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Russia e Iran: nuove vie di cooperazione

Considerando che le sanzioni contro il governo russo da parte delle nazioni occidentali sono in continuo aumento, Mosca si trova obbligata a guardare all’Asia per trovare partner economici e strategici. Il Cremlino ha negoziato per anni importanti accordi commerciali con due giganti dell’area asiatica, con la prospettiva di una nuova realtà geopolitica emergente qualora Cina, Russia e Iran avessero continuato a stringere legami più forti in futuro.

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Le relazioni economiche in potenziale declino tra Russia e occidente, spingono Mosca a considerare seriamente Teheran come potenziale grande partner commerciale. Sono entrambi importanti esportatori di energia, hanno interessi profondamente radicati nel Caucaso meridionale, si oppongono allo scudo missilistico della NATO e desiderano tenere alla larga gli Stati Uniti e l’Unione europea dal controllo dei corridoi energetici nel bacino del Mar Caspio. Inoltre negli ultimi anni gli iraniani hanno affrontato la penetrazione degli Stati Uniti nell’Asia sud-occidentale, così come i russi hanno affrontato la presenza, politica, economica e militare degli Stati Uniti nell’Europa orientale. Considerando le situazioni simili per i due paesi, il presidente russo Putin ha osservato che la Russia e l’Iran non sono solo vicini, ma sono partner affidabili e sono pronti rafforzare la cooperazione tra i due paesi.

Come è noto, le sanzioni alla Russia decise dagli Stati Uniti e appoggiate dai governi europei continuano a fare danni. Secondo gli esperti,  la decisione dei leader occidentali di imporre sanzioni alla Russia ha spinto il governo di Mosca, limitato nella cooperazione coi tradizionali partners europei, a rivolgersi di più all’Iran e alla Cina e anche rafforzare il rapporto con il gruppo BRICS e la Comunità Economica Eurasiatica.

La forza di Iran e Russia si basa sul potere di due potenze che hanno considerevoli depositi di petrolio e gas, e sul fatto che una cooperazione in crescendo tra Teheran e Mosca potrebbe essere d’aiuto ad entrambe, considerando le sanzioni che sono state loro imposte. L’Iran è un attore rilevante in Medio Oriente e possiede le quattro più grandi riserve di greggio della Terra, insieme alle due più grandi riserve di gas naturale. Inoltre esso è il terzo paese più popoloso della regione, con oltre 80 milioni di abitanti. La Russia, dal canto suo, possiede le più grandi riserve naturali di gas del mondo e al tempo stesso è ottava tra le più grandi riserve certe di petrolio greggio.

La Russia è partner strategico dell’Iran e collaborerà con noi in ogni area possibile, tra cui quella petrolifera“ ha annunciato Il vice ministro del Petrolio iraniano per la pianificazione, Mansour Moazzemi. Le conferme delle sue parole derivano anche dall’undicesimo meeting dell’Iran-Russia Trade Council a Teheran, dove sono stati  affrontati temi riguardanti energia, trasporti, banche, industria e miniere, agricoltura e assicurazioni. Secondo gli esperti la cooperazione economica Teheran-Mosca in diversi settori economici non prevede restrizioni.   

La Russia sta cercando di rispondere ai propri bisogni alimentari per altre vie, dopo il recente ordine emesso dal presidente russo che vieta le importazioni dall’UE. Infatti qualche settimana fa il Ministro dello Sviluppo Economico Alexei Ulyukayev ha invitato i Paesi asiatici ad aumentare le loro esportazioni alimentari verso la Russia: il governo cerca in questo modo possibili alternative per ovviare alle sanzioni occidentali, riguardanti in modo particolare frutta e verdura fresca a cui la Russia risponderà importando noci, carne di manzo, maiale e pollo.

E’ l’idea di cui il ministro dell’Energia di Mosca, Alexander Novak ha discusso a Teheran. L’Iran pronto a rifornire la Russia di frutta e verdura, dopo le sanzioni europee, ottenendo in cambio il gas. Secondo funzionari iraniani i produttori di generi alimentari del paese sono pronti fornire alla Russia prodotti di qualità. Infatti il segretario generale della Stuff Association Kaveh Zargaran ha confermato che l’Iran è pienamente in grado di soddisfare le richieste russe in questo campo. Inoltre, l’ambasciatore ha affermato che Teheran sarebbe favorevole al lancio di progetti congiunti per creare mini-raffinerie in Iran e sviluppare l’estrazione dai giacimenti di gas.

La spina dorsale della maggiore cooperazione economica tra Mosca e Teheran è l’acquisto di petrolio iraniano da parte russa. Inizialmente le parti hanno parlato di quantità molto grandi, 25 milioni di tonnellate l’anno, circa un quarto di tutta la produzione petrolifera iraniana. Ora, secondo Kommersant, le parti hanno concordato per un volume più modesto di 2,5-3 milioni di tonnellate all’anno. L’Iran venderà il suo petrolio alla Russia a un costo leggermente più conveniente rispetto al Brent.  Comunque i 3 milioni di tonnellate l’anno, pari all’1,5 per cento della produzione iraniana, sono una quantità significativa secondo gli esperti. Oltre al greggio, l’Iran può fornire alla Russia “prodotti petrolchimici, cemento, tappeti“, ha detto l’ambasciatore russo a Teheran Levan Dzhagarjan.

Secondo l’ambasciatore iraniano a Mosca, Mehdi Sanai, Teheran è interessata ad acquistare macchinari, rotaie, autocarri pesanti e metalli. L’accordo tra i due Paesi prevede anche la partecipazione delle aziende russe nei progetti iraniani per la costruzione e ricostruzione di impianti e reti elettriche. Pertanto, Teheran sarebbe interessata alla partecipazione della Russia nell’elettrificazione delle sue ferrovie. L’Iran valuterebbe quindi la possibilità di acquistare diverse centinaia di megawatt di elettricità dalla Russia. Alla fine di questo mese verrà innaugurata una linea ferroviaria nel nord dell’Iran, che andrà dalla città di Rasht sul Mar Caspio a Astara al confine dell’Azerbaijan. La nuova linea ferroviaria porterà un notevole contributo nello scambio di merci tra le regioni.

Un altro punto per rafforzare la collaborazione tra le due potenze energetiche è stabilire pagamenti interbancari nella valuta locale dei due paesi, ha detto il ministro del petrolio iraniano Bijan Zangane in occasione della riunione della commissione russo-iraniana sulla cooperazione commerciale ed economica.

Corea del Nord: l’immortalità dei leader nordcoreani

Medici e ricercatori del Mansoomoogang Institute (o Long Live the Leader Institute) erano convinti, ma erroneamente, che Kim Il-sung, che nel 1948 aveva fondato la Repubblica Democratica Popolare della Corea del Nord, sarebbe vissuto fino all’età di 150 anni. Dal 2012 l’ospedale è di nuovo funzionante perché suo nipote Kim Jong-un, alla guida del paese dal 2011, è preoccupato del suo sovrappeso.

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Leggo sul Korea Times del 7 maggio 2014, uno dei principali quotidiani della Corea del Sud, che Kim Jong-il, il Caro leader, ordinò la chiusura del Long Live the Leader Institute perché suo padre Kim Il-sung  (l’Eterno leader), cui era stata «diagnosticata» una lunga vita, morì improvvisamente a soli 82 anni proprio mentre erano ancora in corso a Ginevra (Svizzera) i negoziati con gli Stati Uniti che si sarebbero conclusi con l’Accordo quadro (21 ottobre 1994) che, in pratica, «congelò» il programma nucleare per scopi militari della Corea del Nord, in cambio di aiuti economici ed energetici internazionali.

E’ l’immortalità dei leader della Corea del Nord, comunque, associabile al principio della continuità dinastica sostenuto così improvvidamente dalla famiglia Kim che, in pratica, detiene interrottamente il potere dalla fine della seconda guerra mondiale? In altre parole, potrebbe la morte del leader nordcoreano causare il collasso del regime autoritario di Pyongyang?

Nell’antica Cina, ad esempio, il re Wu Ti (l’Imperatore Marziale della dinastia Han che regnò dal 141 all’87 a. C.) soggiacque quasi sempre all’influenza dei maghi taoisti, colmandoli di onori e ricchezze ed eliminandoli poi dopo l’inevitabile delusione di ottenere l’elisir dell’immortalità che, in sostanza, avrebbe dovuto assicurare la continuità dinastica in nome della propria famiglia. Si pensava, infatti, che il cinabro (solfuro di mercurio rosso), che è in realtà un veleno, fosse utile allo scopo.

Il futuro della famiglia Kim rimane incerto sia per le lotte interne che rendono il suo potere meno «assolutistico» sia per le misure economiche e finanziarie coercitive (economic coercion) degli Stati Uniti che mirano a destabilizzare, nel lungo termine, il regime di Pyongyang.

Ma vi è un altro aspetto politico-sociale da considerare quando si parla della continuità dinastica in Corea del Nord. La popolazione nordcoreana non vuole perire per inedia né può essere oggetto di considerazione del regime di Pyongyang solo come fonte di entrate fiscali o come prestatrice di corvée. Se l’obiettivo prioritario di Kim Jong-un, il Brillante Compagno  (in coreano Yongmyong-han Dongji), è quello di provvedere con larghezza al suo mantenimento e di preservare i privilegi della sua famiglia, cosa deve aspettarsi dai propri sudditi che manifestano la loro insoddisfazione con ripetuti tentativi di fuga dal paese?

Sempre in Cina, il «Mandato del Cielo» era riservato agli eroi o semidei per aver operato per il bene della collettività. Il leader nordcoreano non sembra, invece, illuminato. Egli, finora, si è preoccupato soprattutto di consolidare il suo potere con purghe ed epurazioni che hanno colpito, in primis,suo zio Jang Song-thaek (il marito della sorella di suo padre Kim Jong-il che avrebbe dovuto esercitare provvisoriamente il potere dittatoriale come reggente), e con avvicendamenti, da lui ordinati, nella scala gerarchica politico-militare dello Stato leninista sempre più isolato sul piano internazionale.

Kim Jong-un ha inoltre fatto sapere tramite il suo mentore «occidentale», il cestita americano Dennis Rodman al quale è legato da una profonda amicizia tanto da concedergli il privilegio di essere accolto più di una volta e con tutti gli onori del caso nello Stato più impenetrabile di una “cortina di ferro”, di voler interloquire con il presidente americano Barack Obama.

In realtà, il regime di Pyongyang non vuole rinunciare alla sua politica militare (military-first). Non è, infatti, escluso che la Corea del Nord effettui un nuovo test nucleare dopo quelli del 2006, 2009 e 2013. L’ultimo test missilistico, eseguito in occasione della ricorrenza della stipulazione dell’Armistizio di Panmunjom che il 27 luglio 1953 pose fine alla guerra di Corea (1950-53), testimonia la sua bellicosità. E, al contempo, è un espediente della strategia della tensione utilizzato per attirare su di sé l’attenzione internazionale quando le difficoltà economiche del paese si accentuano; in particolare, degli Stati Uniti con i quali vorrebbe stipulare un trattato di pace e stabilire, così, le relazioni diplomatiche.

Gli equilibri strategici in Asia Orientale si stanno modificando. In particolare, la tradizionale alleanza tra Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti non appare più solida come in passato. La minaccia militare nordcoreana ha determinato un avvicinamento della Corea del Sud alla Cina. I due paesi che, peraltro, hanno i solidi legami commerciali, spingono per una soluzione diplomatica della crisi nucleare, mentre i governi degli Stati Uniti e del Giappone, con quest’ultimo che vorrebbe abrogare l’articolo 9 della Costituzione pacifista sulla rinuncia al riarmo, non escludono, – a priori-, un attacco missilistico (a pre-emptive strike) per distruggere gli impianti nucleari di Yongbyon (situati a nord della capitale nordcoreana), Cina permettendo. Ma Kim Jong-un continua a preoccuparsi della sua salute piuttosto che dell’integrità politico – territoriale della Corea del Nord.

Dubbi e certezze della nuova politica estera giapponese

Dalla fine degli anni novanta e dall’escalation nucleare nordcoreana, la politica estera del Giappone ha dovuto affrontare sfide più pericolose, l’equilibrio geopolitico della regione est asiatica è instabile e il futuro appare incerto. Le sfide lanciate dalla Cina e dalla Corea del Nord nel periodo post bipolare sembrano chiedere una trasformazione delle priorità in tema di difesa e sicurezza degli Stati Uniti e del suo tradizionale alleato nella regione. Le possibilità dell’indebolimento dell’ordine internazionale di non proliferazione nucleare e dell’ombrello atomico statunitense pongono il Giappone inoltre di fronte alla rinnovata questione dell’opzione nucleare nazionale. La crisi di Fukushima e la presidenza di Shinzo Abe non hanno fatto che aggiungere tasselli ad un edificio che appare traballante.

Dubbi e certezze della nuova politica estera giapponese - Geopolitica.info

Le minacce alla sicurezza: la Cina e la Corea del Nord

La caduta dell’Unione Sovietica e la conseguente uscita della Corea del Nord dall’orbita di Mosca hanno reso il regime di Pyongyang una minaccia alla sicurezza regionale. I rapporti con il Giappone sono molto tesi da quando la Corea del Nord ha deciso di implementare i suoi sforzi per il perseguimento dell’arma nucleare. Le preoccupazioni di Tokyo sono aumentate in seguito al test di un missile balistico nello spazio aereo nipponico nel 1998, ad ulteriori test nel Mar del Giappone nel 2006 e a test nucleari sotterranei susseguitosi nel 2006, 2009 e 2013. Gli ordigni nordcoreani sono dotati della gittata necessaria a colpire il territorio nipponico con un attacco nucleare: i missili Nodong possiedono un raggio di azione di 1500 Km, invece i missili Musudan vantano una gittata di 4000 Km sufficiente per centrare le isole di Guam e di Okinawa. Preoccupano le dichiarazioni di Pyongyang che minacciano di trasformare il paese nipponico in “un mare di fuoco nucleare”.

Il gigante cinese preoccupa gli Stati Uniti e i suoi alleati nella regione, primo fra tutti il Giappone. La Cina sta implementando la costruzione della marina oceanica, sta ampliando il suo arsenale nucleare e sta ammodernando le proprie forze armate. Le tensioni irrisolte sulle Isole Senkaku o Diaoyu in cinese (la mossa più recente di Pechino è stata la realizzazione nel novembre 2013 di una “Zona d’identificazione per la difesa aerea” Adiz, nello spazio sopra l’arcipelago) e l’appoggio nipponico a paesi che hanno contenziosi territoriali con la Cina (come Taiwan e Filippine) non fanno che complicare il quadro. La Cina ha palesato con determinazione la volontà di affermare la propria sovranità su una serie di arcipelaghi nel Mar Cinese Orientale e Meridionale i cui fondali sono ricchi di gas e petrolio. Preoccupazioni sono state registrate dal Giappone, dalla Malesia, da Taiwan e dalle Filippine. Il primo Ministro giapponese Shinzo Abe nel dicembre 2013 si è dichiarato preoccupato della mancanza di trasparenza che contraddistingue la politica di sicurezza nazionale e militare dell’ingombrante vicino.

La carta nucleare: l’ombrello atomico statunitense

Un possibile elemento di instabilità nella regione è dato dal rischio di proliferazione nucleare militare del Giappone.

Il paese fin dal noto Art. 9 della costituzione del 1946 (il paese, sconfitto e umiliato nella seconda guerra mondiale, rinuncia alla guerra quale diritto sovrano della nazione), passando per l’Atomic Basic Law (1955) e il Three Non Nuclear Principles Resolution (1971) ha chiaramente rifiutato l’opzione nucleare militare, decidendo di utilizzare l’energia atomica per soli scopi pacifici. Il Giappone si è sistemato nel blocco occidentale e la sua difesa militare è garantita dagli Stati Uniti. Il paese si pone da settant’anni a questa parte come alfiere del pacifismo e del multilateralismo: ha firmato tutti i più importanti accordi internazionali in tema di disarmo e di lotta alla proliferazione nucleare (Treaty on the Non-Proliferation of Nuclear Weapons nel 1976 e l’Additional Protocol nel 1998, solo per citare i due più importanti) e la sua opinione pubblica è stata sempre contraria all’arma nucleare. L’attacco atomico che colpì nel 1945 Hiroshima e Nagasaki e lo shock del disastro radioattivo di Fukushima nel 2011 hanno segnato duramente l’identità collettiva nazionale.

Nonostante gli svolgimenti elencati fino a qui indicherebbero una chiara linea antinucleare e pacifista, le dinamiche post bipolari hanno riacceso il dibattito in materia militare nucleare. Durante la Guerra Fredda la sicurezza del Giappone era vitale per gli Stati Uniti, un fatto che appariva molto meno sicuro nel mondo del dopo-Guerra Fredda. In Giappone si temeva che gli Stati Uniti rivedessero l’estensione del deterrente nucleare ai loro alleati. Il ritiro della Corea del Nord dal regime di non proliferazione nucleare, e la sua comparsa (in seguito a India e Pakistan) come potenza nucleare dichiarata hanno minato la fiducia riposta sul multilateralismo come arma efficace per gestire minacce nucleari all’interno della regione est asiatica. La scelta se dotarsi di un arsenale autonomo o meno dipende dalla credibilità dell’ombrello atomico americano. Nel 1994-1995 la Japan Defense Agency affrontò la possibilità di un verosimile allentamento dell’ombrello atomico americano ed osservò l’eventualità della costruzione di un arsenale nucleare indipendente, concludendo che il mantenimento della deterrenza americana fosse fondamentale per gli interessi giapponesi. Nel 1996 la dichiarazione congiunta Yoshimoto-Clinton riconfermò la decisione americana di mantenere stabile il proprio impegno in Giappone. Al tempo della presidenza Bush e della “Guerra al Terrorismo” il Giappone, pur non trovandosi sempre d’accordo con l’unilateralità di Washington nelle questioni internazionali, si ritenne sufficientemente garantito dagli sforzi americani di rafforzare l’alleanza bilaterale fra i due paesi. Il timore di una politica americana più “rilassata” sotto una leadership democratica è venuto meno in seguito al discorso di Canberra del novembre 2011 tenuto dal presidente Obama, che ha ribadito il proprio sostegno economico e politico ai propri alleati nella regione: «As we consider the future of our armed forces, we’ve begun a review that will identify our most important strategic interests and guide our defense priorities and spending over the coming decade. So here is what this region must know. As we end today’s wars, I have directed my national security team to make our presence and mission in the Asia Pacific a top priority. As a result, reductions in U.S. defense spending will not – I repeat, will not – come at the expense of the Asia Pacific». Finché l’ombrello atomico statunitense rimane credibile, le possibilità che il Giappone si doti di un ordigno nucleare autonomo appaiono remote.

Gli Stati Uniti da parte loro sono fermamente convinti nella necessità di impedire la proliferazione nucleare in estremo oriente. Con le politiche nucleari di Pyongyang, culminate nel 2006 con il primo test atomico, Washington teme che il Giappone tecnologicamente avanzato e dotato di un progredito sistema nucleare civile, si doti dell’arma atomica, provocando una pericolosa escalation nella regione. Inoltre la carta militare convenzionale è di fondamentale importanza per l’obiettivo di mantenere un potenziale futuro conflitto al di sotto della soglia nucleare: gli alleati possono ostentare una superiorità in tale ambito rispetto alla Cina e alla Corea del Nord. Ma proprio i continui investimenti nel settore convenzionale determinano, le scelte di alcuni stati (come Iran e Corea del Nord) nel perseguire un’opzione militare nucleare capace di compensare il divario, e, dall’altro, una corsa agli armamenti della Cina, che porta come conseguenza l’innalzamento di tensione tra gli stati est asiatici.

Shinzo Abe e le priorità strategiche giapponesi

Le politiche di sicurezza giapponesi sono mutate in senso più assertivo da quando la vittoria dei liberal-democratici (LPD) alle presidenziali giapponesi del dicembre 2012, ha portato di nuovo al potere Shinzo Abe. Il primo ministro, appartenente alla fazione conservatrice del LPD, ha ridefinito gli obiettivi strategici e militari del paese. In primis il governo sta ricostruendo e rafforzando i rapporti con gli Stati Uniti: Obama ha appoggiato i nipponici nella vicende delle isole Senkaku rivendicate dalla Cina, mentre la cooperazione militare tra i due paesi è in netta ripresa. Inoltre il Giappone ha interrotto la politica pacifista con la Cina, dichiarandosi pronto ad intervenire per prevenire ogni mossa aggressiva di Pechino.

Shinzo Abe sta ridefinendo la strategia di sicurezza in Estremo Oriente riavvicinando il Giappone verso l’Asean e rafforzando la cooperazione militare tra i membri. Il suo obiettivo di lungo termine è di formare una coalizione anticinese nella regione. Il presidente ha introdotto l’idea della Security Diamond, che coinvolge Giappone, India, Australia e lo stato statunitense delle Hawaii per salvaguardare la sicurezza delle rotte marittime nel Pacifico.

Le politiche di Shinzo Abe stanno preoccupando gli stati nella regione perché sembrano mettere in dubbio la tradizionale linea pacifista e antimilitarista giapponese. Inoltre a livello interno parte dell’opinione pubblica nipponica accusa il presidente di aver nascosto i reali danni ambientali provocati dal disastro di Fukushima. Il varo della legge sul nuovo segreto di stato non ha fatto che riscaldare ulteriormente la situazione, alcuni giapponesi sentono attaccata la loro libertà di espressione.

Barack Obama e il Pivot to Asia

In occasione della visita in estremo oriente di fine aprile 2014, il presidente statunitense Barack Obama ha tentato di fare il punto della situazione: gli Stati Uniti vogliono consolidare il Pivot to Asia, rinsaldando i legami con gli alleati della regione (Giappone, Corea del Sud, Malesia e Filippine), con l’obiettivo ultimo di contrastare lo strapotere cinese nell’area. Due grandi partite si stanno giocando nella regione per gli Stati Uniti: contrastare l’emergere di una grande potenza regionale (la Cina) e combattere la proliferazione delle armi di distruzione di massa (la Corea del Nord).

Riguardo al problema delle isole contese tra il Giappone e la Cina, Obama ha rinfrancato il primo ministro giapponese Shinzo Abe affermando che l’articolo 5 dell’accordo di sicurezza Usa – Giappone (che obbliga gli Stati Uniti a intervenire a protezione del suo alleato in caso di attacco ai suoi territori) è attivo per difendere anche questo arcipelago. Gli Stati Uniti si impegnano a difendere la sovranità territoriale del Giappone e degli altri stati minacciati.

Un altro problema rilevante è quello del possibile futuro quarto test nucleare nordcoreano. Obama ha cercato di esortare l’aiuto della Cina nell’evitare l’ennesimo esperimento nucleare. Pechino, infatti, ha interesse che non sia compromesso lo status quo nella regione ma Pyongyang non sembra aver compreso il messaggio: il 29 aprile la marina del regime ha iniziato delle esercitazioni navali lungo il confine marittimo conteso con Seoul.

L’altro obiettivo di Obama, Il tentativo di allargare a nuovi membri il Trans Pacific Partnership (TPP), è fallito. Il grande accordo di libero scambio vorrebbe includere i 12 paesi a cavallo dell’Oceano Pacifico, ma attualmente ne comprende soltanto quattro: Nuova Zelanda, Singapore, Brunei e Cile. Tokyo non è disposta ad abbattere la politica protezionista che tutela il settore agricolo nazionale (in primis la produzione di riso, frumento, prodotti lattiero-caseari, carni, e zucchero) e quello automobilistico. Gli Stati Uniti vorrebbero condurre la Cina alla firma del TPP per costringerla a rispettare norme stringenti nel campo della tutela dei lavoratori, dell’ambiente e della proprietà intellettuale. Tale obiettivo ad oggi sembra molto difficile da raggiungere.

Conclusioni

La missione di Obama in Estremo Oriente dell’aprile 2014 può ben sintetizzare la situazione attuale. La regione sembra trovarsi in una situazione di attesa, in cui Stati Uniti e Cina giocano le loro carte cercando di evitare grandi crisi regionali. Il presidente Obama sta cercando di contenere la potenza cinese rinsaldando l’alleanza militare con i paesi alleati (Giappone, Corea del Sud, Malesia e Filippine),ma non ha compiuto grandi passi in avanti nella realizzazione della Tpp. La Cina sta tentando di alterare a proprio favore l’equilibrio nel mar cinese meridionale e orientale, come dimostra la creazione della Zona d’identificazione per la difesa aerea (Adiz) nel novembre 2013. Da parte statunitense la recente riconferma della difesa (sul piano sia nucleare sia convenzionale) dell’alleato giapponese rientra sempre in questo grande disegno strategico, Shinzo Abe rimane un importante alleato degli Stati Uniti nella regione ma deve evitare velleità nucleari. La strategia statunitense di containment della Cina presenta però una carenza molto importante: non tiene conto del ruolo della Russia di Vladimir Putin, che sta sviluppando il suo pivot to Asia stringendo più stretti rapporti con Pechino, nell’ambito della sicurezza e dell’energia. In questo senso l’accordo trentennale raggiunto con la Russia (maggio 2014), tra la Gazprom e la China national petroleum corporation (Cnpc) è un evento epocale: Mosca fornirà gas a Pechino, diversificando i suoi compratori. Putin, visto il rinnovato clima di tensione tra Russia e Occidente, ha spinto il Cremlino a cercare il sostegno politico ed economico della Cina, per combattere pacificamente le sanzioni “occidentali” e recidere la dipendenza economica dall’Europa. Dalla prospettiva di Pechino invece, Mosca è il più grande ostacolo al funzionamento del Pivot to Asia di Washington. A confronto ci sono due diverse visioni della regione estremo orientale e tre grandi potenze in discussione.

Corea del Nord: l’impasse della diplomazia americana

Il giovane leader della Corea del Nord Kim Jong-un rimane fedele alla tradizionale linea di condotta degli affari internazionali dei suoi predecessori. Egli è, in particolare, irremovibile riguardo all’obiettivo primario della politica militare (military-first) che è la trasformazione della Corea del Nord in uno «stato nucleare». E a nulla sono valsi finora gli sforzi diplomatici degli Stati Uniti per convincerlo ad abbandonare le sue «ambizioni nucleari».

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Il presidente americano Barack Obama, che sta esercitando forti pressioni sul collega della Federazione Russa Vladimir Putin nel tentativo di dirimere con la diplomazia la «questione ucraina», si è recato in visita ufficiale a Tokyo (in Giappone) e poi nella capitale sud-coreana, Seoul, al fine di rassicurare gli alleati dell’appoggio incondizionato degli Stati Uniti per «denuclearizzare» la Penisola di Corea.

Dal 1993, cioè da quando il regime di Pyongyang minacciò per la prima volta il suo ritiro dal Trattato di Non-Proliferazione Nucleare (NPT), la «denuclearizzazione» della Penisola di Corea è diventata uno degli obiettivi prioritari della politica estera americana in Asia Orientale. Gli Stati Uniti sono, difatti, i principali promotori del regime internazionale di non proliferazione degli armamenti nucleari.

La Corea del Nord, che testò il suo primo ordigno nucleare il 9 ottobre 2006, è, dunque, seriamente intenzionata ad acquisire lo status di potenza nucleare. Sul suo territorio sono presenti impianti per il «riprocessamento» chimico delle barre di combustibile utilizzato per alimentare il reattore di 5 Mwe di Yongbyon (che si trova 80 km circa a nord della capitale Pyongyang) e da cui viene separato il materiale fissile (Pu-239) per i test nucleari, l’ultimo dei quali è stato effettuato nel febbraio del 2013. Inoltre lo stato eremita del nord-est asiatico ha costruito le sue centrifughe gassose per l’arricchimento dell’uranio naturale (Highly Enriched Uranium). Un ulteriore duro colpo inflitto dalla Corea del Nord al regime internazionale della non-proliferazione nucleare di cui il NPT è dal 1968 il pilastro portante.

La minaccia militare della Corea del Nord è, peraltro, resa più credibile dallo sviluppo della tecnologica missilistica. Essa continua ad effettuare lanci missilistici per verificare i progressi compiuti nella miniaturizzazione delle testate che dovrebbero essere condotte a bersaglio con assoluta precisione. Gli ultimi sono stati eseguiti lo scorso marzo mentre erano in corso le periodiche esercitazioni aero-navali congiunte tra Stati Uniti e Corea del Sud.

La tensione nella Penisola di Corea rimane, pertanto, alta. Lo testimoniano i recenti scambi di colpi d’artiglieria lungo la linea di demarcazione marittima tra le due Coree (Northern Limit Line), ad ovest della penisola. Il regime di Pyongyang vuole che sia spostata più a sud rispetto al limite attuale delle acque territoriali tra i due paesi stabilito dagli Stati Uniti, nel luglio del 1953, a Panmunjom, un piccolo villaggio situato a ridosso della zona smilitarizzata (DMZ) che corre lungo il 38° parallelo, dove fu firmato l’armistizio che pose fine alle ostilità della guerra di Corea scoppiata nel giugno del 1950.

La presenza di una Corea del Nord dotata di armi di distruzione di massa (WMD) è concausa di una spasmodica corsa al riarmo degli Stati del nord-est asiatico (effetto domino). Cina, Corea del Sud e Giappone hanno incrementato notevolmente le loro spese militari. Ad esempio, il governo di Tokyo, che in passato aveva utilizzato meno dell’1% del Pil per scopi militari, ha pianificato un ragguardevole aumento della sua spesa militare, raggiungendo il 2.8% entro il 2015. Aspetto non trascurabile quando si menziona una delle prime economie al mondo.

Tuttavia, un attacco preventivo per distruggere gli impianti nucleari di Yongbyon equivarrebbe, per il regime di Pyongyang, a una dichiarazione di guerra. Kim Jong-un non esiterebbe un solo istante a utilizzare le sue armi atomiche pur di garantire la sicurezza e l’integrità territoriale del Paese, nonché per allontanare lo spettro della dissoluzione ideologica e materiale del suo potere. Una seconda guerra di Corea, le cui operazioni militari potrebbero questa volta interessare anche gli stati limitrofi, con conseguenze catastrofiche per l’intero nord-est asiatico.

Senza l’intervento degli Stati Uniti la guerra civile tra le due Coree (1950-53) si sarebbe conclusa in modo diverso per la superiorità militare della Corea del Nord. Da allora, il governo di Washington ha provato a isolare il regime di Pyongyang sul piano internazionale per destabilizzarlo, ma senza riuscirvi. Esso, infatti, continua a beneficiare del sostegno economico del governo di Pechino. Inoltre, l’alleanza militare con la Cina, formalizzata nel 1961 con la stipulazione del Treaty of Friendship, Cooperation, and Mutual Assistance, costituisce un solido scudo difensivo. La Corea del Nord è storicamente, per la sua vicinanza geografica, uno Stato ricadente nella sfera d’influenza di Pechino.

L’Armistizio di Panmunjom non è mai stato sostituito da un trattato di pace tra le due Coree. I due paesi sono “tecnicamente” in guerra. E sebbene Washington dichiari di propendere per una soluzione diplomatica della crisi nucleare nord-coreana, non è possibile escludere, a priori, altre opzioni soprattutto se i negoziati multilaterali di Pechino, cui prendono parte gli Stati Uniti, la Cina, la Federazione Russa, il Giappone e le due Coree, e in impasse dal 2009, non dovessero sancire la rinunzia di Kim Jong-un all’arma atomica. 

Il mondo in 60 righe – il melting pot dell’homo sovieticus

La composizione della popolazione kazaka ha continuato ad essere in continua mutazione per tutto il corso dell’era sovietica, con flussi migratori successivi che hanno finito per far assomigliare il Kazakistan sempre più ad una “piccola” Urss, con un mix etnico, culturale e religioso sempre più corrispondente a quello da cui avrebbe dovuto nascere l’uomo nuovo, l’homo sovieticus, e rendendo quindi sempre più di difficile realizzazione il progetto di uno stato nazionale kazako. Queste trasformazioni demografiche sono state particolarmente intense durante la seconda guerra mondiale, quando molte famiglie di operai slavi e gran parte delle fabbriche della Russia occidentale vennero trasferite in Kazakistan, per paura che le armate naziste se ne impadronissero bloccando l’enorme sforzo di guerra dell’Unione Sovietica. Obbligati a trasferirsi verso il nord e il nord-est del Kazakistan furono soprattutto i Tedeschi del Volga, che si temeva potessero collaborare col nemico, i Tartari della Crimea, i Georgiani – che dopo la Rivoluzione si erano costituiti in uno stato indipendente e avevano combattuto contro l’Armata Rossa, e i musulmani dalla regione del nord del Caucaso.

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Una logica analoga portò poi al trasferimento verso il Kazakistan di un gran numero di Coreani tra il 1945 e la morte di Stalin. Dopo la guerra civile cinese, in cui i partigiani coreani di Kim Il-sung avevano svolto un ruolo non trascurabile anche in Manciuria – cioè fuori dal territorio dell’attuale Corea del Nord – e durante e dopo la guerra di Corea, Mosca ritenette opportuno effettuare una forte “pulizia etnica” nelle zone dell’estremo oriente russo, dove vivevano significative minoranze coreane

Un’altra ondata di arrivi di non-kazaki si ebbe durante gli anni 1953-65, come conseguenza della campagna lanciata da Nikita Khrushchev per la colonizzazione delle “terre vergini”. Si trattava di terreni indubbiamente fertili e potenzialmente utilizzabili, ma la cui messa in valore non era nella possibilità delle famiglie che venivano spostate in una strategia di colonizzazione da popolamento, come quella di cui era stato fatto oggetto il Kazakistan sotto lo Zar. La messa in valore delle terre del Kazakistan richiedeva, quindi, un’agricoltura fortemente capitalistica, come quella resa possibile dal sistema dei kolkoz. Nel quadro di quel programma, un’enorme quota delle praterie del Kazakistan venne dissodata per la coltura del frumento e di altri cereali. Infine, un numero ancora più grande di coloni, principalmente ucraini e russi, è arrivato negli anni ‘60 e ‘70, con gli incentivi offerti dallo Stato sovietico agli operai che partecipavano al programma per avvicinare l’industria pesante sovietica ai giacimenti di carbone, gas e petrolio dell’Asia centrale. Così tra sterminio della popolazione nomade autoctona, ed ondate migratorie successive di non-Kazaki, già negli anni 70 Kazakistan era l’unica repubblica sovietica in cui la nazionalità che dava il nome alla repubblica federata era una minoranza nel proprio paese.

L’arrivo in Kazakistan di un gran numero di Russi, Ucraini, Tedeschi, Coreani ha naturalmente portato ad una società costretta dalla sua stessa frammentazione ad accettare l’idea della diversità e, in una certa misura del multiculturalismo, solo in parte mascherato dalla omogeneizzazione “sovietica”. I matrimoni misti, che coinvolgono il 20 % circa delle coppie, erano ancora nel 2002 – cioè più di dieci anni dopo la fine del progetto di creare un unico “popolo sovietico” –, l’80% nel caso degli Ucraini, il 40% in quello dei Russi, ma solo il 4 % in quello dei kazaki. Due gruppi, quello asiatico e quello degli Europei (che però non coinvolgeva pienamente i tedeschi), si sono quindi formati, con un’evidente tendenza a percepire i propri interessi in termini comunitari. Alla vigilia del collasso dell’Unione Sovietica il gruppo kazako si trovava perciò non solo ad essere una minoranza etnico-nazionale nel paese che porta il suo nome, ma era politicamente diviso lungo linee di Orda, cioè lungo linee sub-etniche e di clan. E in ogni società multi-culturale come il Kazakistan, le une e le altre sono linee praticamente invalicabili per i singoli individui; linee che – dovunque esse si manifestino, in Asia, in America o in Europa – creano viziosi meccanismi di ethnic politics; e linee che ostacolano la nascita di ogni vera dialettica politica.

Dopo l’Urss

Gli anni 80 hanno segnato una svolta imprevista. Man mano che il controllo di Mosca si indeboliva andava progressivamente configurandosi come possibile l’ipotesi – sino ad allora ritenuta impensabile – dell’indipendenza politica del Kazakistan. E, di conseguenza, si acutizzavano i conflitti interni.

Nel dicembre 1986, Mikhail Gorbachev, nella sua opera di eliminazione dei quadri di partito contrari alla sua politica, costrinse alle dimissioni il segretario del PCK (Partito Comunista Kazako) Dinmukhamed Kunayev, un kazako etnico che era da più parti accusato di corruzione, favoritismo, e prevaricazione. Ma la sua sostituzione con Gennadiy Kolbin fu un errore gravissimo, che ebbe conseguenze decisive per il futuro dell’indipendenza kazaka.

In realtà, la nomina di Kolbin fa parte di un tentativo di Gorbachev di cambiare tattica, sposando la posizione dei “conservatori” sulla questione delle nazionalità, per cercare di contenere le tendenze centrifughe che il suo “liberalismo”.Questo era arrivato troppo tardi, quando non appariva più come una generosa concessione, ma come il segno di una sconfitta e, di conseguenza, invece di soddisfare e acquietare, aveva reso più estreme tali spinte centrifughe.

Kolbin era un entusiasta sostenitore delle riforme economiche ed amministrative di Gorbachev, ma era un Russo etnico senza nessun precedente in Kazakistan. L’annuncio della sua nomina provocò una vera e propria sollevazione della popolazione kazaka, non si sa in che misura pilotata dall’interno stesso del PCK, ma che trovarono nelle tensioni etniche un combustibile estremamente infiammabile.

Nei due giorni di disordini, che costarono la vita ad un numero imprecisato persone (tra 200 e 1000), la popolazione si spaccò lungo linee etniche anomale: la minoranza tedesca si schierò con i Kazaki contro Russi e Ucraini, mentre i Coreani parteggiarono – anche se meno apertamente – per gli Slavi. Assunta la carica in queste condizioni, Kolbin rimase al suo posto per tre anni, ma senza riuscire a pacificare gli animi. Anche la campagna anti-corruzione faceva però esacerbare gli animi, dato che i “favoritismi” che venivano colpiti erano quelli degli amici di Kunayev, quasi tutti kazaki della Grande Orda. 

Né Kolbin riuscì a risolvere la grave situazione economica. Al contrario, già l’anno successivo alla sua nomina la produttività del lavoro era scesa del 12, e il reddito pro-capite del 24%. Mancavano all’appello un milione di tonnellate di acciao e una gran parte della produzione agricola. La produzione agricola era crollata al punto che, poco prima di essere scacciato dal suo posto di comando, nel 1989, Kolbin tentò addirittura di raggiungere la quantità di produzione di carne prevista dal piano, facendo abbattere i milioni di anatre selvatiche migranti che ogni anni passano sul Kazakistan.

I tempi erano ormai maturi per l’avvento dell’uomo che avrebbe portato il paese, controvoglia, all’indipendenza, un leader di etnia kazaka, della Grande Orda.

Nazarbayev: una carriera tipicamente sovietica

Da figlio di un umile pastore che non sapeva né leggere né scrivere, a “Padre della Patria” di uno degli stati più ricchi e più estesi del mondo, grande quanto un continente, anche se assai poco popolato, la vita di Nursultan Nazarbayev si è identificata – in maniera crescente nel tempo – con quella del Kazakistan indipendente: una vicenda politica che merita di essere presa in considerazione con un occhio più attento, e forse meno convenzionalmente critico di quello che caratterizza la maggioranza degli osservatori occidentali, e l’opinione pubblica da essi influenzata.

Le caratteristiche di Nazarbayev sono – per i primi cinquant’anni della sua vita – quelle di un “homo sovieticus” post-staliniano. Nato nel 1940 nella regione dei Monti Alataw, tra Alma Ata e il confine cinese, egli è etnicamente appartenente alla Grande Orda, e culturalmente e politicamente forgiato dal sistema sovietico.

Non bisogna però dimenticare che il sistema sovietico aveva fatto nascere e crescere, in molte personalità non russe – che spesso avevano fatto studi tecnici ed esperienze nel mondo produttivo, per poi fare carriera nei ranghi del partito e della società – il senso di una doppia appartenenza: quella alla superpotenza imperiale, quale mai avrebbe potuto essere la loro piccola patria, e quella alla causa della modernizzazione e del progresso della etnia di appartenenza.

Le sue umili e non-russe origini consentiranno a Nursultan Nazerbayev solo un’istruzione professionale, come operaio dell’industria siderurgica, prima in Kazakistan e poi in Ucraina. Ma dopo l’adesione al Partito Comunista, all’epoca di Krushev egli si era già fatto notare per le sue capacità di leadership. Nel Komsomol (l’organizzazione giovanile del PCUS) non solo ebbe presto un incarico – che avrebbe potuto anche essere solo burocratico – nell’acciaieria dove lavorava, a Temirtau, ma mostrò di essere in grado di fare di più. Anche se l’epoca dello “stakanivismo” era finita, egli riusciva però a convincere altri giovani come lui a diventare “Subbotnik”, cioé a sacrificare il sabato per svolgere insieme lavori di utilità sociale.

Dotato di naturali capacità di leadership, Nazarbayev riusciva a trascinare i compagni di lavoro all’acciaieria con orgogliosi discorsi da comunista associati a humor e “distanza zero” con la base, facendo così rapidamente carriera da Segretario dei dei Giovani Comunisti dell’acciaieria fino a membro della segreteria del PCK, una carriera che mostra bene come una dimensione meritocratica fosse ancora presente in Urss negli anni in cui si affermava la “nomenklatura”. Ma si tratta di una carriera che nasce da scelte politiche tempestive e coraggiose, oltre che da sapienti rinunce.

All’inizio della sua carriera nel Partito, Nazarbayev fu scelto come Segretario del Komsomol di Temirtau, dov’era la sua acciaieria, ma lui rifiutò di lasciare il suo lavoro da operaio per far politica a pieno tempo. In realtà, egli era popolare tra gli operai, come pochi comunisti di professione. Ed essere un intermediario capace di tenere buoni rapporti con la base, che certamente lo percepiva come uno dei suoi, in una fase in cui il prestigio del partito era a pezzi, finiva per renderlo utile agli occhi di un vertice sempre più burocratico e nomenklaturista. In altri termini, era un giovane leader che piaceva ai suoi colleghi e quindi un elemento utile ai burocrati sempre in difetto di consenso. E ciò, per uno come lui, senza connessioni familiari importanti poteva essere il solo modo di avere un ruolo.

Il suo rifiuto di passare a pieno tempo nella burocrazia di partito irritò molto i boss del partito. E gli costò un richiamo formale. Ma Nazarbayev aveva metodo anche nelle sue rinunce. Più tardi, fece ancora un sorprendente rifiuto. Nazarbayev, infatti a partire dal 1979, era diventato uno degli uomini su cui puntava l’ala “riformista” del PCUS al punto che Gorbachev gli offri di diventare il numero due di un’Urss che minacciava il disfacimento, ma non vi era ancora giunta, o alla testa della Unione rinnovata che avrebbe dovuto prendere il posto dell’Urss: una poltrona che la capacità di giudizio di Nazarbayev considerò troppo traballante per sedercisi sopra.

Già dal 1984, peraltro, Nazarbayev occupava la più modesta, ma più solida, posizione di Presidente del Consiglio dei Ministri del Kazakistan ed era considerato da tutti come il probabile successore del Segretario del PC kazako, Dinmukhamed Kunayev. I rapporti tra i due si guasteranno – come accade di norma – al momento della transizione, ma sino al momento in cui Kunayes si oppose alla sua nomina, suggerendo a Gorbachev il nome di Kolbin, le innegabili qualità di Nazarbayev spingevano lo stesso vecchio burocrate sovietico a presentarlo come un suo protetto ed erede designato.

Quando Mikhail Gorbachev, nel 1986, decise di allontanare Kunayev dal potere, tutti furono sorpresi che il successore non fosse Nazarbyaev . La sua ora venne invece del tutto naturalmente nel 1989, dopo una nuova serie di disordini etnici e di morti che accompagnarono in Kazakistan i primi segni del crollo dell’Urss.

Nell’Aprile dell’anno successivo, 1990, il Soviet Supremo kazako lo elesse alla carica, appena creata, di Presidente del Kazakistan, posizione che egli si fece confermare da un plebiscito popolare alla fine del 1991, giusto prima del disfacimento dell’Urss. E si trovo cosi a capo di una Repubblica indipendente che non era mai esistita come Stato moderno, i cui confini erano stati tracciati negli anni 1920 e 1930 dalla burocrazia sovietica, e che poneva enormi problemi in tema di nation building.

Il mondo in 60 righe – la quarta potenza nucleare mondiale

Il primo e più angoscioso problema che si è posto all’indomani di una indipendenza cascata dall’alto è stato quello dell’enorme arsenale nucleare che il Kazakhstan indipendente si è trovato ad avere sul proprio territorio: circa 1.400 testate nucleari montate su missili strategici terra-terra a gettata intercontinentale – gli SS-18 –, che facevano della neonata Repubblica euroasiatica la quarta potenza atomica mondiale.

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Il Kazakhstan aveva inoltre ereditato 40 bombardieri a lunga autonomia Tu-95M equipaggiati con 320 missili cruise. Anche se altre due repubbliche ex-sovietiche – l’Ucraina e la Bielorussia – erano nella stessa situazione dopo il disfacimento dell’Urss, il fatto che degli “asiatici” fossero in possesso di armi nucleari, apparve immediatamente come un preoccupante problema internazionale, e suscitò voci – risultate poi totalmente infondate – di vendita di testate nucleari all’Iran. In realtà, come successivamente accertato, il controllo operativo di queste armi era rimanere sempre con le forze strategiche russe.

Su questo fronte, Nazarbayev si mosse con estrema rapidità, e ha cominciato il suo primo mandato presidenziale dichiarando il Kazakhstan, ‘nuclear-free’, e facendone il primo paese al mondo che ha rinunciato totalmente ad un armamento atomico già in suo possesso. Così, in meno di quattro anni, nel maggio del 1995, una vasta opera di disarmo aveva portato alla restituzione alla Russia di tutte le testate nucleari strategiche, dei missili intercontinentali, e di tutto il materiale di supporto, mentre venivano demolite installazioni sotterranee di lancio e di controllo, così come i silos situati in quatro località strategiche (Zhangiz-Tobe, a Derzhavinsk, a Semipalatinsk e a Leninsk) disseminate sul territorio kazako. Venivano poi chiusi e sigillati 178 tunnels e 13 pozzi di sperimentazione delle armi nucleari situati in zone montuose, e smantellati 7 bombardieri pesanti.

Vittima per quarant’anni di drammatiche attività di sperimentazione, il Kazakhstan ereditava inoltre i più importanti poligoni di tiro nucleare e missilistici, per l’addestramento al bombardamento e le prove di volo dei missili balistici e dei sistemi di difesa aerea. Per alcune di queste installazioni non è bastata la chiusura. Alla poco gradita eredità del poligono per le bombe atomiche e all’idrogeno di Semipalatinsk, il più importante dell’Unione Sovietica, dove in quarant’anni c’erano state non meno di 466 esplosioni nucleari, si è dovuto infatti dovette fare fronte, con misure che di gestione del danno.

Un’altra importantissima installazione sovietica a carattere tecnologico-militare in territorio kazako era il centro spaziale di Baikonur, la base del programma sovietico di esplorazione spaziale e, fino al 1994, la base di lancio di tutti i satelliti militari di spionaggio e di comunicazione. Dopo un lungo negoziato, mentre l’impianto si degradava molto rapidamente, sia per il clima che per i furti, la Russia riconobbe al Kazakhstan la proprietà dell’impianto e ne ottenne in cambio l’affitto per venti anni.

Anche per la sua posizione molto lontana dalle linee di confronto con l’Occidente, il Kazakhstan era – prima della dissoluzione – il principale centro dell’’industria bellica dell’Unione Sovietica con circa 75.000 operai, in gran parte Slavi, che vivevano principalmente nelle parti settentrionali del paese. Ma in pochi anni molte produzioni militari sono scomparse, e quelle che sono rimaste non sono molto sofisticate, anche perché la maggioranza degli operai qualificati ha potuto abbastanza facilmente trovare lavoro nella Federazione Russa, ed emigrare.
D’altra parte le forze armate del Kazakistan indipendente sono molto ridotte, ed in parte riconvertire a metodi e materiali occidentali. Il Kazakhstan, infatti, ha ormai una Partnership ufficiale con la NATO, ed un accordo di cooperazione strategica con le Forze Armate Turche.

Vent’anni di costruzione nazionale

Dal punto di vista interno, invece, la principale e più urgente sfida di fronte a cui si è trovato il governo del Kazakhstan indipendente è stata quello di mantenere l’unità del paese, compito non facile con i Kazaki etnici ridotti a meno della metà della popolazione, e con una forte minoranza slava nella quale erano diffuse idee separatiste e di ricongiungimento alla Federazione russa.

Ve detto, peraltro, che tra i due popoli è forte la convinzione di avere un destino in comune. Infatti, quando i Kazaki presero parte al referendum sul futuro dell’USSR, che si tenne in nove repubbliche sovietiche, ben l’88,2% si recò a votare, ed il 94,1% si pronunciò a favore dell’opzione di mantenere una”unione di stati sovrani dotati di pari diritti” E più tardi, nel Dicembre 1991, quando lo scioglimento dell’Urss apparve inevitabile, il Kazakistan fu l’ultimo a dichiarare un’indipendenza che ormai era nei fatti, dato che tutte le altre repubbliche l’avevano dichiarata. Un’indipendenza “subìta” più che voluta che aiuto ad evitare ogni clima di esaltazione nazionalistica, a mantenere provvisoriamente inalterato il delicato equilibrio inter-etnico,e ad evitare discussioni sui confini, in particolare quelli con la Federazione Russa.

Una transizione verificatasi in modo così passivo fu senza dubbio un successo per Nazarbayev che, nel 1994, solo tre anni dopo l’indipendenza, poté dichiararsi convinto che era ormai possibile “parlare di una percezione della propria identità comune a tutti i cittadini del nostro paese”. E si tratta di un’affermazione in cui c’é certamente una parte di verità. La cultura dei Kazaki di oggi, in particolare, ma non solo, di quelli che vivono nelle città è profondamente impregnata di elementi russi, infinitamente di più di quanto ciò non accada nei paesi confinanti dell’est e del Sud, cioè nei paesi dell’Asia centrale. Ma si tratta comunque di un’affermazione che era forse più vera allora che non quindici anni dopo. Lo scambio e l’incrocio culturale tra i principali gruppi etnici del Kazakistan avranno forse anche influenzato il modello in cui ciascuno di essi si riconosce, ma non li ha veramente fusi.

A merito di Nazarbayev va riconosciuto di aver saputo preservare nel ventennio successivo – e in una situazione a tratti assai difficile, anche se con l’aiuto della ricchezza petrolifera – il delicato equilibrio inter-etnico del neonato e fragile Kazakistan indipendente, pur favorendo una graduale riaffermazione dell’identità kazaka come tratto destinato a caratterizzare la nuova nazione. Centinaia di migliaia di Russi abbandonarono il Kazakistan negli anni novanta, sia per obiettive ragioni economiche, sia come conseguenza dell discriminazioni subite o temute da parte dei Kazaki, che solo in parte avevano buone memorie del periodo russo-sovietico. Da 6.227.549 nel 1989, la presenza Russa in Kazakistan si era ridotta nel 1999 a 4.479.618 di persone, pari a circa il 30 % della popolazione totale.

Il Kazakistan, però, è stato teatro anche di fenomeni più complessi. Come abbiamo visto, il censimento del 1999 mostrava un aumento demografico. E ciò non è dovuto solo alla fertilità tradizionalmente alta della componente kazaka della popolazione, ma anche a movimenti migratori in entrata, dalla composizione etnica complessa, e che confermano il carattere euroasiatico del Paese. La Repubblica kazaka – soprattutto la sua nuova capitale, Astana, che viene considerata come una città totalmente Europea – è infatti diventata, dopo il collasso dell’Urss, anche una delle destinazioni preferite dei Russi che abbandonavano – e continuano ad abbandonare – le Repubbliche ex-sovietiche dell’Asia Centrale, in particolare dall’Uzbekistan, che il Kazakistan separa geograficamente dall’Europa.

I Russi, infatti, sono ormai degli sradicati, nei loro ex-possedimenti in Asia Centrale. E le condizioni che ad essi sono offerte per rientrare nella Federazione Russa non sono molto favorevoli, sia perché le minoranze russe rimaste nelle altre repubbliche costituiscono una massa assai notevole che non sarebbe facile assorbire – e soprattutto non lo sarebbe stato del primo disperato decennio, sotto Yeltzin –, sia perché le autorità russe, soprattutto dopo il 2000, ma in maniera meno coordinata anche prima, non vedono di buon occhio una eventuale azzeramento della presenza russa in paesi – in particolare nei più “russificati” tra essi – che, come l’Ucraina, la Bielorussia e il Kazakistan hanno storicamente fatto parte dell’Impero. Si tratta di paesi che non si può, e non si vuole, escludere che possano in futuro trovare qualche forma di unità con una Russia ridotta alla più piccola dimensione territoriale ed umana (come proporzione sulla popolazione del pianeta) della sua millenaria storia.

Nella sola parte orientale del paese, quella tradizionalmente da essi preferita, i Russi ammontavano, nel 2005 a circa il 45,00% una percentuale superata di poco da quella dei Kazaki etnici che sono attorno al 50,00 %, percentuali mantenute stabili dal fatto che il numero dei Russi che abbandonano il Kazakistan per la Federazione Russa è dello stesso ordine di grandezza dell’ immigrazione russa dalle Repubbliche centro asiatiche dell’ex-Urss.

Un’economia di successo

Questi flussi migratori verso il Kazakistan si spiegano anche , e forse soprattutto, con fattori economici, dato che il Kazakistan è il solo paese membro della CIS – l’unione doganale ed economica che riunisce il cuore euroasiatico della ex-Urss – la cui economia e l’occupazione erano ritornate già nel 2003 al livello del 1991, cioé dell’ultimo anno prima di quella che Puntin ha chiamato “la più grande tragedia del ventesimo secolo”.

Dopo una fase negativa, legata alla lacerazione del legame con la Russia, all’avvento a Mosca dello regime di Yeltsin e degli oligarchi, e alla successiva bancarotta dello Stato russo, il Kazakistan ha registrato nel nuovo secolo una crescita molto sostenuta, con il PIL in aumento percentuale a due cifre nel 2000-01, attestatesi poi all’8% o poco più dopo il 2002. Ciò è stato soprattutto dovuto alla forte espansione del suo settore energetico, ma anche ad alcune annate agricole favorevoli, e alla riforma economica, che ha consentito maggiori investimenti provenienti dall’estero. A partire dal 2007, con la crisi finanziaria globale, e soprattutto del declino del petrolio e dei metalli do cui il Kazakistan è esportatore, nel 2008, la crescita è rallentata al 3,3% all’anno, ed addirittura all’1,2% nel 2009. Nel 2010, però, il petrolio è tornato sopra gli 80 dollari il barile e tutte le materie prime, trascinate dalla domanda cinese, hanno conosciuto prezzi record. Gli effetti si sono fatti immediatamente sentire. Secondo l’Agenzia Statistica kazaka il PIL nei primi sei mesi del 2010 (pari a 59.4 miliardi di dollari) sarebbe cresciuto dell’8 % rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente, e l’export (29.6 miliardi di dollari) del 72.2%, mentre l’import (13 miliardi di dollari) sarebbe diminuito dell’1.8%.

Nel settore dell’energia, l’apertura del Caspian Pipeline Consortium, nel 2001, dal giacimento di Tengiz Kazakistan occidentale al Mar Nero, sostanzialmente aumentato la capacità di esportazione. Nel 2006, il Kazakistan completato la parte Atasu-Alashankou, e, nel 2009, la parte Kenkiyak-Kumkol di un oleodotto verso la Cina che si estende dalla costa del Mar Caspio verso l’est del paese al confine cinese, secondo i piani. Il paese ha anche intrapreso una politica industriale che mira a diversificare l’economia dalla dipendenza eccessiva dal settore petrolifero, sviluppando il suo potenziale di produzione manufatturiera, in particolare in campo automobilistico, campo in cui il Kazakistan ha ereditato dall’Urss un grande impianto, oggi caduto nelle mani della General Motors. 
E’ stata cambiata la normativa fiscale delle imprese per favorire l’industria nazionale come mezzo per ridurre l’influenza degli investimenti esteri e di personale straniero. Il governo si è impegnato in numerose controversie con le compagnie petrolifere straniere sui termini degli accordi di produzione, da ultimo, con riguardo al progetto di Kashagan nel 2007-08 e il progetto Karachaganak nel 2009. Dal 2007, Astana ha fornito sostegno finanziario al settore bancario che è stato alle prese con la scarsa qualità degli asset e grandi prestiti stranieri – problemi che sono stati amplificati dalla crisi finanziaria globale del 2009.

Anche le prospettive future sono incoraggianti. Il Kazakistan, la più vasta dal punto di vista territoriale delle repubbliche ex-sovietiche (dopo la federazione Russa) ha ereditato dalla lunga opera russa e sovietica di colonizzazione un settore agricolo assai ricco, con produzione di cotone e di cereali, e grandi allevamenti di bestiame: Altrettanto copiose le ricchezze che la Reoubblica eurasiatica possiede – e in parte ancora nasconde – nel proprio sottosuolo; ricchezze minerali enormi. Sia nel campo degli idrocarburi e del carbone, che di altri minerali e metalli ferrosi e non ferrosi, uranio, berillio, tantalio, terre rare, rame, piombo, stagno, zinco, argento, caolino, calcare per cemento.; tutte risorse il cui valore futuro non può che aumentare, e in temi abbastanza rapidi.
Il settore manifatturiero del Kazakistan e dunque soprattutto nell’industria pesante, e fondato soprattutto sull’estrazione e il trattamento di queste risorse. Ma anche sull’industria dei prefabbricati e del ferro-cemento in generale. Di materiali cioè essenziali per la costruzione delle infrastrutture gigantesche che la valorizzazione degli spazi asiatici richiedeva, e con forza lavoro locale troppo rozza per poter lavorare altrimenti che con parti da assemblare. Ne stanno a dare prova i diciotto chilometri di paravalanghe costruite da mano d’opera afghana con parti prefabbricate importate dall’Urss sul fianco meridionale dell’Indo Kush, allo sbocco del tunnel di Salang Pass, a 3.500 metri sul livello del mare. Per questo, Il Kazakistan appare ancora oggi l’avamposto che per due secoli ha proiettato la potenza della tecnologia europea nel cuore dell’Asia.

Dopo l’indipendenza, il settore estrattivo ha assunto la posizione centrale nell’economia del paese – un’evoluzione che, a parte la capacità di produrre flussi di danaro – può anche essere letta come un passo indietro – , ed ha fatto sì che il Kazakistan abbia registrato una crescita a due cifre percentuali nel 2000-01 e dell’ 8% o più all’anno nel periodo 2002-07, anche in virtù di un forte flusso di investimenti esteri, alla privatizzazione di interi settori dell’economia, e a buone annate agrarie. Successivamente – come abbiamo visto – il tasso di cresita del PIL è però crollato per due anni consecutivi – al 3.3% nel 2008, e all’1.2% nel 2009.

Ma i grandi investimenti realizzati rimangono: la pipeline dal Mar Caspio al Mar Nero; quella dalle sponde europee fino al confine cinese. E nel frattempo, una politica economica fortemente nazionalista, ha portato ad una non sempre corretta riappropriazione di risorse scoperte e messe in valore da società estere, in particolare con la revisione unilaterale delle regole del gioco a proposito del Progetto Kashagan nel 2007-08 e di quello del Karachaganak project in 2009. Ma resta il fatto che oggi il Kazakistan dispone dell’unico giacimento di petrolio della categoria “gigante” fuori dal Medio Oriente, e dell’unico di questa taglia scoperto negli ultimi vent’anni (e forse l’ultimo in assoluto).

Gli sradicati

La ricchezza presente, e il potenziale ancora più promettente per il futuro, hanno certamente avuto un ruolo ad attrarre verso il Kazakistan flussi di immigrati di origine sia europea che asiatica. Ma a spingere molti ex-sovietici etnicamente europei ad emigrare verso il Kazakistan gioca anche il fatto che nelle repubbliche dell’Asia Centrale i Russi non sono che sparute minoranze, in un ambiente in cui i caratteri centro-asiatici ed islamici stanno gradualmente tornando a prevalere. In Uzbekistan, per esempio, c’é un milione di Russi, ma essi costituiscono solo il 4% della popolazione, una percentuale molto minore di quella dei Russi in Kazakistan.

L’evoluzione del Kazakistan mostra dunque la preservazione del suo carattere euroasiatico. I dati disponibili mostrano che nel primo e più difficile decennio d’indipendenza – tra il 1989 e il 1998 – il Kazakistan aveva concesso la cittadinanza a 13.133 Russi, in maggioranza provenienti dalle repubbliche non russe della ex Urss, e si calcolava in almeno il doppio il numero degli immigrati Russi venuti in maniera più o meno irregolare dall’Asia centrale e che non avevano ancora ottenuto la cittadinanza. Successivamente il fenomeno è andato ampliandosi, e il saldo netto tra emigrazione russa dal Kazakistan ed immigrazione nel Kazakistan è stata di 26.668 anime nel 2003 e di 32.228 nel 2004. Si tratta certo di numeri non enormi, ma abbastanza significativi per far percepire un fenomeno che testimonia delle favorevoli condizioni che il governo kazako è riuscito a creare già nel primo periodo di indipendenza. Per i Russi etnici, ottenere la cittadinanza kazaka non è semplicissimo, ma neanche eccessivamente difficile. Il Kazakistan, pur in un periodo di recupero della identità kazaka, applica infatti lo jus soli, per cui basta aver vissuto in Kazakistan 5 anni, ed avere in banca almeno l’equivalente di 6.000 euro.

I Russi non sono peraltro i soli a ripiegare dall’Asia centrale verso il Kazakistan, ci sono anche molti Uzbeki, Coreani e Tatari. Del resto, la comunità definita “russa” attualmente presente in Kazakistan non è una comunità etnica bensì una comunità di lingua russa, che include la grande maggioranza dei Ucraini, dei Tedeschi del Volga, dei Tatari, degli Ebrei (che nel mondo post-sovietico vengono ancora percepiti come una nazionalità, secondo la classificazione staliniana, e non come i credenti di una religione) e persino i Kazaki russofoni, educati nelle scuole di lingua russa in Kazakistan o nelle altre Repubbliche sovietiche. Tutte queste nazionalità formano ancora un gruppo socio-economico importante nella vita pubblica, culturale, politica ed economica. Nella burocrazia, in particolare, il numero dei Russi è pari a quello dei Kazaki.

Naturalmente, non tutto è pacifico nella comunità russa in Kazakistan. La memoria lasciata dai sanguinosi scontri a carattere altrettanto etnico quanto politico del 1986 era stata ravvivata tre anni dopo, nel giugno del 1989, quando i disordini e i morti di Novy Uzen, una cittadina del Sud-Ovest del paese, spinsero Gorbachev a nominare Nazarbayev alla testa del PCK . E lo stesso Nazarbayev fece subito dopo (Settembre 1989) approvare dal Soviet Supremo kazako la legge che riduceva ufficialmente la lingua russa a un rango leggermente inferiore a quello del Kazako: solo ufficialmente però, sia perché tutti Kazaki conoscono il Russo, mentre pochi nelle altre comunità conoscono abbastanza il Kazako da poterlo usare nel sistema educativo, nell’amministrazione e negli affari, sia perché la lingua kazaka non è mai diventato uno strumento linguistico moderno adatto a un uso di questo tipo.

La nuova legislazione in campo linguistico incontrò, ovviamente, l’opposizione di molti cittadini di origine non kazaka, tanto che, negli anni immediatamente successivi all’indipendenza è stata attiva una sezione kazaka dell’organizzazione nazionalista russa “Yedinstvo,” che svolse una campagna per l’annessione delle regioni settentrionali del Kazakistan al vicino del Nord, ma con scarso successo. Del resto, già nel Settembre del 1990 – quindi prima che l’Urss entrasse in fase di dissoluzione – una proposta di A. Solzhenitsyn di ridisegnare i confini interni e di trasferire parti di territorio kazako alla Russia aveav provocato ferme dimostrazioni di protesta.

L’emigrazione di molti russi – ed il terribile crollo economico della Federazione – avevano a lungo fatto apparire la questione come sopita. Ma ancora dieci anni dopo, nel 2000, 22 persone sono state arrestate ad Oskemen (nel Kazakistan nord-orientale) sotto l’accusa di sovversione e di far parte di un complotto separatista filo russo. E poi, nel 2005, il governo ha dichiarato persona non grata l’uomo politico russo Vladimir Zhirinovsky, che in Kazakistan c’è nato, e che aveva messo in discussione – in un discorso pubblico – il tracciato dei confini russo-kazaki e la stessa legittimità storica della Repubblica nata dal crollo dell’Urss.

Con il miglioramento delle condizioni economiche in Russia, e con la rinascita dell’orgoglio russo dopo la profonda umiliazione degli anni di Yeltzin è indubbio che il separatismo russo in Kazakistan sarebbe rinato, se la situazione politica ed economica non fosse stata gestite con grande abilità da Nazarbayev – che non nasconde di essere un kazako fortemente europeizzato –, e se non fosse stato per il discredito del politico russo – Vladimir Zhirinovsky – che è stato ancora sino a poco tempo fa il principale “nostalgico” dell’Impero russo-sovietico, Questi, infatti non fa campagna solo per l’annessione alla Russia del Kazakistan nord-orientale, ma ancora nel 2009, in occasione dell’uscita del film Taras Bulba, ha dichiarato che “chiunque abbia visto questo film capisce che Russi ed Ucraini sono un solo popolo, e che il loro nemico è l’Occidente”, e nel Febbraio dell’anno successivo ha lanciato la previsione che l’Ucraina sarà parte della Russia “nel giro di cinque anni”. Così, anche l’Ucraina lo ha dichiarato nel 2006, subito dopo il Kazakistan, persona non grata. Ma mente la situazione politica ucraina ha fatto sì che la dichiarazione sia stata revocata un anno dopo, perché molti Ucraini sono d’accordo con lui, nel caso del Kazakistan la condanna è tuttora in vigore.

Nel complesso, insomma, bisogna tenere conto del fatto che le aspirazioni separatiste dei Russi rimasti nelle ex-Repubbliche sovietiche non hanno mai trovato vero sostegno in Russia, sia – nel periodo Yeltzin – per il totale disfacimento ed asservimento del governo russo agli oligarchi e ad interessi stranieri, sia nel periodo di Putin e di Medviedev, per il timore – comprensibile data la composizione della Federazione Russa – che per favorire l’idea del separatismo presso le minoranze russe in altri paesi si potesse finire per legittimare il separatismo delle minoranze nazionali della stessa Russia, provocando una catastrofe ulteriore e ancora più terribile della dissoluzione dell’Unione Sovietica.

D’altro canto, va anche notato che i Russi e i russofoni della cosiddetta “diaspora” sono andati acquistando caratteristiche ed auto-identificazioni particolari, un pò come i “cinesi d’Oltremare” rispetto ai Cinesi del Continente. E ciò sia per influsso dell’ambiente culturale, sia per reazione a come essi sono percepiti dale maggioranze etniche dei paesi in cui vivono, sia per le peculiari esperienze che hanni attraversato nell’ultimo ventennio. Pur non cessando, anzi essendo costretti a vedersi, come “Slavi postsovietici” (ad esempio in Lettonia, un paese della UE dove essi costituiscono il 48% della popolazione, ma non godono del diritto di voto).

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