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Medio Oriente e Nord Africa: cosa è successo nel 2015

Il progressivo disimpegno statunitense e l’ascesa geopolitica di potenze regionali come Iran e Arabia Saudita, la crescente escalation di tensione tra queste ultime, la polveriera iraquena, il ruolo della Turchia e il peso della Federazione Russa, il dramma siriano, la lotta curda, le guerre civili libiche e yemenite, l’intifada dei coltelli in Terra Santa e, ovviamente, l’affermazione dello Stato Islamico. In attesa di affrontare questi e altri argomenti nelle cornici delle Winter School di Roma e Milano, Geopolitica.info ripercorre i momenti cruciali che hanno segnato direttamente o indirettamente l’area MENA (Middle East and North Africa) nel corso del 2015.

Medio Oriente e Nord Africa: cosa è successo nel 2015 - Geopolitica.info (cr. Alfredo Macchi)

 

7 gennaio: attacco contro la sede del giornale satirico Charlie Hebdo, a Parigi. Nell’attentato, rivendicato da “al-Qaeda nella penisola arabica” perdono la dodici persone e ne rimangono ferite undici.

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8 gennaio: il terrorista Amedy Coulibaly uccide una poliziotta e 4 persone in un supermarket koscher, dove poi viene ucciso. Gli autori dell’attentato a Charlie Hebdo, i fratelli Cherif e Said Kouachi, vengono uccisi nella zona industriale di Dammartin-en-Goële.

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22 gennaio: in Yemen i ribelli Huthi (minoranza sciita sostenuta dall’Iran) conquista la capitale Sana e mette in fuga il presidente Hadi (sostenuto da Arabia Saudita e Consiglio Cooperazione del Golfo).

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26 gennaio: termina l’assedio dell’ISIS di Kobane (iniziato a settembre 2014) con le milizie curde che riprendono il possesso della città.

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24 e 31 gennaio: il terrorista britannico Jihadi John uccide due ostaggi giapponesi in mano all’ISIS (la 5 e 6 decapitazione ripresa e pubblicata sui social network); il 3 febbraio l’ISIS brucia vivo il pilota giordano preso in ostaggio.

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16 febbraio: l’Egitto avvia una campagna di bombardamenti contro Derna e Sirte, le città libiche in mano all’ISIS in risposta alla decapitazione di 21 cristiani coopti su una spiaggia libica (video fa il giro del mondo con acque del Mediterraneo insanguinate).

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5-8 marzo: l’ISIS demolisce le antiche città di Nimrud, Hatra and Dur-Sharrukin in Iraq.

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12 marzo: il gruppo terroristico nigeriano di Boko Haram si affilia ufficialmente a ISIS.

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25 marzo: un commando terrorista attacca la capitale tunisina assaltando, tra gli altri, il prestigioso museo del Bardo: perdono la vita 24 persone. L’ISIS rivendica l’attentato e la successiva esplosione avvenuta a Sana’a, Yemen, il 27 marzo, in cui periscono quasi 150 civili.

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21 maggio: l’ISIS conquista la città di Palmira. Iniziano una serie di decapitazioni pubblicate su internet.

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26 giugno: un commando terroristico legato all’ISIS uccide sulla spiaggia di Sousse in Tunisia 39 persone.

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11 luglio
: un’esplosione a Il Cairo davanti al consolato italiano fa 2 morti.

APPROFONDIMENTO14 luglio: il gruppo 5+1 raggiunge l’accordo sul nucleare iraniano. Nell’accordo è prevista la progressiva rimozione delle sanzioni commerciali.

APPROFONDIMENTO24 luglio: la Turchia inizia i bombardamenti in Siria. Ufficialmente per colpire le postazioni dell’ISIS ma colpendo poi anche le roccaforti curde nel nord del Paese.

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3 settembre: sulla spiaggia di Bodrum viene fotografato il corpo senza vita di Aylan, bambino siriano in fuga dalla guerra.

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10 settembre:
iniziano i bombardamenti aerei della Russia in Siria contro le postazioni dell’ISIS. L’intervento russo è legittimato dalla richiesta di aiuto del governo siriano di Bashar al-Assad.

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28 settembre: il giorno prima del vertice delle Nazioni Unite sulla crisi siriana, l’Eliseo annuncia i primi attacchi francesi contro lo Stato Islamico

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10 ottobre: attentato dell’ISIS ad una manifestazione per la fine delle violenze tra esercito turco e separatisti curdi del PKK: 95 morti.

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15 ottobre: torna a crescere la tensione tra israeliani e palestinesi in quella che diventa mediaticamente nota come “l’intifada dei coltelli”.

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30 ottobre: summit sulla Siria a Vienna (partecipa anche l’Iran).

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31 ottobre: un volo Aeroflot da Sharm el Sheik a San Pietroburgo esplode in un attentato che miete 224 vittime.

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2 novembre: a cinque mesi da elezioni che l’avevano visto privato della maggioranza assoluta, una nuova tornata elettorale riconsegna all’AKP di Recep Erdogan l’egemonia sul parlamento turco.

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12 novembre: presunta uccisione da parte di un drone americano del terrorista Jihadi John nei pressi di Raqqa (capitale dell’ISIS); a Beirut sud due esplosioni uccidono 43 persone di confessione sciita nel quartiere dove è nato Hezbollah. Rivendicazione dell’ISIS.

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13 novembre: diversi commando dell’ISIS attaccano la città di Parigi in luoghi simbolici della vita occidentale: lo stadio dove è in corso la partita Francia-Germania, un concerto di musica rock nel teatro Bataclan e una serie di locali nei pressi di rue Oberkampf. Restano uccise in tutto 130 morti (tra cui l’italiana Valeria Solesin). Come rappresaglia agli attentati la Francia inizia una campagna di bombardamenti sulle posizioni dell’ISIS in Siria.

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24 novembre: i turchi abbattono un caccia russo nei cieli siriani, ma all’interno della loro “no fly zone”.

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17 dicembre: A Skhirat, in Marocco, i delegati del Congresso di Tripoli e quelli della Camera di Tobruk hanno firmato l’accordo per la creazione di un “governo di accordo nazionale”.

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Le radici messianiche dell’IS

Se si considerano le aree attualmente sede di conflitti ed acute tensioni ingenerate dai (cosiddetti) fondamentalisti islamici, si deve obbligatoriamente annoverare tra queste la regione al crocevia tra Mali-Tchad e Libia, il Sudan nord-occidentale, la regione a nord-ovest di Mossul, e il Sinjar (a sud-est di Damasco, lungo un’area che collega idealmente la Siria all’Iraq). Questi territori, venuti alla ribalta delle cronache nel corso degli ultimi quindici anni a seguito di eventi terroristici, inizialmente e in primo luogo riconducibili alle attività di Al-Quaida, e oggi dell’IS (stato islamico). L’IS (al-Dawla al-Islāmiyya) pretende restaurare il califfato (l’ultimo venne soppresso in Turchia con la riforma voluta da Ataturk nel 1924) ed estendere il proprio controllo su un’area che spazia dal Nord-Africa fino ai territori a maggioranza musulmana che si affacciano sul Bosforo.

Le radici messianiche dell’IS - Geopolitica.info

L’organizzazione sembra apparentemente emergere come una “costola” radicale da Al-Quaida nel 2004, inizialmente sotto la guida di Abū Mu’ab al-Zarqawī. Il rapporto con Al-Quaida viene però ad incrinarsi ben presto, già nel 2005, per il riemergere di differenze più contingenti e politiche (relative all’uso indiscriminato della violenza sulle popolazioni sunnite non wahabite)  che non ideologiche. Da allora, le attività dell’IS hanno marcato un continuo crescendo e non è inverosimile che eserciteranno sempre più un irresistibile richiamo nei riguardi di altri movimenti terroristici, primo tra tutti la stessa Al-Quaida.

Pochi sanno però che quel progetto affonda le sue origini molto lontano, e che è venuto alimentandosi a seguito della convergenza di due ordini di processi: la nascita di un movimento ereticale millenarista di ispirazione wahabita nel Sudan, intorno al 1881; e gli errori compiuti allora dagli Inglesi nel gestire quel primo caso prototipale di terrorismo cosiddetto “islamico”.

Terrorismo ante-litteram

Nel 1881 Mohamed Ahmed (1844-1885), educato nell’ambito di una tariqa sufi deviata ed infiltrata dal wahabismo – la Sammāniyya – sollevò i musulmani del Sudan contro il dominio egiziano per promuovere uno “stato islamico” – la Mahdiyah – retto dal Mahdi (il “ben guidato”) e destinato a contrastare la degenerazione dei costumi e ristabilire l’autentico Islam, dal Nord-Africa fino in India. Il Mahdi dichiarò lo Jihad (nonostante che il consiglio degli Ulema avesse disconosciuto la sua qualità di Mahdi e lo avesse discreditato), raccogliendo attorno a sé gli Ansàr (“coloro che aiutano”)  e promuovendo la conquista del Sudan. Di vittoria in vittoria, il Mahdi procedette con lo sterminio sistematico di sunniti e sciti, e in generale di quanti non si piegavano a riconoscere la nuova figura messianica come tale, distruggendo i luoghi di culto tradizionali (tra cui la tomba del sayyd Al-Hassan, a Kassala, luogo di venerazione particolarmente caro agli sciiti), in ciò anticipando le tristi gesta compiute dall’IS che registriamo in questi giorni.  Come noto, le truppe del Mahdi conquistarono Karthum nel gennaio del 1885 (dopo averla infiltrata ed aver fatto precedere l’attacco da una miriade di attentati suicidi e di episodi di micro-terrorismo anticipatori delle moderne tecniche) ed estesero il loro controllo su pressoché tutto il Sudan e l’Egitto meridionale. Dopo gli errori di sottovalutazione iniziali, occorsero vent’anni agli Inglesi per ristabilire un precario controllo sulla regione.

Muhammad Ahmad, il Mahdi, è tutt’oggi considerato il fondatore del nazionalismo sudanese. Il Partito Umma pretende esserne il discendente politico ed il custode della tradizione inaugurato nel periodo 1881-1885. Il Leader del movimento – Sadiq-al-Mahdi è il pronipote del primo Mahdi e l’Imam degli attuali Ansar, l’ordine religioso istituito ai tempi di Muhammad Ahmad. Sadiq è stato primo ministro del Sudan in due circostanze: nel 1966-67 e nel 1986-1989. Sarebbe interessante sapere se esiste un qualche collegamento tra i movimenti fondamentalisti attuali in Sudan e l’IS. Osama-bin-Laden era sicuramente in relazione con una cellula quaedista sudanese, e nel Sudan pose la sua base in cui dimorò dal 1992 al 1996. È probabilmente dalle basi del Sudan che vennero organizzati gli attentati di Nairobi e Dar-Es-Salaam contro le ambasciate statunitensi nel 1998, tant’è che la risposta americana comportò bombardamenti a tappeto di obiettivi militari e di fabbriche chimico-farmaceutiche in Sudan, presso Al-Shifa.

Califfato e Mahdi

L’obbiettivo del movimento mahadista, in perfetta assonanza con quello dell’ IS, era quello di diffondere il conflitto all’interno dell’Islam, per far poi prevalere le ragioni della Mahdiyah, intesa come “compimento” millenaristico dei fini dei tempi. Non a caso l’IS ha scelto per il suo “magazine” online il nome Dabiq, con riferimento all’area prossima ad Aleppo che la tradizione islamica descrive come il luogo dello scontro finale (l’armageddon, in greco) tra il Mahdi e al-Dajjal (il “bugiardo”, l’anticristo nella versione musulmana). Il riferimento a Dabiq è presente in numerosi hadith muhammadici (i “detti” attribuiti al Profeta), sovente citati da al-Zarqawi che ha ricordato come “la vittoria a Dabiq rappresenta la prima tappa nella conquista del mondo, a cominciare dalla disfatta di Costantinopoli e quindi di Roma”.

L’IS, ha quindi chiari caratteri “mahdisti”, cui del resto si richiama esplicitamente anche nei documenti resi disponibili online. Sulla base di questa (auto)investitura, l’IS ha riscritto le stesse regole della Shari’ah, legittimandole sulla base di presunte rivelazioni fatte direttamente al fondatore della setta da parte del Profeta Muhammad. È degno di nota come l’insegnamento veicolato dalla Sammāniyya (da cui emerse, ricordiamolo, il primo e più importante Mahdi), presenti non poche analogie con quanto proclamato dall’IS, ed in particolare mostra questo insolito connubio tra il richiamo ad un forte ed esasperato tradizionalismo e le istanze riformatrici che pretendono plasmare la società musulmana favorendone ‘appiattimento su una interpretazione letterale di alcuni passaggi coranici. Queste posizioni sono state mutuate dall’introduzione di un concetto assolutamente estraneo alla tradizione musulmana, il ijtihàd, ovvero la “meditazione personale ed indipendente” che deve guidare ogni credente nella sua “propria” analisi e lettura del Corano. Si tratta di una posizione teologica formalmente analoga a quella del Protestantesimo Luterano e Calvinista che rivendica al fedele il diritto di “interpretare” il testo sacro (aprendo così la via ad ogni sorta di arbitrio ermeneutico). Come conseguenza, chi compie questo genere di analisi servendosi dell’ijtihàd non è obbligato ad accettare le conclusioni dei grandi maestri medievali; anzi, la cieca adesione agli insegnamenti di questi maestri può essere considerata “politeismo”. Questo atteggiamento spiega in particolare la feroce opposizione dei fondamentalisti di ispirazione wahabita all’insegnamento degli Ulema e, in particolare, alla tradizione Sufi. Per altro verso, la portata chiaramente “ereticale” di tale assunto, spiega l’avversione risoluta della tradizione islamica sunnita e sciita nei confronti dell’IS e di tutti quei movimenti fondamentalisti che si richiamano alla ijtihàd.

Per questo la restaurazione del califfato costituisce solo un obiettivo minore e forse solo apparente rispetto ad una strategia che può essere correttamente solo in senso escatologico. Il carattere millenarista spiega tra l’altro perché l’IS eserciti una così forte influenza sui suoi membri e di come ne concorra a preservarne l’unità, a dispetto dell’eterogeneità dei partecipanti. L’IS conferisce ai propri aderenti ciò che la civiltà occidentale non riesce più a fornire: una interpretazione della vita ed un disegno escatologico che permette di assegnare valori e significato ad esperienze condotte al limite. Non bisogna tuttavia cadere nella trappola ordita da chi, dietro le quinte, manovra questo multi variegato fronte dell’ultra-fondamentalismo. È istruttivo infatti considerare l’ambiguo ruolo svolto finora dall’Arabia Saudita che, dopo decenni di sotterraneo fiancheggiamento, pretende porsi oggi alla testa del movimento anti-IS. L’IS finirà sicuramente con il crollare – per motivi esterni ed interni – ma alla fine, quale unico rappresentante accreditato dell’Islam “moderato” emergerà paradossalmente solo l’Arabia Saudita. Marginalizzato l’Iran, frantumati Siria ed Iraq, l’intero mondo musulmano rischia di essere egemonizzato, paradossalmente, proprio dalla potenza che più di tutti ha congiurato per creare l’attuale stato di crisi. E lo stendardo nero della “liberazione” mahidista ben presto resterà nelle sole mani dei wahabiti.

Non è infatti un caso che il messaggio mahdista trovi pronta accoglienza nelle popolazioni da secoli educate all’attesa del Mahdi: nel Sudan, in primo luogo, ma altresì tra i salafiti iracheni, dell’Arabia Saudita, o in alcune popolazioni presenti in Ciad, nel Mali e in Nigeria ed in Iraq. Il primo nemico dei mahdisti sono ovviamente gli sciti e gli alaouiti (i più propensi al dialogo con i cristiani) e quindi i sunniti tradizionali. Gli Yezidi, popolazione curda da sempre nel mirino delle persecuzioni musulmane (e non solo), rappresentano solo un utile agnello sacrificale, coinvolti, loro malgrado, in una guerra che interessa un’area geografica che costituisce uno snodo strategico nelle relazioni tra le diverse confessioni religiose islamiche.

A tale riguardo è inquietante come le aree calde cui dianzi si faceva riferimento, possano essere tutte inquadrate entro i confini di una carta geografica ricostruita sulla base delle antiche tradizioni misteriosofiche ed occultiste. È infatti noto agli studiosi sufi, da almeno un secolo (ben prima quindi degli avvenimenti odierni), che le aree in cui sarebbero comparsi i disordini legati all’avvento “apocalittico” del Mahdi (e in cui avrebbero “agito” le “forze del male”, esemplificate nella figura de Al-Dajjal), corrispondono ad alcune “torri” situate, almeno quattro di queste, nelle aree geo-strategiche di cui stiamo parlando. è altresì significativo che una quinta area venga collocata nella regione dell’antico Turkestan, oggi sede di tensioni tra comunità di diversa religione in cui sta facendo la sua comparsa un forte movimento islamista. Sapremo presto se questa leggenda si tradurrà ulteriormente in realtà.

Il Sultanato dell’Oman e le incognite sulla successione

Il suo Sultano, un uomo elegantissimo dagli occhi profondi, sembra uscito direttamente dal libro di favole “Le mille e una notte”. Ha 74 anni, governa il paese da oltre 40 anni e, cosa insolita per un regnante mussulmano, non ha figli.

Il Sultanato dell’Oman e le incognite sulla successione - Geopolitica.info Il Sultano al summit annuale del Consiglio per la Cooperazione del Golfo, 2008 (cr. Marwan Naamani/AFG/Getty)

Il paese che governa, l’Oman, sultanato di 3 milioni di abitanti nella parte sud orientale della penisola araba, è un paese mussulmano. I minareti dominano il paesaggio urbano della capitale Muscat, ma la voce del Muezzin che tre volte al giorno richiama i mussulmani alla preghiera, ci riporta al fascino di quell’Islam appreso nei libri di storia e nelle fiabe, non alle immagini di violenza e fanatismo a cui assistiamo quotidianamente. Questo perchè l’islam del sultanato è un islam diverso, o meglio è tutto l’Oman ad essere diverso dai suoi vicini arabi.

È circondato da paesi in guerra, da paesi destabilizzati dalla primavera araba ma qui, i tre milioni di abitanti (metà dei quali hanno meno di 25 anni) la primavera araba non sanno cosa sia. I turisti che affollano le spiagge non temono attacchi terroristici o rapimenti, anzi, si trovano di fronte a un regno moderno, dove, a fronte dei grattaceli e del lusso in stile Dubai, il raffinato sultano predilige aiuole ben curate e la costruzione di ospedali e strade per la popolazione. La fase che attraversa l’Oman da quando al potere c’è lui, Sua Maestà Quaboos Bin Said, è un vero e proprio boom  economico. Non a caso il sultano è amatissimo dai suoi sudditi che lo considerano l’artefice dell’Oman moderno. Certo, non è esattamente democratico, visto che impedisce l’esistenza di partiti politici e solo di recente ha affidato al parlamento omanita ridotti poteri legislativi.

Ma chi è questo Sultano che ama la musica lirica e indossa raffinatissimi turbanti?

Quaboos fa parte  degli Al Bu Sai Di, dinastia che dal 1744 regna in Oman. Ha studiato all’accademia militare in Inghilterra ed è li, a contatto con le idee moderniste occidentali che ha deciso, tornato in patria, di rovesciare suo padre e prendere il potere. È il 1970 e da allora, Quaboos, aiutato dagli inglesi, ha dato vita a un nuovo Oman, costruendo ospedali, strade e palazzi e portando i turisti sulle spiagge omanite. Non solo. Cosa eccezionale per i paesi del Golfo, ha concesso  il voto alle donne.

Vero monarca assoluto, detiene tutti i poteri ma, come detto in precedenza non ha eredi ed è malato. Quaboos infatti è stato sposato solo una volta, con una sua cugina ma ha divorziato tre anni dopo senza avere figli. Ha tre sorelle che a causa della legge da lui steso scritta non potranno entrare nella linea di successione. I parenti che hanno possibilità di succedergli sono dei cugini ma la scelta spetterà a un consiglio di famiglia. Decorsi tre giorni senza la decisione della famiglia reale, si dovrà procedere all’apertura di una lettera del sultano con l’indicazione del suo successore. Probabilmente quindi, sarà lo stesso Quaboos a scegliere il suo successore.

Negli ultimi mesi la questione  della successione al Sultano è tornata di stretta attualità a causa dello stato di salute di Sua Maestà. Delle sue condizioni di salute non trapelano notizie, si sa solo che lo scorso autunno ha trascorso diversi mesi in Germania per sottoporsi a delle cure.

Lo stato di salute del sultano ha allarmato la comunità internazionale, spaventata dall’instabilità politica che potrebbe derivare dall’uscita di scena di Quaboos. Si teme che la lotta per la successione possa compromettere la stabilità del paese considerando che la popolazione, per metà al di sotto del 25 anni, non ha conosciuto altre forme di governo e altri regnanti. Non solo, in una dinastia in cui i figli hanno rovesciato i padri, l’assenza di eredi diretti e una legge di successione scritta dallo stesso sultano fanno temere una fase di stallo. Insomma cosa e chi ci sarà dopo  il sultano Quaboos?

Dopo l’allarmismo degli scorsi mesi però, ad oggi non si sà più nulla delle sue condizioni di salute. Almeno per il momento Sua Maestà il sultano è ancora il padrone dell’Oman e dal suo palazzo continua a firmare decreti reali.

Perché l’Isis è una minaccia geopolitica

Le origini dello Stato Islamico dell’Iraq e al Sham (Isis) risalgono a quando Abu Musab al Zarkawi, dopo essersi formato militarmente nella guerra d’Afghanistan contro l’Armata rossa, negli anni Novanta fondò la Jamat al Tawhid wa-l-Jihad. Durante la guerra irachena, al Zarkawi fu attaccato dai vertici di al Qaeda, per l’uso eccessivo della violenza verso la popolazione irachena, piuttosto che contro le truppe della Coalizione, nonché per la propensione eccessivamente radicale nell’imposizione della shari‘a. Un’impasse interna che non poté far altro che ampliarsi nel 2006 in seguito alla morte del terrorista giordano. Dapprima sconosciuta e composta da poche dozzine di militanti non iracheni, l’organizzazione, quindi, si è progressivamente imposta all’attenzione generale creandosi una fama che ha varcato i confini dell’Iraq (dove dal 2004 era diventata nota come al Qaeda nella Terra dei due fiumi o al Qaeda in Iraq). La sua aggressività, unita all’efficienza operativa sul campo, ha attirato, infatti, l’attenzione dei servizi di intelligence internazionali.

Perché l’Isis è una minaccia geopolitica - Geopolitica.info

In seguito vennero fondati l’organizzazione Majlis Shura al Mujahedin e poi lo Stato Islamico in Iraq. Quest’ultimo rappresenta idealmente il diretto predecessore dell’Isis che, secondo il progetto originario, avrebbe dovuto estendersi sulla maggior parte dell’Iraq centro-occidentale. La realizzazione del piano politico-militare degli eredi politici di al Zarqawi, tuttavia, non è corrisposto del tutto alla sua versione sulla carta, essendosi scontrato con le resistenze dei leader delle tribù locali e con l’opposizione della popolazione nelle regioni irachene a maggioranza sunnita. Si è così aperto un periodo di crisi per l’organizzazione, che inizia nel 2006 (subito dopo l’uccisione di al Zarqawi), culminando nel 2010, con l’uccisione dei suoi uomini al vertice, Abu Ayyub al Masri e Abu Omar al Baghdadi, e con il conseguimento del potere da parte di Abu Bakr al Baghdadi. L’attuale Isis è stata in grado di sfruttare la progressiva frantumazione del campo iracheno, trovando nell’acuirsi della crisi siriana la via preferenziale per valicare i confini dell’Iraq. In questa prospettiva la filiazione locale di al Qaeda, Jabhat al Nusra, ha rappresentato un naturale alleato, con la quale tuttavia, i rapporti non sono mai riusciti a diventare idilliaci. In breve tempo, si arrivò allo scontro tra il leader di al Qaeda, al Zawahiri e Abu Bakr al Baghdadi. La capacità di unire i due “palcoscenici”, siriano e iracheno, ha consentito di fatto al secondo di rilanciare il suo progetto militare e geopolitico, proseguendo inesorabilmente fino alla proclamazione del califfato del 29 giugno scorso.

Con questo atto l’Isis ha definito il suo obiettivo nel lungo periodo, attribuendo al suo leader il duplice potere, sia temporale che spirituale, di comandante dell’umma (intesa sia quale comunità religiosa che come soggetto politico). Nel breve e medio periodo, al contrario, l’obiettivo dell’ Isis è consolidare il proprio potere nei territori conquistati. Anzitutto nella dimensione della violenza, attraverso una legittimazione sul piano militare simmetrico che aveva sempre fatto difetto ad al Qaeda, e – forse – in seguito attraverso l’acquisizione di una soggettività internazionale legata all’assunzione dei tratti essenziali di uno Stato. Nonostante molte azioni dell’Isis equivalgano per efferatezza a quelle del gruppo di Bin Laden e al Zawahiri e di altre organizzazioni della galassia del radicalismo islamico, a livello politico l’organizzazione di al Baghdadi ha compiuto un vero e proprio salto di qualità rispetto ai gruppi islamisti del passato. Si proverà, in questa sede, a individuare sinteticamente i principali elementi caratterizzanti dell’Isis, che stanno imprimendo uno spostamento dalla configurazione di organizzazione terroristica pura verso una condizione più vicina a quella della statualità (si tratta per il momento solo di alcuni tratti che indicano un semplice avvicinamento al modello statale, che apparendo in via di formazione è sottoposto a esiti assolutamente incerti):

  1. Territorio: l’Isis ha rapidamente imposto e poi ampliato un controllo politico effettivo su porzioni di territorio siriano e iracheno, stabilendo una condizione simile al monopolio della coercizione fisica (resta da verificare quanto “legittimo” secondo l’accezione weberiana). È la prima volta che un gruppo di terroristi si impadronisce di un’area progressivamente più ampia e dai confini delimitati. Anche la pulizia etnico-religiosa contro yazidi, curdi e cristiani sembra seguire – seppur realizzata con lo zelo proprio del fanatismo religioso – manifesta la volontà di creare una comunità politica omogenea ben definita sotto il profilo culturale. Le truppe dell’Isis, inoltre, hanno conquistato alcune città di importanza strategica – Raqqa (la “capitale”), Aleppo e Abu Kamal in Siria e Mosul, Ramadi e Falluja in Iraq – che permettono il controllo su infrastrutture, passaggi nevralgici lungo i corsi fluviali del Tigri e dell’Eufrate, pozzi petroliferi e raffinerie. In questi territori l’Isis non si sta comportando come un gruppo terroristico tradizionale, cercandovi rifugio o possibilità di razzia, ma sta imponendo una macchina amministrativa, una nuova legge e le tasse come un governo “normale”. Durante l’estate, il gruppo è penetrato più in profondità nel territorio siriano, riguadagnando una porzione di territorio che aveva perso a vantaggio di altre formazioni ribelli, mentre in quello iracheno avanza verso Baghdad. Più difficoltà, invece, sembra aver incontrato nel tentativo di controllare le zona di frontiera, come quelle tra l’Iraq e la Siria e, soprattutto, quelle con la Turchia, per cui la presa di Kobane rappresenta un upgrade strategico;
  2. Organizzazione: l’Isis si contraddistingue per la struttura articolata – che richiama per molti versi l’organizzazione di governo di uno Stato – al cui vertice figura l’autoproclamatosi califfo Abu Bakr al Baghdadi, coadiuvato da un gruppo di consiglieri personali. Lungo la linea di comando seguono due delegati, uno responsabile per la Siria – Abu Ali al Anbar – e l’altro per l’Iraq – Abu Muslim al Turkmani – ai cui ordini rispondono rispettivamente dodici governatori. Questo segmento di vertice forma una sorta di esecutivo noto come al Imara. Nella piramide del potere figurano poi una serie di “consigli locali”, incaricati di occuparsi nei loro territori di competenza dei settori chiave per la sopravvivenza dell’organizzazione (giuridico, finanziario, militare, intelligence, comunicazione, arruolamento). La struttura è stata rinforzata dal reclutamento tra le sue fila di una parte dell’apparato militare e amministrativo dell’ex regime di Saddam Hussein, facendo leva sull’identità sunnita che ne ha impedito ogni tipo di reintegrazione durante il governo “sciita” di Nuri al Maliki. Le milizie dell’Isis – che vanno assumendo sempre più le sembianze di un vero e proprio esercito – posso contare, inoltre, sui circa 11.000 volontari giunti dai Paesi a maggioranza islamica (tra cui spiccano i 3000 volontari dalla Tunisia, i 2500 dall’Arabia Saudita, i 1500 dal Marocco, ma con volontari provenienti anche da Turchia e Algeria), ma anche dagli Stati occidentali che ospitano le comunità islamiche più ampie (più di 900 volontari dalla Francia e più di 800 dalla Russia, ma alcune decine provengono anche da Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Italia, Spagna, Belgio, Olanda e Kosovo);
  3. Economia: L’indotto generato dal commercio clandestino di petrolio e dall’attività delle raffinerie – le stime oscillano da uno a più di tre milioni di dollari al giorno – ha contribuito a trasformare l’Isis in uno dei gruppi terroristici con maggiori disponibilità economiche che la storia ricordi. L’organizzazione controlla molti dei pozzi petroliferi della Siria orientale e nell’Iraq centro-settentrionale. Nel mese di luglio, i miliziani hanno preso il controllo del più grande campo petrolifero siriano – Omar – che produce circa 30.000 barili al giorno e stanno concentrando la loro penetrazione militare in Iraq proprio nelle aree più ricche di risorse energetiche. Gli esperti stimano che i giacimenti di petrolio iracheni sotto controllo dell’Isis possono produrre dai 25.000 ai 40.000 barili di petrolio al giorno;
  4. Armamenti: Lo Stato Islamico ha rubato migliaia di armi e attrezzature da postazioni militari irachene ed è in possesso anche di carri armati e artiglieria pesante (come dimostrato anche dalle forze che hanno conquistato Kobane). Inoltre, ha intercettato forniture (inviate da governi stranieri) dirette verso altri gruppi ribelli siriani. Tra le armi ora in dotazione ai miliziani dell’Isis ci sarebbero anche fucili M16 e M4 che riportano la dicitura “Proprietà del Governo degli Stati Uniti” e che sono anche nelle mani delle forze sciite irregolari in Iraq (probabilmente fornite dagli Stati Uniti al nuovo esercito iracheno dopo la caduta del regime di Saddam Hussein). Non è da escludere, peraltro, che – non solo nelle fasi iniziali della guerra civile siriana – all’Isis siano arrivate direttamente forniture militari da alcuni Stati dell’area che hanno cercato di utilizzarla come strumento per far tramontare – o almeno a offuscare – la “mezzaluna sciita” disegnata dall’Iran su Siria, Iraq e Libano dopo il 2003.

Questi elementi contribuiscono a tracciare un profondo solco tra l’Isis e altre organizzazioni terroristiche che l’hanno preceduta, soprattutto tra quelle che hanno agito nella regione ribattezzata dall’intelligence statunitense “Grande Medio Oriente”. La stessa al Qaeda, che per anni ha costituito il gruppo islamista più temibile, non ha mai avuto il controllo diretto ed effettivo di un territorio, limitandosi ad influenzare – anche se in maniera significativa – le scelte del regime dei talebani in Afghanistan. Allo stesso modo la sua organizzazione, la sua capacità estrattiva di risorse economiche e la sua dotazione militare – sebbene realizzate su una scala maggiore rispetto al passato – restavano quelle di un’organizzazione terroristica.

Tali considerazioni, tuttavia, non possono far prevedere la trasformazione dell’Isis in un vero e proprio Stato, ma solo segnalare una tendenza geopolitica che sembra in atto e con cui – volenti o nolenti – gli Stati Uniti e i loro alleati dovranno fare i conti quanto meno nell’immediato futuro. Sull’evoluzione delle dinamiche in atto graveranno in misura determinante la capacità dell’Isis di rafforzare la sua legittimità tra la popolazione governata (se da una parte l’ha guadagnata con l’uso della violenza, dall’altra occorre notare che non ci sono stati esodi di popolazione sunnita dai territori conquistati), l’intensificazione degli attacchi aerei guidati dagli Stati Uniti in Siria e Iraq e sostenuti, boots on the ground, soprattutto dai peshmerga curdi, nonché la possibilità di un intervento militare della Turchia (alle condizioni espresse dal primo ministro Ahmet Davutoglu). La posizione dell’Isis, tuttavia, sta godendo dell’incapacità dell’Amministrazione Obama di sciogliere un dilemma geopolitico molto più complesso. Cercare l’appeasement con l’Iran – e quindi continuare con gli attacchi arei contro le postazioni dell’Isis, rinunciando al sostegno militare turco e all’abbattimento del regime di Assad – o riallinearsi con la Turchia e altri Paesi sunniti, tagliando così le radici all’Isis ma alzando la tensione sul capitolo del nucleare iraniano e affrontando un nuovo regime change in Siria?

Riyad, nuovo baricentro politico del Vicino Oriente?
Nel dicembre 2010 è scoppiata in Tunisia la rivolta contro il regime di Ben Ali che ha sancito l’inizio delle cosiddette “rivoluzioni arabe”. La fiamma della protesta si è propagata velocemente lungo i Paesi del Maghreb e del Medioriente mettendo in discussione il potere di consolidate autocrazie che hanno retto per decenni i destini di quella vasta area del mondo. Per quanto l’argomento necessiti indubbiamente di un’analisi più approfondita, in questa sede possiamo limitarci a rilevare che le cause del malcontento che ha portato centinaia di migliaia di persone a riempire le piazze delle maggiori città del Vicino oriente e della costa mediterranea dell’Africa sono da ascriversi principalmente ad un progressivo aumento del prezzo dei generi alimentari che ha messo via via in ginocchio le già magre finanze di una popolazione che spesso vive presso la soglia della povertà e che è stata storicamente educata dai regimi politici locali a covare un forte risentimento anti-occidentale ed anti-israeliano al fine di nascondere le inefficienze, le mancanze e la corruzione che caratterizzano da sempre i governi impersonati dal “ra’is” mediorientale di turno.

Riyad, nuovo baricentro politico del Vicino Oriente? - Geopolitica.info
Approfittando del diffuso malcontento politico ed economico e delle situazioni sociali più degradate, il fondamentalismo islamico di natura politica, organizzato da esponenti delle classi medio-alte della società, ha acquistato progressivi consensi fra la popolazione e ha per anni pazientemente preparato la sua ascesa al potere attendendo il momento più propizio per mettere in atto i suoi piani di occupazione sistematica di tutte le posizioni chiave dello Stato. Da questo punto di vista è esemplare il caso dell’Egitto che nel gennaio 2011 è stato coinvolto nella rivolta che è dilagata con estrema celerità in Medioriente e che ha visto l’ascesa al potere del partito dei Fratelli Musulmani il quale, messe da parte le deboli forze democratiche e liberali presenti nel Paese che pure avevano partecipato inizialmente alle manifestazioni anti-Mubarak, ha assunto rapidamente il controllo della piazza e con essa del Paese. A questo punto, messo in discussione lo status quo dell’Egitto, alleato storico degli Usa, la mossa successiva che tutti si attendevano verteva su un forte intervento politico degli Stati Uniti al fine di garantire la continuità della politica estera del governo de Il Cairo a fronte dell’importante posizione strategica del Paese e dei conseguenti cospicui finanziamenti che Washington elargisce da decenni a favore delle forze armate e dell’economia del Paese del Nilo.

Oltre a ciò ci si attendeva che gli Americani iniziassero a mettere in atto tutta una serie di contromosse politiche volte a far sì che la propria supremazia nell’area, su cui si erano innestati gli interessi degli alleati degli Usa, non venisse messa in discussione da cambiamenti di regime che non andassero nella direzione più o meno desiderata. Abbiamo assistito al contrario ad una politica di “inazione totale” promossa dall’amministrazione Obama che, mano a mano che la situazione in Medioriente e nel Maghreb seguitava a precipitare, è rimasta ad osservare passiva quanto stava accadendo e a “benedire gratuitamente”, come accaduto in Egitto, qualunque regime tentasse di sorgere dalle ceneri dei precedenti governi rovesciati dalle proteste di piazza. L’assenza americana sullo scenario mediorientale da un lato ha messo in pericolo gli interessi europei nell’area e dall’altro ha lasciato attoniti i Paesi del Golfo che, a partire dalla fine del secondo conflitto mondiale, hanno sempre contato sulla presenza politica e militare statunitense al fine di garantire la stabilità nella regione. In particolare la casa reale dei Saud ha iniziato a temere per la propria sopravvivenza politica quando il germe della rivolta è sbarcato sulla penisola arabica ed in particolare nel Bahrein. Nel piccolo regno del Golfo persico regna la dinastia degli Al-Khalifa di fede sunnita mentre la popolazione appartiene in maggioranza alla fede sciita.

La rivolta in Bahrein ha conosciuto subito l’infiltrazione di elementi filoiraniani e, di conseguenza, delle ambizioni regionali di Teheran, la quale ha tentato fin dai primi momenti di sfruttare la confusione in atto per estendere la propria influenza nella regione. Gli scontri di piazza in atto in Bahrein hanno immediatamente preoccupato Riyad che ha organizzato nel marzo 2011, su richiesta del re del Bahrein ed in collaborazione con gli Emirati Arabi Uniti ed altri paesi appartenenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo, un intervento militare nel piccolo regno mediorientale scosso dalle richieste di riforme di una maggioranza che mal sopporta il governo della casa reale sunnita al potere. La vicina monarchia del Qatar non è rimasta a guardare gli eventi dall’esterno e, animata da un’intraprendente e spregiudicata politica estera promossa dall’emiro Hamad bin Khalifa Al Thani (a cui è succeduto il figlio nel giugno scorso), ha pensato bene di cavalcare l’onda delle rivolte laddove fossero presenti forti movimenti islamici, da sempre sostenuti politicamente e finanziariamente dall’emirato stesso: in primo luogo Egitto, Libia e Siria oltreché Tunisia. Nel febbraio 2011 sono scoppiate le prime rivolte in Libia che hanno visto la feroce repressione di Gheddafi, azioni che hanno suscitato l’indignazione della comunità internazionale.

In questo contesto si è affacciata la Francia che vanta forti interessi in Africa occidentale e che sta conducendo nell’area un serrato confronto politico-economico con le ambizioni internazionali della Cina. Il petrolio della Libia ed il suo ruolo geopolitico non hanno richiamato l’attenzione esclusivamente di Parigi ma anche di Londra, la quale ha compreso presto quanto fosse meglio “cavalcare la tigre” dei cambiamenti in atto in Medioriente appoggiando la richiesta francese di intervento militare contro il regime di Gheddafi piuttosto che stare a guardare i Francesi intavolare relazioni privilegiate con il mondo arabo, importante partner finanziario della City. Se Francia e Regno Unito hanno assunto subito l’iniziativa politica in Libia (anche in funzione anti-turca, anti-russa nonché anti-cinese), Washington, permeata dall’immobilismo obamiano, inizialmente non si è fatta coinvolgere dagli entusiasmi anglo-francesi per una possibile avventura libica, salvo poi partecipare alla campagna aerea contro Gheddafi grazie ai buoni uffici dell’allora Segretario di Stato Hillary Clinton e al più che probabile interessamento delle compagnie petrolifere americane. Sul fronte opposto al regime di Tripoli si sono aggiunti anche alcuni Paesi del Golfo, tra i quali il Qatar che da allora in poi ha assunto ufficialmente un ruolo chiave nei focolai di crisi più importanti del mondo islamico. Se da un lato Francia, Regno Unito e Paesi del Golfo sono diventati attori attivi in seno ai mutamenti storici in corso nel Vicino Oriente, dall’altro la politica estera obamiana ha mostrato tutta la sua inadeguatezza rispetto al ruolo politico-militare che gli Stati Uniti hanno saputo storicamente plasmare nei decenni successivi alla crisi di Suez del 1956.

Il declinare dell’influenza americana si è reso evidente non solo nella promozione del “non intervento” nelle crisi in atto ma anche nella gestione del travaglio egiziano con l’avallo del governo dei Fratelli Musulmani da parte della Casa Bianca, avallo al contrario negato dal premier britannico Cameron che nel corso di una sua visita a Il Cairo dopo la caduta di Mubarak ha incontrato tutti gli esponenti dell’opposizione al regime eccetto quelli dei Fratelli Musulmani. Da questo punto di vista gli Americani non solo hanno frettolosamente ed improvvidamente scaricato Mubarak lasciandolo al suo destino, in mano ad un esercito disorientato dagli eventi e politicamente abbandonato dai suoi alleati storici, ma hanno addirittura disconosciuto la loro politica estera precedente appoggiando con grande leggerezza un governo di stampo teocratico e di matrice anti-occidentale, quale quello dei Fratelli Musulmani, causando le ire di Israele e di alcuni Paesi arabi quali l’Arabia Saudita, traditi due volte dagli Americani, una prima volta di fronte alla loro inazione sul campo, una seconda volta di fronte all’appoggio offerto ai loro nemici storici o contingenti. Al contrario il Qatar, sostenitore dei Fratelli Musulmani, ha inizialmente tratto beneficio politico dal nuovo corso egiziano, trovandosi in contrasto con Riyad sul governo de Il Cairo ma in alleanza con l’Arabia Saudita in Libia e Siria.

La stessa politica estera americana ha conosciuto un nuovo tracollo di credibilità nel momento in cui l’esercito egiziano, un tempo “confortato” nelle proprie azioni dagli Stati Uniti, si è sentito sufficientemente forte per fare da sponda all’opposizione “laica e liberale” scesa prepotentemente in piazza contro Morsi (questa volta stranamente organizzatissima rispetto alla prima fase della rivolta egiziana quando fu letteralmente scaraventata giù dal palco dai Fratelli Musulmani) e per defenestrare definitivamente il governo dei Fratelli Musulmani, sostenuto politicamente dalla Casa Bianca, riabilitando infine la figura del deposto presidente Mubarak. Tutto ciò ha potuto avere luogo nel momento in cui alcuni Paesi del Golfo, Arabia Saudita in testa, hanno messo a disposizione de Il Cairo, oltreché il proprio appoggio politico, 12 miliardi di dollari come primo viatico per ristabilire l’ordine nel Paese, una cifra di denaro tale da far impallidire l’aiuto economico americano ancora elargito a favore dell’Egitto in cambio dell’accettazione di un nuovo status quo sostenuto da Obama che prevedesse il totale disimpegno della Casa Bianca tutto a vantaggio dei piani della fratellanza musulmana. E’ in quest’ottica che probabilmente va letta la sostanziale estromissione politica (e il suo conseguente “auto-allontanamento”) del mal sopportato El Baradei, “uomo per tutte le stagioni” ma ultimamente vicino a Washington e pertanto mal visto dal nuovo uomo forte d’Egitto, il generale Al-Sisi.

La caduta del regime dei Fratelli Musulmani ha ridimensionato le mire qatariote nel Medioriente mentre ha adombrato la supremazia saudita nell’area. Dopo che in Libia gli Americani avevano tentato, in maniera fallimentare, di mettere il “loro uomo” alla guida del governo del Paese, gli stessi hanno provato a mettere in atto la stessa tattica in Siria. In entrambe le situazioni la pragmatica politica della CIA non era supportata altrettanto fattivamente dalla Casa Bianca e, in mancanza di aiuti materiali e morali da parte di Washington, il candidato americano è stato defenestrato a favore di candidati vicini a chi offriva “contenuti concreti” alle rivoluzioni in corso. In Siria l’azione politica europea ha visto coinvolta in prima linea la Francia, quale ex potenza coloniale mandataria a cui l’opposizione siriana ha chiesto apertamente aiuto, ed il Regno Unito, quale interprete delle preoccupazioni dei Paesi del Golfo, nelle vesti di partner economici di Londra e di “ex colonizzati” di Sua Maestà. Questa volta tuttavia il Qatar e l’Arabia Saudita si sono trovati, come in Libia, dalla stessa parte nel ruolo di principali finanziatori e sostenitori dei gruppi di opposizione, il Qatar maggiormente rivolto ai gruppi islamisti con risvolti per la verità piuttosto ambigui, l’Arabia Saudita interessata alla leadership sul campo prontamente assunta a suon di petroldollari ai danni del politicamente effimero candidato americano.

La Siria, per quanto di maggioranza sunnita, tuttavia ha presentato fin da subito difficoltà politico-militari non di poco conto dato che il regime della minoranza alawita (di matrice “sciita”) di Assad non è politicamente isolato come quello libico o concatenato con l’Occidente come quello egiziano. Assad può godere della protezione della Russia, la quale beneficia dell’utilizzo di una base navale a Tartus fin dai tempi della Guerra Fredda, e dell’Iran (a sua volta legato a Russia e Cina), che necessita dell’appoggio siriano per minacciare i Paesi del Golfo, Israele e porre sotto scacco il Libano e Tel Aviv tramite Hezbollah. Israele, disorientato dalla posizione americana, in questo contesto ha indubbiamente dovuto rivedere le sue priorità nella regione, condannare la caduta del regime di Mubarak e plaudere al ritorno dell’esercito al potere, condividere assieme alla Turchia l’aiuto all’opposizione siriana contro Assad ma sostenere Al-Sisi dalle critiche dell’islamico Erdogan, supportare l’Arabia Saudita, pur temendone l’accresciuta potenza, nell’azione in Siria ed in Egitto ma contrastare i piani qatarioti in Egitto a favore dei Fratelli Musulmani e, di conseguenza, di Hamas.

Oggi l’Arabia Saudita, assieme ai Paesi del Golfo compreso un Qatar che sembra aver intrapreso una strada caratterizzata da più miti consigli rispetto il mondo dell’integralismo islamico, nei fatti rappresenta il più importante attore politico della regione, un perno sul quale gli interessi di singoli stati europei (non dell’Unione Europea in quanto tale, la quale continua a dimostrare la propria ininfluenza politica) hanno posto il loro lubrificante per favorire la stabilizzazione dell’area. Allo stesso modo la politica del presidente Obama, il quale vive fin dalla sua prima elezione alla Casa Bianca quale separato in casa con il Pentagono e con i “falchi” americani, è piuttosto estranea alla tradizionale visione strategica statunitense nella regione. Obama, rinchiusosi a riccio sui problemi della politica interna (con modesto successo per la verità), ha dimostrato di possedere scarso interesse per le crisi internazionali e forse, in cuor suo, simpatizza per quelle rivendicazioni, giuste o sbagliate che siano, che mostrano “corrispondenza di amorosi sensi” con la storia del proprio vissuto personale e familiare. Se da un lato Obama è forse l’interprete di quelle che sono le aspettative e le priorità delle classi sociali medio-basse che fanno sentire una crescente pressione in seno al corpo elettorale americano, dall’altro, così facendo, il ruolo geopolitico degli Stati Uniti nel mondo si avvia verso un inevitabile ridimensionamento.

Se in campo occidentale diminuisce il ruolo degli Usa aumenta quello anglo-francese ed in particolare Parigi sta conducendo con successo, in cooperazione con le forze armate di alcune ex-colonie, un intervento militare in Mali contro le milizie islamiche inizialmente sostenute dal Qatar, accrescendo il proprio prestigio politico-militare in seno a quello che la Francia considera il “proprio giardino di casa” e mettendo in secondo piano una Cina che, per quanto colosso economico, è ancora un attore politico immaturo frenato da una classe dirigente non ancora preparata a compiere il “grande balzo in avanti” nel mondo. E’ altresì difficile valutare se l’obamismo imperante sia una tendenza destinata a durare o meno nel lungo periodo, tuttavia le difficoltà del bilancio federale degli Stati Uniti lasciano presagire che l’obamismo tragga in parte anche ragione da problematiche legate a più comprensibili difficoltà finanziarie e a conseguenti tagli nel comparto della Difesa.