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L’accordo sul nucleare iraniano, una crisi irrisolta

Il disordine causato dal ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) è ancora lontano dall’essere risolto. Al centro del Consiglio europeo degli Affari esteri della settimana scorsa si è parlato nuovamente della questione, ma senza arrivare a grandi risultati.

L’accordo sul nucleare iraniano, una crisi irrisolta - Geopolitica.info

Gli europei restano concordi sul fatto che le violazioni dell’Iran non sono abbastanza significative da mandare a monte l’accordo, ma questo non basta. Teheran è disponibile a trattare con Washington in cambio di una sospensione delle sanzioni e un rientro degli USA nel JCPOA, ma per la Casa Bianca la trattativa deve essere basata su tutt’altri presupposti.  

Di fronte all’impasse e alla bellicosa retorica dell’America e dell’Iran, Francia, Germania e Regno Unito (i cosiddetti E3) hanno chiesto nuovamente il rispetto del trattato. L’Iran, con la sua parziale violazione del JCPOA, cerca di fare pressione su E3 e Unione europea affinché a loro volta facciano pressione sugli Stati Uniti e riportino le lancette dell’orologio all’era pre-Trump. L’UE, non potendo minimamente arrivare a un risultato del genere, cerca di placare il nervosismo iraniano con la promessa di attivare uno strumento speciale – l’Instex –  per mantenere in piedi le transazioni commerciali tra UE e Iran senza che le aziende europee vengano colpite dalle sanzioni secondarie statunitensi.  

L’Instex però ha poche possibilità di funzionare davvero, sicuramente non abbastanza da soddisfare le ambizioni economiche della Repubblica islamica. Tuttavia, un recente articolo di Politico (edizione statunitense) fa pensare che in Instex possa far comodo anche alla Casa Bianca. 
Se c’è un metodo nell’ormai celebre postura (anti)diplomatica di Donald Trump, sembra essere proprio quello di strappare accordi dopo aver costretto a suon di minacce la controparte a chiedere una rinegoziazione. Come in altre occasioni, Trump ha prima colpito duro uscendo dal JCPOA dicendo che è stato un pessimo accordo negoziato da Obama (quindi chiusura totale), poi ha promesso agli americani che lui riuscirà a farne uno migliore (quindi apertura, ma con riserva). In questo senso, Instex avrebbe la funzione di tenere in vita i canali commerciali fondamentali tra UE e Iran, facendo in modo che Teheran continui a beneficiare almeno in parte di una situazione rimasta in sospeso, scongiurando così la prospettiva di una rottura totale grazie alla prospettiva di un nuovo accordo.  

Secondo le fonti anonime di Politico, alcuni funzionari statunitensi vorrebbero che Instex funzionasse, nonostante le dichiarazioni ufficiali siano di natura ben diversa e bollino Instex come uno strumento che violerebbe le regole sull’antiriciclaggio e il finanziamento al terrorismo. Tutto questo ha senso nella logica del “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, non sarebbe certo la prima volta che gli Stati Uniti si appoggiano alla reputazione “pacifica” dell’Unione europea per mantenere in equilibrio le controversie diplomatiche irrisolte. Da una parte si applica la “strategia della massima pressione” contro l’Iran puntando al regime change, dall’altra si consente che l’Iran abbia nei paesi europei una controparte commerciale e diplomatica che alleggerisca “la massima pressione”.  

Se questa è la strategia però, non sembra stia funzionando. Gli iraniani continuano ad annunciare passi in direzione di una violazione del JCPOA, e non sembrano molto convinti della bontà dell’Alto rappresentante per la politica estera europea Federica Mogherini. All’atto pratico Instex continua a risultare una scatola vuota, poco più che una targa sulla porta di alcuni uffici a Parigi. I funzionari iraniani insistono nel dire che se Instex non è in grado di facilitare le esportazioni di petrolio, non è abbastanza. Ma il petrolio iraniano è soggetto alle sanzioni statunitensi, e Instex si rivolge solo ai prodotti non sanzionati. Oltretutto, lo strumento non sta ancora funzionando neanche per quelli: ogni due o tre settimane i funzionari europei promettono l’arrivo delle prime transazioni via Instex, ma poi non si vede niente. Tuttavia, nonostante lo scetticismo, l’Iran sostiene che la sua istituzione speculare a Instex  – chiamata STFI – è già operativa e ha invitato gli esportatori iraniani a usarla.  

Emmanuel Macron è uno dei leader più coinvolto nello sforzo diplomatico di salvare il JCPOA. In una telefonata con il presidente iraniano Hassan Rouhani, ha messo in guardia dalle conseguenze che potrebbero esserci se l’Iran violasse completamente i limiti dell’arricchimento dell’uranio. Anche gli europei in qualche modo cercano di fare il gioco del bastone e della carota, ma l’unico risultato che hanno ottenuto è mettere in luce i limiti dell’azione diplomatica dell’Unione europea.  

La verità è che si tratta di uno stallo geopolitico in piena regola. 

Gli USA vogliono un nuovo accordo e chiudere il dossier, ma Trump non può permettersi di fare accordi al ribasso prima della campagna elettorale per le presidenziali 

L’Iran vuole prendere tempo senza perdere la faccia, in virtù di una malriposta speranza nella possibilità che Trump non venga rieletto. Gli oltranzisti invece sono disposti a mandare tutto a monte, togliendo di mezzo i pragmatici rappresentati da Rouhani in favore di una rinnovata svolta rivoluzionaria.  

Gli europei, dal canto loro, vorrebbero semplicemente sfruttare le opportunità commerciali dell’apertura del mercato iraniano, ma non sono disposti a farsi carico del costo economico di un’azione politica del genere. Stati gregari che si credono egemoni e indipendenti dalle decisioni prese al di là dell’Atlantico, un’illusione ben rappresentata dalla finzione che il JCPOA sia stato un grande risultato della politica estera dell’Unione europea. Se Trump ha un merito, di sicuro è quello di aver riportato molte persone alla realtà.  

 

Fukushima: lo stato della bonifica nucleare e la parziale riapertura della città di Okuma

Identificato come il peggior disastro nucleare dopo Chernobyl, l’esplosione della centrale nucleare di Fukushima Daiichi, a seguito del terremoto e maremoto in Giappone nel marzo 2011, dopo un lungo percorso di bonifica, ha segnalato diversi passi in avanti; primo fra tutti la parziale riapertura della città di Okuma. Le autorità giapponesi, proprio in questi ultimi giorni, hanno confermato che il 40% di Okuma, città quasi confinante con la centrale di Fukushima, è stata decontaminata dalle radiazioni.

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Bonifica del sito nucleare

Le prime operazioni per il recupero e lo smantellamento dei tre reattori nucleari collassati ha visto l’utilizzo di braccia robotiche per la rimozione delle barre di combustibile fuso ancora presenti nei reattori danneggiati. Dopo vari tentativi, la sonda meccanica calata sul fondo del reattore 2, guidata da remoto da un team di scienziati e ingegneri del gruppo Tepco (Tokyo Electric Power Company) è riuscita a spostare di alcuni centimetri cinque frammenti di combustibile: un’operazione fondamentale in quanto dimostra la possibilità di spostare il materiale fuso, la cui effettiva rimozione non inizierà prima del 2021.

Nonostante ciò, il gruppo Tepco ha registrato che il valore di radioattività di 530 sievert/ora  presente all’interno del reattore è ancora di un livello “inimmaginabile”. Per comprendere tale pericolosità basti pensare che il sievert è l’unità di misura dei raggi assorbiti dai tessuti umani: 1 sievert/ora è sufficiente a causare nausea e danni all’organismo; 5 sievert/ora possono uccidere entro un mese una persona su due delle persone esposte; 10 sievert/ora sono fatali in poche settimane.

Ulteriore difficoltà per la bonifica è costituita dalla gestione dell’acqua contaminata. Infatti il gestore della centrale nucleare di Fukushima ha immagazzinato in appositi serbatoi, circa 1 milione di tonnellate d’acqua per il raffreddamento dei reattori danneggiati. Una volta decontaminata l’acqua dovrebbe essere riservata nell’oceano Pacifico. Tuttavia i tecnici della Tepco hanno constatato che l’85% dell’acqua utilizzata, dopo il primo filtraggio, risulta ancora contaminata.

Quindi non solo non è possibile riversare il liquido stoccato nel Pacifico, ma è necessaria una seconda fase di filtraggio dell’acqua che causerà un forte rallentamento sulle operazioni di rimozione del materiale radioattivo; dall’altra parte l’ alternativa della gestione posta dall’interramento o dell’evaporazione dell’acqua contaminata risulta ancora più costoso e rischioso. Naturalmente il piano di Tokyo sul riversamento dell’acqua ha scatenato una violenta reazione da parte di residenti locali e organizzazioni ambientalistiche, ma anche da Corea del Sud e Taiwan che temono che l’acqua contaminata possa arrivare sulle loro coste.

Rientro nella città di Okuma

In seguito alle esplosioni del 2011 vennero evacuati circa 160 mila abitanti dell’area del disastro. Dopo otto anni dal disastro nucleare, nonostante le evidenti e comprensibili difficoltà durante i lavori di bonifica, il governo giapponese, 10 aprile 2019, citando i bassi livelli delle radiazioni dopo i lavori di decontaminazione, ha rimosso l’ordine di evacuazione in aree selezionate della cittadina di Okuma. Sia l’esecutivo centrale che l’amministrazione cittadina si augurano che tale provvedimento possa rivitalizzare la regione.

Con la riapertura del 40% della città, in base ai dati di marzo 2019, solo 367 persone dei 10.340 dei residenti hanno presentato richiesta al comune per il rientro in città. All’interno del 40% della città di Okuma riaperta, rientrano i distretti di Ogawara e Chuyashiki sul fronte della zona occidentale della città; nel frattempo il centro cittadino di Okuma rimane ancora off-limits per i residenti. Secondo le più rosee aspettative la città sarà completamente riaperta soltanto nei prossimi 3 anni. In attesa che la città possa rinascere, è in corso la costruzione di circa 50 edifici, come negozi, alloggi per le vittime del disastro, oltre che un nuovo edificio del municipio.

Prima ancora dell’ordine esecutivo, la città di Okuma fu già in parte riaperta attraverso la costruzione di un dormitorio per 700 dipendenti della società Tepco all’interno del distretto di Ogawara dal 2016. Per questo motivo il governo cittadino spera in un rientro sempre più corposo dei suoi residenti da aggiungere a quello dei 700 dipendenti della Tepco che vivono nel dormitorio.

Benché ambiziosi gli auspici del governo locale, quasi due terzi degli abitanti evacuati ha ancora paura delle radiazioni; inoltre la maggior parte degli sfollati si è ormai insidiata altrove, piuttosto che attendere la fine prolungata dell’evacuazione. Infatti, allo stato attuale, gli anziani costituiscono la maggioranza di coloro che rientrano; per quanto riguarda la città di Tomioka (vicina a Okuma), i due terzi dei 922 residenti sono maschi: per questi due fattori il rientro a Okuma sulla composizione demografica rischia di essere sbilanciata in termini di età e sesso.

La parziale riapertura della città di Okuma riflette l’intenzione del governo centrale di sottolineare la differenza tra l’incidente di Fukushima e il disastro di Chernobyl del 1986, in cui i residenti sono stati costretti a lasciare le loro comunità e non tornare mai più. Un intenzione che però non è esente da critiche: in molti accusano il governo che la riapertura parziale di Okuma sia soltanto uno slogan propagandistico in vista delle olimpiadi di Tokyo del 2020.  L’organizzazione ambientalista GreenPeace accusa il governo di Tokyo di voler strumentalizzare i giochi olimpici per dimostrare a tutta la comunità mondiale che il disastro nucleare di Fukushima è quasi superato; basti pensare, prosegue GreenPeace, che nonostante tutto, la Dichiarazione di Emergenza Nucleare, emessa l’11 marzo 2011, è ancora in vigore.

Verso un disordine nucleare

L’estinzione del trattato INF rischia di avere un pernicioso impatto sulla sicurezza internazionale, forse contribuendo ad alimentare una nuova corsa al riarmo nucleare di cui, peraltro, è possibile intravedere già i primi segnali sullo scacchiere mondiale. Tale scenario è reso ancora più temibile dalla constatazione che la stabilità strategica sia ormai un vestigio della Guerra Fredda. Mentre Washington e Mosca si dibattono nella lotta delle narrative riguardo ai motivi che hanno portato alla fine del trattato siglato nel 1987 il fragile equilibrio del “terzo dopoguerra” rischia di andare in pezzi.  

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La crisi dell’ordine internazionale nel “terzo dopoguerra”

La fine della Guerra Fredda sembrava avere marcato il progressivo affermarsi del cosiddetto momento unipolare. Sulla base di tale lettura, l’antico paradigma internazionale, basato sugli equilibri scaturiti dalla vittoria degli Stati della Grand Alliance (Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna) sulle potenze del Tripartito, non sembra essere più il fattore chiave della geopolitica statunitense. Washington pare invece puntare alla realizzazione di un nuovo ordine globale fondato, da un lato, sulla dimensione della vittoria conseguita sulla Russia sovietica nel confronto ideologico dell’era bipolare (1946-1991) e, dall’altro, sull’idea che il XXI secolo possa essere “a new american century”, malgrado la competizione economica con la Repubblica Popolare Cinese. Diversamente, altri attori internazionali, in primis la Federazione Russa, ritengono che contestare l’ordine post ’45 sia un fattore di rischio. In questo senso possono essere intese le parole pronunciate il 13 febbraio 2016 dal Primo Ministro russo, Dmitry Medvedev, durante la 52° Munich Security Conference. In un passaggio significativo del suo discorso, Medvedev aveva sostenuto: “The current architecture of European security, which was built on the ruins of World War II, allowed us to avoid global conflicts for more than 70 years. The reason for this was that this architecture was built on principles that were clear to everyone at that time, primarily the undeniable value of human life. We paid a high price for these values. But our shared tragedy forced us to rise above our political and ideological differences in the name of peace. It’s true that this security system has its issues and that it sometimes malfunctions. But do we need one more, third global tragedy to understand that what we need is cooperation rather than confrontation?” [fonte: government.ru/en]. Soprattutto per via di tale motivo la Russia viene definita nella pubblicistica anglosassone (Kagan, ad esempio) e in alcuni recenti documenti ufficiali statunitensi (tra questi, la National Security Strategy 2017) “potenza revisionista”. Tale giudizio rievoca un’espressione che solitamente viene utilizzata dagli studiosi in riferimento al dibattito storiografico relativo alla situazione politico-internazionale che, a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, fu propedeutica allo scoppio di quella conflagrazione dapprima limitata al solo teatro europeo (1939-1941) ma in seguito avviata – per la seconda volta – a divenire mondiale (1941-1945). Gli Stati guida della comunità internazionale si ritrovano così dinanzi ad un bivio: trovare una nuova sintesi per i world affairs – come fecero nel 1944 a Bretton Woods e a Dumbarton Oaks – oppure rifugiarsi in uno splendido isolamento appellandosi al sacro egoismo, però rischiando il “clash of globalization”, con tutto ciò che potrebbe conseguire per la stabilità internazionale, anche in termini bellici.

Fine degli equilibri strategici

Alcuni passaggi del discorso di fine anno rivolto alla stampa dal Presidente russo, Vladimir Putin, il 20 dicembre 2018, sembrano confermare tale scenario. Mettendo in guardia contro il rischio di un “global nuclear disaster”, Putin ha infatti affermato: “What are the current distinguishing features and dangers? First, all of us are now witnessing the disintegration of the international system for arms control and for deterring the arms race” [fonte: en.kremlin.ru]. Va altresì detto che il leader del Cremlino si riferiva soprattutto al pericolo rappresentato dall’uso delle armi nucleari tattiche, quantunque egli abbia evitato di ricordare che proprio la dottrina militare della Federazione Russa attualmente in vigore prevede (art. 27) il primo ricorso agli arsenali atomici anche nel caso di un attacco convenzionale capace di porre una minaccia vitale alla Russia. Al di là di ciò, per comprendere ulteriormente quanto le parole di Putin siano – nella sostanza – un’efficace raffigurazione della situazione odierna, nello schema di séguito proposto sono riportati alcuni accordi, oggi estinti, che hanno però rappresentato architravi fondamentali dell’ordine strategico internazionale nel campo nucleare:

A questo elenco si può aggiungere la questione – tutt’ora oggetto di disputa – relativa al rinnovo del New START (Strategic Arms Reduction Treaty), siglato nel 2010 tra Stati Uniti e Federazione Russa per la riduzione delle armi strategiche offensive, i cui effetti si estingueranno nel febbraio 2021, ma reiterabili (art. XIV, sez. 2) per altri cinque anni. Sopra tutti, il ritiro di Washington dall’ABM nel giugno 2002 ha rappresentato il compimento di quel processo di superamento della dottrina (R. McNamara, 1963) definita Mutual Assured Destruction (MAD) basata sul balance of terror (L. Pearson, 1955) e sulla deterrence by punishment di “secondo colpo nucleare”. Durante la Guerra Fredda, la MAD aveva dato origine allo “stallo nucleare” che, tra i vari aspetti, indusse le due superpotenze a raggiungere un accordo autolimitante (l’ABM, appunto) circa i rispettivi sistemi di difesa anti-missile. Il quadro teorico iniziò a mutare quando (23 mar. 1983) Ronald Reagan annunciò la creazione di uno “scudo spaziale” nell’ambito della Strategic Defense Initiative che, benché poi accantonata, lasciò trasparire in quale misura la MAD potesse essere superata, rappresentando così il “peccato originale” nella politica degli equilibri strategici. L’uscita degli Stati Uniti dal trattato ABM – motivato sulla scorta dei fatti dell’11 settembre 2001 – ha così prodotto lo scardinamento di un contrappeso considerevole su cui è andata fondandosi la sicurezza internazionale negli ultimi decenni. Non meno significativa è stata (24 ott. 2018) la bocciatura del ‘Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons’ (TPNW) da parte dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (NU), tutti potenze nucleari, sebbene Francia e Regno Unito non dispongano della triade nucleare strategica completa. Durante i negoziati per il TPNW la Missione Permanente russa alle NU aveva inoltre rilasciato (27 mar. 2017) una dichiarazione in cui manifestava scetticismo rispetto allo spirito di quell’accordo. Tra i motivi addotti si possono ritrovare criticità costantemente eccepite dalla Federazione Russa nei riguardi di Washington: il progetto per un sistema di difesa missilistica globale; la (possibile) militarizzazione dello spazio; la mancata ratifica del ‘Comprehensive nuclear-Test-Ban-Treaty’ (CTBT, 1996); infine lo sviluppo in dottrina militare di un [Conventional] Prompt Global Strike (lett. “pronto attacco globale” [convenzionale]).

Accuse reciproche

Le crescenti pressioni di Stati Uniti e NATO nei confronti della Russia, circa le presunte violazioni di quest’ultima all’INF, hanno dato origine ad una contro narrativa russa. Ad esempio, nel 2015, Mosca aveva accusato Washington di violare il ‘Non-Proliferation Treaty’ (NPT) per via della politica di nuclear sharing che prevede lo stoccaggio di bombe termonucleari tattiche B61 in cinque Paesi NATO: Belgio, Germania, Italia, Paesi Bassi, Turchia [cfr. AA.VV., Tactical Nuclear Weapons and NATO, U.S. Army War College – Strategic Studies Institute, April 2012; Munich Security Report 2018]. Secondo tale interpretazione, la nuclear sharing contrasterebbe con l’art. 1 del NPT concernente il divieto per uno Stato nucleare di trasferire armi atomiche, ovvero il controllo di esse, direttamente o indirettamente, ad altri Paesi militarmente non nucleari. A tal riguardo, il ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, l’11 giugno 2015 aveva affermato che: “The so-called joint nuclear missions practiced by the United States and their NATO allies are a serious violation of the said treaty [NPT]”, [fonte: sputniknews.com]. Il 15 aprile 2016 fu la volta di un commento del Ministero degli Esteri russo ai contenuti del Report on Adherence to and Compliance with Arms Control, Nonproliferation and Disarmament Agreements and Commitments trasmesso da Foggy Bottom al Congresso il 12 aprile, in cui si ribadivano le accuse a Mosca circa l’INF. La Smolenskaya definiva le conclusioni del documento americano: “absolutely unfounded”, imputando a Washington la precisa volontà “to create a negative information background related to the INF Treaty in order to discredit Russia” [fonte: russiaun.ru/en]. Seguiva inoltre un elenco di violazioni (dell’INF) addebitabili – secondo i russi – a Washington. In particolare, il programma di Ballistic Missile Defence (BMD), in fase di realizzazione nell’Europa centro-orientale in sinergia con la NATO attraverso il nuovo progetto – annunciato da Obama nel settembre 2009 – denominato European Phased Adaptive Approach (EPAA), conterrebbe in sé dispositivi potenzialmente atti all’uso di missili a medio-corto raggio. Lungo questa falsariga, assai grave è – a giudizio di Mosca – il dispiegamento, nella base rumena di Deveselu, del sistema (Aegis Ashore facility) a lancio verticale Mark 41, in grado di ospitare missili Tomahawk, circostanza che – per la Russia – costituirebbe un’infrazione dell’INF. Il 26 novembre scorso, il viceministro degli Esteri russo, Sergey Ryabkov, aveva inoltre definito le accuse americane come parte di una “propaganda campaign”, definendo l’azione statunitense un “traditional trick”. Ryabkov aveva spiegato come più volte la Federazione Russa abbia chiesto chiarimenti agli Stati Uniti circa lo sviluppo dei droni Predator UAVs (Unammed Aerial Veichles), che per i russi rientrerebbero nella categoria dei missili cruise GLCM proibiti dall’INF.

In questa delicata e complessa partita diplomatica rispetto alla quale la posta in gioco sembra essere la tenuta dello strategic balance tra i due massimi detentori di testate nucleari strategiche offensive – 3.700 negli Stati Uniti e 2.522 nella Federazione Russa [fonte: Bulletin of the Atomic Scientists, 2018] – la storia offre un felice precedente, rappresentato dalla soluzione incruenta della “crisi di Cuba” nel 1962. Allora Washington e Mosca si accordarono, riservatamente, per smantellare i missili PGM-19 “Jupiter” precedentemente (ott. ’59) dispiegati dagli americani in Turchia e per ritirare gli R-12 e R-14 installati (ott. ’62) dai sovietici sull’isola caraibica. Quell’accordo sortì, tra gli altri, l’effetto di riportare indietro di parecchi minuti il “Doomsday Clock”, le cui lancette, oggi, sono regolate a due minuti dalla mezzanotte.

Science of Military Strategy 2013 e la dottrina nucleare cinese

Un recente articolo su Foreign Affairs ha riacceso il dibattito sulle possibilità di un conflitto nucleare tra Stati Uniti e Cina. Un valido punto di partenza per analizzare la questione è un documento strategico cinese rilasciato dall’Accademia delle Scienze Militari dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) nel 2013. Concepito come pubblicazione interna, “Science of Military Strategy 2013” (SMS-13) è stato, poi, ottenuto e divulgato dalla Federation of American Scientists, permettendo di avere un quadro molto più dettagliato del dibattito strategico e della dottrina nucleare cinese.

Science of Military Strategy 2013 e la dottrina nucleare cinese - Geopolitica.info © Photo: Feng Li/Getty Images

Il dibattito sulle implicazioni strategiche di questo documento è articolato e in questa sede si semplificheranno temi e posizioni. Riassumendo, da una parte, alcuni esperti convengono che il documento non introduce novità considerevoli nella strategia nucleare della RPC. Dall’altra, alcuni analisti ne sottolineano il carattere innovativo e i rischi connessi, soprattutto se associati alla modernizzazione nucleare in corso in Cina.

In effetti, il documento conferma l’adesione alla politica del No First Use (NFU) ribadendo la natura difensiva della capacità nucleare di Pechino e ribadisce il limitato ruolo del nucleare nella strategia militare cinese. SMS-13 si inserirebbe, quindi, nel lungo solco della dottrina nucleare della RPC, rimasta sostanzialmente invariata nei decenni e il cui deterrente è stato definito “minimo”, “di auto-sufficienza”, “ridotto ma efficace”, “esistenziale”. Ne conseguirebbe che, data la politica del NFU, Pechino non utilizzerà l’arma nucleare:

  • per colpire o minacciare uno stato non nucleare,
  • in seguito ad un attacco convenzionale contro la Cina.

Per rimanere efficace, quindi, il deterrente cinese si dovrebbe “limitare” ad assicurare un second strike contro uno stato nucleare che abbia già attaccato: un nemico intenzionato ad attaccare nuclearmente la Cina, mirerebbe ad inibirne la capacità di risposta nucleare e a neutralizzarne, quindi, la deterrenza colpendo le piattaforme di lancio. Pechino, allora, dovrebbe impiegare (e impiega) tecniche che aumentino le chances di sopravvivenza tramite occultamento della forza missilistica strategica, sistemi anti-missile e maggiore mobilità delle piattaforme.

Anche sul lato della progettazione dei vettori e degli ordigni, il NFU ha determinato alcune conseguenze rilevanti. Un deterrente minimo come quello cinese non dovrà coprire il vasto spettro di opzioni di quelli americani o russi e non dovrà dimostrare un elevato livello di precisione e accuratezza. Per dirla con le parole di Zhang Aiping, Ministro della Difesa cinese negli anni ’80 e figura chiave della transizione strategica avviata dalla leadership di Deng Xiaoping: «Alla Cina non serve raggiungere un’eccessiva precisione degli strike. In caso di conflitto con l’URSS, infatti, non penso faccia troppa differenza se un missile intercontinentale cinese colpisca il Cremlino oppure il Teatro Bol’šoj». Mutatis mutandis, il principio sarebbe da impiegare oggi per gli Stati Uniti».

 

La radice storica dell’atomica cinese è da ricercare nell’esperienza traumatica delle crisi dello stretto di Taiwan

 

Alcuni analisti hanno, però, sottolineato la novità di alcuni passaggi contenuti in SMS-13 chiedendosi se alcune innovazioni non possano determinare scenari meno chiari e nitidi. Il documento, infatti, prevede la possibilità di un preemptive strike cinese in caso di imminente impatto nucleare contro la Cina. Questa postura launch-on-warning se da una parte può essere considerata in linea con il NFU, dall’altra prospetta un ambiente strategico meno limpidotrasparente.

Oltre ai possibili errori nell’individuazione e nel tracciamento di un attacco nucleare (vedere alla voce Stanislav Petrov o alla voce Incidente del missile norvegese), sono gli stessi sistemi utilizzati per l’early warning strategico che creano alcune complicazioni. Prendiamo il caso dei satelliti ed elaboriamo uno scenario futuro non improbabile. Un conflitto locale (Taiwan? Mar Cinese Meridionale? Mar Cinese Orientale?) spinge gli USA a neutralizzare i sistemi in orbita utilizzati da Pechino tra le altre cose anche per l’intelligence navale. Se il satellite fosse destinato anche per l’early warning strategico, tale evento potrebbe essere letto sia come una manovra con scopi limitati che come un preludio ad uno strike nucleare contro il territorio cinese. La soglia nucleare verrebbe drasticamente abbassata e i rischi di escalation connessi aumenterebbero esponenzialmente.

La lettura di SMS-13 andrebbe, allora, integrata con il testo “Science of Second Artillery Campaigns 2004” dell’allora Secondo Corpo d’Artiglieria (oggi Forza Missilistica dell’EPL) da molti, invece, considerato un bluff per indurre dubbio e confusione. Il documento riporta che un attacco nucleare cinese sarebbe da considerare possibile, non solo dopo un first strike nucleare nemico, ma anche dopo la semplice minaccia di esso, in seguito ad un attacco convenzionale contro impianti nucleari (con conseguente pericolo di radioattività) o contro «importanti obiettivi strategici cinesi», in caso di bombardamento convenzionale prolungato e ad alta intensità da parte di un attore più forte (sia convenzionalmente che strategicamente) che causino danni insostenibili.

Il crescendo di tensioni e attriti in merito allo status quo dell’Asia orientale non facilita la relazione strategica tra Washington e Pechino. Inoltre, l’architettura regionale di sicurezza fortemente dipendente dagli USA (hub-and-spoke) se da una parte è funzionale agli interessi di Washington, dall’altra rischia di tirare gli Stati Uniti nel mezzo di crisi in cui la sicurezza nazionale non è minacciata. Un impegno comune verso un sistema di confidence- and security-building measures, di hotline più stringenti al massimo livello decisionale e di maggiore trasparenza strategica potrebbe portare benefici ed evitare crisi nei prossimi anni, nonostante la relazione strategica sia turbata dalla tradizionale dinamica della potenza in ascesa.

 

L’ultimo mese segna il punto più basso delle relazioni tra Cina e USA dall’insediamento dell’Amministrazione Trump

 

Trump esce dall’accordo sul nucleare con l’Iran: le reazioni e gli scenari

Donald Trump ha annunciato l’uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare con l’Iran. Dure critiche da Francia, Inghilterra e Germania. Contraria anche l’Unione Europea, che esprime tramite Federica Mogherini la volontà di rispettare l’accordo. 

Trump esce dall’accordo sul nucleare con l’Iran: le reazioni e gli scenari - Geopolitica.info

Un accordo “disastroso, imbarazzante e che non avrebbe mai dovuto essere firmato”. Con queste parole Trump ha accompagnato l’annuncio dell’uscita dall’accordo sul nucleare. “Questo accordo avrebbe dovuto protegger gli Usa e i suoi alleati dai tentativi del regime iraniano; ma i tentativi dell’Iran di ottenere la bomba atomica sono continuati.” L’inutilità dell’accordo, che non avrebbe impedito a Teheran di continuare i suoi progetti atomici bellici, è quindi la motivazione primaria, secondo Trump, che giustifica l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action firmato nel 2015 dall’amministrazione Obama. Anche quest’ultima è stata duramente attaccata nel discorso, accusata di aver “restituito milioni di dollari a questo regime del terrore che ha usato quei fondi per costruire missili capaci di trasportare l’arma nucleare”.

Immediata è arrivata la dichiarazione di Macron, affidata a Twitter: “Francia, Germania e Gran Bretagna si rammaricano per la decisione americana di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano. In gioco c’è il regime internazionale di lotta contro il nucleare”. Macron ha inoltre annunciato che gli stati in questione lavoreranno per un nuovo e più ampio accordo con l’Iran. Anche l’Alto Rappresentate per gli esteri dell’Unione Europea, Federica Mogherini, ha criticato duramente la decisione degli Stati Uniti: “L’accordo nucleare appartiene all’intera comunità internazionale e la Ue è determinata a preservarlo, al popolo iraniano dico: fate in modo che nessuno lo smantelli, è uno dei più grandi obiettivi mai raggiunti dalla comunità internazionale”.
Il premier uscente italiano, Paolo Gentiloni, ha confermato la linea degli alleati europei: “L’accordo con l’Iran va mantenuto. Contribuisce alla sicurezza nella regione e frena la proliferazione nucleare. L’Italia con gli alleati europei confermano gli impegni presi”, sottolineando l’importanza dell’accordo sul nucleare e la volontà dell’Italia nel mantenerlo.
Da Mosca hanno fatto sapere che la Russia tenterà ogni tipologia di sforzo diplomatico per minimizzare gli effetti negativi conseguenti all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo.

La decisione di Trump è stata accolta con entusiasmo da Israele, tramite le parole di Netanyahu, che ha dichiarato di aver apprezzato “la coraggiosa decisione del presidente Trump”. “Se l’accordo fosse rimasto in vigore”, ha continuato, “entro alcuni anni Iran avrebbe avuto bombe atomiche”.
Anche da Riyadh, tramite un comunicato ufficiale, si afferma il “sostegno alla strategia annunciata dal presidente Usa sull’Iran”. L’Arabia Saudita si augura “che la comunità internazionale adotti una posizione decisa e unita nei confronti di Teheran e le sue attività ostili e destabilizzanti contro la stabilità della regione e di sostegno ai gruppi terroristici come Hezbollah e Houthi”.

Il presidente iraniano Rouhani, firmatario dell’accordo, si è detto disposto a mantenere gli impegni presi. Ha inoltre dichiarato, allo stesso tempo, di essere pronto a dare “disposizione all’Agenzia per l’energia atomica iraniana di essere preparata a riprendere l’arricchimento dell’uranio come mai prima, già nelle prossime settimane” in caso i nuovi negoziati con le parti rimaste nell’accordo fallissero.
Il presidente del parlamento iraniano, Ali Larijani, ha bollato l’atteggiamento degli Stati Uniti come “bullismo”. Ha inoltre sottolineato come “l’Ue e altri partner dell’accordo nucleare sono ora responsabili di salvare l’accordo”.

Ma come si è arrivati alla decisione di Donald Trump? Le dichiarazioni della scorsa settimana di Netanyahu hanno fornito il preambolo all’uscita degli Stati Uniti dall’accordo. I presunti documenti mostrati dal presidente israeliano, che vedrebbero una mai interrotta attività di arricchimento dell’uranio da parte dell’Iran, hanno spinto Donald Trump ad anticipare l’annuncio. La decisione di Washington rinnova e rinforza la palese alleanza in chiave anti iraniana che si è formata in questo ultimo anno e mezzo, che collega la Casa Bianca con Israele e l’Arabia Saudita, di cui si è approfondito in questo precedente articolo.

Inoltre Donald Trump, durante tutta la campagna elettorale, volta a demonizzare il lavoro di Obama, ha a più riprese denigrato l’accordo con l’Iran, promettendo di stracciarlo non appena eletto. A conferma di ciò, e dell’avversione all’Iran come potenza egemone nella regione mediorientale, c’è stato il viaggio a Riyadh nel maggio del 2017, dove Trump ha ribadito l’importanza delle tradizionali alleanze statunitensi in Medio Oriente, Israele e Arabia Saudita, ed ha attaccato più volte l’Iran come principale nemico della stabilità della regione. Inoltre, nella National Strategy Security pubblicata a dicembre 2017, nel paragrafo dedicato al Medio Oriente c’è scritto nero su bianco che il principale obiettivo dell’amministrazione Trump è quello di stroncare la “maligna influenza” dell’Iran sulla regione. La decisione di Trump, quindi, era pienamente prevista, al contrario della tempistica, che è stata accuratamente scelta insieme ai propri alleati nell’area.

Quali sono i possibili scenari futuri? In primis c’è da sottolineare il carattere economico della svolta di Trump, che ha annunciato un aumento delle sanzioni contro Teheran, unite a quelle destinate a chi farà affari con la Repubblica Islamica. Inoltre il segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha detto che l’amministrazione revocherà le licenze per Boeing, che aveva pianificato di vendere a IranAir circa 80 aerei per un valore di circa 17 miliardi di dollari e quelle per Airbus, che aveva chiuso la vendita di 100 aerei per di 19 miliardi di dollari.
Le sanzioni future, e lo stop alle commesse, hanno un duplice intento politico: prima di tutto daranno forza alla parte più conservatrice dell’establishment iraniano, da sempre critico all’accordo e alle decisioni della presidenza Rouhani, con l’obiettivo per gli Stati Uniti di acuire una frattura politica esistente all’interno del sistema istituzionale dell’Iran. Inoltre le sanzioni minano ad indebolire l’economia della Repubblica Islamica, facendo leva sulle manifestazioni avvenute nel paese tra dicembre 2017 e gennaio 2018, che avevano un carattere prettamente economico.
Il secondo aspetto da sottolineare in questa vicenda è la frattura aperta tra Unione Europea e Stati Uniti: una divergenza di interessi, manifestata dalle dichiarazioni dei principali leader europei che hanno duramente criticato le mosse dell’amministrazione Trump, non scontata nei rapporti con Washington. Divergenza che deve essere monitorata per provare ad interpretare i futuri scenari, relativi non solo all’accordo con l’Iran, ma alle vicende dell’intera regione.

Tutti contro l’Iran

Il primo ministro israeliano Netanyahu ha accusato apertamente l’Iran di violare l’accordo sul nucleare, e ha dichiarato di possedere 55 mila documenti che dimostrano la volontà di Teheran di sviluppare ordigni atomici. Il 12 maggio Trump si pronuncerà sull’accordo sul nucleare. Intanto il giovane leader dell’Arabia Saudita, bin Salman, critica Abu Mazen e apre ufficialmente a Israele. Le convergenze di interessi e le alleanze sono oramai palesi: quali scenari futuri ci saranno tra l’Iran e la regione mediorientale?

Tutti contro l’Iran - Geopolitica.info

“Credo che ogni popolo, ovunque, abbia il diritto di vivere nella sua nazione pacificaCredo che i palestinesi e gli israeliani abbiano il diritto di avere la loro terra”. L’intervista di inizio aprile rilasciata dal giovane leader saudita al giornale The Atlantic, non ha fatto altro che evidenziare una convergenza di interessi tra Arabia Saudita e Israele, in chiave anti iraniana, che molti analisti avevano ipotizzato dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Il viaggio nel maggio del 2017 del neo presidente statunitense in Medio Oriente aveva chiarito in maniera netta le intenzioni dell’attuale amministrazione repubblicana sulla regione: il ritorno alle alleanza tradizionali di Washington e la sfida aperta alla Repubblica Islamica. La grande differenza con l’amministrazione Obama, che dell’Iran aveva fatto un interlocutore internazionale con la firma dell’accordo sul nucleare del 2015.
Dopo diversi mesi di trattative, e diversi cambi di poltrona all’interno dell’amministrazione, il presidente statunitense è riuscito a posizionare le pedine sulla scacchiera immaginata a inizio mandato: la convergenza tra l’Arabia Saudita e Israele è oramai palese. Le dichiarazioni di Bin Salman sono storiche, per portata e impatto mediatico, e le critiche ad Abu Mazen degli ultimi giorni rafforzano il messaggio di apertura verso Israele.
Nel frattempo, il primo ministro israeliano Netanyahu ha apertamente attaccato l’Iran, accusandolo di non rispettare l’accordo sul nucleare. Il premier israeliano ha dichiarato che il Mossad possiede oltre 55mila documenti che provano la volontà e il progetto iraniano di costruire ordigni atomici da installare su vettori balistici in grado di attaccare ogni stato della regione. Inoltre, il parlamento israeliano ha approvato una legge che consente al premier di dichiarare guerra “in circostanze eccezionali” con il solo consenso del ministro della difesa. Toni incandescenti e provvedimenti politici che denotano una volontà di agire in maniera rapida, e che probabilmente anticiperanno la futura uscita degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare.
Mike Pompeo, neo segretario di stato americano che sembra essere in completa simbiosi con il presidente Trump, al centro di numerose trattative diplomatiche (non ultimo il dossier coreano), nel corso di un incontro con il presidente Netanyahu ha affermato di condividere la paura e il timore che le azioni iraniane nella regione siano di intralcio alla pacificazione dell’aerea, ribadendo il suo appoggio al leader israeliano.

Il nuovo corso in politica estera inaugurato da Donald Trump riporta quindi le alleanze degli Stati Uniti in Medio Oriente nel percorso più tradizionale: Israele e Arabia Saudita tornano ad essere i pilastri delle politiche di Washington della regione. L’obiettivo è quello di responsabilizzare gli storici alleati nel contrastare l’espansione dell’influenza iraniana in Medio Oriente, giunta ai massimi livelli dopo l’inizio delle Primavere Arabe. Il tutto nel paradigma teorico e politico di Trump che spinge per una convergenza tra i due paesi alleati al fine di disimpegnare gran parte delle risorse americane dalla regione, come promesso a più riprese in campagna elettorale.
Impedire un nuovo equilibrio di potere in Medio Oriente fondato, tra gli altri, anche sul ruolo dell’Iran è l’imperativo strategico degli Stati Uniti e degli alleati regionali.
E’ un obiettivo perseguibile? Uno dei tasselli che avrebbero senza dubbio aiutato il raggiungimento del risultato sarebbe stata la capitolazione del regime di Assad in Siria, che avrebbe certamente minato nelle fondamenta l’influenza iraniana nel territorio siriano, tagliando il cosiddetto “corridoio sciita” che da Teheran arriva a Beirut.
Un obiettivo che, a detta dei principali analisti, è oramai difficilmente perseguibile: al contrario l’Iran e le sue milizie hanno consolidato un potere notevole in diverse zone del territorio siriano.

Una nuova strategia per raggiungere l’obiettivo, per Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, è quella che prevede l’annullamento, o quanto meno la delegittimazione, dell’accordo sul nucleare. Le accuse di Netanyahu all’Iran, pochi giorni prima dell’annuncio (previsto il 12 maggio) di Trump sul futuro dell’accordo, vanno lette in questa ottica.
La pianificazione di nuove sanzioni economiche da parte di Washington, unita alla postura militare maggiormente aggressiva di Israele e Arabia Saudita, è una seconda strategia che può colpire l’Iran, costretto a fronteggiare economicamente il rischio di nuove sanzioni e insieme a concentrare gli sforzi di bilancio sulla spesa nella difesa. Una doppia pressione che può mettere in difficoltà gli sforzi iraniani di integrazione al sistema economico internazionale da una parte, e di mantenimento di una posizione militare di vertice nelle gerarchie regionali.
Ipotizzare un first strike israeliano, o saudita, in territorio iraniano è invece difficilmente prevedibile: l’Iran ha una grande forza di deterrenza schierata vicina ad entrambi i confini dei due paesi. Da una parte con Hezbollah e diverse milizie sciite in Siria, dall’altra con gli Houthi nello Yemen, ribelli che controllano larga parte del territorio e che non di rado effettuano lanci di missili contro Riyadh. Oltre a questo è sempre bene ricordare che l’Iran possiede un arsenale balistico in grado di poter colpire entrambi i paesi considerati nemici.

L’equilibrio di potere nel Medio Oriente continua a mantenersi, seppur in bilico, tramite il ruolo delle due potenze maggiori esterne alla regione, Stati Uniti e Russia, garanti dei due diversi schieramenti presenti sul campo. I futuri scenari vanno ancora analizzati tramite un approccio sistemico che guardi con attenzione alle decisioni e alle mosse delle potenze esterne,  ricordandosi però contemporaneamente di non sottovalutare gli interessi degli attori locali. L’ultimo rapporto SIPRI, uscito in questi giorni, evidenzia un significativo aumento nella spesa militare da parte di Arabia Saudita (9,2%) e Iran (19%) rispetto allo scorso anno. Un dato da evidenziare, che conferma come i toni incandescenti delle dichiarazioni siano accompagnati da reali scelte politiche a lungo termine.

Le capacità nucleari cinesi e la competizione con gli USA

La U.S. Nuclear Posture Review, pubblicata il 3 febbraio 2018, segue le orme della NSS 17 e della NDS 18 e conferma la Cina come principale competitor degli USA. Pechino starebbe, infatti, cercando di limitare la proiezione del potere americano nella regione Indo-Pacifica e, a tal fine, starebbe modernizzando la propria forza nucleare. Quale è la capacità nucleare oggi? Su quali punti di forza può contare? Quali le tendenze per il futuro?

Le capacità nucleari cinesi e la competizione con gli USA - Geopolitica.info

Questo articolo integra quanto analizzato della dottrina nucleare cinese in “La Cina intende davvero utilizzare l’arma atomica?”. Si consiglia, quindi, di leggere i due articoli congiuntamente.
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La National Security Strategy 2017 e il Summary della National Defense Strategy 2018 individuano nella   riemersione della competizione strategica tra gli Stati il principale elemento di minaccia per gli USA nel nuovo contesto globale. La Nuclear Posture Review 2018 aggiunge che, mentre gli USA avrebbero continuato a ridurre la potenza, il numero e la pericolosità delle proprie armi atomiche, la Cina si è mossa nella direzione opposta avviando una generale modernizzazione del proprio deterrente nucleare.

In questa sede si prenderà in considerazione solo la capacità intercontinentale della Repubblica Popolare Cinese (RPC) che potrebbe essere messe in campo in caso di strike nucleare contro il territorio statunitense, lasciando, quindi, fuori le capacità di teatro e di raggio corto, medio e intermedio che potrebbero, comunque, avere un ruolo nella deterrenza e nelle operazioni contro gli USA.
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→ […] IL POTERE NUCLEARE FUNGE NON SOLO DA “CARDINE DELLA DETERRENZA STRATEGICA” E, QUINDI, DELLA “SICUREZZA NAZIONALE” CINESE MA ANCHE DA SUPPORTO ALLO STATUS DI GRANDE POTENZA DEL PAESE […]


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Per quanto riguarda le testate, l’arsenale nucleare dovrebbe contare tra le 180 e le 270 unità, a seconda delle diverse stime, registrando, quindi, una netta inferiorità all’arsenale degli USA e della Russia, in linea con l’obiettivo di “deterrenza esistenziale” e di “deterrente minimo”. La forza missilistica intercontinentale cinese sarebbe composta da circa 50-70 Intercontinental Balistic Missiles (ICBM) di cui, però, solo tra i 40 e i 50 in grado di colpire gli USA. Della forza balistica lanciata da sottomarino (Submarine-launched ballistic missile, SLBM) è difficile effettuare una stima mentre è facile conoscere il numero dei sottomarini (4 SSBN in servizio). I bombardieri strategici sono il vero punto debole della forza nucleare cinese, essendo in numero ridottissimo e in gran parte obsoleti (derivati dai Tupolev-16 ritirati dal servizio 25 anni fa in Russia).

Di fronte alla supremazia americana offensiva e difensiva, ci sarebbe da dubitare, quindi, della capacità cinese di un second strike. Infatti, la forza ICBM land-based, oltre ad essere di dimensioni contenute, è fissa (in silos) e a propellente liquido, il che la rende più vulnerabile ad un first strike o intercettabile in caso di lancio. La forza missilistica sottomarina, a sua volta, soffre un limite strutturale: i SLBM in servizio (JL-1) per raggiungere il territorio nord-americano dovrebbero essere lanciati da sottomarini inoltrati nel Pacifico, superando la prima e la seconda catena di isole che cingono la Cina, i numerosi alleati americani nell’area e avvicinandosi alle basi americane di Guam e delle Hawaii, in un’impresa che molti ritengono inverosimile. Il primato navale americano si sostanzia, infatti, in una presenza preponderante nel quadrante Pacifico contro la quale la Cina non ha strumenti nè per un attacco nè per una diversione, potendo contare su una minuscola flotta di portaerei (2 unità in servizio di cui 1 quasi-obsoleta, 1 in costruzione contro le 10 americane) e un minor numero di Large Surface Combatant. Anche per questo, la RPC considera una priorità di sicurezza nazionale assicurarsi l’esclusivo sfruttamento dei mari e degli arcipelaghi limitrofi. Come menzionato, la Cina non potrebbe neanche fare affidamento sulla propria forza aerea strategica.

Per eliminare questi limiti e assicurarsi una deterrenza efficace, la leadership cinese del XXI secolo ha avviato un processo di modernizzazione della forza nucleare nazionale. In questa sede si cercherà di illustrarne i caratteri essenziali:

Per quanto riguarda i vettori intercontinentali, il 2016 è stato l’anno di svolta con il test del Dongfeng-41, il nuovo ICBM Multiple Independently targetable Reentry Vehicle cinese a propellente solido, lanciabile da piattaforme mobili con una gittata plausibile di 12 mila km. Il missile dovrebbe entrare in servizio durante il 2018 e fungere da prototipo per i nuovi vettori intercontinentali di terza generazione. In merito alla capacità sottomarina, constatati i problemi che compromettono la deterrenza cinese in questo dominio, la modernizzazione in atto procede sia sul versante SSBN (sottomarini lanciamissili balistici) che su quello missilistico. Quattro nuovi sottomarini dovrebbero entrare in servizio nei prossimi anni, dotati di maggiore capacità missilistica per ospitare il nuovo JL-2 (~7000 km di raggio). In fase di sviluppo e test è entrato il successore del JL-2, il JL-3, di cui però non si hanno informazioni certe. Per completare la triade strategica, l’Esercito Popolare di Liberazione sta sviluppando il suo nuovo bombardiere H-20 che dovrà sostituire gli obsoleti sistemi in servizio, pur non sembrando il dominio aereo la preoccupazione principale di Pechino. Vale la pena menzionare il sistema di difesa missilistica mid-course che la Cina sta sviluppando e per cui ha già acquisito capacità hit-to-kill. Il compito di tale sistema sarebbe di difendere i silos missilistici, che in futuro saranno sempre meno, e, soprattutto, i comandi strategici cinesi.

In conclusione, l’opinione generalmente condivisa è che la modernizzazione nucleare cinese in corso, forte di una performance economica cinese che ha aumentato le risorse a disposizione, stia assicurando alla Cina la tanto agognata capacità di second strike. Ciò trasformerà necessariamente il contesto di sicurezza della regione asiatica e, perciò, USA e Repubblica Popolare dovranno elaborare nuovi framework bilaterali e, solo in seconda battuta, multilaterali per affrontare il nuovo scenario. Gli USA, in questo senso, dovranno accettare la Cina come attore strategico assertivo e negoziare con essa un quadro di regole che riduca gli attriti e le incomprensioni, e che sia in grado di promuovere gli esiti win-win, affrontando quei terreni scivolosi che appaiono tali perché lasciati alla percezione soggettiva. Lo status quo regionale è, effettivamente, altamente contestato e ciò non aiuta nel compito appena individuato, ma è importante sottolineare che Cina e USA, nonostante la competizione, non conoscono alti livelli di ostilità da circa mezzo secolo e, quindi, possono approfittare di un contesto ancora costruttivo di relazioni per sviluppare una relazione strategica salda e pacifica.

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