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L’Alleanza e il Virus: la gestione Atlantica della minaccia pandemica

Secondo un’indiscrezione riportata dalla rivista tedesca Der Spiegel – ripresa poi da Politico.eu –  lo staff dell’Alleanza Atlantica starebbe ideando un piano per far fronte ad una potenziale seconda ondata di Covid-19. In attesa di capire meglio l’entità di questo progetto, diamo uno sguardo a ciò che l’Alleanza ha fatto, e sta facendo, per gestire la minaccia pandemica.

L’Alleanza e il Virus: la gestione Atlantica della minaccia pandemica - Geopolitica.info

Una sfida senza precedenti 

Nelle diverse conferenze stampa tenute a margine dei Consigli dei ministri dell’Alleanza, il Segretario Generale Jens Stoltenberg ha sottolineato più volte come l’Alleanza stia affrontando una minaccia che non ha precedenti nella storia del Trattato e come l’intera struttura atlantica stia supportando efficacemente alleati e partner colpiti da questa calamità: supporto che, rimarca Stoltenberg, non ha intaccato in nessun modo le capacità di deterrenza e difesa della NATO. Sebbene – quindi – una minaccia sanitaria di questa portata possa considerarsi come un fatto nuovo, l’attitudine dell’Alleanza verso i rischi sanitari non è una novità: se l’ultimo concetto strategico del 2010 aveva già integrato tali rischi all’interno del contesto di sicurezza NATO, nel 2016 – durante il summit di Varsavia – si decise di inserire la capacità di garantire la tenuta del sistema sanitario in gravi situazioni di crisi all’interno dei requisiti minimi per rafforzare la resilienza (Art. 3 Trattato Atlantico) degli alleati.

I principali attori in campo

Sebbene lo sforzo per affrontare la pandemia si presenti come un’azione corale messa in atto da tutte le strutture e le forze armate alleate, è bene soffermarsi su alcuni degli attori chiave impegnati nella lotta al Covid-19.

Principale meccanismo di risposta alle emergenze civili dell’area euro-atlantica, lo Euro-Atlantic Disaster Response Coordination Centre (EADRCC) coordina tutte le richieste e le offerte di aiuto attivate dagli stati NATO e dai partner dell’Alleanza in caso di calamità naturali, disastri causati dall’uomo, crisi o azioni ex art.5 del Trattato Atlantico. Creato nel 1998 come importante strumento di coordinamento tra la NATO e gli stati membri della Partnership for Peace, lo EADRCC coordina attualmente 70 stati e agisce in stretta collaborazione con altre organizzazioni internazionali e sovranazionali: il 15 maggio 2020 lo EADRCC ha deciso di mettere a disposizione dello United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs i propri assetti per la distribuzione aerea del materiale sanitario in tutto il mondo. Dal 26 marzo 2020, il centro ha ricevuto richieste di aiuto da quindici stati. 

Il supporto logistico e l’organizzazione del trasporto – prevalentemente aereo – dei materiali e dei presidi sanitari necessari vengono gestiti dalla NATO Support and Procurement Agency (NSPA), organo esecutivo della NATO Support and Procurement Organisation. Oltre agli aspetti puramente logistici, la NSPA è impegnata anche nella stampa 3D delle valvole necessarie alla trasformazione delle maschere di una nota catena di prodotti sportivi in strumenti idonei alla terapia ospedaliera: il progetto, portato avanti dal NSPA team di Taranto, prevede la produzione di 25 valvole a settimana e si basa sull’idea innovativa di una startup italiana, ISINNOVA.

La NSPA sta sfruttando le capacità di trasporto aereo strategico della NATO, ovvero la Strategic Airlift International Solution (SALIS) e la Strategic Airlift Capability (SAC), per la consegna dei dispositivi sanitari: il primo strumento si basa sul noleggio di aerei commerciali, principalmente Antonov AN-124-100, mentre il secondo utilizza gli aerei cargo C-17 Globemaster di proprietà di un consorzio composto da stati alleati e partner. Per facilitare la distribuzione degli aiuti, il Consiglio Atlantico ha deciso attivare il c.d. NATO’s Rapid Air Mobility (RAM), ovvero una procedura che, assegnando ai voli dell’Alleanza un codice speciale, consente di velocizzare le normali procedure del traffico aereo.

L’azione dell’Alleanza, però, non si limita unicamente all’invio di materiali e al supporto dei sistemi sanitari degli alleati e dei partner: all’interno della cornice del NATO’s Science for Peace and Security (SPSProgramm e in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità italiano, il Policlinico dell’Università Roma Tor Vergata e il Policlinico dell’Università di Basilea, la NATO ha avviato un progetto scientifico volto a migliorare le capacità di diagnosi del nuovo Coronavirus.

L’altro contagio: la disinformazione

Caratterizzato da una velocità di trasmissione e da una pericolosità non inferiore a quella di un patogeno biologico, il contagio informativo si è diffuso con la stessa virulenza del contagio originato dal SARS-COV2. 

Il Segretario Generale Stoltenberg – in un’intervista per La Repubblica – ha stigmatizzato con forza le azioni di disinformazione, portate avanti da attori governativi e non governativi cinesi e russi, volte a destabilizzare l’Alleanza: la diffusione in tutta la Lituania di una falsa email, a firma dello stesso Stoltenberg, relativa ad un presunto ritiro delle truppe alleate dallo stato baltico è stata solo una delle diverse fake news confezionate ad arte per minare la solidità della compagine atlantica. 

Al fine di contrastare il fenomeno della disinformazione, l’Alleanza ha avviato un’ampia campagna di identificazione e monitoraggio dei principali nodi di trasmissione delle fake news, a cui si aggiunge una specifica azione di fact-checking: sul sito ufficiale della NATO, ad esempio, è presente una sezione dedicata esclusivamente alla confutazione dei “miti” più ricorrenti riguardo il tema NATO-COVID19.

Un nuovo adattamento?

Alle prese con la prima pandemia della sua storia, l’Alleanza Atlantica è riuscita – seppur tra mille difficoltà – a mettere in campo diversi strumenti per supportare al meglio alleati e partner. Sebbene – come affermato dal Segretario Generale Stoltenberg – l’attuale crisi sanitaria non abbia cancellato le sfide alla sicurezza preesistenti, bisogna riconoscere che la pandemia ha ampliato e complicato il quadro complessivo delle potenziali minacce, gettando una luce sui rischi biologici emergenti. In attesa di capire se il piano per una potenziale seconda ondata possa configurarsi come un primo passo verso un ulteriore adattamento, un punto resta cruciale: l’Alleanza deve decidere con prontezza quale ruolo giocare nelle prossime emergenze altrimenti tutti gli sforzi di queste settimane saranno vani.

Danilo Mattera,
Geopolitica.info

Atomiche USA in Europa: Berlino ne discute

L’ annosa questione dello stazionamento di bombe atomiche statunitensi su suolo europeo è stata riaperta lo scorso 2 maggio, quando il rappresentante dei socialdemocratici al Bundestag Rolf Mützenich ha chiesto che le armi nucleari vengano ritirate dal territorio tedesco perché lo stazionamento di questi ordigni “non aumenta la nostra sicurezza, anzi ha l’effetto opposto”. 

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Le reazioni della politica tedesca

“Dopotutto, altri paesi lo hanno fatto senza mettere in discussione la NATO” – ha ricordato Mützenich alludendo, per esempio, al ritiro delle testate statunitensi dalla Grecia nel 2001. L’esponente dell’SPD non ha mancato di indicare come motivazione della richiesta il rischio e l’instabilità derivanti dalla strategia nucleare dell’amministrazione Trump, che “ha annunciato che le armi nucleari non sono più solo un deterrente, ma armi che possono essere utilizzate per condurre la guerra”. Le dichiarazioni di Mützenich, ben viste dalla Linke, dai Verdi e da gran parte dell’opinione pubblica, sono però state tacciate di irresponsabilità dagli ambienti più atlantisti della CDU. È infatti di poche settimane fa l’annuncio della ministra della Difesa e Presidente della CDU Annegret Kramp-Karrenbauer, di aver deciso la sostituzione degli ormai obsoleti Tornado PA-200 con Eurofighter e Hornet F/A-18. Non solo i cristianodemocratici, ma anche il ministro degli Esteri Heiko Maas ha rifiutato la proposta del suo compagno di partito di azzerare gli stazionamenti nucleari sul territorio tedesco.

Un dibattito ricorrente

È vero, non si tratta di una decisione definitiva, ma di un botta e risposta nel dibattito politico. Queste pulsioni antinucleari rimarranno nell’aula del Bundestag o avranno la capacità di plasmare la politica estera e di difesa di Berlino? Ciò che non possiamo scorgere nel futuro, lo possiamo osservare nel passato. Non sarebbe infatti la prima volta che il governo tedesco si fa promotore di un ‘campo progressista’ che chiede all’Alleanza una riconsiderazione del ruolo dell’arsenale nucleare tattico dispiegato sul proprio suolo. Nel secondo governo Merkel (2009-2013) fu la figura di Guido Westerwelle, il ministro degli Esteri liberale, a portare l’antinuclearismo nel programma governativo. La presa di posizione fu tale da arrivare a promuovere nel febbraio 2010 l’invio di una lettera al Segretario Generale della NATO nella quale Westerwelle scrisse insieme agli omologhi di Belgio, Lussemburgo, Olanda e Norvegia per chiedere che le armi nucleari tattiche su suolo europeo fossero incluse in una logica di progressivo disarmo.

Stando alla prudente reazione di Maas, non sembrerebbero prospettarsi cambiamenti repentini. Alcune fonti di stampa, non escludendo prese di posizione più nette, si spingono comunque a ipotizzare uno spostamento delle testate USA dalla base tedesca di Büchel alla Polonia. Vale la pena ricordare che, se questa decisione dovesse mai essere presa, i Paesi dell’Alleanza verrebbero meno agli impegni presi nell’Atto Costitutivo NATO-Russia del 1997, con cui promettevano di non avere “nessuna intenzione, nessun piano e nessuna ragione” per stazionare armi nucleari sul territorio dei nuovi alleati dell’Est Europa.

Gli oneri della condivisione nucleare NATO

È un riaffiorare carsico quello della chiamata a liberarsi dagli stazionamenti nucleari statunitensi e da ciò che comportano in termini di costi, strategia militare e implicazioni di diritto internazionale. L’impegno a partecipare direttamente nel quadro di condivisione nucleare NATO porta infatti con sé un onere finanziario non di poco conto legato principalmente alla necessità di ammodernare e mantenere i propri aerei da combattimento a capacità duale. Su questo fronte, mentre l’Italia ha optato per gli F-35, la strategia della Germania è stata di temporeggiamenti e parsimonia. Oltre all’aspetto finanziario, ospitare gli ordigni statunitensi sembra comportare anche un costo reputazionale nell’arena politica del regime di non proliferazione. È dalla fine degli anni Novanta che Stati come Egitto, Iran e Sud Africa accusano la condivisione nucleare NATO di contravvenire agli obblighi del Trattato di Non Proliferazione. A questi si è aggiunta dal 2015 la Russia, che ha da poco ribadito di considerare gli stazionamenti nucleari USA in Europa “contrari allo spirito e alla lettera” del Trattato, di cui quest’anno si celebra un burrascoso cinquantesimo anniversario. Difficile credere che le critiche russe e dei non allineati possano minare alle fondamenta di un trattato di tale importanza e longevità, ma il costo per gli accusati c’è ed è anzitutto quello di doversi difendere.

La posizione dell’Italia

E in Italia? Il nostro paese ospita, nelle basi di Ghedi e Aviano,  quaranta armi nucleari statunitensi. Roma ha da sempre mantenuto un atteggiamento più cauto rispetto alle fughe in avanti tedesche, cercando di fungere da mediatrice rispetto al conservatorismo degli alleati orientali, affezionati alla dottrina della ‘deterrenza estesa’ nei confronti del vicino russo e contrari a ogni cambiamento dello status quo. Nel nostro dibattito parlamentare il tema della partecipazione diretta alla condivisione nucleare NATO è stato sollevato in mozioni ed interpellanze di deputati e senatori del Movimento Cinque Stelle e di Liberi e Uguali, nonché da un disegno di legge costituzionale proposto dalla senatrice De Pin (M5S) nel 2015. Palazzo Chigi, seppur non entusiasta del basso valore operativo di questi ordigni tattici, che secondo l’ex Presidente Cossiga durante la Guerra Fredda dovevano poter colpire Praga e Budapest, sembra continuare ad anteporre la coesione dell’Alleanza Atlantica ad ogni ipotesi alternativa.

In Germania il socialdemocratico Mützenich ha soffiato sul braciere di una questione tanto sensibile quanto annosa. Se le fiamme dovessero divampare, rimane da vedere se i sostenitori dell’atlantismo a tutti i costi saranno in grado di spegnere quel fuoco. Per certo, un dibattito pubblico sullo stazionamento delle bombe nucleari appare lecito, se non necessario, tanto in Germania quanto in Italia, due Paesi che in questo campo condividono una storia comune e in cui su un altro tipo di nucleare – quello civile – le opinioni pubbliche hanno saputo mobilitarsi e i decisori politici agire con fermezza.

Projecting Stability e NATO Mission Iraq: origini ed evoluzioni

Il 2014, segnato dall’annessione della Crimea, dalla guerra nell’Ucraina orientale, dalla caduta di Mosul e dalla proclamazione del Califfato da parte dell’ISIS, è stato cruciale anche per l’Alleanza: ha sottolineato come essa debba essere pronta ad affrontare contemporaneamente una serie di sfide convenzionali, ibride e non convenzionali. Per adattarsi a questo complesso contesto di sicurezza, la NATO ha adottato un approccio a 360 gradi, incentrato sulla necessità di perseguire le politiche e le posture necessarie per essere in grado di rispondere efficacemente alle sfide attuali e future. È proprio in questo contesto che si inseriscono i riferimenti al Projecting Stability, inteso come uno sforzo cooperativo tra l’Alleanza e i partner locali, e, di conseguenza, alla NATO Mission Iraq (NMI).

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Projecting Stability: cos’è?

Nell’aprile del 2016, durante un discorso a Washington D.C., il Segretario Generale Jens Soltenberg riferendosi all’agenda del Projecting Stability ha enumerato le sfide a cui l’Alleanza sarebbe stata sottoposta, specificando che “per proteggere il nostro territorio dobbiamo essere disposti a proiettare la stabilità oltre i nostri confini, perché se i nostri vicini sono più stabili, noi siamo più sicuri”. Nelle parole del Segretario, “proiettare la stabilità” comprende diversi elementi tra cui l’uso della forza per sconfiggere gruppi come l’ISIS ma anche l’uso di contingenti NATO per addestrare le forze locali a combattere piuttosto che dispiegare un grande numero di propri uomini.

Successivamente, con l’inizio dei preparativi per il vertice di Varsavia, la natura complessa delle sfide derivanti dalla regione del Medio Oriente e Nord Africa (MENA) è diventata più evidente: queste includevano sia conflitti armati prolungati, sia estese crisi umanitarie come quelle siriane o yemenite; così come il consolidamento territoriale e militare, per esempio, dell’ISIS. Dunque, per rispondere in maniera più efficace a questo scenario di sicurezza sempre più complesso, la NATO ha adottato il cosiddetto “approccio a 360 gradi”. 

Al summit di Varsavia, i leader dell’Alleanza hanno accolto le richieste fatte da Stoltenberg di rafforzare le capacità di consigliare ed assistere le forze locali, decidendo di adottare l’agenda del Projecting Stability con l’obiettivo di “contribuire maggiormente agli sforzi della comunità internazionale per proiettare la stabilità e rafforzare la sicurezza al di fuori del nostro territorio, contribuendo così alla sicurezza complessiva dell’Alleanza”. Durante il vertice, quindi, questo sforzo cooperativo della NATO nei confronti dei propri partner – che prevedeva una serie di aiuti tra i quali il sostegno e il rafforzamento delle istituzioni, delle forze locali e delle capacità di difesa – ha assunto una grande importanza alla stregua dei concetti di deterrenza e difesa

Due anni dopo, nel Communiqué del vertice di Bruxelles si è delineato ulteriormente ciò che, secondo l’Alleanza, costituisce il concetto di Projecting Stability: “continueremo a rafforzare il ruolo della NATO in questo senso, aiutando i partner a costruire istituzioni di difesa più forti, migliorare la capacità di governo e contribuire più efficacemente alla lotta contro il terrorismo. Questo investimento nella sicurezza dei partner contribuisce alla nostra sicurezza. Noi, insieme ad i nostri partner, continueremo ad aiutare a gestire le sfide pre, durante e post conflitto”. In quest’ottica di maggiore enfasi è stata annunciata anche una missione di addestramento in Iraq (NMI) per fornire consulenza tecnica ai funzionari della difesa e sicurezza iracheni. Secondo molti esperti, questa nuova missione può essere considerata un test per valutare in che termini l’Alleanza sarà in grado di utilizzare gli strumenti della Defence and Related Security Capacity Building Initiative (DCB), programma di supporto e di cooperazione con i partner locali.  

La NATO torna in Iraq

Per comprendere l’attuale NATO Mission Iraq (NMI) bisogna tornare indietro al 2004 quando il governo iracheno chiese assistenza all’Alleanza in termini di addestramento e supporto alle proprie forze di sicurezza. La missione, nota come NATO Training Mission Iraq (NTM-I), iniziò nel 2005 divenendo parte dello sforzo internazionale per aiutare l’Iraq a costituire forze di sicurezza efficaci e responsabili. Tutti i paesi membri della NATO presero parte a questa missione fornendo contributi finanziari o donando propri equipaggiamenti militari. Sotto l’ombrello della NTM-I, la NATO formò circa 15.000 ufficiali iracheni fino alla fine della missione, avvenuta nel 2011.

Nel luglio del 2015 è stato annunciato un pacchetto per il miglioramento della Defence and Related Security Capacity Building Initiative (DCB), lanciata nel Summit del Galles, che ha portato alla formazione di ufficiali iracheni in Giordania, a partire dall’aprile del 2016. Successivamente, a seguito di una richiesta del primo ministro iracheno, durante il vertice di Varsavia si è deciso di estendere l’addestramento all’interno del paese, mandando un team formato personale militare-civile della NATO a Baghdad, nel gennaio del 2017, per coordinare le attività di formazione. 

Si è arrivati poi al vertice di Bruxelles del 2018 in cui è stata annunciata formalmente la nuova missione in Iraq: la NATO Mission Iraq (NMI). Attualmente sotto l’autorità dell’Allied Joint Force Command di Napoli (JFC) e guidata dal generale canadese Jennie Carignan, la NMI è una missione di addestramento e capacity building progettata per aiutare le forze irachene a prevenire un eventuale ritorno dell’ISIS. Composta da circa 600 persone – 250 delle quali fornite dal Canada – provvederà, inoltre, a formare e supportare i funzionari della difesa e della sicurezza locali all’interno del Ministero della Difesa, dell’Ufficio del Consigliere per la Sicurezza Nazionale e delle accademie militari nelle seguenti aree:

  • Lotta agli ordigni esplosivi improvvisati (C-IED), smaltimento degli ordigni (EOD) e sminamento;
  • Pianificazione civile e militare;
  • Riforma delle istituzioni irachene;
  • Manutenzione di attrezzatture dell’epoca sovietica;
  • Medicina militare.

Nell’area dei C-IED e EOD, quattordici corsi e sei seminari sono stati condotti per i dirigenti iracheni. I corsi sono stati svolti alla Bomb Disposal School di Besmaya con l’obiettivo di migliorare le capacità di sgombero di ordigni esplosivi improvvisati nelle aree urbane, la neutralizzazione degli esplosivi interrati e il loro sminamento.

Nel settore di cooperazione civile-militare sei workshop hanno riunito ufficiali iracheni e direttori generali di dodici ministeri e agenzie, tra cui quello della Difesa e quello dell’Interno. La formazione, prevista a Baghdad, si occupa di rafforzare il coordinamento tra ministeri militari e civili iracheni nelle varie fasi delle operazioni di sicurezza e degli sforzi di ricostruzione.

Nell’ambito del riassetto organizzativo delle istituzioni di sicurezza irachene, la NATO sovraintende allo sviluppo di una struttura militare sostenibile ed altamente efficace. A tal fine, esperti civili dell’Alleanza sulla riforma del settore della sicurezza hanno partecipato ad iniziative congiunte, insieme ad altri esperti della Comunità Internazionale, del Ministero della Difesa iracheno e dell’Ufficio del Consigliere per la Sicurezza Nazionale. 

Nell’area di manutenzione delle attrezzature dell’era sovietica, l’Allied Mobile Training Team ha fornito supporto agli istruttori dell’Iraqi Engineering School & Maintenance per la riparazione dei mezzi corazzati dell’epoca sovietica a Taji, attraverso tre workshop.

Insieme a queste attività condotte all’interno del territorio iracheno, la NATO ha aiutato un gruppo di tirocinanti iracheni in termini di medicina militare in Germania e in Serbia, sotto il controllo del Defence Capacity Building Package in Iraq.

In generale questi sforzi contribuiranno a garantire che la formazione successiva possa continuare efficacemente anche attraverso istruttori iracheni adeguatamente formati e strutture di formazione attrezzate in maniera appropriata. 

Tutte queste attività dell’Alleanza a sostegno delle forze di sicurezza e delle istituzioni irachene hanno beneficiato, e beneficiano tuttora, del sostegno finanziario fornito attraverso un fondo fiduciario per la Defence and Related Security Capacity Building (DCB). Istituito nel 2015, il fondo è stato utilizzato a sostegno degli sforzi di sviluppo delle capacità della NATO in diversi paesi partner tra cui l’Iraq, in cui sono stati investiti fino ad ora quasi un milione di euro per favorire l’addestramento e lo sviluppo di capacità nei settori della medicina militare, il contrasto e lo smaltimento degli ordigni esplosivi e il rafforzamento della cooperazione tra civili e militari. 

L’Iraq come baluardo della cooperazione NATO-UE?

Nel 2016 la cooperazione NATO-UE è diventata prioritaria per entrambe le istituzioni attraverso la Dichiarazione congiunta adottata a margine del vertice di Varsavia, in cui sono state identificate le aree chiave di cooperazione. A due anni di distanza dalla prima, durante il summit di Bruxelles, è stata firmata una nuova Dichiarazione congiunta tra NATO e Unione Europea sempre in termini di cooperazione, in particolare riguardante mobilità militare, minacce ibride e contrasto al terrorismo. Il tipo di cooperazione definito nel vertice di Bruxelles è riscontrabile proprio in Iraq dove operano la missione NATO e quella dell’Unione Europea.

Nell’ottobre del 2017 il Consiglio dell’Unione Europea ha istituito la European Advisory Mission (EUAM) in Iraq. Prolungata recentemente fino al 30 aprile 2022, la missione – attualmente guidata da Christoph Buik, Direttore della Standing Police Capacity delle Nazioni Unite, e composta da 52 esperti dell’UE – lavora a stretto contatto con l’Ufficio del Consigliere per la Sicurezza Nazionale e con il Ministero dell’Interno iracheni, responsabili di guidare la riforma, ha tre grandi obiettivi strategici:

  • Fornire consulenza e competenze alle autorità irachene a livello strategico per individuare e definire i requisiti necessari all’attuazione degli aspetti inerenti alla dimensione civile della riforma del settore della sicurezza e della Iraqi National Security Strategy;
  • individuare le possibilità a livello nazionale, regionale e provinciale di un potenziale ulteriore impegno dell’UE volto a rispondere alle esigenze della riforma del settore della sicurezza civile;
  • assistere la delegazione dell’UE nel coordinare il proprio sostegno insieme a quello degli Stati membri nel campo della riforma del settore della sicurezza, garantendo la coerenza dell’azione dell’UE.

Questo processo, quindi, comporta il sostegno alle riforme istituzionali e agli sforzi per aiutare a contrastare il terrorismo (compresa la lotta all’estremismo violento) e la criminalità organizzata, con specifico riferimento alla gestione delle frontiere e alla criminalità finanziaria, in particolare alla corruzione, al riciclaggio di denaro e al traffico di beni culturali.

In questo contesto, come già detto, si inserisce la NMI della NATO. Il punto di contatto più evidente tra le due missioni è il miglioramento delle strutture di sicurezza nazionale irachene, quindi la lotta al terrorismo, la professionalità delle agenzie di sicurezza e di intelligence e la creazione di capacità di difesa adeguate ed efficaci. In un certo senso le due missioni sono complementari perché la NMI si concentra sull’addestramento per aiutare le forze irachene a combattere il terrorismo e, quindi, a prevenire il ritorno dell’ISIS, occupandosi della parte più operativa. L’EUAM, invece, fornisce consulenza e contribuisce all’attuazione della strategia nazionale antiterrorismo, gettando le basi per l’addestramento delle rispettive forze che si occupano di terrorismo in Iraq, concentrandosi quindi sull’orientamento strategico. 

Inoltre, nell’ottobre del 2018, il Consiglio dell’Unione Europea ha stabilito le linee guida che l’EUAM avrebbe dovuto seguire per futuri progetti con l’Alleanza Atlantica, affermando che “la pianificazione sarà coordinata con la NATO in Iraq affinché si migliori la coerenza tra le rispettive attività in modo da rafforzarsi a vicenda”. Il coordinamento della pianificazione di progetti futuri offrirebbe grandi opportunità per migliorare la cooperazione tra NMI e EUAM e quindi tra NATO e UE, proprio perché la pianificazione combinata è un punto di partenza per una partnership più stretta che consentirebbe di evitare ulteriori conflitti.

Le minacce alla sicurezza e alla stabilità nel 21esimo secolo richiedono un approccio globale che combini capacità e competenze sia civili che militari, elementi che la NATO e l’Unione Europea possono offrire. L’Iraq, dunque, è una grande opportunità per le due istituzioni per migliorare la cooperazione su tutti i fronti previsti dal vertice di Varsavia prima e Bruxelles poi. Infine, anche se in maniera diversa, le due missioni rappresentano due facce della stessa medaglia che, in caso di successo, potrebbero servire come base per potenziali missioni altrove. 

La NATO quindi, per la buona riuscita della missione, deve analizzare le lezioni apprese dalla NTM-I, missione che suggerisce che i progressi in termini di capacity building difficilmente possono essere sostenuti se i settori della sicurezza sono mal governati. L’Alleanza ha una grande esperienza in termini di rafforzamento delle capacità tuttavia, in un ambiente operativo come quello iracheno non basta, dunque si avrà un successo solo nel caso di un contesto politico favorevole. Qualora non si verificasse, allora anche gli sforzi di capacity building della NATO rischierebbero di entrare in crisi.

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Norvegia: tra minaccia russa e programmi di potenziamento

Benché l’emergenza mondiale Covid-19 abbia monopolizzato l’attenzione dei media e benché il fronte attualmente considerato più “caldo” nello scacchiere internazionale sia quello della Libia, non bisogna dimenticare che sono ancora aperte molte questioni nello scenario atlantico-europeo, tra queste emerge essenzialmente la ripresa delle ambizioni russe che ha portato i paesi confinanti a rivalutare le loro politiche di difesa. La nostra attenzione si concentrerà sugli investimenti nel settore militare della Norvegia, Stato membro della NATO.

Norvegia: tra minaccia russa e programmi di potenziamento - Geopolitica.info


Il contesto norvegese

Norvegia e Russia condividono l’interesse strategico per i giacimenti di idrocarburi del nord e per l’apertura delle nuove rotte commerciali permesse dal cambiamento climatico. Per Oslo queste opportunità sono di primaria importanza a causa del deteriorarsi delle riserve di Brent nel Mare del Nord ma anche per la congiuntura economica non particolarmente favorevole. L’atteggiamento russo con le sue ambizioni di rientrare nel novero delle grandi potenze, si è finora indirizzato a sud (Cecenia, Georgia, Siria, Libia) ed in Europa centrale con l’annessione della Crimea e l’intervento, più o meno ufficiale, nella guerra civile ucraina dal 2014. Tuttavia, anche nello scacchiere settentrionale la pressione militare e politica russa è tornata a farsi sentire, tanto che lo scorso settembre gli Usa, attraverso l’ambasciatore Kenneth Braithwaite che parlava direttamente in nome di Trump, esprimevano disappunto in quanto la Norvegia, uno dei pochi paesi della NATO che condivide un confine con la Russia, non ha raggiunto ancora la spesa target del 2% del Pil (decisione NATO del 2014) per il settore militare.  Questo “richiamo”, unito alla ormai accertata propensione di Mosca al confronto militare, hanno messo in apprensione la Norvegia.

Il Paese nordico, dopo il 1990, aveva prontamente colto il diminuire della minaccia militare russa ed il Libro Bianco elaborato nel 2011-2012 era ancora incentrato sugli impegni internazionali del paese. Le eventuali minacce esterne, con particolare attenzione alla Russia, erano rappresentate essenzialmente dalla cyberwar, tanto che nel 2012 era stato creato il comando della Cyber Defence Force. Tuttavia, come accennato, vi è stato un acuirsi delle tensioni con Mosca, manifestatesi nel 2013 con l’avvio di un vasto programma russo pe riattivare basi e radar nella zona artica entro il 2018. Ciò ha inevitabilmente portato ad una revisione dei programmi fissati nel Libro Bianco del 2012 e del relativo piano di investimenti 2013-2016. 

È stato così rielaborato un piano a medio termine 2015-2023 che prevede una prima fase con interventi di ammodernamento ed implementazione di mezzi corazzati, elicotteri ed acquisizione degli F-35A; una seconda fase con interventi per le forze navali, compresi nuovi sommergibili.   

Questo piano vede quindi un ingente flusso di risorse verso il settore Difesa, con investimenti previsti nell’arco di un ventennio per 19,8 miliardi di dollari ed un’attenta politica di risparmi che comporteranno diversi sacrifici (si veda la chiusura di 11 basi militari in tutto il paese).  Il risultato è che nel 2016 il bilancio della difesa ha toccato quota 6 miliardi di dollari e si ha come obiettivo di raggiungere i 7 miliardi entro la fine del 2020, ciò renderebbe la Norvegia il paese con il più elevato livello di spesa militare nello scacchiere settentrionale. 

I programmi navali

La componente navale dell’apparato militare norvegese è quella che ha completato la maggior parte dei suoi programmi di ammodernamento. Infatti, la componente combat è stata rinnovata per i due terzi con l’introduzione delle fregate “Nansen” (realizzate dalla spagnola Navantia nel 2003-2011), unità che presentano ampi margini di crescita e capacità multiruolo. A completare questa parte della flotta norvegese, nel 2013 è stata ordinata alla Corea del Sud una moderna nave logistica di squadra da 27000 t., la “Maud”, consegnata il 21 maggio 2019.

Anche la componente costiera d’attacco è stata rinnovata, affiancando al prototipo di mini-corvetta antinave Skjold, altre 5 unità di serie completate nel 2010-2012. Mentre la componente costiera di sorveglianza (OPV) si è arricchita del portaelicotteri/rompighiaccio Svalbard (2001), dell’Harstad (2005), dei 3 “Barentshav”, di 7 pattugliatori costieri (2007-2012). Nei futuri programmi è prevista entro il 2023 l’acquisizione di 2 OPV artici, un numero imprecisato di unità costiere e l’ammodernamento di quelle in servizio.

Ricordiamo infine che uno dei programmi interessati dal piano 2015-2023 è relativo alla terza componente combat della flotta reale: i sommergibili. Attualmente sono in servizio 6 sommergibili di costruzione tedesca “Ula”, che, pur se ammodernati nel 2015, sono prossimi al limite della vita operativa. Così nel 2017 la Norvegia ha selezionato l’offerta tedesca per 4 Type-212 modificati a cui nel 2019 si sono aggiunti due battelli: la firma definitiva del contratto è previste per questo 2020 e le consegne inizieranno per il 2026.

I programmi aeronautici

L’aeronautica sta affrontando diversi programmi di ammodernamento, alcuni già completati come l’acquisizione di 5 nuovi aerei da trasporto C-130J-30 “Super Hercules” (2008-2012), mentre nell’ultimo decennio sono stati rinnovati i missili aria-aria “Iris-T” ed AIM-9X (2015), le bombe intelligenti GBU-38 JDAM e GBU-39 SDB, i sistemi di difesa aerea cosiddetti di “New Generation” che integreranno i nuovi radar in fase di selezione. 

Due programmi invece sono di estrema importanza, il primo che vede l’ordinativo in Italia all’AugustaWestland di elicotteri medi NH-90 (contratto da 425 milioni di dollari in 2 lotti) e di 16 elicotteri AW-101 (contratto da 1,7 miliardi di dollari e consegne entro fine anno), il secondo costituito da un ordinativo fatto agli Stati Uniti, proprio per l’acuirsi negli ultimi anni delle tensioni con Mosca, di 52 F-35A “Lightning II” (valore di 26 miliardi di dollari con consegne entro il 2023) e di nuovi  velivoli P-8A “Poseidon” per la guerra elettronica.

I programmi terrestri

I programmi di ammodernamento non hanno di certo dimenticato le forze terrestri che a cavallo tra gli anni ’90 e 2000 avevano già visto mutato il loro arsenale, sia per la componente regolare sia per la Guardia Nazionale. Nel periodo 2007-2011 sono sati firmati con Heckler & Koch contratti per equipaggiamenti individuali e di squadra, come il fucile HK.416, la pistola mitragliatrice MP7 e la MINIMI, mentre tra 2006 e 2018 sono arrivati 170 LMV “Lince” dell’italiana IVECO e 30 4×4 MRAP “Dingo” tedeschi. Il piano 2015-2023 ha però reindirizzato le risorse sui mezzi pesanti per conflitti di tipo più convenzionale e riammodernamento di mezzi già in dotazione. Nel 2017, infatti, è stato firmato un contratto di 383 milioni di dollari per 24 esemplari del semovente sudcoreano K-9 “Thunder” (consegne entro il 2021), più altri 24 in opzione e 6 veicoli portamunizioni K-10. 

Bisogna comunque dire che tutto il programma, relativo soprattutto all’ammodernamento, che si sviluppa tra il 2014 ed il 2018, risente ancora dell’influenza delle missioni sul modello Afghanistan, visto che gli upgrade riguardano essenzialmente la capacità di sopravvivere a IED e mine.

La NATO e l’Italia: intervista all’On. Luca Frusone

In un periodo di grande incertezza generata dal COVID-19 abbiamo intervistato l’Onorevole Luca Frusone, Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, per sapere come si sta muovendo l’Alleanza Atlantica, nel supporto ai paesi membri ma anche nella gestione delle nuove minacce che incombono su di essa e, in particolare, sull’Italia, uno dei paesi più colpiti dalla pandemia.

La NATO e l’Italia: intervista all’On. Luca Frusone - Geopolitica.info

1) Onorevole Frusone la ringraziamo per averci dato la possibilità di intervistarla. Qualche settimana fa il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg ha dichiarato che la crisi posta dal coronavirus non rimuove le sfide di sicurezza con cui l’Alleanza si doveva confrontare già da prima. Le volevamo chiedere, in quanto Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO, come sta rispondendo l’Alleanza a questa crisi causata dal COVID-19 e come, contemporaneamente, sta continuando a garantire la sicurezza ai propri Alleati.

La crisi provocata dal Covid-19 ha avuto un impatto dirompente sulla nostra vita. La NATO fin dal primo momento si è messa in moto per assistere, attraverso le sue strutture, gli alleati più colpiti, tra cui l’Italia. L’assistenza fornita dall’Euro-Atlantic Disaster Response Coordination Centre (EADRCC), attraverso materiali ed altri strumenti sanitari, è stata fondamentale. 

Un altro interessante esempio è stata la capacità di ridurre la burocrazia attraverso la mobilità aerea rapida: speciali codici aerei assegnati dalla NATO, con conseguente maggiore garanzia e velocità di dispiegamento per i voli che sorvolano gli spazi aerei dei paesi alleati. Inoltre, la NATO si pone anche come piattaforma per la condivisione di informazioni e best practice tra gli alleati, che continuano e continueranno a sostenersi a vicenda. In questo momento di crisi è stato più volte invocato l’articolo 3 del Trattato, che racchiude in sé il concetto di resilienza. L’Alleanza da tempo insiste su come la resilienza civile e le capacità militari siano elementi complementari, parti di uno stesso compito: garantire la sicurezza.

Il momento di crisi non ha indebolito l’Alleanza ma ne ha incrementato l’impegno nel mantenere i suoi obiettivi, continuando a fornire strumenti e misure di deterrenza e di difesa credibili ed efficaci.

Sotto questo punto l’attenzione verso il Southern Flank rimane prioritaria anche alla luce del protrarsi del conflitto libico e della lotta al terrorismo. L’obiettivo principale della NATO è garantire la sicurezza e la stabilità. In un momento in cui le strutture statali sono concentrate sulla pandemia, ecco che l’aiuto di un’organizzazione internazionale solida, diventa fondamentale. La crisi economica che colpirà anche la regione del MENA – pensiamo al contraccolpo che subirà ad esempio l’Egitto con il calo dell’afflusso turistico – porterà ad un rafforzamento di gruppi terroristici e di altri attori non statali, amplificando la destabilizzazione della regione già in atto. Può sembrare paradossale ma è in questo momento che dare un maggior supporto oltre i nostri confini eviterà in futuro di intervenire in situazioni già compromesse. Nelle missioni internazionali l’impegno rimane massimo, grazie alla decisione di incrementare lo sforzo degli alleati nell’attività di addestramento e formazione condotto sotto l’egida della Coalizione Internazionale, nell’ambito della missione NATO in Iraq per rafforzare le forze irachene nella lotta contro Daesh. Molto lavoro si sta svolgendo nel contrasto alle continue campagne di disinformazione che si sono verificate nel corso della crisi sanitaria. A tal proposito, sottolineo come l’Assemblea parlamentare della NATO avrà certamente un ruolo fondamentale, anche portando all’interno dei parlamenti nazionali una maggiore attenzione su questi temi. 

2) L’Italia è uno dei paesi più colpiti da questa pandemia. In una videoconferenza alla quale hanno partecipato tutti ministri della Difesa degli Stati membri della NATO, il nostro ministro Lorenzo Guerini ha sottolineato l’importanza delle Forze Armate italiane in un momento così delicato. Quale è stato e quale è il loro ruolo nella gestione di questa crisi?

La ringrazio per la domanda che mi permette di evidenziare l’encomiabile lavoro che le donne e gli uomini delle nostre Forze Armate stanno svolgendo. Quando si parla di ripartire velocemente, di concetti come resilienza e capacità di resistere ad uno shock, dobbiamo ringraziare prima di tutto la professionalità e la dedizione dei nostri militari. Fin dallo scoppio dell’epidemia, poi diventata pandemia, la Difesa si è mossa subito attraverso il Comando Operativo di vertice Interforze (COI), guidato dal Generale Luciano Portolano, che ha messo in piedi una sala operativa 24h/24h per la gestione dell’emergenza. Il COI infatti è stato identificato dal capo di Stato maggiore della Difesa, Generale Enzo Vecciarelli, quale referente unico delle Forze Armate per la gestione dell’emergenza sanitaria, in coordinamento con le altre istituzioni coinvolte. Da qui sono partite e sono state coordinate tutte le operazioni che hanno visto i nostri militari rispondere presente alla chiamata alle armi contro il COVID-19. Per dare qualche numero: al 5 maggio sono oltre 45.000 le donne e gli uomini delle Forze Armate schierati. 

In pochissimo tempo sono stati messi a disposizione 5.700 posti letto in 2.290 stanze in tutta Italia. Sono 163, al momento, le missioni di volo a scopo sanitario. Ben 2.378 mezzi (tra generici, ambulanze, bus) a cui aggiungere 313 assetti (elicotteri, velivoli, autocarri). Inoltre, non bisogna dimenticare il prezioso apporto fornito al Supporto alla Pubblica Sicurezza. Nonostante questi numeri però c’è un aspetto da approfondire. In questi mesi, attraverso i social network molti cittadini hanno invocato l’uso dell’Esercito al fine di garantire il rispetto delle misure di contenimento della pandemia. Un errore che hanno commesso anche molti rappresentati delle istituzioni locali. Questo fa capire come non ci sia molta conoscenza delle Forze Armate. Non è più tempo di focalizzarci sui numeri: l’efficienza dei nostri uomini è più importante. Purtroppo, l’età media negli ultimi anni è aumentata. Questo dovrebbe spingerci a non considerare, ripeto, il numero effettivo dei nostri militari. La vera sfida per il futuro non sarà incrementare di oltre 30.000 unità gli effettivi, come molti suggeriscono. Il nostro impegno dovrà essere garantire un numero sempre crescente di personale altamente specializzato, adeguatamente addestrato e prontamente impiegabile, con un elevato grado di interoperabilità con le altre forze di sicurezza e con mezzi e strumenti necessari efficienti e validi. Un tema che cercherò di portare all’attenzione della commissione difesa, visto che nei diversi Paesi alleati se ne parla già da tempo.

3) La legge n. 56/2012 consente al Governo di poter esercitare poteri speciali nei settori della difesa e della sicurezza nazionale. La legge in questione permette l’intervento su qualsiasi società considerata di rilevanza strategica. Con la legge n. 41/2019 la sfera di intervento viene ampliata ai servizi di comunicazione elettronica basati sulla tecnologia 5G. L’8 aprile, invece, è stato introdotto un nuovo decreto-legge, il n.23/2020 – chiamato anche decreto liquidità – con il quale sono state introdotte delle modifiche relative al “golden power”. Ci può spiegare cosa cambia con questa nuova normativa?

L’emergenza COVID-19 ha travolto insieme alle nostre vite anche il settore industriale. Gli schemi che governavano il mercato fino a pochi mesi fa sono saltati, causando forti perdite di valore di molte società italiane – quotate e non – che sono diventate possibili bersagli di scalate a prezzi di saldo da parte di investitori esteri. Non possiamo permetterlo. Con il nuovo decreto liquidità si è voluto rispondere a questa emergenza con l’estensione della “golden power” in tutela delle società operanti in ulteriori settori giudicati strategici per l’economia e la sicurezza del sistema Paese, quali l’alimentare, l’assicurativo, il sanitario e il finanziario. Per spiegare in parole povere il “golden power”, lo si può paragonare ad uno scudo con il quale il Governo protegge le imprese appartenenti a settori strategici da eventuali operazioni di acquisto al ribasso operate da investitori stranieri. Con il nuovo decreto i poteri di veto del Governo vengono estesi anche alle operazioni di acquisizioni all’interno dell’Unione Europea per il controllo e per l’acquisizione di quote del 10% in su. Sarà possibile avviare d’ufficio l’esercizio dei poteri speciali anche per operazioni non notificate. Si è operato inoltre sull’articolo 120 del Testo unico in materia finanziaria (TUF), rivedendo al ribasso le soglie per le comunicazioni alla Consob ed estendendo l’obbligo anche alle società ad azionariato diffuso. Vengono inoltre potenziati gli obblighi di comunicazione alla Presidenza del consiglio. Il tutto ci consentirà di estendere di fatto la protezione anche alle PMI e con esse alle principali filiere produttive del nostro Paese. 

4) Onorevole Frusone, ho trovato molto interessante il suo intervento, lo scorso 6 febbraio, alla conferenza “NATO: Implementing the 360-Degree Approach”. Intervento nel quale ha sottolineato l’importanza che ricopre il “Fianco Sud” per la NATO. Infatti, abbiamo visto come negli ultimi anni l’Alleanza Atlantica si sia impegnata a rafforzare il suo ruolo proprio in quell’area. Quali sono le reali minacce che provengono dal “Fianco Sud” e quale è la risposta della NATO?

Per l’Italia e la NATO il Southern Flank rappresenta sempre di più una priorità. Quando si parla di Fianco Sud si indica un insieme di scenari eterogenei di crisi che necessitano di politiche dedicate e soluzioni precise. In questi anni, il MENA è stato caratterizzato dalla lotta a Daesh e agli altri gruppi politici di matrice jihadista. I problemi economici, sociali ed ambientali sono i fattori chiave di questa situazione di costante insicurezza nella regione. 

Proprio mentre stiamo parlando, nella vicina Libia, le forze dell’esercito guidato dal maresciallo Khalifa Haftar e le forze tripoline si stanno preparando per nuove operazioni militari. 

In questo quadro ormai noti sono gli interessi presenti da parte di nuovi attori geopolitici nel Mediterraneo: parliamo di Russia e Cina.

La dimostrazione è data dall’ultimo report delle Nazioni Unite del 6 maggio, dove si riferisce di 800-1200 mercenari russi o filorussi della Wagner schierati a fianco del Libyan National Army

Si è sviluppato nel territorio libico un sistema di alleanze a geometria variabile, incentrate in gran parte su reciproci vantaggi economici piuttosto che su comunanze ideologiche: sfruttando i porosi confini libici sempre più terroristi partecipano ai traffici di armi, droga e esseri umani e attraggono nuove reclute.

In questo momento di confusione globale l’attenzione verso i possibili sviluppi nella regione deve rimanere massima, tenendo conto anche di un eventuale spinta propulsiva alle crisi causata dal COVID-19.

La Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO ha puntato ad un riconoscimento e ad un supporto del ruolo italiano nel Fianco Sud, al fine di prevenire il più possibile il rischio d’instabilità ai confini dell’Alleanza. Questo anche grazie al potenziamento delle capacità dell’Allied Joint Force Command (JFC) e dell’Hub per il Sud della NATO. La concretizzazione di questo lavoro lo troviamo nella Risoluzione n. 451 volta a “Rafforzare il contributo della NATO per affrontare le sfide provenienti da Sud” approvata nella sessione dell’Assemblea annuale 2018 tenutasi ad Halifax.

Il nostro obiettivo è stato quello di far comprendere l’importanza della questione anche per i Paesi che per latitudini geograficamente differenti, possano percepire in modo alterato i rischi di un Mediterraneo nel caos. Inoltre, ho voluto fortemente che gli atti approvati dall’assemblea iniziassero ad essere discussi anche all’interno delle nostre commissioni nazionali. Ciò è avvenuto la prima volta lo scorso 15 maggio, dove la discussione sulla risoluzione n. 451 è stata approvata all’unanimità.

5) Ultima domanda. Nell’ultimo decennio nuovi tipi di minacce hanno sfidato la coesione e la stabilità della NATO: quella cyber e quella ibrida. L’Alleanza da sempre, però, ha mostrato una grande capacità di adattamento al contesto che la circonda. In che modo ci si sta muovendo per garantire la sicurezza e la difesa degli Alleati da queste due nuove minacce? 

La NATO è pronta ad assistere a venire in soccorso degli alleati contro minacce ibride nell’ambito della difesa collettiva. L’Alleanza ha sviluppato una strategia sul suo ruolo nel contrastare la guerra ibrida per aiutare a far fronte a queste minacce che si estrinseca in tre fasi: preparazione, identificazione e risposta.

Per far fronte a queste, già nel luglio 2018, i leader della NATO hanno concordato di istituire squadre di supporto counter-hybrid, che forniscono assistenza mirata su misura agli alleati su loro richiesta, nella preparazione e risposta alle attività ibride. A dimostrazione di questo recentemente il Presidente del Comitato militare della Nato, Air Chief Marshal Sir Stuart Peach, ha annunciato la formazione della prima squadra anti-ibrida NATO, affermando che “è stata schierata nel nostro stato alleato, il Montenegro, con l’obiettivo di contribuire a rafforzare le capacità del Montenegro e scoraggiare le incursioni di tipo ibrido”.

Sono inoltre continui anche gli scambi di know-how tra i partner della NATO sul tema, rafforzando la propria capacità di coordinamento. Anche l’intelligence riveste un ruolo di primo piano attraverso la Joint Intelligence and Security Division che ha dedicato una sezione esclusivamente alle minacce ibride. 

Grandissimo sforzo si sta facendo per contrastare le campagne di disinformazione attraverso la comunicazione dei fatti che la NATO compie ogni giorno per la sicurezza dei cittadini. Alla luce di quanto detto non sorprende che la sicurezza, la difesa e la deterrenza cibernetica siano diventate questioni urgenti per l’Alleanza Atlantica.

Come dichiarato più volte dal Segretario Generale Jens Stoltenberg, l’Alleanza registra ogni giorno eventi informatici sospetti, segnalando un aumento costante delle intrusioni nelle reti ed infrastrutture governative degli Alleati.

Solo nel 2019 si stimano danni per 2.1 trilioni di dollari causati da attacchi cyber. La NATO da tempo sta correndo ai ripari mettendo in piedi un sistema volto ancora una volta la sicurezza degli alleati. La cyberdefence è divenuta una core task della NATO durante il vertice di Varsavia nel 2016, che ha riconosciuto il cyberspazio quale nuovo dominio operativo da difendere alla stregua di terra, mare, aria. 

Il tutto visto in ottica difensiva con lo scopo di proteggere dalle minacce informatiche gli alleati. 

Pur mantenendo la titolarità della propria difesa ogni stato alleato viene supportato dalle numerose strutture dell’Alleanza attraverso un’azione di:

  • condivisione in tempo reale di minacce attraverso piattaforme e best practices;
  • invio di squadre di pronto intervento in ottica cyberdefence;
  • sviluppo di obiettivi comuni per facilitare un approccio alla capacità di difesa;
  • investimento nella formazione ed esercitazioni, come la Cyber Coalition, una delle più grandi simulazioni di cyberdefence al mondo.

Vorrei sottolineare inoltre il lavoro del NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence di Tallinn, in Estonia, che l’Italia supporta in qualità di Sponsoring Nation. Infatti, il Centro di Eccellenza di Tallin, vero e proprio think tank internazionale, organizza, ogni anno, due esercitazioni: la Crossed Swords, evento riservato a personale tecnico dei Red Team e la Locked Shields.

Locked Shields, in particolare, è la flagship exercise del Centro ed è la più complessa esercitazione live-fire (ovvero attacco-difesa in tempo reale) al mondo. L’edizione del 2018 ha impegnato i Blue Team di circa 30 nazioni partecipanti nella difesa di sistemi virtuali complessi – come centrali elettriche, reti 4G, sistemi di pilotaggio droni, sistemi di comunicazione – da oltre 2.500 attacchi di varia natura.

In poche parole, la NATO dimostra di sapersi adattare alle sfide sulla sicurezza che gli scenari moderni stanno ponendo. L’aspetto sul quale però si dovrà lavorare molto è quello politico. Se da una parte la NATO emerge come valido provider di sicurezza in diversi campi, dall’altro alcune azioni e alcuni comportamenti dei singoli Stati rischiano di minare, non tanto all’interno ma all’esterno, l’immagine della NATO. Su questo si dovrà lavorare ancora molto.

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Disinformation and diverging narratives: an interview with Jakub Kalensky

In a troubled period of pandemic, Western democracies are also struck by the current “infodemic”, the massive flow of disinformation and spread on all kinds of media and sponsored by state and non-state actors. Disinformation campaigns are not a recent phenomenon, and the EU along with NATO have been addressing this issue since at least 2015. That is why we asked Jakub Kalenský, Senior Fellow at the Atlantic Council, and a leading expert in Pro-Kremlin disinformation campaigns to explain us what we are facing. 

Disinformation and diverging narratives: an interview with Jakub Kalensky - Geopolitica.info

1. Would you kindly introduce yourself?

My name is Jakub Kalenský, I work in the field of countering disinformation since 2015, before that I was a journalist in Czech Republic. In 2015 I joined the “East Strategic Communication Task Force”, which was a newly formed team in Brussels, within the European Union External Action Service. This team was tasked with countering disinformation, based on the Council’s conclusion of March 2015, where 28 heads of state tasked the EU to do something about the ongoing Russian disinformation campaign[G1] . It took a few months to get hired and we started working in September. The main objectives of the task force were:

  • Positive communication about what the European Union has been doing in the Eastern Partnership countries, since the framework of action, was the EU External Action Service, the core of the task force was directed outwards the EU. The thinking was that if the EU manages to clearly explain its actions, there would have been less space left for disinformers.
  • Supporting the independent media in these six countries.
  • Countering disinformation campaigns.

I was responsible for this last objective and it was kind of a hybrid since it was also directed towards European audiences given that most disinformation campaigns were also targeting European leaders and states. We came with a product called “Disinformation Review”, which evolved in a whole campaign project called “EuvsDisinfo”, with a website and social media accounts. The aim was to identify and expose the most recent Kremlin’s disinformation campaigns, mainly by following the Russian Federation’s state media. We also tried to highlight how these messages spread, identifying sources that were not directly affiliated with the Kremlin, but nevertheless spread Russian disinformation messages. Typical examples are SouthFront, ZeroHedge, Infowars, these are outlets, not affiliated with the Kremlin but they very often spread the same narratives.

In 2018, I joined the Atlantic Council, a think tank in the US, which I consider the leading research institute when it comes to disinformation research and countering. Firstly, I worked in the Eurasia Center in which I followed a project to monitor external influence targeted towards the Ukrainian elections. After this experience, the Atlantic Council decided to unite its research on disinformation and merged two projects: the “DisinfoPortal.org” and the “Digital Forensic Research Lab”, where we again aimed at explaining and exposing disinformation globally, even though my expertise is mainly Russian disinformation campaigns.

2. Since the start of the project, how have the EU Stratcom Taskforce changed over time, and have you seen a change also in Russian disinformation campaigns? 

The nature of objectives has not really changed. When it has been agreed on paper, and member states agree, it stays in place for many years, which is both a disadvantage, because it is difficult to change but also an advantage since now the course has been set despite efforts by some member states to stop this project. What has changed are the resources allocated: in the first year it was only me and one trainee with 0 budget, while currently, at least 6 people are working on it with over a million euro budget, enabling them to monitor Russian sources like RT and Sputnik in some European countries. Now, these efforts have been professionalized and broadened. I think that the information they are providing is getting more precise, which is the best development. 

Regarding the second part of your question, I believe that the major development since 2015 is that Russia has gotten better about it, on many levels. For example, when you start a disinformation campaign, in the beginning, you learn how to understand your audiences, and sometimes you make a mistake. For example, at first, Russia opened Sputnik’s offices in all Scandinavian countries but after several months they had to shut them down since they were not close to any followership or readership and seemed to be extremely unsuccessful. However, this does not imply that they would abandon Nordic states completely, it only means that they focus on different channels. In Scandinavia they are focusing on personalized trolling on social media and the worst case of online bullying in the whole European Union is what has happened to the Finnish journalist Jessikka Aro, who exposed the breadth and scale of the fake news and trolling coming out of a single Russian troll factory in St Petersburg but she encountered a significant backlash from pro-Russian trolls, forcing her to leave Finland. 

Online trolling on social media and manipulation of comment sections under established media outlets, especially in Scandinavian countries, are new practices in which they gained a lot of more knowledge. They know which messages resonate with each audience and what channels are more important. However, while social media are an important source of information in the West, this is not true when it comes to pensioners in Eastern Europe, for example. There, traditional media are far more important, like television, newspapers, local opinion leaders, and chain e-mails. I believe that Russia has got better at knowing the audiences and were able to personalize messages and tools according to the target. One big change in the last two years – that I think it would deserve much more research- is how they are getting better at hiding the real source of disinformation. They are increasingly focusing on finding local actors who would spread disinformation for them, in order to lower Russia’s accountability. These local actors can be either friendly politicians or media outlets but also hired locals, like the troll factory in Ghana discovered by Stanford University. 

3. Tedros Ghebreyesus, the Director-General of the World Health Organization, said that we’re not just fighting an epidemic, but also an “infodemic”, with the spread of disinformation on the virus’ origin and governments responses. France, Italy, and Spain are the most hit countries by the virus in Europe; is that a case that these countries are also the most hit by the infodemic and by the “facemask diplomacy”?

I think that this is worrying since it shows how autocracies like China and Russia are able to exploit difficult events such as this crisis. From the point of view of running an information campaign, I think it is perfectly understandable because the emotions are high, and people are more susceptible to the propaganda campaigns. I believe that there are various factors affecting this. Firstly, the EU has committed many mistakes especially at the beginning of the virus: the communication was horrible, and it looked like the Russians and Chinese were helping more than Germans or French. On the other hand, I have a suspicion that Eastern European countries are a bit more skeptical of Russian propaganda because we still have a historical memory of what it looks like. It may be for this reason but also because Southern European states are more left-oriented and for some reason, Russia and China are considered socialist paradise. Definitely, there are various factors: some are mistakes on the European side, some are the vulnerabilities of these audiences and a big factor is the emotionally heightened – almost hysterical – atmosphere which is naturally accompanying this crisis. Take for example terror attacks in the past years, no matter which one was it, during every attack you would see the same sources spreading the same kind of disinformation and people share it because they are more vulnerable. It seems that our governments still did not understand the lesson. 

4. There was something I found interesting. On March 12th, a Chinese cargo plane landed in Rome bringing nine doctors, masks, and other equipment. It was followed by a press conference by the Chinese medics, all of this broadcasted live. On the other hand, the EU has sent to China more than 56 tons of PPE, but it cannot address Chinese audience in the same way. For example, Chinese officials are increasingly using Twitter to communicate with European audiences, but the opposite is not possible since Chinese citizens are forbidden to use it. Don’t you think there is a “gap” in the communication channels?

What are you describing, is not an “information campaign” but rather strategic communication efforts in which the EU is not well performing. One example, when you ask Ukrainians who is the biggest foreign donor, they will answer you  the United States, while the EU is actually giving much more resources than the US but the Americans are good at selling the product. 

In democratic societies there are system of checks and balances so if governments try to deceive you, the media and other official institutions would most probably uncover them. This system of checks and balances guarantees that if one player tries to play foul game, the other players are kind of controlling it. Which is not the case of China and Russia, where you have symbiosis of all the governmental institutions. You highlighted the communication of Chinese diplomats on Twitter who can spread Beijing narrative and then you have the Chinese State Media, even in English, also spreading the same message. There you really have strategic communication at its finest, where all the parts of the State are working towards one goal.

Democracies do not have that, and they have to be aware of the fact that when it comes to communication campaign, this lack makes them vulnerable. Democracies will never be as monolithic, as persuasive, in communications campaigns as authoritarian states. As you said, Chinese can communicate to our audiences, with our channels, whereas the opposite is not true. This is having to do with information defense. Keir Giles, from Chatham House, divides Russian information operations according to the level of ambitions. 

So, the highest level is “Strategic victory”, like what we have seen Crimea, the overtaking a territory without firing a shot, mainly via information means. Those means not only have to overtake it, but also help to paralyze the reaction of the international societies, helping to prevent accountability. The situation in Crimea became clear only once it was a fait accompli. 

The second level is “Reflexive Control”, the process of pre-determining foreign’ attitudes in Russia’s favor, by manipulating the target’s perception of the world, and it can be done by addressing particular events that decide the future of a state.

Another level of ambition would be a subversion campaign with the spread of disinformation abroad, day to day in order to gain effects in the long-term. The lowest level is directed inwards the society and that is information defense. You are trying to protect your information space so that nobody could do what you are doing to the others. Here is the asymmetry between authoritarian states and democratic ones. I’m not suggesting that we should mimic this, but we should be aware of the fact that the situation is asymmetrical, and we have to use the instruments we have much better than we actually do.

5. This emergency is changing public opinion perceptions, at least in Italy, since polls shows how 67% of Italians consider being a member of the EU a disadvantage, and 9/10 feels to be abandoned by European institutions while 36% of the interviewed wants our international relations to shift towards Beijing. What is the impact of information campaigns in shaping, not only public opinion within states, but also a state’s foreign policy?

I think this is the final aim of disinformation campaigns: not only change people’s perception but to influence their decision-making. I believe that the final goal is to change the geopolitical landscape, where currently Russia feels threatened and they are trying to change this. That would mean, for example, dissolving the EU and NATO cohesion because it would be much easier to deal with each single State separately. So, this is kind of the Endgame: changing population preference is a small step towards a bigger goal.  Because once you have a friendly population towards Russia or China, it obviously implies more pressure on governments and will lead to changes of future policies. 

6. What should democracies do? Do you think that media and social-media literacy is enough?

I do not think we should only rely on that. In the past year, I talked about four lines of defense that are ways of countering this: the first is “Documenting of the threat”, in which I think we should do much more regarding the discovery of disinformation campaign. Unfortunately, even though the East Stratcom is working since five years, they still don’t know how many channels Russian disinformation campaigns control, how many messages per day are spread or even how many people are persuaded, that’s another vital number we still lack. Currently, I have seen polls that show how 30% of Americans believe that Coronavirus was man-made despite the fact that there is no evidence for that. I would like to see the numbers in Europe, because these would indicate how successful disinformation campaigns are. We would need this numbers at least every three months, just to see whether it rises or decreases, so we could also see if countermeasures are working or not.

The second line is “Raising awareness” so that more people know about the threat. In the first line we are talking about almost academic work, broadening our knowledge, while in the second part is more about communication and reaching out. We would need not only research and academic products, but we would also need celebrities, influencer and sportsmen products, people who could reach many different audiences. We have to understand that different tools and messages work for different audiences. So, we must abandon this thinking that all we have to do is institutional communication towards mainstream media. That is not enough anymore.

The third part would be “Repairing the weaknesses that disinformers exploit”. That is media and social-media literacy, but it is also about addressing our societies’ weaknesses. You very often see that disinformers are abusing frictions within society, in countries like Georgia or Romania is disinformation about European Union and LGBTQ communities. These messages would not succeed in the United States, but there you can play the racial question while in Europe is migration issues. We have to address that there are intra-society divisions and that disinformers are playing into these. However, addressing weaknesses will never be enough because we will always have weaknesses. Precisely for the reasons that we want to preserve the democratic character of our society, we want to have people consuming different media and having different opinions, which is a weakness from the point of view of the disinformer, but we want to have this weakness. 

Therefore, the last line of defense is crucial, and that is “Punishing the information aggressor” or at least making it harder and expensive for them to pursue their goal. I think we could start with very primitive measure like stopping to buy advertisement on Russian state media since western companies are paying for anti-western propaganda. We should have sanctions on disinformers, currently we have only one Russian journalist on the list, Dmitry Kiselyov. This is nothing against media freedom, but we should be using the laws that we have against denigration, since the spread of false information can cause chaos and panic, especially in these times of crisis, it can cost lives. We have laws, we should be using them. 

So, these are the four lines we should you and all the segments of the society, from NGOs to governments, should do more about this issue. I am afraid we are a bit losing in these information confrontations so I think we should be doing more.

Thomas Bastianelli,
Geopolitica.info

Un adattamento continuo: la NATO tra passato e futuro

Una delle caratteristiche fondamentali che ha contraddistinto e che tuttora contraddistingue la NATO è la capacità di sapersi adattare al contesto che la circonda: una caratteristica che ha permesso all’Alleanza di superare il collasso dell’Unione Sovietica, gli attacchi terroristici dell’11 settembre, di far fronte alla rinnovata ostilità russa a seguito dei fatti di Crimea e che continuerà ad essere fondamentale per rispondere alle numerose sfide del domani.

Un adattamento continuo: la NATO tra passato e futuro - Geopolitica.info

L’inizio del nuovo adattamento: il Concetto Strategico del 2010

Durante il vertice di Strasburgo-Kehl del 2009 si decise di creare un gruppo di esperti che avrebbe dovuto preparare il terreno per lo sviluppo di un nuovo Concetto Strategico. Il gruppo di esperti, presieduto da Madeleine Albright, Segretario di Stato durante l’amministrazione Clinton, presentò dunque il suo rapporto finale, intitolato NATO 2020: Assured Security; Dynamic Engagement. In seguito, tale documento divenne il fondamento del settimo Concetto Strategico, formalizzato al Summit di Lisbona del 19 novembre 2010. 

Il nuovo Concetto Strategico riaffermò lo scopo essenziale della NATO, ossia quello di “salvaguardare la libertà e la sicurezza di tutti i suoi membri con mezzi politici e militari”, delineando i tre ruoli fondamentali (le 3 C): collective defencecrisis management e cooperative security. Rispetto al documento del 1999, si diede maggiore enfasi alle operazioni di crisis management. Si affermò, infatti, che varie crisi e conflitti al di fuori dell’Alleanza avrebbero potuto rappresentare una minaccia diretta al territorio euro-atlantico: la NATO si impegnava a prevenire e gestire le crisi e condurre la stabilizzazione post-bellica. In altre parole, le attività out of area prima limitate alla regione euro-atlantica venivano ampliate a livello globale, evidenziando l’influenza delle lezioni apprese durante l’operazione in Afghanistan. In materia di controllo degli armamenti e di non-proliferazione si riaffermarono le disposizioni del precedente documento strategico. Inoltre, si ribadì il principio per cui finché le armi nucleari esisteranno, sebbene l’utilizzo di tali armamenti possa verificarsi in circostanze “estremamente remote”, la NATO resterà un’alleanza nucleare.

La Russia, in questo contesto, venne considerata ancora come un partner strategico, utile alla creazione di uno spazio comune di pace, stabilità e sicurezza. Ciò poteva essere raggiunto mediante il rafforzamento di consultazioni politiche e cooperazione in settori di interesse comune, tra cui la difesa missilistica, l’antiterrorismo, la lotta alla pirateria e la promozione di una più ampia sicurezza nazionale. 

L’annessione della Crimea e il Summit del Galles

Il 2014 può essere considerato come un anno spartiacque per l’Alleanza. Secondo Karl-Heinz Kampf, con l’annessione della Crimea da parte di Mosca, è iniziata, di fatto, la quarta fase della storia della NATO, ovvero un ritorno al “mondo dell’articolo 5”: l’Alleanza, infatti, ha rafforzato deterrenza e postura difensiva, in maniera sempre più credibile, come mai aveva fatto dalla fine della Guerra Fredda. 

Durante il vertice gallese del 4 settembre 2014 è emersa una nuova sfida per gli Alleati: la minaccia ibrida. Elementi di guerra ibrida già si erano verificati nel 2007 nei confronti dell’Estonia e durante il conflitto tra Russia e Georgia del 2008, hanno trovato terreno fertile proprio nel 2014 nel caso ucraino. È stata approvata, inoltre, la Enhanced Cyber Defence Policy, in cui si è affermato che gli attacchi cyber contro i membri dell’Alleanza potrebbero risultare dannosi tanto quanto gli attacchi convenzionale. Pertanto, si è deciso di includere la dimensione cyber nel novero di minacce per cui, qualora ve ne fosse bisogno, si potrebbe invocare l’articolo 5 del Patto Atlantico. 

Anche a livello militare, l’atteggiamento della Russia ha comportato un ulteriore adattamento dell’Alleanza. Il primo vero risultato del Summit del Galles, infatti, è stato l’istituzione del Readiness Action Plan (RAP), potenziamento della NATO Response Force (NRF) una forza multinazionale composta da circa 40.000 uomini per rispondere alle minacce provenienti dall’Est e dal Sud creata al vertice di Praga del 2002. All’interno di questo piano è stata, poi, istituita la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), composta da circa 5000 uomini dispiegabili in 48 ore.

L’adattamento continua: dal Summit di Varsavia a quello di Bruxelles

I vertici di Varsavia (2016) e Bruxelles (2018) hanno costituito altri due passaggi fondamentali per comprendere ciò che è la NATO oggi. A 71 anni dalla nascita, l’Alleanza continua ad adattarsi grazie anche al suo rinnovato approccio a 360 gradi, incentrato sulla necessità di perseguire le politiche e le posture necessarie per essere in grado di rispondere efficacemente alle sfide attuali e future.

Al summit polacco si è espressamente affermato che “la NATO sarà più forte in termini di deterrenza e difesa, e farà di più nel proiettare la stabilità al di fuori dei suoi confini”. È chiaro, dunque, che l’agenda del Projecting Stability, vista essenzialmente come uno sforzo cooperativo tra l’Alleanza e i partner locali, ha iniziato ad assumere una maggiore rilevanza soprattutto nella sponda Sud, alla pari dei concetti di difesa e deterrenza. Il Segretario Generale Jens Stoltenberg, infatti, ha dichiarato che “se i nostri vicini sono più stabili, noi siamo più sicuri”. 

Durante il vertice, il cyber-spazio è stato ufficialmente riconosciuto come dominio operativo (aggiungendosi a quello di terra, aria e mare): ciò consentirà alla NATO di proteggere al meglio le proprie reti, missioni ed operazioni dando maggiore attenzione all’addestramento e alla pianificazione informatica. Inoltre, è stata potenziata la presenza militare nella zona orientale dell’Alleanza con quattro battaglioni, operativi dal giugno del 2017, in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia, con la cosiddetta Enhance Forward Presence (EFP). Si è arrivati anche ad un progressivo miglioramento dei rapporti con l’Unione Europea attraverso una dichiarazione congiunta in cui sono state identificate le aree chiave di cooperazione, tra cui il contrasto alle minacce ibride ed informatiche.

Al Summit del luglio 2018 tenutosi a Bruxelles sono state ribadite e rinforzate tutte quelle misure prese negli incontri precedenti, in particolare si è data maggiore enfasi al concetto di Projecting Stability, annunciando una missione di addestramento in Iraq (NMI) per fornire consulenza tecnica ai funzionari della difesa e sicurezza iracheni. Secondo molti esperti, questo nuovo sforzo può essere considerato un test per valutare in che termini la NATO sarà in grado di utilizzare gli strumenti della Defence and Related Security Capacity Building Initiative (DCB), programma di supporto e di cooperazione con i partner locali. 

In aggiunta, si è deciso di raddoppiare gli sforzi in termini di spesa per la difesa, istituire un centro per le operazioni per il dominio cyber, creare un Counter-Hybrid Support Teams e rafforzare difesa e deterrenza contro le minacce provenienti dal Sud. Viene firmata, a due anni di distanza dalla prima, una nuova dichiarazione congiunta con l’Unione Europea in termini di cooperazione, in particolare riguardante la mobilità militare, minacce ibride e contrasto al terrorismo.   

Tra passato e futuro: il settantesimo anniversario dell’Alleanza 

L’incontro dei capi di stato e di governo dell’Alleanza tenutosi a Londra, tra il 3 e 4 dicembre 2019, può essere considerato come la cerimonia conclusiva del lungo calendario di eventi che si sono svolti durante l’anno per celebrare il settantesimo anniversario della firma del Trattato dell’Atlantico del Nord. 

La dichiarazione finale dell’incontro, lungi dall’essere una mero esercizio di stile, ha proiettato l’Alleanza verso il futuro: la decisione di promuovere la creazione di un gruppo di riflessione, guidato da Stoltenberg, è solo uno degli strumenti con cui l’Alleanza cercherà di assicurare la propria rilevanza negli anni a venire.

Il gruppo di riflessione  – come sottolineato da uno dei suoi membri, Marta Dassù – avrà l’obiettivo di proporre al Segretario, entro la fine del 2020, nuove idee per rafforzare il processo politico dell’Alleanza, aiutandola così ad affrontare le sfide attuali e quelle future.

Prima di analizzare quali potrebbero essere le sfide cui l’Alleanza e la NATO dovranno far fronte nei prossimi decenni, è bene ricordare altri due importanti avvenimenti del 2019. Nel mese di maggio, i Capi di Stato Maggiore dei paesi membri hanno approvato la c.d. “New NATO Military Strategy” (NMS): l’approvazione del documento ha rappresentato un passo in avanti fondamentale per l’adattamento dello strumento militare dell’Alleanza al futuro scenario operativo. In questo contesto si è inserita la decisione, presa durante il Consiglio dei ministri degli esteri dell’Alleanza di Bruxelles di novembre, di riconoscere lo spazio come nuovo dominio operativo. 

Orizzonte 2035: Strategic Foresight Analysis e Framework for Future Alliance Operations

Farsi trovare pronti per le sfide future presuppone la capacità di comprendere in anticipo quali siano le minacce da affrontare e le opportunità da sfruttare: un lavoro complesso ma necessario per mantenere l’Alleanza e la NATO costantemente all’avanguardia. 

Questo compito viene portato avanti dal NATO Allied Command Trasformation (ACT) – il comando che dal 2002 si occupa di aggiornare le strutture, le capacità militari ed il pensiero strategico dell’Organizzazione – attraverso la stesura periodica dello Strategic Foresight Analysis (SFA) e del Framework for Future Alliance Operations (FFAO). Inseriti nel Long-Term Military Transformation Programme (LTMT), lo SFA prova ad identificare i possibili trend futuri (politici, socio-economici, tecnologici e ambientali) per comprendere quale potrebbe essere lo scenario del 2035 mentre il FFAO ha l’obiettivo di stabilire quali capacità dovranno sviluppare le forze armate NATO per operare in tale contesto. 

Lo Strategic Foresight Analysis 2017 Report delinea, in un ipotetico orizzonte 2035, un futuro caratterizzato dall’ incertezza, dal disordine e dalla complessità. Un mondo non completamente diverso da quello attuale ma che, spinto dall’innovazione tecnologica (Intelligenza Artificiale, Machine Learning, Big Data…), si presume evolverà costantemente e ad una velocità mai vista prima. 

I trend politici descrivono un sistema internazionale marcatamente multipolare – a causa della progressiva redistribuzione di potere da Ovest verso Est – contraddistinto da un elevato grado di competizione/polarizzazione, riscontrabile tanto nel confronto tra le grandi potenze quanto all’interno delle singole realtà nazionali. Si ipotizza, inoltre, una maggiore influenza degli attori non statuali nelle dinamiche politiche globali.  In uno scenario ambientale dominato dal cambiamento climatico, i trend socio-economici sottolineano un significativo aumento della popolazione mondiale, un contestuale invecchiamento di quella occidentale e un rilevante innalzamento del tasso di urbanizzazione. Considerando la tecnologia come il vero motore dell’ecosistema futuro, lo SFA ribadisce la dipendenza della società dalle risorse tecnologiche ed ipotizza una più stretta relazione tra uomo e macchina.

Lo scenario instabile e rapidamente mutevole delineato nello SFA porta con sé un’ampia serie di sfide per la NATO. Nel prossimo futuro, infatti, l’Organizzazione dovrà essere in grado di far fronte a minacce molto diverse tra loro: conflitti ad alta intensità e multi-dominio; gestione di disastri naturali e pandemie; minacce cyber e/o ibride ecc. 

Per mantenere il vantaggio militare e prevalere nelle operazioni future, le forze NATO si devono trasformare, adattare, reinventare continuamente ed essere [contemporaneamente] credibili, interconnesse, consapevoli, agili e resilienti”: questa è l’idea centrale contenuta all’interno del Framework For Future Alliance Operation 2018 Report per affrontare le sfide dei prossimi decenni. Tale obiettivo potrà essere mantenuto – secondo il documento – sia sfruttando le opportunità legate allo sviluppo tecnologico ed adottando una mentalità propensa al cambiamento sia mediante le partnership sviluppate nel corso degli anni (in primo luogo con l’Unione Europea).

Uno scenario militare così complesso si ripercuoterà necessariamente sulla dimensione politica dell’Alleanza: la progressiva introduzione dell’Intelligenza Artificiale nel mondo militare, ad esempio, avrà un impatto rilevante sul modo in cui l’Alleanza solitamente delibera e decide. A ciò bisognerebbe aggiungere – in un contesto nel quale la minaccia sembra farsi sempre più sfuggente – sia la difficoltà di stabilire con certezza l’identità dell’aggressore sia la difficoltà nel concordare unitariamente su cosa possa definirsi atto ostile.

Un nuovo concetto strategico in arrivo?

All’alba del nuovo decennio, diversi studiosi si chiedono quando l’Alleanza si doterà di un nuovo concetto strategico. Sebbene la creazione del comitato di esperti guidato dal Segretario Stoltenberg possa ricordare le vicende del 2009, è prematuro affermare che i lavori del nuovo gruppo saranno il preludio di un imminente aggiornamento della postura strategica dell’Alleanza: aggiornamento che, peraltro, potrebbe essere meno “innovativo” di quanto previsto. 

La mancanza di tale documento non ha però ostacolato – ed è importante sottolinearlo – la capacità dell’Alleanza di far fronte alle diverse sfide sorte durante il decennio, né ha impedito la sua proiezione verso il futuro: seguendo un modello che si potrebbe definire incrementale, l’Alleanza ha deciso di rispondere in modo puntuale ad ogni mutamento significativo del contesto internazionale, senza delegare ogni cambiamento ad un documento olistico la cui produzione non ha scadenze definite. Un modello, quello incrementale, che potrebbe risultare vincente per aggiornare in modo continuo i prossimi documenti strategici, soprattutto in previsione di un contesto internazionale continuamente mutevole. Che si usi o meno tale metodo, solo un adattamento che continui a rispecchiare lo spirito dei fondatori permetterà all’Alleanza di restare protagonista nel prossimo futuro. 

Alessandro Savini e Danilo Mattera,
Geopolitica.info

DEFENDER-Europe 20: l’esercitazione continua ma in forma ridotta a causa della diffusione del Coronavirus

Quando venne ideata, circa un anno fa, nessuno avrebbe potuto immaginare che la più vasta esercitazione militare statunitense in Europa dalla fine della Guerra Fredda si sarebbe svolta durante una pandemia: il Comandante dello U.S Army Europe Lieutenant General Christopher Cavoli ed il Comandante Supremo delle Forze Alleate in Europa (SACEur) Generale Tod D. Wolters hanno rassicurato che l’esercitazione continuerà e che verranno adottate le più severe misure di sicurezza per evitare che le truppe coinvolte nell’esercitazione possa contrarre il virus.

DEFENDER-Europe 20: l’esercitazione continua ma in forma ridotta a causa della diffusione del Coronavirus - Geopolitica.info

A causa del continuo diffondersi del virus, però, lo U.S. European Command (EUCOM) – in una nota dell’11 marzo 2020 – ha fatto sapere che verrà ridotto il numero delle truppe statunitensi impiegate sia in DEFENDER-Europe 20 sia nelle esercitazioni ad essa collegate. Al di là del contesto in cui si svolge e delle modifiche causate dalle pressanti esigenze sanitarie, qual è l’obiettivo di questa imponente esercitazione militare?

(Pro)gettare un “ponte” sull’Atlantico per difendere gli alleati europei

L’esercitazione avrà l’obiettivo di testare le capacità della Difesa statunitense di trasportare un numero rilevante di truppe – in grado di supportare efficacemente gli alleati europei contro eventuali azioni ostili – dagli Stati Uniti al continente europeo. Circa ventimila truppe statunitensi avrebbero dovuto attraversare l’Atlantico via mare per approdare poi nei porti di Belgio, Olanda, Germania e Polonia: il primo convoglio americano è arrivato il 21 febbraio 2020 nel porto di Bremerhaven, nel nord della Germania. 

Il trasporto delle truppe, dei mezzi e degli equipaggiamenti dai porti statunitensi ai porti europei rappresenta solo la prima delle quattro fasi dell’esercitazione DEFENDER-Europe 20. Durante la seconda fase dell’esercitazione si provvederà all’equipaggiamento delle truppe impegnate nelle attività militari, attingendo principalmente dagli arsenali presenti in Belgio e Germania. È bene sottolineare come, nonostante vi sia una fase di approvvigionamento sul territorio europeo, larga parte delle armi, dei mezzi e degli equipaggiamenti provenga direttamente dagli Stati Uniti. 

Pienamente equipaggiate, le truppe statunitensi inizieranno la terza fase ovvero lo spostamento verso la Polonia e gli stati baltici. Sarà in questa fase che si svolgeranno le cinque esercitazioni collaterali a DEFENDER-Europe 20: Allied Spirit XI; Dynamic Front 20; Joint Warfighting Assessment 20; Saber Strike 20; Swift Response 20. La quarta ed ultima fase riporterà le truppe statunitensi arrivate  in Europa dai porti americani di nuovo negli Stati Uniti.

L’esercitazione, secondo i piani originari, avrebbe dovuto coinvolgere complessivamente diciassette stati, tra membri NATO e stati partner dell’Alleanza Atlantica, e circa trentasettemila unità (alle ventimila unità inviate dagli Stati Uniti, bisogna aggiungere le novemila unità statunitensi già presenti in Europa e le ottomila unità degli altri stati coinvolti).

Anche l’Italia avrebbe dovuto partecipare alle operazioni, seppur in maniera ridotta, con un’unità della Brigata Folgore in Lettonia ed un’unità della Brigata Garibaldi in Germania: il ministro della Difesa Lorenzo Guerini, considerando la difficile situazione che vive il paese a causa dell’emergenza Coronavirus, ha deciso di annullare la partecipazione italiana pur ribadendo la rilevanza dell’esercitazione per la difesa del continente.

Né un’invasione dell’Europa né un’azione ostile contro la Russia ma solo la dimostrazione della volontà statunitense di continuare a proteggere gli alleati europei

Questo potrebbe essere, in estrema sintesi, il significato politico di questa massiccia esercitazione militare: infatti, oltre gli aspetti strettamente militari – legati alla valutazione delle capacità logistiche statunitensi, al rafforzamento della deterrenza della NATO mediante il potenziamento dell’interoperabilità tra le  diverse forze armate degli stati membri della NATO impegnate in queste manovre militari – DEFENDER-Europe 20 porterebbe con sé un importante significato politico da consegnare

Gli Stati Uniti sembrano voler rassicurare gli alleati europei riguardo la volontà americana di difendere attivamente lo spazio NATO, nonostante le contradditorie dichiarazioni del presidente Trump sull’Alleanza Atlantica e sulla NATO e le continue affermazioni, dello stesso presidente, di voler ridurre l’esposizione militare americana nel mondo. Affermazioni peraltro smentite dai dati – esposti sia da  Paul K. MacDonald e Joseph M. Parent in un articolo su Foreign Affairs nel dicembre 2019 sia da Dario Fabbri, consigliere scientifico di Limes ed esperto di Stati Uniti, in una puntata dell’approfondimento geopolitico de La Repubblica – che dimostrano come le truppe statunitensi dispiegate nei diversi continenti siano aumentate durante questi primi tre anni di amministrazione Trump piuttosto che diminuire.

In conclusione, DEFENDER-Europe 20 sembrerebbe ribadire, con nuovo vigore, un concetto scritto nero su bianco poco più di settant’anni fa: nell’ora più buia, noi americani saremo al vostro fianco, sul continente europeo, con tutta la forza che sarà necessaria.

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai come terreno per lo sviluppo delle relazioni russo-cinesi

Molti osservatori hanno sottolineato di recente quanto le relazioni tra Cina e Russia, i due giganti eurasiatici che hanno assunto negli ultimi anni una postura revisionista nei confronti dell’ordine unipolare, siano più solide che mai.

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Questa considerazione è stata confermata da Sergei Shoigu, ministro della difesa della Russia, il quale ha affermato che le relazioni russo-cinesi stanno vivendo uno dei periodi migliori della loro storia. Tra i vari campi in cui i rapporti tra i due paesi stanno conoscendo una significativa evoluzione citiamo le Nazioni Unite, il BRICS e soprattutto l’Organizzazione per la cooperazione di Shangai, organismo intergovernativo dedito ad assicurare la cooperazione economica, culturale e militare tra i suoi membri. L’analisi dell’organizzazione di Shangai ci consente di approfondire la conoscenza di uno dei corpi politici più rilevanti sotto il profilo geopolitico degli ultimi anni, ma forse ancora poco enfatizzato presso i mass media occidentali.

L’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Origini e struttura

Questo organismo venne fondato nel 2001 dai capi di stato di sei paesi: Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Nel 2017 si sono uniti India e Pakistan. Nata come meccanismo per favorire la risoluzione di dispute territoriali tra i paesi aderenti, l’Organizzazione è andata progressivamente istituzionalizzandosi, intensificando la cooperazione tra i suoi membri tanto su questioni di sicurezza quanto in ambiti come quello economico, energetico e culturale. Il piano militare e di sicurezza è quello tuttavia più rilevante, all’insegna della comune volontà di contrastare tre fenomeni identificati come le principali minacce alla sicurezza regionale: il terrorismo, l’estremismo e il separatismo. Ciò testimonia come l’obiettivo primario degli stati membri sia quello di conservare lo status quo territoriale in una regione, quella eurasiatica, dove non mancano irredentismi, contrasti etnici, spinte secessioniste e ingerenze esterne.

La questione delle ingerenze delle potenze straniere, e degli USA in modo particolare, è un fattore determinante per l’Organizzazione. Fedeli al motto: “Eurasia agli eurasiatici”, i membri dell’Organizzazione contestano la massiccia presenza statunitense nell’area: ciò è apparso evidente sin dal 2005, momento in cui emerse la richiesta a Washington di calendarizzare il ritiro delle proprie installazioni e dei propri soldati presenti in Asia centrale.

Al fine di raggiungere i propri obiettivi, l’organizzazione si è data una struttura molto snella ed efficiente. Al vertice vi è il ‘Consiglio dei capi di stato’, il più importante organo decisionale: si riunisce una volta l’anno a rotazione in ciascuno degli stati membri. A seguire nella gerarchia vi sono il ‘Consiglio dei capi del governo ’ e il ‘Consiglio dei ministri degli esteri’. Il primo si occupa di approvare il budget dell’Organizzazione, di discutere gli ambiti e lo stato dell’arte della cooperazione multilaterale; il secondo invece discute le principali questioni dell’agenda politica internazionale e gestisce le relazioni tra l’organizzazione e gli altri organi multilaterali. Al Segretariato generale, organo amministrativo ed esecutivo, si affiancano diverse altre strutture e agenzie. Le azioni dell’Organizzazione vengono svolte sulla base del cosiddetto ‘Spirito di Shangai’: un sentimento fondato su fiducia reciproca, solidarietà, trasparenza e ricerca di un interesse comune.

Le relazioni russo-cinesi nell’ambito dell’Organizzazione

Dopo una prima fase di tensione, culminata con il rifiuto cinese di fornire un sostegno politico incondizionato alla Russia nel conflitto contro la Georgia del 2008, le relazioni russo-cinesi si sono fatte via via più strette a partire dal summit dell’Organizzazione del 2012. Al termine dell’incontro, Russia e Cina si accordarono per dichiarare che nessuno stato dell’Organizzazione era autorizzato a stipulare alleanze indirizzate contro altri membri della stessa, lasciando intendere una posizione di contrasto rispetto alla NATO e alle mire espansionistiche occidentali nella regione eurasiatica. Russia e Cina affermarono poi il netto rifiuto di qualsiasi intervento armato per risolvere la crisi in Siria e quella del nucleare iraniano.

Successivamente, Russia e Cina si sono trovate su posizioni convergenti nel sostegno ad Assad in Siria e al regime degli ayatollah in Iran. Sotto il profilo della sicurezza, le due potenze collaborano attivamente attraverso la ‘Commissione mista intergovernativa russo-cinese per la cooperazione tecnico-militare’. La cooperazione dinamica dell’industria militare e della difesa indica un livello speciale di fiducia politica nelle relazioni russo-cinesi. Ciò si riverbera altresì nella sfera energetica, attraverso il progetto “Power of Siberia” che prevede la costruzione di un gasdotto lungo 3000 km dal valore di 400 miliardi di dollari, che legherà fortemente le economie dei due giganti. “Power of Siberia” ha una valenza simbolica e geo-economica epocale, in quanto unisce in modo indissolubile la Russia, il più grande esportatore mondiale di gas naturale, e la Cina che, invece, ne rappresenta il principale mercato di importazione globale.

In definitiva, la Russia e la Cina, attraverso lo stretto rapporto personale tra i leader Putin e Xi Jinping e il coordinamento all’interno dell’Organizzazione di Shangai, intendono realizzare un asse continentale fondato sul balance of power e sul coordinamento internazionale nell’ambizioso tentativo di declinare la storica dottrina Monroe «America agli americani» in un «Eurasia alle potenze eurasiatiche».

Conclusioni

Per comprendere il potenziale di sviluppo dell’Organizzazione è sufficiente leggere i numeri. Secondo i dati del 2019, fanno parte di quest’organismo tre delle prime quattro potenze militari del pianeta (Russia, Cina e India) e due delle prime cinque potenze economiche (Cina e India). Come se non bastasse, Cina, Russia, India e Pakistan rappresentano altresì delle potenze nucleari. Le esercitazioni militari dell’Organizzazione sono sempre più frequenti. La prima si svolse nel 2003, e da allora vengono eseguite regolarmente con cadenza annuale o biennale. Le esercitazioni, che vengono chiamate ‘missioni di pace’, sono tenute su larga scala e coinvolgono migliaia di soldati. India e Pakistan si sono unite alle esercitazioni per la prima volta nel 2018.

E l’Occidente? Considerate le crescenti tensioni all’interno della NATO, con il presidente francese Macron che ha recentemente accusato il presidente americano Trump di aver voltato le spalle all’Europa e di aver contribuito a ridurre l’Alleanza Atlantica in uno stato di ‘morte cerebrale’, l’avanzata del potente blocco eurasiatico non può che aprire scenari inediti nello scacchiere internazionale. Compito della NATO sarà quello di ritrovare in fretta compattezza e spirito di unione, al fine di rispondere alla sfida globale che Russia e Cina sembrano porre in atto con convinzione e forza sempre maggiori.