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L’Unione Europea in Somalia fino al 2022: rinnovati i mandati delle missioni

L’Unione Europea come security provider è stata spesso oggetto di critiche ma il caso somalo, dal 2008 ad oggi, risulta uno, se non l’unico esempio del Comprehensive Approach to Security” che è passato dai documenti d’indirizzo dell’Unione, alla pratica.

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Il termine inglese comprehensive racchiude in sé il significato di globale, onnicomprensivo, e affiancarlo ad operazioni internazionali è spesso rischioso poiché elaborare un progetto tale da comprendere la sicurezza di una nazione sia nella sfera economica che sociale non è semplice. Lo sforzo di coordinamento tra attori regionali ed esterni in questi casi è cruciale. Esso richiede una volontà ed una capacità di agire, dalle policy all’atto pratico, di entrambi i fronti, cosa non affatto scontata. Il motivo principale per cui molte missioni internazionali trovano degli ostacoli nell’attuazione dei loro mandati è proprio dovuto all’attrito, alle resistenze che si creano dentro e fuori il teatro operativo.

La situazione in Somalia

Nel caso della Somalia, la debolezza o la totale assenza di un apparato istituzionale in grado di garantire la sicurezza e il controllo sul territorio genera oramai da quasi trent’anni problemi a cascata nel Corno d’Africa. L’aiuto internazionale alla nazione non ha mai sortito gli effetti sperati sul lungo periodo e con l’acutizzarsi dei fenomeni dovuti al radicalismo islamico, una nuova ondata di instabilità ha investito la regione. Il fenomeno della pirateria somala, sul finire della prima decade degli anni 2000, ha raggiunto il suo picco d’intensità, in grado di rendere una lunga parte dell’Oceano Indiano occidentale non sicuro per la navigazione dei mercantili a largo delle acque territoriali somale, un tratto di mare fondamentale per le rotte commerciali. Il fenomeno jihadista di Al-Shabaab nella già debole e frammentata situazione del Corno d’Africa ha spinto l’Unione Europea e la NATO ad agire, in accordo con le Nazioni Unite ed il governo di Mogadiscio, per cercare di normalizzare la situazione nelle acque internazionali e progettare un apparato di sicurezza somalo in grado di essere un giorno autosufficiente.

Sul finire degli anni 2000, l’Unione ha incominciato a dispiegare il proprio personale in Somalia. In totale, da allora, sono tre le missioni presenti: EUCAP ed EUTM Somalia ed EUNAVFOR Atalanta. L’Operazione Atalanta, stabilita nel 2008, è stata concepita come un’operazione di antipirateria da parte dell’Unione Europea, in grado di supportare il transito di aiuti umanitari del World Food Programme verso la Somalia. Dal 2009, Atalanta ha collaborato con NATO Ocean Shield, operazione analoga nella stessa parte di mare, in grado di dispiegare una grande forza navale deterrente l’azione pirata. Il personale europeo ha capacità di trattenere o trasferire le persone sospette di aver commesso atti di pirateria e portarli alle autorità degli Stati membri battente bandiera delle navi attaccate. La forza navale europea opera in un’area compresa tra il Mar Rosso, il golfo di Aden e parte dell’Oceano Indiano occidentale. Le efficaci operazioni di antipirateria, insieme all’addestramento delle forze dell’ordine somale, hanno permesso una de-escalation del fenomeno, portandolo di fatto sotto controllo. Attualmente Atalanta si sta occupando di compiti prima secondari come il contrasto al traffico di armi e droghe, monitorando le attività illegali in mare.


Fonte: David Harriman and Kristina Zetterlund, Bilateral Partnership on an Even Keel, The Integration of Swedish and Dutch Forces in EU Naval Force Operation Atalanta, 2015

Nel 2010 è stata lanciata EUTM (European Training Mission) Somalia, la quale ha come scopo quello di ripristinare la forza militare somala, il Somali National Army (SNA), in grado di esercitare legittimamente l’uso della forza per conto delle autorità di Mogadiscio. Nel 2012, EUCAP (European Capacity Building mission) Somalia, fondata su tre pilastri: supporto alle unità di polizia marittima e portuale, contribuire nella costruzione di una Guardia costiera somala e sviluppo di un sistema dell’ordine pubblico. Nel quadro della costruzione delle capacità, le attività in questo caso saranno portate avanti dal personale civile dell’Unione, impegnato a formare le forze dell’ordine somale affinché si uniformino a determinati standard e si adoperino nel rispetto del diritto internazionale. La missione affianca anche l’aspetto giudiziario dell’azione della polizia cercando di supportare iniziative ministeriali nell’ambito della difesa e sicurezza della Somalia per migliorare la legislazione in tema.

Tutte e tre le missioni sono state rinnovate recentemente dal Consiglio fino al dicembre 2022. Proseguendo con l’approccio olistico, o comphrehensive che dir si voglia, accompagnando la UNISOM delle Nazioni Unite, il compito rimane quello di ristabilire un apparato della difesa e sicurezza somalo, in grado di poter fronteggiare varie problematiche autonomamente. L’accompagnamento europeo è fondamentale per far sì che determinate pratiche si consolidino, la sola presenza del personale garantisce un occhio fermo e vigile su una regione assai turbolenta come quella del Corno d’Africa.

Un esempio di successo?

I problemi della Somalia non sono di certo stati risolti dalle missioni europee ma hanno avuto un credibile impatto positivo e normalizzante su una situazione che stava degenerando. Aver riportato il fenomeno della pirateria a marginale ha garantito alle missioni a terra la possibilità di focalizzarsi nella costruzione di competenze e consulenza alle venture forze armate e dell’ordine somale. La capacità di intermediazione dell’Unione, in grado tramite elementi di soft power di interagire con le autorità locali e stabilire partenariati decennali, è un dato da non trascurare. Mentre NATO Ocean Shield si è conclusa nel 2016, dopo sette anni dal suo dispiegamento, le missioni europee, nel 2022, avranno tutte almeno 10 anni di esperienza, a simboleggiare un impegno costante e propositivo. Il segnale lanciato con il rinnovo dei mandati è quello di non voler abbandonare, ancora una volta, la Somalia al suo destino. Per l’Unione vi sono evidenti interessi di carattere economico e politico nella regione. Da una parte vi è l’impegno nel rendere sicuro un tratto di mare fondamentale per il commercio tra Asia, Africa ed Europa, dall’altra il monitoraggio di aree che hanno causato in passato ondate migratorie per via di cambiamenti climatici e guerre civili. L’occhio europeo in Africa va così dal Sahel al Corno d’Africa, creando un particolare ed unico approccio alla propria sicurezza partendo da quelli degli Stati partner.

Edoardo Del Principe,
Geopolitica.info

EUTM RCA: quale sicurezza e stabilità in vista di nuove elezioni?

EUTM RCA (European Training Mission in Central African Republic) nasce dalla conclusione del mandato della precedente operazione militare, EUFOR RCA, la quale in meno di un anno dal suo dispiegamento riuscì ad evitare, insieme ad altre missioni internazionali, che la guerra civile nel Paese degenerasse in una situazione irrecuperabile. In vista delle elezioni di questo dicembre, il Paese, ancora lontano dall’essere pacificato, rischia di ricadere in un vortice di instabilità che la missione europea non sarebbe in grado di gestire. Il caso della Repubblica centrafricana è una perfetta cartina al tornasole dei problemi strutturali ma anche delle potenzialità dell’operato internazionale europeo.

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High risk, high reward

Le tensioni del 2012 portarono le forze filogovernative ed una colazione di milizie d’opposizione sotto il nome di Seleka a scontarsi in quella che presto divenne una nuova guerra civile. Nel 2013 questo portò al dispiegamento di truppe da parte della Francia e dell’Unione Africana per cercare di normalizzare la situazione e proteggere i civili. Una volta arrivati sul campo, però, la situazione che si presentò agli occhi dei francesi fu ben peggiore di quella preventivata. Per questo, la Francia, nel suo doppio ruolo di membro permanente del Consiglio di sicurezza ed attore decisivo nell’Unione, si fece carico dell’iniziativa di lanciare una missione di supporto nell’area, EUFOR RCA, per l’appunto. In sostanza l’arrivo europeo non solo avvenne in ritardo ma anche sotto circostanze decisamente avverse, potenzialmente la missione europea più pericolosa mai lanciata, con un mandato che permetteva l’uso della forza in protezione della popolazione civile su autorizzazione del Consiglio di sicurezza (Ris. 2134, 2014). Il mandato della missione nonostante l’eccezionalità della situazione presentava dei limiti non indifferenti in numero (solo 750 unità) e prevedeva un’esecuzione del mandato in un ristretto arco spaziale e temporale.

Nonostante la pericolosità e la sfida posta dal mandato, ben pochi Stati membri sentirono la necessità di supportare la missione con la Francia che praticamente provvedeva a fornire la maggior parte delle forze. Il mandato europeo essenzialmente era stato usato dalla Francia per forzare il Consiglio di sicurezza al fine di mandare una missione di supporto con compiti ed ambizioni molto limitati. Ci si domanda quindi se non in una situazione di crisi umanitaria così gravosa, quando dovrebbero essere usati i battaglioni europei? Una delle risposte che si dà Thierry Tardy è che la concomitante crisi Ucraina abbia attirato tutte le attenzioni politiche e diplomatiche su di se, lasciando la questione Centroafricana un affare prettamente francese. EUFOR RCA nel suo anno di dispiegamento riuscì ad assolvere completamente al mandato assegnatole permettendo tramite la sua ritirata, nel 2015, di dispiegare una missione di “traghettamento”, EU Military Advisory Mission in Central African Republic (EUMAM RCA), e poi di lanciare l’attuale missione di addestramento EUTM RCA.

Il mandato

In coordinazione con la missione delle Nazioni Unite MINUSCA, EUTM ha come compito quello di ristrutturare il settore della difesa centrafricano attraverso la formazione di personale operativo, educandolo e dando consulenza strategica, dal 2016 EUTM ha formato quasi sei mila soldati, uomini e donne (factsheet 2019).  La parte di consulenza strategica si base sull’implementazione di documenti programmatici come il Piano di difesa nazionale e il programma di riforma militare (2019-2023) al fine di aggiornare le pratiche e le strategie centrafricane per confrontarsi con le minacce ibride poste dalle milizie regionali. Si prevede di formare cinque battaglioni, quattro terrestri ed uno anfibio, i quali saranno educati al fine di conoscere i principi e le norme del diritto umanitario internazionale nonché le adeguate condotte da seguire durante le operazioni.

La missione è stata rinnovata fino al 2020 con un’estensione dei compiti oltre che al personale operativo anche verso le principali cariche del Paese per una maggiore coordinazione tra il piano civile e militare.

Tra realismo e idealismo

Descrivere le missioni in Repubblica centrafricana un successo dell’Unione europea può però suonare come esagerato e poco corretto. L’impegno francese, politicamente e militarmente, ha definito largamente l’operazione militare in supporto alla popolazione civile ed i successivi aiuti economici di stabilizzazione. La rapidità di esecuzione e formazione delle missioni risulta particolarmente agevolata dalla concomitante crisi in Ucraina, permettendo alla Francia di utilizzare il suo doppio ruolo nelle Nazioni unite ed in Europa senza essere ostacolata da particolari compromessi politici. Si parla di successo di EUFOR in virtù del suo mandato assai circoscritto, una differenza sostanziale rispetto quello di tante altre missioni, ricche di compiti sul medio-lungo periodo difficilmente realizzabili senza un continuativo sforzo anche dei propri partner. Il rischio è che mandati altisonanti in contesti complessi come quello centrafricano o maliano facciano risultare come fallimentari operazioni che per i mezzi a disposizione hanno dato il contributo che potevano. Pensare che esistano missioni che da sole possano cambiare il flusso degli eventi o della situazione socio-economiche di un Paese è un errore idealista che purtroppo è molto presente nei mandati di moltissime di queste. L’approccio realista di EUFOR, pochi compiti ben definiti e la forza necessaria per eseguirli, permette di leggere in retrospettiva questa operazione come uno dei successi dell’Unione, dando larghi meriti per questo alla Francia. Nonostante la situazione nel Paese sia ancora lontana dall’essere pacificata e non vi sia una vera e propria res publica, il fatto che si sia evitato che la RCA diventasse un failed state senza un governo centrale è di per se un successo.

Aspettative realistiche, mandati precisi ed una exit strategy concordata in precedenza sono tutti tratti atipici per la maggior parte delle missioni europee che nell’operazione militare in RCA sono venuti a convergere per una serie di circostanze più che per un rivoluzionario piano strategico. EUTM, invece, vive di queste criticità strutturali, avendo un mandato con progetti ambiziosi senza disporre dei mezzi per poterli portare a termine, tant’è che il governo centrale ancora controlla meno del 50% del territorio.


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Nuove elezioni, stessi problemi

Politiche e progetti per migliorare le capacità di difesa e sicurezza sono un primo mattone per ricostruire le fondamenta di una nazione. Senza sicurezza non c’è economia, senza economia non c’è welfare e così via, invertire questo circolo vizioso però è più facile a dirsi che a farsi. Progetti come EUTM RCA sono essenziali ma sono una goccia nel mare, l’investimento che andrebbe fatto in termini militari ed economici per stabilizzare una nazione come la RCA che si trova immersa in una serie di crisi ataviche è forse impensabile persino per l’Unione europea. La spirale negativa di cui oramai è vittima la nazione da decenni potrebbe, in vista delle prossime elezioni, subire una nuova accelerazione. Permane la stagnazione economica in una delle nazioni più povere del pianeta ed il disarmo dei gruppi armati è ad un punto morto. L’embargo d’armi (Ris. 2127, 2013) e la ristrettezza delle possibilità dell’esercito nazionale, vincolato dai mandati e budget delle missioni in loco, pone in una posizione estrema fragilità le autorità statali in vista delle elezioni di questo inverno. EUTM RCA potrebbe, analogamente a quanto successo in Mali, dover essere sospesa se le cose degenereranno.

Edoardo Del Principe

Geopolitica.info

Missioni militari italiane: il Mediterraneo come priorità strategica e un’analisi del dibattito in Senato

Il Senato ha fornito il via libera all’autorizzazione e alla proroga delle missioni militari internazionali per il 2020. In Aula c’è stato un ampio dibattito, che ha visto protagonisti anche aree interne alla maggioranza. Insieme al prof. Fabrizio Coticchia dell’Università di Genova, alla Senatrice Laura Garavini e al Senatore Massimo Candura, rispettivamente Presidente e Vicepresidente della Commissione Difesa del Senato della Repubblica, approfondiamo come si è svolto questo delicato passaggio parlamentare.

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La Costituzione italiana, nell’articolo 78, prevede che le Camere deliberino sullo stato di guerra, concedendo quindi i poteri al Governo. Non c’è un riferimento costituzionale alle missioni internazionali, che sono ben altra cosa rispetto alla dichiarazione di guerra. Questo vuoto giuridico è stato colmato nel 2016 con l’approvazione della legge quadro sulle missioni internazionali (Legge 21 luglio 2016, n. 145 – Disposizioni concernenti la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali), mentre sino a quel momento si provvedeva all’autorizzazione con il cosiddetto “decreto missioni”. Ritenuto però uno strumento, per diversi aspetti, non adeguato dal punto giuridico.
La legge quadro fornisce una cornice più chiara entro la quale il Parlamento e il Governo possono muoversi, prevedendo una delibera del Consiglio dei Ministri che definisce la partecipazione dell’Italia alle missioni internazionali, votata dalle Camere con una risoluzione, quindi tramite un atto di indirizzo, non legislativo. Questa parlamentarizzazione del tema permette a deputati e senatori di dibattere e intervenire nel merito della vicenda, e permette altresì alle Commissioni di merito di approfondire ogni singola missione tramite processi di audizione di Ministri, esperti e militari, che contribuiscono a chiarire la strategia del governo e l’impatto delle varie missioni.

Le nuove missioni

Oltre la proroga delle missioni esistenti, le principali novità per il 2020 sono 3 “nuove” missioni, tutte nel contesto del “Mediterraneo allargato”, oramai dal 2015 sempre più priorità strategica per il nostro paese.

La prima novità è rappresentata dalla missione europea nel Mar Mediterraneo IRINI, che subentra all’operazione militare EUNAVFOR MED Sophia. IRINI avrà lo scopo di contribuire all’attuazione dell’embargo sulle armi imposto dall’ONU nei confronti della Libia con mezzi aerei, satellitari e marittimi. Rispetto a Sophia, che ha avuto come compito principale quello di smantellare il modello di attività dei trafficanti di migranti e di esseri umani nel Mediterraneo centromeridionale, IRINI ha quindi un diverso obiettivo prioritario, e opererà sulla parte orientale della costa libica, in particolare nella zona di alto mare antistante la Cirenaica. L’Italia parteciperà con 517 unità, un mezzo navale e tre mezzi aerei, e la sede operativa della missione sarà a Roma.

Come ribadito anche da Fabrizio Coticchia, professore di Scienze politiche all’Università di Genova e uno dei principali analisti e ricercatori in fatto di missioni militari italiane, trasformazione militare nei paesi europei, e  rapporto tra partiti e politica estera, “IRINI è una novità parziale, in quanto opera in continuità con l’impegno militare italiano nella missione SOPHIA.” IRINI rappresenta comunque un cambiamento,” in quanto il focus è il rispetto dell’embargo sulle armi attraverso il mediterraneo in Libia. Questo espone a delle critiche, rischia di non essere una missione efficacie perchè di fatto attua un embargo parziale: lo stesso governo ha chiarito che se la missione non evolverà in meglio sarà difficile che la missione possa svolgere un ruolo efficacie.” Per capirne la portata, dunque, secondo Coticchia, “bisognerà continuare a monitorarla nel corso del tempo”.


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Per Laura Garavini, Senatrice del Gruppo Italia Viva e Presidente della Commissione Difesa, “la missione Eunavfor Med Irini ha l’obiettivo, nel quadro della politica di sicurezza e di difesa comune, di attuare l’embargo previsto dall’Onu sulle forniture di armi alle fazioni libiche. L’impegno, assunto dai leader dell’UE, va valutato positivamente.” Al netto dell’impegno, però, la Senatrice sottolinea che la missione riflette una debolezza dell’UE nello scenario libico: “Purtroppo, la missione Irini, per la debolezza del mandato e delle regole d’ingaggio, attesta anche come il ruolo dell’Unione Europea sia oggi marginale nel panorama libico”.

Sulle criticità avanzate in merito all’efficacia della missione, e sulla perdita di capacità di manovra italiana in Libia aggiunge: “non c’è dubbio che il ruolo dell’Unione europea e dell’Italia abbiano subito in Libia un netto ridimensionamento. La mancata definizione di un indirizzo politico comune e le differenze di vedute sulla gestione dei flussi migratori e sulla loro ridistribuzione, è un punto di debolezza per l’Europa. Resta comunque una posizione condivisa: quella ratificata all’ultima conferenza di Berlino sulla Libia che ha ribadito il sostegno al percorso delineato in ambito Onu, alla ricerca di  una  soluzione politica da individuare al tavolo dei negoziati. Il problema è che  oggi in Libia c’è una guerra conclamata anche a causa del crescente coinvolgimento militare di attori esterni, in particolare Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Opposti a Turchia e Qatar. Una guerra che sta  mettendo seriamente a rischio l’integrità dello Stato libico, la sicurezza di milioni di cittadini e la stabilità dell’intera regione, nonché il controllo delle coste e dei traffici clandestini verso l’Italia e l’Europa e gli approvvigionamenti energetici. In questo contesto ritengo che sia necessario un ruolo più attivo dell’Italia e dell’Unione Europea, a favore della pace”.

Sulle criticità rispetto alla missione IRINI e sulla posizione italiana in Libia abbiamo contattato anche Massimo Candura, Senatore del Gruppo Lega e Vicepresidente della Commissione Difesa, che ci ha spiegato: “penso che la posizione del Governo Conte in Libia sia influenzata da spaccature interne alla maggioranza che lo sostiene e che determinano l’impossibilità di qualunque affermazione delle nostre prerogative di potenza regionale.”

“Inoltre – ha aggiunto – nel mese di gennaio 2020 il Presidemte Conte, a margine di una bilaterale con l’olandese Rutte, afferma che in Libia non c’è spazio per intervento militare italiano. Questo, a mio avviso, è un grave errore: in un contesto di guerra aperta l’Italia rinuncia anche solo alla deterrenza che pure avremmo potuto far pesare considerato il potenziale della nostra marina militare nel quadrante libico”.

La seconda novità è rappresentata dalla partecipazione italiana alla forza multinazionale di contrasto alla minaccia terroristica nel Sahel, denominata Task Force TAKUBA. L’Italia partecipa alla Task force TAKUBA con un contributo di 200 unità di personale militare, 20 mezzi terrestri e 8 mezzi aerei, e la Relazione analitica sulla missione chiarisce che gli assetti nazionali possono essere integrati all’occorrenza da unità delle forze speciali. Il Sahel, quindi, si conferma sempre più area strategica per il nostro paese: ricordiamo che l’Italia è già impegnata nella regione con la missione bilaterale in Niger, partecipa alla missione dell’ONU MINUSMA, e alle missioni dell’UE EUTM Mali, EUCAP Sahel Mali e EUCAP Sahel Niger.

Lo sottolinea anche Coticchia: “la missione del Sahel è in continuità con l’impegno italiano nell’area del mediterraneo allargato, oramai priorità strategica del nostro impegno militare internazionale.  La missione TAKUBA è il segno di questa postura italiana che dal 2015 opera in questa direzione, e la missione va inserita in un contesto di sempre maggiore cooperazione, anche diplomatica, con i paesi del Sahel.”

Dal punto di vista operativo, tema che ha sollevato alcune perplessità dagli esponenti di opposizione nelle varie audizioni in Commissione Difesa, Coticchia spiega che  “le operazioni seguiranno lo stesso approccio che l’Italia ha in Iraq: non un coinvolgimento diretto in operazioni militari o in antiterrorismo, ma un’attività di accompagnamento. Rimane una missione che richiede un impegno militare considerevole, anche se quantitativamente non è una missione estremamente dispendiosa. La cosa interessante è che ufficialmente è una missione di antiterrorismo, mentre sino ad oggi gli obiettivi del nostro impegno nell’area saheliana era principalmente articolato sul tema del contrasto ai flussi migratori.Qual è il suo commento sulla missione? “Sicuramente positivo – chiarisce Coticchia dal punto di vista della coerenza con l’approccio nazionale di aver stabilito come prioritario quel quadrante di mondo. Non è particolarmente positivo se l’obiettivo è invece promuovere la stabilizzazione dei paesi nell’area, perchè in quel caso serve molto altro. C’è ampia letteratura critica nei confronti della militarizzazione dell’approccio europeo nel Sahel. Se vogliamo sconfiggere il terrorismo e anche interrompere l’esodo dei migranti bisogna agire anche con leve politiche ed economiche, e queste due mi sembrano assenti nel dibattito.”

Un commento positivo anche per la Presidente Garavini, che spiega che “la missione Takuba deriva dalla necessità strategica di promuovere stabilizzazione nella regione saheliana, che rappresenta un centro nevralgico di flussi migratori trans-continentali e fenomeni di estremismo violento. E’ una missione di una certa consistenza (20 mezzi terrestri, 8 mezzi aerei, e un numero massimo di 200 militari), avviata su richiesta formale dei capi di stato del Mali e del Niger su impulso francese, nell’ambito della Coalition pour le Sahel.” E ribadisce l’obiettivo specifico del contrasto ai gruppi terroristici: “concepita in ambito Onu – chiarisce la Senatrice – l‘operazione mira ad un contrasto coordinato ed internazionale contro i gruppi armati terroristici, particolarmente attivi nella zona.”

La terza, importante novità, è quella rappresentata dalla missione di sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea. Inaspettata, perchè non anticipata in sede di audizioni, la missione mira a fronteggiare le esigenze di prevenzione e contrasto della pirateria e delle rapine a mano armata in mare e ha l’obiettivo di assicurare la tutela degli interessi strategici nazionali nell’area, con particolare riferimento alle acque prospicienti la Nigeria. Tra i compiti specifici si legge che la missione nasce anche per “proteggere gli asset estrattivi di ENI, operando in acque internazionali”.

Si concentra su questo passaggio il commento di Coticchia: “E’ una novità molto interessante. Una missione specifica che riguarda azioni di antipirateria, delle quali l’Italia vanta già una profonda esperienza in diversi scenari. E’ un fatto positivo che venga esplicitata la volontà di proteggere gli interessi economici nell’area, in questo caso prevalentemente quelli di ENI. Non credo però che l’impegno sarà considerevole nel prossimo anno, sarà una presenza di deterrenza.”

Per la Senatrice Laura Garavini “la missione nel Golfo di Guinea ha l’obiettivo di contenere il fenomeno della pirateria, che ha assunto negli ultimi anni dimensioni preoccupanti in una delle aree di maggiore transito del commercio mondiale marittimo. Nella risoluzione del 2012 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per la pirateria nel Golfo di Guinea a seguito del rischio che rappresenta per la navigazione internazionale e per la sicurezza e lo sviluppo economico degli Stati della regione, sollecitando i singoli Stati a sviluppare e attuare strategie nazionali di sicurezza marittima, per la prevenzione, e la repressione della pirateria e della rapina a mano armata in mare.”

Una missione, questa, che opera all’interno di un quadro giuridico internazionale ben definito, come ricorda la Presidente Garavini, ma è tutt’altro che semplice: “il nostro impegno in questo quadrante si basa su di un solido quadro giuridico e di cooperazione sia locale che internazionale”, ribadisce la Senatrice. Che aggiunge: “resta la complessità dell’operare in questa regione, che ha un elevato volume di traffico a seguito dei giacimenti petroliferi presenti. Infatti da una parte la comunità internazionale ha l’obbligo di intervenire nella lotta contro la pirateria. Ma d’altro lato tale volontà si scontra con il rifiuto di alcuni paesi costieri, ad esempio la Nigeria, nelle cui acque territoriali agiscono e trovano rifugio i criminali. Ecco che credo sia utile che l’Italia contribuisca al rafforzamento della  cooperazione con i paesi dell’area. Cercando di intervenire sulle possibili cause della pirateria, legate al crescente impoverimento delle popolazioni locali.”

La missione mancante

Una missione annunciata, nel corso delle varie audizioni, anche dallo stesso Ministro Guerini, e che però al momento risulta assente, è quella nello stretto di Hormouz.

Per la Senatrice Garavini i motivi sono prettamente organizzativi. Come ci spiega, “gli obiettivi della missione europea Emasoh, che mirano a garantire la sicurezza della navigazione nello stretto di Hormuz e contribuire ad allentare la tensione creatasi nell’area dopo la crisi Usa-Iran, sono perfettamente condivisibili. La prevista partecipazione della nostra Marina militare con una unità è stata effettivamente rivista per ragioni organizzative.” E aggiunge che “resta aperta la possibilità di un intervento nel 2021.”

Per il Vicepresidente Massimo Candura il problema è ascrivibile a una differenza di visione sulla politica estera nella maggioranza: “anche nel caso di questa missione emergono le divergenze della maggioranza in politica estera. La missione EMASOH ha lo scopo di evitare le potenziali turbative alla libera navigazione attraverso lo stretto: pleonastico sottolineare l’importanza di Hormuz per l’Italia e l’Europa e altrettanto superfluo indicare nell’Iran la potenza che avrebbe interesse a e capacità di minacciare il passaggio delle petroliere. Probabilmente i rapporti con l’Iran e la postura di questa Repubblica islamica sono valutati in maniera non concorde dalle componenti l‘attuale maggioranza di governo.”

Anche per Coticchia la non presenza dell’Italia presso Hormouz è “temporanea”, e descrive come “rumors” le indiscrezioni che vedono una Farnesina in pressione sul Ministero della Difesa per impedire l’ingresso italiano nella missione EMASOH. Secondo il Professore, infatti, l’Italia “entrerà a far parte della missione, ma al momento si è preferito, anche ragionevolmente, valutati numeri comunque ingenti dell’apporto alle varie missioni per il 2020, ritardare il dispiego di nuove forze e risorse presso Hormouz”. Coerente, anche questo, dal punto di vista strategico rendendo prioritaria l’area mediterranea.

Il voto separato

Nel voto in aula in Senato si è assistito a una discussione interna alla maggioranza: due Senatrici, Emma Bonino (Più Europa) e Loredana De Petris (LeU), hanno chiesto un “voto per parti separate” relativamente alla risoluzione che prorogava per il 2020 le missioni del 2019. Un voto per parti separate specifico per la missione italiana bilaterale di supporto alla Guardia Costiera libica. Tale richiesta permette a chi è contrario a una singola missione di votare liberamente a favore delle altre, ma al contempo precludere il proprio voto alla singola missione non condivisa. E’ quello che è accaduto: 14 senatori hanno quindi votato contro alla  missione bilaterale di assistenza alla Guardia costiera della Marina militare libica, che ha l’obiettivo specifico di fronteggiare il fenomeno dell’immigrazione clandestina e della tratta di esseri umani, tramite l’addestramento della Guardia costiera libica e il mantenimento in esercizio delle unità navali cedute.

Compatto invece il voto dell’opposizione di centrodestra su questa missione, così come per le altre. Anche in questo caso, il Senatore Candura ascrive tale spaccatura a una mancanza di visione organica della maggioranza sulla Libia: “anche in questo caso – specifica il Vicepresidente Candura la visione della politica estera riflette l’eterogeneità delle forze politiche che sostengono il Governo Conte, che risulta non solo incapace di appoggiare con decisione uno dei contendenti in una fase di guerra aperta, ma complessivamente inerte, lasciando spazio aperto ad altri attori. Sembra che non venga considerato che la Libia è un spazio geopolitico vitale per il nostro Paese: l’inazione di fronte a questo conflitto non sarà priva di conseguenze negative per l’Italia.”

Anche per la Presidente Garavini la richiesta del voto per parti separate è stato un errore: “la missione di assistenza alla guardia costiera libica va inquadrata nell’ambito del nostro impegno in Libia. Un impegno le cui direttrici sono il sostegno alla stabilizzazione attraverso l‘appoggio del Governo internazionalmente riconosciuto di Al Sarraj, la lotta al terrorismo, il contrasto ai traffici illegali, e, al contempo, l’impegno, nelle opportune sedi diplomatiche, affinché la Libia attivi politiche di innalzamento della tutela dei diritti umani e di costruzione di istituzioni democratiche.”  

E sul voto contrario aggiunge: “a mio parere, la scelta di forze della maggioranza di non votare la missione di assistenza alla guardia costiera libica è stato un errore. La Libia si trova oggi in uno stato di guerra conclamata. Il sostegno al governo di Serraj rappresenta l’unica opzione per evitare un’ulteriore destabilizzazione. Perché le già drammatiche condizioni in cui versa la Libia dopo anni di guerra civile, rischiano di acuirsi ancora di più sotto la minaccia della diffusione dell’epidemia da COVID-19 e a seguito del conseguente crollo delle quotazioni del petrolio sui mercati.  Ecco perchè il nostro sostegno deve andare di pari paso alla pretesa del rispetto e della tutela dei diritti umani, tramite il miglioramento delle condizioni nei centri di accoglienza dei migranti e la stessa formazione del personale militare libico. Ma affinchè questo avvenga il nostro sostegno non può venire meno.”.

Per Coticchia questa divisione nella maggioranza non è particolarmente rilevante: “non sono sorpreso – spiega il docente – la letteratura scientifica sul voto dei partiti italiani riguardo le missioni all’estero dagli anni ’90 ad oggi vede un livello molto alto di consenso al centro, e un abbassamento del consenso se si va verso gli estremi della politica, in particolare nell’area della cosiddetta estrema sinistra.”

Una variabile che si riscontra nel voto dei partiti sulle missioni è l’appartenenza o meno al governo: “Un caso di scuola è certamente quello del Movimento 5 Stelle, estremamente critico rispetto a determinate missioni all’estero, penso a quella in Niger, mentre ieri è stato compatto nel votare positivamente il proseguo degli impegni militari. Interessante anche l’atteggiamento della Lega, che ha supportato, pur evidenziando criticità, l’impegno italiano all’estero. Questo nonostante sia all’opposizione, mentre in passato ricordiamo che dai banchi dell’opposizione non sempre ha votato a favore delle varie missioni militari internazionali.”

L’importanza del Parlamento

Al netto delle varie diatribe politiche, la legge quadro sulle missioni porta il dibattito – rispetto a un tema fondamentale come l’impegno militare di un paese – in Parlamento, luogo simbolo del livello più elevato della sovranità popolare. Fattore evidenziato anche da Coticchia, che ha ricordato che tutto questo dibattito sulla postura dei partiti è possibile grazie alla legge 145 del 2016. Anche il poter conoscere nello specifico i dettagli delle missioni, le forze impiegate e i fondi e le risorse destinate all’impegno, è un’importante conquista.
Il Parlamento ha svolto un impegno del tutto marginale per diversi decenni relativamente alle missioni militari: portare il dibattito e gli approfondimenti nelle Aule e nelle Commissioni di merito è una conquista della nostra stressa democrazia. E’ importante che un dibattito simile si sviluppi anche riguardo la politica estera, considerati i vari scenari di crisi che si moltiplicano nel mondo, o a margine di importanti riunioni come quella del Consiglio degli Affari esteri, che vede protagonisti i Ministri degli esteri europei.
Nell’ultimo summit andato in scena il 13 luglio, che ha affrontato le delicate situazioni di Hong Kong e dei rapporti europei con la Turchia, il Parlamento italiano non ha potuto proferire parola. Un intervento normativo, sulla falsa riga della legge 234 del 2012, che reca le norme generali sulla partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea, e che ha il merito di parlamentarizzare il dibattito europeo, sarebbe auspicabile anche relativamente a tematiche di politica estera, per riportare la materia al centro della discussione politica e parlamentare.