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Le strategie di Donald Trump e Barack Obama: un confronto

La National Security Strategy dell’amministrazione Trump ha impresso dei cambiamenti alle priorità della politica estera e di sicurezza degli USA rispetto alla precedente amministrazione. Quali erano i punti chiave della NSS 2015? Come cambiano con la NSS 2017? Le NSS di Donald Trump e Barack Obama

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Per l’analisi della National Security Strategy 2017 si rimanda a “Le potenze revisioniste: Russia e Cina nella National Security Strategy dell’Amministrazione Trump” di G. Natalizia.

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Nel febbraio 2015, l’amministrazione Obama rilasciava la sua seconda National Security Strategy delineando le linee guida della propria politica estera e di sicurezza. Al momento della redazione del documento, alcuni fattori ne influenzarono l’esito: il “reset” con Mosca, proposto a partire dal 2008, era irreversibilmente fallito in seguito all’annessione russa della Crimea; il disimpegno iracheno e afghano si era concluso riportando a casa la quasi totalità dei soldati; la ripresa economica dalla Grande Recessione del 2007/2008 era solida e garantiva maggiori risorse a disposizione.

Date tali premesse, gli USA, si legge nel documento del 2015, devono agire con una ‹‹prospettiva di lungo termine›› che affronti le trasformazioni storiche in atto nel contesto internazionale adottando una ‹‹postura strategica globale sostenibile››. Nell’ottica di Obama, l’ordine internazionale liberale sorto con la fine della Guerra Fredda viene messo alla prova, ma è non da considerare perduto. Inoltre, è necessario non sopravvalutare le minacce e i rischi strategici globali e non cedere ad una politica che conti più sulla ‹‹paura che sulla speranza››, promuovendo, invece, una ‹‹pazienza e una perseveranza strategica››.

Alla luce di questo approccio di lungo termine e di pazienza strategica, l’elenco delle minacce alla sicurezza nazionale statunitense nella NSS 2015 assume un significato più chiaro. Per l’amministrazione Obama esse sarebbero: la persistente minaccia terroristica globale, in particolare da parte di Al-Qaeda e dello Stato Islamico, la proliferazione di armi di distruzione di massa, il cambiamento climatico e la diffusione di malattie infettive, la ridotta crescita, la stagnazione e la recessione economica globale, la sicurezza degli ‹‹spazi condivisi›› (cyber, spazio, aria, mare).

Pur rifiutando di definire la politica estera americana in base ad una sola regione, paese o gruppo di paesi, il documento del 2015 dimostra un moderato approccio regionale (praticamente assente nel documento del 2010). Nella disamina delle opportunità e dei rischi per gli USA nelle varie regioni del pianeta, la priorità, coerentemente con il “pivot to Asia”, viene data all’Asia-Pacifico, di cui gli USA, in quanto ‹‹potenza Pacifica››, farebbero parte. La regione è, infatti, considerata la più dinamica dal punto di vista economico, politico e militare e, perciò, si caldeggia una partnership costruttiva con la Repubblica Popolare Cinese. Per quanto riguarda l’Europa, è ribadito un impegno granitico verso gli alleati, dichiarando pieno supporto al processo di integrazione UE, considerato vettore di prosperità e sicurezza per il continente. Nei confronti della Russia si attesta il fallimento del “reset” e si conferma la politica delle sanzioni per innalzare i costi della condotta aggressiva russa, pur mantenendo ‹‹aperta la porta›› ad una collaborazione in caso la Russia cessi la propria politica aggressiva nei confronti dei paesi vicini. In Medio Oriente e Nord Africa, è ribadito l’impegno contro il terrorismo ma si sottolinea la necessità di una cooperazione multilaterale, anche con l’Iran. In Africa come in America del Sud viene confermata la promozione di accordi commerciali win-win, le partnership per la sicurezza, e un’agenda di cooperazione per lo sviluppo sostenibile.

L’analisi della NSS 2017 dell’amministrazione Trump mostra come alcune delle priorità di Obama siano state declassate, se non ignorate del tutto e, parallelamente, ne siano state aggiunte di nuove.
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→ […] “LA NSS PUBBLICATA IL 18 DICEMBRE 2017 NON ESITA A RICORRERE AL CONCETTO DI SUPERPOTENZA SOLITARIA” […]


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È il caso del riscaldamento globale e del climate-change elevati da Obama a minacce alla sicurezza nazionale ma che Trump derubrica a fattore secondario. Anzi, la preoccupazione è quella di assicurare agli USA una posizione dominante nel mercato energetico ed evitare, in totale disaccordo con quanto sostenuto da Obama, che un’agenda energetica-ambientale nazionale e internazionale risulti sfavorevole agli interessi americani.

Un simile cambiamento si registra anche riguardo al commercio internazionale. La presidenza Obama aveva riconosciuto nel commercio internazionale un pilastro della prosperità americana e, conseguentemente, della sicurezza nazionale, promuovendo una magiore integrazione commerciale soprattutto con l’Asia. La NSS 2017 pone l’enfasi sulla reciprocità e l’equità negli accordi commerciali al fine di correggere gli squilibri commerciali sofferti da Washington e neutralizzare gli effetti nocivi di un commercio globale distorto che incoraggia l’opportunismo e gli accordi non vantaggiosi.

Parallelamente, anche della promozione della democrazia e dei diritti umani emerge una visione diversa nei due documenti. Nella NSS 2017, il termine “diritti umani” è utilizzato in una sola occasione per criticare i regimi tirannici mentre nel documento del 2015 è utilizzato più di 15 volte. Similmente, la promozione della democrazia è considerata da Obama ‹‹interesse nazionale››, mentre Trump, pur rimarcando l’importanza di un sistema internazionale libero e democratico e la necessità di promuovere i valori americani, sottolinea gli USA non vogliono ‹‹imporre i propri valori sugli altri››.

Riguardo la cooperazione internazionale allo sviluppo, la NSS afferma che ‹‹uno dei maggiori trionfi degli USA è stato quello di aiutare Stati fragili nella loro via verso lo sviluppo›› che ‹‹in cambio, hanno creato mercati redditizi per le imprese americane›› e, infine, hanno permesso allo Stato aiutato di ‹‹condividere il fardello di risolvere un vasto numero di problemi nel mondo›› insieme agli USA. Ci sarebbero, quindi, elementi di reciprocità e condizionalità anche nella cooperazione internazionale immaginata dall’amministrazione Trump. Nel documento del 2015, si legge: gli USA hanno ‹‹l’opportunità e il dovere di rafforzare, modellare e, in caso, creare››  gli elementi necessari alla ‹‹pace, alla sicurezza, alla prosperità e alla protezione dei diritti umani nel 21° secolo››.

Nella NSS 2017, in merito a Russia e Cina viene abbandonata qualsiasi ipotesi di “constructive engagement”, affermando che tra gli USA  e queste ‹‹potenze revisioniste›› intercorra una ‹‹competizione strategica››. Questi paesi , infatti, mirerebbero a limitare la proiezione del potere americano, costituendo così la prima delle minacce alla sicurezza nazionale USA, prima ancora del terrorismo globale e del crimine trans-nazionale.

In merito alle organizzazioni e alle istituzioni internazionali, in particolare quelle finanziarie-economiche ma anche quelle politiche e militari, che gli USA hanno contribuito a creare nei decenni, la NSS di Donald Trump, pur condividendo lo spirito e il mandato originario di questi organismi, ne propone una generale revisione o riforma quando il loro operato non converga con gli interessi strategici ed economici americani. Inoltre, si legge, gli USA ‹‹non chiuderanno più un occhio sulle violazioni›› degli statuti e delle regole di queste istituzioni e non accetteranno più free-riding da parte degli Stati membri.
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→ […] “WASHINGTON DARÀ PRIORITÀ SOLO A QUELLE ORGANIZZAZIONI INTERNAZIONALI CHE AGISCONO IN MANIERA COMPATIBILE AGLI INTERESSI DEGLI STATI UNITI” […]


 

Predator da Bush a Trump: 15 anni di targeted killing

Il 7 ottobre 2001 per la prima volta nella storia un drone Predator MQ-1, pilotato dal quartier generale della CIA a Langley, colpisce con un missile Hellfire un veicolo a Kandahar, Afghanistan. Nell’attacco vengono uccise alcune guardie del corpo ma viene mancato il vero obiettivo: il Mullah Mohammed Omar, guida spirituale dei Talebani.

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La vicinanza temporale all’11 settembre non è casuale; l’attentato alle torri Gemelle ha infatti determinato e accelerato la decisione del governo degli USA di armare i droni Predator. Fino a quel momento questi velivoli erano stati utilizzati solo per missioni di ricognizione e sorveglianza ad esempio durante il conflitto nei Balcani.

A più di un anno di distanza, il 3 novembre 2002, si verifica in Yemen un altro evento senza precedenti; un Predator della CIA partito da una base in Gibuti colpisce un veicolo uccidendo sei membri di Al Qaeda nella Penisola Arabica(AQAP) tra cui Qaed Salim Sunian al-Harithi, sospettato nell’attentato al cacciatorpediniere USS Cole del 12 ottobre 2000.Questo attacco è il primo della campagna di targeted killing e signature strikes condotta dalla CIA attraverso droni armati o Unmanned Combat Aerial Vehicles(UCAV) in aree esterne ai teatri di guerra dichiarati come Afghanistan e Iraq.

Targeted Killing e signature strikes

Questa campagna ha scatenato un dibattito riguardo a vari aspetti dell’utilizzo di UCAV in questo tipo di operazioni, in particolare quelli etico-morali e giuridici. Le due tipologie di operazioni sono infatti problematiche da molti punti di vista.

In un discorso del 2013 alla National Defense University il Presidente Barack Obama stesso ha riconosciuto la criticità della questione: “As was true in previous armed conflicts, this new technology raises profound questions — about who is targeted, and why; about civilian casualties, and the risk of creating new enemies; about the legality of such strikes under U.S. and international law; about accountability and morality.”

Il targeted killing consiste infatti nell’uccisione premeditata di uno o più individui riconosciuti come una minaccia per la sicurezza di uno Stato data la loro affiliazione a gruppi terroristici. Le operazioni di signature strike sono simili ma il bersaglio viene selezionato sulla base di uno schema di attività sospette mentre nel targeted killing l’identità del soggetto colpito è conosciuta o presunta tale.

La sostanziale differenza tra le due tattiche è quindi l’obiettivo strategico in quanto iltargeted killingha come scopola decapitazionedella leadership di un’organizzazione mentre i signature strikes puntano alla distruzione dei gruppi terroristici a tutti i livelli.

Predator MQ-1 e Reaper MQ-9

Per portare a termine missioni così complesse sono stati impiegati droni pilotatidalla base di Creech situata nel deserto di Mojavein Nevada, grazie a sistemi di comunicazione satellitare.

I Predator MQ-1 e Reaper MQ-9 utilizzati dalla CIA sono capaci di alte performance per quanto riguarda velocità, raggio d’azione e capacità di carico. I velivoli in questione sono droni di grandi dimensioni con un’apertura alare compresa tra i 15 e i 19 metri capaci di raggiungere velocità superiori ai 200 Km/h fino ai 400 del Reaper MQ-9.

Questi modelli possono essere considerati la “prima generazione” di UCAV viste le loro capacità notevoli ma ancora limitate e l’alto grado di vulnerabilità. Oltre agli evidenti vantaggi tattici, primo fra tutti l’eliminazione del rischio per l’equipaggio del velivolo, questi droni presentano infatti un’elevata vulnerabilità alle difese aeree nemiche. I Predator e i Reaper possono essere abbattuti con relativa facilità anche da sistemi di contraerea datati e la necessaria connessione con il pilota li rende esposti a possibili interferenze (jamming o spoofing) da parte di soggetti ostili. Il trasferimento di dati, in particolare di video in tempo reale, tra la piattaforma in volo e il pilota a terra comporta inoltre una notevole richiesta di banda. Questa fragilità è un limite che va sottolineato poiché definisce il campo di operabilità di questi velivoli.

In questo senso l’utilizzo dei Predator nella guerra al terrorismo post 11 settembre rispecchia la peculiarità di questo conflitto.L’utilizzo di questi UCAV è infatti confinato a guerre limitate combattute contro attori non statali in aree geografichedove il governo locale non ha le capacità o la volontà di abbatterli (permissive environments).

Da queste considerazioni è facile capire perché i Predator siano stati l’arma privilegiata per le missioni di targeted killingin aree permissive come le regioni nord-occidentali del Pakistan, lo Yemen e la Somaliaper contrastare attori peculiari come i gruppi terroristici della galassia qaedista.

I numeri

Ad oggi si contano circa 620 attacchi di questo genere suddivisi tra Pakistan, Yemen e Somalia secondo i dati raccolti da New America Foundation. Lo scenario principale di queste operazioni è stato senza dubbio il Waziristan, regione nord-occidentale del Pakistan, che è stata teatro di più di 400 attacchi prevalentemente contro militanti e leader dei Talebani e di Al Qaeda. Per quanto riguarda lo Yemen la campagna condotta contro AQAP ha visto più di 190 attacchi per la maggior parte dal 2011 ad oggi. In Somalia gli attacchi effettuati contro militanti di Al Shabaab sono stati molti meno, circa venticinque.

L’impatto della campagna di targeted killing sulla popolazione civile è stato un nodo cruciale del dibattito che ha scatenato forti critiche da parte dell’opinione pubblica. Le stime riportanotra le 3300 e le 4900 vittime totali degli attacchi con Predator e Reaper dal 2002 ad oggi considerando tutti e tre i contesti. Tra queste i civili sarebbero tra i 300 e i 380, circa l’8-9%.

I Presidenti

Barack Obama ha puntato fortemente sugli UCAV nella sua strategia antiterrorismo autorizzando circa 540 attacchi durante gli otto anni della sua Presidenza. Nel discorso del 2013 Obama si è esposto pubblicamente a favore dei droni armati sostenendo che abbiano salvato vite umane. L’ex Presidente degli Stati Uniti ha difeso con determinazione questi attacchi definendoli legali nel contesto della Guerra al terrorismo secondo il principio della self-defence e efficaci vista l’uccisione di numerosi affiliati di Al Qaeda di alto profilo e l’annullamento di molteplici trame terroristiche internazionali.

Il suo predecessore George W. Bush nello stesso lasso di tempo autorizzò meno di cinquanta operazioni. Questa sproporzione è dovuta probabilmente all’aumento del numero di Predator nel tempo e allo sviluppo delle tecnologie collegate più che a scelte strategiche di politica estera. Da questo punto di vista i droni armati sono stati compatibili con le scelte di politica estera di tutti i Presidenti americani che li hanno avuti a disposizione. La politica aggressiva di Bush ha dato il via all’armamento dei droni e al loro utilizzo nei vari contesti mentre durante il processo di disengagement avviato dall’amministrazione Obama il fenomeno Predator è esploso raggiungendo il picco nel 2010 con più di 120 attacchi.

Lo stesso Presidente Trump, fautore di una politica estera isolazionista, ha autorizzato trentaquattro attacchi nei primi sei mesi del suo mandato. Se questo trend si confermerà nei prossimi mesi, il 2017 potrebbe segnare una ripresa degli attacchi con UCAV in calo negli ultimi anni. In particolare in Yemen nel 2017 sono già stati registrati 27 attacchi contro i 42 di tutto il 2016.

Il pericolo che i droni armati vengano considerati come una panacea nella guerra al terrorismo è più che presente come Obama sottolineava nel suo discorso:

“The very precision of drone strikes and the necessary secrecy often involved in such actions can end up shielding our government from the public scrutiny that a troop deployment invites.  It can also lead a President and his team to view drone strikes as a cure-all for terrorism.”

Sviluppi futuri

Dopo 15 anni di utilizzo si può affermare che i droni armati hanno rivoluzionato le tattiche antiterrorismo ma gli sviluppi tecnologici in questo campo potrebbero renderli strategici anche nei conflitti tra Stati mutando gli equilibri internazionali.

L’evoluzione di questi velivoli si sta muovendo in più direzioni: droni invisibili ai radar (stealth) o più veloci per sfuggire alle difese nemiche, velivoli miniaturizzati e sciami(swarm) di droni utilizzati per superare la difesa contraerea.

Progetti per la costruzione di una nuova generazione di UCAV come il programma europeo Dassault  nEUROn o l’inglese BAE Systems Taranis sono in corso in molti Paesi ma è ancora difficile prevedere se porteranno realmente ai risultati voluti visti i limiti tecnologici presenti e gli enormi investimenti necessari.

Il mondo dopo Obama: cosa aspettarsi da Trump?

Qual è il lascito dell’amministrazione Obama dopo 8 anni a guida degli Stati Uniti? Quanto l’amministrazione Trump modificherà l’approccio agli affari internazionali? Ne parla Gabriele Natalizia, ricercatore di Scienza politica della Link Campus University e Coordinatore del Centro Studi Geopolitica.info.

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Ultime tensioni tra Obama e Putin

Nella giornata di giovedì il presidente uscente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato l’espulsione di 35 diplomatici russi presenti in territorio americano. “Persone non grate”, modo di dire in ambito diplomatico che sta a significare uomini e donne non graditi perché ritenuti rischiosi per la sicurezza del paese ospitante. I 35 diplomatici in questione sono accusati dalla Cia di aver lavorato in realtà come spie, mascherando la loro attività sotto falsi ruoli di diplomatici o funzionari di vario livello.

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La decisione di Obama arriva dopo le lunghe accuse rivolte all’amministrazione Putin, ritenuta responsabile di hackeraggi e pressioni che avrebbero influenzato in maniera netta le elezioni americane, che hanno visto la vittoria del candidato repubblicano Donald Trump.
Trump, che in campagna elettorale ha dichiarato più volte di voler migliorare i rapporti tra Stati Uniti e Russia, forte di un potenziale ottimo rapporto con il presidente Putin, si è sempre distanziato dalle accuse che l’amministrazione Obama ha rivolto a Mosca.

Molti analisti hanno sottolineato come quest’ultima mossa del presidente americano uscente sia in realtà un tentativo di mettere i bastoni tra le ruote alla futura amministrazione Trump: un congelamento dei già fragili rapporti con la Russia che possa in qualche modo rendere più difficile il processo di riavvicinamento con Mosca proposto dal Tycoon. Non solo, la decisione di Obama rischia di mettere in imbarazzo un’intera ala del partito repubblicano, che non digerisce la possibile svolta “russofila” del futuro presidente e che ha sempre criticato Obama per la poca fermezza nei confronti del nemico storico per eccellenza.
Se la decisione di giovedì aveva fatto prevedere ai più una violenta risposta da parte di Mosca, nella giornata di ieri Putin ha spiazzato tutti, ritardando eventuali ritorsioni contro Washington dopo aver valutato la futura amministrazione Trump. Nessuna espulsione di diplomatici americani, nessun atto di forza contro Obama.
Per qualche ora, al Cremlino, si è valutata l’ipotesi di un allontanamento di diplomatici e funzionari americani in territorio russo. Lo stesso numero, 35, di quelli russi allontanati dagli Stati Uniti.

La proposta, con annessa lista di potenziali diplomatici sgraditi, è partita dal ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, uomo fidato di Putin. Un principio di reciprocità spesso applicato nella relazioni internazionali, ma che il presidente russo ha preferito congelare in attesa dell’insediamento di Donald Trump. “Riservandoci il diritto di varare misure di risposta”, ha dichiarato Putin in una nota diramata dal Cremlino “non scenderemo al livello di ‘diplomazia da cucina‘, irresponsabile, e compiremo gli ulteriori passi del ripristino dei rapporti russo-americani partendo dalla politica che sarà condotta dall’amministrazione del presidente-eletto Donald Trump“.

Parole di distensione, condite dai personali auguri di Natale del presidente russo al popolo americano e alla nuova amministrazione Trump e dall’invito rivolto alle famiglie dei diplomatici statunitensi ad assistere alla tradizionale festa di Capodanno al Cremlino.
Una mossa, quella di Putin, accolta con entusiasmo dallo stesso Trump, che su Twitter ha dichiarato: “Grande mossa ritardare (da parte di Putin). Ho sempre saputo che è molto intelligente”.
Nel tweet di Trump c’è, in sintesi, la doppia grande sfida che la nuova amministrazione americana deve affrontare: raccogliere la fiducia di Mosca, che sembra dare molto credito al progetto di Trump, e allo stesso tempo superare le diffidenze (democratiche ma anche interne al partito repubblicano) su una possibile distensione con la Russia.

 

Tempi imperiali in Medio Oriente: dopo l’america, il ritorno del leone inglese e l’orso russo

I risultati delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti hanno sorpreso molti e suscitato profonde riflessioni sui destini della presenza americana in Medio oriente, l’evoluzione delle relazioni tra l’Occidente e le sue controparti a seguito della sottoscrizione degli accordi di Ginevra (sembra che il concetto di “Occidente” abbia conservato un significato univoco e compatto solo in questo contesto) e sui futuri intendimenti fra Europa ed America in tema di Alleanza Atlantica.

Tempi imperiali in Medio Oriente: dopo l’america, il ritorno del leone inglese e l’orso russo - Geopolitica.info

Il Levante è interessato da un conflitto a forte polarizzazione a proposito del quale, nella fase immediatamente successiva alle sollevazioni popolari che sarebbero state definite “primavere”, si è parlato di “guerra per procura”: ovvero, nella quale i diversi attori in campo costituiscono la manifestazione di interessi di attori diversi, potenze regionali, per i quali agiscono e dai quali ricevono orientamenti e supporto senza che questi si espongano direttamente, ma affrontandosi in forma mediata. Il conflitto ha subìto una tale evoluzione da vedere, a seguito di una fase di discovering progressivo (in principio, né la Turchia né la Russia dichiaravano una propria parte attiva nel conflitto), un intervento diretto e conclamato di tali maggiori attori con assetti propri, al fine di accelerare gli esiti del conflitto ed assicurarsene la vittoria, con tanto di costituzione di comandi permanenti in zona di operazioni e conduzione in prima persona di negoziati internazionali.

Gli Stati Uniti, interessati da un processo di trasformazione dei propri orientamenti di politica estera e dei propri interessi strategici, sono diretti da ormai un decennio verso l’Oriente estremo e desiderano declassare il proprio impegno nei dossier medio orientali, ai quali sono tuttavia al giorno d’oggi ancora legati per l’impossibilità di svincolarsene agevolmente. Ai primordi dell’era Obama, apertasi in un momento storico nel quale l’evoluzione della situazione regionale non era probabilmente nemmeno prefigurabile nei termini nei quali sarebbe poi concretizzata, aveva identificato nella Turchia, membro ancora “saldo” della NATO (siamo nel 2008/2009) il probabile migliore interlocutore al quale lasciare il pesante fardello della cura degli interessi occidentali nell’area e curare la messa in sicurezza della stessa. Il discorso del Cairo dell’allora neo Presidente, ispirato da una visione ottimista del fieri delle cose, contornato da promesse di pacificazione a seguito di un’era (quella Bush) caratterizzata da un deciso interventismo militare e supportato dalla personalità, dall’orientamento ideologico e dalle origini di Obama, prefigurava un’epoca di stabilizzazione e pacificazione.

Questa, che per concretizzarsi avrebbe presupposto l’esistenza di un contesto internazionale diverso da quella reale, è stata ulteriormente minata dall’impossibilità da parte dell’amministrazione Obama di adempiere a taluni impegni (chiusura di Guantanamo, disimpegno dei contingenti dai teatri iracheno ed afghano), ed avrebbe con la destabilizzazione di alcuni regimi dell’area definitivamente dimostrato la propria insostenibilità.

La trasformazione del ruolo della Turchia, che con grande sorpresa di molti (che non si erano preoccupati di leggere “Profondità strategica” di Davutoglu) da periferia occidentale si sarebbe trasformata in un centro di interessi autonomi e successivamente addirittura in elemento di aspro confronto con gli Stati Uniti (su Gulen, l’inquadramento delle milizie curde dell’YPG nel conflitto siriano, la mutazione culturale della classe dirigente turca) ha infatti impedito la conservazione del ruolo di “mastino della NATO” ed anzi costituito un nuovo ed ulteriore elemento di frizione, data la formazione con la “nuova Turchia” di Erdogan di un nuovo, ed inedito, attore regionale, nel quale la necessità per interesse di conservare l’appartenenza alla parte occidentale del mondo coesiste con la forte pulsione interna alla propria affermazione come nazione-guida di parte di quello islamico (con forti connotazioni di proiezione regionale).

Questo terzo cambio di rotta degli Stati Uniti, seguente agli Esecutivi Bush ed Obama, ancora da realizzarsi ma caratterizzato nelle intenzioni da tendenze ad un forte isolazionismo e da posizioni di netta ostilità nei confronti degli orientamenti del Governo precedente, con tanto di promesse di stralcio di accordi internazionali già sottoscritti, difficilmente potrà trovare puntuale applicazione. Alcune promesse elettorali rimarranno tali, a cominciare appunto da quella che vorrebbe stralciato l’accordo cosiddetto “sul nucleare” raggiunto a Ginevra e riguardante l’Iran.

Diversi hanno prospettato il pericolo di vedere stralciato l’accordo, soprattutto date talune posizioni prese da Trump nei confronti del mondo islamico e da sue palesi esternazioni in merito. Ciò non toglie, tuttavia, che l’accordo non è un prodotto statunitense (per quanto l’America abbia un peso enorme nella normalizzazione dei rapporti con la Repubblica Islamica) ma dei cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle NN.UU. e della Germania, che un tale accordo è una vera e propria necessità storica e che la propria disapplicazione sarebbe estremamente negativa anche per gli Stati Uniti.

L’ Iran ha infatti gestito con estrema intelligenza l’intero dossier, avendo dimostrato disponibilità verso (ed attratto gli interessi de) l’America asserendo, cadute le sanzioni, di considerare l’acquisto di un elevato numero di aeroplani dalla Boeing: una prospettiva certamente positiva per gli Stati Uniti, generata naturalmente anche dall’interesse iraniano ad ammansire e tranquillizzare la controparte con atti distensivi.

Nel giorno successivo alla pubblicazione dei risultati elettorali statunitensi la stampa iraniana non ha acceso i toni: ha riportato la dichiarazione di Alan Eyre, portavoce in lingua persiana del Dipartimento di Stato USA, secondo la quale il nuovo Governo avrebbe rispettato l’accordo. A questa dichiarazione un consigliere economico del Presidente eletto ha fatto seguito dicendo che sì, come da promesse talune richieste di modifica saranno presentate, ma non saranno sostanziali e comunque avranno luogo nel contesto democratico del dialogo parlamentare e tenendo conto della pluralità degli attori in gioco. Siamo già lontani dai toni da campagna elettorale, ed il desiderio di contenere preoccupazioni è evidente e corale.

La Presidenza della Repubblica Islamica ha sottolineato come il comportamento del Governo iraniano non avrebbe subìto modifiche di orientamento dai risultati elettorali amiericani. Da parte dell’Unione Europea, l’Alto Rappresentante per la politica estera afferma il suo impegno per l’implementazione dell’accordo.

Particolarmente interessante la posizione del principe Turki al- Faisal dell’Arabia Saudita, il quale in una conferenza negli Stati Uniti fa presente che l’accordo non ha alcun motivo di essere messo in discussione, dovendosi semmai aumentarsi gli sforzi per la costituzione di un’area libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente. Il principe premette di parlare a titolo personale senza rappresentare la posizione del suo Paese, ma dato che si tratta di un principe, ex Ambasciatore negli Stati Uniti ed ex ministro dell’intelligence è lecito pensare che la realtà sia diversa.

Non è affatto impossibile, ed anzi probabile, che i toni saliranno, in casi specifici dalle parti più schierate di entrambi i fronti, ma questo non deve far pensare che il percorso, seppur difficile e articolato, di ristabilimento dell’Iran nel consesso internazionale sia in reale pericolo. La realtà è che Trump ha più volte identificato nell’ISIS il reale pericolo terroristico dell’area e dimostrato vicinanza a Putin (rimasto entusiasta dell’elezione), alleato di Teheran nell’area.

Scendendo nella peculiarità delle elezioni appena svoltesi, noteremmo che il candidato sconfitto, Clinton, ha forti legami con l’Arabia Saudita, la quale è stata quindi costretta a ridimensionarsi in attesa di definire una strategia e di osservare gli eventi che saranno, cosciente di avere minore forza. Ciò che è probabile è che l’America persegua il suo percorso di allontanamento dal Medio Oriente, lasciando la gestione dell’area ad altri.

Resta quindi da comprendere quali saranno questi “altri”, ovvero i reali centri di influenza in Medio Oriente, dato che il mondo a seguito della caduta del rapporto bipolare fra superpotenze (dato che ne è rimasta solo una) sarà caratterizzato da zone di influenza regionali. Da una parte, la Russia sarà maggiormente libera di operare per la conservazione dei suoi sbocchi sui mari caldi (attraverso l’Iran) e sul Mediterraneo (in Siria), vero sogno strategico – imperiale di Mosca, e di aiutare Teheran nell’ essenziale missione di conservare, con la mezzaluna sciita, lo spazio vitale della Nazione persiana. Il futuro di Mosca nella regione è quindi probabilmente di forte consolidamento.

La Turchia andrà sempre più definendosi per se, consolidandosi in una sorta di “guerra fredda permanente” con Mosca ed un rapporto di tensione con l’Alleanza Atlantica, della quale tenderà a fare parte per opportunismo, anche in funzione anti russa e finché abbia la consapevolezza, ammesso che questo avvenga, di essere forte abbastanza da aver costruito e consolidato una propria reale e duratura zona di influenza (cosa che per ora sta funzionando pienamente solo in Africa). In caso contrario potrebbe rientrare nei ranghi delle periferie occidentali, a causa della probabile impossibilità della propria economia di sostenere nel tempo gli enormi sforzi effettuati negli ultimi 15 anni per coltivare la propria presenza negli ex territori ottomani ed oltre, avendo realizzato solo una tiepida materializzazione del proprio progetto neo-imperiale.

Il vero ritorno imperiale, invece, potrebbe essere quello britannico. E’ forse questo l’ambito nel quale si perpetrerà la “special relationship” menzionata a Trump a seguito delle elezioni dal Primo Ministro May, dal Governo della quale dobbiamo aspettarci importanti sorprese: il passaggio del testimone in Medio Oriente dall’ America agli Inglesi. Il Regno Unito potrebbe infatti ristabilire con successo le relazioni con la Repubblica Islamica, nonostante le frizioni e i dissapori in essere dai tempi di Mossadeq, a causa sia del ricambio generazionale in Iran che del mai sopito, ma solo sospeso, disegno britannico di egemonia sull’area.

Iraq, Giordania, Palestina sono prodotti britannici, fondati e in principio governati da soggetti appuntati da Londra, la quale ha sempre conservato, e poi potenziato, la base di Cipro. Non bisogna dimenticare le recenti attività navali britanniche nell’est Mediterraneo, la riapertura dell’Ambasciata a Teheran e la forte attività in Afghanistan.

Peraltro, stavolta Londra non dovrebbe nemmeno addivenire ad accordi con Parigi: oltre al molto più limitato peso internazionale che la Francia riveste ora rispetto alla fine della seconda guerra mondiale, questa sembra essere molto più interessata all’Africa centro-settentrionale (Libia, Ciad) nella quale sta definendo la sua zona di influenza, a spese dell’Italia nello sciagurato attacco a Gheddafi. Semmai, il vero concorrente commerciale potrebbe essere la Germania, molto aggressiva e detentrice di un’ottima e consolidata relazione con Teheran. Potrebbe consolidarsi anche la Svizzera, che svolge dal 1979 il mandato di potenza protettrice degli Stati Uniti presso l’Iran (e dell’Iran presso l’Egitto) e che potrebbe efficacemente operare in un Paese nel quale si necessitano ristrutturazioni nel mondo bancario e finanziario.

A dover temere un tale stato di cose è l’Italia, che deve porre estrema attenzione nel coltivare al meglio delle sue possibilità le relazioni con la Repubblica Islamica, con la quale continua ad avere un rapporto invidiabile che non va assolutamente incrinato. La perdita della Libia ha significato molto, in senso naturalmente negativo, e l’Iran costituisce l’unica altra direttrice strategica rimastaci.

E’ da leggere con grande positività la partecipazione della fregata “Eolo” della Marina Militare alle esercitazioni della Marina Iraniana nel Golfo ed i contatti che ne sono seguiti, cercando di definire e conservare, nonostante gli attacchi che certamente verranno apportati, soprattutto sottobanco, dagli altri attori europei, una presenza solida che possa esprimersi al meglio quando sarà possibile ristabilire relazioni commerciali anche nel campo della sicurezza e della difesa.
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