Archivio Tag: Medio Oriente

Il Paese dei cedri a rischio default: archetipo della fragilità geopolitica e geo-economica Mediorientale

Il Libano costituisce l’archetipo della fragilità geopolitica e geo-economica Mediorientale. Il consolidarsi della politica americana di selective engagement nell’Area Mediorientale ha rivivificato le aspirazioni egemoniche regionali saudite, iraniane ed egiziane ma anche israeliane e turche. Aspirazioni che hanno trovato terreno di confronto, da un lato, nella martoriata Siria e, dall’altro, nel delicato equilibrio interno a Beirut. Il Paese dei cedri si ritrova oggi, così, stretto tra una difficile autodeterminazione rispetto agli Stati limitrofi e un forte rischio di bancarottaQuali le cause del default che rischiano di schiacciare Beirut nel confronto con gli altri competitors regionali

Il Paese dei cedri a rischio default: archetipo della fragilità geopolitica e geo-economica Mediorientale - Geopolitica.info

La resilienza dopo la guerra civile

La Repubblica Parlamentare Libanese è sorta sulle ceneri di quindici anni di guerra civile, terminata il 13 ottobre 1990. Il suo consolidarsi è il frutto di contrastanti influenze: da un lato, l’influenza di Riyad intenzionata a guidare la Regione, in una supremazia politica sunnita e, dall’altro, l’ascesa sciita di Damasco e Teheran. Precipuamente, è stata l’ideologia sciita a prendere il sopravvento e influenzare l’evoluzione istituzionale della nazione. Ma in due sensi differenti. Da un lato, il regime baathista ha considerato, sempre, il Libano (insieme alla Giordania e alla Palestina) parte imprescindibile del progetto della “Grande Siria“. Dall’altro, l’Iran si è fatto istante del sentimento di insofferenza delle frange sciite della popolazione rispetto ad un ordine costituto che le vede emarginate politicamente ed economicamente. Non a caso, Teheran ha destinato un forte supporto logistico, finanziario e, soprattutto, ideologico a Hezbollah. Il Partito di Dio, così, da milizia a base confessionale, è riuscito a consolidarsi come organizzazione politica, grazie all’adozione di programmi educativi, culturali e socio-assistenziali a favore della popolazione sciita. Nel far ciò, ha piegato i suoi ideali islamici radicali, di matrice Khomeinista, alle peculiarità socio-economiche del territorio, divenendo strumento di destabilizzazione dei governi nazionali sostenuti, invece, dall’area sunnita. La natura multiconfessionale del Paese e le forti influenze esterne hanno, pertanto, reso più complicato il raggiungimento di una piena autodeterminazione nazionale. Al di là delle complesse e frammentate dinamiche interne, il Libano è riuscito ad interporsiautorevolmente nei confronti dei protagonisti della Global Society, distinguendosi per le capacità solutorie dei debiti di guerra e per la resilienza nell’avvio di una costante e progressiva crescita economica. Una economia, però, priva di una struttura produttiva e commerciale, essendo principalmente orientata all’erogazione di servizibancari e finanziari. Una strategia economica che è valsa l’epiteto di “Svizzera del Medio Oriente” e che si è consolidata grazie a imposizioni fiscali bassi e scarsi controlli pubblici. Non solo. Dati alla mano, investimenti, depositi esteri e rimesse hanno spinto, in egual misura, la crescita del Paese e sono riusciti a compensare le perdite derivate dalla diaspora di manodopera e di risorse intellettuali durante tutti gli anni di conflitto.

Oltre il “paradiso” fiscale, l’instabilità

L’aumento, costante nel tempo, dei flussi internazionali di capitali speculativi, di investimenti di breve periodo (non destinati al finanziamento delle attività produttive) e il preponderante ruolo degli hedge funds hanno reso sempre più netto lo sviluppo del settore finanziario rispetto allo sviluppo conosciuto dall’economia reale del Paese. E conseguentemente, hanno accelerato l’aumento del debito pubblico, la perdita di valoredella moneta nazionale e reso dilagante la corruzione. Perciò, al progetto di ricostruzione del Paese ha fatto seguito un programma di risanamento della finanza pubblica, di riduzione delle spese, soprattutto sociali, e di copertura del debito con percentuali alte di entrate fiscali. Ne sono derivati un ispessimento delle disuguaglianze di reddito e una forte disparità di ricchezza; tanto che, allo spirare del 2019, solo l’1% della popolazione deteneva ben un quarto della ricchezza del Paese. La restante parte viveva con meno di 4 dollari al giorno, ovvero meno di 108 euro al mese. Una situazione di insostenibilità economica di cui si sono fatte portavoce le proteste di piazza che hanno caratterizzato l’autunno 2019 e si sono protratte sino alle dimissioni del Governo, sunnita e filosaudita, di Saad Hariri (al potere dal 2016). 

Le sfide del nuovo governo

Nel Gennaio scorso, così, Beirut ha visto nascere un nuovo governo con al timone Hassan Diab (già ministro dell’Istruzione), ampiamente sostenuto da Hezbollah. Sin dal suo insediamento, Diab ha dovuto affrontare molte sfide per la sopravvivenza del Paese. Prima fra tutte, il più il più alto rapporto al mondo di rifugiati per abitante: l’interminabile guerra siriana ha spinto sino ad 1,5mln di profughi verso il territorio libanese, appesantendo ulteriormente le spese pubbliche. In secondo luogo, un debito pubblico abnorme, superiore al 160% del PIL. In terzo luogo, la penuria di valuta estera: dopo le vertiginose svalutazioni della lira libanese, degli anni ’90, infatti, la politica monetaria si è orientata verso l’adozione di un tasso fisso di 1,507 lire per un dollaro. In questo modo, il dollaro è divenuta la principale moneta nelle transazioni finanziarie. Sennonché, l’instabilità politica interna (compresa la chiusura degli istituti bancari, durante le proteste autunnali) e le altalenanti dinamiche regionali hanno fortemente scoraggiato gli investitori stranieri. Minori depositi esteri hanno corrisposto inferiori riserve di dollari necessarie per adempiere ai pagamenti verso i creditori stranieri. 

Mancanza di fiducia del mercato e penuria di valuta estera

L’eccessiva esposizione al debito costituisce il dato caratterizzante il sistema economico postmoderno e l’attività di ogni operatore del mercato, comprese le singole entità statali. Pur di conseguire le risorse necessarie all’attuazione delle proprie politiche (in mancanza o insufficienza di ricchezza reale interna prodotta) gli Stati ricorrono al prestito (da parte di finanziatori privati o fondi sovrani), per mezzo dell’emissione di titoli di debito (e la concessione di interessi composti). Ma in questo modo si avvia una spirale perversa ove gli Stati accumulano debiti su debiti, al limite della loro possibilità di solvenza, esponendo la propria politica al giudizio del mercato. Ed, infatti, la situazione finanziaria libanese ha incominciato a vacillare quando gli operatori del mercato si sono mostrati propensi ad acquistare nuovi titoli di debito solo a fronte del riconoscimento di maggiori garanzie, in termini di più alti tassi di interesse. Tassi di interesse composti che hanno incominciato a divenire a tre cifre da 300% a 600% per ogni tranche di nuovi Bond emessi. La perdita di fiducia del mercato nei confronti del governo libanese si è tradotta, così, in una ulteriore riduzione delle riserve di valuta estera (da $ 55mln a $ 22mln), generando, a sua volta, una contrazione nel mercato delle merci importate. Un dato di non poco conto, per un Paese che importa tutti i beni necessari alla sopravvivenza della popolazione (con un disavanzo commerciale di $ 15368 mln). 

Svalutazione e debito ingombrante: le soluzioni auspicate

Al presidente della Banca centrale, Riad Salameh, riconfermato per la terza volta, perciò, non è rimasta altra scelta: ricorrere agli strumenti dell’ingegneria finanziaria o dichiarare il default. In primis, sono stati posti limiti ai prelievi moneta estera, per un massimo di 500 dollari al mese, pari al 50% in meno rispetto alla cifra concessa precedentemente. Cercando, in questo modo, di preservare una minima capacità del Paese nell’acquisto di beni di prima necessità dall’estero. In secundis, si è cercato di tamponare la svalutazione della lira sul mercato nero (di oltre il 40%), nonostante il tasso di cambio fisso. Il ricorso all’ingegneria finanziaria è apparsa, comunque, l’unica soluzione. Infatti, per un certo lasso di tempo nei corridoi della Banca Centrale ha serpeggiato l’idea di procedere verso derivanti di copertura del rischio di cambio (swap). La Banca Centrale stipulando contratti di swapcon gli investitori esteri, si sarebbe esposta a pagare solo la differenza tra i tassi d’interesse al momento della stipula e quelli alla scadenza. Ma l’attuazione di questo progetto è stata impedita dalla forte opposizione dei creditori stranieri e dall’avvertimento della società di rating Fitch, secondo cui una simile operazione avrebbe costretto a una revisione del rating sovrano al livello di “default selettivo”.

Sabato 7 marzo 2020: il default? 

Sabato 7 marzo 2020, oramai, rappresenta una data indelebile nella storia del Paese dei cedri. Il presidente Diab è stato costretto ad ammettere che “il debito è diventato più grande di quanto il Libano possa sostenere ed è impossibile per i libanesi pagare gli interessi” sulle tranche di Bond in scadenza tra marzo e aprile. In altri termini, Diab ha sospeso per 15 anni il pagamento dei suoi debiti, fissando una nuova scadenza nel 2035. In questo modo, Beirut si qualifica come debitore moroso ma non definitivamente inadempiente. Al contempo, modificando unilateralmente i termini temporali di adempimento, ha manifestato una volontà propositiva di iniziare nuove trattative con i creditori, al fine di ristrutturare il debito. Si configura sì un profilo di default selettivo o parziale come aveva temuto Fitch, ma superabile mediante nuove negoziazioni con i creditori.

Volontà negoziale

I termini dei negoziati con i creditori esteri insoddisfatti, possono andare da un allungamento dei tempi di adempimento ad un taglio (haircuit) del valore nominale dei bond. Il Libano è membro del FMI che al momento ha inviato una propria delegazione esclusivamente per una “consulenza tecnica”. Spetta al governo, infatti, esprimere parere favorevole ad un programma di risanamento gestito dal Washington Consensus. Ma Hezbollah esclude la ammissibilità di ingerenze esterne (la condizionalità del FMI) nel Paese. Probabilmente, l’inasprirsi della situazione, in virtù dall’imminente emergenza sanitaria Covid-19 potrebbe spingere Hezbollah a mutare la propria posizione ed accettare l’intervento del FMI nel piano di risanamento del Paese.

Come smontare qualche banalità sull’uccisione di Soleimani e l’escalation con l’Iran

La morte di Qasem Soleimani ha sollevato in tutto il mondo un gran polverone. Si discute animatamente sia delle ragioni che hanno portato l’Amministrazione Trump a compiere tale scelta, che delle sue possibili conseguenze. In Italia assistiamo al solito dibattito polarizzante su una questione di politica internazionale che, probabilmente, potrebbe essere trattata in modo più produttivo. In particolare, se ci si sforzasse di comprendere gli obiettivi degli attori coinvolti e se si cercasse di formulare delle interpretazioni anche alla luce del punto di vista di Roma.

Come smontare qualche banalità  sull’uccisione di Soleimani e l’escalation con l’Iran - Geopolitica.info

 

Al contrario, le tante reazioni emerse in queste ore scaturiscono principalmente dalla tendenza ossessiva dei nostri rappresentanti in Parlamento e osservatori politici a leggere gli eventi esterni come se fossero un riflesso dei nostri equilibri interni. Anche questa volta, infatti, si è parlato di Donald Trump e Qasem Solemaini, di Benjamin Netanyahu e Ali Khamenei come se fossero i nostri agenti all’Avana. Davvero è necessario ricordare che si tratta dei massimi rappresentanti di Stati che si muovono all’interno di un ordine internazionale in crisi (tema da noi rimasto in un cono d’ombra del dibattito pubblico) e in cui la competizione si sta facendo sempre più spietata?

Dopo una rapida carrellata dei post su twitter, quindi, non si può non restare colpiti dalla quantità di commenti avanzati sull’uccisione del capo della Forza al-Quds del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie, come neanche se avessero ucciso per la seconda volta JFK o fosse venuto a mancare il Santo Padre. Meno stupore, invece, desta l’assertività con cui in tanti si sono lanciati nella solita altalena tra agiografia e demonizzazione di un personaggio che fino a due giorni fa era ignoto al 99% della popolazione mondiale. Oppure in quella, uguale e contraria, tra l’ormai scontata parodia di un presidente americano “pazzo” o, all’opposto, “salvatore” dei destini del mondo occidentale.

Così, citando i peccati ma non i peccatori, un esercizio stimolante è quello di tentare di smontare qualche banalità – alcune delle quali dettate da un approccio ideologico al problema – pubblicate sia da esperti che da neofiti:

«Soleimani era l’artefice della sconfitta dello Stato Islamico» (ovvero, «era il nemico del radicalismo islamico»): sicuramente il generale è stato uno degli artefici dell’estinzione dell’ISIS, o almeno della sua esperienza semi-statuale. Tuttavia, Soleimani non ha combattuto lo Stato Islamico per avversione al radicalismo islamico o, più in generale, alla politicizzazione dell’Islam. Molto più banalmente, essendo un uomo di Stato, operava in funzione dell’interesse nazionale iraniano in Medio Oriente. In tal prospettiva, interpretava l’ISIS come uno strumento nelle mani dei nemici di Teheran (a seconda dei momenti, la Turchia, l’Arabia Saudita o gli Emirati Arabi) per minare il progetto della creazione della mezzaluna sciita e la stabilità di Stati filo-iraniani come l’Iraq e la Siria. Di sicuro, non figurava tra le intenzioni di Soleimani quella di contrastare l’idea di Stato teocratico, né tantomeno le interpretazioni oscurantiste della religione musulmana. Terreno su cui, la Repubblica Islamica dell’Iran è campione indiscusso dal 1979.

«Soleimani non era Osama bin-Laden»: sì chiaro e non era neanche Abu Bakr al-Baghdadi, né Madre Teresa di Calcutta, né tanto meno Diego Armando Maradona. Dalla prospettiva di Washington, quel che contava era che Soleimani ricopriva un ruolo simile a quello del fondatore di al-Qaeda per un duplice ordine di ragioni. Da un lato, oltre a essere lo stratega della lotta contro l’egemonia americana in Medio Oriente, per sua stessa scelta ne era divenuto anche l’uomo simbolo (sommava, quindi, le capacità di bin-Laden a quelle di Ayman al-Zawahiri). Dall’altro lato, la sua morte e quella del califfo al-Baghdadi agevolano la Casa Bianca nel parlare di una riduzione degli impegni in Medio Oriente, ritenuta cruciale nell’anno delle presidenziali. Dopo l’eliminazione di questi due nemici giurati dell’America e dei suoi sodali, infatti, Washington può sostenere che il grosso del lavoro nella lotta al terrorismo sia stato fatto ed evitare l’accusa di “abbandono” da parte dei partner mediorientali.

«Soleimani era un assassino, responsabile della morte di migliaia di persone»: forse è vero, ma non tutti gli assassini fanno la sua stessa fine. E questo anche quando (molto spesso) gli Stati Uniti sono nelle condizioni di fargliela fare. Quello che sembra assurdo è che i commentatori italiani che sostengono la scelta di Trump utilizzino la stessa narrazione a cui il presidente fa comprensibilmente ricorso per il suo pubblico interno. Nessun presidente americano ha mai parlato degli Stati Uniti come di una potenza “egemone” e, quindi, la decisione di uccidere Soleimani non può essere spiegata con la riaffermazione del primato americano in Medio Oriente o da altri ragionamenti di ordine strategico. Sin dalla fine della Guerra fredda, peraltro, gli americani sono diventati sempre più insofferenti agli impegni internazionali del Paese. Nel 2016 Trump, pur facendo ricorso a una grammatica molto diversa da quella dei suoi predecessori, aveva fatto una promessa simile a quelle di Clinton, Bush e Obama nella loro prima campagna elettorale: più spesa all’interno dei confini americani, più tagli sugli impegni esterni. Pertanto, l’unico modo che ha Trump per legittimare gravi scelte internazionali, che profilano all’orizzonte l’investimento di nuove risorse, è quello di appellarsi al sentimento patriottico dei suoi concittadini. Più delle tasse, infatti, questi ultimi non tollerano solo la possibilità che siano messe a repentaglio le vite o lo stile di vita degli americani.

«La morte del generale è una data spartiacque»: senza voler scomodare la saggezza del Qoelet, che in un passaggio illuminante ricorda come nello scorrere dei secoli «nulla di nuovo accade sotto il sole», sarà sufficiente ricordare che le date spartiacque si contano sul palmo di una mano negli ultimi 250 anni. Per sommi capi: 14/07/1789; 28/06/1914; 07/12/1941; 09/11/1989; 11/09/2001. Tra queste non figurano gli omicidi di uomini che – ben più di Soleimani – hanno segnato il loro tempo, tra cui Gandhi, JFK o Ernesto Che Guevara. Solo l’attentato di Sarajevo è in qualche modo legato alla dipartita di un singolo individuo. La portata delle conseguenze dell’omicidio dell’Arciduca Francesco Ferdinando, tuttavia, non dipese né dalle sue doti di strategico-politiche, né dalla sua importanza per gli equilibri interni dell’Impero Austro-Ungarico. Al contrario, innescò una reazione a catena (il cosiddetto effetto chainganging) dovuta esclusivamente alla natura rigida del sistema di alleanze tra le grandi potenze che si era venuto a formare nel trentennio precedente.

«Attacco ordinato mentre Trump si prepara ad affrontare il processo di impeachment al Senato» (ovvero, «la ricerca del nemico esterno»): Non potevano mancare, ovviamente, i commenti in stile complottista. Secondo questi ultimi, un presidente americano per evitare una condanna – che non subirà mai visti i numeri dei repubblicani al Senato – sarebbe così spregiudicato da mettere a repentaglio la vita di migliaia di americani e caricare di ulteriori oneri le casse – già di per sé bucate – dello Stato. Il tutto nella patria del sistema dei checks and balances. O, forse, Trump è così eccentrico da voler passare alla storia come l’unico presidente sottoposto a doppia procedura di impeachment? Peraltro, sembra strano che un personaggio sempre attento agli umori dei suoi concittadini non avrebbe fatto i conti con i sondaggi. Come riporta un articolo di Foreign Policy pubblicato in questi giorni, la stragrande maggioranza degli americani non è d’accordo ad alzare il livello di tensione con l’Iran (a riprova che sono gli americani per primi a voler limitare gli impegni del Paese all’estero). Altro sarebbe stato sostenere che Trump ha ben presente il modello negativo di Jimmy Carter, la cui pessima gestione della crisi degli ostaggi a Teheran contribuì in maniera determinante alla sua mancata rielezione. Sebbene non è successo nulla di simile a Baghdad, l’attuale inquilino della Casa Bianca sa di non potersi permettere di subire umiliazioni in campo internazionale se non vuole vedere offuscata la sua immagine di uomo vincente. Pertanto, con l’uccisione di Soleimani ha lanciato un segnale deciso sul fatto che alcune linee rosse non possono essere oltrepassate. O, forse, sarebbe meglio dire “linee verdi”, visto che l’assedio all’ambasciata americana di Baghdad era avvenuto – sotto la supervisione del generale iraniano – proprio nell’inaccessibile Green Zone della capitale irachena.

«A Washington è l’ora dei falchi»: optare per l’uso dello strumento militare non significa essere dei falchi. Soprattutto, non si può parlare della vittoria dei “falchi” quando non è stato fatto ricorso allo strumento militare in via preventiva o come prima forma di reazione a un attacco subito. Si ricordi che l’opzione militare è giunta solo dopo una lunga sequenza di azioni ostili nei confronti degli interessi degli Stati Uniti o dei loro alleati, che facevano presagire la possibile maturazione di eventi ancora più gravi. Volgendo lo sguardo solo a quanto avvenuto negli ultimi sei mesi, basti ricordare: l’aggressione alle petroliere nel Golfo dell’Oman (13-14/06/2019); l’abbattimento di un drone americano sullo stretto di Hormuz (20/06/2019); l’attacco ai pozzi petroliferi sauditi (14-17/09/2019); l’invasione della Zona Verde di Baghdad e l’assedio all’ambasciata americana (31/12/2019-01/01/2020).

«L’impostore [Trump, nda] fa per obbligo la cosa giusta»: impostore o no che sia – qui non si vuole fornire un giudizio di valore sull’operato di Trump – va ricordato che – a dispetto di quanto molti credono – istituzionalmente la figura del presidente americano non è la versione contemporanea di un satrapo dell’Evo Antico. Il presidente deve concertare le sue decisioni con gli altri membri del Gabinetto, imposta le linee guida della sua politica estera e di difesa in documenti ufficiali e pubblici (National Security Strategy, National Defense Strategy, ecc…), e deve ottenere dal Congresso (nel caso di Trump, con una Camera dei Rappresentanti a maggioranza democratica) le risorse necessarie a implementare le sue scelte. Il tutto in un Paese che, come ricordato qualche riga prima, è la culla del sistema dei pesi e contrappesi. La politica estera americana, peraltro, tende a essere sostanzialmente stabile nonostante il turnover alla Casa Bianca. I principali fattori che determinano un mutamento profondo nella sua condotta sono di ordine esterno e, in quanto tali, avulsi dalle fortune dei singoli partiti o candidati. L’opzione del retrenchment sugli impegni internazionali del Paese, di cui spesso viene accusato Trump, era stata già compiuta da Barack Obama. Entrambi, infatti, si sono confrontati con un ambiente internazionale molto simile e, allo stesso tempo, molto diverso da quello affrontato da Clinton e Bush. I fallimenti riportati in Afghanistan e Iraq, la crisi economica del 2007-2008 e l’emergere di potenze revisioniste (Cina e Russia) hanno posto gli ultimi due presidenti di fronte al dilemma su come preservare il momento unipolare a fronte di una diminuzione delle risorse disponibili. La risposta condivisa è stata quella di rinunciare alla scelta del deep engagement compiuta da Clinton e Bush (ricordate l’idea dell’America come “nazione indispensabile”?) per evitare lo spauracchio della “sovra-estensione imperiale”. Al contrario, Obama e Trump hanno adottato la linea del selective engagement, ispirato la postura degli Stati Uniti al principio del leading from behind e individuato nell’Indo-Pacifico la regione da cui dipendono gli interessi vitali degli Stati Uniti (l’unica dove vale davvero la pena spendere i dollari dei taxpayer americani).

«Siamo sull’orlo della Terza guerra mondiale» (ovvero, «il mondo ora ha paura»): non poteva mancare lo scenario catastrofista, che però non tiene conto di una serie di dinamiche ricorrenti nelle relazioni internazionali. L’uccisione di Soleimani non innesca un’escalation (che era in atto come visto poco prima), ma punta ad arrestarla. In presenza di un ordine egemonico è l’assenza dell’esercizio del potere dello Stato più forte a incentivare le sfide che mettono a repentaglio la stabilità internazionale (ricordate quando Obama non punì il regime di Assad che aveva varcato la linea rossa dell’utilizzo delle armi chimiche contro la popolazione civile nel 2013?). Al contrario, il ricorso alla forza da parte degli Stati Uniti nei confronti di un personaggio tanto in vista del regime iraniano, costituisce un disincentivo a future reazioni iraniane per almeno tre ragioni. La prima è che Teheran non ha la capacità di colpire figure altrettanto in vista dell’establishment politico e militare americano e se optasse per rappresaglie su obiettivi “soft” ne subirebbe una delegittimazione su scala globale. La seconda ragione è che, anche quando ne avesse la capacità, sarebbe la volontà a difettargli. Non bisogna dimenticare che la morte di Soleimani rappresenta un disincentivo per tutti gli altri decisori apicali del regime degli ayatollah. A dispetto di quanto evidentemente pensano molti osservatori, gli iraniani alla loro pelle ci tengono e nel compiere nuove scelte terranno ben presente la sorte toccata al generale. La terza ragione è che l’Iran non è inserito in un sistema di alleanze così saldo e forte da permettersi di fronteggiare una nuova reazione americana, né da far precipitare il mondo in un nuovo conflitto globale. Cina e Russia, le uniche due potenze che in qualche modo potrebbero sfidare militarmente gli Stati Uniti, non rischierebbero mai di restare coinvolte in una guerra “maggiore” perché un soldato è stato ucciso (evento che – purtroppo – rientra nella sfera delle possibilità di chi fa questo mestiere). Inoltre, Mosca coltiva un rapporto pragmatico con Teheran, a cui è unita dalla condivisione di uno stesso rivale – Washington – in alcuni contesti strategici. Parafrasando Trump sui Curdi e la Normandia, dalla prospettiva del Cremlino «le Guardie rivoluzionarie non hanno difeso Stalingrado nel 1942-1943», anche perché storicamente i due Paesi su molti temi hanno interessi contrastanti. Allo stesso modo, Pechino non è interessata a chi detiene il primato sul Medio Oriente. Molto più prosaicamente, vuole una regione stabile da cui importare quelle risorse energetiche – a prezzi altrettanto stabili e possibilmente contenuti – imprescindibili per la sua ascesa internazionale.

Medio Oriente senza America… uno Scarabeo tutto da comporre

Con la fine della guerra fredda, Washington si è ritrovata ad essere l’unica potenza egemone mondiale. Un unipolarismo determinato solo dalla assenza contingente di autorevoli competitors. Nello specifico di competitors capaci di farsi carico di decisioni strategiche destinate a segnare il destino del mondo, compreso il destino americano. Un unipolarismo necessitato, generato dalla mancanza di alternative e non sempre volutamente ricercato dall’establishment americana. In altri termini, una sorta di unipolarismo per “sottrazione”. Le crisi mediorientali odierne rendono più che mai evidente tutto ciò.

Medio Oriente senza America… uno Scarabeo tutto da comporre - Geopolitica.info

In particolare, nel disordine mediorientale nuovi soggetti avanzano la pretesa di entrare a far parte del novero delle grandi leader, presentandosi come potenzialmente in grado di controbilanciare la concentrazione di potenza oltreatlantico. Una concentrazione che Washington formalmente dichiara di voler ridimensionare ma sostanzialmente ancora persegue.

Dai primi anni ’90, con la Russia in ginocchio e una Europa ancora da costruire nei suoi più essenziali aspetti  di integrazione politica ed economico-monetaria, l’America si è fatta garante dell’ordine mondiale, gestendo la governance dei grandi processi globali, divenendo la protagonista di ciò che, la dottrina, in tempi diversi, ha ritenuto definire una forma di “imperialismo” (A. Aquarone, C. Julein, F. Schonemann, Ian Tyrrell). Un imperialismo “di fatto”, prevalentemente culturale, economico e militare. Un imperialismo, in molti casi, capace di preservare le parvenze delle forme politiche sussistenti nelle aree geopolitiche oggetto di attenzione; eppure, in grado di influenzare, impercettibilmente, il governo della cosa pubblica, anche per mezzo dell’operare delle istituzioni del Washington Consensus (FMI, BM e WTO).

Il sistema post-bipolare, dunque, è stato (ed è ancora) caratterizzato dalla concentrazione tutta ad Occidente del potere geopolitico. L’attenta analisi delle politiche americane, comunque, rende evidente come l’unipolarismo per esistere (e continuare ad esistere) non necessita di scadere nell’unipolarismo egemonico. L’essere l’unico detentore delle carte del gioco geopolitico, lascia, infatti, la scelta di quale carta giocare, in quali circostanze, in che termini e, soprattutto, se giocare o meno. Infatti, le scelte di politica estera americana degli ultimi venti anni dimostrano tale assioma. Da tempo Washington ha incominciato a ponderare le occasioni in cui procedere mediante interventi militari diretti nelle più disparate aree del mondo, compresa l’area Mediterranea e Mediorientale. Una ponderazione che ha assunto, prima, la forma della nota politica “leading from behind” di Obama e, poi, del più incisivo precetto “American First” di Trump.

Molte volte, non può negarsi, che in passato sotto le mentite spoglie della tutela dell’equilibrio mondiale, della sicurezza nazionale, dell’ interventismo umanitario e della lotta al terrorismo, interi processi globali in ambito energetico, strategico o economico siano stati piegati agli interessi americani. Al momento, però, sul piano della sicurezza, dopo la morte del califfo Al-Baghdadi e la sconfitta dello Stato islamico, non sembrerebbero esserci ragioni per un ulteriore dispiegamento di forze di terra americane nei focolai di Siria e Iraq. D’altronde, essendosi consolidato il ruolo di esportatore di petrolio degli Stati Uniti, nemmeno l’interesse energetico potrebbe profilarsi come ragione per un impegno costante in zone di crisi ad alto potenziale energetico. Non solo. Le ingenti spese sopportate dalla difesa americana per sostenere le operazioni in Iraq e Afghanistan hanno spinto l’establishment americano a dimezzare gli oneri e i rischi di gestione della governance globale.  Ciò con il fine di sventare la “malattia mortale” di ogni egemonia, ovvero il disequilibrio tra impegni e risorse pubbliche e il conseguente inarrestabile default. In questi termini va letta la dichiarazione del Presidente Trump di ritiro delle truppe americane dal fronte curdo del Rojava. Espressione (probabilmente solo) formale  di una fase di ripiegamento e di progressiva uscita dal Medio Oriente.

Certamente, in questo momento, le ragioni di equilibrio del bilancio americano spingono affinché si generino, nell’area mediorientale, uno o più competitors che tengano sotto controllo i focolai in corso. Al contempo, però, Washington sembra voler riservare a sé ancora il ruolo di garante di ultima istanza dell’ordine mondiale, con facoltà di intervento diretto nell’ipotesi che questi nuovi soggetti falliscano nell’adempimento del loro compito. Una dimostrazione può rinvenirsi nelle minacce rivolte verso l’alleato turco durante l’invasione del Rojava nonché nei profili assunti dall’incontro alla Casa Bianca, dello scorso 14 novembre, tra Trump e Erdoğan. D’altronde non può spiegarsi altrimenti il nuovo dispiegamento di forze in Siria e nel Golfo dell’Oman. Un dispiegamento che contrasta con il dichiarato disinteresse nell’area. Perciò, i nuovi competitors emergenti dovrebbero avere solo dimensione regionale.

Nonostante ciò, i possibili aspiranti regionali risultano essere molteplici. In primis, Israele, lo Stato militarmente più forte e maggiormente impegnato, attraverso i suoi efficienti servizi segreti, contro il terrorismo di matrice fondamentalista islamica oltreché nel tentativo di limitare le aspirazioni egemoniche di Rouhani. Quest’ultimo, capo del governo di Teheran dal 2013, dopo una prima rassicurazione sul rispetto degli Accordi di denuclearizzazione (JCPOA), firmato nel 2015, ha inaugurato un nuovo progetto di arricchimento dell’uranio nelle centrali di Fordo e Natanz. L’Iran si presenta, così, come ulteriore aspirante competitor, ergendosi ad arbitro delle sorti dell’accordo sul nucleare, risultato dell’attività diplomatica del presidente Obama e pietra angolare della stabilizzazione politica con Gerusalemme. Teheran avanzando pretese di rafforzamento militare nell’area mediorientale pone sul piatto della bilancia il suo impegno contro l’Isis e i sempre più stretti rapporti economici con Mosca e Pechino, nella speranza di poter estendere la propria influenza sulle coste del Mediterraneo orientale.  Da parte sua, sin dalla attivazione del Processo di Astana nel 2016, il Presidente Putin ha colto l’occasione di divenire l’interlocutore privilegiato nella regione, con l’intento di giungere a vantare una sfera di influenza che va dalla Crimea ai territori oltre il Caucaso, per interporsi nelle relazioni geopolitiche con la medesima autorevolezza della vecchia Urss. D’altronde, durante la guerra fredda, il Medio Oriente ha costituito uno degli scenari di guerra ideologica sovietica contro Washington; ed ancora oggi, il Cremlino interpreta la questione mediorientale in chiave antiamericana perseguendo l’obiettivo di riconseguire lo status di grande potenza. Un obiettivo di non difficile raggiungimento se si tiene conto che l’ulteriore e parimenti autorevole protagonista, l’UE mostra grave debolezza istituzionale e l’incapacità di convergere su dossier strategici come sicurezza, difesa, energia. Più che una nuova soggettività geopolitica, l’UE resta una sommatoria di governi nazionali, uno spazio geografico potenzialmente rilevante ma privo di una voce univoca in grado di incidere sui processi globali creando stabilità e sviluppo. La debolezza di Bruxelles finisce, così, con il rappresentare l’asso nella manica del Presidente Erdoğan che, schiacciato dalla perdita di consenso popolare, ridisegna il fantasma del terrorismo curdo e rivivifica le gesta della Grande Turchia Ottomana. Erdoğan è il primo presidente a presentare la Turchia in chiave storica riappropriandosi del trauma identitario causato dal Trattato di Losanna del 1923. Egli, infatti, in questi anni ha puntualizzato, con enfasi crescente, come gli attuali confini costituiscono il residuo lasciato dagli appetiti delle potenze vincitrici nella Grande guerra. Conseguentemente, durante la guerra contro l’ Isis, tutte le operazioni turche sono state fondate dalla convinzione che Siria e Iraq non possono esistere in quanto occupanti abusivi dello spazio ottomano sottratto a Losanna. Territori che Ankara vuole ricondurre sotto la sua egida quale centro dell’ecumeme musulmana. Un progetto sensibile anche agli interessi Sauditi nella regione. Infatti, Riyadh è interessata a controbilanciare la crescente ascesa diplomatica di Teheran come attore cruciale nella risoluzione delle crisi in Bahrain, Libano e Yemen. Una volontà di contrastare l’influenza iraniana nel Golfo che si è tradotta nella attivazione di proficui negoziati con Tel Aviv e Mosca e un investimento militare milionario tra Riyadh e la stessa Washington.

Quale tra questi soggetti possa assumere la veste di leader dell’area mediorientale e quale, nella veste di egemone puramente regionale, possa essere maggiormente gradito a Washington non è facile da determinare. Certamente, il ritiro americano dal Rojava può definirsi una operazione concertata con Ankara e può essere letta come concessione nei confronti di un alleato Nato. Volutamente Trump ha messo alla prova la tenuta della Regione a guida turca nella consapevolezza che, di fronte a insensate mire imperialistiche, la soluzione sarebbe giunta all’interno dell‘ombrello Nato. Dal canto suo, Israele rappresenta   un tradizionale e fedele alleato Usa, ma non vanno sottovalutati i suoi sforzi attuali di riavvicinamento verso paesi culturalmente lontani. Sforzi che rinvengono la causa prossima proprio nella politica estera di Trump. Infatti, la decisione americana di ritirarsi dall’accordo nucleare iraniano e di spostare l’ambasciata a Gerusalemme ha complicato i rapporti di vicinato e ha costretto Tel Aviv a sviluppare rapporti di cooperazione con l’Arabia Saudita e altre monarchie del Golfo, che da nemici sono divenuti partner strategici nel contenimento della ascesa iraniana. Diversamente, l’Arabia Saudita continua a conservare il ruolo di partner tattico di Washington da cui è militarmente armata, in funzione di controffensiva al programma missilistico iraniano.

Nel frattempo, però, astutamente il Dipartimento della Difesa americano non abbandona le sue postazioni strategiche. Tanto è vero i noti 2000 soldati stanziati nel Rojava non hanno ancora rivisto il suolo patrio, venendo soltanto ricollocati lungo linee di difesa differenti in Siria. Nel frattempo, sono giunti altri 1500 uomini nel Golfo di Oman, come si era stabilito, nel maggio scorso, dopo un attacco sferrato a due petroliere americane. Ne deriva che la politica di abbandono e ridimensionamento del ruolo americano in Medio Oriente stenta a concretizzarsi. O, molto probabilmente, è parte di una narrazione esclusivamente mediatica e ufficiale della Presidenza Trump ma che non corrisponde agli attuali e sostanziali interessi del Pentagono. Ad ogni modo, l’eccessiva complessità ora delineata, rende l’idea di uno Scarabeo tutto da comporre, ove tutto è lasciato a eventi contingenti e imprevedibili, a barlumi di maggiore o minore “razionalità o follia” dei protagonisti della Global Society. Una cosa è, però, certa: ciò che valeva nel passato non vale nel presente, ciò che vale nel presente non varrà nel futuro. Nuovi poteri di fatto si affermeranno e nuove acquisizioni territoriali si vanteranno. Ma a favore di chi?

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

 

 

Medio Oriente: è veramente scontro confessionale?

Dopo l’11 settembre 2001 l’islam è entrato prepotentemente nel dibattito pubblico internazionale, oggetto di ogni tipo d’indagine: si è familiarizzato con la dicotomia sunniti/sciiti e questa è stata spesso presentata come un più largo scontro all’interno della “umma” (la comunità islamica nel suo complesso).

Medio Oriente: è veramente scontro confessionale? - Geopolitica.info Fonte: occhidellaguerra.it

I vari conflitti degli ultimi anni nel “Grande Medio Oriente” hanno fatto tornare in primo piano l’interpretazione secondo cui all’interno del mondo islamico si stia consumando una guerra dai connotati settari per la supremazia religiosa.

Lo scisma

La divisione tra sunniti e sciiti origina alla morte del profeta Maometto, all’alba dell’islam. Per gli sciiti (da “shi’at’ Ali”, partito o fazione di Ali), la guida della comunità spettava ad un appartenente alla famiglia del profeta: per tale ruolo era stato individuato il cugino di Muhammad, Ali, futuro quarto califfo ma primo riconosciuto dalla fazione sciita. Per i sunniti (da “sunna”, tradizione), la guida della umma non doveva necessariamente essere espressione del lignaggio di Maometto ma poteva venir scelta dagli stessi fedeli all’interno della prima comunità di seguaci del profeta.

Benché sunniti e sciiti vengano spesso accostati quasi fossero due confessioni che si equivalgono numericamente, la realtà è molto differente. Stando ai numeri del Pew Research Center (compresi i vari sottogruppi e le micro-sette interne alle due confessioni), i sunniti sono nettamente maggioranza e costituiscono circa l’85% dei musulmani. Gli sciiti circa il 10-15%.

Il confronto regionale: la Siria

Il confronto regionale, plastificato dal “faccia a faccia” tra Iran e Arabia Saudita, negli ultimi anni si è esplicato in varie forme e in diversi contesti ma è diventato cruda realtà nella Siria baatista: paese di fondamentale importanza perché unico a maggioranza sunnita all’interno della cosiddetta “mezzaluna sciita”, quell’area di influenza iraniana che va dal Golfo Persico al Mediterraneo passando per Iraq e appunto Siria.

Sull’onda lunga delle “primavere arabe”, il fronte sunnita ha cercato di cavalcare la protesta siriana, tramutatasi quindi in vera e propria guerra per procura. Conflitto diventato di esiziale importanza: per l’Iran si tratta di salvaguardare l’alleato alauita in un paese geograficamente strategico, mentre per il fronte sunnita, Arabia in testa, l’obiettivo era e resta quello di rompere questa mezzaluna o “corridoio” sciita, cercando quindi di arginare l’influenza persiana nella regione.

Per il raggiungimento dei rispettivi fini, l’Arabia Saudita ha fornito aiuti militari e finanziari a vari gruppi armati anti-Assad. Altrettanto ha fatto l’Iran, sia ricorrendo al tradizionale alleato libanese Hezbollah (minacciato a sua volta nel biennio 2014-15 da gruppi jihadisti lungo il confine siro-libanese), sia attraverso l’organizzazione di alcuni gruppi sciiti (come i Fatemiyoun afghani).

In Siria le rispettive affiliazioni settarie e identitarie hanno ulteriormente politicizzato le comunità locali: eppure non è l’affiliazione religiosa che muove la politica estera di medie potenze come Iran, Arabia Saudita o della sempre più ambigua Turchia. La “coalizione” sunnita non agisce per contrapposizione confessionale, ma perché teme il potere di influenza della Repubblica Islamica.

Le mosse di Teheran, che cerca di rafforzare il legame con attori come Hezbollah o gli huthi in Yemen, in grado di fornirgli profondità strategica, vengono interpretate dai paesi sunniti del golfo come operazioni di “proiezione di potenza”, cioè come la volontà iraniana di impegnarsi attivamente per puntellare i paesi o le realtà su cui esercita livelli relativi di egemonia: inevitabilmente questa “postura” spinge gli attori contendenti ad agire sotto il profilo militare, politico e diplomatico con il fine ultimo di proteggere i cittadini e soprattutto i confini, elemento cardine per la sopravvivenza di uno stato moderno per come questo si è imposto in seguito alla pace di Vestfalia. Potendo contare sulla tradizionale alleanza con Washington e con la comunanza d’intenti con Israele, Riyad ha finito per assumere un ruolo di “guida” dei paesi arabi anti-iraniani, dando plasticità ad una sorta di “guerra fredda mediorientale”.

Di fronte agli avvenimenti che hanno scosso la regione negli ultimi anni risulta difficile sostenere l’interpretazione che vede nello scontro confessionale il sostrato ideologico alla base dell’attuale competizione tra monarchie sunnite e Iran e sciiti in genere. Certamente l’ambito settario ha coinvolto le popolazioni locali, in particolare con la nascita di un’organizzazione terroristica come Daesh che ha provato a darsi anche fondamento territoriale.

Appare tuttavia forzato interpretare le scelte dei due “fronti” come dettate da dispute spirituali: la politica estera e i fini strategici e geopolitici di paesi come Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Turchia, Qatar, non si basano su questioni religiose (se non sul piano puramente propagandistico), quanto sulla necessità di preservare e se possibile ampliare la propria potenza nella regione; e forse, benché minato negli ultimi decenni da una lunga serie di conflitti e da instabilità politiche e sociali su vasta scala, il Medio Oriente continua ad essere un teatro di crisi in cui resiste un precario ma reale equilibrio di potenza; i vari attori in campo si controbilanciano e non disdegnano il ricorso diretto e indiretto alle armi anche agendo al di fuori del principio dello “ius ad bellum”. Ecco quindi che in assenza di una “guerra costitutiva” permangono guerre minori o quelle che vengono sempre più spesso definite “guerre per procura”.

Se gli orientamenti confessionali non dirigono direttamente le scelte di medie potenze regionali, è altresì vero che l’appartenenza religiosa rimane elemento cardine delle società e delle culture mediorientali: essa può causare le crisi all’interno delle quali le stesse potenze si inseriscono, come è accaduto con le sollevazioni di matrice principalmente sunnita delle cosiddette “primavere arabe”, che molte ripercussioni hanno avuto in paesi come Libia e Siria o sul versante opposto con la rivolta della minoranza sciita zaidita in Yemen.

 

 

 

Un nuovo medio oriente?

Claudio Ciani, Un nuovo medio oriente? Dall’accordo segreto Sykes-Picot al progetto per un “Nuovo Secolo Americano”, Mimesis Edizioni, 2019 

Un nuovo medio oriente? - Geopolitica.info

Sergej Lavrov, Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa, alla 7ª Conferenza sulla Sicurezza Internazionale di Mosca, il 4 aprile 2018, ha dichiarato: “Si ha la netta sensazione che gli Stati Uniti stiano cercando di mantenere in questo immenso spazio geopolitico [il Medio Oriente] un caos controllato, con la speranza di poterlo utilizzare per giustificare la propria presenza militare nella regione per un tempo illimitato e per dettarvi la propria agenda”.

L’idea di fondo è semplice: sostituire agli stati ereditati dal crollo dell’Impero ottomano delle entità più piccole a carattere monoetnico e neutralizzare questi ministati elaborandoli in modo permanente gli uni contro gli altri. In altri termini, si tratta di ritornare al patto condiviso segretamente, nel 1916, dall’Impero francese e quello britannico, detto accordo di Sykes-Picot e di consacrare il dominio e la sovranità totale degli anglosassoni sulla regione. Ma per definire nuovi Stati, ancora inesistenti, bisogna distruggere quelli che esistono. Questo libro intende illustrare i progetti che si sono succeduti, fino ai giorni nostri, per rendere operativo questo disegno politico nel quadrante mediorientale.

The Consociational Democracy and its Application in Lebanon

Political scientists define consociational state as a state with major internal divisions along ethnic, religious or linguistic lines. It is often viewed as synonymous with power-sharing, where none of the divisions are large enough to form a majority group. Social elites have an important role with their agreements on cooperation that is considered to be a key to maintain a stable democracy. Consociational democracy exists in completely divided countries; where those differences could be seen as obstacles to establish a democratic system with full stability. The goals of consociationalism are mainly to achieve governmental stability, the persistence of the power-sharing arrangements, survival of democracy and avoidance of violence and conflicts. When consociationalism is organized along religious confession’s line, it is known as confessionalism as it is the case in Lebanon.

The Consociational Democracy and its Application in Lebanon - Geopolitica.info

According to Lijphart, the characteristics of Consociationalism are four:

  1. Executive power-sharing which is forming a ‘grand coalition’ with leaders representing all significant segments of society. The institutional expression of the ‘grand coalition’ is a multi-party cabinet by recognizing the danger of non-cooperation.
  2. Mutual Veto which is giving groups within a state the right to veto the government’s decision-making. It will thus be necessary to reach mutual agreement among all parties in the executive.
  3. Proportional Representation which is enabling groups to be a part of the state’s decision-making and to occupy according to their weight, positions in civil service, and other segments of society.
  4. Segmental Autonomy which is giving minority groups the possibility for self-rule within the boundaries of the state.

Rather than having a particular structure, Consociationalism could take different forms in different places, and the division of power between the central government and the autonomous political units varies. The role of the Elite in a consociational system is very vital as to achieve the internal stability. They have to respond to the interests and the demands of the people they represent and be able to coordinate with the other sub-groups to reach a high level of stability and understanding. By this, they will be committed to the maintenance of the whole system and can reduce the risk of internal political fragmentations that they may encounter.

Lebanon is located at the crossroad of the Mediterranean basin and the Arabian hinterland; this gave the country a rich history and shaped its cultural identity between different sectarian and ethnic diversities. Lebanon shares many cultural characteristics that are linked to its Arabic neighborhood in addition to its strong historical ties with the western world; especially after being mandated by the French colonial powers.

Lebanon has 18 officially recognized religious groups that led to the establishment of its confessional political system with a power-sharing mechanism based on religious interests. For this reason, the relative proportions of the country’s different religious communities are considered a highly sensitive matter since the establishment of the republic.

The highest offices are proportionally reserved for representatives for different religious communities. Lebanese political parties are formed upon sectarian interest. Since the emergence of the post-1943 state, national politics were determined largely by relatively restricted groups of traditional, regional and sectarian leaders. The 1943 National Pact (an unwritten agreement that established the political foundations of modern Lebanon after the French mandate), allocated political power on an essentially confessional system. Seats in parliament were divided on a 6 to 5 ratio Christians to Muslims until another agreement signed in 1991 (the Taiif accord) when the ratio changed to half and half.

Positions in the government reallocated on a similar basis. The pact also by customs allocated public offices along religious lines, with the top three political positions in the ruling troika were distributed as follow: the president of the republic a Maronite-Christian; the speaker of the parliament a Shiaa-Muslim and the prime minister a Sunni-Muslim. The Orthodox were given the deputy speaker of the House of Representatives and deputy prime minister. 128 seats in parliament are confessionally distributed and elected; each religious community has a preserved number of seats in the parliament and coalitions are formed for electoral interests.

The rule of proportionality has also been applied to the composition of governments. The Lebanese leaders ensure that the government looks like a mini-parliament, reflecting their sectarian, regional and political structure. According to the provisions of the Lebanese Constitution, the distribution of powers and responsibilities should be applied to this coalition (sectarian representation), including the other levels in the State.

The application of relativity is also included in the distribution of posts at various levels, through the appointment of Christians and Muslims equally in most administrative formations. Consociational Democrats consider that the pattern adopted by the Lebanese leaders in the post-independence period, which is the distribution of the three presidencies to the main Lebanese sects, is an expression of the idea of ​​a grand coalition and one form of Lebanese consociational democracy.The current sectarian polarization means that it is possible to form each of the main Lebanese communities, without any ambiguity, which in turn allows a serious dialogue to reach a national partnership based on the interests of each sect. Each of the major sects has its own organized and represented political party, that is so popularly supported and it can negotiate on its behalf and speak for itself. This popular support enables these parties and blocs; thanks to the strong support they receive, to favor the project of cooperation and understanding without any exclusion.

Sectarianism is a key element in the Lebanese political life, and political blocks are usually based on confessional and local interests. The religious courts in Lebanon play a vital role where they have jurisdictions over personal status matters within every religion (marriage, divorce and inheritance). The Lebanese religious community enjoys a wide range of autonomy and freedom of actions in their own affairs as provided by the Lebanese Constitution.

For instance, a statement issued by the Supreme Islamic Shari’a Council, said: “Personal status issues are a right guaranteed in the Lebanese constitution, and each community can organize their own personal affairs and take possession of them, and each community has the right to refuse anything that affects their personal conditions”.  The widespread independence enjoyed by Lebanese groups has made many believe that Lebanon is a “federation of sects”.The mutual veto had a particular importance in forming the idea of ​​the National Pact (1943). This idea was based on the Christians rejection to the Syrian unity and the Muslims rejection to the idea of ​​foreign protection. It was agreed that these two ideas and their policies would be adopted at the internal, regional and international levels. This was the basis for the ​​national participation. The effectiveness of this method drives religious groups, in particular, to pay attention to the development of their popular capacity to be more able to use the veto when needed in order to protect their interests.

Lebanon has also other appropriate elements that helped in the establishment of its consociational democracy. The existing political parties are highly sectarian where every single party is working to achieve the demands and needs of its religious community. The obvious disparities in the Lebanese society can in a way block national integration and cause segregation across the social spectrum. For this reason, those existing disparities were considered the main factors that contributed to the consolidation of the consociational democracy in this pluralistic society, and helped in the reduction of sectarian tensions and protect the democracy in the country.

 

Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di)

[…] Con specifico riferimento al Mediterraneo, Berlusconi decise di migliorare le relazioni bilaterali con la Libia puntando sulla normaliz­zazione dei rapporti con Muhammar Gheddafi il quale, grazie agli sfor­zi diplomatici del Regno Unito di Tony Blair, da “cane pazzo del Me­dio Oriente”, stava diventando un interlocutore, se non propriamente affidabile, certamente meno minaccioso.

Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di) - Geopolitica.info

La scelta di normalizzare i rapporti con la Libia, superan­do gli ultimi attriti prodotti dal passato coloniale, veniva collegata con­cettualmente alle garanzie di sicurezza di Israele. Supportare Gheddafi significava da un lato sfruttare la stabilizzazione delle relazioni tra i due paesi come volano per la penetrazione nell’Africa subsahariana, dall’al­tro legittimare uno dei principali avversari della Lega Araba, dell’A­rabia Saudita e del Qatar. Finché il fronte arabo rimaneva spaccato al suo interno, Israele poteva perseguire una diplomazia di cauti accordi bilaterali e assicurare la propria posizione nella regione. […]

Il 10 febbraio 2004, durante un bilaterale a Tripoli, il colonnello confidò a Berlusconi di aver pau­ra di “fare la fine di Saddam Hussein”, catturato dagli americani il 13 dicembre 2003 poco fuori Tikrit. Fu questo evento, oltre alle pressioni provenienti dal secondogenito Saif al-Islam, dal capo del Mukhabarat, Moussa Koussa, e da un certo fermento interno al regime, a convincere il ra’is a rinunciare definitivamente ad ogni velleità nucleare e ad accet­tare la proposta di Blair di smantellare la tecnologia in suo possesso. In cambio, la Libia fu tolta dalla lista nera degli Stati Uniti e le sanzioni economiche revocate. Mentre Gheddafi invitava tecnici americani a su­pervisionare lo smantellamento delle centrifughe nucleari, Saif al-Islam si intratteneva in una serie di colloqui riservati a Londra con l’MI6 bri­tannico e la CIA, fornendo informazioni su al-Qa’eda.

Sebbene il Colonnello avesse optato per una politica di apertura, l’Italia paradossalmente finì per restarne schiacciata. L’anti-italianismo faceva parte dell’arsenale retorico di Gheddafi dal 1969 ma, in un con­testo di isolamento ed embargo, intrattenere rapporti più o meno stret­ti con Roma era necessario a sopravvivere. Tuttavia, venute meno tali condizioni, la retorica anti-italiana poteva essere utilizzata senza il ti­more che questo potesse causare danni all’economia libica in quanto, tra 2003 e 2010, la Libia divenne una sorta di Klondike del Nord Africa. Nonostante l’Italia fosse ancora il primo partner commerciale, il regime libico continuò a giocare una partita fatta non di scambi ma di ricatti. […] Alla richiesta di suggerimenti e indicazio­ni da parte dell’ambasciatore Francesco Paolo Trupiano, Berlusconi ri­spose: “Galleggiare, Ambasciatore. Bisogna galleggiare!”.

Alla erraticità della politica estera italiana, corrispondevano le stra­nezze, le manie e i cambiamenti di umore del Colonnello. Alle proposte negoziali, alle promesse, l’ambiguità degli interlocutori, la loro inaffida­bilità e le continue lotte intestine che coinvolgevano tanto la famiglia del ra’is, con i suoi viziati ed imprevedibili figli, quanto gli uomini del regime come l’ambasciatore Hafed Gaddur, il ministro Shalgam, il capo dei servizi Moussa Koussa e il cognato del Leader, Abdallah Senoussi, quest’ultimo a capo del temutissimo apparato di sicurezza interna.

Durante il Governo Prodi, la Farnesina guidata da Massimo D’A­lema riuscì ad intavolare i principali punti di una trattativa per giunge­re alla firma di un Trattato di Amicizia che permettesse di superare, una volta per sempre, il passato coloniale. Nonostante sostanziali progressi, come sempre rallentati da uno snervante e continuo gioco al rialzo libi­co, il Governo riuscì a malapena ad elaborare una bozza e ad approvare, tramite il Ministro dell’Interno Giuliano Amato, un accordo per il con­trollo dell’immigrazione nel dicembre 2007.

Per il governo di Tripoli l’u­nica condizione che avrebbe reso possibile l’accettazione delle posizioni italiane era che la controparte tenesse fede ai contenuti della Dichiara­zione Congiunta sottoscritta da Dini nel 1998, la quale collegava la nor­malizzazione delle relazioni tra i due paesi al “Grande Gesto” riparatore. In poche parole, Gheddafi voleva un’autostrada costiera che da Tu­nisi arrivasse fino ai confini con l’Egitto, per collegare le zone più popo­lose della Libia, e voleva che a pagare per quel progetto faraonico fosse, con la scusa del colonialismo, l’Italia.

Quando Berlusconi rientrò a Palazzo Chigi nel 2008, il premier decise di dare nuovo impulso al negoziato spendendosi personalmente nell’assicurare i capricci del Colonnello. Gli incontri, che spesso lascia­rono l’ambasciata a Tripoli se non all’oscuro comunque informata sul fatto compiuto, furono portati avanti in trattative separate alla Farnesi­na durante il mese di agosto dall’ambasciatore Gaddur, dal viceministro per gli affari europei Al-Obeidi, dal viceministro Siala, da un consulen­te giuridico libico, e, per la parte italiana, da Gianni Letta, funzionari della Direzione Generale del Ministero e dal Consigliere di Legazione Luzzi, all’epoca già in servizio a Tripoli.

I negoziati furono conclusi nel giro di poche settimane e la firma del Trattato di Amicizia e Coopera­zione fra Italia e Libia fu fissata al 31 agosto 2008 con la contestuale re­stituzione della Venere di Cirene.  Sebbene i contenuti del Trattato fossero più gravosi per l’Italia che non per la Libia (e Berlusconi dovette assumersi la responsabilità personale di approvare alcune variazioni finanziarie per un capriccio di Gheddafi che rischiava di far saltare la cerimonia della firma), l’accor­do sanciva la parificazione e la normalizzazione definitiva dei rapporti tra i due paesi dopo oltre quarant’anni. Nelle sue memorie, l’ambascia­tore Trupiano ha ricordato che, tra le varie clausole del Trattato, vi era l’obbligo per l’Italia “nel rispetto dei principi della legalità internazio­nale, [a non] usare, né permettere l’uso dei propri territori in qualsia­si atto ostile contro la Libia”. A posteriori potrebbero sembrare parole profetiche ma all’epoca erano la manifestazione della paura ossessiva che Gheddafi aveva dei bombardamenti americani del 1986. […]

Dopo le intese con Stati Uniti, Regno Unito, Francia e la chiusu­ra del contenzioso per le infermiere bulgare, il Trattato con l’Italia completa il processo di pieno reinserimento della Libia nel contesto internazionale. Dopo esser stato per decenni messo all’indice dalla comunità internazionale, Gheddafi può ora ben dire di aver chiuso i conti con il suo stesso passato.

Paradossalmente, i conti per il Colonnello si sarebbero chiusi in meno di tre anni quando la crisi interna al regime finì per saldarsi con l’onda delle Primavere Arabe. Il tenue riformismo di Saif al-Islam ebbe l’effetto contrario di far credere che le aperture del regime fossero stru­mentali a garantirsi l’appoggio dell’Occidente e dunque a preservare lo status quo, fatto che spinse alla definitiva rottura tra popolo e regime e all’inizio delle rivolte.

Il nuovo corso della politica libica non aveva lasciato certo indiffe­rente neanche la Francia di Nicholas Sarkozy che, dopo la sua elezione all’Eliseo, fin da subito aveva iniziato a intessere strette relazioni con i leader nordafricani. Ma nel febbraio 2011, durante le Rivolte Arabe, il Presidente francese impresse una torsione e, riconoscendo il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) dei ribelli come l’unico governo legit­timo in Libia, chiese le dimissioni del ra’is. Complice il Regno Unito di David Cameron e una inizialmente reticente Hillary Clinton, Sar­kozy si adoperò affinché venisse approvata una risoluzione dell’ONU per imporre una zona di interdizione al volo sulla Libia […].

Lo scopo della risoluzione tuttavia, più che difendere i guerriglieri libici, a cui Parigi già garantiva mezzi, denaro e il supporto delle forze speciali transalpine per tramite di Ab­delfateh Youness, era quello di avere copertura giuridica all’uso della forza nei confronti del Colonnello. Saif al-Islam, probabile successore del padre alla guida del regime insieme al fratello Mohatassim, accusò Sarkozy di voler muovere guerra alla Libia per coprire i finanziamenti illeciti, più di 50 milioni di euro, che il Presidente avrebbe ricevuto dal governo libico per la sua campagna elettorale. Sebbene l’accusa abbia poi avuto una coda giudiziaria anche Oltralpe, non è solo un caso di tan­genti o l’influenza sull’Eliseo di un atipico intellettuale come Bernard Henry-Lévi che possono spiegare una guerra. Le motivazioni, allora, sono da ricercare in un quadro più complesso e meno univoco.

Di fronte all’acuirsi della crisi provocata dalle Primavere Arabe, Parigi si trovò nella scomoda posizione di aver sostenuto, fino a po­chi mesi prima l’inizio delle rivolte, tutti quei regimi che le avevano permesso di tenere un piede nell’Africa Nord-Occidentale. La caduta di Ben Alì in Tunisia e di Hosni Mubarak in Egitto colse contropiede buona parte delle cancellerie europee che si trovarono improvvisamen­te ad avere a che fare con interlocutori le cui posizioni erano, per usa­re un eufemismo, assai ambigue. La possibilità che una situazione del genere potesse ripetersi in Libia, dove la crisi del regime fu innescata proprio dalla paura che il riformismo di Saif al-Islam preannunciasse la definitiva accettazione dello status quo da parte degli occidentali, spin­se Sarkozy ad invertire bruscamente la rotta della sua politica africa­na.

Allinearsi con il CNT significava scommettere sulla fine di Ghed­dafi e giocare di anticipo sul recupero della posizione francese in una nuova Libia. Sarkozy cercava così di cogliere da un lato il frutto, an­cora acerbo, di un Nord Africa post-rivolte che guardasse con favore al protettore francese, dall’altro di capitalizzare un successo internaziona­le che potesse rinsaldare la sua credibilità presso l’elettorato di Francia. Ancora una volta, ragioni di politica interna, ad un anno dalle elezioni presidenziali, tenevano il passo a quelle strategiche e regionali, forse addirittura incedendo con veemenza su di esse. Se a queste motivazio­ni di fondo possono esserne aggiunte altre, come le ipotesi avanzate da Sidney Blumenthal, uomo americano a Tripoli, in alcune e-mail con­fidenziali inviate ad Hillary Clinton durante la guerra, esse appaiono più come elementi marginali che possono aver rinforzato decisioni già maturate.

Tra questi elementi secondari vi era certamente il desiderio francese, al fine di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento in Africa nord-occidentale, di ottenere una maggiore quota delle risorse energetiche libiche, incluso l’uranio nella striscia di Aouzou a cavallo tra Ciad e Fezzan, a scapito dell’Italia e dell’ENI, e forse, ma qui si entra nella speculazione e nelle operazioni coperte del DGSE, neutralizzare un possibile tentativo di Gheddafi di sostituire il CFA (Franco Fran­cese Africano), la cui convertibilità è ancora oggi garantita dal Tesoro della Repubblica, con una nuova valuta ancorata al dinaro libico. Mo­tivazioni di circostanza certamente forti, ma non unicamente sufficienti a giustificare un intervento armato, le cui ragioni devono allora essere ricercate nel quadro più complesso sopra delineato.

Sebbene avesse condannato l’uso dell’aviazione da parte di Ghed­dafi, Berlusconi fu contrario all’idea di muovere guerra alla Libia. An­che in questo caso, motivazioni di circostanza, come il timore che la fine del regime avrebbe significato il collasso del paese e la precarizzazione degli interessi economici, energetici e di sicurezza italiani, si sommava­no a ragioni a monte che, nel caso di Berlusconi, rispondevano al con­dizionamento dei suoi rapporti di amicizia con Gheddafi, al rispetto del Trattato di Bengasi del 2008 e ad una sua etica personale che pone al di sopra delle contingenze, per quanto gravi esse possano essere, il princi­pio pacta sunt servanda.

Ciò nondimeno, il Cavaliere si trovava all’epoca in una posizione negoziale estremamente debole; attaccato dalla magi­stratura per il caso Ruby, separato in casa con il Ministro Tremonti, nel pieno della crisi del debito sovrano, si trovò isolato in una Europa dove Berlino si era ritirata in disparte mentre Londra e Parigi sembravano essere tornate all’entusiasmo della spedizione di Suez. Come se non ba­stasse, in quel frangente Palazzo Chigi e il Quirinale erano più distanti che mai. La sera del 17 marzo, mentre all’ONU si votava la risoluzione contro la Libia, Berlusconi con il resto del governo era all’Opera per le celebrazioni dei 150 anni di Unità Nazionale. Durante una pausa ci fu una riunione nel foyer con Ignazio La Russa, Franco Frattini, in colle­gamento telefonico da New York, Gianni Letta e il Presidente Napoli­tano che, insieme al ministro degli esteri e della difesa, sosteneva la necessità di allinearsi alle posizioni degli alleati in Europa.

“Mi rimetto a lei, Presidente”, disse Berlusconi. La posizione del Capo dello Stato, che in quel momento era sostenuta da vasti set­tori dell’opinione pubblica e delle forze politiche di opposizione, non è ancora stata chiarita ma è possibile ipotizzare che, a fronte di un inde­bolimento conclamato del Governo e del Presidente del Consiglio, e ad una antipatia mai nascosta per il leader libico, il Quirinale temesse che l’isolamento italiano potesse aggravarsi, scalzando definitivamente l’I­talia da un dossier vitale come quello nord-africano. Dando per sconta­to la caduta di Tripoli nelle mani dei ribelli, se l’Italia fosse rimasta dal­la parte di Gheddafi, o comunque defilata come la Germania, avrebbe quasi certamente perduto la possibilità di incidere sul futuro processo di transizione e quindi tutelare i propri interessi. Fino a quel momen­to infatti, l’Italia aveva separato la questione politica, riconoscendo il CNT e legittimando Mustafa Abdel-Jelil quale capo di Stato ad interim, da quella militare.

Al vertice di Parigi del 19 marzo, Berlusconi tentò comunque di ar­ginare la foga di Sarkozy, goccia che fece traboccare l’acqua dal vaso nel rapporto già logoro tra i due politici. Tuttavia, poiché la guerra non si sarebbe potuta fare senza le basi italiane, Berlusconi ottenne, in cam­bio del supporto logistico, che le operazioni fossero gestite dalla NATO così da sottrarne la guida ai Comandi francesi e inglesi. La resisten­za del governo di Parigi fu vinta solo grazie alla mediazione di Hillary Clinton e alle pressioni inglesi: quest’ultimi dimostravano, ancora una volta, quanto fosse importante per loro ancorare interventi di sicurezza alla cornice euroatlantica. Ciò nondimeno, negli stessi giorni circolò la voce che tra i bersagli da colpire fossero stati inseriti anche alcuni ter­minali petroliferi dell’ENI, una circostanza che l’ex Ministro Frattini ha definito: “Non inverosimile”.

[…] L’Italia mise a disposizioni le sue basi e, in una prima fase, gli aerei ricognitori italiani monitorarono unicamente i radar antiaerei libici. In aprile, tuttavia, il Governo decise di autorizzare i bombardamenti e l’A­eronautica iniziò la guerra vera. Da Grosseto decollarono i Tornado che, riforniti in volo sul Golfo della Sirte, utilizzando missili SCALP-EG Storm Shadow, sferrarono attacchi di profondità oltre le linee dell’eser­cito libico. L’Italia si premunì, per evitare vittime civili, ottenendo una sorta di diritto di veto sulle singole sortite e rifiutandosi di illumina­re gli obiettivi qualora il rischio di danni collaterali fosse stato ritenuto troppo alto. […].

Quando la guerra finì e Gheddafi fu esecutato insieme al figlio Mohatassim, Silvio Berlusconi si limitò a commentare “Sic transit gloria mundi”. Un epitaffio involontario anche per la fine, che sarebbe giunta di lì a poche settimane, del suo governo e della sua politica dell’amicizia.

Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di), con una prefazione di Giulio Sapelli, pp. 456, Idrovolante Edizioni;

Bella e perduta – L’Italia nella politica internazionale

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano è il titolo del libro scritto da Stefano Cavedagna, Andrea Farhat e Amedeo Maddaluno pubblicato da goWare, 2018

La guerra fredda non è mai finita. Geopolitica e strategia dopo il secolo americano - Geopolitica.info

9 novembre 1989, crolla il muro di Berlino e con esso -apparentemente- gli Stati Uniti vincevano la loro guerra ideologica al comunismo, garantendosi un’egemonia mondiale. Un mondo senza più avversari nei quali gli Stati Uniti potessero esercitare la loro responsability to protect tutelando il mondo sotto la Pax Americana. Niente di più falso. La Guerra Fredda, secondo gli autori del saggio, continuerebbe, in maniera diversa rispetto al passato, a dettare il bilanciamento di potenza e le aree di influenza globali, scardinando così, in 120 pagine, quello che Fukuyama credeva sulla fine della storia.

È interessante notare come la storiografia si faccia largo nello studio della geopolitica; le cause storiche qui sono analizzate come un inevitabile intreccio di popoli e culture che, lungo una linea semi-retta, si misurano verso un futuro che non possiamo ancora scorgere, se non interpretandolo con le teorie proposte nella parte teorica del saggio.

Nella prima parte vengono contornate e definite le teorie sulle relazioni internazionali che faranno da sfondo alla seconda parte. Prime fra tutte, vengono esposte le teorie di quegli autori che sono alla base dello studio (MacKinder e Spykman), con i quali si vuole dimostrare che la Guerra Fredda -a conti fatti- non è mai finita. Questa parte è quindi fondamentale per la comprensione della successiva. Le teorie vengono affrontate delineandone i punti cardine senza perdersi troppo nei nozionismi.

La seconda parte ripercorre, in maniera rapida ma non per questo scarna di dimostrazioni pratiche, i maggiori fatti geopolitici del globo: in primis l’intervento degli Stati Uniti in Siria e l’annessione della Crimea da parte della Russia di Putin. Analizzando questa serie di fatti dal punto di vista di MacKinder e la necessità da parte delle grandi potenze di cercare e mantenere il proprio controllo sulla zona pivotale (in questo caso il Medio Oriente e l’Asia Minore). Da questa prospettiva capiamo bene il perché del forte interesse, da parte dei principali attori internazionali, nelle primavere arabe e, soprattutto, nella guerra in Iraq. Uno spunto interessante viene dall’analisi geoeconomica: l’emergere di potenze ibride (identificata dagli autori con la Repubblica Popolare Cinese), non fa altro che mettere in allarme l’establishment statunitense che si trova nella posizione di dover ridimensionare e ripensare le proprie politiche di liberoscambismo venute dopo la caduta del muro di Berlino. L’egemonia americana è quindi minacciata da nuovi attori internazionali.

Tra proxy wars, conflitti a bassa intensità lungo le aree periferiche delle grandi potenze mondiali, innalzamento delle tariffe commerciali è lecito quindi domandarci: è veramente finita la Guerra Fredda?