Archivio Tag: Medio Oriente

Donne, pace e sicurezza tra essere e dover essere. La parola alle donne in Medio Oriente e Nord Africa

Il volume analizza il ruolo delle donne nelle alterne vicende dei conflitti e dei processi di pace nei paesi dell’area MENA, attingendo, tramite interviste riportate nei passaggi più essenziali a creare una connessione con altri luoghi e altre sensibilità, all’essenza contraddittoriale del reale.

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Il coro di voci femminili è fondamentale per evitare il generale appiattimento di scenari così diversi nei vari paesi del Medio Oriente e Nord Africa, spesso iper-semplificati fino a presentare una narrativa unica e omogenea. Il valore di questo studio sta nel suggerire che l’uguaglianza di genere è una questione significativa in tutti i contesti e a maggior ragione nell’analisi dei movimenti sociali della Primavera Araba.

Si pongono questioni essenziali rispetto all’effettività di norme come la Risoluzione ONU 1325, in relazione alla violazione dei diritti umani di quelle donne (attiviste, educatrici, manifestanti, giornaliste, blogger, politiche, martiri e oppositrici) che dovrebbero poter rivendicare diritti garantiti, almeno sulla carta, da ordinamenti nazionali e internazionali. Ciò che risulta chiaro da questa lettura è che non può esserci uguaglianza senza partecipazione, includendo le donne.

La domanda che più spesso si fa sentire e che propone la stampa riguarda la valutazione del grado di successo delle Primavere Arabe: la questione è tuttora irrisolta, ma questo non significa che sia stata una sconfitta per le donne. Agli inizi delle rivolte, immagini di donne che prendevano parte alle proteste invadevano con una forza prorompente i media: molta parte di questa narrativa “progressista” non teneva conto del fatto che le donne da sempre hanno partecipato attivamente, non sono mai state soggetti che vivevano avulsi dalle questioni politiche e sociali. La violenza contro le donne è stata perpetrata proprio perché era noto a tutti il potere distruttivo di questi atti e l’attacco a quei corpi, che l’Islam pretende siano puri, ha avuto i risultati sperati: ferire le donne nel corpo e nell’anima.

Il cambiamento che possiamo concepire da un punto di vista occidentale non può essere un metro di valutazione delle situazioni nei paesi MENA, ma questo non significa che dobbiamo lasciare le donne a se stesse: oggi più che mai è necessario continuare a sostenere incontri di dialogo per sostenere attività utili a creare le condizioni per cui la Risoluzione 1325 sia applicata nella sua completezza. Democrazia ed empowerment non possono essere desideri stravaganti e irrealizzabili: sono l’unica via per contrastare gli estremismi, costruire un mondo più pacifico e permettere il rifiorire di un mondo arabo capace di vive una nuova Nahda (Rinascimento).

Lo stato di salute dell’Iran tra sanzioni e dissidi interni

In una fase di transizione storico-politica destinata a mutare nuovamente gli equilibri regionali del Medioriente, l’Iran si trova attualmente in una situazione di incertezza e precarietà dettata sia dai dissidi interni sia dalle altalenanti relazioni con gli attori internazionali.

Lo stato di salute dell’Iran tra sanzioni e dissidi interni - Geopolitica.info

Lungi dall’aver concretizzato le ambizioni di un revival sciita, nei prossimi tempi il policymaking di Teheran dovrà districarsi su vari fronti problematici che determineranno il futuro dell’attuale leadership e la gradazione egemonica iraniana nell’arena internazionale. Dal JPCOA ai rapporti con Stati Uniti e Unione Europea, dalle sommosse popolari alle discordie tra Rouhani e l’establishment religioso, sono innumerevoli i fattori che diranno se l’Iran saprà indirizzare il proprio futuro o se invece subirà passivamente il peso degli eventi attuali.

La costruzione e l’implementazione del cosiddetto arco sciita ha subito negli ultimi tempi una brusca frenata, costringendo l’Iran a rivedere i propri obiettivi strategici nella regione. In un quindicennio, infatti, la potenza persiana era stata in grado di sfruttare gli eventi perturbanti del Medio Oriente per rafforzare la propria posizione laddove storicamente già presente e per estendere la propria sfera di influenza sino ad essere (ri)considerata un attore egemone, tanto dal punto di vista militare quanto dal punto di vista di un rinnovato soft power.

Sebbene le basi ideologiche di questo impeto espansionistico risalgano alla Rivoluzione islamica del 1979, si ha avuto un primo segnale con l’intervento americano in Afghanistan nel 2001 che, esautorando dal potere i talebani sunniti, ha creato condizioni favorevoli per la penetrazione iraniana. Allo stesso modo, e forse ancor più determinatamente, la caduta di Saddam nel 2003 e il ritorno ai vertici della maggioranza sciita hanno ribaltato la percezione dell’Iraq da costante minaccia per la sicurezza ad accondiscendente interlocutore. In tempi più recenti, la crescente forza di Hezbollah ha giocato un ruolo estremante utile all’Iran per assicurare una decisa presenza in Libano. Infine, i successi nel conflitto siriano ottenuti dalla coalizione con Russia e Turchia sembravano aver avvicinato la Repubblica islamica a chiudere il cerchio del proprio percorso revanscista, a scapito dei rivali sauditi. Proprio questo sentore di un Iran in forte ascesa ha accresciuto nel tempo le preoccupazioni di Stati Uniti (e Arabia Saudita), i quali valutano la presenza di un aggressivo egemone mediorientale come un elemento inficiante per il loro sistema di check and balances.

Il Nuclear Deal ed il fresco rinnovo delle sanzioni americane rappresentano due approcci alla questione iraniana che in alcune istanze ambiscono, seppur con strumenti differenti, ad obbiettivi molto simili. L’accordo sul nucleare (JCPOA) è figlio di un’azione multilaterale e collettiva portata avanti dai “5+1” sulla scia delle sanzioni decise dall’ONU tra il 2003 (anno del primo dossier sul nucleare iraniano) e il 2016, le quali richiamavano tutta la comunità internazionale alla necessità di limitare tale minaccia atomica. Se dal punto di vista diplomatico ha goduto di un certo spolvero di successo, nella produzione di conseguenze concrete si è rivelato soprattutto un accordo di compromesso lontano dai reali obbiettivi originari. In aggiunta a questa debolezza di fondo, dal punto di vista americano il Nuclear Deal si è dimostrato un espediente fragile e limitativo perché non ha tenuto conto di due fattori in ascesa, ma ancora poco decifrabili nel 2015: il livello di know-how del programma balistico e l’aumento dell’influenza iraniani nella regione.

Le sanzioni da poco rinnovate dall’amministrazione Trump riservano un’ostilità maggiore e lasciano trasparire una pianificazione volta a stringere l’Iran in una morsa politico-economica. È facile notare che nel lasso di tempo esente da sanzioni la cospicua produzione di idrocarburi dell’Iran sia ripartita a gonfie vele, toccando picchi di aumento vicini al 60% e spingendo il PIL ad una crescita del 13%. Il rovescio della medaglia, però, mostra che gli effetti della prima tornata di sanzioni hanno ridotto la disponibilità monetaria nelle mani di Teheran, costringendo il governo a tagliare i tradizionali sussidi pubblici in un periodo in cui il prezzo dei beni di prima necessità è più che duplicato. Tenendo conto della consistente capacità produttiva e di esportazione dell’Iran e, al fine di evitare un insostenibile apprezzamento del greggio sul mercato, gli Stati Uniti hanno concesso ulteriori sei mesi di tempo ai nove maggiori importatori di petrolio iraniano, prima di tagliare definitivamente i ponti. I meccanismi per farlo vanno da una riduzione delle facilities logistiche ad un’impalcatura proto-normativa tesa a minimizzare i rapporti finanziari da e verso il Paese. Questa politica ambigua lascia trasparire l’idea che l’agenda statunitense non sia rivolta tanto a riaccompagnare l’Iran verso un improbabile tavolo delle trattative, quanto piuttosto ad obbiettivi politico-strategici di tutt’altro spessore. Infatti, l’esasperazione a certi livelli della pressione sull’economia iraniana sta aumentando i dissidi interni, un fattore che, se dovesse raggiungere dimensioni maggiori, giocherebbe tutto a favore di un obiettivo mai troppo celato degli Stati Uniti: il regime change.

Il quadro interno rimane inevitabilmente legato all’impetuosa politica estera statunitense. Nonostante le ultime indagini dell’AIEA sembrassero confermare l’adempimento degli obblighi di non proliferazione, il regime iraniano ha recentemente lasciato intendere di poter riprendere il proprio programma nucleare. Gli osservatori considerano però questa mossa come una semplice volontà di placare la coercizione americana e di spingere i paesi europei a tenere aperti i flussi economici e commerciali, vitali per evitare un’ancor più drastica fase di regressione.

Occorre ricordare che la retorica iraniana è sovente caratterizzata da una retorica bidirezionale: da un lato queste minacce appaiono in maggior misura volte a rasserenare le anime più oltranziste dell’establishment e dall’altro sembrano mirate ad intimidire la comunità internazionale fronte all’ipotesi di un totale fallimento dell’accordo. Sebbene il discorso di regime tenti di placare i numerosi movimenti di protesta e sebbene una certa avversità al regime sia da sempre caratterizzante della società iraniana, i dissidi interni si sono intensificati nell’ultimo anno. Anche la classe media rappresentata dai bazar, storicamente un ago della bilancia negli equilibri sociopolitici e nella gestione dell’economia, ha reso noto il proprio malcontento. Questa volta incombe l’ombra di una loro manipolazione “dall’alto” sospinta da alcuni rappresentanti delle élites che valutano negativamente le politiche di Rouhani e che temono un’inversione di tendenza sfavorevole a quei “businessmen” che, negli anni delle sanzioni, avevano agito liberamente nel campo dell’economia sommersa. Ciò che emerge significativamente sono le lotte elitarie intestine al potere, che rischierebbero di marginalizzare le azioni più moderate di Rouhani.

Un dibattito politico in questo senso può certamente mettere in crisi i meccanismi informali che muovono le redini della Repubblica islamica, come dimostrato dalle discordie riguardo la modifica delle norme di antiriciclaggio, per le quali è stato necessario l’intervento dell’ayatollah Khamenei e l’intercessione dell’ultraconservatore Ahmad Jannati. Altra prova dell’erosione del potere di Rouhani è stato la poco trasparente procedura di impeachment contro due suoi ministri. Pertanto, è scarsamente plausibile che l’attuale governo, imbrigliato dalle sanzioni statunitensi e dalle tensioni interne, riesca a portare avanti la stessa agenda rifomista che ne aveva decretato il successo alle scorse elezioni. All’opposto, rimane ragionevolmente certo che, qualsiasi forza politica sorgerà nel prossimo futuro, l’Iran rimarrà saldamente aggrappato alla questione siriana sia sul campo militare sia sul campo negoziale come nel caso del summit di Teheran con Russia e Turchia. Forte del prestigio derivante dai risultati ottenuti al fianco di questa alleanza, l’Iran rimarrà certamente fedele alla tendenza dell’ultimo periodo di ribadire la propria centralità (o egemonia) nella regione.

L’Iran e l’Arabia Saudita: nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump

Dall’amministrazione Obama gli Stati Uniti hanno iniziato un processo di disimpegno dal Medio Oriente, che il nuovo presidente Trump ha, nella redazione della National Strategy Security, dichiarato di voler perseguire. In questo capitolo verranno sottolineate le analogie e le differenze tra le due amministrazioni nell’approccio alla regione, in special modo nel rapporto con i due attori principali: l’Iran e l’Arabia Saudita. In seguito verranno analizzati i diversi fattori che costituiscono potenzialità e criticità dei due paesi, che contribuiscono a delineare le possibili traiettorie future di un conflitto perenne per l’egemonia del Medio Oriente e del mondo islamico. -> LEGGI IL PAPER

L’Iran e l’Arabia Saudita: nemici e alleati nella nuova politica sul Medio Oriente di Trump - Geopolitica.info
Il Grande Gioco in Medio Oriente: gli scenari

L’era di Trump è attenzionata da molti analisti per il definitivo disimpegno degli Stati Uniti dalla “palude” mediorientale, in continuazione con quanto fatto dall’amministrazione Obama. Il Medio Oriente, però, continua a rientrare nella dialettica del tycoon, che ha ancora diversi affari da risolvere per salvaguardare gli interessi americani nella regione.

Il Grande Gioco in Medio Oriente: gli scenari - Geopolitica.info

Il Piano di Pace
Nel corso di una manifestazione avvenuta pochi giorni fa in West Virginia, Donald Trump è tornato a parlare del famoso piano di pace per il Medio Oriente, “l’accordo del secolo” che aveva promesso all’inizio del suo mandato. Secondo quanto detto, che al momento sono per lo più dichiarazioni estrapolate da un discorso generico, dopo le concessioni fatte a Israele culminate dal simbolico spostamento dell’Ambasciata americana a Gerusalemme, ora sarebbe arrivato “il turno dei palestinesi”. Non è un segreto che l’amministrazione Trump lavori insieme all’Arabia Saudita e all’Egitto per la realizzazione di un processo di pace che avrebbe del clamoroso: torna quindi in auge il piano saudita del 2002, che prevedeva la nascita di uno Stato Palestinese nelle zone della Cisgiordania e di Gaza. Una possibilità che non deve essere scartata, e che potrebbe essere stata concordata con gli stati arabi durante le trattative precedenti allo spostamento dell’ambasciata.  Nel frattempo il leader di Hamas, Haniyeh, nonostante abbia preventivamente bocciato un eventuale accordo con gli Stati Uniti, ha aggiunto che l’intesa con Israele, avvenuta tramite la mediazione dell’Egitto, è vicina: intesa che comporterebbe la fine del blocco di Gaza e la fine delle violenze registrate negli ultimi due mesi al confine con Israele.

Sanzionare il Sultano
Nel frattempo l’amministrazione Trump ha un’altra, non meno spinosa, problematica da risolvere: i rapporti con la Turchia di Erdogan. Nelle ultime settimane, e Trump non ne ha fatto mistero scrivendolo a chiare lettere su Twitter, le relazioni tra i due paesi hanno raggiunto uno dei punti più bassi. Gli Stati Uniti hanno deciso di sanzionare la Turchia a seguito del mancato rilascio del pastore americano Andrew Brunson, in carcere dal 2016 perché accusato di essere coinvolto nel colpo di stato contro Erdogan. Le sanzioni americane sono arrivate in tre fasi: il 1° agosto sono state introdotte nei confronti del ministro degli Interni e della Giustizia turchi; il 10 agosto gli Stati Uniti hanno raddoppiato i dazi sull’acciaio e sull’alluminio provenienti dalla Turchia, e il 13 agosto hanno comunicato l’interruzione della fornitura degli F-35. La Turchia da parte sua ha risposto con il congelamento di alcuni beni americani nel paese, e introducendo alcuni dazi su beni importati dagli Stati Uniti, ma ha registrato un crollo della valuta locale che ha messo in allarme Erdogan.
Le sanzioni americane contro Ankara, che hanno come pretesto la detenzione ritenuta ingiusta del pastore Brunson, vanno in realtà inquadrate in una prospettiva regionale: Trump vuole inserire a tutti i costi la Turchia nell’asse anti iraniano che sta costruendo dall’inizio del suo mandato. Non è un caso che le prime sanzioni siano state introdotte dopo che, a fine luglio, il governo turco aveva annunciato di volere salvaguardare le relazioni commerciali con la Repubblica islamica, definendo inappropriate le sanzioni varate dagli Usa contro Teheran. Direttamente da Cipro, il ministro degli esteri Cavasoglu aveva ufficialmente dichiarato che la Turchia non avrebbe rispettato le misure sanzionatorie decise da Washington contro l’Iran.
Questo ha comportato la brusca interruzione dei rapporti tra l’amministrazione Trump ed Erdogan, ed ha spinto il “sultano” nelle braccia della Russia e della Cina, seguendo una convergenza di interessi che si stava verificando già da tempo in territorio siriano. Il crollo della valuta turca, a seguito delle sanzioni Usa e della perdita di fiducia degli investitori internazionali, ha spinto la Turchia a chiedere aiuto al vicino russo e a Pechino. Nel grande gioco mediorientale, questi nuovi rapporti ed aiuti economici potrebbero portare ad un’evoluzione del conflitto siriano, con Erdogan che potrebbe accettare la perdita di Idlib (roccaforte ribelle che da quasi due anni è sotto protezione turca). L’esercito siriano, sostenuto da Iran e Russia, sta preparando l’offensiva verso quest’ultima grande sacca di resistenza al potere di Damasco: Erdogan non può permettersi l’apertura di un nuovo fronte in una situazione così delicata nel proprio paese, e sa bene che difficilmente troverà appoggi occidentali data la “guerra economica” in corso con gli Stati Uniti.

Condanna a morte e scontro settario
Ad alimentare lo spettro dello scontro settario c’è la delicata situazione in Arabia Saudita, attore centrale nei piani di Trump per il futuro equilibrio mediorientale: da giorni tiene banco la vicenda legata alla giovane attivista sciita Israa al-Ghomgham, che partecipò alle grandi proteste anti-governative del 2011, e che di conseguenza potrebbe essere condannata alla pena di morte. Si trova in carcere dal 2015 con il marito e altre tre persone, tutte accusate di aver manifestato e incitato alla protesta. Secondo Human Rights Watch i cinque imputati non sono accusati di alcun crimine violento, ma Israa al-Ghomgham rischia la condanna a morte, ed è stata giudicata dalla Corte penale saudita specializzata in terrorismo. Le proteste del 2011, che hanno coinvolto la regione orientale dell’Arabia Saudita, popolata da sciiti, sono state interpretate da Riad come un tentativo dell’Iran di mobilitare la minoranza sciita per destabilizzare il paese. Un’eventuale condanna a morte, che sarà decisa il 28 ottobre, potrebbe rappresentare un monito per l’Iran, al pari della condanna a morte dell’Imam sciita Al Nimr nel gennaio del 2016, che scatenò l’assalto all’ambasciata saudita a Teheran e numerose proteste nel paese. Una situazione che rischia di infiammare ancora di più i rapporti tra i due stati rivali, in competizione per l’egemonia nella regione.

Il ritorno di Al Baghdadi e l’Isis 2.0
In questo scenario di instabilità, si inserisce il ritorno del Califfo dell’Isis Al-Baghdadi, che il 22 agosto ha rilasciato un audio di 55 minuti, dal titolo Give Glad Tidings to the Patient. Secondo le Intelligence arabe e occidentali la voce sarebbe effettivamente quella di Al-Baghdadi, e all’interno dell’audio diversi riferimenti a episodi di politica internazionale recenti (come le divergenze tra Stati Uniti e Turchia), avvalorano la tesi che vede il Califfo vivo e pronto a riprendere il controllo delle milizie sopravvissute sul terreno. La situazione militare di quello che rimane dello Stato Islamico è disastrosa: poche roccaforti sparse in Siria e in Iraq, prevalentemente assediate e pronte ad essere liberate dall’assalto degli eserciti regolari. Per questo Al-Baghdadi, come scrive sull’HuffPost Nabil El Fattah, grande esperto di islam radicale, ha lanciato l’ordine per la nascita di una sorta di Isis 2.0. Più simile ad Al Qaeda che allo Stato Islamico originale -fatto di ministeri, tassazione e controllo del territorio-, il nuovo “califfato” avrà come orizzonte ideologico la jihad globale. Per questo Al-Baghdadi esorta i miliziani ancora fedeli a resistere nelle “terre dell’Islam”, e a condurre attentati con esplosivi e di grande impatto, mentre invita le cellule e i lupi solitari (i “leoni feroci”) presenti in Occidente a colpire per terrorizzare la popolazione, tramite attacchi con armi bianche ed auto. Un fattore, questo, che aumenterà l’attenzione delle Intelligence occidentali sul fenomeno dei foreign fighters di ritorno dagli scenari di guerra, che potrebbero essere spinti ad agire tramite il nuovo comunicato. Comunicato che, d’altro canto, rappresenta un problema anche per il fragile processo di ricostruzione in Siria e in Iraq, minato dalla nuova minaccia di Al-Baghdadi.

Lo scenario mediorientale, come sempre, rimane estremamente fluido e intriso di instabilità nonostante i principali conflitti militari che lo hanno caratterizzato negli ultimi anni si siano attenuati. Sono diversi i fronti, dalla situazione israelo-palestinese alla sopita ma perenne guerra multidimensionale tra Iran e Arabia Saudita, passando per le tensioni tra Stati Uniti e Turchia, che possono minacciare un’evoluzione pacifica della regione. La Russia oramai è pienamente entrata nel grande gioco del Medio Oriente, approfittando del vuoto lasciato dagli Stati Uniti, e nonostante le dichiarazioni del disimpegno dalla Siria, Mosca continua a tirare le fila della situazione siriana, ed avrà un ruolo primario nella campagna di Idlib. La Cina continua a rimanere attenta osservatrice delle dinamiche, interessata ai diversi aspetti economici della ricostruzione dei territori martoriati dalla guerra e alla futura architettura energetica e commerciale dell’area.
L’intero sistema regionale sta mutando nella ricerca di nuovi equilibri, e il Medio Oriente continua a sembrare una polveriera pronta ad esplodere.

L’Arabia Saudita e l’obiettivo di costruire il consenso internazionale anti-Iran

In Medio Oriente, un altro anno carico di turbolenze è terminato. Tuttavia, a causa del caos regionale alimentato dall’accesa rivalità fra Arabia Saudita ed Iran, il 2018 si preannuncia altrettanto turbolento.

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Poche cose sono esplosive come la combinazione fra ambizione e nervosismo strategico – e a Riyadh, sotto la leadership indiscussa del potente Principe della Corona Mohammad bin Salman, si respirano entrambi. Per questo gli esiti del viaggio di marzo del Principe in Europa e negli Stati Uniti potrebbero essere sorprendenti.

Obiettivo principale resta, in primis, il contenimento dell’Iran. L’Iran, dal punto di vista del Principe Mohammed, sta diventando la potenza dominante dall’Iraq al Libano. Teheran, anche se non in pieno controllo di Baghdad, Damasco e Beirut, può decisamente modellare i loro scenari politici – e, nel caso siriano, militari – grazie ai suoi proxies ed alleati. Gli iraniani stessi sono stati chiari sul loro punto di vista riguardo alla regione: “E’ possibile prendere qualsiasi decisione rilevante riguardo all’ Iraq, Siria, Libano, Africa del Nord o Golfo Persico senza l’Iran?” ha tuonato pochi mesi fa Hassan Rouhani, Presidente dell’Iran.

Mohammad bin Salman, evidentemente pensa di sì, e di questo vuole convincere i sui alleati a Londra e Washington. Addirittura, pur di raggiungere l’obiettivo di escludere Teheran dalla politica regionale, la politica estera e di sicurezza saudita sembra essere andata in “overdrive” – mentre l’Iran rimane un passo avanti. L’intervento saudita in Yemen è stato costoso e inconclusivo, anche dopo più di tre anni. La situazione potrebbe evolversi in ciò che Riyadh ha maggiormente cercato di prevenire: la trasformazione del movimento degli Houthi in qualcosa di molto simile ad Hezbollah in Libano. L’isolamento del Qatar guidato dall’Arabia Saudita ha avuto, parzialmente, più successo: lo sforzo di addomesticare le risolute politiche regionali di questo paese ha funzionato, ma la crisi è stata di fatto una sconfitta di pubbliche relazioni per Riyadh. L’ultima avventura saudita – la forzata consegna delle dimissioni, poi ritirate, di Saad Hariri come Primo Ministro del Libano – ha creato sconcerto in Libano e oltre. Se l’obiettivo è chiaramente contenere l’Iran, le strategie su come agire sono state finora, inefficaci. Lo Yemen è un terreno strategico estremamente spinoso, dove le guerre sono costose e complesse ed i risultati ambigui. E’, inoltre, un teatro periferico. L’equilibrio di potere in Medio Oriente è tradizionalmente determinato in Siria ed Iraq, dove tuttavia, l’Iran è un passo avanti.

Contenere l’Iran, richiederebbe piuttosto un vasto consenso internazionale, per cui non sembrano esserci i presupposti: ad esempio le potenze asiatiche emergenti così come gli stati europei, difendono a spada tratta l’accordo sul nucleare stipulato con l’Iran nel 2015. In questo senso, però, sta lavorando Mohammad bin Salman.

In primis con tentativi di avvicinamento tattico con Mosca, la maggiore alleata dell’Iran in uno dei principali teatri mediorientali, la Siria. Nonostante Russia e Arabia Saudita siano caratterizzate da un passato di reciproca sfiducia e ostilità risalente alla Guerra Fredda, le due nazioni condividono oggi anche interessi strategici reciproci, innanzitutto, nel mercato energetico, nel quale solo un’alleanza tra Russia e Arabia Saudita è riuscita a risollevare i prezzi del petrolio in caduta libera tra il 2014 e il 2016.

Altro alleato fondamentale nello sforzo anti-iraniano, sta emergendo in Israele. Da una parte, il conflitto storico tra Israele e Palestina è sempre stato di rilevanza centrale per consolidare il potere dei leader arabi. L’Arabia Saudita ha tradizionalmente guidato la comunità arabo-islamica nella questione del riconoscimento della Palestina come Stato. Tuttavia, negli ultimi anni, Riyadh ha sempre di più tentato di fare ciò cercando di non compromettere i rapporti con Israele, paese cardine per fermare l’avanzata iraniana. Questo è emerso chiaramente nei recenti avvenimenti politici riguardo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello stato ebraico da parte dell’amministrazione statunitense di Donald Trump. Infatti il Principe Ereditario Mohammad bin Salman negli ultimi anni si sarebbe mostrato incline a supportare l’ascesa della leadership palestinese di Mohammad Dahlan, prevedendo la stipulazione di un patto di pace con Israele nel quale verrebbero riconosciuti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania in cambio del riconoscimento dello Stato palestinese, senza Gerusalemme come capitale. Ovviamente questo patto avvicinerebbe il Regno ad Israele piuttosto che alla Palestina. Il Regno saudita infatti è ben consapevole che la capacità strategica israeliana e la sua influenza sull’attuale amministrazione statunitense sono due “armi” fondamentali per la lotta di potere con l’Iran.

Soprattutto, il Principe Mohammad bin Salman sa di poter contare sull’amministrazione statunitense, pur se in pieno arretramento strategico, per azioni di escalation contro Teheran. L’ultima riprova, inconfutabile, si è avuta con gli ultimi ricambi all’interno dell’amministrazione stessa. Con Mike Pompeo al posto di Rex Tillerson a capo del Dipartimento di Stato e John Bolton al posto di H.R. McMaster al Consiglio per la Sicurezza Nazionale, due politici moderati lasciano il posto a due falchi tradizionalmente anti-Iran. Interessante è come questi sviluppi siano avvenuti, entrambi, in concomitanza del viaggio del Principe Mohammad bin Salman negli Stati Uniti.

Tirando le somme, questa rafforzata alleanza con gli USA, il programma segreto di distensione portato avanti con Israele e il possibile avvicinamento alla Russia, avvicinerebbero Riyadh alla costruzione di un consenso internazionale anti-Teheran. Si può in un certo senso dire che il Regno si starebbe già preparandosi su questa strada, ambendo a ristabilire la centralità del Regno nella vita geopolitica del Medio Oriente. Gli obiettivi sono certamente ambiziosi, Mohammad bin Salman sta tentando di gettarne i presupposti, ma è tutto fuorché certo che il Principe saudita potrà trasformare le sue aspirazioni in realtà.

Marco Siniscalco e Silvia Marcelli, Euro-Gulf Information Center

 

Il mondo post-ISIS: la barriera inesistente al terrorismo jihadista

Lo Stato Islamico è stato sconfitto sul terreno. A testimoniare la sua disfatta sono le città distrutte e irriconoscibili, i fantasmi di una vittoria ormai perduta: Raqqa, Mosul, Aleppo, Palmira e altre.

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Il Presidente russo Vladimir Putin ha annunciato il ritiro delle truppe russe dal territorio siriano: una scelta finalizzata a raccogliere l’appoggio popolare in vista delle nuove elezioni presidenziali oppure una dichiarazione aperta della grande vittoria putiniana in Medio Oriente?

Nel corso degli ultimi, quasi, sette anni, il mondo stava immobile a guardare il sopravvivere di un regime che ha aperto la porta ad una sanguinosa guerra civile, provocando la grande crisi migratoria e creando, addirittura, i presupposti per la fondazione di uno nuovo Stato Islamico, di natura nettamente terroristica.

Il regime c’è ancora oggi, ma due Stati sono venuti meno. Il primo, quello siriano, governato da un dittatore senza popolo, e l’altro, fondato sul mito di una utopia radicale, che ormai un territorio non ha più. Analizzando gli avvenimenti in un‘ottica ancora più vasta – quella globale – è permesso parlare del mondo post-ISIS oppure si tratta di un semplice shift nel modus operandi del gruppo terroristico?

La sconfitta dell’ISIS – come molti analisti hanno commentato – non è definitiva e il fenomeno dei jihadisti che si fanno esplodere in nome di Allah non è più contenuto con il venir meno di un presupposto territoriale, ma rischia di bussare alle porte delle metropoli occidentali.

La barriera che conteneva il terrorismo jihadista dietro la cortina occidentale non esiste più. I returning fighters e l’avanzata del fenomeno di lone wolves fanno emergere l’esigenza di riflettere su quello che è stato fatto finora e sulla conseguente responsabilità dei governi. Gli attacchi degli ultimi mesi ci fanno comprendere come il terrorismo non possa essere combattuto unicamente con attacchi aerei, granate e mitragliatrici, ma come sia necessario escogitare anche una lotta al terrorismo su altri piani d’azione. È fondamentale capire che i jihadisti non nascono da soli, vengono creati in circostanze e contesti all’interno dei quali non riescono ad autodeterminarsi e a far sentire la propria voce. È infatti anzitutto l’assenza dello Stato a creare i jihadisti.

Ci sono voluti anni per studiare le cause e i modelli di radicalizzazione, enfatizzando la necessità di una cooperazione più consolidata, di una intelligence-sharing internazionale. E ci sono voluti più anni ancora nel tentare di far capire quanto fosse determinante il ruolo della società, delle istituzioni religiose e del sistema scolastico nel campo dell’early detection, per arrivare a un dialogo positivo e riconciliativo a livello locale e nazionale. Tutto ciò era previsto dalle grandi strategie occidentali e delle piccole democrazie in via di sviluppo (che stanno appena iniziando a creare le condizioni per la crescita di uno stato di diritto e istituzioni statali fatte su misura europea) – ma fin troppo entusiasti della loro strategia “ideale”, hanno dimenticato di attuarla.

Sfruttando la negligenza dei governi e le conseguenze dalla globalizzazione, i gruppi terroristici hanno sperimentato una trasformazione profonda. Da semplici disseminatori del terrore, nel corso del tempo, hanno fatto proprio un altro aspetto, assai più pervasivo, quello culturale. Per combattere questa moderna Idra di Lerna sembra non bastevole la strategia della Guerra (preventiva) al Terrore così come formulata e pianificata dall’amministrazione Bush, perché il contesto globale è cambiato significativamente dagli attacchi alle Torri Gemelle: la guerra al terrorismo è diventata ancor prima culturale e di comunicazione. Decapitando una delle teste dello Stato Islamico, rischiamo di facilitarne la ricrescita in molteplici forme – ecco perché bisogna porsi un’altra domanda: per quali motivi 40.000 individui hanno deciso di andare verso le zone di guerra? Come porvi rimedio?

Parlando delle “dottrine antiquate”, quella di Not negotiating with terrorists è diventata la prassi comune in molti paesi. Sono innumerevoli le ragioni per sostenere questa rigida posizione. L’eventuale impegno dei governi democratici nei negoziati con i terroristi andrebbe letto come la resa davanti alla violenza e la sua giustificazione e rappresenterebbe la minaccia alla legittimità dei valori democratici e delle libertà civili, pilastri della cultura occidentale. Se solo un alleato si fosse impegnato a negoziare con gli estremisti avrebbe prodotto un butterfly effect devastante in altri paesi oppure avrebbe potuto indebolire i progressi già compiuti da altri governi nella lotta al terrorismo.

Ma cosa sarebbe stato se le democrazie avessero effettivamente seguito i postulati della dottrina Not negotiating with terrorists e non si fossero mai impegnate nei negoziati segreti? Cosa sarebbe stato se, al posto degli attacchi aerei contro le basi militari dell’ISIS, le principali democrazie si fossero allontanate dal presunto divieto ancora una volta? Cosa sarebbe stato se gli Stati si fossero impegnati a rafforzare le proprie istituzioni e si fossero garantiti reciprocamente solidarietà e tolleranza, due valori che invece vengono solo ostentati all’indomani di un nuovo attacco?

Nel tentativo di distruggere il Mostro per mezzo delle armi, si rischia di diventare anche noi stessi mostri. L’ondata dei combattenti che rientrano nei paesi di origine detta la necessità di affrontare i problemi trascurati in precedenza: capire veramente i push e pull factors della radicalizzazione di ogni singolo individuo e studiare programmi per la loro reintegrazione nella società, tenendo conto della necessità di non perseguire a tutti i costi la garanzia della sicurezza e della stabilità al di fuori dei propri confini, senza prima favorire la deradicalizzazione nel proprio territorio.

 

 

 

 

L’incognita Iran nel futuro equilibrio del Medio Oriente

Dopo gli accordi di Vienna sul nucleare iraniano, il futuro della Repubblica Islamica sembrava certo: una maggiore apertura con gli interlocutori internazionali, e un ruolo primario negli equilibri del Medio Oriente. Con l’avvento di Trump questa traiettoria politica sembra meno certa, ma Teheran ha molti fattori che favoriscono la sua ascesa. 

L’incognita Iran nel futuro equilibrio del Medio Oriente - Geopolitica.info

Sia Obama che Donald Trump, nonostante le enormi differenze di vedute dovute all’appartenenza a schieramenti politici opposti, hanno una strategia sul Medio Oriente relativamente simile. Entrambi fautori di un disimpegno degli Stati Uniti dalle tensioni nella regione, il primo perché aveva individuato nel quadrante Asia-Pacifico il nuovo imperativo strategico per il futuro degli Stati Uniti, il secondo per concentrare le risorse statunitensi nella rivoluzione economica promessa in campagna elettorale, e ambedue consapevoli del rischio di overstretching proprio di una superpotenza che vede eclissare la propria egemonia mondiale.
In un’intervista a The Atlantic, nell’aprile del 2016, Obama parlava così a proposito del ruolo degli Stati Uniti nel Medio Oriente: “i nostri amici tradizionali non hanno la capacità di spegnere le fiamme da soli o vincere in modo decisivo da soli. Questo vorrebbe dire che dobbiamo continuare a partecipare e usare il nostro potere militare per regolare i punteggi . E questo non sarebbe nell’interesse né degli Stati Uniti né del Medio Oriente”, evidenziando la volontà di disimpegnarsi dalla risoluzione delle diatribe tra gli stati della regione. Anche Trump, nel suo viaggio in Medio Oriente a maggio del 2017, ribadisce lo stesso concetto di Obama:  “Le nazioni del Medio Oriente non possono aspettare che il potere americano schiacci un nemico per loro. Le nazioni del Medio Oriente dovranno decidere quale tipo di futuro vogliono per se stessi, per i loro paesi e per i loro figli”. 

La discontinuità di Trump con la precedente amministrazione riguarda l’idea di architettura regionale del nuovo Medio Oriente: mentre Obama, come evidenziato dall’accordo sul nucleare del 2015 – considerato una grande vittoria dall’amministrazione democratica – e dalle ripetute dichiarazioni sulla ricerca di una cooperazione tra l’Arabia Saudita e l’Iran (“accogliamo con favore un Iran che svolge un ruolo responsabile nella regione, e che intraprende passi concreti e pratici per costruire fiducia,  risolvere le sue differenze con i suoi vicini con mezzi pacifici, rispettare le regole e le norme internazionali”), considerava Teheran un attore fondamentale per la stabilizzazione del Medio Oriente, Trump, nel corso del suo tour in Arabia Saudita e Israele, ha evidenziato un approccio maggiormente tradizionale alla regione.
Proprio a Riyadh, davanti ai principali leader del mondo arabo, Donald Trump ha rivolto dure parole contro la Repubblica Islamica, considerata una minaccia per gli equilibri mediorientali: “Per decenni l’Iran ha alimentato il fuoco del conflitto settario e del terrore. È un governo che parla apertamente di omicidi di massa, promettendo la distruzione di Israele, la morte  dell’America e la rovina di molti leader e nazioni in questa stanza”, ha dichiarato, aggiungendo che “fino a quando il regime iraniano non vorrà essere un partner per la pace, tutte le nazioni di coscienza devono lavorare insieme per isolarlo, negare i finanziamenti per il terrorismo e pregare per il giorno in cui il popolo iraniano avrà il giusto governo che merita.”

Minaccia, quella iraniana, che Trump vuole combattere tramite gli storici alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente: Arabia Saudita e Israele. Vanno viste in questa ottica il maxi accordo (storico per numeri) di fornitura di armi di Washington a Riyadh, dal valore di oltre 110 miliardi di dollari, o la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale israeliana. Segni inequivocabili di un riavvicinamento dell’amministrazione americana ai due pilastri della politica statunitense in Medio Oriente, dopo che l’accordo sul nucleare, oltre che alcune dichiarazioni non propriamente distensive, avevano allontanato Obama da Israele e l’Arabia Saudita.
Quella di Trump è una rivisitazione della Dottrina Nixon, cioè la strategia in politica estera elaborata alla fine degli anni ’60 dal neo eletto presidente e il suo consigliere Kissinger, che si basava sul progressivo disimpegno diretto degli Stati Uniti dall’Indocina, accompagnato da un potenziamento delle capacità e della solidità dell’apparato governativo e militare del Vietnam del Sud (filo-americano), nel contesto del conflitto vietnamita. Trump basa la sua strategia in Medio Oriente sul contenimento della minaccia iraniana tramite il rafforzamento degli alleati storici di Washington, considerati i principali attori che caratterizzano l’equilibrio della regione.

Tutta la bibliografia sull’Iran, che negli anni delle trattative sul nucleare ha subito un’impennata, dovuta all’inflazione mediatica che ha avuto la Repubblica Islamica, presenta una visione omogenea sul futuro di Teheran: una visione ottimistica, modellata sulle strategie Dem per il futuro del Medio Oriente, che vedeva l’Iran sempre più integrato nell’arena internazionale. Questa uniformità di giudizi si è diffusa grazie alla certezza, quasi assoluta, della vittoria della democratica Hillary Clinton, e quindi con un’amministrazione in continuità con la precedente.
La vittoria di Donald Trump, inaspettata per l’iniziale divario elettorale tra i due candidati, ha cambiato le carte in tavola: il neo presidente statunitense, nel solco del disfacimento degli atti della precedente amministrazione, ha sempre considerato l’accordo sul nucleare iraniano come una sconfitta per la Casa Bianca, e in coerenza con la tradizione repubblicana, ha spostato di nuovo il peso degli Stati uniti sugli storici alleati nella regione, annullando le previsioni lette sul futuro iraniano.

In una regione instabile come quella mediorientale, il peso e le decisioni di una superpotenza come quella degli Stati Uniti hanno un ruolo rilevante per il futuro dei singoli attori. Quel che non è scontato, però, è che Israele e l’Arabia Saudita possano davvero contenere l’ascesa dell’Iran e la sua ricerca di un ruolo primario negli equilibri del Medio Oriente.
Israele è impossibilitato, per evidenti motivi di natura etnica, politica e religiosa,  a partecipare al conflitto per conquistare l’egemonia della regione, e l’Arabia Saudita negli ultimi anni ha accumulato un gap con la controparte iraniana non indifferente.

Teheran, dalla sua, può sfruttare diversi fattori per consolidare la sua influenza in Medio Oriente. Nel corso degli ultimi 10 anni la Repubblica Islamica, tramite una dottrina militare fondata su una strategia asimmetrica, fiore all’occhiello dell’Iran, ha massimizzato il suo ruolo nella regione, ed esercita una notevole influenza in almeno quattro capitali mediorientali: Damasco, Baghdad, Beirut e Sana’a.
Grazie alla rete di milizie paramilitari, coordinate dalla divisione Quds delle forze dei Pasdaran, l’Iran ha raggiunto importanti risultati militari, arrivando a creare quel corridoio sciita che tanto spaventa i suoi avversari, e che permette a Teheran di avere una capacità di proiezione che raggiunge il Mediterraneo.


L’Iran ha l’occasione di raccogliere quanto ha seminato negli anni dei conflitti in Iraq e in Siria, oltre che nel massimizzare la propria influenza nello Yemen tramite il ruolo degli Houthi.
Per far questo, però, ha bisogno di cambiare alcuni aspetti della sua dottrina militare, cercando di renderla più tradizionale:

  • l’aumento delle risorse per la difesa, ancora troppo basso per un importante ammodernamento delle forze armate
  • l’incremento della cooperazione e del grado di fiducia tra l’Artesh (l’Esercito Nazionale) e le Guardie della Rivoluzione, con un maggiore ruolo dell’esercito anche nei teatri esterni, fino ad oggi di esclusiva competenza delle Guardie della Rivoluzione
  • il rilassamento delle posizioni del regime che non vedono di buon occhio le tattiche di guerra tradizionali per retaggi ideologici
  • un cambiamento della percezione della minaccia, che permetta un passaggio dalla posizione dominante della difesa asimmetrica contro gli Stati Uniti a una concentrazione sulle minacce regionali

Un cambio nella dottrina militare che preveda un approccio più tradizionale, che si concentri sulla capacità di proiezione terrestre, aerea e marina, e sulla progettazione di basi militari permanenti fuori dai confini, incrementerebbe esponenzialmente l’effettiva influenza regionale  dell’Iran, e tradurrebbe l’attuale “corridoio sciita” in un vero e proprio sistema di alleanze consolidate. La strategia asimmetrica, fondata sul ruolo delle milizie e sullo sviluppo dei missili balistici (che al momento offrono all’Iran il più variegato e grande arsenale del Medio Oriente), ha consentito grandi progressi dal punto di vista militare al paese, che possono essere cristallizzati tramite alcune variazioni strategiche.
La presenza nella zona ad ovest dello Yemen permette all’Iran un ulteriore importante traguardo, quello del controllo di entrambi gli stretti del Golfo Persico, quello di Hormuz e quello di Beb el-Mendab, come analizzato in un precedente articolo, esercitando una fortissima azione di deterrenza sul commercio mondiale.
Inoltre strutturalmente l’Iran presenta dei dati di tutto rispetto, come quello relativo alla propria demografia: ha 80 milioni di abitanti (il secondo paese dopo l’Egitto in tutta la regione del MENA), quota raggiunta nel 2015 e ricercata da diversi piani familiari che stanno a sottolineare la volontà dell’establishment iraniano di puntare sul fattore demografico, e secondo il rapporto sullo sviluppo umano delle Nazioni Unite il paese arriverà nel 2030 a toccare quota 100 milioni di abitanti. Comune ad altre nazioni della regione, la maggior parte della popolazione dell’Iran si trova sotto la soglia dei 35 anni, e il paese presenta un tasso altissimo di alfabetizzazione universitaria: con circa 4,5 milioni di iscritti alle università e 750.000 laureati l’anno (principalmente nel settore ingegneristico), l’Iran può contare su un gran bacino di giovani scolarizzati, alimentando le capacità di sviluppare know how interno.

Il martellante messaggio di Donald Trump volto a indicare la Repubblica Islamica come nemico degli Stati Uniti ha uno scopo ben preciso: far continuare Teheran a sviluppare i propri imperativi strategici sulla difesa della minaccia da Washington, rallentano quel processo di modernizzazione militare che permetterebbe al paese di conquistare un ruolo egemone nella regione.
Il Medio Oriente ha diversi scenari di instabilità, che si sono riaccesi con la violenza tra palestinesi e israeliani, e rimane difficile prevedere un futuro per la regione. Tra i fattori determinanti ci sarà da vedere quanto l’avvicinamento strategico, in chiave anti iraniana, tra il Regno saudita e Israele possa tenere dopo il riacutizzarsi del conflitto tra mondo arabo e islamico e la controparte israeliana. Conflitto che l’Iran può cavalcare facilmente per aumentare la propria legittimità nel umma islamica.

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