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La geopolitica delle frontiere e l’immigrazione sulle coste dell’Europa meridionale

A poche settimane dalla tragedia avvenuta nelle acque del Mediterraneo, in cui hanno lasciato la vita 700 uomini, 200 donne, 50 bambini – individuata come la più grande perdita di esseri umani in acque europee negli ultimi dieci anni – ci si interroga sull’efficacia delle soluzioni adottate dal Consiglio Europeo riguardo all’immigrazione verso le coste dell’Europa meridionale e alla necessità di introdurre misure che impediscano simili disgrazie. Percorrendo a ritroso il viaggio della speranza che conduce popoli di molteplici nazionalità e culture sulle nostre coste, una tappa fondamentale è la Rivoluzione dei Gelsomini nel dicembre 2010 e l’inizio delle Primavere arabe.

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Le Primavere arabe e la confessionalizzazione del conflitto

Dalle Primavere arabe ad oggi i confini geopolitici nell’area del Vicino e Medio Oriente hanno subito una alterazione in termini di transitabilità territoriale. Si guardi al fenomeno dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL o ISIS), e alla sua facilità nel muoversi da uno Stato nazione all’altro superando i confini internazionali.

La permeabilità delle frontiere internazionali nell’area mediorientale ha trovato un elemento di accensione nei movimenti sociali, culturali, ideologici, che nati dall’esigenza di una dignità sociale hanno generato la crisi di governi nazionali, fino a quel momento preservati da uno status quo avallato dalle potenze esterne all’area come garanzia di equilibro regionale. Dalla fine del 2010 sullo scacchiere mediorientale si gioca la partita che modificherà gli assetti geopolitici regionali, definita da alcuni analisti  “nuova guerra fredda regionale araba”, con inevitabili ripercussioni sul panorama internazionale.

La Rivoluzione dei Gelsomini in Tunisia e l’effetto a cascata in Egitto, Libia e Yemen, anticipato dalle elezioni iraniane del 2009, ha evidenziato il coinvolgimento anche di Stati non arabi nelle manifestazioni di piazza, il cui orizzonte era dar voce alla propria coscienza sociale senza strumentalizzare la confessione. Le motivazioni portate nelle piazze avevano un’identità sociale non religiosa.

A quasi cinque anni di distanza il processo si è esteso alle aree confinanti gli Stati coinvolti direttamente, e ha oltrepassato i confini regionali coinvolgendo attori su larga scala, che muovono i fragili fili di un equilibro pronto ad essere totalmente destrutturato. Tanto da indurre gli esperti a dichiarare che l’Asia Minor Agreement, con il quale Francia e Gran Bretagna nel 1916 ridisegnarono la carta geopolitica mediorientale, sembra riemergere con nuovi protagonisti e nuovi confini.

Nella metamorfosi dei conflitti interni, la confessione ha sostituito le dinamiche di ribellione, e insieme all’indebolimento di un potere istituzionale hanno esercitato una evidente influenza sul fenomeno dell’immigrazione clandestina verso le coste europee.

L’immigrazione verso l’Europa meridionale e la politica dell’Unione

L’immigrazione sulle nostre coste ha lasciato emergere contraddizioni e debolezze della politica europea, da un lato volta a controllare le frontiere esterne, dall’altro a consentire la libera circolazione all’interno degli Stati dell’Unione.

Le frontiere esterne regolate dall’Accordo UE/Dublino III, che demanda allo Stato di primo asilo il ruolo di destinatario a cui rivolgere la richiesta di protezione internazionale, conferisce all’Italia l’esclusività nella gestione dell’accoglienza, e la Direttiva/51/CE per il controllo delle frontiere interne all’area Schengen, che potrebbe costituire un valido strumento di contrasto alle organizzazioni criminali fautrici dell’immigrazione via mare, non è applicabile alla Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status di rifugiato.

L’Italia è il paese più esposto ad affrontare una situazione di emergenza generata dalla recrudescenza del fenomeno dell’immigrazione clandestina. E l’assenza di un quadro comunitario volto a collaborare, amplifica le difficoltà.

Dal 2013 il Resettlement Program/UE ha l’obbiettivo di “reinsediare” i rifugiati in aree cuscinetto intorno alle aree di crisi (Vicino e Medio Oriente) con un finanziamento da parte della Commissione Europea a supporto del FER (Fondo europeo per rifugiati) fino ad un massimo di 10.000 euro per rifugiato. Il Programma non ha riscontrato efficacia sul contenimento dell’immigrazione clandestina sia per la mancata partecipazione di tutti gli Stati membri dell’Unione, sia per la sua natura di programma volontario che richiede la cooperazione degli Stati di destinazione.

La fine di Mare Nostrum – missione militare e umanitaria con lo scopo di soccorrere i migranti fino al confine delle acque territoriali libiche – e l’introduzione dell’operazione Triton con l’obbiettivo di controllare le frontiere esterne nel Mediterraneo entro un raggio di 30 miglia, ha sottoposto l’Italia a dura prova  di fronte all’emergenza immigrazione.

E il piano elaborato dal Consiglio Europeo in queste ultime settimane, potenziando in termini economici l’operazione Triton da 3 a 9 mln di euro al mese, anche agli occhi delle Nazioni Unite è risultato mancante per aver difeso l’identità militare senza assurgere ad un carattere umanitario, lasciando inalterati i confini territoriali entro i quali si svolge il monitoraggio delle acque europee.

Lo scacchiere geopolitico

L’assenza di un interlocutore istituzionale aumenta le difficoltà di convogliare verso la soluzione al problema dell’immigrazione clandestina.  La Libia rappresenta il punto da cui partire ma attualmente coesistono due governi, uno a Tripoli non riconosciuto dalla comunità internazionale e l’altro legittimo a Tobruk.

Un Paese ponte tra il Sahara e le coste mediterranee, dove il transito di esseri umani avviene in totale assenza di un controllo governativo, se non da parte di gruppi che si contendono il dominio sui territori interni di passaggio. E’ in corso un negoziato presieduto da rappresentanti delle Nazioni Unite che insieme all’Egitto mediano per stipulare un Accordo sulla nascita di una Presidenza collettiva con un Parlamento a Tobruk. Il negoziato ONU risulta essere parte integrante della soluzione nel tentativo di traghettare uno “Stato che non è più Stato” verso un processo di democratizzazione.

La geopolitica delle frontiere non è l’unico quadrante di una scacchiera destinata a mutare ulteriormente. Entra in gioco la geopolitica degli idrocarburi, l’Italia importa dalla Libia il 24% di gas e 27 % di petrolio.  E la geopolitica delle comunicazioni, con il transito di dati che dalla Sicilia passa per Tripoli e arriva oltreoceano. Mazara del Vallo è il cable landing point più importante d’Italia. Da qui transitano le comunicazioni globali, dati –  internet – telefonia,  di 9 importanti cavi sottomarini di fibre ottiche.

Lo scenario futuro dipenderà in maniera significativa dalle azioni del presente, dal ruolo che svolgerà l’Unione Europea e l’Italia in primis, nel nuovo ordine che si delineerà entro i confini del Vicino e Medio Oriente.

Terrorismo e immigrazione: per l’Italia due facce di uno stesso problema che si chiama Libia

Per il mondo in senso lato occidentale, la minaccia che viene dalla Libia, dove sta crescendo la presenza dei combattenti che sostengono il Califfato, ha a che vedere essenzialmente con il rischio che il terrorismo islamista ispirato da Al–Baghdadi possa stabilmente insediarsi al centro del Mediterraneo, facendone la base ideale (anche dal punto divista simbolico) per la sua proiezione propagandistica e militare verso l’Europa.

Terrorismo e immigrazione: per l’Italia due facce di uno stesso problema che si chiama Libia - Geopolitica.info

Per l’Italia, il pericolo che deriva dal caos libico è invece doppio e dunque più grande che per altri Paesi. Alla questione della sicurezza e del contrasto al terrorismo, che ha già imposto ovunque nel continente uno stato di crescente allarme per la paura di attentati, da noi si aggiunge infatti quella di un’immigrazione clandestina che per i gruppi armati che la organizzano e la gestiscono non è più solo un redditizio affare economico, ma è diventato anche un formidabile strumento di pressione mediatico-demografica dagli effetti sociali e politici in prospettiva destabilizzanti.

È il problema enfatizzato in queste ore soprattutto dalla Lega di Salvini, che ne sta facendo un efficace tema di agitazione elettorale, ma che nessuna forza politica – tantomeno quelle che hanno responsabilità di governo – può a questo punto sottovalutare. La scelta di imbarcare i clandestini con la violenza e di spedirli a migliaia verso le coste italiane, anche con condizioni del mare proibitive che fatalmente li espongono ad un serio rischio di morte, è già una forma indiretta di terrorismo, peraltro facilmente predetta da Gheddafi, poco prima che venisse abbattuto, come strategia d’attacco verso il nostro Paese.

La drammatica consapevolezza, maturata nelle ultime settimane, di dover affrontare questi due problemi in modo congiunto e nel più breve tempo possibile spiega probabilmente il modo oscillante, persino avventato, ma a suo modo perentorio e tempestivo con cui il governo italiano, contrariamente al modo d’agire dilatatorio e obliquo tipico della nostra classe politica, ha preso posizione sulla questione della Libia: prima lasciando intendere di essere addirittura disponibile ad un intervento militare diretto come risposta inevitabile ad una minaccia crescente, poi invocando la copertura dell’Onu e della comunità internazionale in caso di azione militare, infine virando sulla soluzione politico-diplomatica e sulla ricerca di una mediazione tra le diverse fazioni che attualmente lottano all’interno della Libia. Atteggiamenti e soluzioni diversi, ma sempre nel segno di un’estrema urgenza.

La ricerca di un accordo tra il Parlamento di Tobruk e quello di Tripoli per la creazione di un governo di unità nazionale, considerata come la condizione necessaria per frenare l’infiltrazione dell’Is tra i gruppi del radicalismo islamico, è la strada concordata alla fine dall’Italia insieme ai suoi alleati (come ha spiegato ieri il ministro degli esteri Gentiloni dinnanzi alle Camere) e ufficializzata sempre ieri anche dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. Si teme, evidentemente, anche alla luce dell’esperienza del passato, che un intervento militare sul suolo libico – anche se reso legale da una risoluzione delle Nazioni Unite e anche se condiviso con altri Paesi arabi (a partire dall’Egitto) – possa favorire la convergenza, in chiave nazionalistica e anti-occidentale, di tutti i gruppi più meno legati al fondamentalismo islamico, sino a spingerli definitivamente tra le braccia dell’Is.

Ma è una strada, quella negoziale, non solo difficile, lunga e a serio rischio di fallimento, vista la mancanza in Libia di interlocutori che siano al tempo stesso facilmente identificabili, sicuramente affidabili e soprattutto in grado, viste le divisioni tribali e il frazionamento delle forze, di mantenere gli impegni eventualmente assunti. È anche una strada che, persino nel caso si rivelasse risolutiva, potrebbe non compensare gli sforzi necessari all’Italia per fronteggiare – senza alcun aiuto internazionale, come si è visto in queste settimane – l’emergenza degli sbarchi sulle sue coste e l’arrivo di clandestini tra i quali potrebbero, a questo punto, facilmente infiltrarsi delle cellule terroristiche. Insomma, un beneficio futuro peraltro assai incerto, vale a dire la stabilizzazione politico-militare della Libia per via diplomatica, potrebbe non bilanciare un danno sicuro nell’immediato per l’Italia: la cresciuta esponenziale sul nostro territorio di immigrati clandestini che non pochi problemi rischiano di causare all’ordine pubblico, senza considerare il collasso ormai imminente della nostra rete assistenziale, i costi crescenti per casse pubbliche e infine la beffa di vedersi addossare sulla coscienza, agli occhi del mondo, le morti della centinaia di sventurati che purtroppo non si riesce a strappare al loro tragico destino.
Ciò significa che mai come in questo momento l’Italia, proprio perché in prima linea e più esposta di altri Stati, ha tutto il diritto di far valere le sue ragioni nelle diverse sedi internazionali, di essere attivamente coinvolta nelle decisioni che verranno adottate e soprattutto di premere perché si agisca in Libia – per via politica o militare – con la più grande rapidità.

Terrorismo e immigrazione sono beninteso due fenomeni assai diversi e sarebbe un errore assimilarli in astratto, come una certa propaganda politica di stampo populista tende a fare allo scopo di suscitare allarme tra i cittadini e di lucrare sulla paura che quest’associazione inevitabilmente genera. Ma in questo momento, nel crogiolo libico essi si sono drammaticamente fusi, dal momento che il primo sta platealmente usando la seconda come un’arma, per neutralizzare la quale ormai non bastano più gli interventi in chiave umanitaria o di assistenza. L’Italia lo ha capito, a sue spese, e si sta ponendo il problema, non privo di dolorosi risvolti etici, di come si possa passare dai salvataggi in mare ad un’azione di contrasto, anche militare, che impedisca – almeno sino a che la situazione politica della Libia non si sarà chiarita – gli imbarchi forzosi di popolazione dalle sue coste. Ma è bene che a questo punto lo capiscono anche l’Europa e tutti i nostri alleati, evitando di lasciarci soli ad affrontare un problema che in prospettiva potrebbe diventare foriero di pericoli per tutti.
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*Editoriale apparso sui quotidiani “Il Messaggero” e “Il Mattino” del 15 aprile 2015

Carlo Jean: intervento e disarmo per salvare la Libia (e l’Italia)

Mentre si accende il dibattito interno sul possibile intervento militare italiano e internazionale nell’ormai incontrollabile scenario libico, Geopolitica.info ha incontrato il Generale Carlo Jean per cercare di rispondere alle domande che da giorni si rincorrono  su quotidiani, televisioni e social network.

Carlo Jean: intervento e disarmo per salvare la Libia (e l’Italia) - Geopolitica.info

Generale Jean, quali sono le cause, i fattori primari del forte e crescente successo dell’Isis in Libia e come sono riusciti a penetrare in quel contesto da Iraq e Siria?

In Libia si assiste a un fenomeno particolare, quello cioè di brandizzazione del marchio. Ciò significa che gruppi locali, di simpatia jihadista, si stanno unendo intorno al marchio più forte, intorno alla bandiera dell’Isis per l’appunto.  Un fattore interessante da considerare, è che la Libia è il paese che ha fornito più combattenti in Iraq contro gli Usa. Quindi, c’era già una propensione alla lotta armata di stampo jihadista di una parte della popolazione, che unita al caos in cui versa oggi il paese libico, hanno portato l’Is a conquistare Sirte. Lo stato islamico è, inoltre, pieno di soldi. Questo non fa che favorire il reclutamento di nuovi combattenti. Basti pensare che un foreign fighter viene pagato circa 2000 dollari al mese.

Alcuni osservatori imputano parte della responsabilità delle dinamiche che stanno stravolgendo il contesto libico e mediorientale all’Occidente. In che misura ciò è vero, secondo lei?

La tendenza a trovare un colpevole è un fatto normale nei media occidentali. Ad ogni modo il problema non è quello di trovare un colpevole, il problema è quello di fronteggiare adeguatamente una minaccia, che ad oggi è molto pericolosa. Minaccia accresciuta dalla grande divisione che esiste oggi all’interno dell’Islam. Una divisione storica è certamente quella tra sunniti e sciiti, e lo stato islamico è un’arma del sunnismo e dei paesi che lo sostengono, da usare contro gli sciiti. Di conseguenza la questione è molto più complicata, e dev’essere affrontata in un quadro globale e non facendo riferimento solamente alle situazioni locali, come ad esempio quella esistente a Sirte.

Nell’ultimo video dell’Isis i terroristi del Califfato dicono di “essere a sud di Roma” . C’è ancora spazio per la diplomazia oppure è arrivato il momento di un’operazione militare? In tal caso, da chi deve essere guidata?

Guardi, spazio per la diplomazia c’è sempre, anche durante le operazioni militari. Ogni conflitto comporta sempre sia un confronto di volontà che una prova di forza. Nessuno fa la guerra per la guerra, ma per la pace che segue la guerra. Ora, il problema essenziale è definire quale pace vuole l’Occidente. A dir la verità non è stato ancora definito niente. Anche nelle dichiarazioni dei Ministri Gentiloni e Pinotti, è stato sorvolato quale obiettivo politico noi ci proponiamo. L’obiettivo era chiaro fino a poco tempo fa, prima cioè della conquista dell’Isis di Sirte. L’obiettivo di Giuseppe Buccino, nostro ambasciatore in Libia, e di Bernardino Leon, rappresentante speciale dell’Onu in Libia, era di mettere d’accordo il governo di Tobruk con il governo di Tripoli. Attualmente, dobbiamo decidere chi sono i nostri amici e chi sono i nostri nemici. E’ nostro nemico, il governo di Tobruk o quello di Tripoli? Un’alternativa potrebbe essere quella di combattere entrambi e affrontare la situazione caotica in cui si trova la società libica, cioè occupare militarmente il territorio. Un’altra possibilità, è quella di stare a guardare che si risolva il problema da solo. Il problema è, come accennavo prima, che ci troviamo di fronte ad una guerra inter-araba.

Quali sono i rischi (terroristici e non solo) che corre il nostro Paese da una Libia in mano ai jihadisti? Quanto l’Italia è preparato a fronteggiare tali pericoli?

Lo Stato Islamico è profondamente differente da Al-Qaeda. Quest’ultima, era una specie di cupola di organizzazioni terroristiche, che colpivano anche gli stati islamici, ma il loro obiettivo principale erano i paesi occidentali, quindi il nemico esterno, gli Usa in particolar modo. Lo stato islamico invece, tende più che altro ad espandersi territorialmente. Il suo nemico, quindi, è un nemico interno più che esterno. Cerca inoltre di scoraggiare il nemico esterno con le sue violente azioni, per tenerlo lontano, per convincerlo a non intervenire. Il problema del terrorismo presente in Europa, è soprattutto un terrorismo esistente all’interno dei nostri paesi. Tutti gli attentati più eclatanti, sono fatti da terroristi che hanno la cittadinanza europea, sono islamici di seconda o terza generazione, molto spesso giovani frustrati che trovano nel terrorismo un modo per affermare la loro forza. Un modo per sentirsi importanti.

Il nostro Ministro degli Esteri non ha dubbi nel parlare di missioni “boots on the ground”. Il Ministro Pinotti ha detto che siamo pronti, ma Renzi ha smentito entrambi. Quanto siamo in grado di sostenere un intervento e quale deve essere il ruolo dell’Italia?

Come dicevo prima, prima di intraprendere un’operazione militare, si deve stabilire e decidere prima di tutto cosa si vuole, quali sono i nostri nemici, quali sono i nostri amici e quale prezzo si è disposti a pagare. Secondo me, entrambi hanno fatto delle dichiarazioni poco ponderate, proprio perché c’è ancora la mancanza di una strategia.

Quali scenari prevede nell’immediato futuro e nel medio periodo? Come si deve a una soluzione della minaccia terroristica?

A mio avviso, l’unica possibilità è quella di un intervento esterno in Libia. Un intervento dell’Egitto e dell’Algeria a sostegno in questo caso del governo di Tobruk. Quello che è da escludere, a parer mio, è di mandare truppe occidentali sul terreno. Ho sentito varie dichiarazioni a riguardo negli ultimi giorni.  Neanche se inviassimo diecimila o centomila uomini la situazione si tranquillizzerebbe, dal momento che sul territorio ci sono un milione di armati divisi in 1500 gruppi che tentano di ottenere profitti per prendere il potere politico. Di conseguenza il problema non è di fare un’ operazione di peace keeping, ma di peace enforcement: avere cioè una forza tale da riuscire a imporre la pace alle varie milizie disarmandole. Un risultato tutt’altro che semplice.

Libia: scenari geografico-politici nel Mediterraneo. Quale ruolo per l’Italia?

Ventuno egiziani copti catturati a Sirte dall’Isis sono stati decapitati. Il relativo video è stato diffuso dal cosiddetto “Stato islamico della provincia di Tripoli”, con annessi messaggi di minaccia nei confronti dell’Italia (“siamo a Sud di Roma”). L’Ambasciatore Buccino e circa cinquanta funzionari degli organi diplomatici italiani hanno lasciato la Libia e con un catamarano hanno raggiunto nella notte le coste italiane, mentre il vicario apostolico a Tripoli ha deciso di rimanere in Libia.

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Nel video diffuso dall’Isis appaiono due elementi simbolicamente fortissimi: i condannati a morte sono sulla riva del Mediterraneo, a voler rimarcare la vicinanza con l’Europa; e lo stesso mare viene mostrato mentre si tinge del rosso del sangue, inviando in maniera icastica un messaggio di morte all’Europa e, più in particolare, al nostro paese, inserito nella black list dell’Isis e considerato il centro simbolico della cristianità: Gentiloni, che si era detto pronto a un intervento, non a caso è stato definito come “ministro dell’Italia crociata”.

L’Egitto, come d’altronde ha fatto precedentemente la Giordania all’uccisione dei suoi uomini, ha risposto militarmente, immediatamente, con raid aerei in Libia diretti contro l’Isis. E a questo punto, alcune cruciali questioni per il nostro paese e per l’Occidente, più in generale. E’ ora di intervenire massicciamente, almeno in Libia? E l’Italia, in tal caso, come deve comportarsi e con quali obiettivi?

Appare ormai pressoché inevitabile un intervento militare per neutralizzare la minaccia terroristica. Poche ore fa lo ha chiesto esplicitamente il premier libico, Abdullah al Thani e le operazioni militari più incisive, condotte da Giordania ed Egitto, sembrano essere due reazioni dovute, quasi delle rappresaglie e pur sempre isolate, che fanno presagire un’estensione della lotta contro il Califfato. Perché la sfida dell’Isis non è più relegata all’ambito mediorientale, ma si è ormai palesata in via diretta anche contro l’Italia e l’Europa. In tale contesto, per ragioni geografiche e politiche, non può che essere riaffermata la centralità del ruolo e dell’impegno italiano. A tal proposito il Ministro Pinotti ha dichiarato che l’Italia deve assumere il comando della coalizione Onu che interverrà in Libia.

Oggi per il nostro Paese si apre infatti una fase in cui deve far sentire la propria voce – anche militarmente, se questa sarà la decisione nelle sedi internazionali – sull’intervento in Libia. Bisogna stabilire se ha la forza, militare e politica, per farlo, garantendo anzitutto univocità di visione. Renzi ha dichiarato – anche contraddicendo i ministri Gentiloni e la stessa Pinotti – che non è ancora il momento di agire, stemperando così possibili spinte di “falchi”, mentre dal fronte francese Hollande ha fatto sapere che l’Onu deve prendere urgenti misure. Da parte italiana, al di là della valutazione sulle tempistiche, sarebbe un fallimento su tutta la linea mostrare disunità interna, lasciare il vuoto istituzionale in Libia e che le decisioni altrui contribuiscano all’illegalità nel Mediterraneo e alle ricadute in termini umani e di costi per il nostro paese, com’è già accaduto in questi anni.

Dopo l’accordo di amicizia del 2008 che – al netto di riflessioni politiche e delle relative critiche – aveva garantito un certo livello di sicurezza nel Mediterraneo, il nostro Paese ha infatti avuto un ruolo di secondo (o terzo) piano nell’intervento del 2011, avviato dalla Francia e supportato poi da Gran Bretagna e Stati Uniti. Il risultato di quell’operazione fu la spallata definitiva al regime di Gheddafi e la successiva instaurazione di un governo composto da elementi di opposizione a Gheddafi, con costi enormi in termini di vite umane e di sforzi da parte italiana. La destabilizzazione politico-istituzionale che ne è seguita contribuì infatti a un incremento straordinario degli sbarchi dalle coste libiche e delle tragedie nel Mediterraneo. La vicenda del 3 ottobre 2013, che provocò la morte di circa 300 migranti, fu uno dei motivi scatenanti la decisione di intraprendere l’operazione Mare Nostrum, a carico dell’Italia. Il passaggio, lo scorso autunno, della gestione del pattugliamento delle coste italiane (ed europee) nelle mani dell’UE con Triton di Frontex, non ha prodotto effetti incoraggianti. I risultati sono stati anzi – ancora una volta – disastrosi anzitutto in termini umanitari e, secondariamente, di costi politici e di amministrazione.

Non è più tempo di lasciare vuoti politici, istituzionali e governativi. L’Isis – esattamente come è accaduto in Siria e Iraq – sta avendo campo pressoché libero perché opera in un contesto fortemente destabilizzato politicamente, dove il controllo del territorio da parte delle autorità centrali è venuto meno. Lo stesso è avvenuto nel caso siriano, dove il gruppo terroristico è avanzato militarmente sfruttando l’instabilità dovuta alla guerra civile interna. Nel quadro politico iracheno, il vuoto lasciato dagli Stati Uniti e la debolezza intrinseca del governo locale, hanno contribuito all’avanzata del Califfato. E infine in Libia, la situazione di abissale fallimento politico dalla cosiddetta Primavera araba e della conseguente instabilità interna, hanno spianato il terreno all’Isis per il controllo di zone strategiche. Il gruppo del Califfato, in altre parole, ha sfruttato a proprio vantaggio il vacuum politico-istituzionale e militare per affermare la propria autorità sui territori maggiormente vulnerabili.

Se un certo attendismo aveva caratterizzato l’Occidente nei confronti del Califfato in Siria e in Iraq, ora il pericolo è alle porte e necessita un intervento da parte occidentale, in cui l’Italia deve agire prioritariamente, come ha affermato il nostro Ministro degli Esteri. Perché in Libia l’Italia possa contribuire – legittimamente e legalmente – a stabilire la pacificazione e la sicurezza interna. Per scongiurare ulteriori stragi di migranti nel Mediterraneo. E per garantire la sicurezza dei propri cittadini dal pericolo terroristico.

Anche il Regno Unito si defila dall’intervento militare in Libia

Il 30 marzo, il premier libico designato Fayez Al Sarraj – assieme al suo Consiglio presidenziale – è arrivato a Tripoli da Tunisi “via mare”, attraccando alla base navale di Abusetta, sotto un “ombrello” protettivo italo-britannico. Il suo primo messaggio è stato un appello a «unificare gli sforzi dei libici per contrastare Daesh». 

Anche il Regno Unito si defila dall’intervento militare in Libia - Geopolitica.info (cr: Getty images)

Sarraj, leggendo un testo, ha inoltre sottolineato il suo «attaccamento alla conciliazione nazionale» e la volontà di «tener fede ai principi della rivoluzione del 17 febbraio 2011» che portò alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. Il premier ha inoltre sottolineato la propria volontà di difendere «le istituzioni dello Stato con la partecipazione di tutti i libici» e la fondamentale necessità di rafforzare la tregua e il “cessate il fuoco”.

Le modalità del suo arrivo hanno comunque mostrato l’estrema precarietà della situazione; inoltre alcuni gruppi armati appartenenti a milizie che si oppongono alla pacificazione, avrebbero sparato dei colpi in aria con armi pesanti montate sulle “tecniche” per impedire ai sostenitori del governo di unità nazionale di radunarsi nel centro di Tripoli, nei pressi della piazza dei Martiri. Altrettanto minacciose sono apparse le parole del premier del governo di Tripoli (sostenuto dai Fratelli Mussulmani), Khalifa Ghwell, che in una conferenza stampa nella capitale libica, ha definito Sarraj «pienamente responsabile del suo ingresso illegale» a Tripoli: «Ha due opzioni: consegnarsi alle autorità o tornare a Tunisi».

Quindi – in una cornice Onu – inglesi e italiani sarebbero di fatto i garanti della transazione, e questo mentre da più parti, in entrambi i Paesi si levano voci che raccomandano prudenza per evitare un massiccio coinvolgimento militare in Libia. Paolo Mieli ha interpretato questa posizione con un pesante editoriale apparso sul Corriere della Sera, e con una inquietante tempistica è accaduto lo stesso anche sulla stampa britannica.

Contro il piano predisposto per schierare 1000 soldati inglesi in una green zone creata ad hoc nel cuore di Tripoli – parte di un pacchetto di assistenza militare italo-britannico a sostegno del nuovo governo di unità nazionale creato nel tentativo di porre fine alla guerra civile che dura ormai da un anno – si è schierato apertamente Crispin Blunt un Tory di alto livello, da molti considerato portavoce ufficioso dei vertici militari britannici.

Blunt, egli stesso ex ufficiale, ha definito questo proposito scellerato: «L’idea di mandare truppe occidentali a Tripoli è una cattiva idea; schierare mille uomini in Libia sarebbe un disastro che porterebbe a una situazione analoga a quella del Libano all’inizio degli anni’80». Per il parlamentare conservatore, le cui posizioni hanno avuto grande risonanza sull’Indipendent e sul Sunday Telegraph, questi soldati sarebbero – a prescindere dai loro obiettivi, dalle modalità d’impiego e dalle regole d’ingaggio – un obiettivo di alto profilo, non solo per le cellule dell’Isis operative in Libia, ma anche per le decine di milizie contrarie al processo di pace.

Infatti, anche se impiegate solo per compiti d’addestramento, queste truppe potrebbero essere facilmente percepite come neocoloniali.

Inoltre ambienti militari libici filogovernativi hanno fatto sapere che preferirebbero che le attività di formazione e di addestramento con il sostegno occidentale, si svolgessero all’estero, in particolare in Tunisia; il coinvolgimento sempre più intenso di Tunisi nella situazione libica ha comunque creato una certa apprensione nel Paese: sull’autorevole TunisiaLive si è giustamente sottolineato come difficilmente la Tunisia potrebbe sfuggire alle conseguenze di un intervento militare occidentale in Libia.

Che gli uffici di pianificazione degli Stati maggiori facciano piani è assolutamente legittimo e anzi auspicabile, ma le notizie apparse sulla stampa inglese, dove vengono riportate con dovizie di particolari le aliquote dei contingenti e le eventuali zone di schieramento, dimostrano – al di là delle ondivaghe dichiarazioni del governo italiano, che nell’arco di pochi mesi, anzi settimane, ha cambiato la propria posizione di fronte all’opinione pubblica nazionale e agli alleati – lo stato d’avanzamento dell’opzione militare.

Questo massiccio pacchetto d’assistenza – pur vincolato a una formale richiesta del governo d’unità nazionale libico – avrebbe come compito primario la liberazione di Sirte (città natale dell’ex rais) che per ironia della sorte è diventato il santuario di Daesh nel Paese; ma per Blunt un’azione di questo tipo andrebbe lasciata alle milizie filogovernative eventualmente supportate da reparti speciali occidentali. Reparti speciali che sarebbero già con gli scarponi sul terreno, così come ampiamente documentato proprio dal Sunday Telegraph. Di fatto, Philip Hammond – ministro degli esteri britannico – ha affermato, rispondendo alle critiche di Blunt che saremmo ben lontani da uno schieramento massiccio sul campo.

Il rischio è che il cerino resti in mano proprio all’Italia.

Il golpe bianco dei Fratelli musulmani libici: una minaccia per il Medio Oriente e per l’Europa

L’ultima roccaforte dell’islam politico

Il golpe bianco dei Fratelli musulmani libici: una minaccia per il Medio Oriente e per l’Europa - Geopolitica.info Archivio Reuters

Distratte dal frastuono ucraino, la stampa e l’opinione pubblica italiana sembrano prestare poca attenzione agli eventi che si rincorrono ormai da giorni sulle rive meridionali del mar Mediterraneo. Il riferimento corre al giovane Stato libico post-gheddafiano, teatro nell’ultimo triennio di costanti scontri armati tra milizie rivali, assassinii e rapimenti illustri che hanno coinvolto figure di spicco dell’establishment governativo, nebulose extraordinary rendition condotte da potenze straniere, traffico di armi  e – ancor più recentemente – colpi di Stato.

Come tale può essere definito il voto di sfiducia espresso l’11 marzo contro il premier Ali Zeidan da un organo legislativo, il General National Congress, il cui mandato legale risulterebbe ormai scaduto da oltre un mese. La mozione, approvata col consenso di 124 dei 200 membri della camera, è stata perorata dai rappresentanti della città di Misurata con l’aperto sostegno della componente dell’assemblea facente capo al movimento dei Fratelli musulmani. Formalmente, un atto di delegittimazione motivato dalla accuse per le quali l’ex capo dell’esecutivo avrebbe tentato di corrompere con tangenti i gruppi armati che da tempo hanno posto in stato di fermo i terminal petroliferi dell’oriente libico. In termini politici, una ritorsione contro i tentativi di Zeidan di contenere il peso preponderante della Fratellanza musulmana negli equilibri sociali e religiosi del Paese.

Estromessi dall’Egitto dei nuovi colonnelli, mortificati da un regime siriano sopravvissuto grazie al sostegno russo, criticati a Gaza e – notizia di pochi giorni fa – messi in stato di clandestinità nella potente Arabia Saudita, i Fratelli musulmani in rotta nella maggior parte degli scenari geopolitici mediorientali preservano in Libia significative leve di potere. Fa riferimento alla Fratellanza Nuori Abusahmain, il presidente del General National Congress che in attesa della promulgazione di una definitiva carta costituzionale detiene la carica di capo dello Stato e, diretta conseguenza, i connessi poteri esecutivi sull’impiego dell’esercito. Non di meno, lo schieramento integralista può contare sull’eco carismatico del gran muftì Sheikh Sadik Al-Ghariani, somma autorità religiosa della Libia che non si esime dal prender apertamente e frequentemente parte al dibattito politico interno. Suo il recente proclama sulla legalità della proroga delle funzioni legislative auto-concessasi dal parlamento in febbraio, una dichiarazione accompagnata da un monito morale che interdirebbe i fedeli libici dal contestare i poteri del Congresso. Rispondono, infine, alla Fratellanza i governatori locali di Misurata in Tripolitania e di Derna in Cirenaica, così come – dato ancor più significativo – le rispettive milizie combattenti, tra le più attive e sfrontate nello scenario della Libia post-rivoluzionaria.

In un contesto macroregionale che vede persino il colosso della comunicazione Al Jazeera iniziare a riconoscere l’ormai evidente parabola fallimentare dell’islam politico, la Libia si configura come estrema roccaforte di un movimento che, privato dello slancio idealistico delle primavere arabe, potrebbe essere presto ricondotto nella generalizzata condizione di minoranza e ininfluenza del pre-2011. Una prospettiva che i Fratelli musulmani intendono sventare mantenendo e accrescendo il proprio ruolo negli equilibri sociali e religiosi dell’ex- Jamahiriya.

Le criticità del processo di state-building e l’ascesa del movimento sufista

Arginare la deriva confessionale nelle istituzioni e nella società civile ha rappresentato uno dei principali obiettivi promossi nell’ultimo anno dall’esecutivo guidato da Ali Zeidan, ma non l’unico. In un lento processo di state building il governo ha dovuto confrontarsi con problematiche ereditate dalla guerra civile e impreviste crisi politico-diplomatiche. Nella primavera dell’anno scorso la difficile epurazione dall’apparato burocratico dei funzionari e persino degli impiegati accusati di collusione con il regime del defunto Rais aveva richiesto uno sforzo organizzativo non minore di quello che aveva accompagnato la pianificazione della ricostruzione materiale e istituzionale dello Stato. Critici e spesso infruttuosi si erano rivelati i tentativi di mettere al sicuro le porose frontiere sahariane, zona franca per guerriglieri tuareg attivi nel fragile Mali, trafficanti d’armi e quelle cellule di Al Qaeda responsabili nel gennaio 2013 del sanguinoso assalto al centro petrolifero di In Amenas, nell’Algeria orientale. Il tutto senza far menzione delle – sfortunatamente – fallimentari politiche volte a risolvere i due più rilevanti ostacoli alla definitiva pacificazione dello Stato: il mancato inquadramento in un esercito regolare della costellazione di milizie armate sorte dalla rivoluzione del 2011 e la ricostruzione di un rapporto di cooperazione e fiducia tra le due anime storiche del Paese, la Tripolitania e la Cirenaica.

La Cirenaica stessa appare sotto molto profili la vera chiave di volta per la comprensione della complessità dello scenario libico. Ricca delle materie prime energetiche che hanno a lungo rappresentato la principale se non unica fonte di reddito delle casse statali, la regione di Benghazi ha paradossalmente sofferto nei lunghi decenni della dittatura di Muammar Gheddafi una cronica mancanza di risorse economiche dovuta al dirottamento delle rendite petrolifere su Tripoli e suoi clan fedeli alla Guida della Rivoluzione quali i Warfallah.  Una stortura che non ha trovato piena soluzione nemmeno a seguito dell’atteso regime change e che, scontatamente, ha inasprito il risentimento dell’oriente verso la Capitale e le ricostituite strutture istituzionali, finendo così per alimentare la retorica dei movimenti federalisti di natura pacifica e insurrezionale. Rispondono a quest’ultimo tipo le brigate della Petroleum Facilities Guard guidate da Ibrahim Jadhran, figura in grado di riassumere su se stesso il ruolo di intransigente guerrigliero disposto a occupare manu militari la totalità delle hub portuali cirenaici e quello di leader carismatico di una battaglia federalista che nel novembre scorso l’ha portato ad auto-proclamare la nascita del proprio governo locale, il Political Bureau of Cyrenaica.  Jadhran, a detta dell’accusa, sarebbe il destinatario delle tangenti che il premier Zeidan avrebbe voluto usare per sollecitare la riprese delle attività estrattive poste in stato di arresto.

È, tuttavia, nella componente più pacifica del movimento di protesta cirenaico e nei rapporti coltivati da quest’ultimo con il capo del governo che sembrerebbero emergere motivazioni le sostanziali e meno pretestuose che spiegherebbero le ragioni del recente golpe istituzionale. Nello specifico, le motivazioni andrebbero ricercate nei timori manifestati dalla Fratellanza musulmana in corrispondenza della progressiva legittimazione storico-politica concessa da Zeidan alle figure di spicco della famiglia Al Senussi. Oltre a promuovere rivendicazioni autonomistiche tramite il Cyrenaica Transitional Council, soggetto antitetico al Bureau di Jadhran, gli esponenti di rilievo del movimento Senussita risultano essere i diretti eredi di re Idris I, il sovrano che traghettò la Libia nel processo di decolonizzazione post-bellico, favorendo la creazione delle prime istituzioni rappresentative nelle storia del Paese. Deposto dal colpo di Stato militare di Gheddafi nel 1969, re Idris si era fatto alfiere di quell’interpretazione degli insegnamenti coranici che risponde al movimento sufita, una scuola filosofica che affonda le sue origini negli albori medievali della storia islamica. Trattasi di una dottrina dai caratteri mistici tradizionalmente diffusa in buona parte dei Paesi che costituiscono la ummah musulmana, diversificata nelle sue molte correnti nazionali, ma resa coesa da un comune approccio di tolleranza religiosa e diffidenza verso le interpretazioni delle sacre scritture che vorrebbero una piena identificazione tra teologia, diritto, clero e politica. Un impianto ideologico particolarmente presente nel Maghreb che proprio nella Libia ottomana, coloniale e poi monarchica aveva trovato maggior fioritura e, al contempo, un impianto ideologico ostensibilmente avverso a quello propagandato dalla Fratellanza musulmana, responsabile di diversi, recenti, attacchi ai centri di culto sufiti.

L’inedito asse con i sufi e la prospettiva di una loro riaffermazione capillare su scala nazionale hanno costituito con grande probabilità la veritiera causa della defenestrazione di Zeidan. Già oggetto il 5 settembre scorso di un sequestro da parte di miliziani integralisti che lo accusavano di diretto coinvolgimento nella extraordinary rendition americana di Al Liby, attuale numero due di Al Qaeda, l’ex premier ha risposto all’inatteso voto di sfiducia allontanandosi dal Paese con un volo privato, ma benché il parlamento abbia già provveduto a nominare il ministro della difesa Abdullah Al Thinni vertice provvisorio dell’esecutivo per le prossime due settimane, la tensione interna rimane altissima.

La dinamica energetica e il coinvolgimento dell’Occidente

Non diversamente dal suo predecessore, Al Thinni non dispone degli strumenti politici e materiali per affrontare le problematiche già citate. Ciò si configura come una diretta conseguenza dell’evidente sbilanciamento dei poteri istituzionali in favore dell’organo legislativo, una misura preventiva volta a scongiurare il pericolo di governi forti e potenzialmente in grado di trasformarsi in nuove dittature. Posta in evidenza dai fallimenti registrati nell’ultimo biennio, la limitatezza delle effettive capacità esecutive del gabinetto Zeidan era apparsa ancor più evidente nel corso della recente crisi che aveva visto coinvolto un mercantile petrolifero battente bandiera nordcoreana e operante per conto di una compagnia del Golfo. La nave, accusata di aver caricato illegalmente petrolio di proprietà per il 41% del consorzio americano Marathon in, era riuscita lo scorso 8 marzo ad abbandonare uno degli scali portuali controllati dai ribelli nonostante il primo ministro avesse impartito alle forze aree nazionali espresso ordine di fermarla con ogni mezzo. Ridotto all’impotenza e costretto a richiedere il comunque non risolutorio intervento delle milizie di Misurata, Ali Zeidan aveva dovuto assistere come mero osservatore alle operazioni di ripiego dei Navy Seals americani che nella giornata successiva – su espresso ordine del presidente Obama – erano riusciti a prendere il controllo del naviglio, privo di bandiera nordcoreana (e dunque considerabile nave pirata) e ormai catturabile in quanto lontano dalla giurisdizione delle acque territoriali libico.

L’assenza di un potere esecutivo in grado di adottare provvedimenti risolutori costituisce il più evidente limite alle capacità delle forze laiche e moderate di affrontare le sfide del processo di state-building e quelle poste dall’attivismo dei Fratelli musulmani. Non sorprende, dunque, apprendere dell’ufficiale richiesta di aiuto che il governo provvisorio ha lanciato alle Nazioni Unite e per diretta conseguenza all’intera comunità internazionale il 20 marzo scorso. Pur senza specificare in che termini ciò debba concretizzarsi, appare evidente che tale appello si configuri come un invito a trasformare l’indiretto sostegno logistico finora prestato dalla missione Unsmil in un aperto intervento di peace enforcement che coadiuvi le forze militari nelle operazioni di controllo e repressione dei focolai di rivolta. L’appello, anche in virtù dei recenti avvenimenti nell’est europeo, potrebbe incontrare una positiva e rapida risposta. Se il quadro delle relazioni dell’Occidente con la Russia dovesse peggiorare al punto da sfociare in una drastica interruzione dei rapporti commerciali, l’Europa –  e con essa l’Italia – si troverebbe costretta ad affrontare un macroscopico razionamento degli approvvigionamento energetico capace di compromettere qualsivoglia speranza di oltrepassare definitivamente gli effetti della perdurante crisi economica e produttiva. Una prospettiva che accrescerebbe a dismisura il già rilevante ruolo della Libia e dell’Algeria quali fornitori privilegiati – e obbligati – del mercato europeo e, per diretta conseguenza, un incentivo a garantire con ogni mezzo la sicurezza di tali rifornimenti.

Conclusioni

 Le concrete possibilità di un coinvolgimento militare esterno, il vivo interesse dei Fratelli musulmani a preservare le proprie posizioni di comando e le trasversali manifestazioni di solidarietà raccolte dall’ex premier Ali Zeidan negli ambienti politici e paramilitari di Zintan, Sabrat, Zuara, nonché dalla stessa Tripoli, lasciano presagire una prossima resa dei conti tra la complessità degli attori coinvolti. Un confronto aperto e risolutorio che si muoverebbe su almeno tre dei diversi piani ideali nei quali si concentrano le tensioni del Paese. Il primo luogo il piano delle tensioni tribali: pur a fronte di una massiccia urbanizzazione, la presenza di clivage clanici nella società libica è stata rivitalizzata dal conflitto del 2011 al punto da cristallizzare alcune pericolose rivalità locali particolarmente evidenti nel contesto della Tripolitania. I contrasti tra Misurata e Zintan o quelli tra Zawya e Washfana nascondono un potenziale di esplosività che, se fatto detonare, potrebbe trascinare la Libia in una seconda guerra civile con esiti catastrofici per la popolazione civile e per le già provate infrastrutture nazionali. Non meno pericoloso appare il piano istituzionale, nel quale i sostenitori di una configurazione federale dell’architettura statale si oppongo a coloro che promuovono il mantenimento dell’attuale status quo centralista. L’incapacità di trovare una sintesi tra le due posizioni è all’origine dell’occupazione militare con cui i miliziani di Jadhran impediscono l’accesso dei governativi e dei loro partner commerciali occidentali ai porti della Cirenaica, una dinamica divenuta ormai insostenibile per entrambi. Infine, il fondamentale piano ideologico-religioso: minacciati dalla ricostituzione del movimento sufista, privati di buona parte dei propri sostenitori e finanziatori stranieri e posti in condizione di minoranza nella composizione del recentemente eletto comitato costituzionale dei Sessanta, i Fratelli Musulmani hanno reagito alla prospettiva di una possibile sconfitta nella prossima tornata elettorale legislativa di luglio con quello che può definirsi, probabilmente, un golpe bianco contro il governo Zeidan.

Un quadro complessivo che potrebbe presto dar luogo a un’escalation di violenza capace d’infiammare nuovamente la Libia e con essa l’intero quadrante mediterraneo. Con gravi conseguenze per le nazioni rivierasche dell’Europa Meridionale e buona pace dei propositi di normalizzazione geopolitica che circondavano il segretario di stato americano John Kerry e il ministro degli esteri russo Sergei Lavrov nel meeting in tema di Libia tenutosi a Roma soltanto poche settimane fa.

Libia: petrolio e autonomia regionale per stabilizzare il Paese

Tutta la comunità internazionale è preoccupata per la situazione in Libia, caratterizzata da una profonda instabilità politica e da una preoccupante precarietà dello scenario di sicurezza. Le minacce maggiori per la comunità internazionale sono rappresentate dalle crescenti attività di al-Qaeda e dei gruppi ad essa affiliati, dai continui attacchi alle infrastrutture energetiche che minacciano seriamente l’approvvigionamento dei paesi della sponda nord Mediterraneo e dai trafficanti di esseri umani che utilizzano le sguarnite coste libiche come punto di partenza per i barconi di migranti diretti in Europa.

Libia: petrolio e autonomia regionale per stabilizzare il Paese - Geopolitica.info

Tuttavia, mettendo meglio a fuoco gli attori dello scenario e ricomponendo con chiarezza le loro rivendicazioni, è possibile individuare un terreno di negoziazione comune. Occorre però che la comunità internazionale non si occupi della Libia solo dal punto di vista della sicurezza, ma che cominci anche ad inserire nella propria agenda due nodi gordiani per stabilizzare il paese: quale autonomia riconoscere alle regioni della Tripolitania, della Cirenaica, e del Fezzan; come mettere i soldi delle esportazioni di petrolio e gas al servizio dello sviluppo dell’intero paese.

Fino ad oggi la comunità internazionale ha appoggiato il governo di Ali Zeidan, che però è incapace di intraprendere iniziative efficaci sul territorio. Lo stesso primo ministro ha ammesso che l’esercito regolare si rifiuta di eseguire gli ordini del governo, prendendo a pretesto che il Comando di stato maggiore è stato nominato dal parlamento (il General National Congress – GNC). Ad ogni modo, l’esercito manca di soldati d’esperienza e addestrati. I veterani di Gheddafi hanno preferito non rientrarvi dopo la guerra civile e il reclutamento degli ex combattenti anti-Gheddafi rimane molto limitato. In altre parole, l’esercito libico è uno strumento quasi inutilizzabile. Lo stesso dicasi delle forze di polizia, la National Security Directorat.

Centinaia di milizie sono attive nelle principali città, nei pressi delle aree minerarie e delle infrastrutture di estrazione e di esportazione di petrolio e gas. Oggi in Libia, il controllo del territorio corrisponde al controllo delle risorse.  Oltre che confrontarsi contro il governo centrale, le milizie si combattono tra di loro, contribuendo a rendere ancora più caotico il contesto politico. Si tratta di gruppi che da una parte garantiscono la sicurezza in gran parte del paese, dall’altra sono accusati di non rispettare i diritti umani, di imprigionare senza processo gli oppositori, di dettare la loro legge nei territori controllati. Il temporaneo rapimento del primo ministro Ali Zeidan nell’ottobre del 2013, ad opera proprio di una milizia creata dal GNC per garantire la sicurezza nella capitale (il Libya Revolutionaries Operations Room – LROR) dimostra quanto poco siano controllabili tali gruppi e quanta forza detengano. Oltre alla LROR, diverse altre milizie sono state investite dalle autorità di Tripoli di compiti “istituzionali”. La Al-Saiqa Forces, per esempio, è una milizia di soldati d’elite (paracadutisti e commando), che si rapporta con il Ministero della difesa e che conta qualche centiniao di membri. Spesso utilizzata contro i salafiti, il gruppo appare più affidabile ma la sua quantità numerica lo rende adatto solo ad operazioni limitate. La Anti-Crime Unit è formalmente sotto il controllo del Ministero degli interni e ha funzioni simili a quelle della polizia. Si occupa principalmente di reprimere i traffici illeciti (droga, alcol) ma è sospettata di aver preso parte al rapimento del primo ministro. La Special Deterrence Force è alle dipendenza del Ministero degli interni e si occupa del contrasto al traffico di droga. La Libya Shield Force è poi una milizia riconducibile al Ministero della difesa che riunisce molti gruppi combattenti provenienti da diverse parti del paese. La Petroleum Facilities Guard dipende dal Ministero del petrolio e protegge le installazioni petrolifere libiche. Da oltre sei mesi, il suo leader, Ibrahim Jadhran, ha imposto il blocco ai porti petroliferi della Cirenaica, tra cui Brega e Zueitina, impedendo di fatto l’esportazione di greggio. Jadhran accusa il governo di Tripoli di corruzione e recentemente ha stretto un’alleanza con i movimenti che vogliono l’autonomia della Cirenaica. Si stima che le forze a disposizione di questo blocco siano consistenti: circa 17mila uomini.

Altre milizie, invece, non sono state investite dalle autorità di compiti particolari. Nell’ovest del paese, in particolare attorno alla regione di Zintan e  Misurata, sono presenti il Al-Zintan Revolutionaries’ Military Council, la al-Qaqa Brigade, la Al-Sawaiq Brigade, le Misrata Brigades. Si tratta di formazioni anche molto consistenti, organizzate in diverse brigate e dotate anche di armi pesanti. Nell’est del paese sono attive la 17 February Martyrs Brigade e la Rafallah al-Sahati brigade, due gruppi che si ispirano all’islamismo, piuttosto consistenti e armati con armi leggere e pesanti. Il più importante gruppo estremista salafita è la Ansar al-Sharia Brigade. Nel sud del paese, infine, ogni centro abitato ha un proprio corpo armato che di fatto sostituisce in tutto e per tutto l’autorità dello stato.

Le Nazioni unite sono presenti nel paese con la United Nations Support Mission to Libya (UNSMIL) che assiste le autorità libiche a gestire cinque ambiti: il processo di transizione democratica; la promozione dello stato di diritto e dei diritti umani; il ripristino della pubblica sicurezza; il contrasto alla proliferazione delle armi; il coordinamento dell’assistenza internazionale. Terek Mitri è a capo di UNSMIL. Nella sua ultima relazione al Consiglio di sicurezza, Mitri ha indicato le difficoltà del processo di stabilizzazione. Primo: i profondi disaccordi tra i principali blocchi politici su come gestire il passaggio verso la democrazia, che hanno bloccato il lavoro del parlamento. Lo scontro in Egitto tra militari e Fratellanza musulmana ha contribuito a polarizzare le posizioni, anche sulla scia di un sentimento popolare sempre più avverso all’attuale sistema politico. Secondo: la Libia subisce pesanti contraccolpi dall’interruzione delle esportazione di petrolio e gas. Nel paese è di fatto in atto una lotta per controllare le aree di estrazione e le infrastrutture di esportazione. Proteste, blocchi e occupazioni degli impianti hanno costretto la compagnia petrolifera nazionale (la NOC) a invocare la causa di forza maggiore e a dichiarare di non essere in grado di onorare i contratti di esportazione. Poiché l’80% del Pil della Libia deriva dalle entrate dell’industria petrolifera e considerato che queste rappresentano il 97% delle esportazioni del paese, il pericolo che lo stato libico non sia in grado di garantire i propri impegni finanziari è concreto. A partire dal pagamento degli stipendi dei propri dipendenti.  Terzo: manca ancora una legge che regoli il sistema giudiziario del Paese, fondamentale per permettere alla Libia di fare i conti con i crimini e le tragedie passate e per promuovere la riconciliazione.

Per aiutare le autorità libiche a controllare i propri confini, l’Unione europea ha avviato la Eu Border Assistance Mission (EUBAM). Si tratta di una missione civile nel quadro della Politica di sicurezza e difesa comune (PSDC), che prevede azioni di training e mentoring delle autorità libiche responsabili in materia. EUBAM si è vista di recente attribuire anche una nuova missione a supporto dell’integrazione economica, della diversificazione e dello sviluppo sostenibile della Libia (finanziata con 15 milioni di euro) e per favorire la protezione delle categorie considerate più vulnerabili (5 milioni di euro lo stanziamento). Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Turchia si sono impegnate a contribuire a sviluppare le forze di sicurezza libiche per aiutare Tripoli a garantire la sicurezza e il controllo delle sue frontiere.

Le voci di un possibile intervento armato di una forza internazionale rimangono in sottofondo. Il Capo di stato maggiore della difesa francese, l’ammiraglio Edouard Guillaud, ha dichiarato in conferenza stampa, lo scorso 28 gennaio, che per porre fine all’instabilità nel sud della Libia occorre un’operazione internazionale. Il giorno dopo, il ministro degli esteri francese ha dichiarato che nessun tipo di intervento militare è previsto.

Il governo Zeidan è debole e non ha la sovranità sul territorio. L’esercito e le forze di polizia sono strumenti non ancora efficaci. Il parlamento si trova bloccato da una profonda divisione tra i principali partiti che lo compongono, esacerbata dagli eventi che negli ultimi mesi sono accaduti in Egitto, in Tunisia, e in Siria. Ciò rende impossibile far passare leggi fondamentali per la transazione alla democrazia, quali la legge sulla giustizia. Le milizie hanno il controllo del territorio. Sebbene il governo centrale ne utilizzi alcune demandando loro compiti di pubblica sicurezza e controllo, la loro affidabilità è molto scarsa. Il blocco dei principali porti petroliferi mette il governo nell’impossibilità di disporre delle risorse finanziarie provenienti dalle esportazioni di idrocarburi, indebolendolo ancora di più. Gruppi islamici estremisti e organizzazioni criminali utilizzano la Libia per addestrare i propri militanti e trafficare in armi, droga e esseri umani.

La comunità internazionale risponde a questa situazione con un progetto di state building che fino ad oggi è stato concentrato sul tema della sicurezza e del controllo delle frontiere. La vera sfida, tuttavia è convincere i leader delle milizie armate a portare avanti le proprie rivendicazioni attraverso il confronto politico piuttosto che con il conflitto armato. Caduto Gheddafi, due sono state le principali rivendicazioni provenienti dal Paese. La prima è stata una maggiore autonomia da Tripoli delle regioni orientali e meridionali, ipotizzando una nuova Libia coma federazione di tre diversi soggetti: la Tripolitania a ovest, la Cirenaica a est, il Fezzan sud. La seconda rivendicazione ricorrente è di natura economica: una maggiore e migliore distribuzione delle risorse derivanti dalle esportazioni di idrocarburi. Da tempo, leader delle milizie locali libiche chiedono di istituire un comitato di controllo sulle esportazioni di petrolio e gas, denunciano una diffusa corruzione e chiedono un sistema adeguato per distribuire i ricavi del petrolio sul territorio costruendo strade, ospedali, scuole. Rivendicazioni autonomiste ed economiche possono essere il terreno di trattativa su cui ricondurre le milizie all’interno del processo di pacificazione. Più difficile appare l’integrazione dei gruppi salafiti e impossibile quello delle organizzazioni criminali. La comunità internazionale ha in agenda il prossimo appuntamento per parlare della Libia a marzo 2014, quando si terrà a Roma  la nuova conferenza sulla sicurezza della Libia. Quella potrebbe essere l’occasione per ripensare l’approccio internazionale alla ricostruzione materiale, sociale e politica della Libia.

Analisi pubblicata su http://geopoliticaitaliana.wordpress.com/ il 1 febbraio 2014