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L’Operazione Prima Parthica

A seguito dell’espansione dello Stato Islamico (IS) in Iraq e Siria, gli Stati Uniti hanno formato una Coalition of Willingcon lo scopo di fornire alle forze di sicurezza irachene il supporto operativo per sconfiggere l’IS, rendere sicuri i confini, ristabilire la sovranità dello Stato iracheno e formare forze armate e di polizia in grado di garantire la sicurezza della Nazione. Nell’ambito della missione internazionale Inherent Resolve, l’Italia con l’Operazione Prima Parthica dà il proprio contributo fornendo personale di staff ai comandi multinazionali in Iraq e Kuwait nonché assetti e capacità di formazione e assistenza alle forze armate e di polizia irachene, assumendo un ruolo fondamentale nella lotta all’espansione del Califfato, fortemente apprezzato a livello internazionale.

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Attualmente l’Italia ha un ruolo attivo nell’ambito della coalizione multinazionale di 65 Paesi che, attraverso Inherent Resolve, si impegna a contrastare l’avanzata dell’autoproclamato Stato Islamico. Le forze dei vari Paesi operano ai sensi della Carta ONU nonché delle Risoluzioni 2170 del 15 Agosto 2014 e 2178 del 27 Settembre 2014, sulla base della richiesta di soccorso presentata il 20 Settembre 2014 dal rappresentante permanente dell’Iraq presso l’ONU al Presidente del Consiglio di Sicurezza. All’interno di questa missione internazionale, l’Italia agisce tramite l’Operazione Prima Parthica (il nome deriva dalla legione romana che arruolava i propri uomini in Medio Oriente nell’odierna Sinjar, al confine tra Siria e Iraq): il dispositivo nazionale opera in Iraq e Kuwait e in particolare ad Erbil, dove sono in corso cicli di formazione a favore dei Peshmerga da parte dei soldati italiani, e Baghdad, presso cui sono in corso attività di formazione e assistenza per le unità delle Forze Speciali irachene da parte dei Carabinieri.L’Accademia Aeronautica invece conduce missioni di ricognizione con i propri aerei e rifornisce i velivoli della coalizione. Circa 1400 militari appartenenti a tutte le Forze Armate sono impiegati in quattro fasi:

– prima fase di supporto umanitario (dal 16 al 20 Agosto 2014) in cui hanno operato circa 45 unità tra aviorifornitori ed equipaggi di volo nel trasporto e consegna di materiale umanitario;

– seconda fase, completata, per la fornitura di armamento ad Iraqi Security Forces e milizie volontarie, con l’utilizzo di 30 unità tra equipaggi di volo e aviorifornitori;

– terza fase, da Ottobre 2014, consistente nell’inserimento di personale in Kuwait, ad Al-Udeid (Qatar), Baghdad ed Erbil per esigenze di comando e per addestrare i militari Peshmerga e iracheni;

– quarta fase, da Ottobre 2014,che ha permesso lo schieramento di un velivolo di rifornimento in volo, di alcuni assetti per ricognizione e sorveglianza, di 2 aerei a pilotaggio remoto Predator e di 4 Tornado in Kuwait.

A Erbil, capitale del Kurdistan iracheno, avviene l’addestramento di circa 7000 combattenti curdi Peshmerga, i quali combattono per cacciare dalle loro terre gli invasori dell’IS. Quando nell’Agosto del 2014 gli uomini del Califfato hanno raggiunto i deserti dell’Iraq hanno fatto pulizia etnica, massacrando i fedeli al Yazidismo (fede religiosa diffusa nel nord dell’Iraq) e obbligando i cristiani alla conversione all’Islam o a ricadere sotto il loro giogo. I Curdi iracheni oggi si sono organizzati e con l’aiuto della comunità internazionale sono passati al contrattacco infliggendo all’IS le prime pesanti sconfitte. A prepararli ci pensano anche i militari italiani che operano in Iraq presso il Kurdistan Training Coordination Center il cui comando è attribuito alternativamente per un semestre a Italia e Germania. L’Italia vi impiega circa 400 militari, di cui 120 istruttori. Grazie al loro aiuto e alle armi fornite (missili anticarro Folgore e mitragliatrici pesanti) in questi mesi i Peshmerga sono riusciti a liberare Sinjar, centro yazida e nodo strategico che collega Mosul a Raqqa, la capitale dell’intero califfato islamico. Ad inizio 2016 la preparazione dei combattenti curdi è stata affidata ad artiglieri e genieri della Brigata Folgore. I Peshmerga vengono istruiti per 5 settimane attraverso un corso di specializzazione al combattimento basato su tattiche di avvicinamento ai target, lavoro coordinato di squadra, sganciamento sotto il fuoco nemico, rudimenti di pronto soccorso sul campo di battaglia, utilizzo dei mortai e dei fucili di precisione. I soldati italiani addestratori sono tutti veterani, già operanti in Afghanistan, Libano, Somalia e Balcani, e il loro lavoro di addestramento avviene in un clima disteso, basato su rispetto e stima reciproca. Ultimamente il personale militare italiano presente ad Erbil ha ricevuto il via libera per entrare a far parte anche del sistema di recupero di personale isolato appartenente ad Inherent Resolve: il servizio è svolto da personale specializzato del 66° reggimento fanteria aeromobile Trieste organizzato in 4 elicotteri multiruolo e 4 Mangusta con equipaggi chiamati a recuperare personale isolato, militare e civile appartenente alla coalizione.

A Baghdad, presso Camp Dublin, invece l’Arma dei Carabinieri forma gli agenti per i territori liberati dall’IS. Il campo è stato base operativa dal 2007 al 2011 delle unità dei Carabinieri impegnate nella NATO Training Mission Iraq per tenere corsi di addestramento delle locali forze di sicurezza, estremamente apprezzati anche a livello internazionale tanto che gli USA, riconoscendone la leadership nell’attività, hanno chiesto ancora all’Italia di tornare nel Paese per riprendere lo stesso compito svolto con successo fino a quattro anni prima. La missione d’addestramento è stata considerata fondamentale per combattere efficacemente gli jihadisti del Califfato direttamente sul territorio, soprattutto attraverso la formazione di forze di polizia necessarie a mantenere in sicurezza aree liberate. La richiesta americana è arrivata nel Marzo 2015, stesso mese nel quale l’IS faceva strage al Museo del Bardo a Tunisi. L’allarme internazionale era altissimo. Dunque la missione dei Carabinieri fu pianificata ed organizzata in tempi strettissimi tanto che a Giugno Camp Dublin era già pronto. Un primo gruppo di 10 addestratori giunse in Iraq e iniziò il primo corso di training per 150 allievi che facevano parte sia delle forze di polizia federali che di quelle locali. Nell’Ottobre 2015 è stata raggiunta la piena capacità operativa. In questi mesi più di 900 allievi si sono rilevati estremamente motivati nell’apprendere gli insegnamenti di circa 90 unità costituenti la Task Force Carabinieri, con la precisa volontà di risolvere i problemi del loro Paese, dimostrandosiorgogliosi di appartenere alle forze di polizia irachene e desiderosi di stabilizzare le proprie città. A Camp Dublin si addestra personale proveniente dalle regioni di Al-Anbar, Ninive e Salahaddin, aree contese agli jihadisti dell’IS e in parte riconquistate, dove ristabilire la sicurezza diventa una priorità. Nelle 8 settimane del corso di base le lezioni teoriche sono integrate da quelle pratiche sul terreno. L’addestramento impartito prevede il futuro impiego degli allievi anche nei territori dove lo Stato Islamico è ancora presente. Un esempio concreto dei risultati ottenuti è stato osservato a Ramadi, capoluogo della provincia di Al-Anbar nell’Iraq centrale, dove diversi ex allievi sono stati inviati a supporto delle truppe irachene anche durante i combattimenti per la liberazione dall’IS. Risultati positivi che sono apparsi ancor più evidenti quando le forze di polizia addestrate dai Carabinieri hanno ripreso ad operare nella città, dopo che questa era stata riconquistata. Grazie all’alto grado di preparazione raggiunto, la Polizia ha quindi permesso di passare rapidamente dalla governance militare imposta su Ramadi a quella civile, un successo salutato addirittura dal New York Times che ha sottolineato come la conquista di Ramadi da parte dell’IS nel Maggio 2015 fosse stata possibile soprattutto grazie alla scarsa preparazione delle locali forze di sicurezza. Attraverso l’esperienza di Ramadi è percepibile come nell’addestramento pianificato dai Carabinieri sono previsti anche dei moduli legati al rispetto dei diritti umani ossia lezioni teoriche per insegnare la tutela delle minoranze, delle popolazioni e l’etica professionale. E’ soprattutto il clima di collaborazione, di rispetto e fiducia reciproci che si può cogliere nel campo. Ne sono testimonianza i racconti degli stessi addestratori che parlano di amicizie nate all’interno della base, mantenute negli anni. Alle 17 ogni giorno terminano i corsi ma non le attività comuni. Nel frattempo i corsi si moltiplicano: oltre a quelli di base sono stati organizzati anche addestramenti per tiratori scelti ed artificieri, estremamente importanti per la bonifica delle aree strappate all’IS, abituato a disseminare le zone che sono state sotto il loro controllo di micidiali trappole esplosive. In programma ci sono anche corsi con personale specializzato per la tutela del patrimonio culturale (una delle principali fonti di finanziamento dello Stato Islamico è costituita proprio dal contrabbando di reperti archeologici) e corsi dedicati al personale femminile, destinati in particolare a tematiche come la violenza domestica o sui minori.

Per quanto riguarda il Kuwait, una Task Force Air Kuwait opera dall’Ottobre 2014 con il compito di effettuare operazioni di rifornimento volo, intelligence, sorveglianza e ricognizione aerea nell’area medio orientale. Per contribuire alla lotta contro lo Stato Islamico si avvale di diversi assetti operativi costituiti da velivoli che operano da tre diverse basi aeree: Abdullah Al Mubarak, Ahmed Al Jaber ed Ali Al Salem, secondo un dispositivo operativo complesso ma perfettamente integrato e sinergico con le molteplici componenti della coalizione internazionale. In questi anni la Task Force ha visto il passaggio di più di 1400 militari dell’Aeronautica e delle altre Forze Armate. Presso la base di Abdullah Al Mubarak la compagine italiana è insediata con il Task Group Breus: costituito da circa 30 uomini provenienti dal 14° Stormo di Pratica di Mare, il TG Breus coordina, pianifica ed esegue missioni di rifornimento in volo diurne e notturne direttamente all’interno dell’area operativa supportando velivoli nazionali e della coalizione. La capacità di rifornire un ampio ventaglio di velivoli permette di procedere verso le zone operative a tutti gli assetti provenienti da basi aeree più lontane. Presso la base di Ali Al Salem è schierato invece il velivolo a pilotaggio remoto Predator del Task Group Araba Fenice: la capacità dell’assetto di fornire un flusso video pressoché diretto, mediante l’utilizzo di sensori elettro-ottici ed infrarosso, lo rende fondamentale ai fini della pianificazione operativa e per il soddisfacimento delle esigenze di intelligence del comando della coalizione. Ad oggi il Predator italiano ha volato oltre 2000 ore con migliaia di punti di interesse osservati e processati. Grazie alla sua versatilità e alle capacità peculiari che gli sono proprie fornisce un contributo determinante in seno alla coalizione, facendo leva sul grande bagaglio di esperienza accumulato dal suo equipaggio in molti anni di attività.  Presso la base aerea di Ahmed Al Jaber sono schierati invece i velivoli Tornado del Task Group Devil con compiti di ricognizione dell’area operativa: il ragguardevole traguardo di 2000 ore di volo effettuate dai velivoli ha contribuito alla buona riuscita dell’attività del contingente mediante missioni di intelligence, sorveglianza e riconoscimento. Il contributo è stato ulteriormente arricchito con l’introduzione della Cellula Intelligence Integrata Italiana I2MEC, in grado di soddisfare in modo continuativo le esigenze di raccolta, analisi, elaborazione, fusione e disseminazione dei prodotti raccolti dalle piattaforme in volo. L’I2MEC comprende specialisti di intelligence di tutte le forze armate del Centro Intelligence Interforze dello Stato Maggiore della Difesa ed è articolata su più sezioni che effettuano analisi delle immagini degli assetti dell’Aeronautica, con il valore aggiunto derivante dalla fusione degli input provenienti da più sensori e dalla correlazione con dati di intelligence nazionali e di coalizione.

L’Italia poi sta contribuendo in maniera significativa al processo di sviluppo della coalizione anche grazie all’inserimento di personale italiano presso il Combined Air Operation Center di Al-Udeid in Qatar.

 L’Operazione Prima Parthica si sta rivelando determinante nella lotta all’espansione dello Stato Islamico da parte della coalizione internazionale, facendone dell’Italia un attore di primo piano. L’impegno italiano, fatto di concretezza e professionalità, resta forte e costante, profondamente apprezzato dalle forze locali e dagli USA che da sempre contano sul supporto del nostro Paese. Il clima disteso e di piena apertura all’interno delle basi operative italiane e gli alti livelli di preparazione delle nostre forze saranno fondamentali per una migliore comprensione delle lezioni tenute e per un più proficuo addestramento delle forze locali, senza dimenticare il lavoro svolto dall’Aeronautica con un buon numero di velivoli impiegati. Nel complesso l’Italiasarà determinante per un’eventuale vittoria contro il Califfato, convinta che bombardare dall’alto non serve a molto mentre identificare gli obiettivi armati dell’IS, come fanno i Tornado o i Predator dell’Aeronautica, fornisce i target da eliminare per consentire l’avanzata delle truppe locali sul terreno. L’azione coordinata di chi identifica gli obiettivi, di chi li neutralizza e delle truppe di terra che avanzano conquistando terreno è una delle chiavi di volta del conflitto. Prima Parthica si articolerà presto ad essere più ampia e internazionale, considerando la volontà di altri Paesi della coalizione anti-IS di volersi aggregare al ruolo addestrativo del quale Esercito e Carabinieri manterranno la leadership, e di conseguenza rappresentando per le nostre forze un successo anche in termini di integrazione con altri eserciti.

La Guerra dei Trent’anni e il Medio Oriente

Esiste un parallelismo tra la Guerra dei Trent’anni e le guerre in corso in Medio Oriente? Con il presente contributo si tenterà di dare una risposta affermativa a questa domanda, dimostrando la comunanza tra le due circostanze storiche in termini di condizioni sociali e aspetti culturali.

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 La Guerra dei Trent’anni

La riforma protestante ha avuto origine nel 1517 per opera del monaco agostiniano tedesco Martin Lutero. Alla data del 31 ottobre di quell’anno, Lutero avrebbe affisso sul portone della chiesa del castello di Wittenberg, 95 tesi contro vari scandali della Chiesa Cattolica e su problematiche teologiche. Da ciò scaturì’ una nuova dottrina religiosa basata fondamentalmente sulla fede e su un libero esame delle scritture da parte del cristiano: sola fide, sola scriptura. Il cristiano non aveva bisogno di accumulare meriti per essere salvato giacché, a tal uopo, era già intervenuta, in perpetuo, la grazia divina. La dottrina luterana fu utilizzata dai principi tedeschi come strumento di sottrazione all’influenza imperiale ed ecclesiastica e per incamerare i beni della chiesa.  L’espressione Guerra dei Trent’anni indica un conflitto locale estesosi poi su larga scala, coinvolgente tutti i paesi europei, in particolare quelli dell’area germanica, nel trentennio 1618 – 1648. I protagonisti furono l’Imperatore Ferdinando II d’Asburgo e il Cardinale Richelieu. Il professor Jhon Munro dell’Università di Toronto, ha affermato che l’economia europea negli anni precedenti alla Guerra dei Trent’anni, precisamente nel periodo 1551 – 1600, fu caratterizzata da aumento demografico, aumento pressoché generale dei prezzi, aumento dell’inflazione, aumento del debito pubblico, crescita del settore bancario e dell’industria del ferro. Quali questioni politiche e religiose furono alla base dello scoppio e della continuazione del conflitto? Anzitutto i fenomeni e gli eventi legati alla riforma luterana e ai conflitti da questa derivati, e che videro coinvolti i principi tedeschi, riuniti nella Lega di Smalcalda, che avevano aderito alla riforma luterana, opposti ai principi cattolici e all’imperatore Carlo V, desideroso di ripristinare l’unità religiosa nei suoi territori. Con la Pace di Augusta del 1555 l’imperatore fu costretto a riconoscere ufficialmente l’esistenza della confessione luterana all’interno dei territori dell’Impero, e durante la Dieta di Augusta Carlo V accolse la Confessio Augustana, la prima esposizione ufficiale della dottrina luterana. In tale occasione fu sancito il principio in base al quale le due confessioni religiose avrebbero potuto convivere stante il principio del cuius regio, eius religio (ovverosia: i sudditi debbono seguire la religione del loro signore).  La pacificazione di Augusta risultò un compromesso debole e soprattutto parziale, giacché ignorava l’esistenza di altre confessioni religiose oltre alla cattolica e alla luterana; fu, infatti, la diffusione esponenziale della dottrina del riformatore ginevrino Giovanni Calvino nell’Europa centrale a partire dalla metà del XVI secolo a provocare l’inizio della guerra, assieme al conflitto religioso che investì la Francia circa un ventennio dopo, e che terminò con il riconoscimento di una timida tolleranza religiosa con l’Editto di Nantes del 1598. La Francia uscì indebolita dalle guerre di religione, ma riuscì in breve tempo a riconquistare il ruolo di potenza europea di primo piano. La Spagna di Filippo II manteneva l’egemonia militare, ma dava i primi segni di cedimento a livello finanziario, anche a causa della guerra delle Fiandre. Con Filippo III si aprì il periodo della cosiddetta Pax Hispanica. Nella prima metà del XVII secolo le Province Unite, ottenuta l’indipendenza dalla Spagna, assunsero il ruolo di prima potenza marittima e commerciale del continente. I regni di Svezia e Danimarca intervennero nella Guerra dei Trent’anni a causa degli scontri per il dominio sul Mar Baltico [Broggio s.a.] Operata questa premessa, possiamo affermare che Ferdinando II ambiva a creare in seno all’Europa un imponente Impero cattolico unitario togliendo la supremazia alla Germania. Il Cardinale Richelieu, invece, mirava a creare una forte alleanza protestante in funzione antiasburgica fino al momento in cui la Francia non fosse stata in grado di intervenire direttamente nel conflitto e volgerne le sorti a proprio favore. La Guerra dei Trent’anni, coinvolse quasi cento milioni di persone, e si articolò in quattro fasi: fase boemo palatina (1618 – 1625), fase danese (1625 – 1629), fase svedese (1629 – 1635), fase francese (1635 – 1648). Il tremendo conflitto finì con la Pace di Westfalia del 1648 con la quale l’Impero Asburgico e la Spagna perdettero parte della loro autorità e la Francia confermò la propria egemonia sul continente, oltre che il ruolo di arbitro del trattato e garante degli equilibri. Inoltre crollarono gli ideali dell’Impero e della Chiesa quali poteri universali. Essi, infatti, furono sostituiti dai moderni concetti di libertà religiosa e indipendenza politica. Il calvinismo fu riconosciuto come confessione [Ciotola, Tudisco 2013].

Islam e islamismi

L’islam è, come ebraismo e cristianesimo, una religione abramitica. Rivelata dall’arcangelo Gabriele al profeta Maometto nella prima metà del VII secolo d.C. Con essa è nata la civiltà arabo-musulmana che si è estesa, in un lasso temporale relativamente breve, dal Mediterraneo alla Persia formando il Dar al Islam, la patria dell’Islam. Va operata una distinzione tra islam e Islam: nel primo caso ci si riferisce alla religione iniziata da Maometto, nel secondo, invece, ai territori governati da un potere rispecchiante i dettami della legge musulmana. La parola islam indica la volontà di essere obbedienti ad Allah, termine arabo che esprime il concetto di unico Dio creatore dell’universo. Da ciò si evince che la Sharia disciplina il credo degli islamici e regola finanche la vita della comunità. L’islam è profondamente diviso al suo interno in sunniti e sciiti. I sunniti, ossia coloro che seguono la Sunnah (la tradizione musulmana) e gli insegnamenti dei successori di Maometto, rappresentano circa il 90% dei fedeli islamici a livello mondiale [Larroque 2015].  I sunniti accettano l’interpretazione delle quattro grandi scuole giuridiche (Madhabit) dell’VIII e del IX secolo ossia: hanafismo, milikismo, sciafismo, hanbalismo. Gli sciiti sono stimati in circa il 10 e il 15% dell’intera comunità islamica mondiale. Costoro si oppongono alla successione originale e seguono, invece, gli insegnamenti di Alì, cugino e genero di Maometto. Particolare caratteristica dello sciismo è il non riconoscimento della Sunnah nonché la considerazione di unica autorità religiosa spettante alla figura dell’imam, considerato una sorta di iniziato ai misteri della Rivelazione, mentre per i sunniti, esso, è semplicemente una guida nella preghiera. Gli sciiti criticano ai sunniti di dare al corano un senso esclusivamente exoterico, letterale e legalistico; contrapposto alla loro visione esoterica del medesimo testo sacro [De Notariis 2010]. Esiste un’importante differenza tra islam e islamisti; mentre il primo rappresenta una religione, gli ultimi rappresentano un insieme di ideologi politici. Essi hanno lo scopo di rafforzare la Umma (comunità dei credenti).  La studiosa di geopolitica Anne Clementine Larroque, riguardo all’essenza dell’islam, afferma: «[…] la religione islamica contiene in sé un’idea di governance. La dimensione politica è parte integrante dell’islam. Tuttavia, gli islamisti spingono il progetto di costruzione politica più lontano: lo Stato islamico deve inglobare tutta la società, le sue leggi, i suoi principi economici, i suoi individui. L’islamismo presenta dunque un aspetto totalitario, sia politico che sociale […]» [Larroque 2015]. Per implementare siffatto modello di società sono percorribili tre vie: attivismo politico, attivismo religioso e violenza terroristica, detta jihadismo. Queste vie portano ad altrettante modalità operative: azione politica, religiosa e attentati. Vi sono gruppi che perseguono una sola delle suddette vie e in taluni casi le perseguono tutte e tre. Solitamente gli islamisti attuali si rifanno alla scuola hanbalita. I punti cardine di questa scuola sono, in primis, il diritto musulmano plasmato secondo i dettami della religione, in secundis la contestualizzazione della nascita dei testi sacri. Particolare caratteristica dello sciismo è l’unità, unita al senso di comunità. Tali caratteristiche lo differenziano dal sunnismo. È importante rammentare che i capi religiosi sciiti godono di forte autonomia rispetto al potere politico.

Islamismi e potere

Per confermare l’ipotesi di partenza è opportuno introdurre il rapporto tra islamismi e potere, nonché focalizzare i dati sull’economia e l’istruzione dei parsesi del Medio Oriente. In realtà solo tre gruppi islamisti coltivano ambizioni politiche: Fratelli Musulmani, salafiti riformisti e shiiti Khomeinisti. Questi gruppi differiscono sui modi per raggiungere l’applicazione della sharia. In generale i gruppi di islamisti possono essere considerati sotto quattro angolature: legittimazione da parte del potere politico, legittimazione elettorale, emarginazione politica, clandestinità. Un sistema in cui il potere politico è esercito da un’autorità religiosa costituisce una teocrazia, di cui l’Iran rappresenta un chiaro esempio. Il periodo contemporaneo ha mostrato e continua a mostrare numerosi esempi di islamismo radicale e violento. Il Corano cita spesso il concetto di jihad indicando l’uso della violenza per estendere i confini del Dàr-al-islam o la difesa della Umma.  A partire dal XIX secolo, per alcuni, in particolare in Algeria, Libia e Sudan, la jihad rappresenta un’arma per la lotta anticoloniale, divenendo poi un’ideologia vera e propria. Partendo da questo filone di pensiero i mujaheddin hanno combattuto, e vinto, una guerra contro l’invasione da parte dell’URSS. Tuttavia l’aver sconfitto la superpotenza sovietica, non ha prodotto altrettante rivoluzioni a livello locale gettando così le basi per la nascita di Al-Qāʿida [Larroque 2015].  I bersagli di Al-Qāʿida sono l’ex alleato dei mujaheddin, gli USA e, in quanto infedeli, cristiani ed ebrei. La nascita di Al-Qāʿida si inserisce nel contesto post guerra fredda ed evolve dopo l’attentato al World Trade Center di New York , l’11 settembre 2001. Lo scontro tra jihadisti sunniti e alauiti è stato acuito dalla guerra civile siriana nel 2011. Migliaia di combattenti sunniti sono arrivati di rincalzo, dall’Europa e dal Nord Africa, agli jihadisti che si contrappongono al dittatore Bashar Hafiz al-Asad. Il contesto siriano appare eterogeneo; in esso infatti, operano il gruppo salafita Al Nusra, e lo Stato Islamico (ISIS), proveniente dall’ Iraq e sorto, nel 2004, da una costola di Al-Qāʿida. Nel 2014 l’ISIS ha annunciato la nascita di un califfato islamico sotto la guida del sedicente califfo Abou Al Baghdadi, dit Ibrahim. L’attuale scenario mediorientale è or dunque assai variegato, ed è in tale scenario che si inseriscono gli attentati terroristici verificatisi in Europa negli ultimi anni: la strage di Charlie Hebdo, l’attacco al Bataclan, l’esplosione all’aeroporto di Bruxelles-Zaventem la strage sulla Promenade des Anglais a Nizza, l’assalto al terno bavarese da parte di un giovane che brandiva un’ascia e infine la recente strage ai mercatini di Natale di Berlino, di cui uno degli autori è riuscito a raggiungere l’Italia, dove, pare, dovesse compiere un’azione terroristica, e dove è stato ucciso da un agente di polizia.

Parallelismi

In uno studio pubblicato per l’Aspen Institute, Lorenzo Kamel afferma che il parallelismo tra Guerra dei Trent’anni e l’attuale scenario mediorientale è in realtà fuorviante; in quanto, la suddetta guerra ebbe poco a che fare con questioni legate a identificazioni religiose “[…] Non si spiegherebbe altrimenti la ragione per la quale, ad esempio, la cattolica Francia sostenne il vittorioso intervento della Svezia protestante, guidata da Gustavo II Adolfo (1594–1632), contro il Sacro Romano Impero e la Lega Cattolica […]” [Kamel 2016]. Secondo il dottor Kamel le ragioni di base della Guerra dei Trent’anni e delle guerre del Medio Oriente contemporaneo sono di natura pragmatica ed economica, inoltre “[…] Per molti secoli, sunniti e sciiti, ma anche cristiani, ebrei e altri gruppi religiosi hanno vissuto nella regione raggiungendo un livello di coesistenza comparativamente superiore a quello registrato in gran parte del resto del mondo […]” [Kamel 2016]. In effetti, è vero che sia i sovrani e dignitari europei di inizio XVII secolo, sia i leader islamisti attuali sono accomunati da motivazioni di fondo legate a interessi economici, ma è altrettanto vero che hanno sfruttato, e continuano a farlo, la guerra di religione da far combattere ai loro popoli, col fine di raggiungere i propri scopi. Ciò è esplicabile con i limiti dei popoli dei suddetti contesti, ossia: ignoranza, superstizione, povertà, sudditanza rispetto all’autorità religiosa, assenza di democrazia (cfr. “Economia, Islam e politica nei paesi MENA”, lezione dell’insegnamento di Geopolitica per il Corso di Laurea in Scienze sociali per la globalizzazione, a.a. 2012-2013). La gravità del problema si riassume in questo: il Medio Oriente attualmente in guerra, risulta essere indietro di quattro secoli dal punto di vista dell’implementazione dei diritti umani e delle libertà in campo politico, economico e nella separazione tra politica e religione. Va aggiunto che quanto sta accadendo in Medio Oriente e Africa settentrionale è finanche conseguenza della fallimentare politica coloniale e postcoloniale di alcune potenze occidentali (in primis Francia, Regno Unito e USA). La posizione dell’Italia in seno allo scenario appena descritto è quella di un paese che ha contribuito al crollo dell’Impero Ottomano i cui territori furono poi spartiti dalle potenze europee, tra cui Francia e Regno Unito, e non solo. In questo scacchiere sorsero paesi privi di fondamento etnico e religioso come, ad esempio, la Siria o la Libia. Ciò ha determinato nel tempo l’accrescere di un pregiudizio da parte degli islamisti nei confronti degli occidentali, considerati responsabili dei fatti appena descritti, e dunque nemici da annientare o comunque da destabilizzare.Oltre che nelle operazioni militari, in taluni casi inevitabili, è necessario pertanto instaurare un dialogo con gli elementi progressisti e “illuministi” dell’islam, unito ad una massiccia attività di intelligence. Allo stato attuale nessun’altra soluzione appare efficace ad accompagnare l’Islam attraverso il suo processo di democratizzazione e modernizzazione.

 

Svolta autoritaria e ambiguità internazionali: la Turchia dopo il golpe militare

Il fallito golpe militare in Turchia ha dato il via ad una crisi epocale alle porte dell’Europa, connotata da una forte instabilità politica e scenari preoccupanti, soprattutto alla luce della repressione di Erdogan nei confronti di golpisti o presunti tali, delle forze più vicine all’ex alleato Fethullah Gülen, degli esponenti della società civile e non solo. Su questi eventi, inscritti nel più ampio contesto mediorientale, abbiamo intervistato il professor Antonello Folco Biagini, ordinario di Storia dell’Europa Orientale presso La Sapienza di Roma e autore del volume “Storia della Turchia contemporanea”, edito dalla Bompiani.

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Professore, visto che in Italia è stato per giorni un argomento di dibattito, come si schiera sulla questione del golpe o del finto golpe?
Sono contrario agli schieramenti, perché quando si ragiona su temi di grande importanza politica e strategica il punto non sono le opinioni: bisogna capire quello che avviene e che cosa può essere successo. Che il golpe ci sia stato è fuor di dubbio. Ed è ragionevole pensare che sia nato proprio dal fatto che qualcuno era venuto a conoscenza delle liste di proscrizione che l’apparato di Erdogan aveva già preparato. È stato l’ultimo tentativo dell’Esercito di non essere colpito dalle epurazioni che erano state già previste. Certo, non parliamo tanto dei soldati, quanto piuttosto dei gruppi dirigenti. Anche perché la reazione dei militari “di truppa” è stata flebile, quasi inesistente, soprattutto se la confrontiamo con la piazza mobilitata da Erdogan in così breve tempo. Anche quest’ultimo punto, tra l’altro, fa pensare che qualcosa, nell’aria, ci fosse già e che ci sia stata una preparazione anche nella reazione. Quindi, in realtà, il golpe è stato l’evento scatenante di dinamiche che vanno avanti almeno dal 2013, da quando cioè Erdogan ha cambiato linea politica, sia per quanto riguarda la politica interna che quella estera.

 

Parlando dell’evoluzione della politica di Erdogan, come si è arrivati a questo “accerchiamento”, e alla conseguente “sindrome di accerchiamento”, dei militari?
La Turchia ha fatto grandi passi in avanti, compiuti anche precedentemente, ma compiuti soprattutto nel decennio che va dal 2002 al 2012. Sono state compiute molte riforme per soddisfare i requisiti per l’adesione all’Unione Europea, e quindi anche molte cose che potremmo definire positive. Soprattutto riforme economiche, come le privatizzazioni dell’apparato industriale, che nei decenni passati era quasi del tutto in mano allo Stato. Ma si potrebbero citare altre azioni politiche importanti, come l’implementazione del sistema sanitario, la realizzazione di grandi opere pubbliche, forme di redistribuzione della ricchezza. La classe dirigente turca stava effettivamente compiendo una serie di riforme, in termini formali, e quindi anche sostanziali, studiate molto bene e razionali. Tutte azioni politiche che hanno garantito ad Erdogan un forte sostegno popolare. Poi, dal 2013, con il cambiamento del contesto internazionale, quella politica “neo-ottomana” che già si prefigurava negli anni precedenti ha avuto indubbiamente maggiore spazio. Questo perché Erdogan e il suo gruppo dirigente hanno capito che potevano avere un ruolo decisivo nel successivo ristabilirsi degli equilibri politici del Grande Medio Oriente. Un ruolo che, anche se non è una novità della politica turca, Erdogan ha cercato di costruire portando avanti più politiche contemporaneamente. Ad esempio, ha cercato di sistemare il conflitto con i curdi con la scusa di fare la guerra al Daesh, ma allo stesso tempo sono anni che si hanno notizie di complicità tra il governo turco e lo stesso Stato Islamico.
Una politica ambigua che inoltre è stata portata avanti in un contesto internazionale altrettanto ambiguo. Un contesto nel quale gli Stati Uniti e i paesi dell’Unione Europe hanno chiuso un occhio, ma forse anche due, di fronte a quello che stava accadendo da anni in Turchia: i primi perché questo paese è il fulcro del sistema NATO in quella regione; i secondi perché, con l’accordo sull’immigrazione dalle zone di guerra con Erdogan e la promessa di tre miliardi di euro, hanno tentato di risolvere un problema che non sono riusciti a risolvere da soli. Senza contare poi le responsabilità dell’Occidente nell’aver contribuito complicare il quadro mediorientale, con scelte discutibili, se non proprio sbagliate, come la guerra del 2003 in Iraq. Un quadro che chiaramente ha influito sulla situazione turca. Per cui, questo insieme di elementi ha probabilmente convinto Erdogan e il suo gruppo dirigente che potessero aspirare a un ruolo più importante sullo scacchiere internazionale, e che si potesse mettere sempre più in un angolo il vecchio establishment, e quindi parte dell’Esercito, che ha reagito con il fallito golpe.

 

Per quanto frutto di lunghe dinamiche politiche, oggi comunque assistiamo a un salto di qualità…
È indubbio che dopo il golpe la situazione si è fatta molto più grave, soprattutto da quando è stata sospesa la Convenzione europea sui diritti umani. Basta seguire le cronache di questi giorni per vedere come ci siano arresti e forme di repressione che, per quanto il Ministro della Giustizia e il Ministro degli Interni turchi affermino il contrario, trovo difficile che si possano definire compatibili con lo Stato di diritto. Ma si tratta di un salto di qualità che riguarda processi di lungo corso anche sul piano interno. Sono anni che Erdogan tenta di portare a compimento una riforma costituzionale che trasformi a tutti gli effetti, e non più solo di fatto, la Turchia in una Repubblica Presidenziale. Ed è immaginabile che questo tentativo di golpe, secondo il suo punto di vista, faciliterà il raggiungimento di questo obiettivo. Non per niente in questi giorni ha colpito in maniera particolarmente dura la magistratura, che ha sempre cercato di far rispettare i dettami della Costituzione ancora in vigore, cioè quella di Kemal Atatürk, che prevede un sistema di tipo parlamentare. E non è un caso il tentativo di attribuire la paternità del golpe a Fethullah Gülen: perché, per quanto quest’ultimo sia stato tra gli ideatori insieme ad Erdogan di un partito di ispirazione religiosa – cioè l’Akp, il partito guidato dallo stesso Erdogan -, Gülen ha sempre pensato che questo partito dovesse agire all’interno di del sistema istituzionale previsto dalla Costituzione di Atatürk. Quindi si tratta di una svolta che potrebbe essere epocale. C’è il serio rischio che si passi da un modello di Repubblica parlamentare laica a un Repubblica presidenziale dai forti connotati religiosi. Il tutto in un paese nel quale, come già accennato, è stata sospesa ufficialmente la Convenzione europea sui diritti dell’uomo, senza particolari reazioni da parte di vari organismi internazionali. Da quel che sappiamo, tutto tace. E la cosa è piuttosto preoccupante.