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Le capacità nucleari cinesi e la competizione con gli USA

La U.S. Nuclear Posture Review, pubblicata il 3 febbraio 2018, segue le orme della NSS 17 e della NDS 18 e conferma la Cina come principale competitor degli USA. Pechino starebbe, infatti, cercando di limitare la proiezione del potere americano nella regione Indo-Pacifica e, a tal fine, starebbe modernizzando la propria forza nucleare. Quale è la capacità nucleare oggi? Su quali punti di forza può contare? Quali le tendenze per il futuro?

Le capacità nucleari cinesi e la competizione con gli USA - Geopolitica.info

Questo articolo integra quanto analizzato della dottrina nucleare cinese in “La Cina intende davvero utilizzare l’arma atomica?”. Si consiglia, quindi, di leggere i due articoli congiuntamente.
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La National Security Strategy 2017 e il Summary della National Defense Strategy 2018 individuano nella   riemersione della competizione strategica tra gli Stati il principale elemento di minaccia per gli USA nel nuovo contesto globale. La Nuclear Posture Review 2018 aggiunge che, mentre gli USA avrebbero continuato a ridurre la potenza, il numero e la pericolosità delle proprie armi atomiche, la Cina si è mossa nella direzione opposta avviando una generale modernizzazione del proprio deterrente nucleare.

In questa sede si prenderà in considerazione solo la capacità intercontinentale della Repubblica Popolare Cinese (RPC) che potrebbe essere messe in campo in caso di strike nucleare contro il territorio statunitense, lasciando, quindi, fuori le capacità di teatro e di raggio corto, medio e intermedio che potrebbero, comunque, avere un ruolo nella deterrenza e nelle operazioni contro gli USA.
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→ […] IL POTERE NUCLEARE FUNGE NON SOLO DA “CARDINE DELLA DETERRENZA STRATEGICA” E, QUINDI, DELLA “SICUREZZA NAZIONALE” CINESE MA ANCHE DA SUPPORTO ALLO STATUS DI GRANDE POTENZA DEL PAESE […]


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Per quanto riguarda le testate, l’arsenale nucleare dovrebbe contare tra le 180 e le 270 unità, a seconda delle diverse stime, registrando, quindi, una netta inferiorità all’arsenale degli USA e della Russia, in linea con l’obiettivo di “deterrenza esistenziale” e di “deterrente minimo”. La forza missilistica intercontinentale cinese sarebbe composta da circa 50-70 Intercontinental Balistic Missiles (ICBM) di cui, però, solo tra i 40 e i 50 in grado di colpire gli USA. Della forza balistica lanciata da sottomarino (Submarine-launched ballistic missile, SLBM) è difficile effettuare una stima mentre è facile conoscere il numero dei sottomarini (4 SSBN in servizio). I bombardieri strategici sono il vero punto debole della forza nucleare cinese, essendo in numero ridottissimo e in gran parte obsoleti (derivati dai Tupolev-16 ritirati dal servizio 25 anni fa in Russia).

Di fronte alla supremazia americana offensiva e difensiva, ci sarebbe da dubitare, quindi, della capacità cinese di un second strike. Infatti, la forza ICBM land-based, oltre ad essere di dimensioni contenute, è fissa (in silos) e a propellente liquido, il che la rende più vulnerabile ad un first strike o intercettabile in caso di lancio. La forza missilistica sottomarina, a sua volta, soffre un limite strutturale: i SLBM in servizio (JL-1) per raggiungere il territorio nord-americano dovrebbero essere lanciati da sottomarini inoltrati nel Pacifico, superando la prima e la seconda catena di isole che cingono la Cina, i numerosi alleati americani nell’area e avvicinandosi alle basi americane di Guam e delle Hawaii, in un’impresa che molti ritengono inverosimile. Il primato navale americano si sostanzia, infatti, in una presenza preponderante nel quadrante Pacifico contro la quale la Cina non ha strumenti nè per un attacco nè per una diversione, potendo contare su una minuscola flotta di portaerei (2 unità in servizio di cui 1 quasi-obsoleta, 1 in costruzione contro le 10 americane) e un minor numero di Large Surface Combatant. Anche per questo, la RPC considera una priorità di sicurezza nazionale assicurarsi l’esclusivo sfruttamento dei mari e degli arcipelaghi limitrofi. Come menzionato, la Cina non potrebbe neanche fare affidamento sulla propria forza aerea strategica.

Per eliminare questi limiti e assicurarsi una deterrenza efficace, la leadership cinese del XXI secolo ha avviato un processo di modernizzazione della forza nucleare nazionale. In questa sede si cercherà di illustrarne i caratteri essenziali:

Per quanto riguarda i vettori intercontinentali, il 2016 è stato l’anno di svolta con il test del Dongfeng-41, il nuovo ICBM Multiple Independently targetable Reentry Vehicle cinese a propellente solido, lanciabile da piattaforme mobili con una gittata plausibile di 12 mila km. Il missile dovrebbe entrare in servizio durante il 2018 e fungere da prototipo per i nuovi vettori intercontinentali di terza generazione. In merito alla capacità sottomarina, constatati i problemi che compromettono la deterrenza cinese in questo dominio, la modernizzazione in atto procede sia sul versante SSBN (sottomarini lanciamissili balistici) che su quello missilistico. Quattro nuovi sottomarini dovrebbero entrare in servizio nei prossimi anni, dotati di maggiore capacità missilistica per ospitare il nuovo JL-2 (~7000 km di raggio). In fase di sviluppo e test è entrato il successore del JL-2, il JL-3, di cui però non si hanno informazioni certe. Per completare la triade strategica, l’Esercito Popolare di Liberazione sta sviluppando il suo nuovo bombardiere H-20 che dovrà sostituire gli obsoleti sistemi in servizio, pur non sembrando il dominio aereo la preoccupazione principale di Pechino. Vale la pena menzionare il sistema di difesa missilistica mid-course che la Cina sta sviluppando e per cui ha già acquisito capacità hit-to-kill. Il compito di tale sistema sarebbe di difendere i silos missilistici, che in futuro saranno sempre meno, e, soprattutto, i comandi strategici cinesi.

In conclusione, l’opinione generalmente condivisa è che la modernizzazione nucleare cinese in corso, forte di una performance economica cinese che ha aumentato le risorse a disposizione, stia assicurando alla Cina la tanto agognata capacità di second strike. Ciò trasformerà necessariamente il contesto di sicurezza della regione asiatica e, perciò, USA e Repubblica Popolare dovranno elaborare nuovi framework bilaterali e, solo in seconda battuta, multilaterali per affrontare il nuovo scenario. Gli USA, in questo senso, dovranno accettare la Cina come attore strategico assertivo e negoziare con essa un quadro di regole che riduca gli attriti e le incomprensioni, e che sia in grado di promuovere gli esiti win-win, affrontando quei terreni scivolosi che appaiono tali perché lasciati alla percezione soggettiva. Lo status quo regionale è, effettivamente, altamente contestato e ciò non aiuta nel compito appena individuato, ma è importante sottolineare che Cina e USA, nonostante la competizione, non conoscono alti livelli di ostilità da circa mezzo secolo e, quindi, possono approfittare di un contesto ancora costruttivo di relazioni per sviluppare una relazione strategica salda e pacifica.

La Cina intende davvero utilizzare l’arma atomica?

Potenza economica, politica e sempre più militare, la Repubblica Popolare Cinese (RPC) dispone di un altro potere, quello nucleare a cui ha affidato dal 1964 il vitale compito di dissuadere i nemici dal minacciarla. Che ruolo gioca nella sicurezza nazionale il nucleare cinese? Quali sono le tendenze attuali?

La Cina intende davvero utilizzare l’arma atomica? - Geopolitica.info

La radice storica del pensiero nucleare cinese è da ricercare nell’esperienza traumatica delle crisi dello stretto di Taiwan negli anni ’50 quando gli Stati Uniti, legati alla Repubblica di Cina (Taiwan) contro il comune nemico comunista, avevano ventilato la possibilità di un attacco nucleare contro Pechino. Il traballante rapporto, poi, con l’URSS post-stalinista sarebbe poi culminato nella rottura definitiva del giugno 1959 della cooperazione nucleare.

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→ […] L’ESERCITO POPOLARE DI LIBERAZIONE (EPL) È LA FORZA ARMATA PIÙ GRANDE DEL MONDO E RIUNISCE LE FORZE DI TERRA, LA MARINA, L’AERONAUTICA, UNA FORZA MISSILISTICA E UNA FORZA DI SUPPORTO STRATEGICO […]


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Al momento del primo test cinese nel 1964, due contributi risultarono fondamentali per il processo di elaborazione strategica.

Il primo, quello di “guerra popolare”, fu elaborato da Mao Zedong che poneva la massima attenzione sulla guerra convenzionale, persuaso della divisione inequivocabile tra convenzionale e nucleare e convinto che le superpotenze nucleari non avrebbero mai, nonostante le minacce, utilizzato il nucleare per scoraggiare un attore convenzionale di minor potenza come la Cina. Dotarsi di capacità nucleari, quindi, era importante ma non era l’elemento principale della deterrenza secondo Mao Zedong.

Il secondo, quello di “deterrente esistenziale” elaborato da Zhou Enlai, testimonia quanto una parte della leadership cinese percepisse il rischio di essere esclusa dal club nucleare o, peggio, doverci entrare alle condizioni di qualcun altro. Consci del rischio corso durante gli anni ’50, questi leader vedevano la bomba come lo strumento per scardinare il monopolio bipolare e garantirsi la sopravvivenza in un mondo di “distruzione di massa”.

Con queste premesse si arrivò all’ottobre 1964 quando la RPC condusse il primo test nucleare facendo esplodere un ordigno di 22 kilotoni nello Xinjiang meridionale. Le cronache raccontano che esponenti del governo cinese avrebbero dichiarato dopo il test che “la Cina non avrebbe impiegato le armi nucleari in nessuna circostanza o momento”. Il concetto di “No First Use” è, quindi, tratto congenito della dottrina nucleare cinese.

Nella dottrina nucleare della RPC, almeno fino agli anni ’90, sussisterebbe in virtù dei principi appena riportati una chiara e netta distinzione tra nucleare e convenzionale per cui l’arma nucleare sarebbe da utilizzare solo ed esclusivamente nel caso di un attacco nucleare nemico mentre per tutte le altre opzioni rimarrebbe prerogativa della forza convenzionale proteggere la sicurezza nazionale. Coerentemente con la visione maoista, il convenzionale dissuaderebbe il convenzionale, il nucleare dissuaderebbe il nucleare. Corollario di questo approccio è da considerare l’impegno cinese a non utilizzare l’arma atomica contro uno stato non nucleare o in una zona denuclearizzata e che, quindi, non può esercitare una minaccia nucleare contro Pechino.

I principi essenziali individuati fino a qui aiutano, quindi, a comprendere il perché quando si parli del potere nucleare cinese lo si qualifichi come un “deterrente minimo” e un “deterrente difensivo”, volto a dissuadere potenziali nemici dal minacciare e utilizzare l’arma nucleare contro Pechino tramite la minaccia di una rappresaglia counter-value minima ma credibile.

Il concetto di second strike è quindi centrale nel pensiero strategico cinese e, assicurare che la Cina vanti questa capacità, è una priorità di sicurezza nazionale per la leadership comunista. Nei documenti strategici cinesi, la forza nucleare, per poter assicurare un second strike deve essere resiliente, affidabile e capace di penetrare le difese nemiche. Pur fondamentale, il concetto di second strike dimostra quanto la Cina fosse in una posizione di mera reazione alle capacità di attacco dei nemici.

A partire dagli anni ’90, nei documenti strategici cinesi, pur venendo confermata la piena adesione alla “NFU policy”, vengono aggiunte alcune importante eccezioni, che renderebbero la divisione tra convenzionale e nucleare più sfumata nelle decisioni della leadership cinese e, quindi, sembrano moderare l’importanza del NFU.

Il testo “Science of Second Artillery Campaigns” (2004) del Second Artillery Corps, ad esempio, riporta che un attacco nucleare cinese è da considerare possibile, non solo dopo un first strike nucleare nemico, ma anche dopo la semplice minaccia, in seguito ad un attacco convenzionale contro impianti nucleari (con conseguente pericolo di radioattività) o contro “importanti obiettivi strategici cinesi”, in caso di bombardamento convenzionale prolungato e ad alta intensità da parte di un attore più forte (sia convenzionalmente che strategicamente) che causino danni insostenibili. Inoltre, viene riservata la possibilità di strike nucleare anche come deterrente di un attacco a uno dei nodi fondamentali dell’infrastruttura cinese nucleare.

Se considerate genuine e non un bluff per mostrare i muscoli e rinforzare la deterrenza cinese, queste eccezioni sfumano enormemente il ruolo del NFU cinese, introducendo la possibilità di pre-emptive strike, ossia attacco preventivo, in caso di minaccia imminente e facendo venire meno la distinzione tra attacco convenzionale e nucleare e di fatto aprendo alla possibilità di una rappresaglia nucleare di fronte a un attacco convenzionale.

Inoltre, il combinato disposto delle eccezioni sopra-menzionate e della modernizzazione nucleare cinese in corso sembra rendere l’approccio nucleare odierno più flessibile e meno nitido. Infatti, le nuove tecnologie e i sistemi dual-use (sia per la capacità convenzionale che nucleare) introdotti, quali satelliti, sottomarini ma anche gli stessi missili di teatro o a raggio corto/intermedio (che possono montare o meno testate nucleari), possono, in caso di crisi, fornire lo ‹‹slippery slope›› (il pendio scivoloso) di cui parla Robert Jervis, rischiando di trasformare un conflitto convenzionale in una guerra nucleare. Pechino sarebbe portata a considerare un attacco contro questi sistemi un’avvisaglia dell’imminente first strike americano contro le capacità nucleari cinesi e potrebbe optare per una risposta nucleare.

Sembrerebbe, quindi, che la Cina, forte di un’ascesa economica travolgente, stia affidando al nucleare un ruolo crescente per la deterrenza delle minacce, sia nucleari che convenzionali, alla propria sicurezza nazionale e, a tal fine, stia perseguendo un processo di modernizzazione delle proprie capacità. Valutare se e come questa tendenza influenzi la relazione strategica tra USA e Cina e il contesto di sicurezza in Asia Pacifico è compito arduo ma mostra chiaramente l’aspirazione cinese a un ruolo di leader non solo economico.

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[…] IL SOGNO CINESE”, OVVERO L’ASPIRAZIONE AD ASSURGERE NUOVAMENTE ALL’APICE DEL SISTEMA INTERNAZIONALE […]


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Riprendendo le parole di Xi Jinping (dicembre 2012), il potere nucleare funge non solo da “cardine della deterrenza strategica” e, quindi, della “sicurezza nazionale” cinese ma anche da “supporto allo status di grande potenza del paese”.

L’incognita Iran nel futuro equilibrio del Medio Oriente

Dopo gli accordi di Vienna sul nucleare iraniano, il futuro della Repubblica Islamica sembrava certo: una maggiore apertura con gli interlocutori internazionali, e un ruolo primario negli equilibri del Medio Oriente. Con l’avvento di Trump questa traiettoria politica sembra meno certa, ma Teheran ha molti fattori che favoriscono la sua ascesa. 

L’incognita Iran nel futuro equilibrio del Medio Oriente - Geopolitica.info

Sia Obama che Donald Trump, nonostante le enormi differenze di vedute dovute all’appartenenza a schieramenti politici opposti, hanno una strategia sul Medio Oriente relativamente simile. Entrambi fautori di un disimpegno degli Stati Uniti dalle tensioni nella regione, il primo perché aveva individuato nel quadrante Asia-Pacifico il nuovo imperativo strategico per il futuro degli Stati Uniti, il secondo per concentrare le risorse statunitensi nella rivoluzione economica promessa in campagna elettorale, e ambedue consapevoli del rischio di overstretching proprio di una superpotenza che vede eclissare la propria egemonia mondiale.
In un’intervista a The Atlantic, nell’aprile del 2016, Obama parlava così a proposito del ruolo degli Stati Uniti nel Medio Oriente: “i nostri amici tradizionali non hanno la capacità di spegnere le fiamme da soli o vincere in modo decisivo da soli. Questo vorrebbe dire che dobbiamo continuare a partecipare e usare il nostro potere militare per regolare i punteggi . E questo non sarebbe nell’interesse né degli Stati Uniti né del Medio Oriente”, evidenziando la volontà di disimpegnarsi dalla risoluzione delle diatribe tra gli stati della regione. Anche Trump, nel suo viaggio in Medio Oriente a maggio del 2017, ribadisce lo stesso concetto di Obama:  “Le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che il potere americano schiacci un nemico per loro. Le nazioni del Medio Oriente dovranno decidere quale tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli”. 

La discontinuità di Trump con la precedente amministrazione riguarda l’idea di architettura regionale del nuovo Medio Oriente: mentre Obama, come evidenziato dall’accordo sul nucleare del 2015 – considerato una grande vittoria dall’amministrazione democratica – e dalle ripetute dichiarazioni sulla ricerca di una cooperazione tra l’Arabia Saudita e l’Iran (“accogliamo con favore un Iran che svolge un ruolo responsabile nella regione, e che intraprende passi concreti e pratici per costruire fiducia,  risolvere le sue differenze con i suoi vicini con mezzi pacifici, rispettare le regole e le norme internazionali”), considerava Teheran un attore fondamentale per la stabilizzazione del Medio Oriente, Trump, nel corso del suo tour in Arabia Saudita e Israele, ha evidenziato un approccio maggiormente tradizionale alla regione.
Proprio a Riyadh, davanti ai principali leader del mondo arabo, Donald Trump ha rivolto dure parole contro la Repubblica Islamica, considerata una minaccia per gli equilibri mediorientali: “Per decenni l’Iran ha alimentato il fuoco del conflitto settario e del terrore. È un governo che parla apertamente di omicidi di massa, promettendo la distruzione di Israele, la morte  dell’America e la rovina di molti leader e nazioni in questa stanza”, ha dichiarato, aggiungendo che “fino a quando il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, tutte le nazioni di coscienza devono lavorare insieme per isolarlo, negare i finanziamenti per il terrorismo e pregare per il giorno in cui il popolo iraniano avrà il giusto governo che merita.”

Minaccia, quella iraniana, che Trump vuole combattere tramite gli storici alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente: Arabia Saudita e Israele. Vanno viste in questa ottica il maxi accordo (storico per numeri) di fornitura di armi di Washington a Riyadh, dal valore di oltre 110 miliardi di dollari, o la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale israeliana. Segni inequivocabili di un riavvicinamento dell’amministrazione americana ai due pilastri della politica statunitense in Medio Oriente, dopo che l’accordo sul nucleare, oltre che alcune dichiarazioni non propriamente distensive, avevano allontanato Obama da Israele e l’Arabia Saudita.
Quella di Trump è una rivisitazione della Dottrina Nixon, cioè la strategia in politica estera elaborata alla fine degli anni ’60 dal neo eletto presidente e il suo consigliere Kissinger, che si basava sul progressivo disimpegno diretto degli Stati Uniti dall’Indocina, accompagnato da un potenziamento delle capacità e della solidità dell’apparato governativo e militare del Vietnam del Sud (filo-americano), nel contesto del conflitto vietnamita. Trump basa la sua strategia in Medio Oriente sul contenimento della minaccia iraniana tramite il rafforzamento degli alleati storici di Washington, considerati i principali attori che caratterizzano l’equilibrio della regione.

Tutta la bibliografia sull’Iran, che negli anni delle trattative sul nucleare ha subito un’impennata, dovuta all’inflazione mediatica che ha avuto la Repubblica Islamica, presenta una visione omogenea sul futuro di Teheran: una visione ottimistica, modellata sulle strategie Dem per il futuro del Medio Oriente, che vedeva l’Iran sempre più integrato nell’arena internazionale. Questa uniformità di giudizi si è diffusa grazie alla certezza, quasi assoluta, della vittoria della democratica Hillary Clinton, e quindi con un’amministrazione in continuità con la precedente.
La vittoria di Donald Trump, inaspettata per l’iniziale divario elettorale tra i due candidati, ha cambiato le carte in tavola: il neo presidente statunitense, nel solco del disfacimento degli atti della precedente amministrazione, ha sempre considerato l’accordo sul nucleare iraniano come una sconfitta per la Casa Bianca, e in coerenza con la tradizione repubblicana, ha spostato di nuovo il peso degli Stati uniti sugli storici alleati nella regione, annullando le previsioni lette sul futuro iraniano.

In una regione instabile come quella mediorientale, il peso e le decisioni di una superpotenza come quella degli Stati Uniti hanno un ruolo rilevante per il futuro dei singoli attori. Quel che non è scontato, però, è che Israele e l’Arabia Saudita possano davvero contenere l’ascesa dell’Iran e la sua ricerca di un ruolo primario negli equilibri del Medio Oriente.
Israele è impossibilitato, per evidenti motivi di natura etnica, politica e religiosa,  a partecipare al conflitto per conquistare l’egemonia della regione, e l’Arabia Saudita negli ultimi anni ha accumulato un gap con la controparte iraniana non indifferente.

Teheran, dalla sua, può sfruttare diversi fattori per consolidare la sua influenza in Medio Oriente. Nel corso degli ultimi 10 anni la Repubblica Islamica, tramite una dottrina militare fondata su una strategia asimmetrica, fiore all’occhiello dell’Iran, ha massimizzato il suo ruolo nella regione, ed esercita una notevole influenza in almeno quattro capitali mediorientali: Damasco, Baghdad, Beirut e Sana’a.
Grazie alla rete di milizie paramilitari, coordinate dalla divisione Quds delle forze dei Pasdaran, l’Iran ha raggiunto importanti risultati militari, arrivando a creare quel corridoio sciita che tanto spaventa i suoi avversari, e che permette a Teheran di avere una capacità di proiezione che raggiunge il Mediterraneo.


L’Iran ha l’occasione di raccogliere quanto ha seminato negli anni dei conflitti in Iraq e in Siria, oltre che nel massimizzare la propria influenza nello Yemen tramite il ruolo degli Houthi.
Per far questo, però, ha bisogno di cambiare alcuni aspetti della sua dottrina militare, cercando di renderla più tradizionale:

  • l’aumento delle risorse per la difesa, ancora troppo basso per un importante ammodernamento delle forze armate
  • l’incremento della cooperazione e del grado di fiducia tra l’Artesh (l’Esercito Nazionale) e le Guardie della Rivoluzione, con un maggiore ruolo dell’esercito anche nei teatri esterni, fino ad oggi di esclusiva competenza delle Guardie della Rivoluzione
  • il rilassamento delle posizioni del regime che non vedono di buon occhio le tattiche di guerra tradizionali per retaggi ideologici
  • un cambiamento della percezione della minaccia, che permetta un passaggio dalla posizione dominante della difesa asimmetrica contro gli Stati Uniti a una concentrazione sulle minacce regionali

Un cambio nella dottrina militare che preveda un approccio più tradizionale, che si concentri sulla capacità di proiezione terrestre, aerea e marina, e sulla progettazione di basi militari permanenti fuori dai confini, incrementerebbe esponenzialmente l’effettiva influenza regionale  dell’Iran, e tradurrebbe l’attuale “corridoio sciita” in un vero e proprio sistema di alleanze consolidate. La strategia asimmetrica, fondata sul ruolo delle milizie e sullo sviluppo dei missili balistici (che al momento offrono all’Iran il più variegato e grande arsenale del Medio Oriente), ha consentito grandi progressi dal punto di vista militare al paese, che possono essere cristallizzati tramite alcune variazioni strategiche.
La presenza nella zona ad ovest dello Yemen permette all’Iran un ulteriore importante traguardo, quello del controllo di entrambi gli stretti del Golfo Persico, quello di Hormuz e quello di Beb el-Mendab, come analizzato in un precedente articolo, esercitando una fortissima azione di deterrenza sul commercio mondiale.
Inoltre strutturalmente l’Iran presenta dei dati di tutto rispetto, come quello relativo alla propria demografia: ha 80 milioni di abitanti (il secondo paese dopo l’Egitto in tutta la regione del MENA), quota raggiunta nel 2015 e ricercata da diversi piani familiari che stanno a sottolineare la volontà dell’establishment iraniano di puntare sul fattore demografico, e secondo il rapporto sullo sviluppo umano delle Nazioni Unite il paese arriverà nel 2030 a toccare quota 100 milioni di abitanti. Comune ad altre nazioni della regione, la maggior parte della popolazione dell’Iran si trova sotto la soglia dei 35 anni, e il paese presenta un tasso altissimo di alfabetizzazione universitaria: con circa 4,5 milioni di iscritti alle università e 750.000 laureati l’anno (principalmente nel settore ingegneristico), l’Iran può contare su un gran bacino di giovani scolarizzati, alimentando le capacità di sviluppare know how interno.

Il martellante messaggio di Donald Trump volto a indicare la Repubblica Islamica come nemico degli Stati Uniti ha uno scopo ben preciso: far continuare Teheran a sviluppare i propri imperativi strategici sulla difesa della minaccia da Washington, rallentano quel processo di modernizzazione militare che permetterebbe al paese di conquistare un ruolo egemone nella regione.
Il Medio Oriente ha diversi scenari di instabilità, che si sono riaccesi con la violenza tra palestinesi e israeliani, e rimane difficile prevedere un futuro per la regione. Tra i fattori determinanti ci sarà da vedere quanto l’avvicinamento strategico, in chiave anti iraniana, tra il Regno saudita e Israele possa tenere dopo il riacutizzarsi del conflitto tra mondo arabo e islamico e la controparte israeliana. Conflitto che l’Iran può cavalcare facilmente per aumentare la propria legittimità nel umma islamica.

Il futuro della Repubblica Islamica sarà un argomento principale della nuova Winter School organizzata dal Centro Studi Geopolitica.info, dal titolo “L’Era di Trump: Russia, Cina, Iran e le altre sfide al sistema unipolare”. Clicca sul titolo per scoprire il programma completo.

Sauditi e iraniani nel grande gioco mediorientale

Mentre l’Iran, con la fine delle sanzioni, sembra avere riconquistato il proprio peso economico sui mercati petroliferi internazionali, l’Arabia Saudita denuncia l’appeasement statunitense nei confronti del programma nucleare di Teheran. La nuova leadership di Riyad, sempre più decisa a giocare in Medio Oriente il ruolo di Paese guida degli arabi sunniti, punta, insieme ad Ankara, a rovesciare il governo di Damasco, se necessario anche con un intervento diretto sul campo. Il rischio è che quella che fino ad ora si è manifestata come una guerra per procura tra Riyad e Teheran (quest’ultima impegnata nel supporto a Bashar al-Assad, insieme alle milizie sciite di Hezbollah) possa trasformarsi nella prima guerra regionale del Medio Oriente, con tutti i rischi che un simile scenario può comportare sul piano della sicurezza globale

Sauditi e iraniani nel grande gioco mediorientale - Geopolitica.info Proteste a Teheran per l'esecuzione di Nimr al Nimr, gennaio 2016 (cr: Mohammed Al-Shaikh / AFP)

Obiettivi divergenti e corsa agli armamenti

Lo scenario mediorientale sembra percorso da dubbi circa la validità dell’accordo sul cessate il fuoco in Siria (che si sarebbe) raggiunto, con la mediazione dell’Inviato Speciale delle Nazioni Unite per la Siria (Staffan de Mistura), tra Stati Uniti e Federazione Russa durante la 52° Conferenza di Monaco sulla sicurezza (Munich Security Conference, 12-14 febbraio 2016). Intanto, tra Arabia Saudita e Iran comincia a farsi udire un pericoloso tintinnio di sciabole. I prodromi di questa diatriba, tra (quello che aspira ad essere) il Paese guida del mondo arabo sunnita e lo Stato capofìla della famiglia confessionale sciita, erano già sorti alla vigilia dell’accordo tra Washington e Teheran sul programma nucleare iraniano. Riyad, preoccupata dalle possibili implicazioni militari, aveva rivelato di volere acquisire know-how nucleare dal Pakistan, trovando in Islamabad un partner compiacente e agitando lo spettro della corsa agli armamenti in Medio Oriente.

Secondo il Global Defence Trade Report del gruppo di consulenza strategica IHS Inc., nel 2014 il regno saudita ha sostituito l’India come principale acquirente di sistemi d’arma dagli Stati Uniti. Un altro studio, The Military Balance 2014, (dell’International Institute for Strategic Studies -IISS), rivelava come Riyad, nel 2013, avesse superato il Regno Unito nella lista dei Paesi che investono maggiormente nel settore delle forze armate, posizionandosi, (con una spesa pari a 60 miliardi di Dollari), al quarto posto dopo Stati Uniti, Repubblica Popolare Cinese e Federazione Russa. Spalleggiati dalle ambizioni neo-ottomane della leadership turca, i sauditi si sono inoltre imbarcati, insieme ad altre petromonarchie del Golfo (Qatar in primis), nell’avventura siriana, ponendosi in aperto contrasto con l’alleanza sciita che sostiene il governo di Damasco composta, oltre che dagli iraniani, dalle milizie libanesi di Hezbollah e dagli alawiti (Nusairi) del presidente siriano Bashar al-Assad.

A completare lo schieramento delle diverse forze in campo ha contribuito l’intervento militare russo in Siria, che, come rivelato da immagini satellitari israeliane mostrate il 2 febbraio dal Fisher Institute for Air and Space Strategic Studies della Israel Air Force Association, recentemente è stato potenziato con il dispiegamento di nuovi mezzi, tra cui batterie missilistiche terra-aria S-400 “Triumph” e il sistema combinato missili/artiglieria anti aerea a corto-medio raggio Pantsir S-1 (nome in codice NATO SA-22 Greyhound). Dal canto suo l’Iran ha insistito con l’alleato russo perché venisse rispettato il contratto siglato nel 2007 (del valore di 800 milioni di Dollari, circa) per la fornitura di cinque sistemi difensivi missilistici mobili terra-aria S-300, che, con molta probabilità, saranno consegnati nella versione VM “Antey 2500” (nome in codice NATO, SA-23 Gladiator/Giant). Il 5 febbraio 2004, secondo la Federation of American Scientists, l’Iran avrebbe inoltre testato un siluro Shkval di fabbricazione russa, in grado, grazie all’effetto della supercavitazione, di raggiungere una velocità di 370 km/h.

Religione e politica di potenza

Quella che nel gennaio scorso sembrava essere nata come una sorta di guerra diplomatica dopo la rottura delle relazioni tra le rispettive rappresentanze di Riyad e Teheran a seguito degli incidenti presso la sede dell’ambasciata saudita nella capitale iraniana, (a loro volta innescati dalla condanna a morte del capo religioso sciita Nimr al-Nimr, giustiziato insieme ad altri 46 cittadini sauditi con l’accusa di terrorismo), rischia di trasformarsi in una sorta di guerra inter-religiosa per l’egemonia nel mondo islamico mediorientale. Tuttavia, l’aspetto confessionale, sebbene di considerevole importanza, non deve essere assunto come unico fattore di valutazione dei sommovimenti geopolitici attualmente in corso in Medio Oriente.

Accanto a quello religioso vanno considerati almeno altri due elementi: gli interessi economici e finanziari, legati soprattutto alle oscillazioni del prezzo del greggio, e la politica di potenza perseguita da alcuni esponenti della nuova leadership saudita venutasi a formare dopo la morte di Re ‘Abd Allah (23 gennaio 2015), in particolare dal ministro della Difesa, Sua Altezza il Principe Mohammed bin Salman bin Abdulaziz Al Saud. Il 12 febbraio scorso la Saudi Press Agency riportava la dichiarazione con la quale il consigliere militare del ministro saudita, Brigadiere Generale Ahmed Hassan Asiri, confermava come il regno fosse pronto ad inviare forze militari (ground troops) in Siria per contrastare il terrorismo.

Asiri, che parlava da Bruxelles, dove si era recato con una delegazione guidata dal Principe Mohammed bin Salman per un incontro convocato nel Quartier Generale della NATO tra i ministri della Difesa di ventotto Paesi (tra cui l’Italia) con lo scopo di discutere la strategia di contrasto all’ISIL (Daesh), aveva sottolineato come tale scelta fosse da ritenersi una “irreversible decision”. Sulla base di questi presupposti politico-militari, il copione della guerra “per procura” tra sauditi e iraniani combattuta nel teatro (solo apparentemente) periferico dello Yemen rischia dunque di potersi replicare anche in Siria? Le parole di Asiri sembrano suggerirlo.

Soprattutto se si considera che esse sono giunte quale conferma di quanto già dichiarato il 9 febbraio dal ministro degli Esteri saudita, Adel bin Ahmed Al-Jubeir, circa l’invio in territorio siriano di un contingente composto da forze speciali; decisione accolta con favore dal Dipartimento di Stato di Washington, ma con toni minacciosi dal governo di Damasco. Dovrebbe essere proprio l’Arabia Saudita infatti il Paese leader della Islamic Military Alliance avente, all’interno della più vasta coalizione internazionale, il mandato di contrastare Daesh, specialmente in Siria.

Equilibri regionali e petrodiplomazia

Se il dato delle diverse appartenenze confessionali può apparire immediatamente comprensibile, meno definito sembra invece essere quello degli equilibri geopolitici, tanto che il confine tra (vecchi) alleati e (nuovi) nemici risulta labile. E’ il caso, ad esempio, di alcune anomalie che sembrano interessare la “special relationship” tra sauditi e statunitensi, le quali possono confondere anche l’osservatore più attento. L’alleanza tra Washington e Riyad affonda le sue radici negli anni Trenta del secolo trascorso, quando i capitali della Standard Oil Company of California fecero il loro ingresso nel mercato petrolifero degli Al Saud, fino alla creazione (il 31 gennaio 1944) di quella che ancora oggi è la compagnia petrolifera di Stato, la Saudi Aramco (contrazione dell’originario Arabian American Oil Company).

Sopra tutte, due novità recenti sembrano minare questa intesa. Da un lato il dato (peraltro contrastato da differenti analisi statistiche) secondo cui gli Stati Uniti sarebbero divenuti, grazie anche alla tecnica della fratturazione idraulica (hydraulic fracturing), che consente loro di estrarre shale-oil, il primo produttore mondiale di petrolio (sebbene l’Arabia Saudita rimanga ancora il principale produttore all’interno del consorzio OPEC), e dall’altro il ritorno sui mercati internazionali, dopo la fine delle sanzioni, del greggio iraniano, la cui quota di mercato era stata (in buona parte) acquisita da Riyad durante il regime sanzionatorio. Se inoltre si aggiunge la decisione (dicembre 2015) del Congresso di abolire il divieto di esportazione del petrolio estratto negli Stati Uniti (contenuto, in particolare, nell’Energy Policy and Conservation Act del 1975 e nell’Export Administration Act del 1979), l’esistenza di indizi circa una (possibile) spaccatura negli equilibri mediorientali sembra trovare riscontro, sebbene il recente (16 febbraio 2016) accordo a quattro, tra Russia, Arabia Saudita, Qatar e Venezuela per congelare la produzione di greggio ai livelli di gennaio (2016), stabilizzando così il livello dei prezzi al barile, riveli da parte di Riyad un timido dietro front.

Al netto dell’accordo raggiunto dalla petrodiplomazia russo-saudita a Doha, (che in ogni caso dovrà trovare una ratifica formale e unanime tra i Paesi OPEC per essere rispettato, a cominciare da Iran e Iraq, che avrebbero invece interesse ad aumentare le rispettive quote di produzione), pare comunque che oltre il velo degli schieramenti ufficiali, in Medio Oriente, si stia consumando anche una partita economica, condotta sopra tutti dai sauditi, per rendere poco conveniente lo shale oil made in US, i cui costi di estrazione risultano essere alti rispetto alle tecniche tradizionali, e, nel medesimo tempo, escludere il greggio iraniano dai lucrosi traffici delle rotte petrolifere internazionali. Benché il primo obiettivo appaia maggiormente realizzabile, solo gli sviluppi futuri saranno in grado di fornire un quadro esaustivo di una situazione che oggi presenta ancora molte incognite.

Gli iraniani, infatti, dopo i colloqui di Teheran (17 febbraio) con i ministri del petrolio di Qatar, Iraq e Venezuela, hanno mostrato di assumere un atteggiamento ambiguo, dicendosi pronti ad appoggiare l’iniziativa russo-saudita, senza però specificare se siano anche intenzionati a bloccare de facto la propria produzione, in merito alla quale avevano affermato, invece, di essere intenzionati a portarla ai livelli precedenti all’applicazione delle sanzioni.

The controversy of the nuclear deal with Iran

The arm wrestle between the international community and Iran has one unequivocal winner: Iran. Despite the happy and hopeful comments released by most of the members of the international community, the future may not be so bright as depicted. Following the Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) signed in Vienna on 14 July 2015, the reactions in the diplomatic arena were different: words of confidence from the 5+1 negotiators and words of hostility towards the USA and Israel from the Iranian religious leadership are a proof of the way the accord is perceived by the involved parties.

The controversy of the nuclear deal with Iran - Geopolitica.info Hassan Rouhani, current Iran's president (cr. Jason Alden/Bloomberg via Getty Images)

Just as the reactions can be different, in the same way analysis can be, according to the standing point that is held. From the pages of this magazine itself two points of view are expressed by Gabriele Vargiu and Piero De Luca, respectively the USA – Middle Eastern partners relations and on the energy market.

The diplomatic quarrel between the 5+1 negotiators and the Islamic Republic started in 2006 with very distant positions. The 5+1 intent, although “swinging” over the time, was to prevent Iran from any future nuclear weapon capacity. An aspect that the deal itself does not accomplish. At the end, Iran got what it wanted: to get rid of sanctions and see legitimised what it had built illegally. A faits accomplis card that proved to be winning. From the civilian point of view it is therefore very easy to predict that Iran aims to increase the oil and gas production to the pre-sanctions capacity, but also to upgrade its electrical system through the use of nuclear energy for civilian purposes. This would allow the regime to fill the gap it has in the supply of electrical energy produced through conventional means in order to meet its domestic demand.

One element that emerges from the deal is the different way the West perceives the Middle East and the way the Middle East perceives itself. The West has often had the feeling of being on a higher stage, therefore allowed to teach the Middle East on how to solve its disputes. The relations of the West, particularly of the USA, with Middle Eastern actors and issues, such as ISIS, the Syrian crisis, the growth of radical Islam, the Arab-Israeli conflict, prove how at the end the West continually compromise with its security by not confronting the actors with the same standards it applies to itself.

Large, and sometimes harsh, discussions are currently held in the USA and Iran, respectively by the Congress and the Iranian Parliament, as to accept the deal or reject it. In the case of the USA, a large part of the Republicans oppose the deal as it does not prevent Iran from being a threat and acquire a nuclear weapon in the long term. While in the case of the Islamic Republic, the most conservative MPs oppose it as they see it a gift to the West. In both cases the respective administration, Obama’s and Rouhani’s, are working on convincing their domestic opposition to see the good, in their view, that can come from it and eventually to accept the deal.

The deal leaves the door open to several considerations. One of them concerns the inspections and the burden of proof. The deal is based on the bona fide of its parties, but it implicitly gives Iran a wider space of manoeuvre than the one granted to the opposing parties. What happens if Iran does not comply with the deal? According to the JCPOA, Iran is not required to prove it is respecting the deal, but the burden of proof is on the international community to prove that the Islamic Republic is not respecting the deal. Therefore, if there is the suspect that Iran is not complying, the international arena will have to justify its suspicion by providing proofs of its assumptions. This is an own goal as it means that all the intelligence gathered about the Iranian nuclear programme will have to be openly disclosed and discussed. Including the way those information were gathered.

Other considerations concern the non-request to Iran of change of policy towards the USA and Israel: the Islamic Republic has not been asked to recognise the USA and restore formal diplomatic relations. But most of all its status as the main sponsor of terror activities around the world is not questioned. Many analysts have raised the concern whether or not this deal will open the gate to an implicit amnesty towards Qassem Suleimani, head of the Quds force in the Iranian Revolutionary Guard and regarded as one of the main world leading terrorists and trainer and one of main strategy masterminds of groups such as Hamas, Hezbollah, the Shia militia in Iraq and some groups of Afghan Talibans.

The deal will most likely open a race to nuclear capabilities and acquisition of conventional weapons. The Sunni Arab countries, that silently oppose the deal, will most likely start programmes that will lead them to develop similar capabilities. The silent war for the hegemony over the Middle East between Shia and Sunni countries is most likely destined to become louder. In this war Iran has always been a step ahead of Sunni countries: the deal, and therefore the permission to develop nuclear energy programmes, has set them now in an even stronger position. In this race it will be more difficult for the international arena to control the genuineness of the intentions of the parties.

A few considerations concern the security of the State of Israel. Will Iran ever use a nuclear weapon against Israel? It will hardly happen. What can the Iranian regime do against Israel? Smuggle short distance rockets with small nuclear heads to terror groups, such as Hezbollah and Hamas. The JCPOA, in fact, does not really mention the collateral aspects that can follow its stipulation.

In 2010, the American author and speaker Daniel Gordis analysed carefully the threat to Israel:  What must be understood is that the threat to Israel is not that Iran will one day use the bomb. No, Iran merely needs to possess the bomb to undermine the central purpose of Israel’s existence—and in so doing, to reverse the dramatic change in the existential condition of the Jews that 62 years of Jewish sovereignty has wrought. The mere possession of a nuclear weapon by Iran would instantly restore Jews to the status quo ante before Jewish sovereignty, to a condition in which their futures would depend primarily on the choices their enemies—and not Jews themselves—make.”

It will hardly be before three or four years that the first effects of the JCPOA will be seen. In the meanwhile the whole issue may be regarded as a gamble, a failure, or a success. All voices have their own pros and cons.

Intesa sul nucleare iraniano: cosa cambia in meglio e in peggio per il Medio Oriente

Non c’è dubbio che l’accordo raggiunto a Vienna lo scorso 14 luglio tra l’Iran e il cosiddetto gruppo UE3+3 (Stati Uniti, Cina, Russia, Regno Unito, Francia e Germania) costituisca ad oggi il più importante successo diplomatico delle due amministrazioni Obama. Attaccato per i suoi passi falsi nella gestione del dossier siriano, parzialmente delegittimato dalla sconfitta nelle elezioni di mid-term del 2014 e criticato per gli scarsi risultati ottenuti dal cosiddetto approccio strategico “leading from behind”, il quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è riuscito là dove cinque suoi predecessori avevano fallito. Il prezzo da pagare però è un peggioramento nelle relazioni con i tradizionali alleati americani nel quadrante mediorientale.

Intesa sul nucleare iraniano: cosa cambia in meglio e in peggio per il Medio Oriente - Geopolitica.info Incontro a Vienna tra il Segretario di Stato John Kerry e il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, 30 giugno 2015 (cr. Reuters photo)

Ricorda Stephen Walt in “Alliances in a Unipolar World” (World Politics, vol.61, n.1, 2009) che tra le contraddizioni intrinseche a un sistema internazionale ordinato su base unipolare – o quantomeno tendente all’unipolarismo – si registra l’incapacità della potenza egemone di mantenere rapporti costruttivi con la complessità degli attori coinvolti nel sistema. In altre parole si potrebbe affermare che cooptare tra le proprie fila un nuovo alleato comporti, quasi sistematicamente, il peggioramento delle relazioni con i suoi diretti avversari, vicini o competitori. Nulla di nuovo per la politica internazionale. Eppure tale schema, perfettamente funzionale in una Guerra Fredda dove la quasi totalità degli Stati era chiamata a scegliere in quale schieramento allinearsi, appare un paradigma difficilmente riproducibile nel mondo post-bipolare. Difficile proclamarsi sostenitore della causa azera nel Nagorno-Karabakh se non si intende compromettere la propria amicizia con l’Armenia, o viceversa. Non meno complesso accogliere un leader religioso tibetano con gli onori tributati a un capo di Stato nel momento in cui si attribuisce vitale importanza alla crescita del dialogo diplomatico con la Cina.

La premessa teorica può forse chiarire la dimensione delle conseguenze strategiche che potrebbero prodursi sulla politica estera statunitense a seguito dello accordo raggiunto con Teheran. L’intesa sulla governance congiunta del programma nucleare iraniano – ispezioni dettagliate e frequenti secondo i protocolli IAEA, limitazione dei processi di arricchimento dell’uranio al solo impianto di Natanz, impossibilità pratica per l’Iran di dotarsi di ordigni nel prossimo decennio, progressiva abolizione delle sanzioni economiche – ha certamente una rilevanza storica per gli attori che l’hanno sottoscritto. I suoi benefici travalicano la scomparsa di un già remoto rischio di guerra atomica tra la Repubblica Islamica e “il grande Satana” americano: un Iran assertivo, ma non minaccioso per l’Occidente, potrebbe rappresentare un valido alleato nel contrasto al salafismo transnazionale dello Stato Islamico e dei suoi seguaci.  Ciononostante al vantaggio strategico si lega un conseguente deterioramento dei rapporti tra i firmatari e coloro che mantengono una linea intransigente verso il regime degli Ayatollah, in primo luogo Israele e le monarchie del Golfo.

Benjamin Netanyahu ha commentato la notizia dell’accordo definendolo un errore con conseguenze potenzialmente catastrofiche, un’ulteriore conferma del pessimo stato di salute in cui versa l’amicizia che tradizionalmente lega le amministrazioni statunitensi ai vertici politici israeliani. Un trend divenuto evidente a seguito delle tiepide reazioni con cui la Casa Bianca ha accolto la rielezione del leader conservatore nella tornata elettorale dello scorso marzo e che, congiuntamente alle aperture europee sul riconoscimento formale della statualità palestinese (Svezia, Regno Unito, Francia) parrebbe suggerire una crescita dell’isolamento diplomatico israeliano. Nella peggiore delle ipotesi tale dinamica condurrà a un rafforzamento della percezione di accerchiamento strategico nella classe dirigente e militare dello Stato ebraico e, successivamente, a una escalation di tensione con le milizie sciite di Hezbollah, sostenute da Teheran e ben radicate in quei territori del Libano meridionale presidiati dalle forze interposizione ONU dell’operazione Unifil II, a guida italiana.

Più contenute, ma non certo entusiaste, le risposte pervenute da Riyad e dalle altre capitali della penisola arabica. L’ intesa sul nucleare iraniano giunge in uno dei momenti di maggiore diffidenza mai registrati nei rapporti tra gli Stati Uniti e i ricchi regni sunniti e ad oggi l’Arabia Saudita sembra dubbiosa sulla capacità americana di continuare a svolgere quel decennale ruolo di arbitro indiscusso dei conflitti mediorientali. In Iraq la maldestra gestione della ricostruzione materiale e statale post-bellica ha lasciato mano libera a una leadership sciita che ha alimentato i risentimenti della popolazione sunnita, oggi egemonizzata dalla propaganda fondamentalista dell’ISIS. In Egitto i sauditi recriminano l’iniziale atteggiamento accomodante di Obama verso il governo Morsi e la fratellanza musulmana che lo sosteneva. Non meno critici i giudizi sull’operato nello scenario siriano, cartina di tornasole che rivela una contrazione nelle capacità coercitive della politica estera statunitense. Nella prospettiva dello Stato wahabita, l’accordo sul nucleare iraniano rischia di consegnare alla cintura settentrionale delle comunità sciite (iraniani, iracheni del sud, alawiti, sciiti libanesi) un ruolo preponderante nella regione del Mashreq in un momento in cui la guerra civile yemenita sembra destabilizzare anche gli equilibri geopolitici del fronte meridionale.

Tuttavia, al netto dei timori israeliani e del peggioramento della reputazione statunitense nelle metropoli arabe, l’accordo potrebbe comunque favorire un processo di pacificazione su larga scala del quadrante mediorientale. L’impossibilità di ovviare a crisi ricorrenti nell’estero vicino e la crescente presenza nella regione di variabili imprevedibili – leggasi ISIS – potrebbe indurre i sovrani sauditi e il Consiglio di Cooperazione del Golfo ad aprire un tavolo di trattative con l’avversario iraniano. Del resto, come sottolinea Jane Kinninmont su Al Jazeera, una visione manichea e ideologizzata della secolare avversità tra le due grandi potenze islamiche dell’area trova poco riscontro persino nella storia recente. Ancora nel 1999 Mohammad Khatami, predecessore dell’odiatissimo Ahmadinejad, poteva recarsi in pellegrinaggio a La Mecca accolto e scortato dai reali sauditi; nel 2004 il vertice del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Repubblica Islamica veniva insignito a Riyad della massima onorificenza nazionale per i suoi sforzi nella normalizzazione dei rapporti tra i due Paesi. Ne consegue che una concreta rottura diplomatica può essere fatta risalire solo ai tardi anni 2000 e alla competizione apertasi per la conquista di un ruolo egemone nello scenario politico del fragile Iraq emerso dalla fine dell’occupazione statunitense.

Quale che sia il ruolo, il prestigio o la posizione assunta da Washington nella contesa, Iran e Arabia Saudita potranno celebrare l’inizio di una nuova stagione di distensione tra mondo sciita e mondo sunnita solo a fronte di una stabilizzazione del contesto iracheno. Il che, ovviamente, presuppone una propedeutica soluzione del rebus  geopolitico rappresentato dallo Stato Islamico. Salvato l’Iraq, forse, sarà possibile concentrare le attenzioni di tutti sulla pacificazione del conflitto israelo-palestinese.

Le conseguenze regionali dell’accordo sul nucleare iraniano

Lo scorso 2 aprile l’Iran e i paesi del gruppo 5+1 (Consiglio di Sicurezza ONU più Germania) hanno raggiunto a Losanna un’intesa con cui l’Iran accetta una forte riduzione dei suoi piani nucleari (il 20% in meno di dotazione di uranio arricchito) in cambio di una rimozione parziale delle sanzioni economiche. Si tratta di un sostanziale passo in avanti in vista di un accordo definitivo (previsto per la fine di giugno) che metterebbe fine ad uno stallo di oltre dodici anni in cui l’Iran ha sempre rivendicato il diritto al nucleare a scopi pacifici incontrando la tenace opposizione del resto del mondo.

Le conseguenze regionali dell’accordo sul nucleare iraniano - Geopolitica.info

In realtà, e al di là delle strumentalizzazioni bipartisan dentro e fuori il Medio Oriente, l’accordo sul nucleare non ha l’importanza epocale che gli viene attribuita. È assai improbabile,  a prescindere dagli esiti dei negoziati, che l’Iran utilizzi le proprie dotazioni di uranio per costruirsi armi atomiche. Considerando che Teheran investe da decenni in programmi di ricerca nucleare avrebbe già potuto seguire le orme di India, Pakistan e Israele, ma non l’ha fatto. Ragioni strategiche hanno prevalso sulla tentazione di fare il “grande salto”. Se l’Iran costruisse la bomba,  molto probabilmente creerebbe un effetto emulazione tra i vicini.

La vera portata dell’accordo 5 +1  sta ben oltre la questione nucleare.  La prima, e più importante, conseguenza del ravvicinamento tra Stati Uniti e Iran è la fine dell’isolamento internazionale in cui il paese è stato relegato dalla rivoluzione di Khomeini oltre trent’anni fa. Dopo decenni di isolamento diplomatico, l’Iran si ripresenta sulla scena internazionale e soprattutto su quella mediorientale, dove di rimescola l’intera carta geopolitica della regione. Una regione in cui al momento si combattono quattro guerre: in Iraq, in Siria, in Libia e nello Yemen, tutte combattute lungo la faglia dello scontro religioso e politico tra sunnismo e sciismo.

I dettagli dell’accordo

Un accordo sul nucleare potrebbe rendere l’Iran meno aggressivo e rafforzare l’ala moderata di Rouhani, la cui principale preoccupazione è  ridurre il peso delle sanzioni sull’economia del paese, oppure, altra ipotesi, potrebbe aumentare l’instabilità della regione.

Tre sono i punti fermi su cui deve basarsi una valutazione obiettiva dell’impatto che l’accordo sul nucleare potrà produrre nella regione mediorientale. Primo, l’accordo di Ginevra, cosi come delineato dalla recente intesa di Losanna, non mette la parola fine alle potenzialità nucleari di Teheran. All’Iran non viene imposta la chiusura di alcun impianto né la distruzione delle riserve di uranio. Teheran conserverà circa seimila centrifughe. Il che vuol dire che in futuro sarà in grado  di dotarsi di armi nucleari. Secondo, sulla carta l’Iran  è la principale potenza dell’area. Innanzitutto sul piano economico. Secondo recenti stime l’economia iraniana è tra le prime venti al mondo in termini di parità di potere d’acquisto. L’Iran ha oltre quattromila anni di storia e di cultura. Una cultura persiana, non araba. Ha una popolazione di quasi 80 milioni di abitanti (a fronte dei 38 milioni dell’Arabia Saudita e dei 7 di  Israele), evoluta e ben istruita,  ed è uno dei massimi detentori  al mondo di riserve di petrolio e gas.

Se l’Iran rientrasse nella comunità internazionale, si aprirebbe al commercio e agli investimenti diventando con tutta probabilità lo Stato più potente del Medio Oriente. Questa prospettiva spaventa gli altri protagonisti della regione non meno delle armi nucleari. Terzo punto, infine, Stati Uniti e Iran sono già alleati, seppur non dichiarati, nella controffensiva all’ISIS.

Gli alleati americani in Medio Oriente e gli Stati  del Golfo sono convinti che  il ravvicinamento tra Iran e Stati Uniti suggellerebbe il disimpegno americano spostando l’asse dell’equilibrio regionale verso l’Iran. I tradizionali alleati degli Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita in testa, sentendosi insicuri potrebbero diventare più aggressivi.  Per l’Arabia Saudita l’Iran è il principale nemico ideologico, mentre Israele teme attacchi missilistici contro il proprio territorio. Entrambi nutrono una profonda diffidenza verso le dichiarazione di Tehran. Israele potrebbe decidere di colpire i siti nucleari iraniani al primo segnale di violazione degli impegni, mentre gli altri Stati arabi, Arabia Saudita in particolare, potrebbero andare oltre sfidando l’Iran su altri scenari, ad esempio in Siria.

La reazione saudita

Il riaccendersi dello scontro secolare tra sunnismo e sciismo esigerebbe per Riyadh di avere gli Stati Uniti dalla propria parte;  il disgelo con l’Iran va nella direzione opposta. I sauditi non possono più dare per scontato il sostegno statunitense. Di qui l’insolita relationship con Israele e i tentativi di costruire una propria politica autonoma dagli USA, in grado di guidare un asse strategico sunnita wahabita incentrato sul Consiglio di Cooperazione del Golfo.

L’Arabia Saudita ha ufficialmente dichiarato di voler procedere alla costruzione di una dozzina di reattori nucleari. Non dispone delle infrastrutture e nel know how tecnico necessari ma potrebbe non avere difficoltà a procurarseli all’estero considerando le risorse finanziare di cui può disporre. Si tratterebbe comunque di una ipotesi non realizzabile nel breve-medio periodo. Nel frattempo, mostra una maggiore assertività militare intensificando l’impegno militare all’interno della Peninsula Shield Force, il corpo militare di difesa comune del CCG, e intensifica la  diplomazia finanziaria. In Libia, impegnandosi a sborsare 3 miliardi di dollari a favore delle Forze Armate Libanesi e in Egitto.

Anche la posizione di Israele nei confronti dell’Iran è caratterizzata da un profondo scetticismo, quando non da una dura critica nei confronti di Washington. La maggioranza della popolazione israeliana non crede che l’accordo di Ginevra porrà fine alle ambizioni nucleari di Teheran. Tuttavia molti esperti e analisti ritengono controproducente per Israele continuare ad opporsi ad un accordo finale con l’Iran, il cui effetto sarebbe probabilmente quello di marginalizzare Israele piuttosto che Teheran e di pregiudicare gravemente le relazioni con gli Stati Uniti. Come nel caso dell’Arabia Saudita, anche se ragioni diverse, è da escludersi in realtà una ritorsione militare da parte di Israele in risposta ad un accordo ampiamente accettato dalla opinione pubblica americana e dalla comunità internazionale. Non è affatto scontato inoltre che Israele sia in grado di infliggere un “colpo mortale” alla capacità nucleare iraniana. Molto più verosimilmente Israele continuerà a rafforzare la sua capacità di difesa antimissile e ad esercitare pressioni sul Congresso USA per rallentare il più possibile la conclusione dell’accordo finale e la rimozione delle sanzioni.

Sia nel caso di Israele che dell’Arabia Saudita, che più in generale per quanto attiene alle conseguenze regionali dell’accordo sul nucleare iraniano, molto dipenderà dagli Stati Uniti e da come le loro mosse verranno percepite nella regione mediorientale. Israeliani e sauditi non si allineeranno facilmente alle posizioni americane anche dopo la conclusione dell’accordo, ma se si sentiranno rassicurati da Washington potrebbero convincersi che un accordo con l’Iran è anche nel loro interesse perché in primo luogo consentirebbe di convogliare tutti gli sforzi contro l’ISIS all’interno di un’offensiva congiunta. Gli Stati Uniti potrebbero ad esempio decidersi di intensificare lo sforzo militare a fianco del CCG (oltre ai 35mila uomini già presenti nelle basi americane) o estendere l’ombrello nucleare americano agli alleati mediorientali. Di certo se nelle intenzioni di Obama l’accordo con l’Iran rappresenta un tassello fondamentale della sua dottrina di pacificazione del  Medio Oriente, allora la diplomazia americana dovrà essere di alto con questi tradizionali alleati a cui dovrà essere riconosciuto strategicamente un ruolo di primo piano nella costruzione di un ampio dialogo regionale che vada oltre il dossier nucleare.