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L’eredità di Obama

Gli attacchi di Parigi hanno chiarito oltre ogni dubbio la portata del pericolo jihadista,  la capacità di azione e la resilienza dell’ISIS. La politica estera della amministrazione Obama, a meno di un anno dalla scadenza del mandato presidenziale, è sotto la lente di ingrandimento. L’ISIS minaccia le democrazie occidentali, il nostro way of living, l’essenza stessa dei nostri valori. Ma soprattutto l’ISIS chiama in causa gli Stati Uniti, artefici, sentinelle e garanti di quell’ordine liberal-democratico nato sulle ceneri del secondo conflitto mondiale e che con la fine della guerra fredda tutti noi abbiamo dato per scontato.

L’eredità di Obama - Geopolitica.info Barack Obama affronta un dibattito nel corso della sua prima campagna elettorale Fayetteville, North Carolina, 2008 (cr: Reuters / Jim Young)

Gli ultimi due numeri del Foreign Affairs, la prestigiosa rivista americana del Council on Foreign Relations, entrano nel merito del dibattito  sugli otto anni di politica estera obamiana.  Obama’s worldJudging his foreign policy record  e The Post- American Middle East  ruotano essenzialmente attorno ad un quesito: Che mondo lascia Obama agli americani e a noi tutti? Migliore o peggiore?  Analisti e politologi, come è naturale che sia, sono divisi sulla risposta. Concordano, invece, nel ritenere che è il Medio Oriente il banco d’esame della politica estera di Obama. Suo malgrado, perché nelle dichiarate intenzioni di Obama la pacificazione del Medio Oriente doveva essere la sua historical legacy.

Nel suo articolo What Obama gets right  (Foreign Affairs, edizione settembre- ottobre) Gideon Rose respinge l’accusa che ritrae Obama come un presidente ondivago nella gestione degli interessi americani motivando la presunta reticenza dell’inquilino della Casa Bianca ad intervenire  in Medio Oriente  (e non solo) come un semplice ritorno alla normalità. La critica fondamentale secondo cui  l’amministrazione Obama ha creato il vuoto in Medio Oriente risponderebbe secondo Rose ad una falsa percezione sul  ruolo globale degli Stati Uniti nell’era post-11 settembre. Per oltre un decennio gli Stati Uniti si sarebbero sovraesposti nell’area mediorientale deviando dalla tradizione del “normale interventismo americano”.

L’attuale vortice mediorientale sarebbe causato dai mutamenti radicali e irreversibili messi in moto dalle Primavere arabe a partire dal 2011 che hanno segnato la fine del lungo periodo di supremazia americana in Medio Oriente. Una leadership esercitata attraverso un mix di relazioni economico-commerciali e da una modesta presenza militare.

Accantonati i toni del trionfalismo e dell’eccezionalismo americano in favore di un ritegno diplomatico globale, Obama ha impresso un mutamento di paradigma strategico alla politica estera e militare  degli Stati Uniti rispetto alla prassi degli ultimi decenni.

Quando è entrato in carica, nel 2009, Obama aveva ben chiara la sua visione sul futuro della politica estera americana: porre fine ad un periodo di spericolato espansionismo e unilateralismo belligerante, riorganizzare la mappa degli interessi strategici americani, rimodellare la leadership americana nel mondo del XXI secolo, restituire prestigio all’immagine offuscata degli Stati Uniti nel mondo.

Alla “guerra al terrore” , ha sostituito una politica di apertura al dialogo con i “nemici”, senza pregiudizi e precondizioni. Il famoso discorso  del Cairo del 2009 -con la simbologia della mano aperta al mondo musulmano che evita ogni suggestione di guerra religiosa contro l’Islam – è stato uno dei momenti salienti nella costruzione della sua dottrina.  L’impegno assunto nel porre fine all’occupazione militare in Iraq e in Afghanistan e la caparbietà con cui Obama ha perseguito un ravvicinamento con l’Iran rientrano coerentemente in questa strategia.

What Obama gets right? Il maggior merito riconosciuto ad Obama dai suoi sostenitori è quello di aver evitato, al costo di innumerevoli critiche, di portare il popolo americano in un’altra guerra mediorientale dagli esiti ancora più incerti e insidiosi di quella irachena. All’inizio del suo mandato Obama ha stabilito criteri molto severi per coinvolgere gli Stati Uniti in una nuova guerra, tracciando nella cartografia degli interessi americani   la chiara distinzione tra “centro” e “periferia”. La Siria, la Libia, l’Ucraina sono periferia.  Il Pacifico è il centro geostrategico statunitense.

Obama, con la sua apparente irresolutezza e reticenza a mettere i cosiddetti boots on the ground  avrebbe  intercettato gli umori prevalenti degli americani, stanchi di guerre lontane e costose in una regione dove nessuna operazione di nation building e regime change  ha mai funzionato. Malgrado il pasticcio della linea rossa, l’incauto annuncio di un intervento in Siria contro l’uso di armi chimiche per poi rimettere pretestuosamente la decisione al Congresso (di cui era nota la contrarietà), Obama ha perseguito con estrema coerenza i suoi obiettivi resistendo a diverse tentazioni di roll back che la storia gli ha offerto (l’uccisione dell’ambasciatore Stevens in Libia,  l’intervento russo in Ucraina). All’interventismo militare ha preferito le intese, concentrandosi su iniziative che ha ritenuto di maggiore importanza per la sicurezza nazionale. Il programma nucleare iraniano, il conflitto israelo-palestinese, la guerra in Iraq.

I critici di Obama la vedono naturalmente in maniera diversa. La dottrina Obama e la sua applicazione strategica in Medio Oriente è il prodotto di un combinato disposto di ingenuità, debolezza o, peggio ancora, di incompetenza.  Bret Stephens nel suo articolo  “What Obama gets wrong?” (in risposta a Gideon Rose) accusa Obama di non aver capito i pericoli insiti nella fine della Pax Americana. Il non interventismo americano avrebbe causato più danni di quanti si riprometteva di ripararne incoraggiando i nemici degli Stati Uniti e dell’Occidente tutto.

Ogni presidente, sostiene Stephens,  dovrebbe essere giudicato su alcuni aspetti fondamentali del suo mandato: l’abilità con cui riesce a realizzare ciò che ha promesso, ad indebolire i nemici,  a rafforzare gli alleati, e a definire una idea di “interesse americano” concreta e convincente. Obama non avrebbe realizzato nulla di tutto questo malgrado la forza convincente delle sue idee e la sua personalità. Il Medio Oriente vive una delle stagioni più turbolente della sua tormentata storia. Il riequilibrio degli interessi americani tra centro e periferia lungi dall’essere un esempio di prudenza ha creato un vuoto di potere in cui è entrato l’ISIS.

L’amministrazione Obama ha costantemente fallito nel rispondere alle aspettative create, dalla chiusura di Guantanamo alla ricomposizione delle relazioni con la Russia, al rinnovamento dell’immagine americana in Egitto, in Turchia, in Siria, fino ai negoziati per la questione palestinese. Gli sforzi di rimanere imparziale e non interventista hanno fatto infuriare i vecchi alleati, primo fra tutti Israele. L’ingenuità con cui Obama ha continuato ad insistere per ottenere da Tel Aviv il congelamento degli insediamenti nei territori occupati ha aggravato lo stallo delle relazioni tra Israele e il presidente palestinese Mahmoud Abbas  e danneggiato la percezione della capacità negoziale degli Stati Uniti. In Egitto Obama ha frettolosamente scaricato il fedele alleato Mubarak,  scommesso altrettanto incautamente  sulla capacità democratica della Fratellanza per poi, alla prova dei fatti, accettare una militarizzazione della società egiziana più oscurantista di quella precedente.

Nella lunga confusione delle Primavere arabe Obama è riuscito a farsi convincere dai liberal a sostenere la “ guerra umanitaria” in Libia per rovesciare Muammar Qaddafi.  La decisione di Obama di seguire from behind  l’intervento  franco-britannico  ha prodotto come unico risultato quello di trasformare la  Libia in un santuario jihadista.

Obama ha nuociuto alla leadership americana, sostengono più o meno coralmente i suoi detrattori. Rispetto alla questione siriana ad Obama si possono rimproverare molte cose, a cominciare dalla irresolutezza (le armi chimiche e la linea rossa), poca trasparenza (il ruolo dell’Iran nel futuro della Siria) e una notevole dose di ingenuità con Putin ed  Erdogan, i player più spregiudicati della scacchiera mediorientale.

Di certo, però, non lo si può accusare di ambiguità. In una conferenza stampa alla Casa Bianca, lo scorso 15 luglio, Obama ha dichiarato:  “[…] dopotutto non è compito del presidente degli Stati Uniti risolvere tutti i problemi del Medio Oriente. I popoli del Medio Oriente dovranno risolvere da soli i loro problemi […]”

La geopolitica di Francesco: motivazioni e considerazioni sul viaggio del pontefice in America

La prima tappa del viaggio americano di Papa Francesco è una conferma della “special relationship” che da alcuni anni lega Cuba alla Santa Sede: una tradizione di reciproca collaborazione diplomatica iniziata sotto il pontificato di Giovanni Paolo II  (nel 1998) e proseguita con Benedetto XVI (nel 2012). L’intensa attività del Santo Padre a favore del dialogo internazionale testimonia l’importanza crescente del ruolo della diplomazia vaticana nel risolvere contrasti e sanare conflitti che per decenni hanno martoriato il continente latinoamericano. L’apertura al dialogo interreligioso offre inoltre l’opportunità di trovare un canale privilegiato per superare uno stallo pericoloso capace, nel peggiore degli scenari, di trascinare la comunità internazionale verso l’ipotesi catastrofica dello scontro di civiltà profetizzata dalla geopolitica statunitense negli anni Novanta del secolo appena trascorso.

La geopolitica di Francesco: motivazioni e considerazioni sul viaggio del pontefice in America - Geopolitica.info Papa Bergoglio e il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama (Reuters/Kevin Lamarque)

Il ruolo diplomatico della Santa Sede

Già reduce da un viaggio nel continente sudamericano nel luglio scorso, il Santo Padre Papa Francesco ha ribadito il ruolo di interlocutore privilegiato del Vescovo di Roma con il regime cubano, soprattutto in relazione al delicato dialogo tra L’Avana e Washington, che, secondo l’auspicio di molti, potrebbe portare alla fine del decennale embargo commerciale deciso unilateralmente dagli Stati Uniti dopo che l’isola caraibica, negli anni Sessanta del secolo scorso, passò nella sfera d’influenza del blocco comunista. Un piccolo, ma significativo, segnale in questo senso era giunto già nel maggio scorso, quando il Presidente Barack Obama aveva deciso di cancellare Cuba dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo internazionale e, prima ancora (dicembre 2014), con l’annuncio da parte del leader della Casa Bianca dell’intenzione di riprendere relazioni ufficiali tra i due Paesi. Un ulteriore dato che, in questo momento, pone L’Avana al centro dell’attenzione diplomatica è rappresentato dal risultato positivo dei negoziati di pace tra le FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) e il governo di Bogotà raggiunto giovedì 24 settembre, il quale pone fine ad una guerriglia che per quarant’anni ha insanguinato e destabilizzato il Paese andino. Cuba infatti, oltre ad ospitare le rappresentanze delle controparti impegnate nel dialogo, è, insieme alla Norvegia, Stato garante di questa iniziativa. Anche in quest’ultimo caso l’attenzione rivolta da Papa Francesco alla delicata questione sembra avere dato i suoi buoni frutti, tanto che i delegati delle FARC avevano chiesto perfino che al tavolo dei negoziati potesse sedere un inviato permanente della Santa Sede. Lo sforzo della diplomazia vaticana è stato riconosciuto anche dal cattolico Segretario di Stato John Kerry, il quale ha affermato come l’azione di Papa Francesco possa “giocare un ruolo fondamentale nel contenere le forze del caos e stabilire un ordine mondiale più giusto”. Il responsabile di Foggy Bottom ha infatti sottolineato il ruolo geopolitico della Santa Sede “nel fare evolvere le relazioni tra Washington e Cuba” grazie alla “leadership e al dinamismo di Papa Francesco nella politica globale”, aggiungendo di essere “rimasto favorevolmente colpito dalla simmetria tra le priorità diplomatiche del Santo Padre” e quelle della Casa Bianca.

Dottrina Sociale e dialogo religioso

Sebbene Papa Francesco abbia parlato nelle due principali assise di Washington (Congresso, primo pontefice della Chiesa Cattolica ad esservi accolto) e New York (Palazzo di Vetro) dei principali temi che attualmente occupano l’agenda geopolitica internazionale (clima, terrorismo, povertà, migranti e crisi finanziaria), quello diplomatico non è stato l’unico aspetto toccato dal viaggio del Santo Padre. Anche le tematiche pastorali sono state al centro dell’agenda americana di Papa Francesco. Anzitutto il Papa ha sottolineato la centralità della Dottrina Sociale della Chiesa e, citando la sua enciclica Laudato sì, ribadito la propria posizione dinnanzi agli eccessi dell’imperialismo economico e del capitalismo selvaggio. In secondo luogo, l’aspetto più prettamente apostolico della visita è stato messo in risalto soprattutto da tre appuntamenti previsti dal programma: la Messa per la canonizzazione del Beato Junipero Serra, il padre missionario francescano di origini maiorchine che nel corso del XVIII secolo fu protagonista di una intensa opera di evangelizzazione nella California (allora posta sotto la sovranità del regno di Spagna), l’incontro con l’assemblea episcopale degli Stati Uniti nella Cattedrale di St. Matthew a Washington e la visita ai Vescovi ospiti dell’VIII Incontro Mondiale delle Famiglie nel seminario intitolato a San Carlo Borromeo nella città di Philadelphia. La presenza all’incontro interreligioso al Memorial di Ground Zero di New York, con il suo richiamo fortemente simbolico, ha inoltre rappresentato una risposta forte al pericolo di nuove “guerre di religione” nel terzo millennio, indicando nel dialogo tra le diverse fedi mondiali uno degli antidoti più efficaci allo scontro di civiltà. Espressione, quest’ultima, coniata in ambito geopolitico agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso dallo storico e orientalista britannico Bernard Lewis, ma poi ripresa e ampliata dallo statunitense Samuel Huntington nel suo omonimo e celebre saggio The Clash of Civilization and the Remaking of World Order (pubblicato nel 1996) . 

Il peso del cattolicesimo statunitense

Oramai lontani anni luce i tempi in cui Leone XIII, nell’enciclica Longinqua oceani, condannava l’Americanismo, oggi il percorso di intesa (anche geopolitica, peraltro già avviato, sotto questo aspetto, durante il pontificato di Pio XII) tra Santa Sede e Stati Uniti, sembra procedere su basi solide. Oltre alla presenza di due cattolici in posizioni chiave dell’attuale Amministrazione Obama, Kerry e il Vice Presidente Joe Biden, lo dimostrano alcuni dati relativi alla Chiesa cattolica negli Stati Uniti. A cominciare dal numero di porporati statunitensi nel Collegio Cardinalizio (18, di cui 11 elettori) e dal peso sempre più considerevole del cattolicesimo a stelle e strisce. Un peso che si evince, ad esempio, dalla presenza dell’Arcivescovo Metropolita di Boston, Sua Eminenza il Cardinale Sean Patrick O’Malley, nel Consiglio degli 8 Cardinali, sorta di organo voluto da Papa Francesco per affiancare il Sommo Pontefice nel governo della Chiesa Universale. Oppure dal ruolo dei Cavalieri di Colombo (Knights of Columbus), con circa 1,8 milioni di aderenti attivi nella vita della Chiesa, soprattutto nell’ambito della beneficenza. Va inoltre considerato il sostegno della società statunitense Promontory nel fornire consulenza a due dei tre pilastri che reggono il tripode economico-finanziario della Santa Sede: l’Istituto per le Opere di Religione (IOR) e l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA). Nel primo caso il gruppo americano ha supervisionato i conti correnti dell’istituto vaticano (all’interno del cui Consiglio di Sovrintendenza siede, tra gli altri, l’ex ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Santa Sede), mentre nel secondo è stato compartecipe della “due diligence” che ha interessato l’APSA. Un ruolo fondamentale, che ha contribuito a rendere possibile il perfezionamento etico fortemente desiderato da Papa Francesco rispetto alla complessa struttura che interessa il patrimonio economico e finanziario della Santa Sede. Non meno significativo è, infine, il ruolo dei gesuiti statunitensi nel campo della cultura e in particolare delle scienze. Lo testimonia la recente (18 settembre 2015) nomina di padre Guy Consolmagno, astronomo originario di Detroit, alla guida della Specola Vaticana, l’osservatorio astronomico della Santa Sede, la cui sede è nel palazzo apostolico di Castel Gandolfo, ma con una importante e moderna struttura presso il complesso del Mount Graham International Observatory sito in Arizona, dove la Santa Sede dispone del Vatican Advanced Technology Telescope (VATT). Segno tangibile di come la Chiesa di Papa Francesco pur considerando i problemi del mondo non dimentica di rivolgere il proprio sguardo attento al “cielo”.

La Russia e il fattore saudita

Nel novembre scorso è fallito l’ennesimo ciclo di negoziati incentrato sulla questione del nucleare iraniano che ha visto nuovamente coinvolte le potenze del cosiddetto gruppo 5+1 e Teheran. Il nuovo obiettivo prefissato, a conclusione dei colloqui, è stato quello di raggiungere un accordo entro giugno 2015 dato che, secondo le dichiarazioni ufficiali, sarebbero state risolte molte delle questioni un tempo oggetto di difficile mediazione tra i Paesi occidentali, l’Iran e i suoi alleati sino-russi.

La Russia e il fattore saudita - Geopolitica.info

E’ da tempo nota l’intenzione statunitense di pervenire ad una soluzione tombale su questa spinosa questione internazionale, ambizione spesso posta direttamente in opposizione alle mire geopolitiche regionali dei partner americani del Golfo Persico. In tal senso è in realtà risaputo che mentre l’amministrazione americana, “commissariata” dal Pentagono a seguito dell’incapacità della Casa Bianca di rispondere in maniera efficace alla crisi politico-militare che ha scosso l’Iraq nel corso dell’estate, avrebbe comunque ricercato un accordo di qualche tipo con il regime degli Ayatollah per potersi disimpegnare dallo scenario mediorientale e concentrarsi verso obiettivi di più ravvicinato interesse domestico, l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo, dal canto loro, avrebbero visto come fumo negli occhi una qualunque forma di ricomposizione che avesse rafforzato il già importante ruolo iraniano nella regione, sancendo di fatto una collaborazione formale (informalmente già in essere) tra Stati Uniti e Teheran sull’Iraq e, di fatto, sulla Siria, il tutto a pieno vantaggio del regime di Assad, il quale, secondo alcuni, non sarebbe stato finora oggetto di particolari attenzioni da parte degli USA proprio per evitare di “spiacere troppo” all’Iran stesso.

Una situazione certamente paradossale, dato che sia l’Iran che il regime siriano sono notoriamente alleati della Russia di Putin, i cui interessi tuttavia collidono con quelli di Washington in Ucraina e, più in generale, in Europa orientale. Se da un lato le contraddizioni e gli errori della politica estera americana non ci stupiscono più da quando nel 2011 il presidente Obama iniziò ad incespicare su una “primavera araba” dietro l’altra, dall’altro ciò che appare abbastanza probabile è che, di fronte al rischio concreto di vedere Washington e Teheran sorprendentemente uniti a braccetto nello scenario internazionale, con tutte le imprevedibili e sconvolgenti conseguenze geopolitiche del caso, Riyad abbia dato un perentorio ultimatum agli Americani, nei termini di: “o noi o loro”.

Di fronte ad un tale diktat, Washington, folgorata sulla via di Damasco, è stata evidentemente costretta a riconoscere il ruolo chiave che i Paesi arabi ancora svolgono sullo scenario geostrategico mediorientale e globale, a cominciare dal controllo da questi esercitato sulle più importanti riserve petrolifere mondiali, e non si può certamente escludere che qualcuno abbia fatto notare agli USA che l’eventuale accordo con l’Iran avrebbe potuto costituire un eccellente cavallo di Troia per Putin, il quale aveva già approfittato della debolezza politica americana in Medioriente per aggredire impunemente l’Ucraina nell’anno ancora in corso.

Voci relative ad un programma nucleare segreto, tenuto in piedi in maniera occulta dall’Iran, a dispetto delle rassicurazioni espresse pubblicamente da Teheran in merito alla natura pacifica delle proprie ambizioni atomiche, hanno sicuramente agevolato la scelta di Washington di non spingere oltre l’acceleratore dei negoziati e di preservare la propria alleanza strategica formale con il mondo sunnita, almeno per il momento, dato che comunque l’incognita del temuto accordo sul nucleare iraniano continuerà ad incombere su Sauditi ed alleati anche nei mesi a venire, consci del fatto che Washington e Teheran condividono la sponsorizzazione politica dell’attuale governo di Baghdad.

Vittima sacrificale del mancato accordo sul nucleare iraniano è stato il Segretario alla Difesa americano “Chuck” Hagel, divenuto da tempo critico dell’obamismo in politica estera. Il fallimento dei negoziati con Teheran, condotti da una Casa Bianca posta sub tutela dal Pentagono, unito agli scarsi progressi bellici contro l’ISIS, nonché a conseguenti errori di valutazione in tema di alleanze e strategie sul terreno in Siria, ha nuovamente riportato in auge il presidente Obama, il quale ha così colto la palla al balzo per ricondurre il Pentagono all’ordine e silurare, provocandone le dimissioni, lo stesso Hagel, senza tuttavia scontentare certi ambienti del Pentagono che indubbiamente non condividevano la posizione più interventista e, evidentemente, minoritaria di Hagel, il quale avrebbe richiesto una politica più muscolare in tutto il Medioriente e, forse, meno incline all’ “appeasement”.

In tal senso è risultata vincente, almeno per una volta, la strategia obamiana, la quale, sfruttando il duro colpo inflitto dal fallimento dei negoziati iraniani ai sempre più disorientati “falchi” americani, è riuscita a squalificare  politicamente il Pentagono, sottraendogli quell’autorità morale e politica che per lunghi anni aveva evidenziato l’inconsistenza di parte delle strategie intraprese dalla Casa Bianca. Ciononostante la decisione di Washington di recedere, almeno temporaneamente, dalla firma di una obliqua, per quanto ancora assolutamente probabile, “entente cordiale” con l’Iran potrebbe essere stata indotta anche da altri fattori. Assai curiosamente, a partire dal giugno 2014, più o meno in concomitanza con l’invasione  dell’Iraq da parte delle milizie dell’ISIS (fatto, almeno in apparenza, senza alcuna correlazione), il prezzo del petrolio ha iniziato a declinare sui mercati internazionali, fatto di per sé positivo per i Paesi fortemente dipendenti dalle importazioni di petrolio, ma negativo per gli stati (e le organizzazioni come la stessa ISIS) che traggono dalla vendita degli idrocarburi buona parte delle proprie entrate finanziarie, come la Russia, il Venezuela e, potenzialmente (viste le sanzioni in atto), l’Iran stesso.

In particolare la Federazione Russa, già colpita dalle sanzioni occidentali imposte a causa del suo diretto coinvolgimento nella crisi ucraina, se in un primo momento aveva dimostrato di saper parare il colpo delle restrizioni economico-finanziarie di Unione Europea e Stati Uniti, col tempo ha, al contrario, iniziato ad accusare sempre maggiori difficoltà derivate dalla rapida diminuzione del prezzo del barile, la quale ha cominciato a mettere in seria crisi sia il bilancio moscovita che le conseguenti aspirazioni globali del Cremlino. Non è un caso se lo stesso Putin nel corso dell’autunno abbia iniziato pubblicamente a dichiarare, mettendo da parte il linguaggio della diplomazia, che il prezzo del petrolio, se da un lato risentiva del rallentamento dell’economia mondiale (in particolare presso quei Paesi appartenenti al cosiddetto gruppo dei BRICS), dall’altro stava subendo una manipolazione di tipo politico.

La recente decisione dell’OPEC, organizzazione a guida saudita, di non tagliare la produzione del petrolio per arrestare ed invertire l’andamento del costo dell’oro nero, ha infine inferto il colpo decisivo all’economia russa, fortemente dipendente dalle entrate derivate dalla vendita degli idrocarburi, causando il panico sui mercati e la caduta a rotta di collo del valore del rublo (già in difficoltà a causa della guerra in Ucraina), oltreché iniziando a minare profondamente le fondamenta del potere di Putin e del suo entourage politico, sempre più pressato dagli oligarchi russi, presso i palazzi del potere moscoviti. Il ruolo di Riyad e dei Paesi del Golfo in tale frangente appare indubbiamente in tutta la sua potenza. E’ indubbio, per quanto Sauditi ed alleati lo neghino, che i Paesi arabi abbiano giocato la carta del petrolio per colpire Mosca in quello che è l’attuale scontro sullo scacchiere del Vicino Oriente tra mondo sunnita e mondo sciita, quest’ultimo spalleggiato platealmente dalla Russia di Putin.

Le crescenti e prevaricanti ingerenze iraniane (e russe) in Iraq ed in Siria hanno evidentemente suggerito ai Paesi del Golfo che se si voleva mettere in crisi la strategia iraniana in atto ai danni del mondo sunnita occorreva innanzitutto togliere il terreno sotto i piedi ai protettori principali di Teheran, ovvero i Russi. Così facendo gli Arabi del Golfo, pur ricavando minori introiti dalla vendita del petrolio, hanno posto una spada di Damocle sulla Russia e, di conseguenza, sui suoi alleati mediorientali. Certamente prezzi del petrolio in caduta libera – i Sauditi già si dicono pronti a tollerare addirittura un prezzo di 20$ al barile – danneggiano allo stesso modo il nuovo “fracking” americano che necessita di alti prezzi alla vendita per rimanere conveniente.

Da questo punto di vista il mondo arabo sta compiendo una lotta su due fronti che indubbiamente non è esente da rischi nel medio e lungo periodo. Tuttavia se da un lato Sauditi ed alleati stanno provando a mandare fuori mercato la nuova industria petrolifera statunitense, nonché canadese (sabbie bituminose), dall’altro, nonostante tale livello dei prezzi risulti sfavorevole per i produttori americani, gli USA non stanno ostacolando, almeno per il momento, le politiche ribassiste dei Paesi del Golfo, dato che entrambi gli attori internazionali necessitano di mettere in crisi le “petrocrazie” che hanno aspirato negli ultimi lustri a dettare legge a livello globale, a cominciare dalla Russia di Putin fino ad arrivare al Venezuela neobolivariano (finanziatore del regime cubano, a sua volta burattinaio delle varie derive “neorivoluzionarie” centro e sudamericane dei primi anni dieci del XXI secolo – si veda il caso di ALBA) e all’Iran degli Ayatollah.

Oltre a ciò gli Americani ritengono che se l’attuale costo del “fracking” appare ancora piuttosto alto per risultare conveniente con bassi prezzi alla vendita, nel medio e lungo periodo i costi di estrazione si ridurranno notevolmente, di fatto riportando gli idrocarburi ottenuti tramite tale tecnica innovativa pienamente in seno ad una totale convenienza economica. Non si può ulteriormente escludere che il tentativo saudita di colpire il petrolio americano non funga, fra le altre ragioni in essere, da ricatto nei confronti del governo statunitense in merito allo scarso impegno e alle relative deviazioni della politica “a stelle e a strisce” rispetto le istanze geopolitiche dei Paesi del Golfo.

La Russia è stato il Paese certamente più colpito dalle manovre saudite sui mercati internazionali. Putin dovrà indubbiamente fare i conti con i problemi strutturali di una economia russa fortemente dipendente dalla vendita degli idrocarburi e pertanto particolarmente vulnerabile dall’andamento, naturale o strumentale che sia, dei prezzi di gas e petrolio sui mercati internazionali. Nell’immediato la Banca Centrale Russa sarà costretta, come già avvenuto attraverso mosse finanziarie assunte nottetempo e dettate dalla disperazione, ad intaccare le riserve di valuta estera per sostenere il valore del rublo e supportare il sistema bancario ormai in pieno affanno oltreché le necessità creditizie delle aziende nazionali. E’ in tal senso evidente che è appena iniziata una guerra di logoramento, di nervi e di liquidità nella quale la Russia rischia di giungere al termine di questa sfida completamente prosciugata. Si tratta in definitiva di uno scontro che ovviamente non potrà durare in eterno, visto che i soggetti economici in ballo e gli attori in gioco presto o tardi si troveranno di fronte alla scelta o di subire i danni di questo conflitto fino alle estreme conseguenze o di “cambiare tattica” per porre fine a questa costosissima lotta all’ultimo sangue.

Che cosa farà Putin? Indubbiamente lo stesso presidente russo sta già facendo i conti con il mondo degli oligarchi, un tempo suoi fedeli alleati, i quali di giorno in giorno vedono liquefarsi il proprio potere economico come neve al sole  a causa della perdita di valore delle moneta nazionale, della relativa inflazione, della prossima recessione economica e di un parallelo isolamento internazionale che ha già posto la Federazione Russa, a causa della sfiducia economica indotta dalle sanzioni, in una posizione difficilmente desiderabile per un qualunque uomo d’affari. Da questo punto di vista Putin potrebbe essere indotto a scendere a più miti consigli e cercare un accomodamento sui fronti caldi dell’Ucraina e del Medioriente, una sconfitta onorevole che gli potrebbe addirittura consentire di mantenersi in sella ancora per un bel po’ di tempo. Tuttavia Putin stesso potrebbe tentare di giocare la carta del “tutto per tutto”, eventualmente da un lato continuando a fare buon viso e cattivo gioco come finora accaduto in Ucraina, e dall’altro provando a diversificare l’economia russa, allacciando vitali e faustiani rapporti commerciali con la vicina Cina.

La Cina, dal canto suo, condividendo nemici comuni a quelli dell’ingombrante vicino russo, probabilmente sarebbe a sua volta pronta a lanciare un salvagente al Cremlino, tuttavia il prezzo da pagare a Pechino forse potrebbe risultare fin troppo alto per Mosca per essere tollerato. E’ evidente che la Cina potrebbe fungere da spalla per Putin a patto di strappare contratti di fornitura energetica straordinariamente vantaggiosi per l’ex “Celeste Impero”, di fatto riducendo di molto i margini sia per l’erario russo e per la stessa Gazprom. Parimenti la Cina con ottime probabilità pretenderebbe, in cambio di un suo appoggio nel consesso internazionale, il libero accesso ai mercati centro-asiatici, in particolare quelli energetici, di fatto scalzando via la Russia da quello che Mosca ritiene da secoli essere il proprio giardino di casa nonché la propria riserva energetica strategica privata.

Alla fine Mosca, ridotta a mero gregario del governo di Pechino, rimarrebbe con il classico cerino in mano, avendo pagato molto più del dovuto le proprie ambizioni imperiali, di fatto vanificate da una Cina che pare non abbia ancora dimenticato le conseguenze politiche della storica battaglia del Talas di epoca medievale. I rischi per il presidente Putin sono indubbiamente molteplici e non si può addirittura escludere che Mosca, qualora si adoperasse per mettere convenientemente in quiescenza la guerra in Ucraina, possa contemporaneamente cercare in qualche modo di alimentare un nuovo conflitto o rinfocolarne qualcuno in essere, possibilmente non  direttamente correlabile a manovre geopolitiche russe, per incrementare l’instabilità internazionale e conseguentemente spingere i prezzi del petrolio verso l’alto.

Dal canto loro gli Americani, per quanto possano sicuramente beneficiare dei rovesci finanziari moscoviti, non stanno mietendo particolari successi sul campo di battaglia. A Kobane i guerriglieri curdi, coadiuvati dalle truppe dell’Esercito Libero Siriano (FSA), sono per il momento riusciti a tenere testa ai miliziani dell’ISIS, impedendo la caduta totale della città. Tuttavia la notizia, più che vertere sulla resistenza opposta dai curdi e dalla coalizione internazionale alle bande di Al-Baghdadi, risiede nel fatto che l’ISIS, nonostante i raid della coalizione a guida americana, tutt’ora sia riuscita a mantenere sotto il proprio controllo un’ampia fetta dell’abitato, generando numerosi dubbi sulla concreta efficacia della strategia politico-militare adottata dagli USA in Siria.

Nello stesso Iraq si sono riscontrati scarsi successi sul terreno (la recente avanzata curda nei pressi della regione di Sinjar rappresenta forse la vittoria più importante finora ottenuta) e tutti fondamentalmente conseguiti grazie all’intervento sul campo di battaglia sia delle truppe curde, vere protagoniste della controffensiva anti-ISIS in corso, sia delle milizie filoiraniane sostenute  da Teheran. In tale scenario l’apporto iraniano appare assolutamente determinante sia per la tenuta del governo di Baghdad, sia al fine di  dotare il governo iracheno di una vera e propria forza armata nazionale, scarsamente identificabile, allo stato attuale, dalle cosiddette truppe regolari, già battute e disperse dall’ISIS nel corso dell’invasione di giugno. Gli Americani da questo punto di vista appaiono consapevoli del fatto che occorrerà diverso tempo per ricostituire l’esercito iracheno, nonostante gli USA stessi l’avessero già teoricamente rimesso in piedi nel corso della lunga occupazione statunitense del Paese.

A tal scopo gli USA stanno effettivamente progressivamente incrementando la presenza di soldati americani in Iraq, dell’ordine di alcune migliaia, al fine di accelerare l’addestramento di nuove unità dell’esercito iracheno, dato che secondo la dottrina Obama i soldati americani non devono partecipare direttamente ad azioni di guerra. A loro volta gli stessi peshmerga, il cui eroismo è universalmente riconosciuto, difficilmente potranno giustificare agli occhi del proprio popolo che sta pagando un tributo di sangue altissimo, il proseguimento dell’avanzata laddove le stesse rivendicazioni territoriali curde terminano, di fatto rendendo indispensabile l’utilizzo di un esercito regolare iracheno che veda sia la componente sciita che sunnita parimenti rappresentate. Non a caso la vicinanza sullo scenario iracheno, per quanto informale, tra USA ed Iran (quest’ultimo impegnato sempre più spesso con proprie forze terrestri ed aeree in aree irachene a ridosso del proprio confine, per non parlare di forze speciali e consiglieri militari ampiamente dislocati in area mesopotamica), spiace ai Paesi del Golfo, come poc’anzi detto, e, allo stesso modo, non piace neppure ad Israele, il quale, assai vicino, per motivi di opportunità legati alle ambizioni nucleari iraniane, alle posizioni geopolitiche dell’Arabia Saudita, sta indubbiamente parteggiando per la causa della rivolta siriana, intrattenendo rapporti con gruppi ribelli, anche con quelli che gli Americani considerano alla stregua di nemici, come Al-Nusra, coadiuvando, in un certo qual modo, il loro stazionamento a ridosso del confine con la Siria in funzione anti-Iran ed anti-Hezbollah.

La stessa Turchia, per quanto da un lato, dopo aver preso atto dell’inutilità di conservare il completo isolamento di Kobane a fronte degli aiuti americani paracadutati a favore dei curdi asserragliati in città, abbia concesso il libero transito verso la Siria al “minore dei mali”, ovvero alle milizie curde irachene, con le quali intrattiene da tempo rapporti di relativa ed interessata collaborazione e, più recentemente, di cooperazione in tema di addestramento militare, e dall’altro abbia promesso al governo iracheno un aiuto sostanziale contro l’ISIS, rimane defilata rispetto le azioni della coalizione internazionale a guida americana, nell’attesa di veder soddisfatte le proprie istanze relative al rovesciamento del regime di Assad.

Gli stessi stati europei che bombardano l’ISIS in Iraq tutt’ora non sembrano voler compiere il medesimo passo in Siria, ben sapendo che il territorio siriano rappresenti il punto focale di un vasto scontro fra sfere di influenza globali nel quale importanti Paesi come Francia e Regno Unito stanno giocando un ruolo di primo piano assieme ai Paesi arabi. Di queste e di altre complicanze gli Americani sembrano non preoccuparsi eccessivamente, per quanto la frammentazione che contraddistingue la coalizione internazionale costituita con il fine  di combattere l’ISIS stia minando l’efficacia dell’azione politico-militare nella regione contro un’organizzazione che, da un punto di vista strutturale, assai assomiglia alla mitologica Idra di Lerna.

Una stanchezza, quella americana, che si è resa ben evidente anche sullo scenario ucraino, per quanto in tal caso fossero proprio gli Americani stessi, o, perlomeno, una parte dell’establishment politico ed amministrativo USA, il primo motore dell’opposizione geopolitica alla Russia putiniana emersa in questi ultimi anni, un’opposizione che però necessita del ruolo forte della pressione economica europea (i cui obiettivi non sempre sono coincidenti con quelli di Washington sia in termini economici che geopolitici) per diventare veramente efficace. Ciò appare vieppiù vero nel momento in cui sembra che gli Americani ancora non abbiano deciso, dopo la fin troppo “lunga stagione” degli equipaggiamenti “non letali”, se rifornire o meno di adeguate dotazioni militari l’esercito ucraino, pur avendo acconsentito, a livello parlamentare, a dare il via libera a tale possibilità. Ciò che invece si mostra evidente è come la spesa miliare degli ex-Paesi facenti parte del Patto di Varsavia, ora nella Nato, stia progressivamente lievitando, a tutto vantaggio dell’industria bellica europea ed americana.

Il recente ritorno del presidente Obama “dai giochi forzati nel campo da golf” ha già prodotto due risultati che si sposano perfettamente con il modo di pensare “presidenziale” in tema di politica estera.

Il primo è stato l’annuncio della riapertura delle relazioni diplomatiche con Cuba e della prossima conclusione dell’embargo: un’ottima idea in funzione anti-russa (visti i frequenti approcci economico-militari moscoviti nell’area) ed anti-venezuelana (l’andamento del prezzo del petrolio deve aver preoccupato non poco L’Avana) se non fosse stata prontamente trasformata nell’ennesima trovata pubblicitaria che se, a livello mediatico, ha accarezzato le orecchie di tutti i mezzi di informazione globali, anche grazie alla cassa di risonanza rappresentata dal ruolo di Papa Francesco, a livello pratico si dovrà scontrare con la prossima maggioranza repubblicana al Congresso.

La seconda, e ben più maldestra della prima, mossa ad effetto della Casa Bianca è stato l’utilizzo strumentale del hackeraggio nordcoreano compiuto ai danni della Sony, relativo al controverso film “The Interview”, un episodio fondamentalmente “sospetto” dato che gli Stati Uniti posseggono tutti gli strumenti per escludere la rete internet della Corea del Nord dal resto del mondo (come poi effettivamente messo in atto dagli USA stessi, anche se per poche ore) e per prevenire simili attacchi contro il suolo statunitense. In tal senso sembrerebbe, ad una disincantata analisi della realtà, che prima si sia preferito cercare lo scandalo per mettere il presidente Obama sotto la benigna luce dei riflettori e poi si sia proceduto a “controbattere” al regime nordcoreano attraverso un azione di hackeraggio contro le infrastrutture informatiche del Paese, certamente generando più visibilità per Obama e per le mire elettorali del Partito Democratico, oltreché per la campagna pubblicitaria della Sony Pictures Entertainment, che per il prestigio morale e politico degli Stati Uniti, in particolare dal momento in cui è ben noto che nel caso dell’improbabile remake del celebre film “Red Dawn”, gli USA si siano ben guardati dall’attaccare direttamente il loro reale competitore nell’area del Pacifico, la Cina, Paese detentore di una parte non irrilevante delle fortune economiche americane e finanziatore di un nuovo canale marittimo in Nicaragua, in via di realizzazione ed in diretta competizione con quello di Panama (sempre che il progetto si dimostri concretamente realizzabile…).

Ciò ovviamente non vuole sminuire il grado di minaccia che il regime nordcoreano rappresenta a livello regionale (e non solo), tuttavia la mossa dell’amministrazione americana assomiglia più ad un gesto di piccolo “cabotaggio” che ad una seria azione di stampo politico-strategico volta a dimostrare la propria superiorità al transoceanico vicino cinese.

A dire il vero, in tale prospettiva, i più che ragguardevoli progressi dell’economia americana emersi recentemente all’onore delle cronache, dopo anni di risultati non all’altezza delle aspettative, non stridono in maniera così plateale con una politica estera in parte ridimensionata, dato che, seppur nell’era del divisivo e, a questo punto, sfortunatissimo presidente Obama, il quale ha visto nuovamente (ed incredibilmente) scoppiare tensioni di carattere razziale negli USA, gli Americani devono aver compreso che, come ha insegnato l’era Bush, il ruolo di poliziotto del mondo può essere eccessivamente costoso da sopportare a fronte di “presunti benefici politici” assai dispendiosi da mantenere, soprattutto quando le banche americane sono ancora sommerse da titoli tossici e i redditi reali stentano parimenti a decollare.

La stessa asserzione proveniente dagli Stati Uniti tendente a giustificare la necessità di un proprio disimpegno dal Medioriente per focalizzarsi maggiormente sull’area pacifica, in particolare a fronte del raggiungimento di una sostanziale autosufficienza energetica in Patria (il cui eventuale surplus sta in tutti modi cercando la strada dell’Europa, come la Germania e la Russia sanno bene), in parte collide con le recenti dichiarazioni del governo giapponese il quale paventava la possibile totale assenza di portaerei americane nell’Estremo Oriente, notoriamente permeato da tensioni regionali, nel corso del 2015 per un periodo di circa quattro mesi, una vacanza in parte dovuta a problemi legati ad un bilancio federale che ha recentemente visto la propria coperta finanziaria diventare troppo corta nel settore della Difesa.

A dimostrazione della necessità di un sempre maggior impegno dei partner americani a livello militare, in particolare a fronte di un’America che deve fare i conti con i propri problemi interni, ha recentemente suscitato l’attenzione dei media la notizia che il Regno Unito, dopo quasi cinquant’anni dal proprio “ritiro” ad “Est di Suez”, abbia annunciato la riapertura di una base navale nel Bahrein, il piccolo stato mediorientale nel quale, guarda caso, la politica attendista delle forze americane (ricordiamo che il Bahrein è sede della V flotta USA) nel corso delle manifestazioni occorse in seno alla cosiddetta “Primavera araba” ha spinto l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo, nonché altri alleati internazionali, ad iniziare a prendere in mano le redini della situazione regionale.

La realizzazione della base navale britannica, finalizzata a proteggere gli interessi  e i cittadini di Sua Maestà nel Golfo ed in grado di ospitare le nuove portaerei in dotazione alla Royal Navy, verrà quasi interamente finanziata dalla locale casa regnante sunnita, a lungo pressata dalla turbolenta maggioranza sciita che costituisce la parte preponderante della popolazione di questo piccolo ma ricchissimo regno. Tale mossa non deve essere particolarmente piaciuta all’Iran e ai suoi alleati, dato che l’annuncio della riapertura della base navale inglese ha scatenato tutta una serie di proteste nel Paese inscenate dalla parte più politicizzata dalla componente sciita. Ciò che infatti sottende tale mossa geopolitica, come in parte dichiarato dallo stesso ministro degli esteri britannico Hammond, è che la Gran Bretagna e la Francia intendano assumere un ruolo di maggior rilievo nella sicurezza del Medioriente, nei fatti nel tentativo di incominciare a coprire i vuoti lasciati dagli Stati Uniti che tanto danno hanno causato alla regione.

La stessa Francia, la quale ha recentemente riaffermato la sua supremazia nella cosiddetta Françafrique messa in discussione dalla Cina, già da tempo sta percorrendo in lungo ed in largo il Golfo Persico per cercare di guadagnarsi l’appoggio economico delle ricche monarchie del Golfo e, oltre ad aver già aperto una base militare congiunta negli Emirati Arabi Uniti nel 2009, sta facendo affari d’oro con l’Arabia Saudita in campo militare, ad esempio in scenari quali il Libano (presso il quale lo stesso Regno Unito, posto all’inseguimento di Parigi, ha fornito al governo un sistema di torri di difesa in funzione anti-ISIS da porre sul confine siriano). Da questo punto di vista il Regno Unito ha sicuramente interpretato la mossa francese come una sorta di prevaricazione a cui far seguire una “risposta”, rispetto una regione presso la quale Londra ritiene di avere dei diritti di “primogenitura”, pur sapendo quanto sia necessario scendere a patti con la Francia per gestire il clima di instabilità che permea ormai vaste aree globali, spesso di importanza strategica sia dal punto di vista economico che energetico per entrambi i Paesi europei.

La riapertura della base navale nel Bahrein, oltreché riaffermare il nuovo impegno britannico nella regione (accompagnato da una maggiore presenza militare in Iraq con l’invio di centinaia  di uomini e decine di mezzi in seno al programma di addestramento delle forze irachene), potrebbe costituire una nuova testa di ponte per esperienze analoghe a livello planetario, suggerendo già la possibilità di ripristinare basi permanenti in Paesi quali la Nigeria e l’Egitto (Paese soggetto all’interessamento moscovita presso il quale gli Americani hanno dovuto accettare il nuovo corso voluto dall’Arabia Saudita ed alleati, parzialmente riaprendo il rubinetto degli aiuti militari) e potenziare insediamenti militari tutt’ora esistenti come quello presso il sultanato del Brunei.

In particolare riaffermare una propria presenza stabile nel Pacifico potrebbe rappresentare un fatto di natura vitale per la politica estera e per il commercio britannico, soprattutto in considerazione delle difficoltà incontrate nei rapporti con la Cina che si sono recentemente confermate nei fatti relativi ai disordini di Hong Kong.

Does not Leading from Behind work? Risks of the Obama Doctrine in the Post-Soviet Space

After six years of Obama Administration, is the international order safer than in the previous two decades? Recent political evolutions in the post-soviet space seem to draw a fil rouge between the Obama’s approach and the raise of Russian power politics, that could weaken the international stability.

Does not Leading from Behind work? Risks of the Obama Doctrine in the Post-Soviet Space - Geopolitica.info

Gabriele Natalizia, full professor at Unilink Campus University, approaches such a puzzle with a fifteen-slide lesson that you can download here.

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Medio Oriente: l’incontro-scontro delle potenze globali e regionali nella polveriera del XXI secolo

In questi ultimi giorni la cronaca internazionale è stata occupata in gran parte dalle notizie provenienti dalla città di Kobane, località ubicata in prossimità del confine tra Siria e Turchia e da settimane cinta d’assedio dalle milizie del cosiddetto “Califfato” del famigerato Al-Baghdadi. Le truppe curde che difendono disperatamente quest’ultimo lembo di terra, posto a ridosso del confine turco, a stento riescono a contenere l’irruenza delle milizie islamiche dell’ISIS e solo i raid aerei della coalizione internazionale guidata dagli USA appaiono in grado di calmierare la pressione militare esercitata dagli jihadisti dello Stato Islamico sugli ormai esausti difensori di questa novella “Alamo” curda. A contorno di tale scenario, le difficoltà politico-militari poste di fronte all’eterogenea ed ambigua coalizione internazionale, messa insieme da Washington in maniera, per la verità, abbastanza raccogliticcia con il mero scopo di combattere il “Califfo” e i suoi accoliti, si stanno presentando in tutta la loro drammaticità, contraddittorietà ed estrema complessità.

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Obama e le tentazioni dell’hard power

La posizione personale del presidente USA Obama in tema di conflitti internazionali e crisi geopolitiche è ormai abbastanza nota e connotata da un consolidato isolazionismo e da un sostanziale non interventismo. Nel momento in cui l’ISIS ha intrapreso, solo pochi mesi or sono, la sua sfavillante “anabasi” attraverso l’Iraq che ha portato le truppe del sedicente “Califfato” sia a sbaragliare l’esercito iracheno che a minacciare la stessa Baghdad, la reazione della Casa Bianca è apparsa fin da subito abbastanza confusa e titubante, da un lato mostrando la consueta riluttanza a farsi coinvolgere direttamente in un nuovo conflitto mediorientale, dall’altro prestando il fianco alla crescente pressione dei “falchi americani” e di una sempre più preoccupata comunità internazionale, concretizzatasi con la richiesta corale di un intervento militare in seno ad uno scenario permeato da tensioni sempre più esplosive e destabilizzanti per la pace mondiale e l’ordine geopolitico precostituito, sorto dalle ceneri del primo conflitto mondiale.

Dopo un pericoloso ed altrettanto   allarmante dibattito interno all’amministrazione USA sull’eventualità di scaricare l’alleanza con i Paesi del Golfo e conseguentemente abbracciare un nuovo corso con l’assai astuto Iran sciita, gli Stati Uniti hanno più saggiamente deliberato di impegnarsi direttamente nella creazione in Iraq di un governo di unità nazionale attraverso il quale creare le condizioni politiche per un eventuale intervento militare che comprendesse la componente sunnita del Paese come parte integrante della controffensiva irachena contro l’ISIS. Se questa presa di posizione ha da un lato temporaneamente rassicurato gli alleati mediorientali ed europei sulla collocazione geopolitica di Washington nella regione, dall’altro, però, non ha saputo rispondere con la necessaria rapidità alla crescente minaccia rappresentata dalla barbarie dietro la quale si nascondo le ambizioni geopolitiche del mostro creato da Al-Baghdadi e, indirettamente, di altri soggetti internazionali.

Origini e finalità dell’ISIS sono tutt’ora oggetto di acceso dibattito, ciononostante ciò che si può affermare con sufficiente certezza è che l’ISIS, nonostante venga quotata sul mercato della jihad globale come una forza ostile al regime di Assad e, più in generale, al mondo sciita, nei fatti non abbia disdegnato di entrare in affari con qualunque soggetto locale ed internazionale pur di soddisfare il proprio interesse particolare. E’ in tal senso noto che l’ISIS, entità connotata da spiccate caratteristiche tribali e con affinità antropologiche con il crogiolo di umanità rappresentato storicamente dal nomadismo euroasiatico, si è atteggiato per lungo tempo come una sorta di “federato” del regime di Assad, il quale, in cambio di petrolio e territorio da vessare e depredare, ha concesso ai suoi presunti nemici la facoltà di diventare padroni indiscussi di vaste aree della Siria, ottenendo nel contempo in cambio il sostegno non ufficiale dell’ISIS contro le truppe dell’opposizione moderata siriana. Non è ancora chiaro se questo sodalizio si sia concluso o meno, quello che appare abbastanza evidente è che il “barbaro” Al-Baghdadi, una volta conquistato e razziato l’Iraq settentrionale con la sua messe di bottino rappresentato in gran parte da denaro, “tasse” (estorsioni) e forniture belliche di fabbricazione americana in dotazione all’esercito iracheno ormai sbandato, abbia rivolto le armi contro i suoi ex-benefattori siriani, limitandosi, tuttavia, a consolidare alcune posizioni ai danni delle truppe di Assad attorno alla capitale morale del “Califfato”, la città di Raqqa, e ad altri siti di interesse strategico.

Rimane in tal senso sorprendente che l’ISIS, una volta incamerate armi e munizioni di altissimo livello conquistate in Iraq, non abbia puntato diritto verso Damasco, come la logica avrebbe suggerito, così come desti perplessità come Assad e i suoi alleati iraniani, nonostante le stragi di soldati del regime e di civili sciiti perpetuate dall’ISIS, non abbiano spinto l’acceleratore della macchina militare sulla scia della crescente pressione internazionale indirizzatasi contro il sedicente “Califfo”, scegliendo invece di cogliere l’attimo solo per dettare subdole ed astute condizioni all’Occidente in cambio di una loro eventuale collaborazione diretta, sia militare che di intelligence, nella lotta contro l’ISIS, come, ad esempio, la richiesta di un atteggiamento più morbido sulla questione del nucleare iraniano o l’ “abiura” della linea anti-Assad da parte dei governi occidentali che l’hanno finora sostenuta.

Se pertanto il più inumano machiavellismo pare regni ancora sovrano sia a Damasco che a Teheran, diversa è stata la reazione occidentale alle stragi causate dal dilagare delle orde dell’ISIS sulla Mesopotamia. La diplomazia americana, su pressante richiesta dei Paesi del Golfo e dell’Europa, è riuscita, pur tra mille difficoltà ed incertezze, ad individuare nella figura dello sciita Haider al-Abadi l’uomo che avrebbe potuto guidare l’Iraq al di fuori di quel clima di pesante oppressione settaria che il premier Al-Maliki aveva instaurato nel Paese, creando le condizioni per la sorprendente avanzata dell’ISIS, resa possibile in parte proprio grazie al vasto consenso creatosi attorno agli uomini di Al Baghdadi presso le tribù sunnite a lungo esasperate dalle discriminazioni e dalle vessazioni intraprese ai loro danni dal governo centrale sciita. L’individuazione di questa nuova figura politica, apparentemente inclusiva e non divisiva, si è fortunatamente verificata contestualmente all’acuirsi della crisi irachena aggravatasi a causa dei crescenti attacchi e delle inumane stragi che i miliziani dell’ISIS hanno compiuto nei territori posti sotto il loro controllo, principalmente ai danni della popolazione sciita e delle minoranze etnico-religiose, azioni la cui efferatezza ha scatenato la crescente indignazione dell’opinione pubblica mondiale e la pressante richiesta di un intervento umanitario nella regione, ovviamente indirizzatasi in primo luogo nei confronti dell’unica superpotenza rimasta al mondo, gli USA.

Nonostante le resistenze di Al-Maliki che ambiva ad un terzo mandato, l’Iran, suo sponsor principale, ha compreso che, visto il suo ruolo fortemente destabilizzante in seno al contesto politico iracheno ed il conseguente danno di immagine procurato sia a sé stesso che al suo “padrino” politico iraniano, la posizione del premier iracheno uscente risultava del tutto indifendibile sul piano diplomatico e pertanto Teheran si è vista costretta ad accettare, assumendo tuttavia un prestigioso ruolo di primo piano in questo processo,  a mettere da parte il suo uomo, collaborando in tal modo alla creazione di un governo più inclusivo dove però la componente sciita e filo-iraniana rimanesse comunque predominante, se non ulteriormente rafforzata sul piano politico e mediatico, in particolare grazie alle nefandezze che i “sunniti” dell’ISIS stavano compiendo tra Siria ed Iraq. E’ altresì utile notare che l’Iran stesso, nella assoluta complessità dello scenario mediorientale, necessitava e tutt’ora necessita del ruolo militare americano per evitare di ritrovarsi da solo a gestire dinamiche ed “entità nebulose” da esso stesso eventualmente create e/o “incoraggiate”, potenziali “bombe” pronte ad esplodere che alla fine avrebbero potuto addirittura scoppiare in mano allo stesso “apprendista stregone”. In tal senso l’Iran, da qualunque punto di vista si voglia guardare la questione, ha palesemente cercato di manipolare la politica estera americana per fare in modo che gli esiti di un intervento armato a stelle e a strisce producessero risultati utili all’interesse di Teheran e conseguenze dannose nel campo dei propri oppositori.

Provvidenzialmente, quando all’inizio di agosto l’intervento militare americano è risultato ormai improrogabile a causa della situazione disperata in cui versavano, in particolar modo, cristiani, Yazidi e le forze militari curde, il governo di unità nazionale iracheno era ormai pronto a venire alla luce e l’azione bellica degli USA indirizzata contro l’ISIS si è così potuta accompagnare col sostegno, perlomeno formale ed apparente, sia della componente politica sciita che di quella sunnita, evitando di trasformare l’intervento americano in una crociata del mondo sciita contro quello sunnita, soprattutto dato che sarebbe risultata supportata e condotta in maniera imbarazzante e destabilizzante dalla stessa Washington.

ISIS, una strategia incongruente?

Appare certamente curioso il fatto che l’ISIS, dopo essersi proclamato “Califfato” e nonostante avesse l’opportunità di accomodarsi senza generare troppi clamori, con indubbi vantaggi economici, nel cuore del Medio Oriente, abbia fornito  tutte le ragioni, attraverso azioni criminose ed efferate rilanciate dai media di tutto il mondo, per scatenare a tal punto lo sdegno internazionale, nei confronti dei seguaci del “Califfo”, da spingere la titubante amministrazione americana del presidente Obama a tornare in Iraq, dopo averlo abbandonato solo pochi anni prima, per affiancare, fondamentalmente, i curdi e, di fatto, il governo filo-iraniano di Baghdad, tenuto in piedi dalle milizie sciite sostenute da Teheran, in una guerra animata dal unico obiettivo di distruggere l’ISIS stesso.

Come se ciò non bastasse, nonostante l’impegno americano si fosse in primo luogo limitato, oltre che ad azioni umanitarie, a salvare i curdi iracheni da sconfitta certa e a puntellare le posizioni del governo centrale iracheno, l’esecuzione di civili prigionieri americani ed occidentali e la persistente azione offensiva delle truppe del “Califfo” hanno ulteriormente allarmato l’opinione pubblica mondiale in merito al pericolo rappresentato dai miliziani dell’ISIS, costringendo l’amministrazione Obama, incalzata da Paesi del Golfo ed Europa, notevolmente preoccupati per una situazione sempre più ambigua e fuori controllo, ad impegnarsi ulteriormente nella costituzione di una vera e propria coalizione internazionale con lo scopo di colpire l’ISIS non solo in Iraq ma anche nel suo quartier generale siriano, di fatto riaprendo la ferita politico-strategica del mancato intervento aereo contro il regime di Assad risalente a poco più di un anno fa.

Esiste, in effetti, il dichiarato interesse da parte dell’ISIS di trascinare nuovamente i Paesi occidentali in un’altra vasta campagna militare mediorientale la quale, indubbiamente, rappresenterebbe un ottimo strumento di propaganda mediatica sia per incrementare il numero delle reclute potenzialmente aderenti all’ISIS, sia per aumentare il consenso in seno a quella parte del mondo arabo sunnita che guarda con occhio benevolente alle azioni dello jihadismo internazionale. Ciononostante, contrariamente a quella che è stata la politica promossa dall’elitaria Al Qaeda di Osama Bin Laden, i massacri compiuti su larga scala e con metodi barbarici dall’ISIS in nome della religione islamica di stampo sunnita hanno prodotto effetti controproducenti rispetto a quelli che apparentemente dovevano essere i propositi ufficiali di Al-Baghdadi, gettando da un lato grande discredito e disgusto nei confronti del mondo sunnita e dall’altro attirando imprevedibili simpatie, sul campo occidentale, verso l’area sciita che ha avuto gioco facile nel recitare la parte della voce della ragione.

La coalizione dei recalcitranti

La formazione della coalizione internazionale, contrariamente alle aspettative iniziali di alcuni ma in linea con i dubbi dei più scettici, ha rappresentato indubbiamente uno dei punti più controversi della recente iniziativa americana in Medio Oriente. Inizialmente il presidente Obama aveva escluso un immediato intervento diretto in Siria, limitando il raggio di azione dell’aviazione al solo Iraq.

Tuttavia l’uccisione degli ostaggi americani, lo sdegno generale e la sconcertante indecisione obamiana su quale strategia intraprendere al fine di contrastare l’azione dell’ISIS hanno probabilmente riportato l’ago della bilancia a favore della componente interventista dell’amministrazione americana, capitanata dal Pentagono, il quale sembrerebbe aver assunto di fatto il controllo dell’iniziativa politica americana in Medio Oriente nel corso campagna aerea contro il “Califfato”, pur dovendo mediare con la generale riluttanza dell’opinione pubblica americana a schierare truppe sul terreno, posizione ben espressa dalla linea non interventista incarnata dal presidente Obama, il quale tuttavia parrebbe trovarsi nuovamente messo in un angolo come accaduto al tempo dell’intervento libico.

Ciononostante la strategia americana non è rimasta esente dagli effetti politici di sei anni di disimpegno obamiano. Gli strateghi statunitensi hanno in tal senso ritenuto necessaria una partecipazione massiccia di quei Paesi arabi sunniti che spesso vengono accusati a vario titolo di aver creato e finanziato i vari movimenti jihadisti presenti in Siria, tra cui l’ISIS, e ciò sia per isolare gli jihadisti presenti sul suolo siriano dal mondo sunnita di riferimento, sia per evitare di essere accusati di  promuovere una guerra contro il mondo sunnita, sia per non esporre gli Stati Uniti alle critiche di coloro che, come Russia, Cina ed Iran, vorrebbero accusare Washington di orchestrare una nuova guerra imperialista e, cosa forse ancora più importante, sia per evitare di assumere nuovamente la guida di un’azione bellica unilaterale che rischierebbe di trascinare nuovamente gli USA nell’abisso politico-militare e finanziario di una conflitto solitario di dimensioni globali.

Appare tuttavia sconcertante la politica promossa da Washington volta, da un lato, a rispondere alla minaccia dell’ISIS su richiesta della comunità internazionale ed sulla base del ruolo geopolitico espresso da decenni dagli Stati Uniti nell’area, unito alle responsabilità storiche derivanti dall’attacco militare americano del 2003 che indubbiamente ha fortemente contribuito a creare le condizioni per l’attuale situazione di caos in cui versa l’Iraq, dall’altro, tesa a voler esprimere pubblicamente una posizione critica nei confronti dei suoi alleati mediorientali, caricando su questi responsabilità che non trovano completa giustificazione probatoria ma che sicuramente contribuiscono ad aiutare Teheran a nobilitare la propria posizione internazionale senza possedere in realtà nessun particolare merito ma, piuttosto, numerosi demeriti. In tal senso pare farsi strada, anche attraverso ambienti politici americani un tempo meno favorevoli all’Iran, l’idea che i Paesi del Golfo, tutto sommato, siano perlopiù parte del problema mentre l’Iran stia diventando sempre più parte della soluzione, una situazione assolutamente inedita sullo scenario politico statunitense che certamente si lega con il desiderio di disimpegno USA dalle criticità mediorientali e con i lucrosi affari che numerosi soggetti economici anelano di poter intraprendere con un Iran tornato a pieno titolo nel circuito del mercato internazionale.

 

In tale prospettiva si denota uno scadimento preoccupante della capacità di analisi dell’amministrazione americana la quale non solo sembra essersi dimenticata, come se in Ucraina non fosse accaduto nulla, che dietro alle mosse di Teheran e dei suoi alleati si celi l’interesse sempre vigile della Russia di Putin, ma che pure l’Iran stesso abbia finanziato nel tempo e tutt’ora finanzi il terrorismo internazionale, giocando anch’esso su più tavoli la partita per l’egemonia sul Medio Oriente. E’ stata in tal senso emblematica l’azione svolta dal Segretario di Stato Kerry il quale non ha mandato a dire ai Paesi arabi che se la costituzione della coalizione fosse fallita, gli Usa non avrebbero esitato a lasciare campo libero nella partita agli Iraniani, permettendo loro di improvvisarsi quale nuovo cardine stabilizzatore mediorientale. Dal canto loro i Paesi arabi appaiono ben consci che per raggiungere i propri obiettivi in Medio Oriente, non ultimo il rovesciamento del presidente Assad, necessitino comunque delle forze armate americane e pertanto, compreso il ricatto mosso nei loro confronti e valutando ciò che comunque avevano da guadagnare dal mostrarsi dialoganti, hanno accettato di apparire accondiscendenti facendo buon viso  ed attendendo il momento opportuno per fare cattivo gioco, aderendo pertanto a quella componente della coalizione a guida americana, costituita da Bahrein, Giordania, Qatar (restio ad effettuare bombardamenti diretti), Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e dagli stessi Stati Uniti, che si sta facendo carico di bombardare le postazioni dell’ISIS in Siria.

Da questo punto di vista non suscita particolare stupore la posizione di Francia e Regno Unito tendente, allo stato attuale, a non partecipare ai bombardamenti in Siria ma a limitare il proprio raggio di azione in Iraq. La decisione di non affiancare gli USA, almeno per il momento, in Siria da parte dei Paesi europei possiede infatti un significato politico assai rilevante ed indirizzato, sostanzialmente, a rimarcare la differenza di vedute esistente tra Parigi, Londra e Washington sulla crisi siriana. La Francia ha chiaramente espresso i propri dubbi sull’efficacia dei bombardamenti in Siria, i quali potrebbero provocare un rafforzamento del regime di Assad, da sempre osteggiato da Parigi che, fra le altre cose, ha dichiarato di voler aumentare il proprio sostegno all’opposizione siriana. Secondo la Francia, inoltre, il mancato attacco militare americano contro il regime di Assad avrebbe creato le condizioni per il rapido successo dell’ISIS e per l’esplosione dell’attuale crisi mediorientale. Londra, dal canto suo, in un primo momento ha cercato di evitare qualsiasi coinvolgimento militare diretto in Iraq, limitandosi ad azioni di stampo umanitario e di ricognizione, principalmente per ragioni di politica interna legate al referendum sull’indipendenza della Scozia e a possibili contraccolpi elettorali legati ad una nuova avventura militare d’oltremare.

Il governo britannico ha pertanto cercato di prendere tempo plaudendo da un lato alle prime iniziative americane, ma condividendo dall’altro le perplessità degli alleati del Golfo. Superato lo scoglio del referendum scozzese, Cameron, non volendo recitare la parte di colui che dice “no” agli Americani ed intendendo continuare a svolgere il tradizionale ruolo di mediatore ed anello di congiunzione fra le due sponde dell’Atlantico, ha condotto sotto banco una politica di larghe intese con lo scomodo, ma necessario, alleato  di governo Nick Clegg e con l’opposizione laburista di Ed Miliband, il quale, fondamentalmente, avendo già ricoperto un ruolo determinante, nella sua qualità di capo dell’opposizione alla Camera dei Comuni, nella sconfitta parlamentare subita dal governo sulla Siria appena l’anno prima, è diventato il consenziente “capro espiatorio” politico della riluttanza del Primo Ministro a supportare una mozione che richiedesse un sostegno politico, peraltro non necessario da un punto di vista legale, sia per una campagna aerea in Siria che in Iraq.

In realtà, come Cameron ha chiaramente espresso in sede ONU, il governo britannico, continuando a considerare Assad un nemico alla pari dell’ISIS, teme, come la Francia, che l’azione americana, caratterizzata da  obiettivi in parte estranei alla politica anglo-francese e dei Paesi del Golfo volta ad ottenere la caduta del regime di Assad e la creazione di un governo di unità nazionale in Siria, possa in qualche modo ledere la posizione militare dell’opposizione siriana moderata, da questo sostenuta, e avvantaggiare il regime di Assad. Appare in tal senso sempre più evidente come l’iniziale ed ufficiale appoggio politico americano all’opposizione siriana, peraltro assai poco consistente nonché in gran parte relegato ad attività condotte dalla CIA sul territorio senza particolari assistenze “istituzionali”, si stia tutt’ora scontrando, nel contesto delle lotte “settarie” che ormai da anni lacerano il governo americano in merito alle deliberazioni da intraprendere in tema di politica estera, con la posizione di coloro che appaiono pronti già da tempo a scendere a patti con il regime di Assad e a cercare una ricomposizione generale con l’Iran, azione che in certi ambiti non si può affatto escludere che sia già avvenuta dal momento che pare abbastanza certo che gli Americani comunichino indirettamente al governo di Damasco i dettagli logistici dei propri raid aerei sulla Siria. La consapevolezza americana di scontentare in tal modo gli alleati mediorientali ed europei si chiarifica con quelle che sono le posizioni ufficiali di Washington, a parole fondamentalmente non dissimili da quelle dei loro partner, avendo più volte pubblicamente rimarcato l’esclusione di qualunque collaborazione ufficiale sia con l’Iran che con l’alleato di Teheran, Assad.

La stessa promessa americana relativa al rifornimento militare e all’addestramento dell’opposizione moderata siriana in funzione anti-ISIS è tesa a trovare un punto di incontro con la posizione dei Paesi del Golfo i quali hanno molto probabilmente condizionato la propria partecipazione ai raid in Siria ad un impegno americano per un maggior sostegno statunitense ai loro alleati siriani. In realtà i tempi e i numeri inerenti l’addestramento e la consistenza delle forze di opposizione siriana  che dovrebbero beneficiare dei buoni uffici dell’esercito americano fanno ritenere che la promessa elargita da Washington, a mo’ di contentino, possa essere caratterizzata da tempistiche di implementazione fin troppo dilatate per risultare effettivamente realistiche sul campo di battaglia, mentre appare più probabile che gli USA nutrano assai più fiducia nelle milizie curde ed in quelle filo-iraniane supportate da Teheran nonché nella eventuale partecipazione di tribù sunnite che in futuro possano dichiararsi apertamente ostili all’ISIS.

I Paesi del Golfo e la Turchia sono responsabili per la creazione dell’ISIS?

In questo clima di reciproci sospetti e differenti interessi internazionali in gioco, non appare strano che dagli Stati Uniti, a seguito dell’uccisione di ostaggi americani da parte dell’ISIS e di un sostanziale senso di crescente insofferenza nei confronti del ruolo di “poliziotto del mondo” che sembrano intenzionati a voler dismettere progressivamente, sia partita una campagna stampa, ripresa dai maggiori mezzi di informazione internazionali, contro i Paesi del Golfo, Qatar e Kuwait in primis, e Turchia tesa ad attribuire la paternità del gruppo islamico ISIS a sconsiderate manovre geopolitiche di questi attori internazionali, intenzionati, secondo quanto riportato dalla stampa, a giocare il tutto per tutto nella loro lotta all’ultimo sangue contro l’Iran sciita.

E’ indubbiamente vero che sia in corso una lotta senza esclusione di colpi tra Sciiti e Sunniti, recentemente riesplosa nel 2011 a seguito del caos politico causato dalle primavere arabe e dal contestuale disimpegno americano dalla regione. Tuttavia, in merito alla vicenda dell’ISIS, per quanto inizialmente possano esserci state delle “simpatie” per questo neo-costituito e promettente gruppo di miliziani, è assai difficile ritenere che i Paesi del Golfo ed Ankara finanziassero deliberatamente l’organizzazione nel momento in cui l’ISIS stesso era entrato in rapporti d’affari con Assad e combatteva contro i clienti delle monarchie del Golfo Persico e della Turchia sul campo di battaglia siriano. Da questo punto di vista occorrerebbe fare un’opera di chiarezza. E’ noto che nel mondo arabo esista un non irrilevante consenso nei confronti dell’integralismo islamico, un consenso che ha portato numerosi finanziatori privati ad elargire abbondanti somme di denaro a favore di organizzazioni di carattere terroristico affiliate a reti costituite da finte associazioni caritatevoli di copertura che supportano la jihad internazionale con uomini ed abbondanti mezzi economici.

Tutto ciò rappresenta indubbiamente un grave problema di politica interna per i Paesi del Golfo, criticità che, per quanto necessiti di essere affrontata e risolta, risulta indubbiamente di difficile soluzione dato che è caratterizzata da problematiche sociali con cui il mondo arabo fa i conti ormai da lunghissimo tempo. E’ altresì scandaloso che il Qatar continui a finanziare e ad armare gruppi che orbitano attorno al mondo dell’integralismo islamico e della Fratellanza Musulmana in Libia e che combattono contro il legittimo governo libico sorto all’indomani della deposizione del colonnello Gheddafi, atto voluto e supportato dallo stesso Qatar in collaborazione con le monarchie del Golfo ed alcuni Paesi europei, accrescendo la destabilizzazione del Paese a tal punto che Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto si sono visti costretti ad ingaggiare l’ex-generale libico Haftar, un tempo vicino alla CIA, al fine di costituire un contraltare militare alle ambizioni smodate di Doha sul piano internazionale tese a minare il primato politico e morale saudita in seno al mondo sunnita.

Ciò detto è noto che la Turchia ed il Qatar hanno tentato e, parzialmente, sono riusciti a portare dal proprio lato della barricata il gruppo legato ad Al-Qaeda di Al-Nusra, moderandone, talvolta, le aspirazioni e i modi, il quale, come noto, inizialmente aveva anch’esso tentato un abboccamento con il regime di Assad e poi, successivamente, aveva rivolto le proprie armi contro la stessa ISIS. Ciò che quindi può essere accaduto è che Qatar, Turchia e Kuwait abbiano tentato di “comprare” l’ISIS, così come fatto con Al-Nusra, utilizzando finanziatori indiretti, obiettivo che tuttavia non sembrerebbe in alcun modo essere stato raggiunto anche a fronte degli evidenti maggiori benefici economici che Assad ha garantito per lungo tempo all’ISIS attraverso lo sfruttamento delle risorse petrolifere poste sotto il controllo del gruppo di Al-Baghdadi. Da questo punto di vista i vari finanziatori privati del Golfo dovrebbero porsi dei seri interrogativi sul fatto che le proprie elargizioni finiscano a gruppi che non hanno disdegnato di fare accordi con il regime di Damasco.

Dal canto suo la Turchia, altro importante attore regionale impegnato nella lotta contro il regime di Assad, essendo diventata la principale frontiera di transito dei combattenti diretti in Siria indirizzati verso le fila dell’opposizione moderata e delle milizie jihadiste, ha indubbiamente compreso che se avesse chiuso la frontiera a tutti  i volontari sunniti ed ai relativi rifornimenti, l’opposizione siriana moderata sarebbe risultata certamente sconfitta e che, d’altro canto, compiendo un mero calcolo strategico, l’ISIS rappresentasse una non irrilevante incognita nel precario equilibrio del intricatissimo puzzle militare siriano, equilibrio che, in mancanza di un determinate aiuto esterno a sostegno delle forze anti-Assad, come il possibile e fallito intervento occidentale contro il regime di Damasco, forse è sembrato più opportuno, dal proprio punto di vista, non incrinare, lasciando che Assad e l’ISIS continuassero a coltivare il loro rapporto di “amore ed odio” che se da un lato ha rappresentato un danno per l’opposizione siriana moderata, dall’altro ha comunque prodotto una relativa minore pressione militare di Assad sull’opposizione stessa. Se queste tattiche intrise di assoluta spregiudicatezza certamente possono essere foriere di dubbi rispetto alla moralità di certi attori internazionali che gravitano attorno alla crisi siriana, tuttavia occorrerebbe altresì considerare che mentre il Medio Oriente e l’Europa si “arrangiavano” nel turbine delle rivoluzioni arabe, gli Americani, i quali oggi si scoprono scandalizzati e riluttanti a venire in soccorso di una situazione in parte sfuggita di mano sia a Sciiti che a Sunniti, erano ben consapevoli di quello che stava accadendo visto che la CIA era ben presente sui luoghi nei quali l’Islam combatteva le sue battaglie e non hanno fatto nulla per porvi rimedio.

La posizione turca

L’iniziativa americana di costituire una fumosa alleanza internazionale volta a contrastare le barbariche mire dell’ISIS è purtroppo connotata da numerosi elementi deficitari. Innanzitutto i disaccordi interni all’amministrazione americana rispetto al ruolo internazionale degli Stati Uniti hanno prodotto una soluzione di compromesso che, agli occhi degli alleati, appare sia contraddittoria che mancante di una chiara visione politica di lungo termine, se non addirittura lesiva di determinati interessi specifici nella regione. Nei fatti, invece di costituire un’azione coordinata e connotata da un piano strategico di ampio respiro, gli Stati Uniti hanno orchestrato un’azione nella quale i vari attori internazionali hanno assunto il ruolo che più aggrada loro o che, perlomeno, come nel caso dei Paesi del Golfo, appare meno sconveniente.

Da parte loro gli USA appaiono ancora propensi a non abbandonare i tradizionali alleati del Golfo ma nello stesso tempo la loro posizione contraddittoria nei confronti dell’Iran, che spiace sia alle monarchie arabe che ad Israele, non chiarifica in alcun modo quale possa essere il contributo positivo che l’amministrazione americana possa portare in futuro alla stabilizzazione del Medio Oriente. Si ha in tal senso l’impressione che il Pentagono, dopo aver recentemente riaccompagnato Obama al campo da golf, si sia semplicemente preso la briga di bombardare le postazioni dell’ISIS e gruppi similari non avendo la minima idea di dove tutto ciò possa effettivamente condurre, salvo forse dare il via ad un accordo assai diluito con l’Iran sulla questione nucleare che, secondo alcuni, appare quanto mai imminente. Da questo punto di vista l’insofferenza turca per la politica scazonte degli Stati Uniti, esplicitata dal presidente Erdogan, si è fatta recentemente sentire proprio nel corso della tragedia in atto a Kobane.

La Turchia, inizialmente ostile all’idea di partecipare ai raid aerei a guida americana, ha ora accettato, vista la presenza attiva dei Paesi arabi, di prendere in considerazione la possibilità di un suo coinvolgimento armato nella regione. Tuttavia Ankara in primo luogo intende supportare le proprie finalità geostrategiche ed ha chiaramente espresso agli Stati Uniti che la propria eventuale partecipazione militare non possa prescindere da un chiaro impegno americano volto a contrastare il regime di Assad in Siria introducendo, fra le altre cose, una zona cuscinetto di non volo, sostenuta dalla Francia e non esclusa dal Regno Unito ma ancora non presa in considerazione dalla Casa Bianca, chiaramente volta a contrastare l’aviazione ancora in possesso del regime. Ovviamente l’atteggiamento turco nei confronti dei curdi è chiaramente di aperta ostilità, sia in considerazione della lunga guerra civile che la Turchia ha conosciuto negli anni passati in seno a zone abitate prevalentemente dall’etnia curda, la quale reclama da lungo tempo l’indipendenza, sia per la storica contrapposizione in essere tra curdi e sunniti siriani, sia per il ruolo non sempre chiaro che i curdi stessi hanno avuto nei confronti del regime siriano e di altri attori regionali (e non) considerati di volta in volta potenzialmente ostili ad Ankara e alle sue mai sopite aspirazioni “neo-ottomane”.

A complicare le cose, tuttavia, occorre ricordare che la Turchia, per quanto intenda avere ragione del regime di Assad, aneli altresì a riallacciare importanti legami economici con il vicino persiano e addirittura il Qatar non disdegnerebbe relazioni di convenienza con Teheran, come pare sia avvenuto o si sia simulato che fosse avvenuto durante i “recenti screzi” occorsi con alcuni Paesi del Golfo, se questo potesse essere utile nella sua assai poco comprensibile lotta contro l’ingombrante ed onnipervasivo vicino saudita. E’ altresì risaputo che Qatar, Turchia ed Iran trovino in scenari geopolitici come la Striscia di Gaza comuni punti di convergenza (e da questo punto di vista non si può certamente dimenticare la breve esperienza di governo dei Fratelli Musulmani in Egitto…), così come l’abortito ed eterogeneo asse Cina, Iran, Siria, Turchia e Brasile spieghi come le ambizioni geopolitiche di Ankara abbiano conosciuto trascorsi a dir poco singolari e contraddittori.

“Nave sanza nocchiere in gran tempesta”

L’impressione generale che si ha osservando l’atteggiamento dei partner americani aderenti in varie forme alla coalizione anti-ISIS è che ci sia una diffusa consapevolezza sulla sostanziale mancanza di un  chiaro piano politico per il futuro da parte del primo motore di tale coalizione. In tal senso appare evidente che la riluttanza di Washington a ricoprire il consueto ruolo guida e a farsi carico di una progettualità geostrategica per il futuro che continui a porre gli Stati Uniti nel ruolo di protagonista stia inducendo i vari attori internazionali in gioco a coltivare maggiormente “il proprio orticello” in seno ad una alleanza nella quale le forze centrifughe appaiono alquanto pressanti.

Non è un caso che buona parte dei Paesi più importanti coinvolti abbia addotto tutta una serie di giustificazioni di carattere legale e militare per evitare un proprio coinvolgimento in Siria in azioni belliche contro l’ISIS, quando fino ad appena un anno fa, in particolare da parte di alcuni soggetti, sembravano non esserci particolari problemi di sorta a bombardare il regime di Assad. Da questo punto di vista esiste, non da oggi, una chiara propensione da parte di determinati Paesi europei e mediorientali a “prender tempo” per “vedere che succede” e per evitare di essere coinvolti in iniziative connotate da esiti incerti o, addirittura, controproducenti, non essendo in effetti pienamente chiara  la strategia politica promossa dall’amministrazione USA sullo scenario internazionale. Gli attacchi aerei americani in tal senso stanno apparendo non solo scarsamente risolutivi sul terreno ma indirizzati verso obiettivi che probabilmente sarebbe stato più opportuno al momento ignorare da un punto di vista meramente tattico. E’ il caso di Al-Nusra, gruppo affiliato ad Al-Qaeda, il quale è stato col tempo agganciato da Turchia e Qatar e che si è rivelato uno strumento utile sia contro il regime di Assad che, soprattutto, in funzione anti-ISIS. I bombardamenti americani, oltre che colpire lo stesso gruppo guidato da Al-Baghdadi, hanno preso di mira i miliziani di Al-Nusra, causando il risentimento turco e qatariota e, nei fatti, provocando il tragico riavvicinamento della stessa Al-Nusra all’ISIS. Se in Siria gli USA danno l’impressione di  mancare di strategia e di ottenere risultati controproducenti, altrove non si stanno dimostrando particolarmente efficaci e limpidi.

Basti pensare a quanto accaduto in Ucraina dove non è bastato l’abbattimento di un aereo di linea da parte dei separatisti filorussi sostenuti da Mosca per suscitare un’adeguata risposta dell’Alleanza Atlantica, storicamente a guida americana, alleanza anch’essa spezzata dagli interessi particolari dei suoi membri costituenti. Tant’è che non appena i separatisti dell’Ucraina orientale hanno dato segno di essere non troppo lontani dal collasso militare a causa della persistente controffensiva dell’esercito ucraino, è bastata una lieve pressione militare russa sull’Ucraina per ribaltare completamente la situazione sul campo di battaglia, portando in pochi giorni Kiev, sprovvista di adeguati aiuti occidentali, sull’orlo della capitolazione e garantendo alla Russia una quota di controllo sul futuro politico ed economico dell’Ucraina stessa.

Nonostante l’ulteriore inasprimento delle sanzioni da parte di UE ed USA che, nel lungo periodo, assieme al calo del prezzo degli idrocarburi, potrebbero mettere seriamente in crisi l’economia russa, la vittoria militare di Putin rimane un dato di fatto sullo scacchiere geopolitico dell’Europa orientale. La pretesa statunitense, per altro giustificata, di spingere altri soggetti regionali a diventare protagonisti della stabilizzazione di importanti aree del globo si sta scontrando con il fatto che, in assenza di un aiuto sostanziale ed “incoraggiante” da parte degli Usa, questi Stati non riescono più a comprendere per quale motivo debbano osservare scrupolosamente i troppo sovente confusi suggerimenti di chi sempre più spesso non intende utilizzare le consuete leve del potere per indirizzare lo sviluppo di una certa politica estera:  visione strategica di lungo corso un tempo, magari, imposta forzosamente, ma che garantiva una certa stabilità compensando in vario modo le aspirazioni dei vari soggetti internazionali coinvolti. A tutt’oggi il mondo percepisce seriamente l’assenza di un vero centro politico di riferimento e la stessa presenza delle preponderanti forze americane in Medio Oriente non fa altro che accentuare l’impressione di trovarsi di fronte ad un leviatano che proceda a zig-zag lungo la sabbia con una benda negli occhi e con un nuvolo di suggeritori nazionali ed esteri che volano attorno alle sue orecchie. Nell’assenza di una chiara visione per il futuro confezionata da parte di Washington, la recente iniziativa turca potrebbe offrire una possibile via d’uscita al pantano siriano, di fatto ribadendo le ragioni di coloro che chiedono la fine del regime in Siria e la creazione di un governo inclusivo sulla scia di quanto si sta faticosamente cercando di ricomporre in Iraq, proponimento che, fra le altre cose, allo stato attuale rappresenta l’unica vera idea, posta sul tavolo del futuro della Siria, esistente sul campo occidentale.

Da questo punto di vista se gli Stati Uniti comprendessero che per porre fine al terrorismo occorra prima di tutto portare a conclusione la “proxy war” siriana, soddisfacendo le richieste dei propri alleati, allora probabilmente tante reticenze ad intervenire direttamente in Siria da parte dei medesimi alleati verrebbero meno. Lo stesso Iran, dopo aver contribuito in maniera determinante a produrre l’attuale “sfracello” mediorientale, potrebbe avere tutto l’interesse a pervenire ad un accordo sulla Siria che non svilisca le ambizioni della maggioranza sunnita e che nel contempo tuteli i diritti delle altre minoranze come quella alawita. Meno roseo appare il futuro dei curdi i quali, nonostante stiano morendo a migliaia per rispondere alla chiamata internazionale contro l’ISIS, difficilmente coroneranno la loro ambizione di formare uno stato autonomo, idea osteggiata da tutti gli attori regionali in gioco. Una posizione, quella curda, che onestamente appare sempre più paragonabile a quella di una mera vittima sacrificale posta sull’altare delle grandi manovre internazionali che a quella di un attore geopolitico di rilievo.

Ancora una volta la Turchia potrebbe manipolare le proprie leve politico-militari, come richiesto da molti Paesi occidentali, per supportare lo sforzo bellico curdo contro l’ISIS, permettendo il transito di nuovi guerriglieri e di armi pesanti, tuttavia “il pragmatismo” di Ankara al momento sembra escludere una tale mossa, così come sembra restio a suggerire l’impiego di proprie forze armate da impegnarsi in solitaria per imprimere una svolta alla guerra civile in Siria, come indirettamente, assumendo una posizione più aperta rispetto agli Stati Uniti nei confronti della proposta di creazione di una zona di non volo, ha suggerito il governo britannico. La Turchia, al pari di tutti i sostenitori dell’opposizione moderata siriana, evidentemente continua a preferire l’utilizzo di “proxies” in Siria, piuttosto che coinvolgere direttamente proprie truppe di terra in un contesto bellico nel quale si stanno fondamentalmente scontrando le sfere di influenza più o meno ampie e più o meno autonome dei contendenti in gioco.

Conclusioni

Allo stato attuale risulta assai difficile stabilire quale sarà il destino della città curda di Kobane. Sia che riesca a salvarsi dalle grinfie dell’ISIS, sia che cada nella morsa del sedicente “Califfo” Al-Baghdadi, la situazione militare e politica sullo scenario siro-iracheno richiede un cambio di rotta  radicale non solo sul terreno ma anche nel campo della diplomazia. In primo luogo risulta assai arduo ritenere che si possa vincere in maniera soddisfacente un conflitto dai contorni elusivi senza impiegare la fanteria (il cui coinvolgimento, per la verità, è assai osteggiato da tutta l’opinione pubblica occidentale) e limitandosi all’utilizzo di forze speciali. In secondo luogo, l’eventuale proposta di una conferenza internazionale di pace per il Medio Oriente potrebbe essere l’unica soluzione per districare il nodo gordiano siriano, evitando ulteriore spargimento di sangue. Il riconoscimento da parte di Russia ed Iran, per altro già contrari alla proposta di costituzione di una zona di non volo in Siria, della necessaria conclusione della parabola politica di Assad a Damasco potrebbe essere un eccellente viatico per condurre tutto il Medio Oriente lungo la strada della pace e per porre una pietra tombale sulla pericolosa stagione rappresentata dalle presunte primavere arabe.

Allo stesso modo Paesi quali il Qatar ed il Kuwait dovrebbero essere accompagnati verso un maggior impegno nella lotta contro il finanziamento privato del terrorismo islamico ed in particolare Doha dovrebbe essere indotta a cessare di rappresentare lo sponsor principale della Fratellanza Islamica a livello internazionale, a cominciare dalla vicina Libia e dalla Palestina. Da parte sua l’Europa dovrà prepararsi, tramite un’adeguata spesa militare, ad essere sempre più frequentemente chiamata ad assumere un ruolo di maggiore responsabilità sullo scenario mondiale ed in futuro non potrà più sottrarsi alla crescente urgenza di farsi carico di iniziative di tenore proporzionalmente commisurato a quelle che saranno le importanti sfide internazionali che si stanno già appalesando all’orizzonte.