svolgiamo attività di comunicazione, mobilitiamo la società civile, i singoli cittadini e le scuole (aggiungo che per fare tutto questo, essendo un’organizzazione del tutto autofinanziata, abbiamo grande bisogno di donazioni) e siamo accanto alle famiglie con azioni di solidarietà che hanno l’obiettivo di far sapere loro che non sono sole nella lotta per la verità, la giustizia e la dignità.

Sappiamo che la ricerca della verità è una strada molto lunga, difficile, dura a volte, che può incontrare la collaborazione delle istituzioni ma alle volte un ostacolo da parte di esse. Molte vittime sono ancora in attesa di riacquistare la loro dignità, ma quali sono stati invece i vostri successi e traguardi?

La ricerca della verità e della giustizia si dipana attraverso percorsi lunghi, accidentati e spesso estenuanti, in cui a volte a finire sul banco degli imputati sono le vittime e le loro famiglie più che i responsabili. Nondimeno, risultati importanti sono stati ottenuti: che passino mesi o decenni, prima o poi un tribunale nazionale o internazionale arriva ad emettere una sentenza per gravi violazioni dei diritti umani. Quando, nel 2011, abbiamo celebrato i primi 50 anni di attività, abbiamo calcolato che in media in mezzo secolo avevamo contribuito a liberare tre prigionieri di coscienza ogni giorno. Le buone notizie che ogni settimana pubblichiamo nella home page del sito amnesty.it ci dicono che quel dato è ancora attuale.

Le scelte di Khalifa Haftar tra tattica e strategia

La Conferenza di Berlino sulla Libia se da una parte ha rappresentato il punto più alto raggiunto dalla diplomazia pura nel corso della crisi, dal punto di vista schiettamente politico e pragmatico non ha ottenuto risultati di rilievo. Né il governo di Tripoli riconosciuto dall’ONU e guidato da Fayez al-Sarraj né l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, hanno apposto la loro firma sul documento finale.

Le scelte di Khalifa Haftar tra tattica e strategia - Geopolitica.info

 

Resta solo in vigore un flebile cessate-il-fuoco che appare più come un appiglio tattico per riorganizzarsi sul campo che l’accettazione della linea “pacifista” dei mediatori o presunti tali. Anche perché in questi giorni nei depositi di al-Sarraj ed Haftar continuano ad arrivare rifornimenti di vario genere da Turchia ed Emirati Arabi Uniti, segno evidente di quanto fragile e, soprattutto, strumentale sia la tregua in atto.

In una crisi diventata ormai pienamente regionale – visti il numero di attori coinvolti e la posta in gioco che è quella degli equilibri geopolitici del Nord Africa – il veto assoluto posto dai “grandi sponsor” dei rispettivi contendenti (Turchia ed Egitto, Russia ed Emirati Arabi Uniti) alla presenza di truppe d’interposizione straniere e l’impossibilità di conciliare le posizioni su cui si sono arroccate Tripoli e Tobruk, una escalation armata, favorita da uno stallo sul campo, torna ad essere un’eventualità da prendere in considerazione.

Anche se non formalmente, a Berlino l’esecutivo onusiano di al-Sarraj ed il suo “aggressore” Khalifa Haftar sono stati di fatto messi sullo stesso piano; ad entrambi è stata riconosciuta legittimità e questo implica che esista una sorta di “copertura legale” all’uso indiscriminato della forza che è atto politico ma anche condotta abituale dello schieramento che fa capo al maresciallo di Libia Haftar. Se la maggiore potenza militare e l’uso della forza hanno rappresentato il “lasciapassare” di Haftar sulla scena internazionale, non vi è motivo di escludere aprioristicamente che egli possa continuare ad utilizzare solo ed esclusivamente questi strumenti anche nel prossimo futuro.

Tale affermazione si basa su quella che è la situazione in Libia in cui si assiste ad una “ideologizzazione” dello scontro in atto tale da impedire una soluzione condivisa ed una de-escalation che riconduca ad unità il Paese riportando ognuno a ricoprire il proprio ruolo, in altre parole a fare delle forze di Haftar il perno attorno al quale ricostruire le forze armate libiche e dei gruppi politici che sostengono – ma di cui non sono emanazione – al-Sarraj la classe governativa della Libia pacificata. Allo stato attuale l’unica soluzione della guerra libica pare essere la debellatio di una delle fazioni.

La legittimazione ottenuta a Berlino consente ad Haftar di puntare più in alto nell’ambito di un gioco a somma zero che ha visto coinvolti non solo i libici ma anche tutte le Potenze esterne interessate per un motivo o per un altro al conflitto: il blocco della produzione petrolifera e la nuova chiusura dell’aeroporto di Tripoli sono armi che Haftar può tatticamente brandire per ottenere concessioni strategiche.

Nel primo caso, a seguito del blocco dell’oleodotto che trasporta il greggio verso la raffineria di Zawiya e degli impianti petroliferi di El Feel e di El Sharara Haftar ha voluto dimostrare alla comunità internazionale che il settore degli idrocarburi, appannaggio di grandi società estere, non è al sicuro fintanto che non sarà chiarita la questione libica ed ha assestato un duro colpo alla credibilità dell’avversario politico: la compagnia nazionale libica NOC infatti risponde a Tripoli e concede licenze d’estrazione e raffinazione del petrolio alle compagnie estere richiedenti per conto del governo internazionalmente riconosciuto; è espressione di un meccanismo di potere clientelare basato sulla divisione degli utili in parti uguali tra i capitribù; è uno dei “garanti” di al-Sarraj sulla scena internazionale. Gli impianti e la raffineria bloccati da Haftar facevano capo alla joint-venture tra NOC ed ENI “Mellitah Oil & Gas” e questo ha generato preoccupazione a Roma, nei fatti è stato un duro colpo sia per la politica estera italiana che per i sostenitori della “diplomazia parallela” di ENI, una istituzione che sul terreno libico era considerata quasi intoccabile e quasi più credibile della Farnesina. Se ENI è stata colpita niente impedisce che anche altre compagnie di Paesi sostenitori di Tripoli vengano colpite (la questione Total è diversa). L’amministratore delegato della NOC Mustafa Sanalla ha deplorato l’azione haftariana dicendo che né i porti né i pozzi petroliferi possono essere utilizzati per la risoluzione di crisi politiche perché sarebbe come “bruciare casa” propria. Eppure, la questione sul campo sembra diversa da come la dipinge Sanalla, il blocco imposto dal maresciallo di Libia ha danneggiato pesantemente il governo di al-Sarraj più che Tobruk. Haftar ha centrato indubbiamente un obiettivo.

Nel secondo caso, con la minaccia di abbattere qualunque velivolo civile o militare sui cieli di Tripoli, Haftar ha costretto l’autorità aeroportuale della capitale a sospendere i voli in partenza ed in arrivo fino a nuovo avviso. La presenza di aerei, persino quelli di linea, a Tripoli sarebbe stata considerata – ha spiegato lo staff di Haftar – come una violazione palese del cessate-il-fuoco. Con tale presa di posizione il maresciallo cirenaico ha voluto mettere in chiaro che, al di là dei comunicati diplomatici, il vero garante della tregua è lui. La linea seguita è sostanzialmente coerente con l’idea che la crisi vada risolta dai libici senza interferenze esterne. I voli, per il momento, diretti a Tripoli sono stati dirottati 200 km più ad est, a Misurata, epicentro del potere politico e militare del milieu raccolto attorno ad al-Sarraj.

Sulla città-stato della Tripolitania sono puntati gli occhi di Haftar che, in caso di ripresa ufficiale degli scontri (finora vi sono state violazioni locali del cessate-il-fuoco denunciate da ambo le parti nella “cintura difensiva” dei sobborghi tripolini), anziché marciare direttamente sulla capitale potrebbe far convergere le proprie forze o proprio su Misurata, tentando una volta per tutte di abbattere la più forte milizia “governativa”, o su Homs, centro costiero a metà strada tra Tripoli e Misurata, così da isolare la città e stringere un patto di non nocet che priverebbe al-Sarraj del suo più forte alleato. Pare infatti che Haftar ed il suo Stato Maggiore propendano per questa seconda opzione che spezzerebbe un fronte politico unito sostanzialmente dal bisogno di sopravvivenza. Le linee logistiche più corte rispetto a quelle del nemico e lo schieramento a “macchia di leopardo” del sistema difensivo tripolino consentono un concentramento di forze in un determinato punto del fronte che permetterebbe ad Haftar di guadagnare la superiorità numerica costante sul campo di battaglia.

Per non perdere credibilità agli occhi dei suoi alleati-rivali di Tripoli e Misurata, al-Sarraj ha preso in corsa il treno turco, rafforzando il proprio legame con la Fratellanza Musulmana ma allo stesso tempo mettendo in evidenza la propria funzione “transitoria”; è infatti da rilevare che sono stati proprio i turchi a parlare insistentemente della necessità di far insediare un nuovo “governo di unità nazionale” il cui premier non potrà essere, ça va sans dire, lo screditato e troppo debole Fayez al-Sarraj.

Questi due episodi indicano un dato incontrovertibile: Haftar, anziano e malato – al di là di come viene dipinto dalla propaganda amica, cioè come un forte e carismatico leader militare – ha fretta di chiudere la partita contro al-Sarraj, contro i circoli politico-religiosi tripolini e contro il potentato di Misurata. Questo sia per una questione politica, cioè conquistare il potere in Libia prima che le interferenze straniere diventino troppo più forti, sia per un motivo squisitamente personale che è quello di sistemare nei posti che contano i suoi figli e parenti, che sono già stati da tempo cooptati nel suo staff sia civile che in divisa. Un dato di fatto incontrovertibile è che la “transitorietà” politica di al-Sarraj vale anche, seppure per motivi diversi, per Khalifa Haftar; quando infatti si è massicciamente sostenuti da Potenze estere e non si può essere autonomi politicamente e militarmente, c’è il rischio che si possa essere sostituiti all’improvviso. Questo sarebbe un altro dei motivi della “fretta” di Haftar ed uno dei fattori che rendono più che probabile il crollo del cessate-il-fuoco sancito a Berlino (senza firma dei libici occorre ricordarlo) sotto i colpi dei fucili.

UNIFIL II dal Libano alla Libia

Secondo il ministro degli Esteri Luigi Di Maio una missione di caschi blu europei in Libia “sarebbe l’unico modo per fermare le interferenze esterne, il massacro di civili innocenti e per dare all’UE una sola voce”. A Palazzo Chigi ed alla Farnesina sembrano ora fare propria la linea di un intervento congiunto – da attuarsi con il concorso di Francia, Germania e Spagna – nella ex colonia italiana onde separare i contendenti e favorire il processo di pace. In un certo senso una copia di UNIFIL, la missione militare d’interposizione ONU a guida italiana in Libano rinnovata nel 2006 dopo la fine del conflitto israelo-libanese.

UNIFIL II dal Libano alla Libia - Geopolitica.info

Proprio l’impostazione simile ad UNIFIL di questa missione ancora tutta da decidere ed approntare – anche perché Di Maio ha detto che “sono i libici gli unici titolati a decidere” se accettare la presenza di truppe straniere – appare poco adattabile all’attuale scenario bellico libico: innanzitutto in Libia allo stato attuale non esistono confini ben delineati da presidiare ma un agglomerato di tribù armate l’una contro l’altra e due entità politico-militari rivali che si fronteggiano lungo una non meglio definita linea di faglia soggetta ad oscillazioni; in secondo luogo non è assolutamente garantito – anzi è probabile il contrario – che i libici, a prescindere dalla fazione di riferimento, siano propensi ad accettare un intervento straniero che preveda la presenza di truppe armate e non di osservatori disarmati; quantunque uno dei due macrogruppi di potere, quello di Tripoli o quello di Tobruk-Bengasi, accettasse la presenza di un contingente d’interposizione, lo stesso potrebbe essere visto come fumo negli occhi dal rivale e la sicurezza dei soldati europei non sarebbe assolutamente garantita.

Gettare nel focolaio libico le proprie truppe, senza la certezza di avere un piano di pace con una scaletta cadenzata e ben definita e, per di più, senza la garanzia di avere il totale sostegno della popolazione e dei contendenti, sarebbe una mossa azzardata, a maggior ragione se, in questa copia sbiadita di UNIFIL, le regole d’ingaggio fossero le stesse di una qualunque missione di “peace monitoring” .

Le questioni d’ambito tecnico-militare sono schiettamente legate alle decisioni politiche prese a monte ed alla percezione dello scenario – meglio ancora, del campo di battaglia –  cosicché se l’idea alla base della missione è quella di essere semplici garanti della pace e non anche dei propri interessi si finisce per diventare bersagli facili delle rappresaglie nemiche. Le avvisaglie – per il momento solo “politiche” – di Haftar al nostro esiguo contingente (280 soldati tra paracadutisti della Folgore e carabinieri) di Misurata, posto a protezione di una missione sanitaria che ha una valenza ormai ridotta allo zero, indicano chiaramente quanto sia difficile, se numericamente inferiori, farsi accettare dai libici a fronte di un conflitto in corso. Senza dimenticare poi che la presenza di un contingente d’interposizione lungo una linea ben definita, che sia quella di fronte attuale o quella antebellica rispecchiante la divisione geografica tra Tripolitania e Cirenaica, equivarrebbe a tracciare sulla mappa un nuovo confine, anticipando e favorendo quindi la spaccatura in due entità statali indipendenti e “sovrane” della vecchia Libia.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato alla stampa che l’Italia sta lavorando affinché “a parlare sia la diplomazia e tacciano le armi” e che, cosa ancora più importante, a Roma non esistono “agende nascoste” sulla questione libica, che tutto avviene alla luce del sole e che non si ha alcuna intenzione di fornire armi a Tripoli. Continua dunque il percorso della “diplomazia pura” scelto dal governo italiano; percorso sin qui fallimentare e che non apre a prospettive rosee per il nostro Paese, anche perché è cosa ben nota che le altre Potenze interessate alla Libia abbiano le loro “agende segrete” divergenti da quella di Roma.

Nell’audizione alle Commissioni Difesa di Camera e Senato il ministro Lorenzo Guerini ha aperto alla possibilità di rimodulare la presenza militare italiana in Libia ma si è concentrato soprattutto sull’importanza di riattivare la quiescente Missione Sophia, cosicché le navi del dispositivo tornino ad occuparsi del contrasto all’afflusso di armi dirette sui campi di battaglia libici. La piaga del commercio di armi va contrastata ma non si può creare stabilità in una regione dilaniata dalla guerra solo tramite un dispositivo navale – per altro superato nei tempi e nei modi – che lo stesso ministro degli Esteri Di Maio ha chiesto di “smontare e rimontare”. I conflitti si decidono a terra e le componenti navali e/o aeree possono essere di supporto, garantire un forte sostegno, ma non influenzare, da sole, le sorti di una guerra.

Senza dimenticare che fino a questo momento è rimasta fuori dai radar qualunque discussione sulla stabilizzazione e sulla ricostruzione del tessuto politico-amministrativo del Fezzan, la porosa frontiera meridionale della Libia, nonché principale via di transito per trafficanti di armi e droga, flussi migratori illegali e miliziani islamisti (https://www.geopolitica.info/il-fezzan-anarchico-la-crisi-libica-e-litalia/). Ogni questione sulla frontiera meridionale della Libia sembra essere passata in secondo piano, inghiottita dagli eventi bellici sulla costa, quando invece la complessità degli equilibri e l’esplosione del tribalismo imporrebbero una discussione in merito molto più approfondita, anche perché in ballo ci sono situazioni importanti come la lotta al terrorismo, il contrasto al traffico di esseri umani e la lotta al contrabbando di armi.

Né la sicurezza di eventuali soldati italiani impegnati in una missione d’interposizione né il riassetto futuro della Libia secondo i nostri interessi nazionali sono stati garantiti dai colloqui moscoviti e dalla Conferenza di Berlino. Nella capitale tedesca si è optato per un flebile cessate-il-fuoco già violato sul campo da Haftar (con il bombardamento sull’aeroporto di Tripoli) senza aver però tratteggiato una “road map” sul futuro processo politico di pacificazione.  A dare le carte in questo momento sono Ankara e Mosca con l’aggiunta del Cairo, Roma non sta giocando la propria partita ma sta tentando di infilarsi maldestramente in quella altrui. Con un approccio realistico, forse cinico, ma sicuramente rispondente agli interessi nazionali, verrebbe quasi da dire che il crollo repentino delle speranze suscitate dalla Conferenza di Berlino consenta all’Italia di rientrare – sempre che Roma abbia nel frattempo approntato una linea politico-diplomatico-militare ben precisa – a gamba tesa in Libia, in una crisi decisamente più complessa di quella siriana e che sta già ridisegnando gli equilibri di potenza nel Mediterraneo.

Le conclusioni della Conferenza sulla Libia di Berlino

Lo scorso 19 gennaio si è svolta nella capitale tedesca la Conferenza sulla Libia, con l’obiettivo di disinnescare lo scontro politico e militare tra Tripoli e Bengasi. All’incontro hanno partecipato dodici tra nazioni e organizzazioni, erano presenti anche il Premier libico Fayez al Sarraj e il Generale Khalifa Haftar che hanno avuto un colloquio con la cancelliera tedesca Angela Merkel prima dell’inizio del vertice a Berlino.

Le conclusioni della Conferenza sulla Libia di Berlino - Geopolitica.info

La Conferenza, convocata su invito della Cancelliera Merkel ha riunito quindi i governi di Algeria, Cina, Egitto, Francia, Germania, Italia, Russia, Turchia, Repubblica del Congo, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti d’America, insieme agli Alti Rappresentanti delle Nazioni Unite, l’Unione Africana, l’Unione Europea e la Lega degli Stati Arabi.

Gli Stati hanno voluto riaffermare il forte impegno per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Libia, sottolineando che “soltanto un processo politico guidato dai libici può porre fine al conflitto e portare a una pace duratura”.

Secondo il documento conclusivo della Conferenza, il conflitto in Libia, l’instabilità nel Paese, le interferenze esterne, le divisioni istituzionali, la proliferazione di una grande quantità di armi non controllate e un’economia predatoria continuano a costituire una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, fornendo terreno fertile per trafficanti, gruppi armati e organizzazioni terroristiche. Sarebbe stato, secondo i partecipanti al meeting, questo quadro di instabilità a permettere ad Al Qaeda e all’Isis, di prosperare in territorio libico e di avviare operazioni in Libia e nei Paesi limitrofi, generando un’ondata destabilizzante di immigrazione illegale nella regione, con un importante deterioramento della situazione umanitaria.

Gli Stati presenti si sono detti pronti a sostenere i libici nell’affrontare le questioni di governance strutturale e di sicurezza.
Il “Processo di Berlino” (una iniziativa diplomatica legata all’allargamento dell’Unione europea ai paesi dei Balcani occidentali, avviata nell’agosto 2014), nel quale le nazioni si sono impegnate per sostenere il piano in tre punti presentato dal Rappresentante Speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite (SRSG) Ghassan Salamé al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC), ha avuto l’unico obiettivo di supportare le Nazioni Unite nell’unificare la comunità internazionale nel suo sostegno ad una soluzione pacifica alla crisi libica.

Di certo appare evidente, da quanto concluso durante il vertice, che non potrà esserci alcuna soluzione militare in Libia, ragione per la quale gli Stati si sono impegnati ad evitare interferenze nel conflitto armato o nelle questioni interne al Paese, esortando tutti gli attori internazionali a fare altrettanto.

Uno degli elementi importanti sollevati a Berlino, è stato il riconoscimento del ruolo centrale delle Nazioni Unite, nel facilitare un processo politico e di riconciliazione intra-libico inclusivo basato sull’Accordo Politico Libico del 2015, sulla Risoluzione 2259 dell’UNSC (2015), su altre Risoluzioni pertinenti dell’UNSC e sui principi di cui agli accordi di Parigi, Palermo e Abu Dhabi. Inoltre, è stata confermata l’organizzazione del “Forum per la Riconciliazione” che verrà organizzato dall’Unione Africana nella primavera del 2020. Durante la Conferenza, oltre alla fase introduttiva, sono state oggetto di analisi e discussione le posizioni dei membri riguardo:
1. Il cessato il fuoco;
2. L’embargo delle armi;
3. La ripresa del processo politico;
4. La riforma del settore della sicurezza;
5. Il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani.

Cessate il fuoco

In riferimento al cessato il fuoco, i presenti hanno accolto con favore la marcata riduzione della violenza riscontrata dal 12 gennaio e i negoziati avviati a Mosca il 13 gennaio, come pure tutte le altre iniziative internazionali miranti ad aprire la strada a un accordo sul cessate il fuoco. Gli Stati e le organizzazioni hanno inoltre chiesto a tutte le fazioni coinvolte di raddoppiare i loro sforzi per una sospensione duratura delle ostilità e l’allentamento della tensione, riaffermando il compito fondamentale del Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite in tal senso.
È stato chiesto, in aggiunta, dei passi credibili, verificabili, sequenziati e reciproci verso lo smantellamento dei gruppi armati e delle milizie da parte di tutte le fazioni, in conformità all’art. 34 del LPA e di cui alle Risoluzioni 2420 and 2486 dell’UNSC.

Sono state esortate le parti all’istituzione di misure volte al rafforzamento della fiducia, come lo scambio di prigionieri e di resti mortali, chiedendo l’avvio di un processo comprensivo di smobilitazione e disarmo di gruppi armati e milizie in Libia e la successiva integrazione di personale appropriato nelle istituzioni statali civili, di sicurezza e militari, basato su un censimento del personale dei gruppi armati e una verifica professionale. In tale processo sarà fondamentale il sostegno e la verifica delle Nazioni Unite. La necessità primaria a livello internazionale è stata riaffermato essere quella di combattere il terrorismo in Libia con tutti i mezzi, in conformità con la Carta dell’ONU e il diritto internazionale, riconoscendo che sviluppo, sicurezza e diritti umani hanno un ruolo di reciproco rafforzamento e sono essenziali per contrastare il terrorismo in modo efficace e comprensivo.

Le Nazioni Unite avranno quindi il compito di facilitare i negoziati per il cessate il fuoco tra le fazioni, anche mediante l’istituzione immediata di comitati tecnici per monitorare e verificare l’implementazione del cessate il fuoco.

Embargo delle armi

I membri della Conferenza si sono impegnati al rispetto inequivocabile e pieno dell’implementazione dell’embargo sulle armi disposto dalla Risoluzione 1970 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (2011), come pure le successive Risoluzioni del Consiglio, compresa la proliferazione delle armi dalla Libia, e chiedendo agli attori internazionali di fare altrettanto. Sono stati esortati tutti gli attori ad astenersi da ogni attività che possa rafforzare il conflitto o che sia incompatibile con l’embargo delle armi o il cessate il fuoco disposti dall’UNSC, compresi il finanziamento di capacità militari o l’arruolamento di mercenari. I presenti si sono quindi impegnati a realizzare sforzi per rafforzare gli attuali meccanismi di monitoraggio dell’ONU e delle autorità competenti a livello nazionale e internazionale.

Ripresa del processo politico

Durante i lavori della Conferenza, l’Accordo Politico Libico è stato ritenuto un quadro praticabile per una soluzione politica efficace, è stato chiesto, però, dagli Stati presenti, l’istituzione di un Consiglio di Presidenza e la formazione di un unico governo libico unificato, inclusivo ed efficiente, approvato dalla Camera dei Rappresentanti. È stato richiesto inoltre, a tutte le fazioni libiche di riprendere un processo politico guidato dai libici, sotto gli auspici dell’UNSMIL, con un coinvolgimento costruttivo, aprendo quindi la strada alla conclusione del periodo di transizione mediante elezioni parlamentari e presidenziali libere, eque, inclusive e credibili, organizzate dall’Alta Commissione Elettorale Nazionale.

Il vertice ha voluto rimarcare la promozione della partecipazione piena, effettiva e significativa di donne e giovani in tutte le attività relative alla transizione democratica libica, la risoluzione del conflitto e la costruzione della pace, e il supporto agli sforzi del SRSG Salamé, per facilitare un coinvolgimento più ampio e la partecipazione di donne e giovani provenienti da ogni settore della società libica nel processo politico e nelle istituzioni pubbliche. È stata richiesta la distribuzione trasparente, responsabile, giusta ed equa del patrimonio e delle risorse pubbliche tra le diverse aree geografiche libiche, anche attraverso la decentralizzazione e il supporto ai municipi, eliminando in tal modo un essenziale reclamo e motivo di recriminazioni.

Riforma del settore della sicurezza

Riguardo la riforma del settore della sicurezza, è stato evidente il sostegno di tutti i partecipanti al ripristino del monopolio dello Stato nell’uso legittimo della forza, supportando l’istituzione di forze di sicurezza nazionali, di polizia e militari libiche unificate sotto l’autorità centrale e civile, in conformità al dialogo del Cairo e relativi documenti.

Riforma economica e finanziaria

L’importanza del ripristino, del rispetto e della salvaguardia dell’integrità, unità e governance legittima di tutte le istituzioni sovrane libiche, in particolare la Banca Centrale della Libia (CBL), l’Autorità Libica per gli Investimenti (LIA), la National Oil Corporation (NOC) e l’Ufficio dell’Audit (AB) è stato uno dei temi centrali della Conferenza di Berlino, è stato sottolineato in quest’ambito come i comitati direttivi degli enti sopracitati debbano essere inclusivi, rappresentativi e attivi.

Gli Stati presenti alla Conferenza si sono impegnati a fornire, su richiesta delle autorità libiche e in piena conformità con i principi di titolarità nazionale, assistenza tecnica per aumentare la trasparenza, riconducendo queste istituzioni alla conformità con gli standard internazionali, anche attraverso processi di audit. Si sono impegnati, inoltre, a permettere un dialogo intra-libico con la partecipazione di rappresentanti di tutti i diversi gruppi di interesse sui reclami riguardanti la distribuzione delle risorse economiche libiche.

D’altra parte, è stato chiesto alle autorità libiche, un miglioramento della capacità delle istituzioni di controllo competenti, in particolare dell’Ufficio dell’Audit, dell’Autorità per il Controllo Amministrativo, dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, dell’Ufficio del Procuratore Generale, e delle commissioni parlamentari competenti, ai sensi dell’Accordo Politico Libico e delle leggi libiche pertinenti.

Rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani

Gli Stati e le organizzazioni presenti hanno voluto sollecitare le fazioni libiche al pieno rispetto del diritto internazionale umanitario e delle leggi sui diritti umani, per proteggere i civili e le infrastrutture civili, compresi gli aeroporti, al fine di consentire l’accesso al personale medico, di monitoraggio dei diritti umani e umanitario, e intraprendere azioni volte a proteggere la popolazione civile, compresi gli sfollati, gli emigranti, i rifugiati, i richiedenti asilo e i prigionieri, anche mediante il coinvolgimento delle organizzazioni dell’ONU.

La mancanza di un processo equo nel funzionamento del sistema giudiziario nazionale, anche nelle carceri, rappresenta, infatti, uno dei fattori che contribuiscono alla volatilità e gravità della situazione dei diritti umani e umanitaria in Libia. Per tale ragione, sono state esortate tutte le fazioni a cessare la pratica della detenzione arbitraria e le autorità libiche a istituire procedure alternative alla detenzione, in particolare per coloro che si trovano in aree ad alto rischio di conflitto, e chiudere gradualmente i centri di detenzione per emigranti e richiedenti asilo, riformando nel contempo il quadro legislativo libico sull’emigrazione e l’asilo, al fine di allinearlo con il diritto internazionale e gli standard e principi riconosciuti a livello internazionale.

Al fine di avere un quadro completo e chiaro della situazione, le autorità internazionali si sono impegnate a supportare le attività delle istituzioni libiche per documentare violazioni del diritto internazionale umanitario e delle leggi sui diritti umani, incoraggiando le autorità libiche ad avanzare ulteriormente nel rafforzamento delle istituzioni giudiziarie di transizione.

La posizione dell’Italia

Al termine della Conferenza di Berlino i rappresentanti italiani si sono detti soddisfatti dei significativi passi in avanti fatti durante la riunione. La Conferenza, infatti, avrebbe confermato che l’Italia sarà in prima linea, qualora la comunità internazionale deciderà di lanciare una missione di interposizione sotto la guida dell’ONU al fine di monitorare il cessate il fuoco.

I 55 punti conclusivi, condivisi da tutti i partecipanti al vertice, sono stati di certo una base di grande significato per avviare i lavori del gruppo “5+5” che prenderà avvio e che raggrupperà i cinque rappresentanti del Governo di accordo nazionale libico e i cinque membri dell’autoproclamato Esercito nazionale libico.

Donne, pace e sicurezza: il 25 Novembre è stata la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne… a che punto siamo?

Recentemente è stata adottata la Risoluzione n.2493 nell’ambito dell’Agenda su Donne, pace e sicurezza che fa seguito, richiamandole, a diverse risoluzioni, tra le quali la n. 1325 del (2000) e la Relazione del Segretario generale del 17 settembre 2015 (S/2015/716).

Donne, pace e sicurezza: il 25 Novembre è stata la Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne… a che punto siamo? - Geopolitica.info

“La violenza sessuale contro donne e ragazze affonda le sue radici in secoli di dominazione maschile. Non dimentichiamo che le disuguaglianze di genere che alimentano la cultura dello stupro sono essenzialmente una questione di squilibri di potere”. Queste le  parole del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres, nella Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne, del 25 Novembre 2015.

La violenza nei confronti del genere femminile è ad oggi una delle più ricorrenti e brutali dal punto di vista della violazione dei diritti umani. Si tratta, inoltre, di un problema diffuso a qualsiasi latitudine geografica, ed  è spesse volte accompagnato da impunità di chi lo perpetra e da vergogna per chi lo subisce. Inoltre, le conseguenze che tali violenze portano con sé, impattano negativamente sia sulla sfera psicologica, sessuale  che riproduttiva della donna, ripercuotendosi nell’arco della sua intera vita.

Alle violenze fisiche vere e proprie,  vanno poi connessi ulteriori svantaggi e discriminazioni che avvengono sin da un’età precoce, e non consentono un’inclusione piena della persona: tra questi vi rientra l’accesso alla scolarizzazione di base, a cui dovrebbe seguire la possibilità di un’istruzione primaria e secondaria; queste mancate e fondamentali opportunità per le bambine divenute poi ragazze ed in seguito donne, si traducono in maggiori rischi sia sul versante della salute, che sul versante delle opportunità di accesso al mercato del lavoro e più in generale sulla loro emancipazione in senso più ampio, a 360° (secondo quanto evidenziato dall’UNICEF-United Nations Children’s Fund).

In aggiunta poi,  si sottolinea come, se da un lato  la violenza di genere  riguardi  ipoteticamente qualsivoglia persona di genere femminile, di fatto alcune accadere donne e ragazze risultano maggiormente esposte rispetto alle altre poiché particolarmente vulnerabili: ad esempio le ragazze giovani e  le donne anziane; coloro che si identificano come lesbiche, bisessuali, transessuali o intersessuali; le  donne migranti e rifugiate; le donne indigene o parte di minoranze etniche;  le donne e ragazze che vivono con l’HIV  o con disabilità varie; infine coloro che vivono in Paesi con forti crisi umanitarie (che potrebbero rientrare anche nelle altre categorie summenzionate).

La violenza contro le donne continua ad essere un ostacolo al raggiungimento dell’uguaglianza, allo sviluppo, alla pace e al rispetto dei diritti umani; da qui ne scaturisce che “ la promessa degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals – SDG) – di non lasciare indietro nessuno – non possa essere mantenuta, senza porre fine alla violenza contro le donne e le ragazze”.

Cosa prevede la Risoluzione n. 2493 del Consiglio di Sicurezza?

La presente risoluzione è volta a:

– ribadire gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e la responsabilità primaria del Consiglio di Sicurezza per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale;

– ricordare la Dichiarazione sull’Eliminazione della Violenza Contro le Donne, ad opera dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite (che definisce la violenza contro le donne come “qualsiasi atto di violenza di genere);

–  sottolineare  l’importanza di raggiungere una pace e una sicurezza sostenibili attraverso il dialogo, la mediazione, le consultazioni e i negoziati politici.

Oltre a ciò, la suddetta risoluzione pone in evidenza come di fatto permangano molte lacune sia con riferimento all’Agenda su Donne, pace e sicurezza che con riferimento a risoluzioni del Consiglio di Sicurezza adottate precedentemente ma non del tutto poste in essere; un esempio, a quest’ultimo riguardo, è dato dalla risoluzione n. 1325 (2000), citata frequentemente all’interno dell’odierna risoluzione, per gli obiettivi significativi che quella si prefissava:

– sia
da un punto di vista politico, dal momento che enfatizzava  l’importanza della partecipazione femminile ai vari livelli decisionali, ponendo di contro in evidenza la frequente sottorappresentazione delle donne in molti processi e organismi formali relativi al mantenimento della pace e della sicurezza internazionali; la mancanza di risposte umanitarie adeguate e di sostegno ai ruoli dirigenziali delle donne in tali contesti, l’insufficienza dei finanziamenti per progetti specifici che avessero come focus le donne, la pace e la sicurezza e il conseguente impatto negativo sul mantenimento della pace e della sicurezza internazionale;

– sia da un punto di vista giuridico
, poiché ribadiva, con riferimento alla  tutela delle donne e delle ragazze nei conflitti, quanto fosse importante prevenire la violenza attraverso la promozione dei diritti, perseguendo i colpevoli di gravi crimini ed includendo le donne  nelle operazioni di pace, sia in situazioni di conflitto che postbelliche.

Dal momento che  i conflitti armati hanno un impatto fortemente riconosciuto sulla vita dei civili in generale e delle  donne e delle ragazze in particolare,  il Consiglio di Sicurezza, ancora una volta, chiede a gran voce, con l’odierna  risoluzione n.2493, che  gli Stati membri garantiscano la protezione delle donne da ogni forma di prevaricazione,  e che parimenti  consentano loro di poter prendere pienamente parte ai processi negoziali di pace.

Quanto richiesto dal Consiglio di Sicurezza agli Stati membri, attraverso l’adozione di siffatta risoluzione, è teso a ricordare loro gli impegni presenti all’interno della Dichiarazione e della Piattaforma d’azione di Pechino (1995), a sottolineare agli Stati firmatari della Convenzione sull’Eliminazione di Tutte le Forme di Discriminazione Contro le Donne e del relativo Protocollo Facoltativo, il rispetto degli obblighi ivi riportati,  sollecitando al contempo gli Stati che non  ne facciano ancora parte, a ratificare o ad aderire a tali Patti, prendendo atto della Raccomandazione Generale 30 del Comitato per l’Eliminazione della Discriminazione contro le Donne nella Prevenzione dei Conflitti e delle Situazioni Post-Conflitto.

Gli Stati membri hanno di fatto la responsabilità primaria a far sì che le numerose  risoluzioni delle Nazioni Unite nell’ambito dell’Agenda su Donne, pace e sicurezza diventino operative a tutti gli effetti, potendo, in via continuativa, contare sul ruolo altrettanto importante, sebbene complementare e non sostitutivo, delle varie organizzazioni delle Nazioni Unite in materia, così come degli organismi regionali e sub-regionali.

Spetta agli Stati membri rispettare e garantire i diritti umani di tutti gli individui presenti sul proprio territorio e soggetti alla propria giurisdizione, sia in situazioni di pace che di conflitto armato.

In aggiunta,  si afferma come anche la società civile ricopra un ruolo importante per il contributo che questa apporta, nelle sue varie organizzazioni (tra le quali sono ricomprese le organizzazioni femminili) nel dare attuazione concreta  alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza  nell’ambito dell’Agenda summenzionata.

Si veda poi come, lo stesso Segretario Generale, in più occasioni, tra le quali la Relazione  del 9 ottobre 2019 ed altre raccomandazioni operative per l’ONU e gli Stati membri, oltre a fare il punto della situazione in materia, solleciti gli Stati ad  attuare o ad implementare i propri sforzi con riferimento all’Agenda su Donne, pace e sicurezza, tenendo conto di alcune ricorrenze a breve, tra le quali:  il 20° anniversario della risoluzione n. 1325; il 25° anniversario  della dichiarazione e della piattaforma d’azione di Pechino ed il 75° anniversario delle Nazioni Unite.

Inoltre, se è vero che gli Stati membri, con il supporto delle organizzazioni regionali e sub regionali  abbiano in parte posto in essere alcuni sforzi, al fine di attuare quanto previsto dalla risoluzione n.1325 (2000) e dalle successive risoluzioni in materia, sia a livello regionale, nazionale e locale, attraverso l’implementazione di piani d’azione diversificati tra i quali  il monitoraggio, la valutazione e il coordinamento nelle varie situazioni, così da promuovere , l’emancipazione delle donne e delle ragazze nei processi di pace,  va altresì menzionata la relazione del Segretario Generale del 17 settembre 2015 (S/2015/716) che conteneva già, al suo interno, le raccomandazioni  sull’analisi dell’attuazione della  risoluzione n. 1325 (2000).

In questo momento, anche in virtù di questa coincidenza importante di anniversari (nell’ ambito delle Nazioni Unite), il Consiglio di Sicurezza richiede con fermezza agli Stati membri che venga data effettiva attuazione alle risoluzioni precedenti per quanto riguarda la specifica Agenda su Donne, pace e sicurezza richiedendo un impegno concreto ed efficace che riesca a garantire e promuovere  una partecipazione  concreta, egualitaria ed effettiva alle donne nelle varie fasi dei processi di pace e nelle varie posizioni civili, militari ed apicali annesse. E’ necessario che le donne prendano parte ai colloqui di pace fin dall’inizio, sia nelle delegazioni delle parti negoziali che nei meccanismi istituiti per attuare e monitorare gli accordi; bisogna  rafforzare la  partecipazione femminile nei processi di pace, nelle organizzazioni di consolidamento della pace, nella pianificazione e negli  sforzi di stabilizzazione, nella ricostruzione e nella ripresa postbellica, secondo quanto auspicato dalla risoluzione n. 1645 (2005), dal momento che la loro rappresentanza e partecipazione é attualmente pressoché esigua.

Per poter consentire alle donne di acquisire maggiori capacità partecipative e decisionali a livello di rappresentanza nelle istituzioni é necessario poi che gli Stati membri promuovano  i diritti civili, politici ed economici delle donne, che  decidano di finanziare i progetti dell’ Agenda summenzionata, quali gli aiuti nelle situazioni di conflitto e post-conflitto, i programmi volti alla promozione della parità di genere, dell’emancipazione  femminile e della sicurezza economica delle donne, anche attraverso l’accesso all’istruzione, alla formazione e al rafforzamento delle capacità,  anche mediante una maggiore cooperazione internazionale incentrata su queste tematiche.

Tuttavia, non basta. Stando a quanto richiesto dal Consiglio di Sicurezza, gli Stati membri devono creare ambienti sicuri, così da permettere alla società civile,  alle comunità formali e informali, anche guidate da donne,  agli attori politici e  a coloro che sono impegnati nella protezione e promozione dei diritti umani, di poter svolgere il loro lavoro in maniera libera, indipendente, senza interferenza alcuna ma anzi promuovendo un coordinamento degli sforzi di attuazione in tal senso. Parimenti si chiede di valorizzare il prezioso lavoro posto in essere dal gruppo di esperti informali su Donne, pace e sicurezza,  sulla base di quanto previsto dalla risoluzione n. 2242 (2015), affinché all’interno di tale Agenda, si operi in maniera più efficiente,  con un maggiore controllo e coordinamento degli sforzi per la sua concreta attuazione. Determinante risulta, al riguardo, il contributo stesso delle Nazioni Unite.

Infine, si chiede alle organizzazioni regionali e sub regionali di svolgere riunioni,  a cui partecipino governi ed organizzazioni della società civile impegnate in tale ambito.

Per monitorare l’attuazione dell’ Agenda su Donne, pace e  sicurezza, in maniera specifica, nelle rispettive regioni e nei singoli paesi,  risulta importante incoraggiare e  individuare misure pratiche e misurabili per la piena attuazione dell’Agenda stessa, condividendo le best practices già poste in essere, così da garantire una partecipazione più inclusiva, riferendo poi,  in merito a tali progressi, durante il dibattito annuale del Consiglio di Sicurezza, grazie a gruppi di esperti e a squadre di monitoraggio dei comitati per le sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite,  quanti e quali impegni e progressi previsti dalla presente risoluzione e dalle precedenti summenzionate vengano effettivamente realizzati.

 

La protezione dei civili nei conflitti armati

Recentemente, sono state approvate due risoluzioni del Consiglio di Sicurezza riguardanti i civili nel corso di conflitti armati: la n. 2474 affronta la problematica delle persone scomparse durante i conflitti armati; la n.2475 pone in evidenza la complessa situazione delle persone disabili all’interno dei conflitti.
Entrambe le risoluzioni poggiano le loro premesse sul ruolo primario della Carta delle Nazioni Unite nell’ambito del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, sul rispetto delle norme e dei principi alla base del diritto internazionale umanitario, sottolineando come il raggiungimento di una pace e di una sicurezza sostenibili necessitino di strumenti fondamentali quali il dialogo, la mediazione, le consultazioni e i negoziati politici per superare le differenze e porre fine ai conflitti.

La protezione dei civili nei conflitti armati - Geopolitica.info

Il diritto internazionale e il diritto umanitario internazionale.
Per quanto concerne la problematica evidenziata dalla prima risoluzione in esame, si sottolinea come, sia il diritto internazionale relativo alle persone scomparse a seguito di conflitti armati, che il diritto umanitario internazionale (Convenzioni di Ginevra del 1949 e Protocolli addizionali del 1977) hanno previsto che gli Stati membri parti delle Convenzioni si impegnino a rispettare e garantire quanto previsto dalle stesse. Altre risoluzioni in materia sono:

  • le Risoluzioni 1265 (1999), 1296 (2000), 1674 (2006), 1738 (2006), 1894 (2009), 2222 (2015) e 2286 (2016) sulla protezione dei civili nei conflitti armati, nonché le pertinenti dichiarazioni correlate;
  • le Risoluzioni 2417 (2018), 2175 (2014) e 1502 (2003) sulla protezione del personale umanitario impegnato nei conflitti;
  • la Risoluzione dell’Assemblea Generale 73/178 denominata “Persone scomparse”;
  • la Relazione del Segretario Generale sulla protezione dei civili nei conflitti armati del 07 maggio 2019 (S/2019/373).

Anche per la seconda questione evidenziata ovvero i disabili nei conflitti armati, si può continuare a fare riferimento alle Convenzioni di Ginevra e ai Protocolli aggiuntivi, oltreché alla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, che all’ articolo 11, afferma: “ Gli Stati Parti prenderanno, in accordo con i loro obblighi derivanti dal diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario e le norme internazionali sui diritti umani, tutte le misure necessarie per assicurare la protezione e la sicurezza delle persone con disabilità in situazioni di rischio, includendo i conflitti armati, le crisi umanitarie e le catastrofi naturali”.

Cosa si è fatto da parte degli Stati membri?
Attualmente, a livello mondiale, tante e gravi sono le crisi umanitarie che vedono coinvolti i civili (dall’Afghanistan e Siria alla Repubblica Centrafricana e al Sud Sudan, passando per la Palestina e lo Yemen, o per il Myanmar); si è infatti assistito negli ultimi dieci anni ad una escalation di conflitti che stanno accrescendo le sofferenze di milioni di persone, soprattutto civili. Prendendo come riferimento il “solo” Medio Oriente e Nord Africa, sono più di 71 milioni (dati Unicef) le persone in condizioni varie di bisogno, anche perché in questa vasta area si trovano quei territori (Siria, Iraq, Palestina, Yemen, Libia e Sudan) che stanno da lungo tempo affrontando molteplici crisi umanitarie che mettono a dura prova la resistenza della popolazione locale. In aggiunta,  si può citare l’esempio dei Rohingya (più di 700.000 persone) che dall’agosto del 2017 sono fuggiti dalla violenza in Myanmar e si sono stabiliti a Cox’s nel Distretto di Bazar, in Bangladesh, ma che anche lì si sono trovati ad affrontare problematiche immani quali la mancanza di libertà di movimento, discriminazione e limitato accesso ai servizi di base ma anche sparizioni all’interno dei campi stessi.
Ovviamente, ognuna di queste realtà presenta proprie specificità, ma tutte sono accomunate da una mancata osservanza del diritto umanitario internazionale quando ci si riferisce al non coinvolgimento dei civili nelle attività belliche.

Le due risoluzioni si focalizzano sulle strategie da implementare d’ora in avanti.
Per quanto riguarda i conflitti armati, sono gli  Stati  direttamente coinvolti a dover porre in essere quelle misure volte a proteggere i civili, a salvaguardare i diritti umani di tutti gli individui presenti sul loro territorio e soggetti alla loro giurisdizione, prevenendone la scomparsa e tutelando coloro che si trovano in condizioni di disabilità. Tuttavia, ad oggi,  tutto ciò è lontano dall’accadere; ed è per questo che entrambe le risoluzioni pongono l’enfasi  sull’auspicio che  questi cambiamenti possano realizzarsi.

Quali possono essere le azioni concrete da implementare per affrontare, concretamente, la questione delle persone scomparse nel corso dei conflitti armati?
Non esistono dati certi sul numero delle persone scomparse nei conflitti armati, ma dall’approvazione della Risoluzione n 2474 si chiede che vengano approvate alcune misure:

  • la registrazione dei detenuti di guerra, con l’istituzione di uffici nazionali con le informazioni sui detenuti appartenenti alla parte avversa;
  • una formazione adeguata delle forze armate in merito ai comportamenti che si possono tenere o meno;
  • la garanzia della punibilità di chi ha concorso alla scomparsa dei civili, con una maggiore attenzione nel caso si tratti di bambini e l’adozione al contempo delle misure necessarie per proteggere le vittime e i testimoni;
  • L’utilizzo dei progressi scientifici (la scienza forense per l’analisi del DNA) e di tecnologia (utilizzo di mappe, immagini satellitari e  radar).

In tale contesto poi, va ribadita l’importanza dell’attuazione dei principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza, imprescindibili nelle situazioni di assistenza umanitaria nel corso dei conflitti armati (S/PRST/2000/7): è da evidenziare l’incessante sforzo posto delle organizzazioni internazionali, come il  Comitato Internazionale della Croce Rossa nell’affrontare la delicata questione delle persone scomparse. Parimenti si menzionano i Rappresentanti Speciali, gli Inviati, i Coordinatori e i Consulenti del Segretario Generale delle Nazioni Unite, anch’essi impegnati a collaborare per la risoluzione di tale questione.

Quali azioni invece per le persone con disabilità?
Con la Risoluzione 2475 si vogliono implementare i diritti delle persone disabili, in situazioni di emergenza umanitaria. L’acuirsi delle tensioni in alcune aree del globo, come Nord Africa e Medio Oriente ha visto un accrescimento del numero di persone con  disabilità, tra cui un gran numero di minori (dati Unicef).

La richiesta posta agli Stati membri coinvolti nei conflitti è di adottare ogni strumento in loro possesso per proteggere le persone con disabilità da ogni forma di violenza o prevaricazione e di garantire assistenza umanitaria:

  • il reinserimento nel tessuto sociale di riferimento, attraverso forme di riabilitazione, sostegno psicosociale, soprattutto con riferimento a donne e bambini;
  • l’accesso a servizi di base (istruzione, servizi sanitari, trasporti) su un piano di uguaglianza rispetto al resto della popolazione.

Sia le Nazioni Unite che gli Stati membri sono chiamati a svolgere  un ruolo centrale al riguardo, adottando misure adeguate, volte ad eliminare la discriminazione e l’emarginazione delle persone disabili in situazioni di conflitto armato, in base agli obblighi previsti dalla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità, coinvolgendo altresì le organizzazioni della società civile impegnate in tal senso, per lo scambio di proposte o suggerimenti.

Al Segretario Generale poi spetterà il compito di riportare informazioni e raccomandazioni in materia, così da aggiornare periodicamente il Consiglio di Sicurezza sulla situazione generale e particolare, attraverso la raccolta di dati specifici per area geografica, nell’ambito dei mandati e delle risorse investiti all’uopo.

Per concludere si ricorda che quest’ anno ricorre il 70° anniversario delle Convenzioni di Ginevra del 1949, che assieme ai protocolli addizionali, rappresenta una parte fondamentale del quadro giuridico per la protezione dei civili nei conflitti armati; l’occasione è utile per chiedere a quegli Stati che non hanno ancora preso parte alla ratifica dei protocolli aggiuntivi I e II del 1977, di prenderne parte.

Il sistema internazionale post-moderno: un mondo di paradossi

La complessità del sistema internazionale attuale pone allo storico del diritto internazionale e delle relazioni internazionali l’ingrato e spinoso interrogativo di una possibile periodizzazione, tra un sistema internazionale moderno e la sua veste attuale (post-moderno), tra un prima e un dopo, tra un’età che si è conclusa contrassegnata da elementi peculiari e irripetibili e una età in corso ricca di contraddizioni e fratture (oltre che continuità) rispetto al passato.

Il sistema internazionale post-moderno: un mondo di paradossi - Geopolitica.info

Va sottolineato, però, che il sistema internazionale postmoderno è storia vivente, che si muove, si trasforma percorsa da una continua dinamica interiore, e segnata da un’intensa mobilità, da un lato, e da processi lenti e faticosi, dall’altro. Insomma, un sistema ancora da definirsi. Nonostante ciò all’occhio attento dello storico non sfuggono elementi di discontinuità e di paradossalità caratterizzanti la Global Society a partite dal secondo dopoguerra.

Il sistema internazionale moderno è generalmente conosciuto come “sistema Westfaliano”: dalla pace di Vestfalia del 1648 la società internazionale è stata costituita esclusivamente da entità politiche sovrane di tipo statuale, prima solo europee, poi occidentali con la nascita degli Stati Uniti d’America.

Sino alla vigilia della Prima guerra mondiale, Europa e Stati Uniti d’ America hanno formato l’unica comunità internazionale possibile ai loro occhi, basata su un diritto e una coscienza giuridica comuni. La convinzione delle proprie superiorità civili e religiose ha escluso la partecipazione attiva nella Global Society di altre realtà extra-occidentali, seppur auspicando un possibile, ma futuro, universalismo. Anche il diritto internazionale, che si andava formando, si è presentato come un diritto prodotto esclusivamente dalle e per le nazioni civili occidentali.

Ma il trattato di San Francisco del 26 giugno 1945 e gli eventi che ne hanno fatto seguito hanno riscritto l’organizzazione della società internazionale. Da quel momento appaiono all’orizzonte una serie di elementi di discontinuità rispetto al sistema internazionale moderno. Elementi di discontinuità individuabili nel frapporsi all’interno delle relazioni internazionali di soggettività nuove, di diversi modi di competitività tra essi nonché di distribuzione geografica e settoriale del potere qualitativamente differente.

In primo luogo, alla natura prettamente eurocentrica della società internazionale, si sostituisce finalmente una natura realmente universale. Non è più il Vecchio continente a dettare le regole dell’esistenza e dell’accesso alla società internazionale. Ma non è più nemmeno l’Occidente: alla potenza economica, politica e culturale degli Stati Uniti, quali eredi della civiltà europea, si contrappone una nuova realtà politico-culturale come la Russia. Non solo. Il completamento del processo di decolonizzazione ha comportato l’emergere di realtà statuali nuove che aspirano a divenire protagonisti della comunità internazionale. Il modello statuale, nella sua veste più perfetta di stato costituzionale, si afferma e si miticizza. Non a caso, si calcola che dal 1950 ad oggi il numero di stati abbia superato i 190. In ciò si manifesta il primo paradosso del sistema internazionale postmoderno: la maggior parte di essi sono stati creati per essere fulcri di influenza di potenze straniere, di essere oggetto di controllo indiretto (soprattutto economico e finanziario) delle vecchie madrepatrie coloniali.

Ancora, a fronte della inedita affermazione moderna della centralità statuale e della sovranità decisionale, anche in forme estreme di formalismo normativo, si constata la attuale rinuncia progressiva alla sovranità decisionale tanto in situazioni di normalità politica quanto in tempo di eccezionalità. Tale rinuncia ha ad oggetto sia politiche interne (anche di rilevanza notevole per la sopravvivenza stessa delle unità statuali, come la politica monetaria, basti pensare all’UE) sia la politica estera (es. i sistemi di allerta di difesa collettiva dell’OSCE). Insomma, viene superata la tradizionale distinzione tra esterno e interno, tra realtà internazionale e politica interna: molteplici atti normativi interni finiscono con il costituire attuazione di volontà altre ed esterne rispetto al governo nazionale. L’entità statuale si scioglie, infatti, progressivamente in entità superiori, quali le Organizzazioni Internazionali.  Queste ultime concorrono con gli Stati, o spesso sostituendosi ad essi, nella definizione del volto del diritto internazionale e della relativa comunità. Ecco il secondo paradosso.

Ma a realtà macro, come le organizzazioni internazionali, si contrappongono nell’agone globale, entità micro come popoli, minoranze e gruppi protetti più o meno territorialmente collegate o gruppi terroristici totalmente privi di legami territoriali. Anche la figura dell’individuo singolo riemerge all’interno di un dibattito che, in realtà, dalla seconda metà dell’800 (con P. Fiore) non si era mai sopito. La società internazionale moderna è stata una società prettamente di stati perché progressivamente dal terreno del potere e dell’uso legittimo della forza sono rimasti esclusi i soggetti privati (basti pensare alle riflessioni di A.Gentili, prima, e di E. Vattel, poi). Nel sistema internazionale postmoderno il soggetto privato riacquista una rilevanza, prima come persona umana e, poi, come operatore economico. A partire dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948 si è rivalutata la natura etica dei rapporti tra comunità internazionale e individui; e il diritto internazionale si è dovuto rivestite di quella morale che aveva tentato di perdere, mediante un processo di positivizzazione, nel massimo fiorire del periodo precedente. Gli Stati si ritrovano, così, costretti a operare in qualità di mandatari degli individui/popoli che rappresentano (centrali, in merito, sono le considerazioni di M. Walzer).  Non solo. Stati e individui concorrono competitivamente tra loro ogniqualvolta siano portatori di interessi di egual natura (es. economici, finanziari) ma contrapposti. E’ quanto ha reso evidente la trans-nazionalizzazione delle attività produttive e commerciali, c.d. globalizzazione. Attori privati del rango di multinazionali, società finanziarie internazionali, società di rating, law firms e entità statuali si contendono capitali, titoli di debito, risorse energetiche e zone di influenza su paesi e aree geografiche più o meno sviluppate (a riguardo, tra gli altri M. R.Ferrarese, F. Galgano e S. Sassen). Ecco il terzo paradosso

La compressione, dunque, dello spazio globale ha condotto i tradizionali protagonisti della comunità internazionale a dividersi o contendersi porzioni di autorità con soggetti privati a colpi di norme giuridiche, gius-internazionalistiche, di prassi mercantili consolidate e di golden share. Ma soprattutto ha manifestato una perdita di autorevolezza e di capacità reattive degli Stati, chiamati sempre più spesso a recepire, in maniera pedissequa, come norme interne prassi contrattuali commerciali unilateralmente prodotte (pungenti sono le osservazioni in merito operate da V. Roppo e E. Capobianco).

D’altronde, il multilateralismo che aveva condotto nei primi decenni del dopoguerra alla creazione di molteplici organismi di coordinamento internazionale, si è sopito a fronte di un inarrestabile bilateralismo serpeggiante tra tutti i membri della comunità (si veda tra gli altri H.Bull, A. Watson, A.Colombo). Membri differenti e multipli, tali da far profilare un ineludibile cosmopolitismo che, però, paradossalmente, nella realtà dei fatti sembra tradursi in una inevitabile frammentazione futura della Global Society.

 

 

 

 

 

Ruanda: un genocidio geopolitico

Il 6 aprile del 1994 in Ruanda si scatena l’inferno. Poi seguiranno 100 giorni di massacri, stupri e violenze di ogni tipo ai danni dei tutsi e degli hutu moderati. Il pretesto, forse tanto atteso dagli estremisti hutu, fu l’abbattimento dell’aereo e la conseguente morte del presidente ruandese Juvenal Habyarimana (di etnia hutu), al potere dal 1973. Con lui morì anche il presidente del Burundi, entrambi di ritorno dai colloqui di pace in Tanzania. Fino a oggi non è stata ancora appurata la responsabilità dell’attentato.Le ipotesi sono sostanzialmente due: chi crede che siano stati gli estremisti hutu (facenti parte del circolo ristretto della moglie del presidente del Ruanda, Agathe) e chi invece incolpa i ribelli tutsi del RPF (Rwanda Patriotic Front), allora comandati dall’attuale presidente ruandese, Paul Kagame.

Ruanda: un genocidio geopolitico - Geopolitica.info Fonte: Internazionale.it

Torniamo un po’ indietro.

Il Ruanda fece il suo ingresso nella sfera politica europea alla fine dell’Ottocento, precisamente nel 1897, quando la Germania di Guglielmo II entrò in possesso del regno (comprendeva anche il moderno Burundi). I tedeschi vi trovarono un regno molto organizzato con a capo un re tutsi, che i nativi chiamavano mwami. Era considerato dal popolo un semi-dio.

La popolazione era divisa in due gruppi: i tutsi e gli hutu. I primi allevavano il bestiame e i secondi coltivavano la terra. Questi due gruppi non erano statici, ma in virtù delle proprie capacità potevano cambiare. Infatti non era raro che un hutu fosse allevatore e un tutsi agricoltore. I nuovi arrivati non tardarono a individuare i tutsi come l’élite del luogo. Li appoggiarono e gli consentirono di rafforzare il proprio potere a discapito degli hutu. I tutsi furono aiutati in questo da una teoria ripresa dall’esploratore inglese, del XIX secolo, John H. Speke, che ebbe la fortuna di “scoprire” il lago Vittoria e le sorgenti del Nilo. Egli, nel 1863, formulò la teoria secondo la quale i tutsi fossero in realtà i discendenti del re David, e di conseguenza li considerava una tribù caucasica di origini etiope; mentre identificava gli hutu come la classica tribù negroide e sottosviluppata. Questo pensiero attecchì anche con i tedeschi. I tutsi erano considerati aristocratici, alti, belli con fisici slanciati, pelle non molto scura, labbra sottili e naso stretto e appuntito; mentre gli hutu erano rozzi, bassi con corporatura tozza, pelle scura e naso schiacciato.

Dopo la Prima guerra mondiale, il Belgio amministrò il regno di Ruanda-Urundi al posto della Germania sconfitta. Con la dominazione belga la situazione tra le due “etnie” diventò sempre più insostenibile, scavando tra loro un solco sempre più profondo e incolmabile. Nel 1933 i belgi introdussero le carte d’identità etniche e continuarono ad assegnare i posti migliori dell’amministrazione del governo ai tutsi. Gli hutu, sempre più emarginati ed esclusi dalla società, cominciarono ad organizzarsi: un gruppo di intellettuali pubblicò il Manifesto hutu. In sintesi, il Manifesto dichiarava la sostituzione dei tutsi ai cardini del potere con uomini hutu, legittimando la violenza contro gli oppressori feudali dei primi sui secondi.

Siamo nel 1957. Il Belgio, che fino ad allora aveva sempre appoggiato e protetto i tutsi, improvvisamente cambiò strategia politica e abbandonò i vecchi protetti per i nuovi diseredati da redimere. L’influenza della Chiesa qui fu forte. Negli anni ’50 i nuovi sacerdoti belgi mandati nella colonia ruandese erano di origine fiamminga e di conseguenza gli veniva naturale identificarsi con gli hutu. In Belgio, in quegli anni, i valloni (di lingua francese), che erano una minoranza, detenevano maggiore potere e ricchezza rispetto ai fiamminghi (di lingua germanica, molto simile all’olandese), che invece rappresentavano la maggioranza della popolazione. Esattamente come in Ruanda. Gli hutu rappresentavano l’84% della popolazione, i twa (pigmei, primi abitanti della zona) l’1% e i tutsi appena il 15%.

Nel 1959-60 avvengono i primi incidenti gravi: migliaia di tutsi vengono uccisi e migliaia di persone sono costrette a fuggire all’estero. I belgi non muovono un dito. Nel 1962 i ruandesi ottengono l’indipendenza dal Belgio ed eleggono Kayibanda presidente. Costui darà il là a vari pogrom contro i tutsi: i più devastanti nel 1963 e 1964 con 15 mila morti e 250.000 rifugiati. Dopo questi fatti, scriverà il filosofo Sir Bertrand Russell: “Il massacro più atroce e sistematico di cui siamo stati testimoni dopo lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti”.

L’odio verso i tutsi non tende a placarsi, e anche quando nel 1973 il generale Juvenas Habyarinama prende il potere con un colpo di stato, i massacri continueranno. Quello stesso anno migliaia di persone vengono uccise. Lo stesso accadrà altre volte nel corso degli anni, fino ai pesanti pogrom del 1992. All’inizio degli anni Novanta l’ONU manda un contingente di soldati comandati dal generale canadese Romeo Dallaire. Nel 1993 viene firmato un trattato di pace tra Habyarimana e i ribelli tutsi del RPF, che risiedono in Uganda (essendo cresciuti e in molti casi nati in quel Paese perché espatriati o figli di espatriati fuggiti dai massacri avvenuti in Ruanda, dopo gli anni ’60).

Questi ultimi parlano tutti inglese. Questo è un particolare importante ai fini della nostra storia. La situazione sembra risolta, ma è solo un fuoco di paglia. Habyarimana era considerato un traditore da molti circoli estremisti che gravitavano attorno alla moglie. Come scritto sopra, il 6 aprile 1994, l’aereo che stava riportando a casa il presidente ruandese e burundese viene colpito da un razzo. Non c’è scampo per entrambi. Il genocidio ha inizio.

La geopolitica

Qui si cercherà di spiegare per quale motivo si considera l’uccisione dei tutsi un genocidio geopolitico. La Francia ha sempre cercato di mantenere una forte influenza sulle nazioni africane, e non solo, di lingua francese. Subito dopo l’indipendenza del Ruanda, la Francia subentrò prepotentemente al ruolo del Belgio, che lì non era più ben accetto. Già dal 1975 i francesi fornivano assistenza militare alla dittatura di Habyarimana e uomini delle forze armate francesi addestravano e aiutavano le truppe dell’ex colonia belga. Nel 1992 intervennero direttamente i soldati francesi per respingere un attacco dei ribelli tutsi del RPF dall’Uganda e nel giugno 1994, attraverso l’operazione “umanitaria” Turquoise, i soldati francesi in realtà protessero e aiutarono gli assassini della milizia Interahamwe a fuggire in Congo, inseguiti dai vittoriosi ribelli tutsi del RPF di Kagame.

Lì continuarono i loro massacri a scapito della popolazione civile. In questo genocidio vi rientrano prepotentemente anche gli americani: infatti furono loro a dare le armi ai ribelli di Kagame (tra l’altro addestrato negli USA) e sempre loro aiutarono e continuano ad aiutare il suo governo. Oggi in Ruanda si insegna l’inglese a scuola, esattamente la lingua di Kagame e dei ribelli tutsi proveniente dall’Uganda. Non dimentichiamoci l’importantissimo colosso dai piedi di argilla, il confinante Congo. Un Paese continente ricchissimo di minerali e di materie prime che fanno gola a tanti paesi e a tante multinazionali occidentali.

Le maggiori riserve di coltan, un minerale indispensabile per costruire i micro processori dei computer e non solo, risiedono in Congo. Inoltre, questo paese possiede enormi riserve di diamanti, argento, oro, rame ecc. (otre al legno pregiato e alla fauna selvatica). Sempre in Congo, tra il 1994 e il 1997, si è combattuta quella che gli storici chiamano la Prima guerra mondiale africana (si presume che vi siano morti tra i 2 e i 5 milioni di persone). Vi hanno partecipato tutti i paesi confinanti, oltre al ruolo predominante del Ruanda di Kagame.

Tutte quelle ricchezze arrivano in Occidente tramite vie traverse e quasi sempre illegalmente. Sicuramente la Francia è stata scalzata, come potenza regionale, a favore degli Stati Uniti. Quest’ultima è la vera nazione vincitrice, se così si può dire, del genocidio del 1994. Vorrei ricordare che in 100 giorni morirono 800.000 persone circa, perché, come disse il generale dell’ONU in Ruanda Romeo Dallaire, nessuno fermò il massacro, eppure sarebbero bastate poche centinaia di soldati in più per fermare il genocidio ma nessuno volle muoversi. Né la Francia, né gli Usa né tanto meno l’ONU. Fu soprattutto una guerra di controllo del territorio congolese, in una delle zone più ricche di minerali al mondo.

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