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Tra vecchie e nuove sfide: la NATO settanta anni dopo

Con l’evento di questa sera presso Buckingham Palace si aprirà il nuovo summit dei Capi di Stato e di Governo dell’Alleanza Atlantica, un’occasione questa per festeggiare i settant’anni della NATO ma anche per fare una valutazione complessiva della condizione di salute dell’Alleanza.

Tra vecchie e nuove sfide: la NATO settanta anni dopo - Geopolitica.info

Come spesso accade, i grandi vertici internazionali tendono a mettere in luce gli elementi di frattura piuttosto che di unione e il summit odierno non fa eccezione. Sul tavolo, vecchie e nuove questioni minacciano la solidità dell’Alleanza che da alcuni anni sembra incapace di elaborare una visione condivisa del futuro e delle possibili minacce, in un Sistema Internazionale in continuo divenire in cui i pochi punti fermi che si pensava di avere sembrano essere sempre più incerti.

Al centro del summit

A definire ancora una volta il calendario dei lavori vi sarà la richiesta, ormai veicolata da anni da parte dell’Amministrazione Trump, di aumentare la spesa per la difesa da parte degli Alleati europei. Dal momento del suo insediamento, Donald Trump ha più volte ripetuto la necessità di un maggior coinvolgimento europeo nella difesa collettiva, dichiarando che la NATO è un’istituzione da considerarsi obsoleta e enormemente costosa per gli interessi strategici americani, minacciando in più occasioni una riduzione significativa dell’impegno statunitense in Europa. Malgrado lo stile roboante del Tycoon, la questione è vecchia tanto quanto la NATO, tanto da poter dire che fin dagli anni ’50, in diversi momenti e per diverse ragioni, gli Stati Uniti hanno chiesto una maggiore partecipazione agli oneri derivanti dalla difesa collettiva. Ad ogni modo, anche al summit di domani la questione risulterà dirimente. Malgrado gli avanzamenti previsti in questo senso dagli Stati europei, Donald Trump sembra intenzionato a richiedere ulteriori aumenti delle spese militari in un contesto di graduale ridefinizione dell’impegno americano in Europa accompagnato da un’ormai evidente spostamento dell’asse della politica estera americana verso l’Asia. Proprio per discutere dell’impegno, politico ed economico, degli Stati Uniti rispetto alla difesa del continente dovrebbero tenersi quattro incontri bilaterali tra il Presidente statunitense e il Presidente francese Emmanuel Macron, la Cancelliera tedesca Angela Merkel, il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il Segretario Generale dell’Alleanza Jens Stoltenberg.

Parallelamente a questa prima grande questione relativa alle relazioni transatlantiche vi è una seconda faglia che da mesi, più o meno velatamente, scorre sotto l’apparente solidità dell’Alleanza, la linea adottata dall’Amministrazione Trump rispetto ad alcune scelte strategiche prese senza minimamente coinvolgere gli Alleati. In particolare, a mostrarsi particolarmente insoddisfatto di alcune scelte dell’inquilino della Casa Bianca è stato Emmanuel Macron che ha più volte criticato la scelta degli Stati Uniti di ritirarsi dalla Siria aprendo così il fianco all’offensiva turca nel Kurdistan siriano. La linea statunitense non solo non è stata condivisa dal Presidente francese ma ad infastidire l’inquilino dell’Eliseo è stata la scelta di non rendere partecipi della decisione gli Alleati che sarebbero stati i più esposti ad un’ondata di ritorno di foreign fighters dalla Siria e soprattutto dall’instabilità determinata dall’operazione “Ramoscello d’Ulivo”. Proprio l’imprevedibilità dell’amministrazione Trump e il desiderio di rilanciare il processo di integrazione europea sono stati alla base del lancio dell’Iniziativa Europea d’Intervento, un progetto che cerca di trasporre sul piano operativo alcuni processi avviati nell’ambito della PESCO. L’idea del Presidente francese, storicamente cara alla diplomazia d’oltralpe, è quella di guadagnare “l’autonomia strategica” dagli Stati Uniti, un progetto ancora oggi lontano ma che più volte è stato richiamato come faro da seguire nello sviluppo del processo di integrazione europea.

Sul fronte della sicurezza più tradizionalmente intesa, due sembrano essere le questioni più importanti: la posizione della Turchia all’interno dell’Alleanza e l’ascesa della Repubblica Popolare Cinese come minaccia anche alla sicurezza europea.

Relativamente alla politica condotta da Ankara negli ultimi mesi, come già accennato, la questione dirimente rispetto alle relazioni con l’Europa e l’Alleanza è l’intervento militare in Siria avviato a partire dal 9 ottobre. L’operazione “Ramoscello d’Ulivo” è stata accompagnata da forti proteste soprattutto dagli Alleati europei, in primis dal Presidente francese, che hanno considerato di dubbia legittimità lo sconfinamento delle forze armate turche in territorio siriano, un’operazione questa che è stata accompagnata dai timori di una possibile ripresa dell’attività terroristica dello Stato Islamico in Medio Oriente e in Europa. Contestualmente, l’acquisto da parte turca dei sistemi S-400 russi e il loro prossimo dispiegamento hanno acuito i dissapori tra Ankara e Washington. Se per mesi Recep Tayyip Erdogan ha tenuto una linea ambigua rispetto alle relazioni con la Federazione Russa, il dispiegamento del nuovo sistema antimissile va in una direzione piuttosto chiara. La scelta di impiegare i nuovi sistema d’arma di fabbricazione russa impone, necessariamente, l’impossibilità di garantire l’interoperabilità tra le forze turche e il resto dell’Alleanza nonché di costruire un sistema di Comando e Controllo integrato, senza considerare i timori che la piattaforma possa essere usata come fonte di informazioni sulle reali capacità e procedure della NATO da parte della Russia.

Da ultimo, per la prima volta l’ascesa delle Repubblica Popolare Cinese e le sue ripercussioni in termini di sicurezza e stabilità internazionale sono uno degli argomenti all’ordine del giorno del nuovo summit della NATO. L’inserimento della minaccia cinese tra le materie oggetto dell’attenzione dell’Alleanza è il frutto del forte pressing americano in merito alla definizione di una strategia condivisa nei confronti della Cina, un attore che sembra incutere maggior timore a Washington di quanto non faccia nelle capitali europee. Al centro della controversia vi è l’inserimento di compagnie cinesi all’interno dei grandi snodi infrastrutturali europei e soprattutto la competizione sulle nuove frontiere tecnologiche, in particolare la rete di quinta generazione, fondamentale per l’interconnessione dei sistemi informatici e l’elaborazione e ricezione di enormi quantità di dati, ma soprattutto l’intelligenza artificiale e il machine learning. Questi elementi sono al centro della competizione tra le due super potenze, una competizione nella quale Donald Trump vorrebbe poter contare sul supporto della NATO e dei singoli stati europei, che sembrano invece piuttosto interessati agli investimenti e alle possibilità offerte dal mercato cinese.

Quale futuro per la NATO?

Sullo sfondo del summit aleggia però la sensazione che l’Alleanza sia davvero prossima alla “morte celebrale” come dichiarato da Emmanuel Macron durante un’intervista al the Economist lo scorso 7 novembre. Le divisioni interne all’Alleanza periodicamente riemergono e trovare un modus vivendi tra le esigenze di sicurezza di ormai 30 Stati risulta essere particolarmente complesso. La NATO manca oggi di una capacità di pianificazione strategica di ampio respiro che sappia indicare una chiara via da seguire, l’ultimo Concetto Strategico è datato al 2010 ed è evidente la necessità di un cambio di rotta radicale. Se l’Alleanza non vuole continuare semplicemente a crescere in modo ipertrofico deve ridefinire il proprio ruolo nel Sistema Internazionale poiché altrimenti resterà sospesa in un limbo, incapace di andare avanti in modo efficace ma allo stesso tempo impossibilitata a tornare al ruolo precedente alla caduta dell’Unione Sovietica.

 

Alleanza Atlantica e Turchia, breve storia di un amore mai NATO

In occasione del 70° anniversario della NATO, non è mancata la possibilità di assistere all’ennesima divergenza tra USA e Turchia, due paesi formalmente alleati e geopoliticamente sempre più distanti. In questo articolo saranno ripercorse le tappe fondamentali del rapporto intercorrente tra Ankara e l’Alleanza Atlantica, indagando le ragioni che – almeno per il momento – sembrano impedirne la separazione.

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La Turchia aderì alla NATO nel febbraio del 1952, nell’ambito del primo allargamento dell’Alleanza, fino ad allora composta dai soli dodici stati fondatori. In quel tempo lo stato anatolico era un vero e proprio baluardo contro l’espansione sovietica nel Mediterraneo. L’ordinamento turco consisteva in una repubblica laica e occidentalizzata dalle riforme di Kemal Atatürk, storico padre fondatore che nel 1922 aveva abolito il sultanato ottomano di Maometto VI. La Turchia era dunque un paese profondamente diverso da quello odierno. Con l’avvento di Erdoğan infatti, a partire dal 2003 è iniziato un processo – ancora in corso – di islamizzazione dello stato, con conseguente allontanamento dai valori fondamentali delle democrazie occidentali aderenti al Patto Atlantico.

Risale proprio al 2003 la prima divergenza tra Stati Uniti e Turchia, quando, alla vigilia della Guerra del Golfo, l’AKP appena salito al potere negava agli americani il transito e l’uso delle basi in territorio turco (strategicamente importante per invadere l’Iraq). Nel 2007 poi, i turchi lanciarono un’offensiva nel Kurdistan iracheno senza prima avvisare gli USA, militarmente impegnati in quel territorio. Altri contrasti si registrarono ancora nel 2010, quando la Turchia interruppe bruscamente i rapporti con Israele a seguito dell’incidente della Freedom Flotilla, costringendo gli Stati Uniti di Obama ad una lunga e difficile mediazione tra i due paesi alleati.

Giunse poi la guerra civile siriana, in cui mentre da una parte gli Stati Uniti si appoggiavano ai curdi per assestare duri colpi al regime di Assad e allo Stato Islamico, dall’altra la Turchia non perdeva occasione per bersagliare con continui raid aerei l’YPG curda, milizia strettamente legata al PKK turco, a sua volta ostile all’AKP di Erdoğan. Il momento di maggior tensione si registrò però nel 2016, quando a causa dell’abbattimento di un cacciabombardiere russo, la Turchia, già internazionalmente sospettata di collaborare con l’ISIS, rischiava di trascinare la NATO in un conflitto con la Russia indesiderato da tutta l’Alleanza. Nello stesso anno si registrò anche il tentato colpo di stato ai danni del Sultano (Erdoğan, ndr), il quale accusò il rivale Fethullah Gulen di averlo architettato e di conseguenza anche l’amministrazione a stelle e strisce per averlo successivamente ospitato e protetto.

È in questo clima progressivamente sempre più teso che si giunge allo scenario odierno, in cui Ankara, mai così vicina a Mosca, arriva ad ordinare l’acquisto dei missili russi S-400, ignorando le minacce statunitensi di sospensione della vendita di F-35. A seguito di questo episodio, il vicepresidente USA Mike Pence ha dichiarato: “La Turchia deve scegliere se rimanere un partner importante dell’alleanza militare di maggior successo nella storia o proseguire a minare la sua permanenza, tramite decisioni sconsiderate. […] Non rimarremo a guardare mentre un alleato della NATO compra armi dai nostri avversari, armi che minacciano la coesione stessa di questa alleanza”. Repentina è stata la risposta del ministro degli Esteri turco Çavuşoğlu, secondo cui un passo indietro arrecherebbe danni anche agli USA, dal momento che, come confermato da Ömer Çelik (portavoce del governo), il sistema missilistico russo proteggerà anche i paesi dell’Alleanza.

Considerate tutte queste difficoltà, per quale ragione Turchia e NATO non si sono ancora separate? I motivi, per entrambe le parti in causa, sono molteplici. È evidente come ad Ankara possa far comodo tenere il piede in due scarpe: in tal modo riesce sia a perseguire i propri interessi nazionali, stringendo partnership estremamente vantaggiose anche al di fuori dell’Alleanza Atlantica (vedasi il caso appena citato dei missili russi S-400), sia ad avere le spalle coperte nell’ipotesi in cui sul piano internazionale la situazione dovesse volgere al peggio (cosa non del tutto da escludere data la pericolosa intraprendenza di Erdoğan). Resta dunque da capire perché la NATO consenta tutto ciò. In primo luogo, occorre evidenziare la posizione strategica in cui si trova la Turchia; l’Anatolia consiste in un vero e proprio ponte naturale tra Europa ed Asia, consente l’accesso al Mar Nero affacciandosi al contempo sul Mediterraneo e confina sia con la Russia, sia con la Siria (e quindi con il Medio Oriente), due aree geopoliticamente molto sensibili.

In secondo luogo, la Turchia detiene il secondo esercito terrestre più grande della NATO (pari a 350.000 uomini e a mezzo milione di riservisti) ed è tra i paesi membri più virtuosi, che contribuisce maggiormente alle spese militari. Oltre a tutto ciò si aggiunga che Erdoğan non è per sempre. L’AKP ha infatti appena subito una scottante – anche se al momento poco influente – sconfitta alle elezioni amministrative dello scorso 31 marzo, perdendo diverse grandi città, quali Ankara, Istanbul e Smirne, segno che forse qualcosa sta cambiando; il largo consenso popolare di cui fino ad ora ha goduto il Sultano, sembra per la prima vacillare e questo potrebbe essere un primo segnale di cambiamento che l’Alleanza Atlantica non può ignorare.

È altresì lapalissiano che ad Erdoğan non tutto può essere concesso. Se dovesse infatti continuare a tirare la corda, prima o poi questa potrebbe spezzarsi, soprattutto se si considera che Donald Trump non sembra essere l’uomo paziente e diplomatico pronto a scendere a compromessi su tutto.

 

Gli Stati Uniti fuori dal trattato INF

L’annuncio del Presidente statunitense Donald Trump circa il possibile ritiro dal Trattato INF e l’ultimatum del Segretario di Stato, Mike Pompeo, con cui si intima alla Federazione Russa la cessazione delle sue (presunte) violazioni al documento, pongono la comunità internazionale dinanzi a incognite che interessano gli equilibri nucleari tra le grandi potenze. Il rischio non è soltanto quello di una nuova “crisi degli Euromissili” ma pure di una sua riproposizione in altre aree del globo in cui gli Stati Uniti appaiono impegnati nel contrastare l’assertività di potenze regionali emergenti. Washington e Mosca devono scegliere se percorrere sino in fondo la via dell’intransigenza oppure optare per una soluzione negoziale

Gli Stati Uniti fuori dal trattato INF - Geopolitica.info Photo credit: U.S. Department of State on Foter.com

 

La scelta di Trump

Lo scorso 20 ottobre, il Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, aveva affermato che la sua Amministrazione è determinata a recedere dal Trattato INF (Intermediate-range Nuclear Forces) siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbachev per l’eliminazione dei missili balistici e cruise a medio-corto raggio dispiegati in Europa a partire dalla seconda metà degli anni Settanta da Unione Sovietica, da un lato, Stati Uniti e NATO, dall’altro. Quell’accordo mise fine alla cosiddetta crisi “degli Euromissili” la quale, de facto, rappresentò quella che, con un saggio pubblicato nel 2006, Maynard Glitman – all’epoca capo negoziatore per Washington – definì “l’ultima battaglia della Guerra Fredda”. I motivi della decisione statunitense sono da addebitarsi a ripetute violazioni del trattato (che sarebbero) avvenute negli ultimi anni ad opera della Federazione Russa, erede unica dell’URSS. Sebbene già nel gennaio 2014 gli Stati Uniti avessero provveduto ad informare gli alleati NATO di tali violazioni, il contenzioso aperto con Mosca può datarsi ufficialmente al 28 luglio di quell’anno, quando Barack Obama, per mezzo di una lettera [fonte: nytimes.com], notificò al capo del Cremlino, Vladimir Putin, il mancato adempimento degli obblighi derivanti dalle clausole del trattato. Nel corso di quello stesso mese, inoltre, il ‘Bureau of Arms Control Verification and Compliance’ del Dipartimento di Stato rilasciò il documento intitolato Adherence to and Compliance with Arms Control, Nonproliferation, and Disarmament Agreements and Commitments, in cui si affermava che: “the Russian Federation is in violation of its obligations under the INF Treaty not to possess, produce, or flight-test a ground-launched cruise missile (GLCM) with a range capability of 500 km to 5,500 km, or to posses or produce launchers of such missiles”.

Dal Baltico al Pacifico passando per Bruxelles

 Il 30 novembre 2018, il Director of National Intelligence, Daniel Coats, aveva indicato il missile russo 9M729 “Novator” (SSC-8, secondo la classificazione diffusa da Washington) quale principale imputato di tali violazioni. Il 29 novembre, il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, aveva affermato che tale vettore rappresenta una minaccia alla sicurezza europea e al Trattato INF poiché in grado di colpire le capitali europee, abbassando così “the threshold for nuclear conflict” [fonte: nato.int]. Lo scorso 4 dicembre, in occasione del Summit dei ministri degli Esteri dell’Alleanza Atlantica, il Secretary of State, Mike Pompeo, ha infine lanciato un ultimatum alla Russia, dichiarando che gli Stati Uniti – sostenuti in questa decisione dalla NATO – sospenderanno i proprî obblighi verso l’INF entro sessanta giorni se i russi non dovessero ottemperare al rispetto verificabile del trattato. Definendo tutta la vicenda un “misunderstanding”, il presidente della commissione Sicurezza e Difesa del Consiglio della Federazione Russa, Viktor Bondarev, il 5 dicembre ha suggerito un aggiornamento dell’INF, ovvero la sua limitazione allo specifico teatro europeo. Assai più dura, invece, è stata la replica del responsabile del Genshtab (Stato Maggiore russo), Generale Valery Gerasimov, il quale ha avvertito che in caso di uscita di Washington dall’INF e conseguente schieramento di missili a medio-corto raggio in Europa la riposta di Mosca prenderà di mira (“will target”) i Paesi europei che ospiteranno eventuali vettori statunitensi. A queste considerazioni si sono aggiunte quelle dello stesso leader del Cremlino, Vladimir Putin, secondo cui le parole di Pompeo rappresentano null’altro che l’ultimo tassello di una strategia finalizzata a giustificare, ulteriormente, il riarmo statunitense attraverso l’uscita di Washington dall’INF; riarmo a cui la Russia risponderebbe in egual misura [fonte: en.kremlin.ru]. In realtà la Federazione Russa ha già cominciato ad installare sul territorio europeo vettori della versione “Iskander-M 9K720” (nome in codice NATO SS-26 “Stone”), con gittata compresa tra i 400 e i 500 km [fonte: MissileThreat/CSIS], riproponendo con tale iniziativa criticità simili a quelle che furono all’origine della crisi degli Euromissili. Il 5 febbraio 2018, il presidente della Commissione Difesa della Duma di Stato, Vladimir Shamanov, aveva infatti confermato il loro dispiegamento permanente nell’exclave russa di Kaliningrad. I motivi erano stati illustrati dal capo del Cremlino, Dmitry Medvedev, il 5 novembre 2008, durante un discorso all’Assemblea Federale. Secondo Medvedev, il configurarsi di una nuova situazione geopolitica internazionale – conseguenza soprattutto della costruzione ad opera degli Stati Uniti di un sistema globale anti-missile che interessa anche l’Europa – rendeva necessarie adeguate contromisure, tra cui lo schieramento degli “Iskander” con l’obiettivo: “se necessario, di neutralizzare il sistema di difesa missilistico [americano, N.d.A.]” [fonte: en.kremlin.ru]. Questo sebbene sia Washington che l’Ue in passato abbiano affermato che tale iniziativa di difesa non costituisca una minaccia per la Russia, perché unicamente concepita contro possibili attacchi da Nord Corea e Iran. L’INF è stato chiamato in causa anche in rapporto alla regione Asia-Pacifico, dove gli Stati Uniti sono impegnati in un braccio di ferro con Pechino. Ad esempio, il 27 aprile 2017, in una audizione davanti alla Commissione Forze Armate del Senato di Washington, il Comandante dell’USPACOM (U.S. [Indo-]Pacific Command), Ammiraglio Harry Harris Jr., aveva affermato che, a causa dei vincoli dell’INF, gli Stati Uniti non hanno adeguate capacità per fronteggiare, in quella regione, i sistemi missilistici cinesi  che – specificava l’alto ufficiale oggi ambasciatore a Seoul – per il 95% violerebbero l’INF se Pechino fosse anch’essa firmataria del trattato. Una motivazione che – va detto – oltreché lapalissiana, appare debole, se si considera che l’INF proibisce i sistemi a medio-corto raggio dispiegati a terra, ma non quelli imbarcati su unità navali.

L’INF Act 2017 e il ruolo del Congresso

In occasione del 30° anniversario (8 dic. 2017) della firma dell’INF, la portavoce del Dipartimento di Stato, Heather Nauert, aveva illustrato l’Integrated Strategy dell’Amministrazione Trump in merito alla questione, utilizzando concetti che – in sostanza – ricordano molto da vicino il dual-track adottato da Stati Uniti e NATO negli anni ’80 per rispondere al dispiegamento dei missili sovietici. Secondo le parole della portavoce, Washington si riservava di attuare una “risposta flessibile”, basata su coercizione e dialogo, ovvero sviluppo di nuovi sistemi missilistici a medio-corto raggio a cui gli Stati Uniti sarebbero stati disposti a rinunciare nel caso Mosca avesse accettato una soluzione diplomatica in grado di riportarla nell’alveo dell’INF. Tale strategia si ritrovava, più compiutamente, nella legge fiscale 2018 licenziata dal Congresso il 12 dicembre 2017 come Public Law 115-91, dove nella Sezione 1239A, intitolata Strategy to Counter the Threat of Malign Influence by the Russian Federation, veniva accluso (Subtitle E) l’Intermediate-Range Nuclear Forces (INF) Treaty Preservation Act of 2017. Quest’ultimo ricordava come l’articolo XV (sez. 2) dell’INF preveda che i firmatarî possano recedere dal trattato qualora eventi straordinarî legati alla materia regolata mettano in pericolo i loro supremi interessi. In ragione di ciò, ovvero delle violazioni da essi attribuite alla Russia, gli Stati Uniti si ritenevano (già allora) legalmente autorizzati a sospendere (“to suspend“) i loro obblighi, in parte o in toto, rispetto al trattato. Il testo legislativo del Congresso autorizzava un programma di sviluppo, in fìeri, per un sistema “roadmobile” GLCM con gittata compresa tra i 500 e 5.500 km, vale a dire quella vietata dall’INF. Il documento prevedeva inoltre lo stanziamento (anno fiscale 2018) di 58 mln di $ per ricerca, sviluppo, sperimentazione (“test“) e valutazione di sistemi di difesa capaci di rispondere a missili ground-launched. Tali disposizioni appaiono di poco al di qua della violazione. L’articolo VI dell’INF stabilisce infatti che nessuna parte contraente possa produrre (“produce“) o condurre test di volo (“flight-test“) di alcun tipo di vettori IRM (intermediate-range missile) e SRM (shorter-range missile). L’INF Act del Congresso, utilizzando il termine << test >>, sembrava dunque porre una differenza che, per quanto sottile e cavillosa, era di per sé rilevante, perché lasciava trasparire come Washington manifestasse (in quel frangente) la volontà di ingaggiare Mosca, unicamente, sul terreno del confronto diplomatico. Il ruolo, non secondario, del Congresso è conseguenza pure del fatto che la Costituzione americana (art. II, sez. 2) attribuisce al Presidente la prerogativa di stipulare trattati, subordinando però tale potere al previo parere e consenso (“advice and consent”) del Senato. Il 27 maggio 1988 l’INF, essendo un trattato non un accordo, fu sottoposto a ratifica del Senato che lo approvò a larga maggioranza (93 voti favorevoli), allegando però tre condizioni, due dichiarazioni e tre declarations and understandings. Durante la crisi degli Euromissili, Reagan aveva inoltre coinvolto i senatori nel processo negoziale con l’URSS, suscitando la formazione di un Senate Arms Control Observer Group. Oggi, una decisione motu proprio dell’Amministrazione Trump potrebbe ingenerare anche una controversia costituzionale poiché, sebbene l’articolo XV dell’INF preveda che le parti possano recedere, l’iniziativa presidenziale sarebbe suscettibile di dibattito negli Stati Uniti, forse incontrando ostacoli nel Campidoglio, benché i risultati delle elezioni di mid-term 2018 abbiano assegnato ai Democratici 233 seggi (su 435) alla Camera e solamente 47 (su 100) al Senato. In questo senso, il caso “Goldwater contro Carter” del 1979 – a suo tempo però respinto dalla Corte Suprema – circa il quesito concernente la possibilità che il Presidente degli Stati Uniti possa recedere unilateralmente da un trattato senza consultare il Senato, costituisce un precedente sintomatico, toccando un tema già affrontato ab origine della storia costituzionale statunitense da Alexander Hamilton nel 1788 nello studio intitolato The Treaty Making Power and Executive, oggi incluso nella serie The Federalist Papers n.75.

Scenari negoziali

Sino al proclama di Trump e all’ultimatum di Pompeo, gli Stati Uniti erano ricorsi soprattutto alla dissuasione economica per ricondurre la Russia al rispetto dell’INF. Il 20 dicembre 2017 il Department of Commerce aveva infatti esteso il regime sanzionatorio di cui è destinataria Mosca a due società russe – la Novator e la Titan-Barrikady – ritenute coinvolte nella fornitura di sistemi d’arma che violerebbero i contenuti del trattato. Il National Security Advisor, John Bolton, parlando da Mosca, dove si era recato in visita il 22 e 23 ottobre scorsi incontrando il suo omologo russo Nikolai Patrushev e Lavrov, aveva affermato che il prossimo passo, dopo la dichiarazione di Trump, sarebbe consistito in consultazioni con gli alleati in Europa e in Asia, nonché in intensi negoziati diplomatici con la Russia [fonte: ru.embassy.gov]. Ciò lascia supporre che la partita negoziale non possa dirsi ancora del tutto conclusa, sebbene alcune recenti dichiarazioni provenienti dall’Alleanza Atlantica rischino – se fraintese – di guastare sul nascere ogni possibile dialogo. È il caso, ad esempio, di quanto affermato il 29 novembre da Stoltenberg circa il fatto che “after many years of categorical denials” la Russia abbia infine ammesso l’esistenza del missile SSC-8 accusato di violare l’INF [fonte: nato.int]. Non serve scomodare oltremisura Retorica e Logica per avvertire come il paralogìsmo del Segretario Generale della NATO sembri volere persuadere che Mosca abbia ammesso anche la violazione del trattato. Va da sé infatti che l’ammissione dell’esistenza di un missile non implica parimenti la prova che esso violi ipso facto gli obblighi del Trattato INF.

 

Parigi cento anni dopo: l’occasione mancata della diplomazia internazionale

Nelle intenzioni di Emmanuel Macron la grande conferenza internazionale dello scorso 11 novembre avrebbe dovuto avviare una fase di nuova distensione della diplomazia internazionale cercando nella cerimonia per il centesimo anniversario della fine della Grande Guerra la spinta emotiva e politica per lanciare nuovi tentativi di dialogo. Come spesso accade però i grandi incontri multilaterali, piuttosto che mettere in luce gli interessi comuni, mostrano quanto profonde siano le divergenze tra le grandi potenze e il summit di Parigi non ha fatto eccezione.

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L’iniziativa voluta dal Presidente Francese, al fine di commemorare la firma dell’Armistizio di Compiegne, ha visto la partecipazione di settantadue Capi di Stato e di Governo, ma differentemente da quanto sperato non è stata fautrice di una distensione nei rapporti tra le grandi potenze. Malgrado le circostanze infatti, il dialogo e la comprensione reciproca cui si è più volte fatto riferimento non hanno contraddistinto i lavori della celebrazione, lasciando all’osservatore la sensazione che forma e procedura abbiano prevalso sulla sostanza, decidendo volutamente di non affrontare le questioni più divisive.

Ad inaugurare la Cerimonia vi è stato lo scambio di battute tra il Presidente Francese e l’omologo americano Donald Trump. L’arrivo dell’inquilino della Casa Bianca è stato accompagnato da un duro botta e risposta tra i due leader in merito ad alcune affermazioni di Emmanuel Macron rilasciate durante un’intervista a Europe1 in occasione della quale aveva ribadito la necessità di sviluppare una difesa europea indipendente che potesse reagire autonomamente alle pressioni provenienti da Russia, Cina e, per la prima volta, dagli Stati Uniti. Con un Tweet pubblicato sulla propria pagina personale, Donald Trump ha ricordato al Presidente Francese gli obblighi derivanti dal Trattato dell’Atlantico del Nord e ha riaffermato la necessità di una maggiore condivisione delle spese militari in seno all’Alleanza Atlantica. La questione è quanto mai complessa e ha da sempre accompagnato le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico: fin dagli anni ’50 infatti gli Stati Uniti hanno richiamato gli alleati ad una maggiore condivisione degli oneri derivanti dal Trattato ma negli ultimi anni il dibattito si è radicalizzato su posizioni reciprocamente sempre più inconciliabili a seguito dell’avvento dell’Amministrazione Trump e dei tentativi disviluppo di un’Europa unita anche nel settore della difesa con il lancio della PESCO nel Dicembre 2017 e dell’Iniziativa Europea di Intervento avviata nel Giugno del 2018. Quest’ultimo format, fortemente voluto dal Presidente Francese, è un elemento del tutto nuovo della politica di difesa europea poiché va a creare una struttura parallela a quella comunitaria che vede la partecipazione di 10 stati europei (Francia, Germania, Olanda, Belgio, Danimarca, Estonia, Portogallo, Spagna, Regno Unito e Finlandia) al fine di realizzare una forza di reazione europea perfettamente operativa con asset propri e una leadership politica indipendente per dare consistenza ad una vera identità europea della difesa. Il riferimento di Macron ad una Europa sovrana e ad una politica di difesa indipendente è stato visto da Donald Trump come un vero e proprio affronto verso agli Stati Uniti che ribadendo la necessità di una maggiore partecipazione europea agli oneri dell’Alleanza ha implicitamente affermato l’impossibilità di superare la NATO come struttura cardine della difesa europea. Allo scontro verbale ha fatto seguito un tiepido incontro a porte chiuse nel quale i due hanno ribadito la centralità della condivisione della difesa transatlantica senza però abbandonare le reciproche posizioni.

A seguito del confronto le celebrazioni sono proseguite come prestabilito, mostrando però l’assenza di unità tra le due sponde dell’Atlantico con l’arrivo solitario del Presidente statunitense all’Arco di Trionfo dopo che gli altri invitati avevano sfilato per gli Champs Elyses con Emmanuel Macron a guidare il nutrito gruppo di Capi di Stato e di Governo. In occasione del suo discorso di conclusione delle celebrazioni il presidente francese ha ribadito la centralità del patriottismo e del multilateralismo come antidoti al nazionalismo e agli interessi di parte affermando che: “Dicendo ‘prima i nostri interessi e non m’importa degli altri’ eliminate la cosa più preziosa che ha una nazione: i suoi valori morali” quasi a volersi esplicitamente rivolgere a Donald Trump e Vladimir Putin, giunto infine in ritardo all’Arc de Triomphe.

Proprio il Presidente Russo era uno dei grandi osservati speciali della celebrazione. Nelle settimane precedenti si era a lungo discusso della possibilità di un incontro bilaterale a margine della conferenza con il presidente Trump al fine di discutere della volontà degli Stati Uniti di recedere dal Trattato sulle Armi Nucleari di Medio Raggio (INF Treaty). La possibilità di un incontro era stata affermata dallo stesso Presidente russo e dal consigliere della Casa Bianca per la sicurezza nazionale John Bolton durante la visita di quest’ultimo a Mosca lo scorso 21 Ottobre ma, secondo quanto riportato dalla stampa russa e americana, le pressioni del Presidente francese avrebbero fatto sì che importanti incontri bilaterali non si tenessero, imponendo veloci colloqui ai due Presidenti. In occasione di tale incontro i due avrebbero affermato la reciproca volontà ad aprire il dialogo sulla materia, non solo ai massimi livelli politici ma anche a livello tecnico data la particolarità dell’argomento trattato, rinviando però la questione ad un successivo incontro da tenersi a margine dell’incontro del G20 a Buenos Aires il prossimo 30 Novembre. La questione resta quindi congelata ma è evidente che senza l’apertura di un canale di dialogo strutturato sarà impossibile ampliare il confronto alle altre potenze nucleari, prima tra tutte la Cina, elemento questo ritenuto cruciale dal Presidente Americano.

A margine dei lavori intergovernativi è stato inaugurato a Parigi il Paris Peace Forum, una tavola rotonda cui hanno partecipato tanto soggetti statali quanto privati che internazionali che nelle intenzioni del Presidente Francese dovrebbe diventare una riunione annuale sulla governance globale al pari di quanto il Forum di Davos è per l’economia. Secondo quando ribadito da Emmanuel Macron il Paris Peace Forum dovrebbe diventare una cassa di risonanza per coloro che immaginano un mondo multipolare attraverso il quale promuovere soluzioni congiunte per le grandi crisi internazionali coinvolgendo non solo grandi potenze ma anche soggetti privati e internazionali. All’Assemblea Plenaria che ha aperto i lavori per la tre giorni parigina (11-13 Novembre) hanno partecipato, tra gli altri leader invitati, Angela Merkel, Vladimir Putin e il Segretario delle Nazioni Unite Antonio Guterres mentre Donald Trump ha deciso di non partecipare al Forum tornando a Washington poco dopo l’inizio dei lavori.

La conclusione, quasi anonima, dei lavori lascia la sensazione di una grande occasione mancata che avrebbe permesso, proprio sullo spirito del ricordo dei massacri della Prima Guerra Mondiale, di avviare un dialogo strutturato e onnicomprensivo tra le principali potenze. A determinare tale condizione sono state tanto le tensioni transatlantiche generate dall’approccio decisamente unilaterale seguito dell’Amministrazione Trump in merito a dossier fondamentali quali la difesa europea, la guerra commerciale con la Cina e il ritiro dal Trattato INF quanto la condizione di sostanziale debolezza dell’Unione e dei sui più alti sostenitori quali Angela Merkel e Emmanuel Macron. Le grandi questioni internazionali quali il conflitto Siriano, la crisi Ucraina, il Trattato sul nucleare iraniano e la questione della sicurezza europea, solo per citare le più macroscopiche, sono rimaste sullo sfondo pur vedendo la partecipazione alla commemorazione dei Capi di Stato e di Governo di tutte le potenze interessate, rinviandole così ad altri tempi e luoghi.

Geopolitica del mare – la talassocrazia ai tempi della globalizzazione

La Geopolitica del Mare è un tema centrale nelle relazioni internazionali odierne. Ne fa un quadro sintetico ma esaustivo Irene Marrapodi e se ne parlerà più diffusamente giovedì 18 ottobre 2018, dalle ore 9,30, all’Università di Roma “Tor Vergata”, per il convegno organizzato d’intesa con la Marina Militare dal titolo “Geopolitica e Geoeconomia del Mare“, cui parteciperanno esperti, i Presidenti di commissione di Difesa ed Esteri del Senato, il sottosegretario alla Difesa Raffaele Volpi e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Valter Girardelli. I saluti iniziali saranno del Magnifico Rettore, Giuseppe Novelli. Il convegno si terrà nell’Auditorium Ennio Morricone di Lettere e Filosofia (Via Columbia, 1).

Geopolitica del mare – la talassocrazia ai tempi della globalizzazione - Geopolitica.info Photo credit: U.S. Pacific Fleet on VisualHunt / CC BY-NC

È attribuita a Temistocle la massima: “Chi ha il dominio del mare ha il dominio di tutto”. Sin dai tempi più antichi, infatti, il controllo dei mari è determinante per la vita dei popoli e delle nazioni. È sul mare che si sviluppano commerci e scambi comunicativi, le attività della pesca e dello sfruttamento di petrolio e idrocarburi. È in mare che si trovano la maggior parte delle risorse energetiche e minerarie.

Secondo quanto riportato dal comunicato del ministero della difesa, prodotto in occasione dell’incontro del 5 settembre scorso tra il sottosegretario Angelo Tofalo e i vertici della marina militare italiana (il capo di stato maggiore Valter Girardelli, il sottocapo di stato maggiore Paolo Treu e i capi dei principali reparti), nel Mar Mediterraneo, che corrisponde solamente all’1% della superficie marina globale, transita il 19% dei traffici mercantili e il 30% dei flussi petroliferi annui mondiali, oltre a un terzo del turismo mondiale. Il 65% degli approvvigionamenti energetici d’Europa passa dal Mare nostrum. L’Italia, dunque, con la sua posizione centrale nel Mediterraneo e con i suoi 8mila chilometri di costa, è perfettamente inserita in questo crocevia. È proprio sulle rotte marittime, infatti, che l’Italia realizza quasi l’80% delle importazioni (tra cui l’80% del petrolio di cui necessitiamo) e quasi il 90% delle esportazioni.

Per questi motivi il controllo e la protezione dei mari è fondamentale per lo sviluppo economico e la salute del Paese. Come l’Italia, molti altri Stati e organizzazioni internazionali stanno riscoprendo negli ultimi anni la centralità del mare. La Nato, ad esempio, ha lanciato nel 2016 l’operazione marittima Sea guardian, che consiste in attività di sorveglianza, lotta al terrorismo e iniziative per lo sviluppo delle capacità marittime regionali nel Mediterraneo.

Durante la non lontana guerra fredda, nel duopolio Stati Uniti – Urss, era la potenza occidentale la detentrice del controllo dei mari, mentre la Russia, carente di una marina militare adeguata, concentrava le sue forze a terra. Negli ultimi anni, tuttavia, le attività navali russe nell’Artico e nel Nord Atlantico sono nettamente aumentate, tanto da spingere la marina statunitense a riattivare la seconda flotta, come dichiarato dall’ammiraglio John Richardson, sciolta sette anni fa. Oltre a provvedere alla difesa delle acque territoriali e alla sicurezza dell’area, la seconda flotta si occuperà di pianificare operazioni e sostenere attività umanitarie.

Anche la marina russa (Voenno-morskoj flot) si sta apparentemente potenziando: nella parata militare del luglio scorso era prevista la prima apparizione pubblica della Admiral Gorshkov, la principale tra le sei navi da guerra il cui completamento è previsto per il 2025. La nave, tuttavia, è stata dichiarata troppo grande per navigare nel fiume Neva, così come altre undici navi. Alla parata Putin ha affermato inoltre che la flotta russa, oltre a difendere il Paese e a fornire un significativo contributo alla lotta contro il terrorismo internazionale, svolge un ruolo importante nel garantire la parità strategica. Secondo il Royal Institute on International Affairs, tuttavia, sono pochi i mezzi davvero moderni della marina russa, che risulta essere anche molto carente dal punto di vista della manutenzione.

La Cina Popolare, invece, con una costa di 18mila chilometri, più di 6500 isole e circa tre milioni di chilometri quadrati di area marittima, necessita di una moderna e forte flotta per mantenere intatta la sovranità sul gigantesco territorio e su alcune isole in particolare, come Taiwan e i contesi arcipelaghi delle isole Spratly e Paracelso, rivendicate dal Vietnam, ma che Pechino racchiude nelle “nove linee”. La Cina è dal 2009 il più grande esportatore mondiale e gli investimenti cinesi a Gibuti, nel Corno d’Africa, e a Gwadar, in Pakistan, per il progetto One Belt One Road, si stanno traducendo in ulteriori investimenti nelle forze militari, e nello specifico marittime, per garantirne la sicurezza. Pechino, potenza in crescita, sta dunque investendo molto nella marina militare, anche con la costruzione di due nuove portaerei (Type 002 e Type 003) e il lancio del programma di reclutamento per piloti di J-15, il nuovo modello di caccia imbarcato. La Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione, questo il nome della marina cinese, si sta velocemente modernizzando: negli ultimi dieci anni sono state costruite più di cento navi da guerra, a un ritmo di molto superiore rispetto a quello statunitense. Secondo gli analisti di Washington Michael O’Hanlon e Ian Livingston, il fatto che le navi cinesi abbiano superato in numero quelle statunitensi, non può assolutamente essere considerato un segnale di debolezza della marina americana, né tantomeno può lasciar presupporre una perdita della leadership globale statunitense. La US Navy, scrivono i due ricercatori, è ancora nettamente superiore in termini di qualità.

In un periodo di riscoperta della centralità del mare, a livello economico quanto politico, le potenze mondiali se ne contendono tuttora il dominio, tra esibizioni di forza, discussioni pacifiche e operazioni di salvaguardia. Il dibattito sulla talassocrazia, dai tempi di Temistocle, non sembra dunque essersi mai arrestato.

Summit NATO 2018 a Brussels: il dossier Georgia

L’avvio dei lavori del Summit NATO 2018 di Brussels (11-12 luglio) riporta l’attenzione sul versante orientale del continente europeo, dopo che nell’ultimo mese questa è stata concentrata sul fronte meridionale e dove verosimile tornerà a seguito del vertice dei ministri dell’Interno dell’UE a Innsbruck (12 luglio).

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Il Summit NATO “maneggerà” tre temi scottanti: 1) il burden sharing tra gli alleati, che dopo essere stato messo sul tavolo dall’Amministrazione Obama è diventato un cavallo di battaglia dell’Amministrazione Trump; 2) la presenza NATO nei Paesi Baltici o, meglio, nell’intera area baltica dove il confronto con la Russia sembra in continuo aumento; 3) la crisi della sovranità in Ucraina e Georgia e il loro cammino di avvicinamento verso l’alleanza. Quest’ultimo argomento sembra tanto più importante nel decennale del Summit di Bucarest, quando Kiev e Tbilisi ricevettero una prima promessa in tal senso, e da molti viene considerato il momento di svolta per l’attuale natura competitiva delle relazioni tra mondo occidentale e Russia, così come la reale causa della Guerra russo-georgiana del 2008.

Per quanto riguarda il “dossier” Georgia, è probabile che i Paesi dell’Europa occidentale mantengano – come di consueto – una posizione attendista, volta a non inasprire ulteriormente i rapporti con la Federazione Russa, che ormai da anni sta compiendo un’intensa azione di lobbying contro l’attivazione del Membership Action Plan (MAP). Anche se quest’ultima non sembra essere sul tavolo, anche ulteriori dichiarazioni in tal senso potrebbero essere percepite da Mosca come una provocazione e produrre conseguenze dai contorni indefiniti sia in Caucaso che nelle aree di diretto contatto tra NATO e sistema di alleanza a guida russa. I Paesi dell’Europa orientale, con in testa la Polonia, potrebbero invece sostenere un atteggiamento diverso, che implicherebbe un aumento del coinvolgimento sul terreno degli Stati Uniti.

Washington, dal canto suo, deve contemperare la duplice – e contraddittoria – esigenza di continuare con la politica di retrenchment, che suggerirebbe di tagliare gli impegni non vitali e di non aprire nuovi capitoli in aree non strategiche per gli interessi degli Stati Uniti, e la rappresentazione della Russia come potenza revisionista della National Security Strategy 2017, che implicherebbe di trattarla come uno strategic competitor da far arretrare in tutti i quadranti di contatto. Come sottolineato da un recente report dell’Heritage Foundation, infine, dal punto di vista americano la Georgia rappresenta un alleato importante per almeno tre diversi ordini di ragioni: 1) ha dato dimostrazione di affidabilità in teatri di guerra come quello afgano e iracheno (in Afghanistan ha avuto fino a 2000 effettivi presenti ed ha fornito il maggior contingente tra quelli dei Paesi non NATO); 2) ha un valore strategico “estrinseco”, ossia non è tanto importante per il controllo delle sue risorse interne, quanto per la possibilità che offre come piattaforma di lancio verso Mar Nero, Spazio post-sovietico e Medio Oriente; 3) è un Paese che, nonostante le condizioni “esterne” sfavorevoli, sta compiendo passi lenti ma decisi verso la democrazia e rappresenta un modello per le aree di cui costituisce un crocevia (all’interno delle quali la democrazia è completamente assente o stenta a consolidarsi).

Sarà importante per gli Stati Uniti, quindi, lanciare un segnale alla Georgia – così come all’Ucraina – sul fatto che le porte dell’Alleanza restano aperte almeno in linea di principio, anche se appare molto difficile che possano essere compiuti passi significativi su questo cammino nel breve termine.