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Libia: a chi rimane il cerino?
Il 30 marzo, il premier libico designato Fayez Al Sarraj – assieme al suo Consiglio presidenziale – è arrivato a Tripoli da Tunisi “via mare”, attraccando alla base navale di Abusetta, sotto un “ombrello” protettivo italo-britannico. Il suo primo messaggio è stato un appello a «unificare gli sforzi dei libici per contrastare Daesh». 

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Sarraj, leggendo un testo, ha inoltre sottolineato il suo «attaccamento alla conciliazione nazionale» e la volontà di «tener fede ai principi della rivoluzione del 17 febbraio 2011» che portò alla caduta del regime di Muammar Gheddafi. Il premier ha inoltre sottolineato la propria volontà di difendere «le istituzioni dello Stato con la partecipazione di tutti i libici» e la fondamentale necessità di rafforzare la tregua e il “cessate il fuoco”.
Le modalità del suo arrivo hanno comunque mostrato l’estrema precarietà della situazione; inoltre alcuni gruppi armati appartenenti a milizie che si oppongono alla pacificazione, avrebbero sparato dei colpi in aria con armi pesanti montate sulle “tecniche” per impedire ai sostenitori del governo di unità nazionale di radunarsi nel centro di Tripoli, nei pressi della piazza dei Martiri. Altrettanto minacciose sono apparse le parole del premier del governo di Tripoli (sostenuto dai Fratelli Mussulmani), Khalifa Ghwell, che in una conferenza stampa nella capitale libica, ha definito Sarraj «pienamente responsabile del suo ingresso illegale» a Tripoli: «Ha due opzioni: consegnarsi alle autorità o tornare a Tunisi».
Quindi – in una cornice Onu – inglesi e italiani sarebbero di fatto i garanti della transizione, e questo mentre da più parti, in entrambi i Paesi si levano voci che raccomandano prudenza per evitare un massiccio coinvolgimento militare in Libia. Paolo Mieli ha interpretato questa posizione con un pesante editoriale apparso sul Corriere della Sera, e con una inquietante tempistica è accaduto lo stesso anche sulla stampa britannica.
Contro il piano predisposto per schierare 1000 soldati inglesi in una green zone creata ad hoc nel cuore di Tripoli – parte di un pacchetto di assistenza militare italo-britannico a sostegno del nuovo governo di unità nazionale creato nel tentativo di porre fine alla guerra civile che dura ormai da un anno – si è schierato apertamente Crispin Blunt un Tory di alto livello, da molti considerato portavoce ufficioso dei vertici militari britannici.
Blunt, egli stesso ex ufficiale, ha definito questo proposito scellerato: «L’idea di mandare truppe occidentali a Tripoli è una cattiva idea; schierare mille uomini in Libia sarebbe un disastro che porterebbe a una situazione analoga a quella del Libano all’inizio degli anni’80». Per il parlamentare conservatore, le cui posizioni hanno avuto grande risonanza sull’Indipendent e sul Sunday Telegraph, questi soldati sarebbero – a prescindere dai loro obiettivi, dalle modalità d’impiego e dalle regole d’ingaggio – un obiettivo di alto profilo, non solo per le cellule dell’Isis operative in Libia, ma anche per le decine di milizie contrarie al processo di pace.
Infatti, anche se impiegate solo per compiti d’addestramento, queste truppe potrebbero essere facilmente percepite come neocoloniali.
Inoltre ambienti militari libici filogovernativi hanno fatto sapere che preferirebbero che le attività di formazione e di addestramento con il sostegno occidentale, si svolgessero all’estero, in particolare in Tunisia; il coinvolgimento sempre più intenso di Tunisi nella situazione libica ha comunque creato una certa apprensione nel Paese: sull’autorevole TunisiaLive si è giustamente sottolineato come difficilmente la Tunisia potrebbe sfuggire alle conseguenze di un intervento militare occidentale in Libia.
Che gli uffici di pianificazione degli Stati maggiori facciano piani è assolutamente legittimo e anzi auspicabile, ma le notizie apparse sulla stampa inglese, dove vengono riportate con dovizie di particolari le aliquote dei contingenti e le eventuali zone di schieramento, dimostrano – al di là delle ondivaghe dichiarazioni del governo italiano, che nell’arco di pochi mesi, anzi settimane, ha cambiato la propria posizione di fronte all’opinione pubblica nazionale e agli alleati – lo stato d’avanzamento dell’opzione militare.
Questo massiccio pacchetto d’assistenza – pur vincolato a una formale richiesta del governo d’unità nazionale libico – avrebbe come compito primario la liberazione di Sirte (città natale dell’ex rais) che per ironia della sorte è diventato il santuario di Daesh nel Paese; ma per Blunt un’azione di questo tipo andrebbe lasciata alle milizie filogovernative eventualmente supportate da reparti speciali occidentali. Reparti speciali che sarebbero già con gli scarponi sul terreno, così come ampiamente documentato proprio dal Sunday Telegraph. Di fatto, Philip Hammond – ministro degli esteri britannico – ha affermato, rispondendo alle critiche di Blunt che saremmo ben lontani da uno schieramento massiccio sul campo.
Il rischio è che il cerino resti in mano proprio all’Italia.
Attacco all’Europa: dall’arresto di Salah agli attentati del 22 marzo
L’Europa non ha fatto in tempo a riprendersi dalla tragedia che ha colpito le studentesse in Erasmus in Spagna, che deve oggi fronteggiare un altro enorme disastro interno. Gli attentati di questa mattina all’aeroporto di Bruxelles e alla metro cittadina hanno portato alla morte – questi sono i numeri che arrivano sino ad ora – di 34 persone. L’attacco all’aeroporto della capitale belga è avvenuto, a quanto pare, di fronte al desk dell’American Airlines. Si attende la rivendicazione ufficiale dello Stato Islamico, ma è del tutto verosimile che avverrà a breve. 

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L’Europa si mostra, ancora una volta, sin troppo vulnerabile. E anche oggi è stata colpita in alcuni luoghi simbolici: Bruxelles come uno dei centri cruciali dell’UE, l’aeroporto come luogo – almeno teoricamente – maniacalmente controllato e la metro come mezzo utilizzato da tutta la popolazione. Infine, ma non da ultimo, la tragedia si è consumata da una parte di fronte al riferimento della compagnia americana e dall’altra vicino ai luoghi più rappresentativi dell’UE: dal punto di vista simbolico, per non parlare di quello terroristico stricto sensu, l’impatto è enorme, abissale.

Sono ancora vivide le immagini di una Bruxelles impietrita, immobilizzata, ferma nel suo terrore nelle settimane successive agli attentati parigini, alla disperata ricerca degli attentatori. Oggi, a pochissimi giorni dalla cattura di Salah Abdeslam, uno degli attentatori di Parigi dello scorso 13 novembre, assistiamo al ritorno dirompente alla massima allerta cittadina. Non si è avuto modo di rifiatare, di tirare un sospiro di sollievo per la cattura del terrorista, che si è ripiombati nel caos provocato dal terrorismo.

Nelle azioni terroristiche dello Stato Islamico, che tendono a colpire senza limiti spaziali, si può intravedere l’applicazione di quella concezione, introiettata in maniera estremistica, secondo cui il mondo si suddivide nel dar al-Islam (la casa dell’Islam) e nel dar al-harb (la casa della guerra), abitato dai non fedeli. Una concezione manichea secondo cui varcati i confini del mondo islamico tutto diventa possibile. In questa dinamica di conflitto dell’ISIS verso l’Occidente infedele, si ravvisano altri elementi di enorme criticità: le esplosioni odierne sono avvenute in una città che, in linea teorica, avrebbe dovuto prevenire ogni futura possibilità di attentato.

Le crepe nel suo sistema di intelligence e di polizia sono ormai evidentissime: non solo il più ricercato degli uomini in Europa è stato scovato solo dopo circa quattro mesi di ricerche, nel suo quartiere d’origine che era stato individuato da subito come potenzialmente a rischio, ma quanto avvenuto oggi dimostra una radicata impossibilità o, per attenuare, difficoltà del Belgio e dell’Unione Europea tutta a prevenire future azioni terroristiche. E, poi, lo Stato Islamico ha dimostrato una capacità di azione immediata e tragicamente efficace di agire in ogni parte del mondo, forse temendo – come ha sottolineato Guido Olimpio – che indiscrezioni di Salah potessero far saltare le operazioni. Ma il fatto rimane, e rimane anche il dato che nonostante il pentimento e la richiesta di Salah di non essere trasferito in Francia, nulla si è potuto per contrastare gli attacchi odierni e a nulla è servito interrogare l’attentatore di Parigi per giorni.

In questa sua capacità si ravvisa la sua tensione all’azione universale, globale, e come potenza capace di colpire ovunque. Non solo la dimensione geografica assume una piena centralità in queste riflessione, ma consideriamo anche la tempistica utilizzata. Il terrorista dell’ISIS viene arrestato e nell’immediato vengono organizzati e realizzati due nuovi attacchi, senza possibilità da parte europea di prevenirli e mostrando una capacità d’azione rapidissima dell’ISIS. Ciò significa anche che esistono cellule silenti capaci di intervenire da un giorno all’altro, rendendo debolissimo e fragile tutto il territorio europeo, colpito oggi nel suo epicentro, nella sua zona più sensibile. Il fatto che quanto avvenuto oggi a Bruxelles si inserisca nella settimana Santa, non sembra poi affatto casuale e rafforza enormemente, in senso simbolico e propagandistico, l’azione e il peso del Califfato nel mondo islamico.

La capacità pervasiva dell’ISIS, già sottolineata in precedenza, e che lo porta a colpire ovunque nel mondo, era stata rimarcata anche da un recente video prodotto da Al-Hayat, centro mediatico del Califfato. Gli appartenenti all’ISIS avevano rivendicato le atrocità compiute nella capitale francese attraverso quella produzione dal titolo eloquente: «kill them wherever you find them». In quel video si mostravano i «nove leoni del Califfato» addestrarsi nei campi siriani e, tra di essi, lo stesso Salah. Il messaggio era chiarissimo: negli ultimi due anni, cittadini europei che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico, hanno potuto raggiungere la Siria senza difficoltà, addestrandosi per combattere l’Europa e il mondo infedele occidentale «in ogni luogo». Ma soprattutto, implicitamente si rendeva nota la possibilità di intervenire in Europa attraverso le proprie cellule e in via immediata, come oggi hanno fatto. Quel messaggio propagandistico è oggi divenuto, ancora una volta, tragica realtà effettuale.

I leoni del Califfato venivano santificati in quel video dalla propaganda del Califfato, attraverso le parole espresse in arabo e francese che appaiono terribilmente eloquenti «essi vissero i versetti del corano uccidendo i miscredenti ovunque li trovarono. Continuarono così fino a che la sete del loro successo non fu estinta se non tramite il proprio sangue».
Cosa resta del trattato di amicizia italo-libico?

“Stato della Libia” è l’attuale denominazione dell’autorità statuale che governa il territorio localizzato nella parte centrale del Nordafrica, affacciandosi sul Mar Mediterraneo intorno al Golfo della Sirte, tra il 10º e il 25º Meridiano Est. La precedente denominazione era “Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista”, appellativo con cui dal 1977 Mu’ammar Gheddafi ribattezzò lo Stato sorto in Libia dopo la rivoluzione del 1969 e solo inizialmente noto come “Repubblica Araba di Libia”.

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A seguito della prima guerra civile  – ossia il conflitto verificatosi in Libia nel febbraio del 2011, sulla scia dei moti popolari che, dall’Algeria, si sono poi estesi anche in Tunisia, Egitto, Bahrein, Yemen e Siria – e della vittoria conseguita dal Consiglio Nazionale di Transizione (o “CNT”) – con tale termine intendendosi l’autorità politica sorta a seguito delle suddette sommosse popolari e che è risultata vincitrice all’esito del conflitto – il nome “Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista” non è stato più utilizzato per indicare l’autorità che esercita il potere di governo sul territorio libico.

Sul piano del diritto internazionale, premesso che la qualificazione assunta dal CNT nel corso di tale conflitto era quella di “insorti” e che, al contempo, la prassi internazionale riconosce a questi ultimi una personalità piena, allorché essi esercitino il potere in modo effettivo e indipendente su un dato territorio (anche se tale personalità ha carattere temporaneo in quanto la situazione è destinata a evolversi, a seconda del successo o meno della lotta insurrezionale) e l’esercizio di tale potere sia confermato dal riconoscimento da parte di un numero rilevante di Stati, nel caso della Libia al primo elemento (vale a dire, la vittoria conseguita dal CNT nel conflitto ed il successivo governo di unità nazionale, instaurato dal medesimo, su tutto il territorio libico, a far data dal secondo semestre del 2011 e sino al primo semestre del 2014), si aggiunge certamente il secondo, ossia il riconoscimento da parte di un rilevante numero di Stati.

Nello specifico, il primo paese ad aver riconosciuto il CNT come effettivo rappresentante del popolo libico è stato, il 6 marzo 2011, la Francia. Tra il marzo e l’aprile 2011 anche il Qatar, le Maldive, l’Italia, il Kuwait ed il Gambia hanno riconosciuto il CNT. Nel giro di pochi mesi, il CNT ha altresì ottenuto il riconoscimento da parte di Spagna, Australia, Germania, Canada, Turchia, Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Russia, Cina, Sudafrica e Svizzera, poi seguiti dalle maggiori Organizzazioni Internazionali, quali: le Nazioni Unite, l’Unione europea, l’Unione Africana, l’OPEC, la Lega Araba, l’Organizzazione della cooperazione islamica, il Consiglio di cooperazione del Golfo.

Ora, preso atto della intervenuta successione tra diverse autorità statali sul territorio libico, al fine di stabilire quali siano stati gli effetti prodotti dalla prima guerra civile sul Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione  stipulato tra l’Italia e la Libia il 30 agosto 2008, non si rivela purtroppo utile lo scrutinio delle fonti normative scritte di diritto internazionale.

In particolare, mentre da un lato le Risoluzioni ONU 1970 e 1973 del 2011 non contengono disposizioni idonee ad incidere sugli effetti del Trattato, dall’altro la Convenzione di Vienna del 1969 sul diritto dei Trattati esclude espressamente all’art. 73 (“Le disposizioni della presente Convenzione non pregiudicano alcuna questione che potrebbe porsi a proposito di un trattato per il fatto di una successione fra Stati o in ragione della responsabilità internazionale di uno Stato o dello scoppio di ostilità fra Stati”) la sua applicabilità ad eventi quali quelli in discorso.

Al contempo va aggiunto che, all’esito della cessazione delle ostilità, non sono stati stipulati Trattati di pace da parte della Libia con paesi terzi ed, in particolare, con l’Italia.

In assenza di fonti normative scritte idonee a disciplinare gli effetti dell’intervenuta successione tra diverse autorità statali in connessione con la prima guerra civile libica, si dovrà, allora, fare applicazione del diritto consuetudinario, il quale, come noto, costituisce una fonte normativa di diritto internazionale.

Prima di procedere oltre, al fine di comprendere quale sia stata – in particolare, per il nostro paese – l’importanza economica e sociale del Trattato di amicizia del 2008, è sufficiente rammentare che nel Capo II (articoli 8-13) sono contenute plurime disposizioni in virtù delle quali la Repubblica Italiana si é impegnata a realizzare in Libia “progetti infrastrutturali base”, per  “una spesa complessiva di 5 miliardi di dollari americani, per un importo annuale di 250 milioni di dollari americani per venti anni”. In tale ambito si prevede, inoltre, che “le aziende italiane provvederanno alla realizzazione di tali progetti secondo un calendario concordato tra le Parti. I fondi finanziari saranno gestiti dalla Parte italiana mentre la Libia renderà disponibili i terreni, senza oneri per l’Italia o per le aziende costruttrici. Queste saranno altresì agevolate dalla Grande Giamahiria nel reperimento in loco dei materiali necessari e nell’espletamento di procedure doganali e d’importazione, in esenzione dalle relative tasse. Parimenti in esenzione dalle tasse saranno i consumi di energia elettrica, gas, acqua e linee telefoniche” (si cita testualmente dal D.D.L. di “Ratifica ed esecuzione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008”.)

Riprendendo il filo del discorso volto a stabilire quali siano stati gli effetti prodotti dalla prima guerra civile sul Trattato di amicizia del 2008, occorre anzitutto evidenziare che un mutamento rivoluzionario di Regime (nel caso di specie, quello che ha segnato il passaggio dalla Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista, al CNT ed, oggi, allo Stato della Libia) non rappresenta, di per sé, una causa di estinzione dei trattati stipulati dalla precedente autorità statuale.

Sul punto, la pratica degli Stati può dirsi univoca: non ha avuto seguito, ad esempio, la pretesa dell’ex U.R.S.S. (Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) di ripudiare i trattati stipulati dall’Impero Russo (vale a dire l’autorità statuale che governò la Russia zarista dal 1721 fino alla deposizione di Nicola II, a seguito della Rivoluzione di febbraio del 1917), così come quella della Germania di non rispettare i trattati stipulati dalla ex Repubblica Democratica Tedesca. Nello stesso senso, si veda anche il Progetto di Articoli della Commissione del Diritto Internazionale adottato nel 2011 e relativo agli effetti della guerra sui trattati (nella prassi internazionale, i progetti di articoli, specie se elaborati in sede ONU, costituiscono strumenti di “moral suasion” o “soft law”).

Di converso, potrebbero considerarsi estinti solo quei trattati che, all’esito del conflitto armato che ha condotto alla presa di potere da parte di una nuova autorità statuale, risultino radicalmente incompatibili con la nuova situazione che si è creata (teoria della “tabula rasa”).

Non sembra essere questo il caso della Libia (rectius, dello Stato della Libia), neppure per ciò che attiene al Trattato di amicizia italo-libico, giacché le “clausole politiche” contenute nella prima parte di detto trattato sono per lo più ripetitive di principi già espressi nella Carta delle Nazioni Unite o in altri documenti internazionalmente rilevanti, come l’obbligo di non violare l’integrità territoriale ed il dovere di non ingerenza negli affari interni.

Ed infatti, gli articoli da 1 a 7 (Princìpi generali) riguardano: il rispetto della legalità internazionale, in base al quale le parti, sottolineando la centralità delle Nazioni Unite nel sistema delle relazioni internazionali, si sono impegnate ad adempiere in buona fede agli obblighi derivanti dai princìpi e dalle norme del diritto internazionale universalmente riconosciuti, nonché inerenti al rispetto dell’ordinamento internazionale, con implicito riferimento alle norme di carattere pattizio cui sono vincolate (articolo 1); il rispetto dell’uguaglianza sovrana degli Stati (articolo 2); l’impegno a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica della controparte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite (articolo 3); l’impegno alla non ingerenza negli affari interni e, nel rispetto dei princìpi della legalità internazionale, a non usare né concedere l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile nei confronti della controparte (articolo 4); l’impegno alla soluzione pacifica delle controversie (articolo 5); il rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, conformemente alle rispettive legislazioni e agli obiettivi e princìpi della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione universale dei dritti dell’uomo (articolo 6); l’impegno al dialogo e alla comprensione tra culture e civiltà, mediante l’adozione di tutte le iniziative che, ispirate ai princìpi della tolleranza, della coesistenza e del reciproco rispetto, consentano di disporre di uno spazio culturale comune (articolo 7).

Pertanto, sussistono elementi per poter affermare, con ragionevole certezza, una presunzione di continuità del Trattato di amicizia, la quale – si osserva in aggiunta – è confermata sia dal fatto che il CNT, nel corso del conflitto, si era pronunciato per il rispetto di tutti i trattati internazionali, sia dal contenuto delle dichiarazioni rese nel corso del meeting del 10 novembre 2014, tra le imprese appaltatrici italiane ed i rappresentati dello “Stato della Libia”.

Secondo questa interpretazione ed applicando la medesima logica, è dunque possibile affermare la stessa presunzione di continuità dei contratti italo-libici (ossia i contratti tra imprese appaltatrici italiane ed enti statali libici) stipulati “a valle” – ossia in esecuzione – del Trattato di amicizia, trattandosi di pattuizioni dal contenuto strettamente economico e, quindi, non incompatibili con il nuovo assetto statuale della Libia.

L’attuale Stato della Libia, quale successore della “Gran Giamahiria Araba Libica Popolare Socialista”, è dunque parte sia del Trattato di Amicizia Italo-Libico che dei suddetti contratti, ove medio tempore non espressamente risolti, rifiutati o revocati.

In tale scenario, non è tuttavia possibile prescindere dagli eventi più di recente accaduti in Libia.

Ci riferisce, in particolare, alla seconda guerra civile libica, vale a dire al conflitto armato in corso nello Stato della Libia, tra due governi e due coalizioni rivali, le quali si fronteggiano sul medesimo territorio a far data dal 16 maggio 2014: da una parte, il governo basato nella città orientale di Tobruk e sostenuto dalla Camera dei Rappresentanti; dall’altra parte, il governo con sede nella capitale Tripoli e sostenuto dal Nuovo Congresso Nazionale Generale.

Gli eventi che hanno condotto alla formazione dei due governi ed i fatti più rilevanti sul piano del diritto internazionale sono – in estrema sintesi – i seguenti (tratti dalla Nota Breve del Servizio Studi del Senato della Repubblica Italiana – n. 70 del maggio 2015):

  1. all’interno del Congresso Nazionale Generale (GNC), assemblea legislativa eletta dal popolo con un mandato di 18 mesi nel luglio 2012, hanno via via preso la maggioranza i partiti islamisti;
  2. il 14 febbraio 2014, il generale Haftar ha chiesto la dissoluzione del GNC e la formazione di un governo ad interim che presiedesse a nuove elezioni, minacciando un colpo di stato;
  3. il 16 maggio 2014, le forze del generale Haftar hanno lanciato contro lo Stato un’offensiva chiamata “Operazione Dignità” e, due giorni dopo, attaccato la sede del parlamento (il GNC) a Tripoli;
  4. a seguito di tali eventi, il Congresso Nazionale Generale è stato costretto ad indire nuove elezioni per un nuovo parlamento (la Camera dei Rappresentanti), alla cui elezione ha partecipato il 18% dell’elettorato;
  5. all’inaugurazione a Tobruk del nuovo parlamento (la Camera dei Rappresentanti), avvenuta il 4 agosto 2014, si sono presentati 153 membri su 188 eletti, mentre, nel frattempo, 94 membri del vecchio Congresso Nazionale Generale si sono nuovamente riuniti a Tripoli come Nuovo Congresso Nazionale Generale e si sono proclamati Parlamento legittimo al posto della Camera dei rappresentanti recentemente eletta, con Tripoli come loro capitale politica;
  6. f) nell’estate e nell’autunno del 2014, si sono svolti tentativi di mediazione condotti dall’UNSMIL (United Nations Support Mission for Libya) e sostenuti dall’Italia, che tuttavia non hanno avuto esito;
  7. il 6 novembre 2014, la Corte Suprema di Tripoli (assimilabile alla nostra Corte Costituzionale) ha ordinato lo scioglimento della Camera dei Rappresentanti, dichiarandola illegittima;
  8. la Camera dei Rappresentanti ha rifiutato la sentenza della Corte Suprema;
  9. sono poi proseguiti, senza esito positivo, i tentativi di mediazione in sede ONU, mentre l’Ambasciata italiana, ultima rappresentanza occidentale ancora attiva a Tripoli, è stata evacuata il 14 febbraio 2015.

In tale complessa situazione, caratterizzata peraltro da una forte mobilità degli schieramenti – non solo militari – in campo, quel che occorre evidenziare, ai fini della presente analisi, è che:

  1. attualmente, sussistono due governi che esercitano la propria autorità sullo stesso territorio, in forza della legittimazione ottenuta da due diversi parlamenti;
  2. tale bipartizione, ex se, non implica in alcun modo che la soggettività giuridica dell’autorità statuale libica (lo Stato della Libia), come risultante dall’esito della prima guerra civile libica, sia nel frattempo (ed attualmente) mutata.

Proprio in tale ottica mi sembra debba leggersi la “Dichiarazione Congiunta sulla Libia dei Governi di Francia, Germania, Italia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti”, pubblicata sul sito web del Ministero degli Affari Esteri in data 12 maggio 2015 (“I Governi di Francia, Germania, Italia, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti ribadiscono il loro forte impegno per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Libia, e affinché le risorse economiche del Paese siano utilizzate per il benessere della popolazione libica. In un momento in cui il processo di dialogo guidato dalle Nazioni Unite fa segnare progressi verso una soluzione durevole del conflitto in Libia, esprimiamo la nostra preoccupazione per i tentativi di dirottare risorse libiche ad esclusivo vantaggio di una delle parti in conflitto e di dividere istituzioni economico-finanziarie che appartengono a tutti i cittadini libici. Affermiamo nuovamente l’auspicio che coloro che rappresentano le istituzioni libiche indipendenti, vale a dire la Banca Centrale di Libia (CBL), la Libyan Investment Authority (LIA), la National Oil Corporation (NOC) e la compagnia delle Poste e Telecomunicazioni libiche (LPTIC), a qualsiasi campo appartengano, continuino ad operare nell’interesse di lungo termine del popolo libico, in attesa di un chiarimento circa le strutture di governance sotto il Governo di unità nazionale. Ribadiamo che le sfide che la Libia deve fronteggiare possono essere affrontate soltanto da un esecutivo che possa supervisionare e proteggere in maniera efficace le istituzioni indipendenti del Paese, il cui ruolo è di salvaguardare le risorse della Libia a beneficio di tutta la popolazione.”).

Da ultimo, è del 6 dicembre 2015 la notizia che i rappresentanti dei due parlamenti, di Tripoli e Tobruk, hanno deciso di creare un comitato formato da componenti di ciascuna Camera, con l’obiettivo di nominare a breve il primo ministro di un governo di unità nazionale, al fine di risolvere il conflitto libico.

Si auspica che gli sviluppi di tali ultimi eventi possano offrire elementi utili a risolvere la  complessa problematica qui analizzata.

Mogherini tour: l’Italia va in guerra?

La strategia politica del nostro governo in seno alle sedi diplomatiche ha tracciato la via : l’Italia marcia verso la Libia. Come, dove e quando lo spiega l’alto rappresentante  Mogherini. L’Italia, presente dal Marocco alla Somalia, passando per il Niger, cerca in questi giorni il via libera dell’Onu per intervenire in Libia.  Vediamo passo dopo passo dove tale iter condurrà.

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Italia, posto all’ombra

L’Italia è un paese ricco di contraddizioni, specialmente a livello strategico e militare, dove la nostra politica ci porta vicino alle grandi potenze mondiale. Pare forse strano ma analizzando la situazione da un punto di vista geopolitico è proprio cosi. La nostra presenza nello schacchiere mondiale è dietro solo ad Inghilterra ed Usa, la Francia ha mantenuto rapporti molto stretti con le ex colonie ma non ha ampliato negli ultimi vent’ anni i propri “rami” strategici. Noi invece siamo presenti militarmente in : Bosnia, Marocco, Medio Oriente, Malta, Egitto, India, Pakistan, Iraq, Afghanistan, Emirati Arabi-Bahrein-Qatar, Georgia, Somalia, Oceano Indiano (Filippine e Maldive), Libano, Repubblica Centraficana, Sahel e Mali, Niger, Mozambico, Israele e Gaza, Sarajevo, Kossovo, Libia( a difesa impianti petroliferi), Corno d’Africa tra operazioni Onu, a mandato Onu, operazioni Nato, della Ue, bi e multilaterali,di cooperazione internazionale ed assistenza tecnica. A tutto questo aggiungiamo la nostra flotta nel Mediterraneo, nell’ Oceano Indiano e  nel Baltico. Sempre in Europa la nostra Aeronautica addestra piloti e si occupa della difesa aerea di : Austria, Slovenia, Polonia, Lettonia, R.Ceca (in convenzione Nato).

Questa premessa per far capire al lettore quanto il nostro paese sia ramificato nel teatro mondiale senza però carpirne il credito. Uno stato con all’attivo attualmente cosi tante missioni internazionali ha l’obbligo di contare di più in ambito europeo, inglesi ed i tedeschi ci hanno comodamente detto che forniranno navi da trasporto e nulla più per fronteggiare l’emergenza umanitaria che incombe, i francesi si limiteranno a darci una mano all’Onu e tutti gli altri paesi non sono pervenuti. Grecia e Spagna non hanno apparati militari ed d’intelligence cosi sofisticati per essere d’aiuto alla causa. Stati come l’Austria o la stessa Germania invece si preoccupano di tranquillizare la propria popolazione in televisione sottolineando più volte che profughi sul loro territorio non ne arriveranno. La Mogherini ha giustamente bacchettato gli austriaci : non si può dall’Europa prenderne i benefici e rifiutarne i sacrifici, ma oltre Brennero non hanno colto  e la polizia continua imperterrita a respingere migranti, Dublino 3 è chiaro, ci viene comunicato. Intanto in Libia la situazione è sempre pù caotica, nessun accordo all’orizzonte, a questo si aggiunge la chiusura da parte del Kenya del più grande campo profughi del mondo (più di 1 milione e mezzo di persone) e non è difficile immaginare dove queste persone si riverseranno.

Italia, alla ricerca del sole

Parlando dell’ipotizzata operazione per fermare gli scafisti, l’Alto rappresentante Ue precisa che “non si tratta certo di preparare un intervento militare in Libia. Quella di cui stiamo parlando e’ un’operazione che deve essere condotta nel rispetto della legalita’ internazionale e in raccordo con i libici”.

Mogherini comincera’ a parlarne con Ban Ki-moon e prossimamente’ con il segretario di Stato Usa Kerry: “Per agire – rimarca – dobbiamo ottenere un mandato delle Nazioni Unite. Non sara’ facile, come non sara’ facile ottenere il consenso delle autorita’ libiche che ancora non hanno un governo di unita’ nazionale”. Quanto alle politica di accoglienza, “su questo punto – aggiunge – resta ancora parecchia strada da fare” e “a maggio la Commissione presentera’ una proposta complessiva sulle politiche migratorie, a cui stiamo lavorando con il commissario Avramopoulos e con il vicepresidente Timmermans”. Questa la sintesi di ciò che la nostra si accinge a proporre per arginare il gravissimo problema sorto nel Mar Mediterraneo (stimati due milioni di profughi nella fascia sub sahariana, provenienti da più stati africani) La Mogherini ,parafrasando, ancora non vede il sole, anzi le nubi sono moltissime, in primis le autorità libiche, non disposte ad avere sul proprio territorio forze occidentali e nemmeno entusiaste d’eventuali blitz d’incursori. In tutto questo la difficile e drammatica situazione dei profughi, considerati più un problema che esseri umani. L’Europa ad oggi ha in mente una serie di piani per arginare la situazione, ma i governi europei non sembrano avere quell’unità d’intenti che tale difficile situazione richiede.

Italia sola, all’ombra

Uno sforzo del genere contraddice la condizione economica attuale, nella quale i cittadini sono stremati dal contributo che lo stato chiede loro e finisce con l’indebolire le stesse forze armate (senza le quali non si può intervenire a livello umanitario), impegnate su un eccessivo numero di fronti. Questo presenzialismo, tra l’altro, non sortisce ritorni neppure sul piano dell’immagine, visto il caso Lo Porto e la nostra defezione riguardo la crisi ucraina. Senza voler arrivare a forme d’isolazionismo ( che non sarebbe ingiustificata, vista la crisi, Cina , Corea del Sud, Giappone sono a livelli di presenza nulla e nessuno si scandalizza) sarebbe più logico non disperdere energie preziose in teatri che poco hanno a che fare con il nostro paese. La logica geopolitica ci riporta in Libia, cento anni dopo l’avventura coloniale e le quali coste distano poche centinaia di chilometri. Per parafrasare il Manzoni : ai posteri l’ardua sentenza.

L’intervento egiziano nel caos libico e le vecchie tensioni tra il Cairo e Doha

E’ ancora l’Egitto, stavolta con il suo coinvolgimento militare in Libia a svelare, oltre alla gran confusione che regna in territorio libico e alla mancanza di un intervento unitario nel mondo sunnita, come le vecchie divergenze tra il Qatar e la leadership egiziana (spalleggiata dall’Arabia Saudita) non si siano affatto placate. Al paese, guidato dal generale Al-Sisi, Doha ancora non ha perdonato il “golpe” del luglio 2013 attraverso il quale la giunta militare ha, ai suoi occhi, spodestato il potere legittimo di Morsi e della fratellanza musulmana.

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L’intervento egiziano e le sue ripercussioni

Nello stesso momento in cui si registra l’ennesimo fallimento della diplomazia internazionale, è il protagonismo egiziano che far parlare di sé nella cronaca  libica di queste ore, anzi di questi mesi.

La Libia rappresenta un precedente per la presidenza Al-Sisi che, se in Siria e in Iraq aveva preferito tenersi ai margini dell’intervento militare, in Libia ha deciso di farsi sentire. A differenza di questi due casi, nei quali l’Egitto aveva preferito una partecipazione simbolica per concentrarsi sul ristabilimento dell’ordine e della stabilità interna ormai perduta, in Libia sembra schierarsi in prima linea. Un interventismo che può essere spiegato, oltre che dalla tragica fine dei copti egiziani, anche dal fatto che il paese è troppo pericoloso per i confini egiziani per non agire in prima linea.

L’attacco egiziano, che ha preso avvio lo scorso febbraio in risposta all’uccisione dei 21 cristiani copti, oltre a rafforzare l’alleanza tra la leadership di Al-Sisi e quella del controverso generale libico Khalifa Haftar ha anche svelato come le divergenze tra Egitto e Qatar non si siano affatto placate.

Subito dopo l’avvio delle operazioni militari, il Qatar ha ritirato il suo ambasciatore dall’Egitto a seguito di una forte discordanza di opinioni proprio riguardo l’intervento contro le forze del Daesh in territorio libico. Toni duri, con il ministro degli esteri del Qatar che ha affermato che l’Egitto avrebbe «confuso il bisogno di combattere il terrorismo [con]… la brutale uccisione dei civili». Secondo Adel Tariq, rappresentante egiziano in seno alla Lega Araba, le dichiarazioni di Doha manifesterebbero invece il supporto del Qatar al terrorismo. A seguito delle accuse, mentre la Lega Araba ha espresso tutto il suo appoggio all’Egitto, di opinione diversa è stato il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) il quale, tramite il suo segretario generale Abdullatif al-Zayani, ha duramente respinto le accuse. Secondo Al-Zayani le dichiarazioni egiziane secondo cui il Qatar stia sostenendo il terrorismo sarebbero «infondate e in contraddizione con il sincero impegno del Qatar, così come quello del GCC e degli stati arabi, a combattere terrorismo e estremismo su tutti i fronti».

Dunque uno scontro fatto di forti accuse che rischiano anche di riaccendere quelle tensioni che hanno caratterizzato l’Egitto negli ultimi due anni.

Non bisogna infatti dimenticare che fin dai primi momenti di presidenza Al-Sisi lo scontro tra la Fratellanza Musulmana e l’apparato militare egiziano è stato parte del più grande conflitto esistente tra Riyadh e Doha per la guida dell’Egitto nella sua difficile transizione.

Da una parte il presidente Abdel Fattah Al-Sisi che con la sua “rivoluzione” Tamarod del luglio 2013 ha preso il potere sostenuto dall’Arabia Saudita. Dall’altra la Fratellanza Musulmana che, con il “legittimo e democraticamente eletto” presidente Morsi, è stata spodestata da quel “colpo di stato” condannato dall’altro attore che insieme a Riyadh è stato protagonista delle vicende egiziane: il Qatar. E così via fino ad oggi e alle dinamiche attuali che nel paese dei faraoni ancora vedono processi di massa contro attivisti dei Fratelli Musulmani, tuttora aspramente condannate dalla leadership qatariana.

Il ginepraio libico e le contrapposte alleanze

La Libia è un paese da sempre diviso. Da mesi vi sono scontri tra le diverse fazioni e le miriadi di gruppi appartenenti alla galassia qaedista e islamista, non si capisce chi comandi veramente sul campo: a Derna c’è il neonato e pericoloso Califfato Islamico, in Cirenaica e in Tripolitania vi sono i due governi in netto contrapposizione tra di loro e, insieme a loro, anche le potenze avversarie del Golfo.

Il primo governo, quello “laico” e riconosciuto a livello internazionale e che ha sede a Tobruk è sostenuto, oltre che dal Cairo, anche dall’Arabia Saudita e dagli Emirati Arabi Uniti. Il secondo, quello “islamista” guidato da Khalifa Ghwell e con sede a Tripoli, trova invece un forte appoggio, oltre che della Turchia e del Sudan, anche del Qatar, cioè quei paesi che più sostengono i Fratelli Musulmani.

I raid egiziani, accolti con entusiasmo dal governo di Tobruk, hanno invece scatenato l’ira del governo “parallelo” di Tripoli che ha condannato l’intervento definendolo un attacco alla sovranità della Libia. C’è poi il generale Haftar, il quale, accogliendo con favore l’intervento egiziano e in perfetta sintonia con la posizione del generale Al-Sisi, ha affermato che l’unica strada per portare la pace e la stabilità nel paese sarebbe quella di distruggere tutte le forze islamiste. Il generale libico ha aggiunto che l’unica soluzione sarebbe quella di armare l’esercito libico (quello di Tobruk), «unica parte legittima con il diritto di reggere le sorti del Paese, ma che non dispone di armi sufficienti a confrontarsi con i gruppi sostenuti da Qatar e Turchia».

L’irrealizzabilità di un’azione concertata

Dopo il tentativo fallito della richiesta da parte di Egitto e del governo di Tobruk all’autorizzazione di una forza internazionale da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ad essere sull’orlo del fallimento è l’ultima azione diplomatica ONU, quella relativa alla bozza di accordo politico per la Libia che, avanzata del mediatore Bernardino Leon, è stata respinta con forza dal Congresso Nazionale Generale (Cng, il parlamento non riconosciuto di Tripoli). La ragione del respingimento sarebbe il prolungamento di due anni del mandato del parlamento di Tobruk, l’unico parlamento legittimo secondo la bozza ONU.

Mentre la diplomazia internazionale non fa grandi passi, anche le potenze del Golfo non si mostrano intenzionate ad agire direttamente in Libia, impegnandosi invece in prima linea contro il nemico numero uno: l’Iran e l’asse sciita (Siria, Hezbollah), senza contare il coinvolgimento nel sempre più caotico Yemen. E sembra anche improbabile che la forza militare araba congiunta, concretizzatesi nel summit della Lega Araba lo scorso marzo dopo le forti insistenze egiziane, riesca a sollevare l’Egitto dal ruolo di attore di primo piano in Libia.

Se Doha e Riyadh preferiscono non intervenire direttamente in Libia, limitandosi a sostenere i due opposti governi o, ancora, se la diplomazia internazionale non riesce a trovare un accordo tra le parti, ecco che la ritrovata vicinanza tra Al-Sisi e il sempre più potente Haftar sembra trovare terreno, all’insegna di quell’opposizione a tutti gli islamismi di cui il generale libico, al pari di Al-Sisi, sembra farsi primo portavoce.