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Un altro giro di giostra per gli equilibri in Medioriente

Negli ultimi tempi un nuovo acronimo si è fatto prepotentemente largo nell’universo concettuale del dibattito che ruota intorno all’interpretazione del mondo in cui viviamo. Questo acronimo è VUCA, termine coniato in ambito militare intorno agli anni ’90, che sta ad indicare un mondo governato da quattro variabili: volatilità, incertezza, complessità e ambiguità (volatility, uncertainty, complexity and ambiguity). La situazione nel Levante Arabo è il perfetto caso di scuola per chi volesse confrontarsi con tale contesto.

Un altro giro di giostra per gli equilibri in Medioriente - Geopolitica.info

Oggi di VUCA ne parlano gli analisti finanziari e geopolitici, uffici studi delle grandi corporation e ovviamente i risk manager. Per carità, nulla di nuovo rispetto al concetto di modernità liquida regalatoci da Z. Bauman o da quella “deriva anomica” cifra dell’Area Mondo, che L. Caracciolo chiama “caoslandia”. Eppure, al caos non vi è mai fine e, parafrasando un vecchio film di J. Nicholson, verrebbe da dire che “qualcosa è cambiato” in Medioriente.

Erdogan vs Mondo: e a Mosca si fanno affari

Un esempio sono gli equilibri, sempre più precari, in seno alla NATO che Putin, attraverso una serie di azioni diplomatiche, militari e propagandistiche sta contribuendo sensibilmente ad alterare. L’ultimo caso, quello forse più dirompente, è la promozione sul mercato del missile S-400 Triumf (nome NATO SA-21 Growler), sistema antiaereo terra-aria che secondo la grancassa di Sputniknews, portale di propaganda russa attivo in tutto il mondo, sarebbe in grado rilevare e abbattere anche i caccia di 5° generazione, F-22 Raptor, oltre a velivoli stealth (F-117 e B-2). Il missile sarebbe inoltre in grado di tracciare simultaneamente fino a 72 missili balistici e strategici.

Al di là della propaganda di Sputnik, il missile interessa realmente visto che le commesse arrivano copiose, tra cui quella della Turchia di Erdogan. Nulla di male, se non fosse che la Turchia è un paese Nato. Proprio in queste ore Reuters ha rilanciato un tweet del Sottosegretario alla Difesa turca Ismail Demir, che ha confermato addirittura un anticipo al luglio del 2019 della consegna delle prime due batterie, inizialmente prevista per il 2020. Un accordo da 2,5 Mld di U$D.

Vero è che i rapporti fra gli USA e la Turchia non sono mai stati così freddi, Ankara ha tirato in ballo gli americani per un presunto coinvolgimento nel golpe del luglio 2016 e d’altra parte gli USA si guardano bene dal consegnare ai turchi Fethullah Gülen, considerato da Erdoğan la mente del putsch. Ciò nonostante l’accordo firmato rappresenta una rottura forse esagerata nei confronti del sistema di alleanza in cui la Turchia è inserita. Aprire agli S-400, batterie con sistemi di ricerca e puntamento da integrare nei sistemi di difesa aerea della NATO, significa aprire una falla e permettere agli analisti russi di accedere ai sistemi dell’alleanza.

L’utilizzo del sistema S-400 come grimaldello per scardinare vecchi equilibri non si è limitato alla Turchia. La Russia starebbe trattando la vendita del sistema anche al Qatar, paese che ospita la principale base USA nel Golfo, in rottura con il vicino saudita e gli altri stati regionali (EAU, Kuwait Bahrain e Oman). La crisi tra Qatar e Arabia Saudita si è innescata lo scorso anno e, al di là di questioni religiose (i discendenti sauditi di Al-Wahhab, negano un legame di parentela fra il capostipite del wahhabismo e la famiglia reale qatariota, gli Al-Thani, e in ragione di ciò hanno veemente chiesto di cambiare nome alla più importante mosche del Qatar, oltretutto retta da un imam legato ai Fratelli Musulmani), è esplosa a seguito del tentativo del Qatar di giocare una propria partita autonoma nella giostra degli equilibri dell’area.

Riyadh vs Doha: e a Mosca si fanno affari

Riyadh accusa Doha di sostenere gruppi terroristi in Siria e Iraq, nonché la guerriglia Houthi in Yemen e, soprattutto di finanziare i Fratelli Musulmani, organizzazione salafita concorrente al modello wahhabita di cui Riyadh è sponsor in tutto il Medioriente. Non a caso nella frattura che si è consumata fra le due capitali arabe, uno dei principali oggetti del contendere è l’emittente satellitare Al-Jazeera, di cui i sauditi chiedono la chiusura poiché individuata come il vero motore delle primavere arabe che dal 2011 hanno alterato gli equilibri dell’area.

Risultato di ciò è che il Qatar, sempre più isolato all’interno del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ha finito per avvicinarsi all’Iran, riaprendo ufficialmente le relazioni diplomatiche e a Mosca, nei cui missili cerca la garanzia da un’azione aerea portata dai caccia di Riyadh e dell’alleato di Abu Dhabi. Notizia di queste ore è anche l’interessamento di Doha per il caccia russo di 4° generazione Sukhoi Su-35 (Flanker-E per la NATO). I colloqui tra russi e qatarioti per il caccia, sarebbero in corso dallo scorso marzo. A confermarlo è stata l’agenzia di stampa russa TASS.

I sauditi, appresa la notizia, hanno fatto prontamente trapelare minacce di attacco preventivo e, parallelamente hanno rincarato le accuse anche contro la Turchia, alleata di Doha nella regione, che da alcuni mesi è impegnata nel rifornire con un ponte aereo il piccolo stato del golfo, isolato dai potenti vicini. La Turchia sta anche alimentando e costruendo una base militare in territorio qatariota. All’inizio si trattava di qualche migliaio di istruttori, ora la cosa si fa più seria.

Ingerenza e hackeraggi nel cyberspazio

Al di là dei teatri di scontro tradizionali (tra le varie milizie sul campo e a colpi di dichiarazioni tra le cancellerie arabe), la partita come è di moda oggi è in atto anche nel cyberspazio. Infatti, ad incendiare la crisi sono intervenuti almeno due episodi di hackeraggio, uno accertato ed uno presunto. Testata ben informata su tutta la vicenda è il Washington Post che, da mesi, sta documentando in maniera puntuale i fatti. Il primo caso ha visto una serie di comunicazioni riservate scambiate ai vertici dell’amministrazione qatariota essere rilevate e forse artatamente alterate, il secondo ha riguardato una presunta presa di posizione dell’Emiro, lo sceicco Al-Thani in favore dell’Iran. I qatarioti hanno da subito parlato di fake news frutto di un’intrusione informatica.

Relativamente al primo evento, il giornale USA ha ricostruito una serie di scambi tra i vertici dell’emirato in cui si evince che il piccolo stato avrebbe versato centinaia di milioni di dollari a una serie di gruppi terroristici iracheni e non (tra cui l’Hizb’Allah libanese e addirittura la Forza Al-Qods, comandata da Qassem Soleimani, il più alto dirigente iraniano presente in Siria), per favorire il rilascio, poi effettivamente avvenuto, di alcune decine di alti dignitari e membri della famiglia reale qatariota, rapiti nel sud dell’Iraq nel 2015 da una milizia sciita. Il Qatar ha effettivamente ammesso di aver negoziato la liberazione dei propri ostaggi, ma ha affermato che i messaggi intercettati e pubblicati sarebbero stati alterati per far trasparire una realtà diversa, soprattutto per quanto concerne i rapporti con l’Iran e con il generale Soleimani.

L’altro caso si è verificato lo scorso 24 maggio quando la Qatar News Agency, ha pubblicato alcune dichiarazioni attribuite all’Emiro Al Thani che aprivano al ruolo dell’Iran nella regione. La frase incriminata, smentita dall’Emiro e hackerata secondo quanto affermato dall’agenzia di stampa statale, che se la sarebbe vista pubblicata sul proprio portale, affermava che “non può esservi saggezza nel nutrire ostilità nei confronti dell’Iran che rappresenta una potenza regionale e islamica”. Altra frase incriminata era quella intesa a riconoscere in Hamas il vero rappresentante del popolo palestinese. Hamas è emanazione diretta della fratellanza musulmana e a Riyadh tali parole non devono esser suonate piacevoli. Il Washington Post ha successivamente rivelato che dietro la notizia ci sarebbe stata l’intrusione informatica di hacker al soldo degli Emirati Arabi Uniti. Il giornale USA avrebbe avuto la notizia da fonti d’intelligence americane.

Concludendo: la giostra continua a girare

La realtà è che oramai nell’era Trump (ma anche dopo le politiche altalenanti di Obama), gli USA persi come sono in una spirale illogica di impegno-disimpegno, hanno perso il controllo dell’area. Non riescono più a gestire le conflittualità interne tra i diversi attori, ponendosi come in passato come arbitro. Di tale situazione stanno approfittando in maniera sapiente e per motivi diversi, non sempre coincidenti, ma al momento tatticamente collegati, Russia, Iran e Turchia. I primi per aprirsi uno sbocco stabile ai mari caldi, i secondi per assumere definitivamente il controllo di tutta la mezzaluna del crescente arabo, dal sud dell’Iraq fino al Libano, gli ultimi alla ricerca di un sogno neo sultanale. Inutile dire che l’intemerata decisione di Trump di portare l’ambasciata USA a Gerusalemme non ha certo aiutato. Andando a chiudere, prendendo nuovamente a prestito una frase dal film Qualcosa è cambiato, parafrasando il momento potremmo dire che mentre la gente vive e muore in Medioriente, “le ruote della giostra continuano a girare”.

EU-NATO cooperation: What’s next?

Donald Trump’s feelings on NATO are well-known.The US president said a lot of times that his country won’t rush to defend NATO countries if they don’t spend more on military.

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Trump’s remarks aren’t completely new. In 2011, US Secretary of Defence Robert Gates warned that NATO could continue along its current trajectory for much longer. There have been significant defence cuts in European member states since the end of the Cold War, and the US feels it is currently shouldering a disproportionate amount of the defence burden.

Traditionally, the United States has claimed that it supports the development of the European Security and Defence Policy.

 

Common Security and Defence Policy

 When the EU’s Common Security and Defence Policy (CSDP), formerly known as the European Security and Defence Policy (ESDP), was first launched at Saint Malo in December 1998, the key concept was “autonomous action”. CSDP was never about creating a European army or about supplanting Nato’s responsibility for territorial defence. Each member state remains solely competent for its own defence forces, each has a veto on the approval of every individual operation, and none is obliged to take part in any such operation.

As a result, the EU’s council of ministers, responding to an external crisis, could put in place comprehensive policies including financial assistance, trade measures, policing, support for military reform, institution building, and if necessary, deploy forces under the authority of the UN Security Council.So the EU, it was asserted, would havedeveloped its own strategic vision. Furthermore, CSDP would haveallowed European forces to tackle regional security challenges the US did not wish to engage with.

ButunfortunatelyCSDP did none of those things. Almost two decades later, the June 2016 European Global Strategy asserts that the EU’s foreign and security policy goal is “strategic autonomy” and that “EU will deepen cooperation with the North Atlantic Alliance in complementarity, synergy, and full respect for the institutional framework, inclusiveness and decision-making autonomy of the two”.The reality, as we have seen in Libya and Ukraine, and as it is lived by member states with a Russian border, is that Europe seems more dependent on NATO than at any point since the mid-1980s.

 

Warsaw Joint Declaration and EU-NATO cooperation

With Trump Administration the Warsaw declaration acquires even stronger importance. The Warsaw Joint declaration signed by the President of the European Council, the President of the European Commission, and the Secretary General of the North Atlantic Treaty Organization, aim to give new impetus and new substance to the EU-NATO strategic partnership.The declaration identified over forty proposals in several key areas of security and defence policy.

In December 2016, the EU and NATO, following up on the Joint Declaration issued at the NATO summit in Warsaw (June 2016), released a list of areas in which the two entities are actively cooperating. These include for instance: hybrid threats, cyber warfare, maritime security and military capabilities.The Warsaw declaration reflect the most prominent items on the foreign policy agenda of all great western powers: the fight against terrorism, Russian threat and Middle East.

Within the alliance, Turkey, France and Belgium have been victims of terror attacks directly linked to the group since 2014, while attacks with some or indirect connections to ISIL/Da’esh have also taken place in other NATO members.

On the eastern flank, alliance members are especially alarmed by Russia n  aggression in  Ukraine (having already been concerned by Russia’s actions in other former Soviet states). Stationing NATO troops has a deterrence effect against Russia, but concern remains over the ability to counter the hybrid tactics used by Russia.

NATO and EU members in the south face migrant flows from the Middle East, mostly via Turkey, the Western Balkans and the Mediterranean Sea. Instability in the Middle East has also led to the emergence of a number of transnational threats.

 

What’snext?

Whatis to be the relationshipbetweenthesetwoentities over the comingdecades?

The answer depends on the level of ambition of CSDP. Federica Mogherini aims at the highest one. Strengthening the EU-NATO strategic partnership is particularly important in the current security environment.

At this point, there are three possible scenarios for the future:

  • the first scenario would be one associated with the gradual destroy of European integration. This scenario has been rendered less improbable with the vote on Brexit. In this case, the EU member states would become totally dependent on NATO. Such a prospect might please some in the UK but would be the worst of all possible worlds for other Europeans and for the USA;
  • a second possibility would be a status quo scenario, in which CSDP would continue along its current track, with modest improvements in EU capacity-generation;
  • the final scenario assumes that the EU is serious about becoming a “strategically autonomous” EU member states might activate the Lisbon Treaty’s provision for permanent structured cooperation (PESCO).

At the NATO Summit in Warsaw, Allied leaders underlined that the European Union remains a unique and essential partner for NATO. Enhanced consultations at all levels and practical cooperation in operations and capability development have brought concrete results. The security challenges in the two organisations shared eastern and southern neighbourhoods make it more important than ever before to reinforce the strategic partnership.

NATO and the European Union partnership will also be an important issue that leaders of NATO nations will highlight in the next Summit in Brussels. It will be the first meeting where the new US president and the new French president meet all the other Allied leaders.

So the Summit will be the occasion to understand the future of EU-NATO cooperation. One thing is clear: Europe faces a set of challenges in its Southern and Eastern  neighbourhoodsthat must be solved. The US are no longer willing to solve European foreign problems. Only the EU can do that. But it can only do it with genuine strategic autonomy.

 

Esercitazioni NATO nell’Est Europa, si alza la tensione con Mosca

Dopo le ultime esercitazioni della NATO nell’Europa dell’est e la decisione dell’Alleanza Atlantica di costruire uno scudo antimissile in Polonia e Romania, il governo di Mosca ha inaugurato una grande esercitazione chiamata Caucasus in risposta ai movimenti NATO quasi a ridosso dei suoi confini.

Esercitazioni NATO nell’Est Europa, si alza la tensione con Mosca - Geopolitica.info

Che la Russia non accettasse di buon grado le esercitazioni NATO nell’Europa dell’est era cosa nota a tutti da tempo, ma il Cremlino ha voluto davvero fare capire di non essere più disposto ad accettare altre provocazioni. La NATO  ha fatto sapere che lo scudo antimissile non vuole essere un deterrente in chiave antirussa, ma una misura precauzionale in caso di lanci missilistici da parte dei miliziani islamisti dell’ISIS o di Paesi ostili come la Corea del Nord.

La Russia non è comunque disposta a credere a queste rassicurazioni e proprio non accetta esercitazioni NATO così vicino ai suoi confini. Questo clima da guerra fredda che si respira sul Baltico deriva proprio dal periodo storico e dalle finalità per cui l’Alleanza Atlantica è nata.

Alla NATO si contrapponeva il Patto di Varsavia che era formato dalla Russia e da tutti quei Paesi dell’est Europa che adesso vengono definiti come repubbliche ex sovietiche, tra cui anche i Paesi baltici. Anche dopo il crollo dell’URSS e la fine della guerra fredda i rapporti tra Stati Uniti e Russia sono sempre stati caratterizzati dal sospetto e dalla diffidenza reciproci ed è per questo che la Russia ancora oggi teme ogni espansione della NATO verso est e la vede come una indebita ingerenza nei suoi affari interni.

Le utime esercitazioni della NATO che si sono svolte in alcuni importanti Paesi dell’est Europa e hanno visto la partecipazione di miglaia di militari sono state subito guardate con sospetto dalla Federazione  Russa che le ha subito bollate come inutili provocazioni che non fanno altro che alzare la tensione nella regione, già alle stelle dopo la guerra in Ucraina e l’annessione della Crimea da parte della Russia. Proprio la questione ucraina ha riacceso la scintilla di quella guerra fredda che sembrava ormai archiviata e i rapporti tra Stati Uniti e Russia si sono fatti di nuovo tesi; la decisione di Washington di installare uno scudo antimissile in Polonia e Romania ha portato al massimo l’irritazione del governo russo.

L’area del Mar Baltico è da sempre considerata strategica dalla Russia perchè è un importante sbocco commerciale per le merci russe, soprattutto per il gas naturale, e in alcune cittadine affacciate sul Baltico ci sono importanti basi navali che la Marina russa utilizza per le sue esercitazioni e per alcune missioni all’estero. Non bisogna dimenticare chei legami tra la Russia e i Paesi dell’europa dell’est sono rimasti molto forti anche dopo la caduta e il dissolvimento dell’URSS;  tra la Russia e questi Paesi ci sono importanti accordi commerciali e anche alcuni patti per la difesa comune che in caso di ampliamento dell’Alleanza Atlantica verso Oriente andrebbero inevitabilmente infranti.

Il summit Nato di Varsavia, la Russia e la Cina: considerazioni geopolitiche

Le agende della diplomazia internazionale sono notoriamente dense, come dimostrano ad esempio i numerosi summit che si sono susseguiti nel mese di luglio (si pensi, tra gli altri, alla rilevanza dei vertici Nato, Asem e Asean). In questo articolo ci concentriamo sui punti salienti del vertice Nato, tenutosi a Varsavia l’8 e 9 luglio, alla luce delle implicazioni geopolitiche per la Russia e la Cina.

Il summit Nato di Varsavia, la Russia e la Cina: considerazioni geopolitiche - Geopolitica.info

L’avanzamento della Nato verso Est, Sud-est e Sud ha generato da tempo forte irritazione da parte di Russia e Cina. Quest’ultima ha ad esempio rimarcato, nel corso del 95° anniversario della fondazione del partito comunista cinese, la necessità di creare un nuovo ordine mondiale, soprattutto alla luce delle ambizioni imperialiste occidentali e delle criticità ad esse correlate. Queste le parole del presidente Xi Jinping: “Attualmente stiamo osservando azioni aggressive degli Usa, che riguardano sia la Russia che la Cina. Credo che la Russia e la Cina possano creare un’alleanza di fronte alla quale la NATO sarebbe ridimensionata, e questo metterebbe fine alle ambizioni imperialiste dell’Occidente”.

Nato, Varsavia 2016: chi minaccia chi?

Al di là dell’importanza storica e simbolica di questo summit, perché avviene in un epoca di cambiamenti repentini, la Nato conferma, per voce del suo segretario generale Stoltenberg, l’approccio strategico della “Nato globale” – ispirato dagli interessi strategici degli Usa sin dagli anni Novanta ed applicato in modo inequivocabile fin dagli anni Duemila – e ripropone una retorica politica a tratti superficiale, non di rado in contraddizione con le operazioni militari dei paesi leader (Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Francia e Germania in primis) e tutt’altro che nuova. Come ad esempio “l’adattamento dell’Alleanza a un modo che cambia”, “l’indispensabilità della Nato per i cittadini europei e nordamericani”, l’enfasi posta su “un mondo sempre più pericoloso” (a cui evidentemente la Nato non ha fornito contributi degni di nota), che sarebbe caratterizzato da sempre “nuove minacce”.  Le sfide poste dalla Russia e dal terrorismo, due delle principali minacce evidenziate nel corso del summit, non sono sufficientemente argomentate. C’è da dire, infatti, che il terrorismo internazionale non è nuovo, dato che la cosiddetta “guerra al terrorismo” va avanti da almeno 15 anni, con risultati a dir poco insoddisfacenti, e le sedicenti “sfide” poste dalla Russia possono essere concretamente ribaltate, a ragion veduta, in “sfide e minacce poste dalla Nato alla Russia”. Recentemente, il presidente Putin ha rimarcato l’obsolescenza della Nato, data l’estinzione del patto di Varsavia, “ma per alcune ragioni – afferma – la Nato continua ad espandere le sue infrastrutture e ad avanzare verso i confini della Russia”.  E ciò è confermato dalle decisioni pratiche ratificate durante il summit di Varsavia: (a) quattromila truppe da dispiegare tra i paesi baltici e la Polonia, guidate da Stati Uniti, Regno unito, Canada e Germania, e una brigata multinazionale in Romania;  (b) l’implementazione degli scudi antimissilistici in Polonia e Romania; (c) il continuo supporto all’Ucraina (oggi divisa e per nulla democratica – per una disamina dei fatti ucraini si veda https://www.youtube.com/watch?v=fhILmIvBe6o), ove le truppe Nato sono ormai presenti per esercitazioni militari

(http://www.presstv.ir/Detail/2016/06/27/472387/Ukraine-NATO-military-drill-Russia–Rapid-Trident). Inoltre, sempre a Varsavia si è deciso di proseguire coi bombardamenti anti-Isis in Siria e Iraq (la cui efficacia è tutta da dimostrare e i cui maggiori effetti continuano ad incrementare il numero delle vittime civili siriane), di ampliare l’attività di formazione e di intelligence negli scenari critici e di prolungare la Resolute Support Mission in Afghanistan fino al 2020. In questo quadro, la riattivazione del Consiglio Nato-Russia (interrotto per circa due anni e riunitosi nuovamente il 20 aprile e 13 luglio 2016) è una flebile speranza perché aumenti la comprensione reciproca e la capacità di negoziazione.

Russia e Cina: sempre più coese?

L’accerchiamento della Russia impensierisce anche la Cina, che tra le altre cose non può non vedere con sospetto il prolungamento della presenza Nato in Afghanistan, le provocazioni degli Stai Uniti sul Mar cinese meridionale (http://www.agichina.it/punta-di-pennello/notizie/mar-cinese-meridionale-la-posizionebr-/di-pechino-dopo-la-decisione-dellaia) e quelle della Francia, che sta preparando una missione europea in quel mare (http://www.asia-pacificresearch.com/the-encirclement-of-china-is-well-underway-france-prepares-to-lead-eu-missions-in-the-south-china-sea/5537157). Non sorprende dunque che questi interventi favoriscano il consolidamento e riavvicinamento tra Cina e Russia.

Xi Jinping, riconoscendo il decadimento dell’Unione europea e le debolezze politico-economiche degli Usa, prevede che nel giro di dieci anni l’alleanza tra Russia e Cina sarà il fattore chiave del nuovo ordine mondiale. Tuttavia, oltre ai legami economici e politici sempre più stretti, la cooperazione in campo strategico-militare dovrà crescere costantemente e il nuovo invito di Xi Jinping a Vladimir Putin, al fine di rafforzare la partnership militare, è in attesa di risposte chiare e concrete. Fino a poco tempo fa Russia e Cina hanno dichiarato di non aver alcuna intenzione di entrare in nuovi blocchi militari, né di coordinarsi contro terze parti. Il rafforzamento geopolitico-militare (si pensi ad esempio alle attività della SCO) sarebbe infatti sia una diretta conseguenza dell’espansionismo Nato, sia una necessità di autodifesa nazionale, e non sarebbe diretto, secondo le autorità dei due paesi, a sviluppare altri progetti imperialisti.

Malgrado i rapporti complicati avuti in passato e i numerosi disaccordi, oggi è verosimile pensare che la Cina sia pronta ad aiutare la Russia in caso di possibili problemi militari e politici nei suoi rapporti con l’Occidente. La Russia ha una reale necessità di condividere l’onerosa responsabilità di gestire rapporti più tesi con la Nato, mentre, da parte sua, la Cina può velocizzare la modernizzazione delle sue forze armate grazie a una più stretta collaborazione con la Russia. Secondo molti una seconda guerra fredda, benché in un mondo con assetti di potere e ideologie mutate, è già in atto. E questo anche perché l’Occidente ha rotto le promesse fatte prima della dissoluzione del Patto di Varsavia, come la garanzia che la NATO non si sarebbe estesa oltre i confini della Germania, vale a dire in Europa orientale, e che non avrebbe violato il trattato di difesa missilistica (ABMT), firmato nel 1972 e rimasto in essere fino al 2002, quando gli Usa hanno deciso di ritirarsi dal trattato.

Il caos geopolitico dell’arco geografico che dal Medio Oriente si estende all’Afghanistan e all’Ucraina coinvolge direttamente Russia e Cina, che hanno visto regimi laici rimossi forzatamente e sostituiti da un “califfato” terrorista. E questo potrebbe essere solo l’inizio dello scoppio di altre micce che risulterebbero ancora più destabilizzanti per gli interesse delle potenze (neo)emergenti. In questo quadro si comprendono meglio anche i segni di parziale distensione e possibile riavvicinamento tra Turchia e Russia, dopo le tensioni dei mesi scorsi.