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Joe Biden e l’Inaugural Address di un Paese in crisi

Gli Stati Uniti sono un Paese forte, anzi il più forte di tutti. Ma anche un Paese in crisi, alla testa di un ordine internazionale instabile. La crisi non è iniziata con l’assalto a Capitol Hill, né con lo scoppio della pandemia. È una crisi dalle radici ormai profonde – le prime delle quali hanno attecchito più di un decennio fa – e che nessuno degli ultimi due commander in chief – Barack Obama e Donald Trump – è stato in grado di risolvere.

Joe Biden e l’Inaugural Address di un Paese in crisi - Geopolitica.info

La perdita di uomini, denaro e prestigio causato dal duplice pantano militare in Afghanistan e Iraq, l’assenza di un piano per tirare fuori il mondo dagli sconquassi seguiti alla grande recessione del 2007-2008, il lento ma preoccupante declino della democrazia nel mondo (secondo Freedom House, a partire dal 2006), l’emergere delle potenze revisioniste cinese e russa, la polarizzazione politica interna e il dilagare del Coronavirus sono solo gli eventi più noti che hanno colpito il primato americano così come lo abbiamo conosciuto dalla fine della Guerra fredda.

I discorsi di insediamento di Obama e Trump, così come l’approccio strategico che successivamente le loro amministrazioni fecero assumere agli Stati Uniti nei confronti del mondo, stanno lì a indicare la consapevolezza di entrambi del fatto che avevano assunto la guida di un Paese – e di un ordine internazionale – in crisi. Non essendo mutata la situazione esterna ed essendo persino peggiorata quella interna, era prevedibile che l’inaugural address di Joe Biden non avrebbe costituito un’eccezione.

Il problema dell’unità, intorno a cui è ruotato l’intervento del 46° presidente americano, da un lato conferma le lacerazioni interne dell’America. Solitamente, tuttavia, tale genere di discordie vengono superate con le amnistie e la comprensione delle ragioni degli sconfitti, soluzione che mal si concilia con il secondo impeachment a Trump e la narrazione della “verità vs. bugie”. Dall’altro, indica che – come accaduto con gli ultimi due predecessori – l’agenda di Biden vedrà in cima alle sue priorità le questioni politiche domestiche. Le principali minacce passate in rassegna dal presidente, infatti, hanno proprio questa origine, dagli effetti del virus all’ineguaglianza, passando per la democrazia. 

Diversamente da Obama e Trump che avevano sorvolato su quest’ultimo tema nei loro discorsi di insediamento, Biden è tornato a riflettere sul “problema” della democrazia. A differenza del passato, tuttavia, non lo ha fatto per discutere su cosa gli Stati Uniti faranno per rilanciare la democrazia nel mondo, ma per ribadire il suo impegno a difenderla al loro interno. Democracy has prevailed è stato uno dei passaggi fondamentali del suo discorso. Ma per come lo ha declinato, Biden è sembrato attribuire questo risultato non al fatto che le istituzioni americane si siano dimostrate più forti delle piazze, dei tentativi del presidente Trump di delegittimare la bontà del processo democratico (speculare alla spiegazione della sua precedente elezione quale risultato di maldestre operazioni di spionaggio russe) e del clima politico più infuocato che forse l’America ha registrato dai tempi della guerra civile. Piuttosto, ha finito per collegare la vittoria della democrazia al successo riscosso il 3 novembre dal Partito Democratico sul Partito Repubblicano. 

Con la promozione della democrazia trasformata in questione domestica, poco spazio è rimasto per la politica estera. Nella tradizione nazionale, d’altronde, questa è stata di sovente presentata in termini umanitaristico-volontaristici come un’attività a cui l’America è chiamata – come ebbe a dire il presidente William McKinley – “per il bene dell’umanità” e quasi mai trattata esplicitamente nei termini dell’interesse nazionale.

Al di là delle apparenze il messaggio di Biden al resto del mondo è restato sibillino, nel senso che si presta a fraintendimenti su quello che la sua amministrazione farà nella dimensione internazionale (molto più illuminante su questo tema è l’audizione di Antony Blinken). 

Il presidente ha ribadito il suo impegno a “riparare le alleanze”, messaggio anzitutto diretto alle cancellerie europee e che preso alla lettera potrebbe far intendere quello che gli europei sarebbero lieti di poter intendere, ovvero un ritorno al multilateralismo e un rinnovato impegno degli Stati Uniti nell’Alleanza Atlantica, soprattutto sui fronti caldi costituiti dal fianco est e da quello sud. Ha aggiunto, tuttavia, che questo impegno non è finalizzato “per affrontare le sfide di ieri, ma le sfide di oggi e di domani”. Leggendo queste parole alla luce di quanto sostenuto dal segretario generale Jens Stoltenberg la scorsa estate nel suo intervento su #NATO2030, se da un lato riceviamo la conferma che Biden è più che interessato a un rilancio dell’Alleanza, dall’altro ne possiamo anche desumere che la intende come uno strumento utile non più a fini esclusivamente regionali ma su scala globale (cosa poco gradita agli alleati, Italia in testa). Anche un eventuale multilateralismo, secondo quanto avvenuto con Obama, non sarebbe da intendersi come un coinvolgimento dei Paesi europei nelle decisioni strategiche similmente a quanto fatto dalla presidenza Clinton, ma come una redistribuzione dei costi dell’Alleanza (quel burden sharing spesso rivendicato con modi poco istituzionali da Trump). A conferma di ciò, subito dopo il nuovo presidente ha promesso che gli Stati Uniti non guideranno il mondo solo “con l’esempio del loro potere, ma anche con il potere del loro esempio”. 

Come interpretare questo monito? Probabilmente costituisce una conferma della politica di retrenchment già attuata da Obama e Trump, per cui l’America è disponibile a ricorrere alla forza solo laddove lo ritiene vitale per i suoi interessi strategici, ma che in tutti gli altri casi si limita a proporre comportamenti virtuosi e a delegare ai suoi alleati sul campo la responsabilità di conseguire quelli che si profilano come obiettivi comuni. Si tratta di una strategia tipica delle potenze che affrontano minacce esistenziali al loro primato internazionale e che se ben attuata – chi scrive lo auspica assolutamente – potrebbe rivelarsi la scelta giusta per far uscire l’America e il mondo dalla crisi che stanno attraversando. Di sicuro però questa strategia non ci riporterà agli anni Novanta.

Gabriele Natalizia,
Sapienza Università di Roma – Geopolitica.info

Al via le audizioni al Senato: la politica estera americana secondo il team di sicurezza nazionale

Due giorni fa si sono tenute al Senato le prime audizioni di conferma delle nomine di Joe Biden. In particolare, i protagonisti sono stati alcuni dei futuri massimi esponenti del team di sicurezza nazionale del neo-presidente: Antony Blinken, Segretario di Stato; Lloyd Austin, Segretario della Difesa e Avril Haines, Direttore dell’Intelligence Nazionale. Le audizioni permettono di comprendere quale potrà essere l’approccio strategico che la nuova Amministrazione adotterà riguardo ai dossier cruciali per Washington: la crescente assertività della Cina, il rapporto con la Russia e le dinamiche regionali in Medio Oriente – tra cui le relazioni con l’Iran e la questione del JCPOA. Quanto potrà cambiare, se cambierà, l’approccio strategico dell’Amministrazione Biden rispetto a quello dell’Amministrazione Trump?

Al via le audizioni al Senato: la politica estera americana secondo il team di sicurezza nazionale - Geopolitica.info

Alla vigilia dell’Inauguration Day hanno avuto luogo le prime audizioni per la conferma delle nomine effettuate da Biden. I protagonisti sono stati Antony Blinken, Lloyd Austin e Avril Haines – rispettivamente i futuri Segretario di Stato, Segretario della Difesa e Direttore dell’Intelligence Nazionale (confermata ufficialmente nella notte) – che, davanti al Senato, hanno ribadito l’importanza del ritorno ad una maggiore cooperazione con gli alleati internazionali e ad una leadership americana sempre più forte.

Le audizioni hanno offerto un assaggio di quello che potrà essere l’approccio strategico della nuova amministrazione, un approccio che potrebbe rivelarsi più in continuità con gli otto anni di Obama alla Casa Bianca relativamente ai toni e ad una maggiore ricerca del multilateralismo, anche se su alcuni dossier – tra cui Cina e, potenzialmente, Iran – Biden potrebbe adottare una linea più dura. 

L’audizione di Antony Blinken 

Durante l’audizione, Blinken ha ribadito l’intenzione di reindirizzare la traiettoria della politica estera americana dopo quattro anni di Amministrazione Trump – pur appoggiando alcune delle sue scelte – rinvigorendo le alleanze per affrontare le minacce più urgenti alla propria sicurezza nazionale, che vanno dalla Cina all’Iran passando per il cambiamento climatico. 

Innanzitutto, l’ex vicesegretario di Stato ha affermato di voler ripristinare il ruolo del Congresso nella politica estera riflettendo ciò che lui stesso ha descritto come “una necessità di ottenere il consenso del popolo americano per le decisioni internazionali”. Relativamente alla Cina, ha sostanzialmente appoggiato l’approccio più duro adottato dall’Amministrazione Trump sebbene non fosse d’accordo con alcune specifiche politiche del presidente uscente, tra cui il progressivo allontanamento dagli alleati che – secondo Blinken – saranno fondamentali per il contenimento della Cina. “Pechino rappresenta la sfida più significativa per Washington. Dovremo approcciarci alla Cina da una posizione di forza e non di debolezza”. Inoltre, è interessante sottolineare come Blinken – nonostante abbia ripetutamente criticato Pompeo – sia d’accordo con le valutazioni fatte dal Segretario di Stato uscente riguardo alla situazione degli uiguri nello Xinjiang: “La costrizione di uomini, donne e bambini nei campi di concentramento; il tentativo di rieducarli per aderire all’ideologia del Partito Comunista Cinese, tutto ciò parla di uno sforzo per commettere un genocidio”. 

Per quanto riguarda le questioni mediorientali, ha elogiato gli Accordi di Abramo sottolineando però che alcune politiche adottate da Trump abbiano contribuito ad allontanare ulteriormente un possibile accordo tra Israele e Palestina. Invece, alle domande del Senate Committee on Foreign Relations sull’Iran, Blinken ha risposto che “il JCPOA, pur con tutti i suoi limiti, stava riuscendo a bloccare la volontà di Teheran di produrre il materiale fissile necessario per costruire un’arma nucleare”. Nonostante la questione del nucleare iraniano sia uno dei dossier più importanti da affrontare, il futuro Segretario di Stato ha dichiarato che il rientro in tale accordo è “ancora molto lontano” e che, qualora dovesse accadere, ci sarà la necessità di consultarsi prima con Israele e gli Stati del Golfo che hanno espresso le loro preoccupazioni dopo che l’Iran ha iniziato ad arricchire l’uranio al 20%. Blinken ha poi detto che qualsiasi accordo futuro con Teheran dovrà includere anche il nuovo programma missilistico e la fine del sostegno alle milizie “per procura” in Medio Oriente – come avrebbe voluto anche Trump. Dal canto suo però l’Iran ha rifiutato qualsiasi tipo di negoziato che includa altri programmi militari. 

Blinken ha poi sostenuto che anche la sfida posta dalla Russia è in cima all’agenda di sicurezza nazionale esprimendo, inoltre, il suo sostegno ad Alexey Navalny – arrestato qualche giorno fa al rientro a Mosca. Si è poi soffermato sulla questione del New START, trattato sulle armi nucleari firmato da Obama e Medvedev nel 2011, che scadrà il prossimo 5 febbraio, confermando la necessità di trovare una nuova intesa entro qualche settimana. Molti analisti sostengono che tale trattato potrà essere rinnovato per un ulteriore anno consentendo a Stati Uniti e Russia di negoziare, successivamente, per un nuovo tipo di accordo. Inoltre, l’ex vicesegretario di Stato ha espresso la volontà di continuare con alcune politiche di contrasto a Mosca, incluso il sostegno all’addestramento delle forze armate ucraine. 

L’audizione di Lloyd Austin

Nonostante il Senato sia ufficialmente a maggioranza democratica e molto probabilmente tutte le nomine di Biden verranno confermate, per Lloyd Austin il discorso è un po’ diverso. Infatti, secondo il National Security Act del 1947, un ufficiale deve aver lasciato il servizio da almeno dieci anni (ridotti a sette nel 2008) per poter diventare Segretario della Difesa: dunque, Austin avrà bisogno di una deroga da parte del Congresso.

Ad ogni modo, così come Blinken, anche l’ex Comandante del CENTCOM ha dichiarato che la Cina è la principale minaccia alla sicurezza nazionale americana: “Pechino è la minaccia più importante in questo momento, è in ascesa. Anche la Russia è una minaccia ma è in declino”. Austin ha poi sottolineato, nel caso in cui ottenesse la deroga dal Congresso, di voler rivedere la National Defense Strategy pubblicata dall’Amministrazione Trump nel 2018 perché “dovremo avere un deterrente sempre più credibile e delle capacità che ci permettano di rispondere ad ogni tipo di minaccia”.

Il Generale in congedo ha evidenziato, tra le altre cose, la necessità di un maggiore investimento nell’uso delle tecnologie quantistiche e dell’intelligenza artificiale per riuscire a contrastare Pechino. “Credo che abbiamo ancora un grande vantaggio sulla Cina ma il divario si è ridotto in modo significativo. Il nostro obiettivo sarà quello di ampliarlo per il presente e il futuro della nostra sicurezza nazionale”. A tal proposito, Austin ha ribadito l’importanza delle alleanze militari affermando che uno dei suoi primi viaggi avrebbe luogo proprio tra Giappone, Corea del Sud e Australia, alleati chiave per il contenimento cinese nell’area dell’Indo-Pacifico. 

Relativamente all’Iran, si è espresso in maniera negativa, sostenendo che “continua ad essere un elemento destabilizzante nella regione mediorientale sia per i nostri partner che per le nostre forze dispiegate sul territorio”. Interessante poi è il passaggio sull’attuale situazione in Afghanistan. Austin ha detto che la guerra deve assolutamente finire e che, in tal senso, il raggiungimento di un accordo tra il governo afghano e i talebani sarà fondamentale. Non ha però escluso il fatto che il ritiro delle truppe – attualmente 2.500 dopo l’accordo di Doha del 2020 – possa subire un rallentamento qualora gruppi terroristici come al Qaeda o ISIS continuino ad operare in Afghanistan.

Tuttavia, anche se la Cina rappresenta la minaccia principale, secondo l’ex Comandante del CENTCOM la sfida più immediata alla sicurezza nazionale è la pandemia: “ha ucciso oltre 400.000 dei nostri cittadini e dobbiamo fare tutto il possibile per interrompere i contagi”. Austin non ha fornito ulteriori dettagli su come intende intensificare gli sforzi del Pentagono per contrastare il coronavirus e per distribuire in maniera più rapida i vaccini, ha però detto che crede che il Dipartimento della Difesa possa fare ancora meglio.

L’audizione di Avril Haines

Nella notte la nomina di Avril Haines è stata confermata dal Senato con 84 voti favorevoli e 10 contrari, diventando così la prima donna a ricoprire il ruolo di Direttore Nazionale dell’Intelligence, andando a sostituire John Ratcliffe – fedele trumpiano. Haines sarà chiamata a guidare una rete di 18 agenzie che compongono l’intelligence americana, di cui fanno parte anche la CIA e la DIA.

L’ex vicedirettore della CIA, durante l’audizione, ha affermato che una delle sue priorità sarà sicuramente quella di ripristinare il ruolo del DNI come fornitore apolitico di intelligence – così come voluto dal neo-presidente Biden: “per salvaguardare l’integrità della nostra comunità di intelligence, il DNI deve insistere sul fatto che, quando si tratta di intelligence, semplicemente non c’è posto per la politica”.

Haines ha espresso grandi critiche nei confronti delle varie campagne di spionaggio portate avanti da Pechino, promettendo di contrastare “tutte le loro azioni illegali, aggressive nonché di violazioni dei diritti umani”. La nuova DNI ha definito la Cina “una sfida alla nostra sicurezza, alla nostra prosperità e ai nostri valori democratici”, sottolineando la necessità di un’evoluzione nel tipo di approccio da adottare nei confronti di Pechino da parte dell’intelligence community. La posizione di Haines è chiara: “sostengo una posizione aggressiva, in un certo senso, per affrontare la sfida cinese”. 

L’ex vicedirettore della CIA ha poi risposto alle numerose domande sull’Iran e sulla questione del JCPOA affermando di essere ancora molto lontani dal rientrare nell’accordo sul nucleare perché Teheran ha ricominciato l’arricchimento dell’uranio ad una percentuale superiore rispetto a quanto stabilito nell’accordo. Haines ha lasciato intendere che gli Stati Uniti rientreranno nel JCPOA e revocheranno le sanzioni – applicate da Trump – soltanto quando l’Iran rispetterà i limiti imposti. Inoltre, la futura DNI ha descritto Teheran come una minaccia ed un attore destabilizzante nella regione mediorientale che “non dovrà mai essere in possesso di un’arma nucleare”. 

Successivamente ad Haines è stato chiesto se avrà intenzione di declassificare alcuni documenti sull’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista saudita, avvenuto in Turchia nel 2018. Secondo i rapporti, l’intelligence community avrebbe concluso che Mohammed bin Salman, principe ereditario dell’Arabia Saudita, sarebbe stato il mandante dell’assassinio. Nonostante la pressione bipartisan a declassificare il documento, l’Amministrazione Trump – che ha sempre avuto ottimi rapporti con Riyadh, uno dei principali competitor regionali dell’Iran – si è più volte rifiutata. Tuttavia, la nuova DNI ha chiarito la propria posizione confermando di voler declassificare il documento, una mossa – quest’ultima – che rischia di incrinare i rapporti tra Washington e Riyadh.

Se per la politica interna molte evidenze suggeriscono che Biden si distinguerà in maniera netta dal suo predecessore, per l’approccio di politica estera il discorso cambia. Potranno cambiare i toni e la ricerca di un maggiore multilateralismo ma il dibattito politico su alcune delle questioni più importanti per la sicurezza nazionale americana sembra vedere sia repubblicani che democratici convergere su una linea di pensiero molto simile. Inoltre, le recenti uscite del neo-presidente Biden e, soprattutto tali audizioni, puntano tutte in una direzione: difficilmente vedremo una chiara inversione di marcia rispetto all’ultimo quadriennio. 

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

La squadra di Biden prende forma

A meno di un mese dall’Inauguration Day, Joe Biden – ufficialmente presidente eletto dopo che l’Electoral College ha certificato la sua vittoria – ha sostanzialmente ultimato le nomine di coloro che andranno a comporre il Gabinetto della sua Amministrazione. Sebbene non siano ancora tutte ufficiali, vista la necessità di conferma da parte del Senato, le scelte del 78enne democratico ci consentono di capire quale potrà essere l’indirizzo delle politiche e l’approccio strategico che adotterà l’Amministrazione democratica. All’appello mancano ancora – tra gli incarichi chiave – il Procuratore Generale, il Segretario dell’Istruzione, del Lavoro e del Commercio e il Direttore della CIA. Ad ogni modo, non sono mancate sorprese relativamente alle nomine da parte di Biden: una su tutte quella del Segretario della Difesa.

La squadra di Biden prende forma - Geopolitica.info

Articolo precedentemente pubblicato su Europa Atlantica.

Manca sempre meno al 20 gennaio, giorno in cui il ticket Biden-Harris entrerà ufficialmente in carica; nel frattempo, è partita – e si è quasi conclusa – la corsa per le nomine. Dall’11 novembre in poi, data in cui è stata annunciata la prima scelta, quella di Ron Klain come capo Gabinetto della Casa Bianca, Biden ha ufficializzato quasi tutto il suo team fatta eccezione per il Dipartimento di Giustizia, il Dipartimento dell’Istruzione, il Dipartimento del Lavoro e quello del Commercio nonché il Direttore della CIA. Ovviamente, per molte di queste nomine servirà la conferma da parte del Senato e, nel caso particolare del Pentagono, ci sarà bisogno anche di una deroga del Congresso. Ciononostante, il presidente eletto ha rispettato quanto annunciato durante la campagna elettorale: le sue nomine infatti rispecchiano l’eterogeneità etnica della società americana. Andiamo a vedere le scelte del 78enne democratico più nel dettaglio – tra i Dipartimenti chiave e i funzionari con rango di membri di Gabinetto. 

Antony Blinken, Segretario di Stato

 La scelta di Antony Blinken era abbastanza scontata visto che Susan Rice, una delle principali candidate al Dipartimento di Stato, difficilmente sarebbe potuta essere confermata – considerando le forti critiche ricevute a causa degli eventi di Bengasi nel 2012 – da un Senato che molto probabilmente sarà ancora repubblicano. 

Blinken ha una lunga esperienza politica tra le Amministrazioni Clinton e Obama. Tra il 1994 e il 1998 è stato Assistente Speciale di Clinton e Direttore Senior per la pianificazione strategica all’interno del Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Conclusasi l’esperienza nell’Amministrazione Clinton, nel 2002 è stato nominato Direttore del personale della Commissione Affari Esteri del Senato americano, posizione ricoperta fino al 2008 quando è stato chiamato all’interno dell’Amministrazione Obama. Durante il primo mandato ha ricoperto il ruolo di National Security Advisor per l’allora vicepresidente Biden prima e di Deputy National Security Advisor per Obama. Dal 2015 al 2017 è stato vicesegretario di Stato. 

Durante la sua presentazione, Biden ha dichiarato che Blinken nel corso degli anni “ha fortificato le relazioni con gli alleati degli Stati Uniti”. Infatti, il futuro Segretario di Stato sostenitore del multilateralismo e di politiche internazionaliste, potrebbe essere fondamentale nel rilanciare i rapporti con la NATO ma soprattutto con l’Unione Europea, rapporti che con l’Amministrazione Trump si erano decisamente incrinati. Sarà poi interessante vedere come si comporterà nei confronti della Cina. Molti analisti suggeriscono che, nonostante Blinken abbia più volte detto che Pechino rappresenti la principale sfida per gli Stati Uniti, la sua posizione possa essere nettamente più moderata rispetto al repubblicano Mike Pompeo. Tuttavia, ha affermato che sosterebbe l’utilizzo di sanzioni in risposta al rafforzamento del controllo cinese su Hong Kong. Inoltre, si è dichiarato favorevole ai recenti Accordi di Abramo e ad un progressivo disimpegno americano da aree come quella irachena e afghana.

Janet Yellen, Segretario del Tesoro

Relativamente al Dipartimento del Tesoro, la scelta di Biden è ricaduta su Janet Yellen, presidente della Federal Reserve – la banca centrale americana – dal 2014 al 2018. Se confermata dal Senato, sarà la prima donna a ricoprire il ruolo di Segretario del Tesoro in 231 anni di storia di tale Dipartimento. Yellen sarà chiamata, sin da subito, a sostenere un’economia duramente colpita dal Covid-19. In una recente uscita, ha dichiarato che per l’economia servirà aiuto sia dalla politica monetaria che da quella fiscale, visto che gli aiuti federali arrivati tra la primavera e l’estate si stanno esaurendo. “Abbiamo bisogno di uno sforzo molto più efficace di quello che abbiamo fatto. Se lavoreremo bene, sarà importante non solo per la nostra salute ma soprattutto per la nostra economia”, ha ribadito Yellen.

Lloyd Austin III, Segretario della Difesa

La nomina di Lloyd Austin III come capo del Pentagono è la vera sorpresa tra tutte le scelte di Biden. La principale favorita era Michele Flournoy – sottosegretario per la politica durante l’Amministrazione Obama e co-direttrice del think tank Center for a New American Security – che sarebbe potuta diventare la prima donna a guidare il Dipartimento della Difesa (DoD). Tuttavia, il presidente eletto ha scelto Lloyd Austin – Generale in congedo, 12° Comandante dello US Central Command tra il 2013 e il 2016 nonché Comandante Generale delle Forze Armate americane di stanza in Iraq. 

Per Austin il discorso è un po’ diverso: con l’introduzione del National Security Act del 1947 è stato stabilito che un ufficiale deve aver lasciato il servizio da almeno dieci anni (ridotti a sette dal Congresso nel 2008) per poter servire come capo del Pentagono. All’ex Comandante del CENTCOM servirà dunque una deroga da parte del Congresso così come successo nel 1950 con George Marshall e nel 2017 con Jim Mattis; Biden però si è detto fiducioso.

Tale scelta ha ricevuto non poche critiche: molti funzionari del DoD, esperti del settore e gruppi per i diritti umani si stanno chiedendo se effettivamente sia la scelta giusta per guidare il Pentagono, nato proprio con la necessità di avere un civile al comando e non un militare. L’appartenenza alla Raytheon Company – azienda leader nel settore della difesa – la sua esperienza prettamente in Medio Oriente rispetto alla regione indo-pacifica (fondamentale per il contenimento cinese) e il fatto che rappresenti lo US Army – spesso considerata la Forza Armata meno rilevante nel contrastare l’assertività cinese – sono i fattori che più gli si recriminano. 

A seguito delle numerose critiche ricevute, Biden ha prontamente pubblicato un editoriale sul The Atlantic spiegando le ragioni di tale nomina. Il presidente eletto ha detto di aver scelto Lloyd Austin III perché “so come reagisce sotto pressione e so che farà tutto il necessario per difendere il popolo americano”. Ha poi sottolineato che l’ex Comandante del CENTCOM è stato fondamentale nella gestione della sicurezza degli americani e dei suoi alleati quando l’ISIS si è imposto come minaccia terroristica globale. Anche ex colleghi – uno su tutti Colin Powell, Segretario di Stato durante l’Amministrazione Bush Jr. – si sono pronunciati positivamente sulla scelta del Generale Austin, evidenziando la grande esperienza accumulata nei suoi oltre 40 anni di servizio.

Deb Haaland, Segretario degli Interni

Non ci sono dubbi, la nomina al Dipartimento degli Interni di Deb Haaland, una delle prime due donne native americane elette al Congresso, ricopre un’importanza storica. Infatti, se confermata dal Senato sarà la prima nativa americana della storia a far parte del Gabinetto degli Stati Uniti. Le principali comunità indigene americane hanno accolto con entusiasmo la scelta di Biden per un Segretario che potrà e vorrà porre fine all’esclusione dei nativi americani dalla società. Durante un’intervista a pochi giorni dalla sua nomina, Haaland ha dichiarato di volersi concentrare sul cambiamento climatico al quale gli indigeni sono molto vulnerabili, su una progressiva inclusione dei nativi americani all’interno della società e su una ripresa economica che sia il più “verde” possibile. 

Xavier Becerra, Segretario della Salute e dei Servizi Umani  

Un po’ a sorpresa, per il Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani, Biden ha scelto Xavier Becerra, attuale Procuratore Generale della California, incarico per il quale si è concentrato sulla protezione delle comunità bisognose e sulla lotta per la salvaguardia della salute e del benessere di tutti i californiani. Da sottolineare è anche la sua presa di posizione in difesa dell’Affordable Care Act (Obama Care) di fronte alla Corte Suprema rappresentando circa venti Stati più il District of Columbia. Se confermato dal Senato sarà il primo latino a ricoprire l’incarico. Nonostante il vaccino sia già sul mercato americano, il principale focus di Becerra sarà il Covid-19 vista la situazione ancora critica negli Stati Uniti.

Pete Buttigieg, Segretario dei Trasporti

Nonostante vari rumors che lo vedevano favorito al Dipartimento per gli Affari Veterani prima e come Ambasciatore americano a Pechino poi, Buttigieg è stato scelto per il Dipartimento dei Trasporti. L’ex candidato alle recenti primarie democratiche è stato anche sindaco di South Bend nello Stato dell’Indiana nonché ufficiale dei servizi segreti della riserva della United States Navy schierati in Afghanistan nel 2014. Se confermato dal Senato, sarebbe la prima persona appartenente alla comunità LGBTQ a ricoprire un incarico all’interno del Gabinetto federale. Buttigieg sarebbe a capo di un Dipartimento di circa 53.000 dipendenti, con la supervisione dell’industria aerea della nazione, insieme a ferrovie, autotrasporti commerciali, oleodotti.

Jennifer Granholm, Segretario dell’Energia

Per il Dipartimento dell’Energia il presidente eletto ha scelto Jennifer Granholm, ex governatrice del Michigan, che avrà un ruolo chiave nell’aiutare a sviluppare le tecnologie necessarie per adempiere alle promesse fatte da Biden in campagna elettorale: abbandonare definitivamente i combustibili fossili ed arrivare a zero emissioni nette di carbonio entro il 2050.

Granholm ha una grande esperienza nei rapporti con l’industria automobilistica, un potenziale vantaggio in quanto Biden si è proposto di accelerare il lancio dei veicoli elettrici e della rete di stazioni di ricarica necessaria per alimentarle. Infatti, il trasporto è il più grande settore che emette gas ad effetto serra negli Stati Uniti, dunque, proprio per questo sarà necessaria l’adozione su larga scala di veicoli elettrici. Inoltre, è probabile che l’ex governatrice del Michigan agirà in maniera completamente diversa rispetto all’attuale Segretario dell’Amministrazione Trump Rick Perry che ha sfruttato la propria posizione per promuovere le esportazioni di gas naturale e spingere le autorità di controllo a sostenere il carbone come fonte di energia fondamentale.

Alejandro Mayorkas, Segretario della Sicurezza Interna

Per il Dipartimento nato con l’introduzione dell’Homeland Security Act del 2002 a seguito degli attacchi terroristici dell’11 settembre, la nomina di Alejandro Mayorkas era sostanzialmente sicura avendo ricoperto il ruolo di vicesegretario del Dipartimento di Sicurezza Interna dal 2013 al 2016 durante l’Amministrazione Obama e quello di direttore dei Servizi per la cittadinanza e l’immigrazione degli Stati Uniti tra il 2009 e il 2013. Qualora fosse confermato dal Senato diventerebbe il primo immigrato e latino a ricoprire tale ruolo

Sicuramente il DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals) – di cui ha già guidato sviluppo ed attuazione – sarà uno dei principali problemi che Mayorkas dovrà affrontare considerando che il presidente Trump ha cercato più volte di annullare tale programma. In questo senso, durante l’annuncio della sua scelta Biden ha affermato che il politico di origine cubana “giocherà un ruolo fondamentale nel riparare il nostro sistema di immigrazione ormai fortemente indebolito”. Inoltre, Mayorkas potrà offrire un contributo importante anche nel campo delle pandemie vista la sua esperienza nella pianificazione e nel controllo relativo all’Ebola e al virus Zika.

Jake Sullivan, National Security Advisor

Tra le cariche più importanti, quella del National Security Advisor è una delle poche che non necessita della conferma da parte del Senato. Biden ha scelto Jake Sullivan, ex vice assistente del presidente Obama e National Security Advisor per l’allora vicepresidente Biden; ha inoltre ricoperto alcuni incarichi di prestigio al Dipartimento di Stato quando era guidato da Hillary Clinton. Sullivan si è distinto sia come uno dei principali negoziatori nei primi colloqui che hanno spianato la strada all’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) sia ricoprendo un ruolo chiave nei negoziati – mediati da Washington – che hanno portato al cessate il fuoco a Gaza nel 2012. Inoltre, è stato una delle menti dietro al Pivot to Asia dell’Amministrazione Obama.

Recentemente, il nuovo NSA ha dichiarato che l’Amministrazione Biden sarebbe pronta a rientrare nell’accordo a patto che Teheran rispetti i termini originali: “il presidente eletto cercherà di riparare il danno fatto da Trump quando ha ritirato gli USA dall’accordo nel 2018. Rientrare nel JCPOA significherebbe revocare sanzioni per miliardi di dollari a Teheran e getterebbe le basi per delle trattative successive su questioni più ampie”. Secondo molti analisti, Sullivan si concentrerà maggiormente sull’area dell’Indo-Pacifico per affrontare la crescente sfida posta dalla Cina e per rafforzare le alleanze di Washington in ottica di tale competizione, riducendo la presenza americana in Medio Oriente. Non a caso – secondo Sullivan – le precedenti amministrazioni democratiche e repubblicane dalla fine degli anni ‘90 hanno commesso l’errore di dare la priorità alla componente militare nella regione mediorientale a scapito della diplomazia.

Avril Haines, Direttore dell’Intelligence Nazionale

Per l’Intelligence nazionale Biden ha scelto una donna di grande esperienza che ha già lavorato all’interno dell’Amministrazione Obama. Dal 2013 al 2015, infatti, è stata vice direttore della CIA (Central Intelligence Agency) mentre dal 2015 al 2017 ha ricoperto il ruolo di Deputy National Security Advisor prendendo il posto proprio di Blinken.  Anche in questo caso, se il Senato dovesse confermare la sua nomina Avril Haines sarebbe la prima donna a ricoprire il ruolo di Direttore dell’Intelligence Nazionale, per il quale sarà chiamata a guidare una rete di 17 agenzie che compongono l’intelligence americana, di cui fanno parte anche la CIA e la DIA (Defense Intelligence Agency). 

Non sono mancate però forti critiche riguardo alla nomina di Haines. Infatti, molti progressisti e gruppi per i diritti umani hanno espresso la loro preoccupazione sul ruolo che ricoprirà l’ex numero due della CIA visto il suo coinvolgimento attivo nel programma di droni portato avanti dall’Amministrazione Obama che, tra le altre cose, ha dovuto affrontare pesanti critiche per le vittime civili legate agli attacchi dei cosiddetti UAV (Unmanned Aerial Vehicles). Il suo compito principale sarà quello di ripristinare il ruolo del DNI come fornitore apolitico di intelligence e manager della comunità dell’intelligence nazionale viste le tante critiche ricevute dall’attuale Direttore John Ratcliffe.


Quale sarà il mondo dopo Trump?

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John Kerry, Inviato Speciale per il Clima

Dopo decenni di sostegno alle tematiche ambientali – tra cui un ruolo chiave nella negoziazione dell’accordo di Parigi – come senatore degli Stati Uniti e poi Segretario di Stato, John Kerry è stato scelto per ricoprire l’incarico di Inviato Speciale per il Clima e non avendo bisogno della conferma da parte del Senato la sua nomina è automaticamente ufficiale così come per Jake Sullivan. “L’America avrà presto un governo che tratterà la crisi climatica come un’urgente minaccia alla sicurezza nazionale” ha detto Kerry su Twitter poco dopo l’annuncio da parte di Biden. 

Tale nomina ha una portata storica: sarà la prima volta che il National Security Council includerà un funzionario che si occuperà di cambiamento climatico. Un segnale importante che riflette la reale attenzione da parte di Biden di voler affrontare le tematiche relative al clima come una questione urgente per la sicurezza nazionale americana. Una delle questioni più urgenti è sicuramente quella riguardante l’accordo di Parigi dal quale, sotto l’Amministrazione Trump, gli Stati Uniti sono formalmente usciti. Lo “zar del clima” – così è stato soprannominato il ruolo che ricoprirà Kerry – ha recentemente dichiarato che il principale obiettivo di Washington è quello di rientrare nell’accordo ma che da solo non basta per salvaguardare il pianeta dal cambiamento climatico. 

Katherine Tai, Rappresentante per il Commercio

Come Rappresentante per il Commercio, ruolo che durante l’Amministrazione Trump ha assunto sempre più importanza, Biden ha scelto Katherine Tai – attualmente capo consulente commerciale della commissione Fisco e Bilancio della Camera dei Rappresentanti. 

La scelta di Tai evidenzia come Biden sia intenzionato a perseguire un approccio commerciale più multilaterale per promuovere gli interessi commerciali degli Stati Uniti e affrontare la crescente concorrenza economica e tecnologica cinese, ma non necessariamente in contrasto con l’Amministrazione Trump. In questo senso, il presidente eletto ha dichiarato che non rimuoverà immediatamente i dazi nei confronti di Pechino volendo prima rivedere l’accordo che l’Amministrazione Trump ha stipulato con il governo cinese. Dunque, sebbene Tai possa favorire una maggiore cooperazione con gli alleati, ciò non significherebbe un ammorbidimento nei confronti della Cina. 

Non ci resta che aspettare le ultime nomine per avere un quadro completo della squadra di Biden. Ciononostante – almeno per l’approccio di politica estera – è verosimile pensare che non ci saranno molte discontinuità tra l’Amministrazione uscente, quella di Trump e l’Amministrazione entrante, quella Biden. 

Alessandro Savini,
Centro Studi Geopolitica.info

Le strategie di Donald Trump e Barack Obama: un confronto

La National Security Strategy dell’amministrazione Trump ha impresso dei cambiamenti alle priorità della politica estera e di sicurezza degli USA rispetto alla precedente amministrazione. Quali erano i punti chiave della NSS 2015? Come cambiano con la NSS 2017? Le NSS di Donald Trump e Barack Obama

Le strategie di Donald Trump e Barack Obama: un confronto - Geopolitica.info

Per l’analisi della National Security Strategy 2017 si rimanda a “Le potenze revisioniste: Russia e Cina nella National Security Strategy dell’Amministrazione Trump” di G. Natalizia.

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Nel febbraio 2015, l’amministrazione Obama rilasciava la sua seconda National Security Strategy delineando le linee guida della propria politica estera e di sicurezza. Al momento della redazione del documento, alcuni fattori ne influenzarono l’esito: il “reset” con Mosca, proposto a partire dal 2008, era irreversibilmente fallito in seguito all’annessione russa della Crimea; il disimpegno iracheno e afghano si era concluso riportando a casa la quasi totalità dei soldati; la ripresa economica dalla Grande Recessione del 2007/2008 era solida e garantiva maggiori risorse a disposizione.

Date tali premesse, gli USA, si legge nel documento del 2015, devono agire con una ‹‹prospettiva di lungo termine›› che affronti le trasformazioni storiche in atto nel contesto internazionale adottando una ‹‹postura strategica globale sostenibile››. Nell’ottica di Obama, l’ordine internazionale liberale sorto con la fine della Guerra Fredda viene messo alla prova, ma è non da considerare perduto. Inoltre, è necessario non sopravvalutare le minacce e i rischi strategici globali e non cedere ad una politica che conti più sulla ‹‹paura che sulla speranza››, promuovendo, invece, una ‹‹pazienza e una perseveranza strategica››.

Alla luce di questo approccio di lungo termine e di pazienza strategica, l’elenco delle minacce alla sicurezza nazionale statunitense nella NSS 2015 assume un significato più chiaro. Per l’amministrazione Obama esse sarebbero: la persistente minaccia terroristica globale, in particolare da parte di Al-Qaeda e dello Stato Islamico, la proliferazione di armi di distruzione di massa, il cambiamento climatico e la diffusione di malattie infettive, la ridotta crescita, la stagnazione e la recessione economica globale, la sicurezza degli ‹‹spazi condivisi›› (cyber, spazio, aria, mare).

Pur rifiutando di definire la politica estera americana in base ad una sola regione, paese o gruppo di paesi, il documento del 2015 dimostra un moderato approccio regionale (praticamente assente nel documento del 2010). Nella disamina delle opportunità e dei rischi per gli USA nelle varie regioni del pianeta, la priorità, coerentemente con il “pivot to Asia”, viene data all’Asia-Pacifico, di cui gli USA, in quanto ‹‹potenza Pacifica››, farebbero parte. La regione è, infatti, considerata la più dinamica dal punto di vista economico, politico e militare e, perciò, si caldeggia una partnership costruttiva con la Repubblica Popolare Cinese. Per quanto riguarda l’Europa, è ribadito un impegno granitico verso gli alleati, dichiarando pieno supporto al processo di integrazione UE, considerato vettore di prosperità e sicurezza per il continente. Nei confronti della Russia si attesta il fallimento del “reset” e si conferma la politica delle sanzioni per innalzare i costi della condotta aggressiva russa, pur mantenendo ‹‹aperta la porta›› ad una collaborazione in caso la Russia cessi la propria politica aggressiva nei confronti dei paesi vicini. In Medio Oriente e Nord Africa, è ribadito l’impegno contro il terrorismo ma si sottolinea la necessità di una cooperazione multilaterale, anche con l’Iran. In Africa come in America del Sud viene confermata la promozione di accordi commerciali win-win, le partnership per la sicurezza, e un’agenda di cooperazione per lo sviluppo sostenibile.

L’analisi della NSS 2017 dell’amministrazione Trump mostra come alcune delle priorità di Obama siano state declassate, se non ignorate del tutto e, parallelamente, ne siano state aggiunte di nuove.
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→ […] “LA NSS PUBBLICATA IL 18 DICEMBRE 2017 NON ESITA A RICORRERE AL CONCETTO DI SUPERPOTENZA SOLITARIA” […]


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È il caso del riscaldamento globale e del climate-change elevati da Obama a minacce alla sicurezza nazionale ma che Trump derubrica a fattore secondario. Anzi, la preoccupazione è quella di assicurare agli USA una posizione dominante nel mercato energetico ed evitare, in totale disaccordo con quanto sostenuto da Obama, che un’agenda energetica-ambientale nazionale e internazionale risulti sfavorevole agli interessi americani.

Un simile cambiamento si registra anche riguardo al commercio internazionale. La presidenza Obama aveva riconosciuto nel commercio internazionale un pilastro della prosperità americana e, conseguentemente, della sicurezza nazionale, promuovendo una magiore integrazione commerciale soprattutto con l’Asia. La NSS 2017 pone l’enfasi sulla reciprocità e l’equità negli accordi commerciali al fine di correggere gli squilibri commerciali sofferti da Washington e neutralizzare gli effetti nocivi di un commercio globale distorto che incoraggia l’opportunismo e gli accordi non vantaggiosi.

Parallelamente, anche della promozione della democrazia e dei diritti umani emerge una visione diversa nei due documenti. Nella NSS 2017, il termine “diritti umani” è utilizzato in una sola occasione per criticare i regimi tirannici mentre nel documento del 2015 è utilizzato più di 15 volte. Similmente, la promozione della democrazia è considerata da Obama ‹‹interesse nazionale››, mentre Trump, pur rimarcando l’importanza di un sistema internazionale libero e democratico e la necessità di promuovere i valori americani, sottolinea gli USA non vogliono ‹‹imporre i propri valori sugli altri››.

Riguardo la cooperazione internazionale allo sviluppo, la NSS afferma che ‹‹uno dei maggiori trionfi degli USA è stato quello di aiutare Stati fragili nella loro via verso lo sviluppo›› che ‹‹in cambio, hanno creato mercati redditizi per le imprese americane›› e, infine, hanno permesso allo Stato aiutato di ‹‹condividere il fardello di risolvere un vasto numero di problemi nel mondo›› insieme agli USA. Ci sarebbero, quindi, elementi di reciprocità e condizionalità anche nella cooperazione internazionale immaginata dall’amministrazione Trump. Nel documento del 2015, si legge: gli USA hanno ‹‹l’opportunità e il dovere di rafforzare, modellare e, in caso, creare››  gli elementi necessari alla ‹‹pace, alla sicurezza, alla prosperità e alla protezione dei diritti umani nel 21° secolo››.

Nella NSS 2017, in merito a Russia e Cina viene abbandonata qualsiasi ipotesi di “constructive engagement”, affermando che tra gli USA  e queste ‹‹potenze revisioniste›› intercorra una ‹‹competizione strategica››. Questi paesi , infatti, mirerebbero a limitare la proiezione del potere americano, costituendo così la prima delle minacce alla sicurezza nazionale USA, prima ancora del terrorismo globale e del crimine trans-nazionale.

In merito alle organizzazioni e alle istituzioni internazionali, in particolare quelle finanziarie-economiche ma anche quelle politiche e militari, che gli USA hanno contribuito a creare nei decenni, la NSS di Donald Trump, pur condividendo lo spirito e il mandato originario di questi organismi, ne propone una generale revisione o riforma quando il loro operato non converga con gli interessi strategici ed economici americani. Inoltre, si legge, gli USA ‹‹non chiuderanno più un occhio sulle violazioni›› degli statuti e delle regole di queste istituzioni e non accetteranno più free-riding da parte degli Stati membri.
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→ […] “WASHINGTON DARÀ PRIORITÀ SOLO A QUELLE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI CHE AGISCONO IN MANIERA COMPATIBILE AGLI INTERESSI DEGLI STATI UNITI” […]


 

Predator da Bush a Trump: 15 anni di targeted killing

Il 7 ottobre 2001 per la prima volta nella storia un drone Predator MQ-1, pilotato dal quartier generale della CIA a Langley, colpisce con un missile Hellfire un veicolo a Kandahar, Afghanistan. Nell’attacco vengono uccise alcune guardie del corpo ma viene mancato il vero obiettivo: il Mullah Mohammed Omar, guida spirituale dei Talebani.

Predator da Bush a Trump: 15 anni di targeted killing - Geopolitica.info

La vicinanza temporale all’11 settembre non è casuale; l’attentato alle torri Gemelle ha infatti determinato e accelerato la decisione del governo degli USA di armare i droni Predator. Fino a quel momento questi velivoli erano stati utilizzati solo per missioni di ricognizione e sorveglianza ad esempio durante il conflitto nei Balcani.

A più di un anno di distanza, il 3 novembre 2002, si verifica in Yemen un altro evento senza precedenti; un Predator della CIA partito da una base in Gibuti colpisce un veicolo uccidendo sei membri di Al Qaeda nella Penisola Arabica(AQAP) tra cui Qaed Salim Sunian al-Harithi, sospettato nell’attentato al cacciatorpediniere USS Cole del 12 ottobre 2000.Questo attacco è il primo della campagna di targeted killing e signature strikes condotta dalla CIA attraverso droni armati o Unmanned Combat Aerial Vehicles(UCAV) in aree esterne ai teatri di guerra dichiarati come Afghanistan e Iraq.

Targeted Killing e signature strikes

Questa campagna ha scatenato un dibattito riguardo a vari aspetti dell’utilizzo di UCAV in questo tipo di operazioni, in particolare quelli etico-morali e giuridici. Le due tipologie di operazioni sono infatti problematiche da molti punti di vista.

In un discorso del 2013 alla National Defense University il Presidente Barack Obama stesso ha riconosciuto la criticità della questione: “As was true in previous armed conflicts, this new technology raises profound questions — about who is targeted, and why; about civilian casualties, and the risk of creating new enemies; about the legality of such strikes under U.S. and international law; about accountability and morality.”

Il targeted killing consiste infatti nell’uccisione premeditata di uno o più individui riconosciuti come una minaccia per la sicurezza di uno Stato data la loro affiliazione a gruppi terroristici. Le operazioni di signature strike sono simili ma il bersaglio viene selezionato sulla base di uno schema di attività sospette mentre nel targeted killing l’identità del soggetto colpito è conosciuta o presunta tale.

La sostanziale differenza tra le due tattiche è quindi l’obiettivo strategico in quanto iltargeted killingha come scopola decapitazionedella leadership di un’organizzazione mentre i signature strikes puntano alla distruzione dei gruppi terroristici a tutti i livelli.

Predator MQ-1 e Reaper MQ-9

Per portare a termine missioni così complesse sono stati impiegati droni pilotatidalla base di Creech situata nel deserto di Mojavein Nevada, grazie a sistemi di comunicazione satellitare.

I Predator MQ-1 e Reaper MQ-9 utilizzati dalla CIA sono capaci di alte performance per quanto riguarda velocità, raggio d’azione e capacità di carico. I velivoli in questione sono droni di grandi dimensioni con un’apertura alare compresa tra i 15 e i 19 metri capaci di raggiungere velocità superiori ai 200 Km/h fino ai 400 del Reaper MQ-9.

Questi modelli possono essere considerati la “prima generazione” di UCAV viste le loro capacità notevoli ma ancora limitate e l’alto grado di vulnerabilità. Oltre agli evidenti vantaggi tattici, primo fra tutti l’eliminazione del rischio per l’equipaggio del velivolo, questi droni presentano infatti un’elevata vulnerabilità alle difese aeree nemiche. I Predator e i Reaper possono essere abbattuti con relativa facilità anche da sistemi di contraerea datati e la necessaria connessione con il pilota li rende esposti a possibili interferenze (jamming o spoofing) da parte di soggetti ostili. Il trasferimento di dati, in particolare di video in tempo reale, tra la piattaforma in volo e il pilota a terra comporta inoltre una notevole richiesta di banda. Questa fragilità è un limite che va sottolineato poiché definisce il campo di operabilità di questi velivoli.

In questo senso l’utilizzo dei Predator nella guerra al terrorismo post 11 settembre rispecchia la peculiarità di questo conflitto.L’utilizzo di questi UCAV è infatti confinato a guerre limitate combattute contro attori non statali in aree geografichedove il governo locale non ha le capacità o la volontà di abbatterli (permissive environments).

Da queste considerazioni è facile capire perché i Predator siano stati l’arma privilegiata per le missioni di targeted killingin aree permissive come le regioni nord-occidentali del Pakistan, lo Yemen e la Somaliaper contrastare attori peculiari come i gruppi terroristici della galassia qaedista.

I numeri

Ad oggi si contano circa 620 attacchi di questo genere suddivisi tra Pakistan, Yemen e Somalia secondo i dati raccolti da New America Foundation. Lo scenario principale di queste operazioni è stato senza dubbio il Waziristan, regione nord-occidentale del Pakistan, che è stata teatro di più di 400 attacchi prevalentemente contro militanti e leader dei Talebani e di Al Qaeda. Per quanto riguarda lo Yemen la campagna condotta contro AQAP ha visto più di 190 attacchi per la maggior parte dal 2011 ad oggi. In Somalia gli attacchi effettuati contro militanti di Al Shabaab sono stati molti meno, circa venticinque.

L’impatto della campagna di targeted killing sulla popolazione civile è stato un nodo cruciale del dibattito che ha scatenato forti critiche da parte dell’opinione pubblica. Le stime riportanotra le 3300 e le 4900 vittime totali degli attacchi con Predator e Reaper dal 2002 ad oggi considerando tutti e tre i contesti. Tra queste i civili sarebbero tra i 300 e i 380, circa l’8-9%.

I Presidenti

Barack Obama ha puntato fortemente sugli UCAV nella sua strategia antiterrorismo autorizzando circa 540 attacchi durante gli otto anni della sua Presidenza. Nel discorso del 2013 Obama si è esposto pubblicamente a favore dei droni armati sostenendo che abbiano salvato vite umane. L’ex Presidente degli Stati Uniti ha difeso con determinazione questi attacchi definendoli legali nel contesto della Guerra al terrorismo secondo il principio della self-defence e efficaci vista l’uccisione di numerosi affiliati di Al Qaeda di alto profilo e l’annullamento di molteplici trame terroristiche internazionali.

Il suo predecessore George W. Bush nello stesso lasso di tempo autorizzò meno di cinquanta operazioni. Questa sproporzione è dovuta probabilmente all’aumento del numero di Predator nel tempo e allo sviluppo delle tecnologie collegate più che a scelte strategiche di politica estera. Da questo punto di vista i droni armati sono stati compatibili con le scelte di politica estera di tutti i Presidenti americani che li hanno avuti a disposizione. La politica aggressiva di Bush ha dato il via all’armamento dei droni e al loro utilizzo nei vari contesti mentre durante il processo di disengagement avviato dall’amministrazione Obama il fenomeno Predator è esploso raggiungendo il picco nel 2010 con più di 120 attacchi.

Lo stesso Presidente Trump, fautore di una politica estera isolazionista, ha autorizzato trentaquattro attacchi nei primi sei mesi del suo mandato. Se questo trend si confermerà nei prossimi mesi, il 2017 potrebbe segnare una ripresa degli attacchi con UCAV in calo negli ultimi anni. In particolare in Yemen nel 2017 sono già stati registrati 27 attacchi contro i 42 di tutto il 2016.

Il pericolo che i droni armati vengano considerati come una panacea nella guerra al terrorismo è più che presente come Obama sottolineava nel suo discorso:

“The very precision of drone strikes and the necessary secrecy often involved in such actions can end up shielding our government from the public scrutiny that a troop deployment invites.  It can also lead a President and his team to view drone strikes as a cure-all for terrorism.”

Sviluppi futuri

Dopo 15 anni di utilizzo si può affermare che i droni armati hanno rivoluzionato le tattiche antiterrorismo ma gli sviluppi tecnologici in questo campo potrebbero renderli strategici anche nei conflitti tra Stati mutando gli equilibri internazionali.

L’evoluzione di questi velivoli si sta muovendo in più direzioni: droni invisibili ai radar (stealth) o più veloci per sfuggire alle difese nemiche, velivoli miniaturizzati e sciami(swarm) di droni utilizzati per superare la difesa contraerea.

Progetti per la costruzione di una nuova generazione di UCAV come il programma europeo Dassault  nEUROn o l’inglese BAE Systems Taranis sono in corso in molti Paesi ma è ancora difficile prevedere se porteranno realmente ai risultati voluti visti i limiti tecnologici presenti e gli enormi investimenti necessari.

Il mondo dopo Obama: cosa aspettarsi da Trump?

Qual è il lascito dell’amministrazione Obama dopo 8 anni a guida degli Stati Uniti? Quanto l’amministrazione Trump modificherà l’approccio agli affari internazionali? Ne parla Gabriele Natalizia, ricercatore di Scienza politica della Link Campus University e Coordinatore del Centro Studi Geopolitica.info.

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Ultime tensioni tra Obama e Putin

Nella giornata di giovedì il presidente uscente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato l’espulsione di 35 diplomatici russi presenti in territorio americano. “Persone non grate”, modo di dire in ambito diplomatico che sta a significare uomini e donne non graditi perché ritenuti rischiosi per la sicurezza del paese ospitante. I 35 diplomatici in questione sono accusati dalla Cia di aver lavorato in realtà come spie, mascherando la loro attività sotto falsi ruoli di diplomatici o funzionari di vario livello.

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La decisione di Obama arriva dopo le lunghe accuse rivolte all’amministrazione Putin, ritenuta responsabile di hackeraggi e pressioni che avrebbero influenzato in maniera netta le elezioni americane, che hanno visto la vittoria del candidato repubblicano Donald Trump.
Trump, che in campagna elettorale ha dichiarato più volte di voler migliorare i rapporti tra Stati Uniti e Russia, forte di un potenziale ottimo rapporto con il presidente Putin, si è sempre distanziato dalle accuse che l’amministrazione Obama ha rivolto a Mosca.

Molti analisti hanno sottolineato come quest’ultima mossa del presidente americano uscente sia in realtà un tentativo di mettere i bastoni tra le ruote alla futura amministrazione Trump: un congelamento dei già fragili rapporti con la Russia che possa in qualche modo rendere più difficile il processo di riavvicinamento con Mosca proposto dal Tycoon. Non solo, la decisione di Obama rischia di mettere in imbarazzo un’intera ala del partito repubblicano, che non digerisce la possibile svolta “russofila” del futuro presidente e che ha sempre criticato Obama per la poca fermezza nei confronti del nemico storico per eccellenza.
Se la decisione di giovedì aveva fatto prevedere ai più una violenta risposta da parte di Mosca, nella giornata di ieri Putin ha spiazzato tutti, ritardando eventuali ritorsioni contro Washington dopo aver valutato la futura amministrazione Trump. Nessuna espulsione di diplomatici americani, nessun atto di forza contro Obama.
Per qualche ora, al Cremlino, si è valutata l’ipotesi di un allontanamento di diplomatici e funzionari americani in territorio russo. Lo stesso numero, 35, di quelli russi allontanati dagli Stati Uniti.

La proposta, con annessa lista di potenziali diplomatici sgraditi, è partita dal ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, uomo fidato di Putin. Un principio di reciprocità spesso applicato nella relazioni internazionali, ma che il presidente russo ha preferito congelare in attesa dell’insediamento di Donald Trump. “Riservandoci il diritto di varare misure di risposta”, ha dichiarato Putin in una nota diramata dal Cremlino “non scenderemo al livello di ‘diplomazia da cucina‘, irresponsabile, e compiremo gli ulteriori passi del ripristino dei rapporti russo-americani partendo dalla politica che sarà condotta dall’amministrazione del presidente-eletto Donald Trump“.

Parole di distensione, condite dai personali auguri di Natale del presidente russo al popolo americano e alla nuova amministrazione Trump e dall’invito rivolto alle famiglie dei diplomatici statunitensi ad assistere alla tradizionale festa di Capodanno al Cremlino.
Una mossa, quella di Putin, accolta con entusiasmo dallo stesso Trump, che su Twitter ha dichiarato: “Grande mossa ritardare (da parte di Putin). Ho sempre saputo che è molto intelligente”.
Nel tweet di Trump c’è, in sintesi, la doppia grande sfida che la nuova amministrazione americana deve affrontare: raccogliere la fiducia di Mosca, che sembra dare molto credito al progetto di Trump, e allo stesso tempo superare le diffidenze (democratiche ma anche interne al partito repubblicano) su una possibile distensione con la Russia.

 

Tempi imperiali in Medio Oriente: dopo l’america, il ritorno del leone inglese e l’orso russo

I risultati delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti hanno sorpreso molti e suscitato profonde riflessioni sui destini della presenza americana in Medio oriente, l’evoluzione delle relazioni tra l’Occidente e le sue controparti a seguito della sottoscrizione degli accordi di Ginevra (sembra che il concetto di “Occidente” abbia conservato un significato univoco e compatto solo in questo contesto) e sui futuri intendimenti fra Europa ed America in tema di Alleanza Atlantica.

Tempi imperiali in Medio Oriente: dopo l’america, il ritorno del leone inglese e l’orso russo - Geopolitica.info

Il Levante è interessato da un conflitto a forte polarizzazione a proposito del quale, nella fase immediatamente successiva alle sollevazioni popolari che sarebbero state definite “primavere”, si è parlato di “guerra per procura”: ovvero, nella quale i diversi attori in campo costituiscono la manifestazione di interessi di attori diversi, potenze regionali, per i quali agiscono e dai quali ricevono orientamenti e supporto senza che questi si espongano direttamente, ma affrontandosi in forma mediata. Il conflitto ha subìto una tale evoluzione da vedere, a seguito di una fase di discovering progressivo (in principio, né la Turchia né la Russia dichiaravano una propria parte attiva nel conflitto), un intervento diretto e conclamato di tali maggiori attori con assetti propri, al fine di accelerare gli esiti del conflitto ed assicurarsene la vittoria, con tanto di costituzione di comandi permanenti in zona di operazioni e conduzione in prima persona di negoziati internazionali.

Gli Stati Uniti, interessati da un processo di trasformazione dei propri orientamenti di politica estera e dei propri interessi strategici, sono diretti da ormai un decennio verso l’Oriente estremo e desiderano declassare il proprio impegno nei dossier medio orientali, ai quali sono tuttavia al giorno d’oggi ancora legati per l’impossibilità di svincolarsene agevolmente. Ai primordi dell’era Obama, apertasi in un momento storico nel quale l’evoluzione della situazione regionale non era probabilmente nemmeno prefigurabile nei termini nei quali sarebbe poi concretizzata, aveva identificato nella Turchia, membro ancora “saldo” della NATO (siamo nel 2008/2009) il probabile migliore interlocutore al quale lasciare il pesante fardello della cura degli interessi occidentali nell’area e curare la messa in sicurezza della stessa. Il discorso del Cairo dell’allora neo Presidente, ispirato da una visione ottimista del fieri delle cose, contornato da promesse di pacificazione a seguito di un’era (quella Bush) caratterizzata da un deciso interventismo militare e supportato dalla personalità, dall’orientamento ideologico e dalle origini di Obama, prefigurava un’epoca di stabilizzazione e pacificazione.

Questa, che per concretizzarsi avrebbe presupposto l’esistenza di un contesto internazionale diverso da quella reale, è stata ulteriormente minata dall’impossibilità da parte dell’amministrazione Obama di adempiere a taluni impegni (chiusura di Guantanamo, disimpegno dei contingenti dai teatri iracheno ed afghano), ed avrebbe con la destabilizzazione di alcuni regimi dell’area definitivamente dimostrato la propria insostenibilità.

La trasformazione del ruolo della Turchia, che con grande sorpresa di molti (che non si erano preoccupati di leggere “Profondità strategica” di Davutoglu) da periferia occidentale si sarebbe trasformata in un centro di interessi autonomi e successivamente addirittura in elemento di aspro confronto con gli Stati Uniti (su Gulen, l’inquadramento delle milizie curde dell’YPG nel conflitto siriano, la mutazione culturale della classe dirigente turca) ha infatti impedito la conservazione del ruolo di “mastino della NATO” ed anzi costituito un nuovo ed ulteriore elemento di frizione, data la formazione con la “nuova Turchia” di Erdogan di un nuovo, ed inedito, attore regionale, nel quale la necessità per interesse di conservare l’appartenenza alla parte occidentale del mondo coesiste con la forte pulsione interna alla propria affermazione come nazione-guida di parte di quello islamico (con forti connotazioni di proiezione regionale).

Questo terzo cambio di rotta degli Stati Uniti, seguente agli Esecutivi Bush ed Obama, ancora da realizzarsi ma caratterizzato nelle intenzioni da tendenze ad un forte isolazionismo e da posizioni di netta ostilità nei confronti degli orientamenti del Governo precedente, con tanto di promesse di stralcio di accordi internazionali già sottoscritti, difficilmente potrà trovare puntuale applicazione. Alcune promesse elettorali rimarranno tali, a cominciare appunto da quella che vorrebbe stralciato l’accordo cosiddetto “sul nucleare” raggiunto a Ginevra e riguardante l’Iran.

Diversi hanno prospettato il pericolo di vedere stralciato l’accordo, soprattutto date talune posizioni prese da Trump nei confronti del mondo islamico e da sue palesi esternazioni in merito. Ciò non toglie, tuttavia, che l’accordo non è un prodotto statunitense (per quanto l’America abbia un peso enorme nella normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Islamica) ma dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle NN.UU. e della Germania, che un tale accordo è una vera e propria necessità storica e che la propria disapplicazione sarebbe estremamente negativa anche per gli Stati Uniti.

L’ Iran ha infatti gestito con estrema intelligenza l’intero dossier, avendo dimostrato disponibilità verso (ed attratto gli interessi de) l’America asserendo, cadute le sanzioni, di considerare l’acquisto di un elevato numero di aeroplani dalla Boeing: una prospettiva certamente positiva per gli Stati Uniti, generata naturalmente anche dall’interesse iraniano ad ammansire e tranquillizzare la controparte con atti distensivi.

Nel giorno successivo alla pubblicazione dei risultati elettorali statunitensi la stampa iraniana non ha acceso i toni: ha riportato la dichiarazione di Alan Eyre, portavoce in lingua persiana del Dipartimento di Stato USA, secondo la quale il nuovo Governo avrebbe rispettato l’accordo. A questa dichiarazione un consigliere economico del Presidente eletto ha fatto seguito dicendo che sì, come da promesse talune richieste di modifica saranno presentate, ma non saranno sostanziali e comunque avranno luogo nel contesto democratico del dialogo parlamentare e tenendo conto della pluralità degli attori in gioco. Siamo già lontani dai toni da campagna elettorale, ed il desiderio di contenere preoccupazioni è evidente e corale.

La Presidenza della Repubblica Islamica ha sottolineato come il comportamento del Governo iraniano non avrebbe subìto modifiche di orientamento dai risultati elettorali amiericani. Da parte dell’Unione Europea, l’Alto Rappresentante per la politica estera afferma il suo impegno per l’implementazione dell’accordo.

Particolarmente interessante la posizione del principe Turki al- Faisal dell’Arabia Saudita, il quale in una conferenza negli Stati Uniti fa presente che l’accordo non ha alcun motivo di essere messo in discussione, dovendosi semmai aumentarsi gli sforzi per la costituzione di un’area libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente. Il principe premette di parlare a titolo personale senza rappresentare la posizione del suo Paese, ma dato che si tratta di un principe, ex Ambasciatore negli Stati Uniti ed ex ministro dell’intelligence è lecito pensare che la realtà sia diversa.

Non è affatto impossibile, ed anzi probabile, che i toni saliranno, in casi specifici dalle parti più schierate di entrambi i fronti, ma questo non deve far pensare che il percorso, seppur difficile e articolato, di ristabilimento dell’Iran nel consesso internazionale sia in reale pericolo. La realtà è che Trump ha più volte identificato nell’ISIS il reale pericolo terroristico dell’area e dimostrato vicinanza a Putin (rimasto entusiasta dell’elezione), alleato di Teheran nell’area.

Scendendo nella peculiarità delle elezioni appena svoltesi, noteremmo che il candidato sconfitto, Clinton, ha forti legami con l’Arabia Saudita, la quale è stata quindi costretta a ridimensionarsi in attesa di definire una strategia e di osservare gli eventi che saranno, cosciente di avere minore forza. Ciò che è probabile è che l’America persegua il suo percorso di allontanamento dal Medio Oriente, lasciando la gestione dell’area ad altri.

Resta quindi da comprendere quali saranno questi “altri”, ovvero i reali centri di influenza in Medio Oriente, dato che il mondo a seguito della caduta del rapporto bipolare fra superpotenze (dato che ne è rimasta solo una) sarà caratterizzato da zone di influenza regionali. Da una parte, la Russia sarà maggiormente libera di operare per la conservazione dei suoi sbocchi sui mari caldi (attraverso l’Iran) e sul Mediterraneo (in Siria), vero sogno strategico – imperiale di Mosca, e di aiutare Teheran nell’ essenziale missione di conservare, con la mezzaluna sciita, lo spazio vitale della Nazione persiana. Il futuro di Mosca nella regione è quindi probabilmente di forte consolidamento.

La Turchia andrà sempre più definendosi per se, consolidandosi in una sorta di “guerra fredda permanente” con Mosca ed un rapporto di tensione con l’Alleanza Atlantica, della quale tenderà a fare parte per opportunismo, anche in funzione anti russa e finché abbia la consapevolezza, ammesso che questo avvenga, di essere forte abbastanza da aver costruito e consolidato una propria reale e duratura zona di influenza (cosa che per ora sta funzionando pienamente solo in Africa). In caso contrario potrebbe rientrare nei ranghi delle periferie occidentali, a causa della probabile impossibilità della propria economia di sostenere nel tempo gli enormi sforzi effettuati negli ultimi 15 anni per coltivare la propria presenza negli ex territori ottomani ed oltre, avendo realizzato solo una tiepida materializzazione del proprio progetto neo-imperiale.

Il vero ritorno imperiale, invece, potrebbe essere quello britannico. E’ forse questo l’ambito nel quale si perpetrerà la “special relationship” menzionata a Trump a seguito delle elezioni dal Primo Ministro May, dal Governo della quale dobbiamo aspettarci importanti sorprese: il passaggio del testimone in Medio Oriente dall’ America agli Inglesi. Il Regno Unito potrebbe infatti ristabilire con successo le relazioni con la Repubblica Islamica, nonostante le frizioni e i dissapori in essere dai tempi di Mossadeq, a causa sia del ricambio generazionale in Iran che del mai sopito, ma solo sospeso, disegno britannico di egemonia sull’area.

Iraq, Giordania, Palestina sono prodotti britannici, fondati e in principio governati da soggetti appuntati da Londra, la quale ha sempre conservato, e poi potenziato, la base di Cipro. Non bisogna dimenticare le recenti attività navali britanniche nell’est Mediterraneo, la riapertura dell’Ambasciata a Teheran e la forte attività in Afghanistan.

Peraltro, stavolta Londra non dovrebbe nemmeno addivenire ad accordi con Parigi: oltre al molto più limitato peso internazionale che la Francia riveste ora rispetto alla fine della seconda guerra mondiale, questa sembra essere molto più interessata all’Africa centro-settentrionale (Libia, Ciad) nella quale sta definendo la sua zona di influenza, a spese dell’Italia nello sciagurato attacco a Gheddafi. Semmai, il vero concorrente commerciale potrebbe essere la Germania, molto aggressiva e detentrice di un’ottima e consolidata relazione con Teheran. Potrebbe consolidarsi anche la Svizzera, che svolge dal 1979 il mandato di potenza protettrice degli Stati Uniti presso l’Iran (e dell’Iran presso l’Egitto) e che potrebbe efficacemente operare in un Paese nel quale si necessitano ristrutturazioni nel mondo bancario e finanziario.

A dover temere un tale stato di cose è l’Italia, che deve porre estrema attenzione nel coltivare al meglio delle sue possibilità le relazioni con la Repubblica Islamica, con la quale continua ad avere un rapporto invidiabile che non va assolutamente incrinato. La perdita della Libia ha significato molto, in senso naturalmente negativo, e l’Iran costituisce l’unica altra direttrice strategica rimastaci.

E’ da leggere con grande positività la partecipazione della fregata “Eolo” della Marina Militare alle esercitazioni della Marina Iraniana nel Golfo ed i contatti che ne sono seguiti, cercando di definire e conservare, nonostante gli attacchi che certamente verranno apportati, soprattutto sottobanco, dagli altri attori europei, una presenza solida che possa esprimersi al meglio quando sarà possibile ristabilire relazioni commerciali anche nel campo della sicurezza e della difesa.
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