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Geopolitical Brief #1 – Italia – Stati Uniti. Ragioni e prospettive di una relazione strategica

La crisi dell’ordine liberale, l’avanzata della Cina in campo economico e, al contempo, l’assertività della Russia in ambito politico-militare sembrano annunciare una nuova fase di cambiamento per il mondo, nonché la prospettiva di una grande partita per la redistribuzione del potere a livello globale. In questo scenario, l’Italia si trova costretta a dover compiere delle scelte e tra le opzioni, quella di un’alleanza con gli Stati Uniti sembra essere la più ragionevole e conveniente. Di Olga Vannimartini, Centro Studi Geopolitica.info

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Tra la Germania e la Russia, Washington guarda a Varsavia

La scorsa settimana il Presidente polacco Andrzej Duda ha visitato l’omologo americano Donald Trump, diventando il primo leader di un Paese straniero ad incontrarsi col Presidente statunitense dall’inizio della pandemia. L’evento è alquanto significativo, poiché, oltre a dare ulteriore dimostrazione dell’importanza delle relazioni bilaterali tra Varsavia e Washington, ha portato alla redazione di una Dichiarazione Congiunta che ha evidenziato alcuni aspetti chiave del rapporto tra i due Paesi.

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Innanzitutto, la Dichiarazione fa riferimento alla necessità di tenere ben presenti principi quali democrazia, libertà, condivisione di valori comuni in tempi duri come quelli dettati dall’emergenza virus. È interessante osservare come il documento verta poi su aspetti più strettamente geopolitici, nelle righe successive: la cooperazione in seno alla NATO, la collaborazione militare, le azioni di deterrenza. In particolare, quest’ultimo punto fa chiaro riferimento ai confini orientali dei Paesi dell’Alleanza, implicitamente riferendosi alla Russia. Si aggiunge poi il richiamo all’iniziativa Trimarium, un progetto di investimenti destinati al settore dei trasporti, dell’energia e dell’IT nel quale gli Stati Uniti hanno molto interesse. Un esempio in tal senso è rappresentato dalla futura partnership tramite la quale gli Stati Uniti forniranno gas naturale liquido alla Polonia, in un’ottica di diversificazione e potenziamento del settore energetico il cui scopo è quello di svincolarsi dalla dipendenza dalla Russia.

La Dichiarazione Congiunta non presenta nessuna novità sostanziale. Essa riprende il Memorandum redatto a giugno 2019, ripropone i temi inclusi nella Dichiarazione Congiunta dello scorso settembre, ribadisce l’importanza della cooperazione tra Washington e Varsavia. Tuttavia, a leggere tra le righe, la Dichiarazione risulta essere un importante messaggio rivolto principalmente a due attori al momento scomodi per Trump, ovvero Germania e Russia.

Per quanto riguarda la prima, è noto quanto il Presidente americano sia intenzionato a mettere pressione alla potenza “egemone” in Europa per diminuirne l’influenza. Non si parla, ovviamente, di competizione tra le due potenze, ciononostante, l’intenzione di ritirare una parte dei 9.500 soldati stanziati in Germania come “punizione” per il mancato raggiungimento della quota minima destinata alla spesa militare – così come indicato dal Trattato Nordatlantico – apre le porte ad un possibile trasferimento del contingente, o parte di esso, in territorio polacco. Vero è che al momento gli Stati Uniti hanno proferito un debole “forse” alla possibilità di concretizzare il piano. In quest’ottica, tuttavia, il ruolo della Polonia come partner preferenziale all’interno dell’Unione Europea potrebbe rinforzarsi. Inoltre, la volontà di installare centrali nucleari per la produzione di energia in territorio polacco, con il supporto di investimenti ed expertise americani, potrebbe sancire un ulteriore passo in avanti nella cooperazione bilaterale.

Entra dunque in gioco il rapporto con la Russia, per la quale l’introduzione del nucleare americano in Polonia equivarrebbe ad una diretta e chiara provocazione. In questo momento, gli Stati Uniti non mostrano un atteggiamento univoco verso la Russia, ma i segnali di allontanamento sono innumerevoli. A partire dal regime sanzionatorio in essere dal 2014 per l’annessione/occupazione della Crimea, passando poi alle contradditorie dichiarazioni di Trump verso il Cremlino, senza dimenticare l’esplicita avversione per la collaborazione tra i Paesi Membri dell’UE e la Russia (vedasi, per esempio, il tentativo di bloccare la realizzazione del gasdotto Nord Stream 2). Questi semplici esempi porgono un’immagine piuttosto fosca delle relazioni tra Stati Uniti e Russia, la quale non perde occasione per attirare su di sé sospetti e accuse. Tra il 29 e il 30 giugno, infatti, un’ulteriore conferma è arrivata da un articolo del New York Times nel quale viene rivelato che i servizi russi di stanza in Afghanistan avrebbero offerto taglie ai taliban per colpire soldati americani. La questione è molto seria ed evidenzia ancora una volta il difficile rapporto tra Washington e Mosca. Un eventuale dispiegamento di testate nucleari in Polonia, a fianco alla progettazione di centrali nucleari a scopi civili, diverrebbe una mossa molto azzardata anche per lo stesso Trump, che, così facendo, rischierebbe una pericolosa escalation con il Paese guidato da Putin. Al momento, il sogno polacco di ottenere un tale strumento di deterrenza rimane tale. Tuttavia, è utile tenere sotto osservazione lo sviluppo dei legami tra gli Stati Uniti e i Paesi mitteleuropei: le dichiarazioni congiunte come quella della scorsa settimana nascondono messaggi tra le righe la cui interpretazione è di fondamentale importanza.

Per la Polonia, la Russia rimane un avversario e un competitor da tenere il più distante possibile. Per gli apparati americani, il pivot polacco è un utile strumento da utilizzare a proprio favore. Come Trump intenda conciliare lo stato profondo e il suo atteggiamento verso il Cremlino con la volontà di svincolarsi da meccanismi da Guerra Fredda rimane oggetto di speculazioni sul futuro.

Gianmarco Donolato,
Geopolitica.info

L’ipotesi di un Consiglio NATO-Cina e le future relazioni con l’Indo-Pacifico

Gli anni post-Guerra Fredda hanno comportato un completo riadattamento della NATO, specialmente in quelle aree dove lo scontro tra le grandi Potenze ha ritrovato vigore. Tra queste la regione dell’Indo-Pacifico è diventata di importanza strategica, in conseguenza dell’ascesa internazionale della Repubblica Popolare Cinese. È proprio in questo contesto che l’Alleanza sta valutando la possibile apertura di canali diplomatici permanenti con gli stati del Pacifico, tra cui proprio la Repubblica Popolare Cinese.

L’ipotesi di un Consiglio NATO-Cina e le future relazioni con l’Indo-Pacifico - Geopolitica.info

La recente ascesa della Cina nello scacchiere internazionale ha portato la NATO a domandarsi come affrontare una simile sfida,  dato che essa vede coinvolti anche alcuni paesi membri del Patto Atlantico. Verso la fine del 2019 si era ipotizzato, come scritto da DefenseOne, che l’Alleanza dovesse incominciare a consolidare le sue relazioni con gli stati della regione Indo-Pacifica. Lo stesso Segretario Generale Jens Stoltenberg nell’ultimo summit di dicembre 2019, tenutosi nella capitale britannica ha dichiarato che è necessaria una reazione unitaria dell’Alleanza alla sfida globale della Repubblica Popolare.

In questo dibattito si ipotizza la possibilità di replicare il modello del Consiglio NATO-Russia proprio con la potenza asiatica.

L’attivismo cinese ha obbligato i vertici della NATO ad effettuare un’analisi seria dei successi cinesi, per valutare l’apertura di canali riguardanti la cooperazione militare. Attualmente la NATO sta cooperando con i paesi della regione dell’Asia orientale come Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Mongolia e Corea del Sud. Per rafforzare la collaborazione con essi è necessario che l’Alleanza costruisca dei rapporti attraverso esercitazioni militari. Ad oggi le esercitazioni sono coordinate dalle forze statunitensi, ma un rafforzamento con le forze di alcuni paesi europei membri dell’Alleanza rafforzerebbe la cooperazione multilaterale. Nell’attuale scontro globale tra Washington e Pechino ci si è concentrati sulle relazioni bilaterali tra l’attuale superpotenza e la Repubblica Popolare, negando che avrebbe influito all’interno della NATO. Forse è necessario rivalutare questo punto. La sfida tra gli Stati Uniti e la Cina è una sfida che può coinvolgere anche il resto del Patto Atlantico. Un Consiglio NATO-Cina potrebbe garantire un canale di comunicazione permanente tra i vertici della NATO e quelli di Pechino, consentendo di avviare colloqui su importanti questioni, inerenti alle tematiche della sicurezza nel teatro dell’Indo-Pacifico. Permangono, però, dubbi sulla possibilità che un NATO-China Council possa garantire un dialogo costruttivo.

Un organismo di questo tipo sarebbe un beneficio anche per Pechino. Infatti, si troverebbe a dialogare con quasi tutti i principali stati europei, sia membri della NATO sia alcuni di essi parte dell’Unione Europea.

Intanto la NATO, secondo quanto scritto dal think tank Atlantic Council, potrebbe iniziare a valutare la possibilità di stanziare nel Pacifico un quartier generale, cooperando con il Comando statunitense della regione,  iniziando così un difficile percorso in un teatro che fino a qualche tempo fa l’Alleanza non considerava di sua competenza, lasciando a Washington il compito di garantire la sicurezza regionale.

Il gap tra le forze militari cinesi e quelle statunitensi e dell’Alleanza resta significativo nonostante la modernizzazione delle forze cinesi; la sfida si è spostata sul controllo delle catene di produzione in alcuni settori che, in un prossimo futuro, diverranno strategici in ambito militare. Nel mentre continua il riarmo dei sistemi missilistici della Repubblica Popolare e i test in ambito di armi ipersoniche che sia Washington che Pechino hanno avviato.

Per la NATO avviare un dialogo costruttivo con i vertici militari della Cina è il primo tassello del progetto NATO2030, che secondo le parole del Segretario Generale servirà a rendere globale la proiezione dell’Alleanza.

Francesco Cirillo,
Geopolitica.info

Il versante Sud dell’Alleanza: intervista al Dott. Maurizio Geri

Nel 2017, l’Alleanza Atlantica ha rinnovato la propria attenzione verso la regione MENA mediante la creazione del NATO Strategic Direction-South Hub e l’istituzione del NATO-ICI Regional Center. Quali sono le sfide e le opportunità che provengono da Sud e quale sarà il ruolo dell’Alleanza in questo scenario? Ne parliamo con il Dott. Maurizio Geri, PhD in International Security Studies presso Old Dominion University in Virginia, Senior Strategic Analyst presso il think tank Three Stones International, già collaboratore del NATO Strategic Direction-South Hub e Lead Analyst on MENA/Africa presso il NATO Allied Command Transformation.

Il versante Sud dell’Alleanza: intervista al Dott. Maurizio Geri - Geopolitica.info

1) Dott. Geri, la ringrazio per aver accettato il nostro invito. La periferia meridionale dell’Alleanza viene spesso considerata come un’area profondamente instabile. Quali sono le aspettative per i prossimi decenni? I cambiamenti climatici e l’aumento demografico rischiano di esasperare tale instabilità?

Senza dubbio stiamo attraversando una fase di transizione nella regione Sud dell’Alleanza. Oltre al fallimento delle primavere arabe, con le guerre per procura e i fenomeni terroristici, nel lungo periodo ci saranno sconvolgimenti socio-politici-economici enormi, soprattutto nel continente Africano, cioè la regione sud dell’Europa. Innanzitutto, il cambiamento demografico porterà una pressione nei paesi del Nord Africa non paragonabile a quella attuale. L’Africa è proiettata a raggiungere 2.5 miliardi di persone per il 2050 (e 4.5 miliardi per la fine del secolo, ovvero quasi la metà della popolazione mondiale) con una youth bulge enorme. La popolazione sarà costretta a spostarsi non solo per le difficili condizioni economiche e politiche, ma anche per i cambiamenti climatici irreversibili. L’Africa, infatti, sarà il continente più colpito dal riscaldamento globale nei prossimi decenni: fenomeni quali la desertificazione e la siccità causeranno scarsità di risorse, carestie e disastri naturali che potrebbero generare enormi difficoltà per la stabilità degli stati africani. Per quanto l’Unione Africana possa facilitare lo sviluppo economico con gli scambi commerciali (processo già lanciato nel 2018 con l’African Continent Free Trade Area) e le riforme in senso democratico – similmente a quanto fatto dall’Unione Europea nel Vecchio continente – la pressione demografica che si manifesterà nei prossimi decenni determinerà l’insostenibilità di diversi servizi (sanità educazione, trasporti) e renderà sempre più complesso l’accesso al mondo del lavoro.  Per quanto la Cina possa “aiutare” lo sviluppo delle infrastrutture africane con la Belt and Road Initiative (senza contare i problemi della competizione fra le grandi potenze), tale iniziativa renderà i paesi del continente ancora più indebitati: nel lungo periodo tali paesi non saranno in grado di fare gli investimenti che sarebbero necessari per il loro sviluppo. Quindi le migrazioni interne all’Africa, soprattutto verso i paesi Arabi, porteranno instabilità e rischi di migrazioni di massa anche per il nostro continente. L’Unione Europea dovrebbe avere un ruolo maggiore, con interventi lungimiranti, ma fra le sue divisioni interne e adesso con la nuova crisi del dopo virus (e con il rischio di ulteriori sfide alla biosicurezza nel breve futuro) non sembra essere in grado di giocare un ruolo preponderante nella prevenzione degli enormi rischi di instabilità che arriveranno dalla regione Sud. Uno dei punti focali dovrebbe essere quello dell’istruzione femminile: nei prossimi decenni tale processo potrebbe anche ridurre il tasso di natalità in Africa. Un altro fattore dovrebbe essere quello dello sviluppo sostenibile, basato su energie rinnovabili (il Marocco potrebbe essere un leader in questo senso): se lo sviluppo economico e industriale del continente dovesse avvenire con le fonti tradizionali, ciò non sarebbe sostenibile per il pianeta terra e potrebbe generare il rischio di un vero e proprio collasso planetario.

Per quanto riguarda il Medio Oriente, o meglio fuori da Eurocentrismi l’Asia Sud-Occidentale (in arabo il “Mashreq”), il discorso è diverso. Anch’esso rappresenta la regione sud dell’Alleanza, soprattutto per la Turchia, colpita più di tutti fra i membri NATO dai recenti conflitti in Siria e Iraq (non solo con attacchi terroristici ma con l’invasione di milioni di rifugiati). Questa regione è caratterizzata da un’instabilità perenne dovuta ai conflitti regionali, quindi c’è da aspettarsi che tale instabilità duri ancora per un lungo periodo. Alcuni parlano della necessità di una “NATO in MENA” o  di espandere in futuro la NATO nella regione (idea promossa dal presidente Trump) o ancora della creazione di una vera e propria alleanza militare fra le potenze regionali. Questo però non avverrà almeno finché le potenze sunnite, in primis l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo (partners NATO) non troveranno un accordo, un grand bargain, con la potenza sciita, ovvero l’Iran, determinando così la fine delle guerre per procura. Per far questo fondamentale sarà il ruolo di Israele (anch’esso partner NATO) che nei prossimi decenni potrà forse rappresentare l’ago della bilancia, il ruolo che gli USA – oramai impegnati nella competizione globale – hanno avuto nel secolo passato nella regione. Inoltre, la Turchia – che potrebbe in futuro mediare proprio fra Iran, Israele e il mondo arabo – rappresenta l’Alleato geopolitico cruciale per la NATO stessa nella regione.

2) Nel corso degli anni l’Alleanza ha stretto diverse partnership nell’area. Qual è lo stato di queste iniziative e, più in generale, in che modo gli stati della regione percepiscono l’operato dell’Alleanza?

La NATO dal 1994 ha avviato il Mediterranean Dialogue (MD), un partenariato con 7 paesi della regione Mediterranea: Marocco, Mauritania, Algeria, Tunisia, Egitto, Israele e Giordania. Dal 2004, invece, è stata avviata l’Istanbul Cooperation Initiative (ICI) con 4 paesi del Gulf Cooperation Council: Bahrain, Qatar, Kuwait e gli Emirati. Arabia Saudita e Oman, anch’essi invitati a partecipare, hanno mostrato interesse ma non sono diventati ancora partner (hanno invece mantenuto lo status di invitati, per cooperare con la NATO eventualmente caso per caso). La cooperazione politica-militare con tutti questi paesi partner è molto varia, va dagli scambi di buone pratiche di sicurezza alla cooperazione nella lotta al terrorismo, dal training di formazione delle forze di sicurezza alla partecipazione in esercitazioni NATO, dalla cooperazione nel controllo alle frontiere alla lotta contro la proliferazione sia di Small Arms and Light Weapons (SALW) sia di armi di distruzione di massa. Gli accordi con i paesi partner (Individual Partnership and Cooperation Programmes) sono rinnovati circa ogni due anni, assicurando così l’aggiornamento necessario per affrontare in modo appropriato i mutamenti del contesto internazionale.

La percezione dell’Alleanza è migliorata, anche grazie a queste partnerships, ma bisogna fare sicuramente di più. Le misure di confidence building ma anche di strategic communication sono sempre più necessarie affinché l’Alleanza venga considerata un attore di stabilizzazione e supporto alla sicurezza non solo dagli stati e le istituzioni ma anche dalle popolazioni. A questo proposito è molto importante il ruolo del NATO Hub for the South di Napoli, che si occupa di produrre analisi anche con il coinvolgimento della società civile dei paesi partner (da accademici ad attivisti). Questi soggetti, spiegando i bisogni e le problematiche dal punto di vista delle popolazioni dell’area e sentendosi partecipi dei processi veicolati dall’organizzazione, finiscono con l’aumentare anche la fiducia delle popolazioni nell’Alleanza, e quindi il soft power della NATO.

3) Gli attriti tra alcuni dei membri NATO che si affacciano sul Mediterraneo – ad esempio tra Francia e Turchia rispetto al teatro libico – e la reticenza dei membri orientali nel distogliere le limitate risorse dagli aspetti di difesa e deterrenza rischiano di minare gli sforzi dell’Alleanza nell’area?

Non credo che gli attriti fra membri NATO minino gli sforzi dell’Alleanza, ma li possono rallentare dato che l’Alleanza opera con il metodo del consenso. Come detto, la NATO fa un’azione di cooperazione ad ampio spettro con i propri partner, con molte tematiche di sicurezza e difesa comuni. C’è bisogno, però, di una chiara visione all’interno dell’Alleanza per la stabilizzazione della regione Sud: se è vero che i paesi dell’Europa orientale sono ovviamente più preoccupati della parte Est, cioè della Russia, è importante far capire loro che l’attenzione verso Sud non esclude quella verso Est. Anzi, date le mire espansionistiche russe nell’area MENA e in Africa è evidente quanto le due regioni siano interconnesse tra loro.

Un’altro fattore importante nella maggiore coerenza e coesione dell’Alleanza nella regione Sud è la relazione con l’Unione Europea. L’UE gioca un ruolo importante soprattutto nello sviluppo e nella stabilizzazione dell’Africa, dove sostiene fra le altre le operazioni di sicurezza dell’Unione Africana (come la African Union Peace & Security Architecture) o dove la Common Security and Defence Policy opera nella prevenzione dei conflitti e nelle peacekeeping operations. In questo senso le divisioni all’interno dell’Europa e quelle all’interno della NATO si potrebbero sovrapporre. Fondamentale sarebbe quindi aumentare la collaborazione fra NATO e UE, dato che entrambi gli attori agiscono per la stabilita’ della regione Sud, con obiettivi simili ma mezzi diversi, che possono rilevarsi complementari.

Inoltre, ci sono operazioni NATO e UE nel Mediterraneo che potrebbero collaborare di più. La NATO, per esempio, conduce l’operazione Sea Guardian (che dal 2016 sostituisce Active Endevour) per la situational awarness marittima e le azioni di antiterrorismo. L’UE ha appena sostituito l’Operazione Sophia (contro il traffico umano dalla Libia, che è durata cinque anni) con IRINI (la parola greca che significa pace), per rafforzare l’embargo delle armi in Libia. Come si è potuto notare, però, quest’ultima operazione non sta avendo un successo completo e il problema del traffico degli esseri umani non è scomparso. Quindi, di nuovo, la collaborazione UE-NATO sarà fondamentale per poter migliorare la stabilizzazione della regione nei prossimi decenni, soprattutto in vista del rischio di fallimento di molti stati africani e delle migrazioni di massa di cui parlavo prima.  

4) La questione riguardante il versante sud dell’Alleanza rientra nel più ampio discorso del projecting stability: in un discorso del settembre 2016 presso l’Università di Harvard, il Segretario Generale Jens Stoltenberg affermò che l’Alleanza stava entrando nella “terza fase” della sua storia, ovvero quella fase in cui la difesa collettiva si sarebbe dovuta coniugare con il projecting stability. A quattro anni da quel discorso, in che modo si sta procedendo verso questo obiettivo?

Io direi che a quattro anni da quel discorso stiamo già entrando addirittura in una quarta fase, dato che il mondo sta cambiando sempre più velocemente. L’Alleanza, infatti, con i recenti aiuti dati ai membri per la crisi del COVID-19, sta iniziando di fatto una nuova fase di “sicurezza umana” e “sicurezza collettiva” coniugando le prime tre fasi (difesa collettiva, gestione crisi, e projecting stability) con quella che sta appena iniziando, ovvero quella della biosicurezza. La sicurezza umana, infatti, basata sulla sicurezza collettiva delle nazioni dell’Alleanza, sarà sempre più importante per la NATO e si affiancherà alla sicurezza nazionale tradizionale. Il Segretario Generale ha recentemente nominato un gruppo di esperti per preparare un nuovo Concetto Strategico per l’Alleanza (dopo l’ultimo prodotto dieci anni fa) e questo concetto dovrà necessariamente espandere le nuove minacce alla sicurezza, da quella cibernetica a quella biologica, ed aumentare soprattutto la resilienza degli stati e delle loro popolazioni, con una collaborazione civile-militare sempre più stretta.

Questo non significa che ci si dimenticherà del projecting stability, anche perché le sfide complesse del futuro non saranno più staccate le une dalle altre. La stabilità nelle regioni periferiche, ma in realtà in tutte le regioni del mondo, è direttamente collegata alla stabilità dei paesi dell’Alleanza: quindi tutte le operazioni NATO di peacekeeping o peacebuilding del passato (dal Kosovo alla Bosnia, dall’Afghanistan all’Iraq) saranno sempre più centrate verso il projecting stability, attraverso il rafforzamento delle forze di sicurezza sul campo. In Iraq, per esempio, la NATO ha iniziato nel 2018 una missione di training e capacity building. L’Alleanza ha poi molti Centri di Eccellenza che si occupano proprio di capacity building e quindi di projecting stability. Nel nostro paese per esempio ci sono il Security Force Assistance, creato nel 2017 proprio per promuovere la stabilità con sforzi di ricostruzione, formazione, e training delle forze di difesa e sicurezza in aree di conflitto e post-conflitto, e lo Stability Police Units, creato dai Carabinieri nel 2005, per sostenere la creazione di forze di stabilizzazione in operazioni di pace. Questi centri e molti altri, dovranno essere rafforzati in futuro al fine di occuparsi appunto anche di nuove minacce alla stabilità, non solo dei paesi partner ma anche di quelli dell’Alleanza.

Danilo Mattera,
Geopolitica.info

Resilienza cyber nell’Alleanza Atlantica

L’emergenza sanitaria mondiale ha messo a dura prova le infrastrutture critiche dei paesi dell’Alleanza Atlantica.  Il dominio cyber si è rivelato vulnerabile a numerosi potenziali attacchi, a cui la NATO ha saputo dare una pronta risposta. Già dal 17 marzo, infatti, l’Alleanza ha riconosciuto la crescita delle minacce e la necessità di rafforzare la propria infrastruttura e di creare difese cyber resilienti. Il percorso di adattamento alle emerging threats seguito dalla NATO negli ultimi anni ha consentito una risposta efficace e immediata.

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La NATO e l’evoluzione della Cybersecurity

La difesa cyber è stata inserita per la prima volta nell’agenda politica della NATO nel 2002, durante il Summit di Praga. È solo nel 2008, dopo l’attacco informatico dell’anno precedente ai danni di istituzioni pubbliche e private in Estonia, che l’Alleanza ha approvato la prima politica di Cyber Defence. Gli attacchi informatici sono divenuti vere e proprie armi nello sviluppo di una guerra convenzionale, tant’è che nel 2011 è stata approvata una seconda politica di Cyber Defence. Le tappe fondamentali nell’evoluzione della cybersecurity in ambito NATO dal 2012 in poi sono principalmente tre. In primo luogo, la sicurezza informatica è stata considerata un tema prioritario all’interno del NATO Defence Planning Process. In secondo luogo, è da evidenziare la creazione, durante il vertice del Galles del 2014, della NATO Industry Cyber Partnership (NICP), creata per incrementare la cooperazione in ambito cyber con il settore privato. Infine, merita una particolare menzione l’adozione del Cyber Defence Pledge, durante il summit di Varsavia del 2016. Esso impegna gli stati firmatari a:

  • Sviluppare capacità adeguate a difendere le infrastrutture dell’Alleanza;
  • Allocare risorse sufficienti a rafforzare le capacità cyber;
  • Promuovere l’educazione e la formazione in ambito informatico;
  • Redigere una relazione annuale per tracciare i progressi degli impegni presi.

La NATO ha dato un ulteriore impulso alla politica di implementazione della difesa cyber nel 2017, attraverso l’approvazione del Cyber Defence Action Plan e l’accordo sulla creazione di un nuovo Cyberspace Operations Centre, costituito nel 2018 come parte della rafforzata Command Structure dell’Alleanza.

Una nuova sfida

Lo scorso 17 marzo, la NATO ha evidenziato un incremento sostanziale nella frequenza, nella complessità e nella distruttività delle minacce cyber ai danni dei Paesi membri. L’Alleanza ha, quindi, sottolineato la necessità della prontezza da parte dei paesi membri nel difendere le proprie infrastrutture critiche e ad affrontare la crescente sofisticatezza degli attacchi informatici. Uno dei punti cardini per la prevenzione delle minacce nel dominio cyber è la condivisione delle informazioni. La stretta collaborazione, istituita nel 2016, tra la NATO Computer Incident Response Capability (NCIRC) e il Computer Emergency Response Team dell’Unione Europea (CERT-EU) ha la finalità di creare un framework per la condivisione di informazioni e l’adozione di “best practices”. I due team, il primo a livello NATO e il secondo a livello UE, sono dei centri di cyber defence e di risposta agli attacchi informatici alle infrastrutture dei paesi membri.

Negli ultimi anni la NATO ha compiuto dei passi importanti in direzione di una più ampia capacità di prevenzione degli attacchi e di risposta agli stessi, aumentando la resilienza delle infrastrutture critiche. Il Cyber Defence Pledge è probabilmente il documento centrale in questo senso, in quanto definisce le priorità e le politiche da adottare per aumentare le cyber defence capacities. Esso insiste sull’educazione e sulla formazione, fattori chiave al fine di prevenire le minacce. Difatti, la NATO ha creato quattro principali strutture addette a ciò:

  • (CCD CoE), Tallinn (Estonia)
  • NATO Communications and Information Systems School (NCISS), Oeiras (Portogallo)
  • NATO School, Oberammergau (Germania)
  • NATO Defense College, Roma (Italia)

Dal 2016 la cybersecurity dell’Alleanza si è evoluta e allo stesso tempo è stata sottoposta a nuovi e più complessi rischi. La NATO ha svolto un ruolo centrale nella risposta alla pandemia di COVID-19, attraverso la fornitura di medicinali e il dispiegamento di personale medico. Tuttavia, gli attacchi informatici – si veda l’attacco al Dipartimento della Sanità degli Stati Uniti del 17 marzo – hanno avuto un ruolo centrale nella destabilizzazione delle infrastrutture critiche dell’Alleanza. Da qui la necessità di rispondere in modo coerente ed efficace, attraverso i centri di coordinamento NATO, quali il NCIRC e il CCDCOE.

In un comunicato del 3 giugno, il Consiglio del Nord Atlantico ha dichiarato che l’Alleanza sta svolgendo un grande lavoro nel contrasto alle minacce e che i paesi membri sono impegnati nell’aumentare la resilienza delle proprie infrastrutture critiche e nell’implementare il NATO Cyber Defence Pledge. Inoltre, il Consiglio ha sottolineato la centralità che “la cyber defence riveste nella difesa collettiva e la necessità, per i paesi dell’Alleanza Atlantica, di adattarsi alle nuove cyberthreats, provenienti tanto da attori statali quanto da quelli non-statali”.

Il NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence

Creato nel 2008 a Tallinn, il CCDCOE si propone come centro di ricerca, formazione, consultazione e sviluppo di nuovi strumenti di cyber defence per l’Alleanza. La NATO ha, infatti, riconosciuto l’importanza di un centro di prevenzione e di risposta alle minacce cyber soprattutto dopo l’attacco informatico perpetrato dalla Russia ai danni dell’Estonia nel 2007, che ha evidenziato le potenzialità distruttive del dominio cyber.  
Il centro opera in quattro settori:

  • Sviluppo di tecnologie
  • Pianificazione di strategie
  • Operazioni
  • Predisposizione di normative

La sua mission è quella di offrire supporto ai paesi membri nel contrasto alle minacce cyber e favorire la cooperazione tra settore pubblico e settore privato, attraverso l’azione di un team di analisti e ricercatori proveniente da 25 nazioni.

Il Centro ha contribuito, in questi anni, attraverso la International Conference on Cyber Conflict (CyCon), una conferenza annuale di ricerca sui vari aspetti della cybersecurity, che riunisce esperti del settore provenienti da tutto il mondo.

Più pragmatica e sicuramente più utile per l’incremento della resilienza delle infrastrutture critiche dei paesi membri, è Locked Shields. Consiste in un’esercitazione di cyber defence che mette alla prova le abilità degli esperti nella difesa dei sistemi nazionali IT da attacchi informatici. Per sottolineare la nuova consapevolezza che la NATO ha acquisito in merito alle cyberthreats, la simulazione del 2019 ha incluso nuovi livelli di complessità, nuove sfide e nuove tecnologie, oltre ad aver evidenziato la necessità di una più stretta cooperazione tra esperti e decision-makers.

Il contributo dell’Italia

Il CCDCOE ha pubblicato, lo scorso 30 aprile, il report New Study on the Status of Cyber Security Organisation in Italy, i cui aspetti più interessanti per la presente analisi sono quelli della military cyber defence e della crisis prevention. Collocata al 17° posto nel National Cyber Security Index, l’Italia ha fatto negli ultimi anni significativi passi avanti nella prevenzione delle minacce e nella gestione degli incidenti informatici.

Prima fra tutte la creazione presso il Dipartimento delle informazioni per la Sicurezza (DIS), nel 2013, del Nucleo per la Sicurezza Cibernetica (NSC), responsabile della prevenzione e della preparazione ad eventuali situazioni di crisi cibernetica, funzionando inoltre da punto di riferimento nazionale per la NATO. Durante l’emergenza sanitaria il Nucleo, che solitamente si riunisce una volta al mese, si è riunito straordinariamente il 1° aprile, in seguito al tentato attacco informatico ai danni della rete IT dell’ospedale Spallanzani, in prima linea nella lotta al Coronavirus. Il Nucleo ha provveduto ad allertare, attraverso il Centro nazionale anticrimine informatico per la protezione delle infrastrutture critiche (CNAIPIC), la rete sanitaria nazionale affinché innalzasse le difese sulle reti e le infrastrutture.

IL CNAIPIC, operativo dal 2005 in seno al Servizio di polizia postale e delle comunicazioni, svolge un ruolo fondamentale in questo senso, in quanto è incaricato della prevenzione e della repressione dei cybercrimes e collabora attivamente con l’Interpol e l’Europol. Infine, esso è il punto di contatto con i dipartimenti delle polizie estere, contribuendo alla coordinazione in ambito euro-atlantico.

Da ultimo è da segnalare l’istituzione, avvenuta lo scorso 6 maggio, del Computer Security Incident Response Team (CSIRT) italiano, quale implementazione della Direttiva NIS europea, emanata nel 2016 dall’Unione Europea e recepita dall’Italia col D.lgs 65/2018. Il team è formato da esperti di cybersecurity, incaricati di:

  • Monitorare gli incidenti a livello nazionale;
  • Emettere preallarmi in merito a rischi e incidenti;
  • Intervenire in caso di incidente;
  • Collaborare con la rete di CSIRT europei.

Il Ministero della Difesa italiano ha riconosciuto l’attacco informatico come una minaccia alla sicurezza nazionale, sottolineando inoltre, nel 2013 e poi nel 2015, la necessità di sviluppare capacità operative difensive in ambito cyber per salvaguardare la sicurezza nazionale.
A tal proposito, nel 2017 l’Italia ha istituito il Comando Interforze Operazioni Cibernetiche (CIOC), incaricato di proteggere i sistemi nazionali del Ministero della Difesa da attacchi informatici e ha creato, nel marzo del 2020, il Comando per le Operazioni in Rete (COR), a disposizione del Comando Operativo Interforze (COI), al fine di condurre operazioni di prevenzione e di contrasto alle minacce dirette contro l’infrastruttura nazionale della Difesa.

Quale futuro per la cyber resilience?

La sicurezza informatica è diventata una priorità per la NATO. L’accordo Cyber Defence Pledge del 2016 è uno dei punti cardine della nuova visione dell’Alleanza in questo ambito. La NATO, attraverso il NCIRC e attraverso progetti come Malware Information Sharing Platform (MISP) e Smart Defence Multinational Cyber Defence Capability Development (MN CD2) mira ad aumentare la resilienza cyber delle infrastrutture critiche.
Le nuove e più complesse minacce, emerse durante la pandemia, hanno evidenziato la vulnerabilità e, allo stesso tempo, l’importanza dell’infrastruttura sanitaria, sia a livello nazionale che a livello globale (si veda il tentato attacco informatico alla rete IT dell’OMS). Lo sviluppo di politiche di cyber defence, in futuro, dovrà senz’altro tenere in conto questo aspetto fondamentale.

Infine, un aspetto più controverso riguarda la cyberwarfare. L’Organizzazione, al summit di Varsavia del 2016, ha dichiarato il cyberspazio come nuovo dominio operativo. Tuttavia, quello cibernetico è uno spazio che rende più difficilmente individuabile il “nemico”, la sorgente dell’attacco, sia essa statale o non statale. L’articolo 5 della NATO, che afferma che l’organizzazione può intervenire per ristabilire la sicurezza in caso di attacco contro uno stato membro, risulta di difficile interpretazione. È, in questo senso, illuminante quanto affermato dalla direttrice dell’European Centre of Excellence for Countering Hybrid Threats, Teija Tiilikainen: “Noi sappiamo che un attacco contro l’infrastruttura critica […] è una forma di aggressione che non ricade nel campo delle competenze della NATO”.

Alla fine di questa pandemia, la NATO dovrà adattare le proprie capacità difensive in ambito cyber e aumentare, quindi, la resilienza delle infrastrutture. Probabilmente, gli stati membri dovranno dare priorità alle infrastrutture che finora hanno rivestito un ruolo marginale nelle politiche di difesa, quali quella sanitaria. Per aumentare la resilienza, saranno fondamentali: la condivisione delle informazioni, gli investimenti in ambito informatico e la cooperazione.

L’Alleanza e il Virus: la gestione Atlantica della minaccia pandemica

Secondo un’indiscrezione riportata dalla rivista tedesca Der Spiegel – ripresa poi da Politico.eu –  lo staff dell’Alleanza Atlantica starebbe ideando un piano per far fronte ad una potenziale seconda ondata di Covid-19. In attesa di capire meglio l’entità di questo progetto, diamo uno sguardo a ciò che l’Alleanza ha fatto, e sta facendo, per gestire la minaccia pandemica.

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Una sfida senza precedenti 

Nelle diverse conferenze stampa tenute a margine dei Consigli dei ministri dell’Alleanza, il Segretario Generale Jens Stoltenberg ha sottolineato più volte come l’Alleanza stia affrontando una minaccia che non ha precedenti nella storia del Trattato e come l’intera struttura atlantica stia supportando efficacemente alleati e partner colpiti da questa calamità: supporto che, rimarca Stoltenberg, non ha intaccato in nessun modo le capacità di deterrenza e difesa della NATO. Sebbene – quindi – una minaccia sanitaria di questa portata possa considerarsi come un fatto nuovo, l’attitudine dell’Alleanza verso i rischi sanitari non è una novità: se l’ultimo concetto strategico del 2010 aveva già integrato tali rischi all’interno del contesto di sicurezza NATO, nel 2016 – durante il summit di Varsavia – si decise di inserire la capacità di garantire la tenuta del sistema sanitario in gravi situazioni di crisi all’interno dei requisiti minimi per rafforzare la resilienza (Art. 3 Trattato Atlantico) degli alleati.

I principali attori in campo

Sebbene lo sforzo per affrontare la pandemia si presenti come un’azione corale messa in atto da tutte le strutture e le forze armate alleate, è bene soffermarsi su alcuni degli attori chiave impegnati nella lotta al Covid-19.

Principale meccanismo di risposta alle emergenze civili dell’area euro-atlantica, lo Euro-Atlantic Disaster Response Coordination Centre (EADRCC) coordina tutte le richieste e le offerte di aiuto attivate dagli stati NATO e dai partner dell’Alleanza in caso di calamità naturali, disastri causati dall’uomo, crisi o azioni ex art.5 del Trattato Atlantico. Creato nel 1998 come importante strumento di coordinamento tra la NATO e gli stati membri della Partnership for Peace, lo EADRCC coordina attualmente 70 stati e agisce in stretta collaborazione con altre organizzazioni internazionali e sovranazionali: il 15 maggio 2020 lo EADRCC ha deciso di mettere a disposizione dello United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs i propri assetti per la distribuzione aerea del materiale sanitario in tutto il mondo. Dal 26 marzo 2020, il centro ha ricevuto richieste di aiuto da quindici stati. 

Il supporto logistico e l’organizzazione del trasporto – prevalentemente aereo – dei materiali e dei presidi sanitari necessari vengono gestiti dalla NATO Support and Procurement Agency (NSPA), organo esecutivo della NATO Support and Procurement Organisation. Oltre agli aspetti puramente logistici, la NSPA è impegnata anche nella stampa 3D delle valvole necessarie alla trasformazione delle maschere di una nota catena di prodotti sportivi in strumenti idonei alla terapia ospedaliera: il progetto, portato avanti dal NSPA team di Taranto, prevede la produzione di 25 valvole a settimana e si basa sull’idea innovativa di una startup italiana, ISINNOVA.

La NSPA sta sfruttando le capacità di trasporto aereo strategico della NATO, ovvero la Strategic Airlift International Solution (SALIS) e la Strategic Airlift Capability (SAC), per la consegna dei dispositivi sanitari: il primo strumento si basa sul noleggio di aerei commerciali, principalmente Antonov AN-124-100, mentre il secondo utilizza gli aerei cargo C-17 Globemaster di proprietà di un consorzio composto da stati alleati e partner. Per facilitare la distribuzione degli aiuti, il Consiglio Atlantico ha deciso attivare il c.d. NATO’s Rapid Air Mobility (RAM), ovvero una procedura che, assegnando ai voli dell’Alleanza un codice speciale, consente di velocizzare le normali procedure del traffico aereo.

L’azione dell’Alleanza, però, non si limita unicamente all’invio di materiali e al supporto dei sistemi sanitari degli alleati e dei partner: all’interno della cornice del NATO’s Science for Peace and Security (SPSProgramm e in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità italiano, il Policlinico dell’Università Roma Tor Vergata e il Policlinico dell’Università di Basilea, la NATO ha avviato un progetto scientifico volto a migliorare le capacità di diagnosi del nuovo Coronavirus.

L’altro contagio: la disinformazione

Caratterizzato da una velocità di trasmissione e da una pericolosità non inferiore a quella di un patogeno biologico, il contagio informativo si è diffuso con la stessa virulenza del contagio originato dal SARS-COV2. 

Il Segretario Generale Stoltenberg – in un’intervista per La Repubblica – ha stigmatizzato con forza le azioni di disinformazione, portate avanti da attori governativi e non governativi cinesi e russi, volte a destabilizzare l’Alleanza: la diffusione in tutta la Lituania di una falsa email, a firma dello stesso Stoltenberg, relativa ad un presunto ritiro delle truppe alleate dallo stato baltico è stata solo una delle diverse fake news confezionate ad arte per minare la solidità della compagine atlantica. 

Al fine di contrastare il fenomeno della disinformazione, l’Alleanza ha avviato un’ampia campagna di identificazione e monitoraggio dei principali nodi di trasmissione delle fake news, a cui si aggiunge una specifica azione di fact-checking: sul sito ufficiale della NATO, ad esempio, è presente una sezione dedicata esclusivamente alla confutazione dei “miti” più ricorrenti riguardo il tema NATO-COVID19.

Un nuovo adattamento?

Alle prese con la prima pandemia della sua storia, l’Alleanza Atlantica è riuscita – seppur tra mille difficoltà – a mettere in campo diversi strumenti per supportare al meglio alleati e partner. Sebbene – come affermato dal Segretario Generale Stoltenberg – l’attuale crisi sanitaria non abbia cancellato le sfide alla sicurezza preesistenti, bisogna riconoscere che la pandemia ha ampliato e complicato il quadro complessivo delle potenziali minacce, gettando una luce sui rischi biologici emergenti. In attesa di capire se il piano per una potenziale seconda ondata possa configurarsi come un primo passo verso un ulteriore adattamento, un punto resta cruciale: l’Alleanza deve decidere con prontezza quale ruolo giocare nelle prossime emergenze altrimenti tutti gli sforzi di queste settimane saranno vani.

Danilo Mattera,
Geopolitica.info

Atomiche USA in Europa: Berlino ne discute

L’ annosa questione dello stazionamento di bombe atomiche statunitensi su suolo europeo è stata riaperta lo scorso 2 maggio, quando il rappresentante dei socialdemocratici al Bundestag Rolf Mützenich ha chiesto che le armi nucleari vengano ritirate dal territorio tedesco perché lo stazionamento di questi ordigni “non aumenta la nostra sicurezza, anzi ha l’effetto opposto”. 

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Le reazioni della politica tedesca

“Dopotutto, altri paesi lo hanno fatto senza mettere in discussione la NATO” – ha ricordato Mützenich alludendo, per esempio, al ritiro delle testate statunitensi dalla Grecia nel 2001. L’esponente dell’SPD non ha mancato di indicare come motivazione della richiesta il rischio e l’instabilità derivanti dalla strategia nucleare dell’amministrazione Trump, che “ha annunciato che le armi nucleari non sono più solo un deterrente, ma armi che possono essere utilizzate per condurre la guerra”. Le dichiarazioni di Mützenich, ben viste dalla Linke, dai Verdi e da gran parte dell’opinione pubblica, sono però state tacciate di irresponsabilità dagli ambienti più atlantisti della CDU. È infatti di poche settimane fa l’annuncio della ministra della Difesa e Presidente della CDU Annegret Kramp-Karrenbauer, di aver deciso la sostituzione degli ormai obsoleti Tornado PA-200 con Eurofighter e Hornet F/A-18. Non solo i cristianodemocratici, ma anche il ministro degli Esteri Heiko Maas ha rifiutato la proposta del suo compagno di partito di azzerare gli stazionamenti nucleari sul territorio tedesco.

Un dibattito ricorrente

È vero, non si tratta di una decisione definitiva, ma di un botta e risposta nel dibattito politico. Queste pulsioni antinucleari rimarranno nell’aula del Bundestag o avranno la capacità di plasmare la politica estera e di difesa di Berlino? Ciò che non possiamo scorgere nel futuro, lo possiamo osservare nel passato. Non sarebbe infatti la prima volta che il governo tedesco si fa promotore di un ‘campo progressista’ che chiede all’Alleanza una riconsiderazione del ruolo dell’arsenale nucleare tattico dispiegato sul proprio suolo. Nel secondo governo Merkel (2009-2013) fu la figura di Guido Westerwelle, il ministro degli Esteri liberale, a portare l’antinuclearismo nel programma governativo. La presa di posizione fu tale da arrivare a promuovere nel febbraio 2010 l’invio di una lettera al Segretario Generale della NATO nella quale Westerwelle scrisse insieme agli omologhi di Belgio, Lussemburgo, Olanda e Norvegia per chiedere che le armi nucleari tattiche su suolo europeo fossero incluse in una logica di progressivo disarmo.

Stando alla prudente reazione di Maas, non sembrerebbero prospettarsi cambiamenti repentini. Alcune fonti di stampa, non escludendo prese di posizione più nette, si spingono comunque a ipotizzare uno spostamento delle testate USA dalla base tedesca di Büchel alla Polonia. Vale la pena ricordare che, se questa decisione dovesse mai essere presa, i Paesi dell’Alleanza verrebbero meno agli impegni presi nell’Atto Costitutivo NATO-Russia del 1997, con cui promettevano di non avere “nessuna intenzione, nessun piano e nessuna ragione” per stazionare armi nucleari sul territorio dei nuovi alleati dell’Est Europa.

Gli oneri della condivisione nucleare NATO

È un riaffiorare carsico quello della chiamata a liberarsi dagli stazionamenti nucleari statunitensi e da ciò che comportano in termini di costi, strategia militare e implicazioni di diritto internazionale. L’impegno a partecipare direttamente nel quadro di condivisione nucleare NATO porta infatti con sé un onere finanziario non di poco conto legato principalmente alla necessità di ammodernare e mantenere i propri aerei da combattimento a capacità duale. Su questo fronte, mentre l’Italia ha optato per gli F-35, la strategia della Germania è stata di temporeggiamenti e parsimonia. Oltre all’aspetto finanziario, ospitare gli ordigni statunitensi sembra comportare anche un costo reputazionale nell’arena politica del regime di non proliferazione. È dalla fine degli anni Novanta che Stati come Egitto, Iran e Sud Africa accusano la condivisione nucleare NATO di contravvenire agli obblighi del Trattato di Non Proliferazione. A questi si è aggiunta dal 2015 la Russia, che ha da poco ribadito di considerare gli stazionamenti nucleari USA in Europa “contrari allo spirito e alla lettera” del Trattato, di cui quest’anno si celebra un burrascoso cinquantesimo anniversario. Difficile credere che le critiche russe e dei non allineati possano minare alle fondamenta di un trattato di tale importanza e longevità, ma il costo per gli accusati c’è ed è anzitutto quello di doversi difendere.

La posizione dell’Italia

E in Italia? Il nostro paese ospita, nelle basi di Ghedi e Aviano,  quaranta armi nucleari statunitensi. Roma ha da sempre mantenuto un atteggiamento più cauto rispetto alle fughe in avanti tedesche, cercando di fungere da mediatrice rispetto al conservatorismo degli alleati orientali, affezionati alla dottrina della ‘deterrenza estesa’ nei confronti del vicino russo e contrari a ogni cambiamento dello status quo. Nel nostro dibattito parlamentare il tema della partecipazione diretta alla condivisione nucleare NATO è stato sollevato in mozioni ed interpellanze di deputati e senatori del Movimento Cinque Stelle e di Liberi e Uguali, nonché da un disegno di legge costituzionale proposto dalla senatrice De Pin (M5S) nel 2015. Palazzo Chigi, seppur non entusiasta del basso valore operativo di questi ordigni tattici, che secondo l’ex Presidente Cossiga durante la Guerra Fredda dovevano poter colpire Praga e Budapest, sembra continuare ad anteporre la coesione dell’Alleanza Atlantica ad ogni ipotesi alternativa.

In Germania il socialdemocratico Mützenich ha soffiato sul braciere di una questione tanto sensibile quanto annosa. Se le fiamme dovessero divampare, rimane da vedere se i sostenitori dell’atlantismo a tutti i costi saranno in grado di spegnere quel fuoco. Per certo, un dibattito pubblico sullo stazionamento delle bombe nucleari appare lecito, se non necessario, tanto in Germania quanto in Italia, due Paesi che in questo campo condividono una storia comune e in cui su un altro tipo di nucleare – quello civile – le opinioni pubbliche hanno saputo mobilitarsi e i decisori politici agire con fermezza.

Projecting Stability e NATO Mission Iraq: origini ed evoluzioni

Il 2014, segnato dall’annessione della Crimea, dalla guerra nell’Ucraina orientale, dalla caduta di Mosul e dalla proclamazione del Califfato da parte dell’ISIS, è stato cruciale anche per l’Alleanza: ha sottolineato come essa debba essere pronta ad affrontare contemporaneamente una serie di sfide convenzionali, ibride e non convenzionali. Per adattarsi a questo complesso contesto di sicurezza, la NATO ha adottato un approccio a 360 gradi, incentrato sulla necessità di perseguire le politiche e le posture necessarie per essere in grado di rispondere efficacemente alle sfide attuali e future. È proprio in questo contesto che si inseriscono i riferimenti al Projecting Stability, inteso come uno sforzo cooperativo tra l’Alleanza e i partner locali, e, di conseguenza, alla NATO Mission Iraq (NMI).

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Projecting Stability: cos’è?

Nell’aprile del 2016, durante un discorso a Washington D.C., il Segretario Generale Jens Soltenberg riferendosi all’agenda del Projecting Stability ha enumerato le sfide a cui l’Alleanza sarebbe stata sottoposta, specificando che “per proteggere il nostro territorio dobbiamo essere disposti a proiettare la stabilità oltre i nostri confini, perché se i nostri vicini sono più stabili, noi siamo più sicuri”. Nelle parole del Segretario, “proiettare la stabilità” comprende diversi elementi tra cui l’uso della forza per sconfiggere gruppi come l’ISIS ma anche l’uso di contingenti NATO per addestrare le forze locali a combattere piuttosto che dispiegare un grande numero di propri uomini.

Successivamente, con l’inizio dei preparativi per il vertice di Varsavia, la natura complessa delle sfide derivanti dalla regione del Medio Oriente e Nord Africa (MENA) è diventata più evidente: queste includevano sia conflitti armati prolungati, sia estese crisi umanitarie come quelle siriane o yemenite; così come il consolidamento territoriale e militare, per esempio, dell’ISIS. Dunque, per rispondere in maniera più efficace a questo scenario di sicurezza sempre più complesso, la NATO ha adottato il cosiddetto “approccio a 360 gradi”. 

Al summit di Varsavia, i leader dell’Alleanza hanno accolto le richieste fatte da Stoltenberg di rafforzare le capacità di consigliare ed assistere le forze locali, decidendo di adottare l’agenda del Projecting Stability con l’obiettivo di “contribuire maggiormente agli sforzi della comunità internazionale per proiettare la stabilità e rafforzare la sicurezza al di fuori del nostro territorio, contribuendo così alla sicurezza complessiva dell’Alleanza”. Durante il vertice, quindi, questo sforzo cooperativo della NATO nei confronti dei propri partner – che prevedeva una serie di aiuti tra i quali il sostegno e il rafforzamento delle istituzioni, delle forze locali e delle capacità di difesa – ha assunto una grande importanza alla stregua dei concetti di deterrenza e difesa

Due anni dopo, nel Communiqué del vertice di Bruxelles si è delineato ulteriormente ciò che, secondo l’Alleanza, costituisce il concetto di Projecting Stability: “continueremo a rafforzare il ruolo della NATO in questo senso, aiutando i partner a costruire istituzioni di difesa più forti, migliorare la capacità di governo e contribuire più efficacemente alla lotta contro il terrorismo. Questo investimento nella sicurezza dei partner contribuisce alla nostra sicurezza. Noi, insieme ad i nostri partner, continueremo ad aiutare a gestire le sfide pre, durante e post conflitto”. In quest’ottica di maggiore enfasi è stata annunciata anche una missione di addestramento in Iraq (NMI) per fornire consulenza tecnica ai funzionari della difesa e sicurezza iracheni. Secondo molti esperti, questa nuova missione può essere considerata un test per valutare in che termini l’Alleanza sarà in grado di utilizzare gli strumenti della Defence and Related Security Capacity Building Initiative (DCB), programma di supporto e di cooperazione con i partner locali.  

La NATO torna in Iraq

Per comprendere l’attuale NATO Mission Iraq (NMI) bisogna tornare indietro al 2004 quando il governo iracheno chiese assistenza all’Alleanza in termini di addestramento e supporto alle proprie forze di sicurezza. La missione, nota come NATO Training Mission Iraq (NTM-I), iniziò nel 2005 divenendo parte dello sforzo internazionale per aiutare l’Iraq a costituire forze di sicurezza efficaci e responsabili. Tutti i paesi membri della NATO presero parte a questa missione fornendo contributi finanziari o donando propri equipaggiamenti militari. Sotto l’ombrello della NTM-I, la NATO formò circa 15.000 ufficiali iracheni fino alla fine della missione, avvenuta nel 2011.

Nel luglio del 2015 è stato annunciato un pacchetto per il miglioramento della Defence and Related Security Capacity Building Initiative (DCB), lanciata nel Summit del Galles, che ha portato alla formazione di ufficiali iracheni in Giordania, a partire dall’aprile del 2016. Successivamente, a seguito di una richiesta del primo ministro iracheno, durante il vertice di Varsavia si è deciso di estendere l’addestramento all’interno del paese, mandando un team formato personale militare-civile della NATO a Baghdad, nel gennaio del 2017, per coordinare le attività di formazione. 

Si è arrivati poi al vertice di Bruxelles del 2018 in cui è stata annunciata formalmente la nuova missione in Iraq: la NATO Mission Iraq (NMI). Attualmente sotto l’autorità dell’Allied Joint Force Command di Napoli (JFC) e guidata dal generale canadese Jennie Carignan, la NMI è una missione di addestramento e capacity building progettata per aiutare le forze irachene a prevenire un eventuale ritorno dell’ISIS. Composta da circa 600 persone – 250 delle quali fornite dal Canada – provvederà, inoltre, a formare e supportare i funzionari della difesa e della sicurezza locali all’interno del Ministero della Difesa, dell’Ufficio del Consigliere per la Sicurezza Nazionale e delle accademie militari nelle seguenti aree:

  • Lotta agli ordigni esplosivi improvvisati (C-IED), smaltimento degli ordigni (EOD) e sminamento;
  • Pianificazione civile e militare;
  • Riforma delle istituzioni irachene;
  • Manutenzione di attrezzatture dell’epoca sovietica;
  • Medicina militare.

Nell’area dei C-IED e EOD, quattordici corsi e sei seminari sono stati condotti per i dirigenti iracheni. I corsi sono stati svolti alla Bomb Disposal School di Besmaya con l’obiettivo di migliorare le capacità di sgombero di ordigni esplosivi improvvisati nelle aree urbane, la neutralizzazione degli esplosivi interrati e il loro sminamento.

Nel settore di cooperazione civile-militare sei workshop hanno riunito ufficiali iracheni e direttori generali di dodici ministeri e agenzie, tra cui quello della Difesa e quello dell’Interno. La formazione, prevista a Baghdad, si occupa di rafforzare il coordinamento tra ministeri militari e civili iracheni nelle varie fasi delle operazioni di sicurezza e degli sforzi di ricostruzione.

Nell’ambito del riassetto organizzativo delle istituzioni di sicurezza irachene, la NATO sovraintende allo sviluppo di una struttura militare sostenibile ed altamente efficace. A tal fine, esperti civili dell’Alleanza sulla riforma del settore della sicurezza hanno partecipato ad iniziative congiunte, insieme ad altri esperti della Comunità Internazionale, del Ministero della Difesa iracheno e dell’Ufficio del Consigliere per la Sicurezza Nazionale. 

Nell’area di manutenzione delle attrezzature dell’era sovietica, l’Allied Mobile Training Team ha fornito supporto agli istruttori dell’Iraqi Engineering School & Maintenance per la riparazione dei mezzi corazzati dell’epoca sovietica a Taji, attraverso tre workshop.

Insieme a queste attività condotte all’interno del territorio iracheno, la NATO ha aiutato un gruppo di tirocinanti iracheni in termini di medicina militare in Germania e in Serbia, sotto il controllo del Defence Capacity Building Package in Iraq.

In generale questi sforzi contribuiranno a garantire che la formazione successiva possa continuare efficacemente anche attraverso istruttori iracheni adeguatamente formati e strutture di formazione attrezzate in maniera appropriata. 

Tutte queste attività dell’Alleanza a sostegno delle forze di sicurezza e delle istituzioni irachene hanno beneficiato, e beneficiano tuttora, del sostegno finanziario fornito attraverso un fondo fiduciario per la Defence and Related Security Capacity Building (DCB). Istituito nel 2015, il fondo è stato utilizzato a sostegno degli sforzi di sviluppo delle capacità della NATO in diversi paesi partner tra cui l’Iraq, in cui sono stati investiti fino ad ora quasi un milione di euro per favorire l’addestramento e lo sviluppo di capacità nei settori della medicina militare, il contrasto e lo smaltimento degli ordigni esplosivi e il rafforzamento della cooperazione tra civili e militari. 

L’Iraq come baluardo della cooperazione NATO-UE?

Nel 2016 la cooperazione NATO-UE è diventata prioritaria per entrambe le istituzioni attraverso la Dichiarazione congiunta adottata a margine del vertice di Varsavia, in cui sono state identificate le aree chiave di cooperazione. A due anni di distanza dalla prima, durante il summit di Bruxelles, è stata firmata una nuova Dichiarazione congiunta tra NATO e Unione Europea sempre in termini di cooperazione, in particolare riguardante mobilità militare, minacce ibride e contrasto al terrorismo. Il tipo di cooperazione definito nel vertice di Bruxelles è riscontrabile proprio in Iraq dove operano la missione NATO e quella dell’Unione Europea.

Nell’ottobre del 2017 il Consiglio dell’Unione Europea ha istituito la European Advisory Mission (EUAM) in Iraq. Prolungata recentemente fino al 30 aprile 2022, la missione – attualmente guidata da Christoph Buik, Direttore della Standing Police Capacity delle Nazioni Unite, e composta da 52 esperti dell’UE – lavora a stretto contatto con l’Ufficio del Consigliere per la Sicurezza Nazionale e con il Ministero dell’Interno iracheni, responsabili di guidare la riforma, ha tre grandi obiettivi strategici:

  • Fornire consulenza e competenze alle autorità irachene a livello strategico per individuare e definire i requisiti necessari all’attuazione degli aspetti inerenti alla dimensione civile della riforma del settore della sicurezza e della Iraqi National Security Strategy;
  • individuare le possibilità a livello nazionale, regionale e provinciale di un potenziale ulteriore impegno dell’UE volto a rispondere alle esigenze della riforma del settore della sicurezza civile;
  • assistere la delegazione dell’UE nel coordinare il proprio sostegno insieme a quello degli Stati membri nel campo della riforma del settore della sicurezza, garantendo la coerenza dell’azione dell’UE.

Questo processo, quindi, comporta il sostegno alle riforme istituzionali e agli sforzi per aiutare a contrastare il terrorismo (compresa la lotta all’estremismo violento) e la criminalità organizzata, con specifico riferimento alla gestione delle frontiere e alla criminalità finanziaria, in particolare alla corruzione, al riciclaggio di denaro e al traffico di beni culturali.

In questo contesto, come già detto, si inserisce la NMI della NATO. Il punto di contatto più evidente tra le due missioni è il miglioramento delle strutture di sicurezza nazionale irachene, quindi la lotta al terrorismo, la professionalità delle agenzie di sicurezza e di intelligence e la creazione di capacità di difesa adeguate ed efficaci. In un certo senso le due missioni sono complementari perché la NMI si concentra sull’addestramento per aiutare le forze irachene a combattere il terrorismo e, quindi, a prevenire il ritorno dell’ISIS, occupandosi della parte più operativa. L’EUAM, invece, fornisce consulenza e contribuisce all’attuazione della strategia nazionale antiterrorismo, gettando le basi per l’addestramento delle rispettive forze che si occupano di terrorismo in Iraq, concentrandosi quindi sull’orientamento strategico. 

Inoltre, nell’ottobre del 2018, il Consiglio dell’Unione Europea ha stabilito le linee guida che l’EUAM avrebbe dovuto seguire per futuri progetti con l’Alleanza Atlantica, affermando che “la pianificazione sarà coordinata con la NATO in Iraq affinché si migliori la coerenza tra le rispettive attività in modo da rafforzarsi a vicenda”. Il coordinamento della pianificazione di progetti futuri offrirebbe grandi opportunità per migliorare la cooperazione tra NMI e EUAM e quindi tra NATO e UE, proprio perché la pianificazione combinata è un punto di partenza per una partnership più stretta che consentirebbe di evitare ulteriori conflitti.

Le minacce alla sicurezza e alla stabilità nel 21esimo secolo richiedono un approccio globale che combini capacità e competenze sia civili che militari, elementi che la NATO e l’Unione Europea possono offrire. L’Iraq, dunque, è una grande opportunità per le due istituzioni per migliorare la cooperazione su tutti i fronti previsti dal vertice di Varsavia prima e Bruxelles poi. Infine, anche se in maniera diversa, le due missioni rappresentano due facce della stessa medaglia che, in caso di successo, potrebbero servire come base per potenziali missioni altrove. 

La NATO quindi, per la buona riuscita della missione, deve analizzare le lezioni apprese dalla NTM-I, missione che suggerisce che i progressi in termini di capacity building difficilmente possono essere sostenuti se i settori della sicurezza sono mal governati. L’Alleanza ha una grande esperienza in termini di rafforzamento delle capacità tuttavia, in un ambiente operativo come quello iracheno non basta, dunque si avrà un successo solo nel caso di un contesto politico favorevole. Qualora non si verificasse, allora anche gli sforzi di capacity building della NATO rischierebbero di entrare in crisi.

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Norvegia: tra minaccia russa e programmi di potenziamento

Benché l’emergenza mondiale Covid-19 abbia monopolizzato l’attenzione dei media e benché il fronte attualmente considerato più “caldo” nello scacchiere internazionale sia quello della Libia, non bisogna dimenticare che sono ancora aperte molte questioni nello scenario atlantico-europeo, tra queste emerge essenzialmente la ripresa delle ambizioni russe che ha portato i paesi confinanti a rivalutare le loro politiche di difesa. La nostra attenzione si concentrerà sugli investimenti nel settore militare della Norvegia, Stato membro della NATO.

Norvegia: tra minaccia russa e programmi di potenziamento - Geopolitica.info


Il contesto norvegese

Norvegia e Russia condividono l’interesse strategico per i giacimenti di idrocarburi del nord e per l’apertura delle nuove rotte commerciali permesse dal cambiamento climatico. Per Oslo queste opportunità sono di primaria importanza a causa del deteriorarsi delle riserve di Brent nel Mare del Nord ma anche per la congiuntura economica non particolarmente favorevole. L’atteggiamento russo con le sue ambizioni di rientrare nel novero delle grandi potenze, si è finora indirizzato a sud (Cecenia, Georgia, Siria, Libia) ed in Europa centrale con l’annessione della Crimea e l’intervento, più o meno ufficiale, nella guerra civile ucraina dal 2014. Tuttavia, anche nello scacchiere settentrionale la pressione militare e politica russa è tornata a farsi sentire, tanto che lo scorso settembre gli Usa, attraverso l’ambasciatore Kenneth Braithwaite che parlava direttamente in nome di Trump, esprimevano disappunto in quanto la Norvegia, uno dei pochi paesi della NATO che condivide un confine con la Russia, non ha raggiunto ancora la spesa target del 2% del Pil (decisione NATO del 2014) per il settore militare.  Questo “richiamo”, unito alla ormai accertata propensione di Mosca al confronto militare, hanno messo in apprensione la Norvegia.

Il Paese nordico, dopo il 1990, aveva prontamente colto il diminuire della minaccia militare russa ed il Libro Bianco elaborato nel 2011-2012 era ancora incentrato sugli impegni internazionali del paese. Le eventuali minacce esterne, con particolare attenzione alla Russia, erano rappresentate essenzialmente dalla cyberwar, tanto che nel 2012 era stato creato il comando della Cyber Defence Force. Tuttavia, come accennato, vi è stato un acuirsi delle tensioni con Mosca, manifestatesi nel 2013 con l’avvio di un vasto programma russo pe riattivare basi e radar nella zona artica entro il 2018. Ciò ha inevitabilmente portato ad una revisione dei programmi fissati nel Libro Bianco del 2012 e del relativo piano di investimenti 2013-2016. 

È stato così rielaborato un piano a medio termine 2015-2023 che prevede una prima fase con interventi di ammodernamento ed implementazione di mezzi corazzati, elicotteri ed acquisizione degli F-35A; una seconda fase con interventi per le forze navali, compresi nuovi sommergibili.   

Questo piano vede quindi un ingente flusso di risorse verso il settore Difesa, con investimenti previsti nell’arco di un ventennio per 19,8 miliardi di dollari ed un’attenta politica di risparmi che comporteranno diversi sacrifici (si veda la chiusura di 11 basi militari in tutto il paese).  Il risultato è che nel 2016 il bilancio della difesa ha toccato quota 6 miliardi di dollari e si ha come obiettivo di raggiungere i 7 miliardi entro la fine del 2020, ciò renderebbe la Norvegia il paese con il più elevato livello di spesa militare nello scacchiere settentrionale. 

I programmi navali

La componente navale dell’apparato militare norvegese è quella che ha completato la maggior parte dei suoi programmi di ammodernamento. Infatti, la componente combat è stata rinnovata per i due terzi con l’introduzione delle fregate “Nansen” (realizzate dalla spagnola Navantia nel 2003-2011), unità che presentano ampi margini di crescita e capacità multiruolo. A completare questa parte della flotta norvegese, nel 2013 è stata ordinata alla Corea del Sud una moderna nave logistica di squadra da 27000 t., la “Maud”, consegnata il 21 maggio 2019.

Anche la componente costiera d’attacco è stata rinnovata, affiancando al prototipo di mini-corvetta antinave Skjold, altre 5 unità di serie completate nel 2010-2012. Mentre la componente costiera di sorveglianza (OPV) si è arricchita del portaelicotteri/rompighiaccio Svalbard (2001), dell’Harstad (2005), dei 3 “Barentshav”, di 7 pattugliatori costieri (2007-2012). Nei futuri programmi è prevista entro il 2023 l’acquisizione di 2 OPV artici, un numero imprecisato di unità costiere e l’ammodernamento di quelle in servizio.

Ricordiamo infine che uno dei programmi interessati dal piano 2015-2023 è relativo alla terza componente combat della flotta reale: i sommergibili. Attualmente sono in servizio 6 sommergibili di costruzione tedesca “Ula”, che, pur se ammodernati nel 2015, sono prossimi al limite della vita operativa. Così nel 2017 la Norvegia ha selezionato l’offerta tedesca per 4 Type-212 modificati a cui nel 2019 si sono aggiunti due battelli: la firma definitiva del contratto è previste per questo 2020 e le consegne inizieranno per il 2026.

I programmi aeronautici

L’aeronautica sta affrontando diversi programmi di ammodernamento, alcuni già completati come l’acquisizione di 5 nuovi aerei da trasporto C-130J-30 “Super Hercules” (2008-2012), mentre nell’ultimo decennio sono stati rinnovati i missili aria-aria “Iris-T” ed AIM-9X (2015), le bombe intelligenti GBU-38 JDAM e GBU-39 SDB, i sistemi di difesa aerea cosiddetti di “New Generation” che integreranno i nuovi radar in fase di selezione. 

Due programmi invece sono di estrema importanza, il primo che vede l’ordinativo in Italia all’AugustaWestland di elicotteri medi NH-90 (contratto da 425 milioni di dollari in 2 lotti) e di 16 elicotteri AW-101 (contratto da 1,7 miliardi di dollari e consegne entro fine anno), il secondo costituito da un ordinativo fatto agli Stati Uniti, proprio per l’acuirsi negli ultimi anni delle tensioni con Mosca, di 52 F-35A “Lightning II” (valore di 26 miliardi di dollari con consegne entro il 2023) e di nuovi  velivoli P-8A “Poseidon” per la guerra elettronica.

I programmi terrestri

I programmi di ammodernamento non hanno di certo dimenticato le forze terrestri che a cavallo tra gli anni ’90 e 2000 avevano già visto mutato il loro arsenale, sia per la componente regolare sia per la Guardia Nazionale. Nel periodo 2007-2011 sono sati firmati con Heckler & Koch contratti per equipaggiamenti individuali e di squadra, come il fucile HK.416, la pistola mitragliatrice MP7 e la MINIMI, mentre tra 2006 e 2018 sono arrivati 170 LMV “Lince” dell’italiana IVECO e 30 4×4 MRAP “Dingo” tedeschi. Il piano 2015-2023 ha però reindirizzato le risorse sui mezzi pesanti per conflitti di tipo più convenzionale e riammodernamento di mezzi già in dotazione. Nel 2017, infatti, è stato firmato un contratto di 383 milioni di dollari per 24 esemplari del semovente sudcoreano K-9 “Thunder” (consegne entro il 2021), più altri 24 in opzione e 6 veicoli portamunizioni K-10. 

Bisogna comunque dire che tutto il programma, relativo soprattutto all’ammodernamento, che si sviluppa tra il 2014 ed il 2018, risente ancora dell’influenza delle missioni sul modello Afghanistan, visto che gli upgrade riguardano essenzialmente la capacità di sopravvivere a IED e mine.

La NATO e l’Italia: intervista all’On. Luca Frusone

In un periodo di grande incertezza generata dal COVID-19 abbiamo intervistato l’Onorevole Luca Frusone, Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, per sapere come si sta muovendo l’Alleanza Atlantica, nel supporto ai paesi membri ma anche nella gestione delle nuove minacce che incombono su di essa e, in particolare, sull’Italia, uno dei paesi più colpiti dalla pandemia.

La NATO e l’Italia: intervista all’On. Luca Frusone - Geopolitica.info

1) Onorevole Frusone la ringraziamo per averci dato la possibilità di intervistarla. Qualche settimana fa il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg ha dichiarato che la crisi posta dal coronavirus non rimuove le sfide di sicurezza con cui l’Alleanza si doveva confrontare già da prima. Le volevamo chiedere, in quanto Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO, come sta rispondendo l’Alleanza a questa crisi causata dal COVID-19 e come, contemporaneamente, sta continuando a garantire la sicurezza ai propri Alleati.

La crisi provocata dal Covid-19 ha avuto un impatto dirompente sulla nostra vita. La NATO fin dal primo momento si è messa in moto per assistere, attraverso le sue strutture, gli alleati più colpiti, tra cui l’Italia. L’assistenza fornita dall’Euro-Atlantic Disaster Response Coordination Centre (EADRCC), attraverso materiali ed altri strumenti sanitari, è stata fondamentale. 

Un altro interessante esempio è stata la capacità di ridurre la burocrazia attraverso la mobilità aerea rapida: speciali codici aerei assegnati dalla NATO, con conseguente maggiore garanzia e velocità di dispiegamento per i voli che sorvolano gli spazi aerei dei paesi alleati. Inoltre, la NATO si pone anche come piattaforma per la condivisione di informazioni e best practice tra gli alleati, che continuano e continueranno a sostenersi a vicenda. In questo momento di crisi è stato più volte invocato l’articolo 3 del Trattato, che racchiude in sé il concetto di resilienza. L’Alleanza da tempo insiste su come la resilienza civile e le capacità militari siano elementi complementari, parti di uno stesso compito: garantire la sicurezza.

Il momento di crisi non ha indebolito l’Alleanza ma ne ha incrementato l’impegno nel mantenere i suoi obiettivi, continuando a fornire strumenti e misure di deterrenza e di difesa credibili ed efficaci.

Sotto questo punto l’attenzione verso il Southern Flank rimane prioritaria anche alla luce del protrarsi del conflitto libico e della lotta al terrorismo. L’obiettivo principale della NATO è garantire la sicurezza e la stabilità. In un momento in cui le strutture statali sono concentrate sulla pandemia, ecco che l’aiuto di un’organizzazione internazionale solida, diventa fondamentale. La crisi economica che colpirà anche la regione del MENA – pensiamo al contraccolpo che subirà ad esempio l’Egitto con il calo dell’afflusso turistico – porterà ad un rafforzamento di gruppi terroristici e di altri attori non statali, amplificando la destabilizzazione della regione già in atto. Può sembrare paradossale ma è in questo momento che dare un maggior supporto oltre i nostri confini eviterà in futuro di intervenire in situazioni già compromesse. Nelle missioni internazionali l’impegno rimane massimo, grazie alla decisione di incrementare lo sforzo degli alleati nell’attività di addestramento e formazione condotto sotto l’egida della Coalizione Internazionale, nell’ambito della missione NATO in Iraq per rafforzare le forze irachene nella lotta contro Daesh. Molto lavoro si sta svolgendo nel contrasto alle continue campagne di disinformazione che si sono verificate nel corso della crisi sanitaria. A tal proposito, sottolineo come l’Assemblea parlamentare della NATO avrà certamente un ruolo fondamentale, anche portando all’interno dei parlamenti nazionali una maggiore attenzione su questi temi. 

2) L’Italia è uno dei paesi più colpiti da questa pandemia. In una videoconferenza alla quale hanno partecipato tutti ministri della Difesa degli Stati membri della NATO, il nostro ministro Lorenzo Guerini ha sottolineato l’importanza delle Forze Armate italiane in un momento così delicato. Quale è stato e quale è il loro ruolo nella gestione di questa crisi?

La ringrazio per la domanda che mi permette di evidenziare l’encomiabile lavoro che le donne e gli uomini delle nostre Forze Armate stanno svolgendo. Quando si parla di ripartire velocemente, di concetti come resilienza e capacità di resistere ad uno shock, dobbiamo ringraziare prima di tutto la professionalità e la dedizione dei nostri militari. Fin dallo scoppio dell’epidemia, poi diventata pandemia, la Difesa si è mossa subito attraverso il Comando Operativo di vertice Interforze (COI), guidato dal Generale Luciano Portolano, che ha messo in piedi una sala operativa 24h/24h per la gestione dell’emergenza. Il COI infatti è stato identificato dal capo di Stato maggiore della Difesa, Generale Enzo Vecciarelli, quale referente unico delle Forze Armate per la gestione dell’emergenza sanitaria, in coordinamento con le altre istituzioni coinvolte. Da qui sono partite e sono state coordinate tutte le operazioni che hanno visto i nostri militari rispondere presente alla chiamata alle armi contro il COVID-19. Per dare qualche numero: al 5 maggio sono oltre 45.000 le donne e gli uomini delle Forze Armate schierati. 

In pochissimo tempo sono stati messi a disposizione 5.700 posti letto in 2.290 stanze in tutta Italia. Sono 163, al momento, le missioni di volo a scopo sanitario. Ben 2.378 mezzi (tra generici, ambulanze, bus) a cui aggiungere 313 assetti (elicotteri, velivoli, autocarri). Inoltre, non bisogna dimenticare il prezioso apporto fornito al Supporto alla Pubblica Sicurezza. Nonostante questi numeri però c’è un aspetto da approfondire. In questi mesi, attraverso i social network molti cittadini hanno invocato l’uso dell’Esercito al fine di garantire il rispetto delle misure di contenimento della pandemia. Un errore che hanno commesso anche molti rappresentati delle istituzioni locali. Questo fa capire come non ci sia molta conoscenza delle Forze Armate. Non è più tempo di focalizzarci sui numeri: l’efficienza dei nostri uomini è più importante. Purtroppo, l’età media negli ultimi anni è aumentata. Questo dovrebbe spingerci a non considerare, ripeto, il numero effettivo dei nostri militari. La vera sfida per il futuro non sarà incrementare di oltre 30.000 unità gli effettivi, come molti suggeriscono. Il nostro impegno dovrà essere garantire un numero sempre crescente di personale altamente specializzato, adeguatamente addestrato e prontamente impiegabile, con un elevato grado di interoperabilità con le altre forze di sicurezza e con mezzi e strumenti necessari efficienti e validi. Un tema che cercherò di portare all’attenzione della commissione difesa, visto che nei diversi Paesi alleati se ne parla già da tempo.

3) La legge n. 56/2012 consente al Governo di poter esercitare poteri speciali nei settori della difesa e della sicurezza nazionale. La legge in questione permette l’intervento su qualsiasi società considerata di rilevanza strategica. Con la legge n. 41/2019 la sfera di intervento viene ampliata ai servizi di comunicazione elettronica basati sulla tecnologia 5G. L’8 aprile, invece, è stato introdotto un nuovo decreto-legge, il n.23/2020 – chiamato anche decreto liquidità – con il quale sono state introdotte delle modifiche relative al “golden power”. Ci può spiegare cosa cambia con questa nuova normativa?

L’emergenza COVID-19 ha travolto insieme alle nostre vite anche il settore industriale. Gli schemi che governavano il mercato fino a pochi mesi fa sono saltati, causando forti perdite di valore di molte società italiane – quotate e non – che sono diventate possibili bersagli di scalate a prezzi di saldo da parte di investitori esteri. Non possiamo permetterlo. Con il nuovo decreto liquidità si è voluto rispondere a questa emergenza con l’estensione della “golden power” in tutela delle società operanti in ulteriori settori giudicati strategici per l’economia e la sicurezza del sistema Paese, quali l’alimentare, l’assicurativo, il sanitario e il finanziario. Per spiegare in parole povere il “golden power”, lo si può paragonare ad uno scudo con il quale il Governo protegge le imprese appartenenti a settori strategici da eventuali operazioni di acquisto al ribasso operate da investitori stranieri. Con il nuovo decreto i poteri di veto del Governo vengono estesi anche alle operazioni di acquisizioni all’interno dell’Unione Europea per il controllo e per l’acquisizione di quote del 10% in su. Sarà possibile avviare d’ufficio l’esercizio dei poteri speciali anche per operazioni non notificate. Si è operato inoltre sull’articolo 120 del Testo unico in materia finanziaria (TUF), rivedendo al ribasso le soglie per le comunicazioni alla Consob ed estendendo l’obbligo anche alle società ad azionariato diffuso. Vengono inoltre potenziati gli obblighi di comunicazione alla Presidenza del consiglio. Il tutto ci consentirà di estendere di fatto la protezione anche alle PMI e con esse alle principali filiere produttive del nostro Paese. 

4) Onorevole Frusone, ho trovato molto interessante il suo intervento, lo scorso 6 febbraio, alla conferenza “NATO: Implementing the 360-Degree Approach”. Intervento nel quale ha sottolineato l’importanza che ricopre il “Fianco Sud” per la NATO. Infatti, abbiamo visto come negli ultimi anni l’Alleanza Atlantica si sia impegnata a rafforzare il suo ruolo proprio in quell’area. Quali sono le reali minacce che provengono dal “Fianco Sud” e quale è la risposta della NATO?

Per l’Italia e la NATO il Southern Flank rappresenta sempre di più una priorità. Quando si parla di Fianco Sud si indica un insieme di scenari eterogenei di crisi che necessitano di politiche dedicate e soluzioni precise. In questi anni, il MENA è stato caratterizzato dalla lotta a Daesh e agli altri gruppi politici di matrice jihadista. I problemi economici, sociali ed ambientali sono i fattori chiave di questa situazione di costante insicurezza nella regione. 

Proprio mentre stiamo parlando, nella vicina Libia, le forze dell’esercito guidato dal maresciallo Khalifa Haftar e le forze tripoline si stanno preparando per nuove operazioni militari. 

In questo quadro ormai noti sono gli interessi presenti da parte di nuovi attori geopolitici nel Mediterraneo: parliamo di Russia e Cina.

La dimostrazione è data dall’ultimo report delle Nazioni Unite del 6 maggio, dove si riferisce di 800-1200 mercenari russi o filorussi della Wagner schierati a fianco del Libyan National Army

Si è sviluppato nel territorio libico un sistema di alleanze a geometria variabile, incentrate in gran parte su reciproci vantaggi economici piuttosto che su comunanze ideologiche: sfruttando i porosi confini libici sempre più terroristi partecipano ai traffici di armi, droga e esseri umani e attraggono nuove reclute.

In questo momento di confusione globale l’attenzione verso i possibili sviluppi nella regione deve rimanere massima, tenendo conto anche di un eventuale spinta propulsiva alle crisi causata dal COVID-19.

La Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO ha puntato ad un riconoscimento e ad un supporto del ruolo italiano nel Fianco Sud, al fine di prevenire il più possibile il rischio d’instabilità ai confini dell’Alleanza. Questo anche grazie al potenziamento delle capacità dell’Allied Joint Force Command (JFC) e dell’Hub per il Sud della NATO. La concretizzazione di questo lavoro lo troviamo nella Risoluzione n. 451 volta a “Rafforzare il contributo della NATO per affrontare le sfide provenienti da Sud” approvata nella sessione dell’Assemblea annuale 2018 tenutasi ad Halifax.

Il nostro obiettivo è stato quello di far comprendere l’importanza della questione anche per i Paesi che per latitudini geograficamente differenti, possano percepire in modo alterato i rischi di un Mediterraneo nel caos. Inoltre, ho voluto fortemente che gli atti approvati dall’assemblea iniziassero ad essere discussi anche all’interno delle nostre commissioni nazionali. Ciò è avvenuto la prima volta lo scorso 15 maggio, dove la discussione sulla risoluzione n. 451 è stata approvata all’unanimità.

5) Ultima domanda. Nell’ultimo decennio nuovi tipi di minacce hanno sfidato la coesione e la stabilità della NATO: quella cyber e quella ibrida. L’Alleanza da sempre, però, ha mostrato una grande capacità di adattamento al contesto che la circonda. In che modo ci si sta muovendo per garantire la sicurezza e la difesa degli Alleati da queste due nuove minacce? 

La NATO è pronta ad assistere a venire in soccorso degli alleati contro minacce ibride nell’ambito della difesa collettiva. L’Alleanza ha sviluppato una strategia sul suo ruolo nel contrastare la guerra ibrida per aiutare a far fronte a queste minacce che si estrinseca in tre fasi: preparazione, identificazione e risposta.

Per far fronte a queste, già nel luglio 2018, i leader della NATO hanno concordato di istituire squadre di supporto counter-hybrid, che forniscono assistenza mirata su misura agli alleati su loro richiesta, nella preparazione e risposta alle attività ibride. A dimostrazione di questo recentemente il Presidente del Comitato militare della Nato, Air Chief Marshal Sir Stuart Peach, ha annunciato la formazione della prima squadra anti-ibrida NATO, affermando che “è stata schierata nel nostro stato alleato, il Montenegro, con l’obiettivo di contribuire a rafforzare le capacità del Montenegro e scoraggiare le incursioni di tipo ibrido”.

Sono inoltre continui anche gli scambi di know-how tra i partner della NATO sul tema, rafforzando la propria capacità di coordinamento. Anche l’intelligence riveste un ruolo di primo piano attraverso la Joint Intelligence and Security Division che ha dedicato una sezione esclusivamente alle minacce ibride. 

Grandissimo sforzo si sta facendo per contrastare le campagne di disinformazione attraverso la comunicazione dei fatti che la NATO compie ogni giorno per la sicurezza dei cittadini. Alla luce di quanto detto non sorprende che la sicurezza, la difesa e la deterrenza cibernetica siano diventate questioni urgenti per l’Alleanza Atlantica.

Come dichiarato più volte dal Segretario Generale Jens Stoltenberg, l’Alleanza registra ogni giorno eventi informatici sospetti, segnalando un aumento costante delle intrusioni nelle reti ed infrastrutture governative degli Alleati.

Solo nel 2019 si stimano danni per 2.1 trilioni di dollari causati da attacchi cyber. La NATO da tempo sta correndo ai ripari mettendo in piedi un sistema volto ancora una volta la sicurezza degli alleati. La cyberdefence è divenuta una core task della NATO durante il vertice di Varsavia nel 2016, che ha riconosciuto il cyberspazio quale nuovo dominio operativo da difendere alla stregua di terra, mare, aria. 

Il tutto visto in ottica difensiva con lo scopo di proteggere dalle minacce informatiche gli alleati. 

Pur mantenendo la titolarità della propria difesa ogni stato alleato viene supportato dalle numerose strutture dell’Alleanza attraverso un’azione di:

  • condivisione in tempo reale di minacce attraverso piattaforme e best practices;
  • invio di squadre di pronto intervento in ottica cyberdefence;
  • sviluppo di obiettivi comuni per facilitare un approccio alla capacità di difesa;
  • investimento nella formazione ed esercitazioni, come la Cyber Coalition, una delle più grandi simulazioni di cyberdefence al mondo.

Vorrei sottolineare inoltre il lavoro del NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence di Tallinn, in Estonia, che l’Italia supporta in qualità di Sponsoring Nation. Infatti, il Centro di Eccellenza di Tallin, vero e proprio think tank internazionale, organizza, ogni anno, due esercitazioni: la Crossed Swords, evento riservato a personale tecnico dei Red Team e la Locked Shields.

Locked Shields, in particolare, è la flagship exercise del Centro ed è la più complessa esercitazione live-fire (ovvero attacco-difesa in tempo reale) al mondo. L’edizione del 2018 ha impegnato i Blue Team di circa 30 nazioni partecipanti nella difesa di sistemi virtuali complessi – come centrali elettriche, reti 4G, sistemi di pilotaggio droni, sistemi di comunicazione – da oltre 2.500 attacchi di varia natura.

In poche parole, la NATO dimostra di sapersi adattare alle sfide sulla sicurezza che gli scenari moderni stanno ponendo. L’aspetto sul quale però si dovrà lavorare molto è quello politico. Se da una parte la NATO emerge come valido provider di sicurezza in diversi campi, dall’altro alcune azioni e alcuni comportamenti dei singoli Stati rischiano di minare, non tanto all’interno ma all’esterno, l’immagine della NATO. Su questo si dovrà lavorare ancora molto.

Alessandro Savini,
Geopolitica.info