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Villa Silin: un intervento di diplomazia culturale italiano in Libia

Intervento d’urgenza per la messa in sicurezza del sito archeologico “Villa Silin” in Libia. Il Department of Archaeology of Libya e la Missione Archeologica in Libia dell’Università Roma Tre, sulla base di un accordo sottoscritto a Tunisi il 10 maggio 2016, hanno avviato un’operazione di messa in sicurezza del sito archeologico della Villa di Silin.

Villa Silin: un intervento di diplomazia culturale italiano in Libia - Geopolitica.info

L’operazione prevede la sostituzione delle coperture della Villa e la salvaguardia del ricco patrimonio artistico che essa racchiude.

La direzione scientifica del cantiere è affidata alla Missione Archeologica, diretta dalla prof.ssa Luisa Musso mentre il Department of Antiquities si è fatto carico della direzione tecnica; il progetto delle nuove coperture è stato realizzato dall’ingegnere strutturista prof. Andrea Giannantoni dell’Università di Ferrara; le linee guide dell’intervento sono state predisposte dall’ISCR – Istituto Centrale per la Conservazione e il Restauro del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e il Turismo – e le risorse economiche necessarie, circa 230.000,00 €, sono state messe a disposizione dalla Fondazione MedA – Mediterraneo Antico – Onlus.

I lavori sono iniziati a giugno 2017 e si concluderanno entro fine anno.

 La villa di Silin, scoperta il 13 dicembre 1974, è il miglior esempio conservato di villae extraurbana di età imperiale in Tripolitania. L’abitazione, situata sulla costa a pochi chilometri da Leptis Magna, si estende per circa 3600 mq e fu rinvenuta in uno stato di conservazione eccezionale. La maggior parte degli ambienti, per una superficie complessiva di 900 mq, è arricchita da pavimenti a mosaico a soggetto geometrico e figurato e da una ricca decorazione parietale costituita da pitture e stucchi per un’estensione complessiva di circa 300 mq.

Negli ultimi anni il progressivo deterioramento delle coperture e dei restauri a cui furono sopposti i mosaici dopo il rinvenimento hanno compromesso la conservazione di questo sito unico nel suo genere. Il Department of Archaeology of Libya, vista la mancanza di risorse economiche e l’impossibilità di procurarsi il materiale necessario al restauro a causa degli eventi successivi al 2010, ha chiesto all’Italia di intervenire per impedire la perdita definitiva della Villa.

 L’accordo, oltre alla Fondazione MedA e alla Missione Archeologica in Libia dell’Università Roma Tre, coinvolge attivamente l’ISCR che nel 2013 aveva promosso e finanziato interventi di messa in sicurezza e realizzato corsi di formazionedestinati agli operatori locali, si è impegnato a fornire i materiali necessari alla protezione delle pitture e dei mosaici e a supportare le fasi più delicate dell’intervento fornendo un inedito supporto telematico ai restauratori libici.

 L’accordo prevede:

• Coordinamento tecnico-scientifico degli interventi.
• Fornitura dei materiali necessari al restauro e non disponibili sul mercato libico.
• Protezione delle superfici musive.
• Protezione degli intonaci dipinti.
• Ripristino delle coperture danneggiate e ricostruzione delle coperture a volta a rischio di crollo.
• Ripristino e sostituzione degli infissi e delle porte.
• Ripristino delle recinzioni del sito archeologico.
• Ripristino dei sistemi di smaltimento delle acque meteoriche.

 Lo scopo degli interventi è salvaguardare un monumento unico nel suo genere, per completezza e peculiarità, in attesa che la situazione sociale e politica consentano di avviare un complessoprogetto di restauro. L’accordo ribadisce la collaborazione tra l’Italia e la Libia nel settore dello studio e della conservazione del patrimonio archeologico e monumentale in un momento particolarmente difficile per la società e le Istituzioni libiche.

La collaborazione tra Istituzioni pubbliche e private, nazionali e internazionali, rappresenta una soluzione innovativa per la Libia e potrebbe costituire un precedente importante nella risoluzione delle, purtroppo frequenti, emergenze che vedono a rischio il patrimonio archeologico e monumentale dei paesi del Mediterraneo.

Trump, Putin e l’equilibrio nel Mediterraneo – Andrea Carteny

Aspettando l’insediamento di Trump, la redazione continua l’analisi sui possibili cambiamenti geopolitici dovuti alla nuova amministrazione statunitense. In questo video-approfondimento Andrea Carteny, professore di Storia dell’Eurasia presso la Sapienza di Roma, si concentra sulla regione mediorientale.

Trump, Putin e l’equilibrio nel Mediterraneo – Andrea Carteny - Geopolitica.info

La Russia, due giorni fa, ha ospitato il generale libico Haftar sulla portaerei Kuznetsov, a largo della Libia. Intanto si appresta a definire i futuri equilibri del Medio Oriente insieme alla Turchia e all’Iran. Gli Stati Uniti sembrano aver perso un ruolo egemone in Medio Oriente, e l’amministrazione Trump dovrà fare i conti con una Russia intenzionata a rilanciare la propria posizione internazionale, superando i territori post sovietici ed esercitando propria influenza nella regione mediorientale.

Lavrov interviene ai Mediterranean Dialogues

Nel quadro dell’edizione 2016 dei Mediterranean Dialogues, che si sono svolti a Roma dal 1 al 3 dicembre, è intervenuto anche Sergey Lavrov, Ministro degli Esteri della Federazione Russa. In un breve intervento ha illustrato alcune delle intenzioni della Russa per quanto riguarda l’area del Mediterraneo allargato, specificando che per avere un’idea più completa della politica della Federazione è sufficiente conoscerne la storia e la geografia.

Lavrov interviene ai Mediterranean Dialogues - Geopolitica.info

In particolare Lavrov si è soffermato sulla situazione in Siria, esternando la sua contrarietà verso la politica degli Stati Uniti, che ha più volte rimproverato per l’esito delle loro azioni in Libia. Azioni che hanno condotto ad un vuoto di potere dopo la caduta di Gheddafi e al caos che ne è derivato, una situazione che la Russia preferirebbe evitare di creare anche in Siria, un paese che ha definito cruciale. Ha poi insistito sull’importanza di iniziare al più presto dei negoziati tra tutte le parti del conflitto con lo scopo di raggiungere un compromesso politico di cui possano beneficiare tutti.

Un altro motivo di rimprovero agli Stati Uniti è stata la liberazione nel 2004 di al-Baghdadi dal campo di prigionia di Camp Bucca nel sud dell’Iraq, a seguito della quale l’autoproclamato Califfo si è recato in Siria per combattere con al-Nusra e per diventare poi il leader dello Stato Islamico. In seguito a questo episodio, Lavrov ha fatto capire come la Russia non accetti lezioni dagli Stati Uniti.

Ma la dichiarazione più importante del Ministro è stata quando, interrogato sui due principali problemi internazionali che riguardano la Russia, ossia la Crimea e l’Ucraina, Lavrov ha liquidato la prima affermando come non sia affatto un problema internazionale bensì territorio nazionale russo a tutti gli effetti, come ha confermato anche l’esito del referendum.

La Politica europea di vicinato nella crisi libica : limiti e riforme

La Politica europea di vicinato, elaborata nel 2004 con lo scopo di promuovere il progresso economico, la stabilità ed il rispetto dei valori democratici nei paesi limitrofi all’Unione europea, ha mostrato la sua debolezza nell’affrontare i recenti sconvolgimenti politici che hanno attraversato i paesi partner dell’area orientale ed euro-mediterranea.

La Politica europea di vicinato nella crisi libica : limiti e riforme - Geopolitica.info (cr: REUTERS/Goran Tomasevic)

A seguito della caduta del regime del Rais Mu’ammar Gheddafi nel 2011, la PEV e l’Unione per il Mediterraneo hanno perso l’occasione di costituire i canali privilegiati di intervento politico e diplomatico per la risoluzione della crisi libica. In quest’ottica è apparsa necessaria alle istituzioni europee una riforma della PEV che permettesse di migliorare il coordinamento tra gli Stati membri, di rafforzarne la dimensione politica e di allargarne il raggio d’azione agli attori regionali più influenti.

Il ruolo strategico della Politica europea di vicinato

Nel 2004, alla vigilia dell’ingresso nell’Unione europea di dieci nuovi Stati membri, venne avviata la Politica europea di vicinato (European Neighbourhood Policy) che aveva come scopo principale l’apertura di un dialogo economico e politico con i paesi limitrofi ai rinnovati mutati confini comunitari. La PEV si configura come una politica bilaterale che opera attraverso piani d’azione concordati tra l’UE ed ogni Stato partecipante per difenderne la stabilità mediante lo sviluppo di società democratiche ed inclusive e l’integrazione economica con la partecipazione ai programmi comunitari. Tra i sedici stati facenti parte della PEV vi è anche la Libia alla quale è stato riconosciuto dall’UE un ruolo strategico nella gestione del fenomeno delle migrazioni irregolari. La PEV è stata integrata inoltre da due iniziative di cooperazione regionale : il Partenariato orientale e l’Unione per il Mediterraneo. Quest’ultima, fortemente voluta dalla Francia, ha preso avvio al vertice di Parigi del 2008 come continuazione del partenariato euro-mediterraneo, ispirandosi ai principi e agli obiettivi della Dichiarazione di Barcellona del 1995. All’indomani dello scoppio delle rivoluzioni arabe nei paesi facenti parte della PEV tra il 2010 e il 2011 e della crisi ucraina, l’Unione Europea ha preso coscienza del fallimento del proprio programma di stabilizzazione economica e politica dell’area euro-mediterranea e ha ritenuto necessaria una sua riforma. I rinnovati obiettivi della PEV sono dunque stati incentrati significativamente sulla promozione di democrazie solide e sostenibili attraverso libere elezioni, lotta alla corruzione e controllo democratico sulle forze armate; è stato inoltre stabilito il principio del more for more : maggiori aiuti nei paesi in cui si riscontri un maggiore impegno.

Gli insuccessi della PEV nella crisi libica : una riforma necessaria

La debolezza della politica estera comunitaria è emersa chiaramente nella gestione della crisi libica. Con la caduta del regime di Gheddafi a seguito dell’intervento militare a guida NATO, lo scenario che allora si prospettava per la Libia era particolarmente incerto : la pluralità di fazioni e di clan che era stata tenuta insieme dal Rais attraverso la distribuzione delle rendite delle risorse petrolifere e dell’impiego di un consistente numero di dipendenti pubblici nell’amministrazione statale, era entrata in lotta. A complicare il quadro libico, già frammentato, è stato poi l’intervento degli attori regionali. Con la Camera dei rappresentanti, eletta nel giugno del 2014 e trasferitasi nella città di Tobruk, riconosciuta dalla comunità internazionale, si è schierato il generale Haftar presentatosi come strenuo difensore dello stato da ogni forma di terrorismo islamico, identificato non solo nei jihadisti dell’ISIS ma anche negli oppositori di Tripoli. Haftar ha trovato appoggio nell’Egitto di al-Sisi, nell’Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. Il Congresso nazionale generale, espressione delle elezioni del 2012, con sede a Tripoli e con cui si sono schierate le milizie di Misurata e Alba libica, ha invece trovato fedeli alleati nella Turchia e nel Qatar, schierati con la Fratellanza musulmana.

In questo contesto instabile, nelle politiche condotte dagli stati membri dell’Unione Europea è prevalsa un’ottica di interesse nazionale che ha ostacolato l’elaborazione di una strategia comune ed efficace. Il collasso di uno stato come la Libia, ricco di risorse energetiche, e la presenza sul suo territorio dell’ISIS, ha comportato una grave minaccia alla sicurezza degli stati comunitari a cui le istituzioni europee hanno dovuto far fronte senza disporre di strumenti adeguati. Le sfide che la Libia si trova ad affrontare nella lotta al terrorismo di matrice islamica e nella gestione dell’afflusso dei migranti e richiedenti asilo sono le stesse con cui si scontra oggi l’Unione Europea e che possono essere risolte solo attraverso un approccio politico olistico che si ponga come obiettivo principale la risoluzione della crisi istituzionale del paese in una prospettiva di lungo periodo. In questo senso è stato dato l’appoggio al governo di unità nazionale presieduto da al-Sarraj.

Nel marzo del 2015 la Commissione europea e il Servizio europeo per l’azione esterna hanno avviato una consultazione per una nuova revisione della PEV improntata sulla ridefinizione del concetto di vicinato, ovvero allargando il raggio d’azione strategico dai soli paesi confinanti agli attori statali che giocano un ruolo fondamentale negli equilibri regionali, come avvenuto nel caso libico, sulla riforma degli strumenti per renderli flessibili e capaci di adattarsi ai mutamenti in atto e alle esigenze dei paesi partner, sul rafforzamento del coordinamento tra la PEV e la Strategia europea di sicurezza e sul sostegno e l’inclusione della società civile nel dialogo politico.

La nuova riforma presentata dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, e dal Commissario per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento, Johannes Hahn, ha confermato un orientamento più pragmatico e flessibile della PEV. L’esito della riforma e la capacità dell’UE di agire come un attore unitario saranno dunque determinanti per il futuro della PEV e della politica estera comunitaria nell’area euro-mediterranea.

La possibile risoluzione del caos libico: le macroregioni

La Libia è il quarto paese dell’Africa per estensione di superficie, il diciassettesimo al mondo. Sotto il pugno di ferro del Colonnello Gheddafi poteva vantare una popolazione di 6.120.585 abitanti (2008) e un PIL di 81 miliardi di dollari. Tutto questo prima dell’instaurarsi di una sanguinosa guerra civile che ha portato il PIL libico a dimezzarsi in breve tempo.

La possibile risoluzione del caos libico: le macroregioni - Geopolitica.info (cr: REUTERS/Goran Tomasevic)

Dopo la morte del Colonnello Gheddafi avvenuta il 20 ottobre 2011 in circostanze mai del tutto chiarite, la spaccatura tra le due regioni dominanti si è rimarcata e, complice il coinvolgimento di solamente il 18% dei libici durante le elezioni del 26 giugno 2014, il governo risultante dalle elezioni fu osteggiato da gran parte della popolazione della Tripolitania in quanto palesemente di matrice liberale e federalista. Per questo motivo il nuovo apparato amministrativo, che godeva e gode tutt’oggi del riconoscimento internazionale da parte dell’ONU, si trasferì a Tobruk sotto la protezione del Generale Haftar, ufficiale di alto rango dell’allora esercito di Gheddafi nonché anima militare della rivolta popolare durante la Primavera Araba libica. In opposizione al governo di Tobruk, si formò a Tripoli un fronte di opposizione di matrice islamica denominato “Alba Libica”, il quale poteva contare sull’appoggio militare delle temibili milizie di Misurata (il cosiddetto “Scudo Libico”).

La situazione di stallo proseguì sino al 6 aprile 2016 quando Fayez al-Sarraj, in accordo con la comunità internazionale, assunse la carica di Primo Ministro del nuovo governo libico di unità nazionale. Alba Libica e i suoi alleati abdicarono in favore del nuovo governo nazionale. Proprio quando pareva di essere arrivati alla svolta epocale qualcosa si inceppò: Haftar rifiutò di abdicare nei confronti dell’esecutivo di al-Sarraj. Il piano della comunità internazionale, racchiuso negli step strategici che dovevano portare passo dopo passo alla fusione delle due entità geopolitiche in un unico soggetto, fallì miseramente. Perché? I motivi sono molti. In primis il fatto che al-Sarraj rifiutasse categoricamente di concedere un posto al generale Haftar nel nuovo governo libico: infatti al generale fu negata la possibilità di diventare ministro della difesa del nuovo esecutivo nazionale. Successivamente non può non colpire il fatto che in Libia circa l’85% della popolazione appartenga a più di 160 tribù sparse per il territorio, ogniuna delle quali con un’identità sociale definita e ben precisa.

Se escludiamo l’ISIS, in Libia vi operano circa 230 milizie differenti armate di tutto punto e pronte a difendere i propri interessi, anche tramite l’insorgenza. Sullo sfondo rileviamo poi una minaccia terroristica specifica: al-Shari’a è un’organizzazione terroristica affiliatasi all’ISIS che controlla i territori compresi nell’area di Sirte e Derna. La visione geopolitica complessiva risultante non può quindi che essere la seguente: attualmente in Libia vi sono due amministrazioni governative entrambe riconosciute dalla comunità internazionale che non intendono fondersi l’una con l’altra per nessun motivo, mentre sullo sfondo compare minacciosa la bandiera dell’ISIS.

Se riflettiamo sull’aspetto sociale della situazione non possiamo non soffermarci sulla reale necessità delle due fazioni in lotta (islamica e liberale) di tutelare la propria incolumità e di proteggere la propria identità. Su questo piano sono intervenute più di una volta le ingerenze esterne delle potenze estere: ad esempio è ben noto il sostegno logistico di cui gode Haftar tramite l’Egitto di al-Sissi o il recente supporto militare chiesto da al-Sarraj alla comunità internazionale. In questo clima cercano di districarsi le grandi Major dell’oro nero: Eni, Mobil, Repsol, BP e Total solo per citarne alcune. La maggior parte delle concessioni petrolifere si localizza in Cirenaica dove ad esempio British Petroleum ha più di 200 miglia di zona off-shore al largo di Bengasi. Seguono a ruota nell’on-shore Repsol (SPA), Shell/Royal Dutch (HOL/UK), Mobil (USA) ed RWE (GER). Viceversa sotto questo aspetto la Tripolitania è invece strategica per due motivi: Eni e Greenstream. Eni è presente massicciamente nell’off-shore del Mar Mediterraneo di fronte a Tripoli. Inoltre è proprio da Tripoli che passa Greenstream, il gasdotto che porta il gas libico da Wafa (entroterra libico) sino in Sicilia.

Se a tutto questo ci aggiungiamo che in Tripolitania l’unica altra Major a vantare consistenti interessi economici è Mobil (USA) si comprende molto chiaramente il motivo che anima la richiesta da parte degli Stati Uniti di un intervento internazionale in Libia geopoliticamente stabilizzante, ma a guida italiana.  Per contro è del tutto evidente che il riacuirsi di un conflitto armato non gioverebbe a nessuno. Paventerebbe la concreta possibilità della perdita delle concessioni petrolifere da parte delle grandi Major (come già successo anni addietro con Gheddafi); favorirebbe tra i due litiganti il terzo incomodo e cioè al-Shari’a (ISIS); porterebbe ad un aggravamento dell’emergenza sociale connessa all’immigrazione incontrollata, fenomeno a cui l’Europa non riuscirebbe più a fare fronte.

Analizzati questi fatti, una possibile soluzione al problema potrebbe essere la divisione della Libia in macroregioni. Tale divisione sarebbe possibile nel caso in cui un referendum popolare sancisca di fatto la nuova struttura federale della Libia, peraltro auspicata da più parti. Analizziamo la proposta sotto i suoi molteplici aspetti. Sostenendo due governi già riconosciuti dall’ONU, la comunità internazionale concederebbe ad entrambe le amministrazioni la possibilità di combattere ed eradicare il fenomeno terroristico dell’ISIS attualmente presente in Libia. La situazione risultante consentirebbe alle Major petrolifere internazionali di conservare concessioni e strutture in un clima politico di stabilità e di garanzie per il futuro. Inoltre i due governi risultanti, previa la stipula di accordi internazionali, sarebbero in grado di mantenere sotto stretto controllo il fenomeno migratorio coinvergente nel Mediterraneo centrale e di garantirne il monitoraggio, con la matematica conseguenza di infliggere un duro colpo alle organizzazioni criminali che attualmente gestiscono il traffico di essseri umani dalla Libia all’Europa. Sotto il profilo economico la stabilità politico-sociale dell’area attirerebbe nuovi investimenti esteri e nuovi imprese si impegnerebbero nella la ricostruzione del paese duramente provato dal conflitto civile. In ultimo si potrebbe valutare la possibilità di finanziamento e di sostegno della nuova macchina amministrativa libica tramite il Fondo Monetario Internazionale.

L’Italia, essendo storicamente presente in tutto lo stato libico con infrastutture, uomini e mezzi avrebbe solo da guadagnare da un’opera stabilizzatrice della nazione che si attuasse in tempi rapidi. Potrebbe infatti ripercorrere il solco tracciato dagli investimenti sul territorio compiuti dalla precedente task force per la ricostruzione del paese. Inoltre il controllo e la vigilanza delle aree nautiche permetterebbe la riattivazione della rotta che collega i porti dell’Adriatico con la Libia, senza considerare poi il fatto che la risultante vigilanza del Mediterraneo centrale contribuirebbe alla regolazione dei flussi migratori, consentendo ai centri di accoglienza del sud Italia di riorganizzarsi per il futuro.

Qualche scomoda considerazione sulla situazione libica

Mentre la stampa internazionale titola sul presunto “ritiro” dell’Italia dallo scacchiere libico, forse è il caso di approfittare di questa “pausa di riflessione”, imposta da esigenze logistiche e militari, per affrontare una serie di nodi che a oggi appaiono irrisolti…

Qualche scomoda considerazione sulla situazione libica - Geopolitica.info Libya's unity government's Prime Minister-designate Fayez al-Sarraj chairs a meeting of the presidential council with Tripoli municipal council in Tripoli, Libya, 31 March 2016. ANSA/STR

 

Come hanno potuto insediarsi le milizie dell’Isis nella città di Sirte in Tripolitania in questi due anni, senza trovare praticamente nessuna forma di resistenza, crescendo in forza e presenza facendo affluire da Siria, Tunisia, Niger e Sudan – in maniera continua e tranquilla – centinaia di militanti?

Chi gestisce (e con quale strategia) l’attività di “stoccaggio” dei migranti nelle fattorie nell’entroterra di Zwara, da dove vengono poi imbarcati all’abbisogna sulle sponde del Mediterraneo e poi spediti verso il nostro Paese?

Chi anticipa i contanti necessari (tra i duemila e i tremila dollari solo per l’ultima parte del viaggio) che vengono pagati da ciascun migrante?

Questi trafficanti continuano tuttora a inviare (per conto terzi) decine di migliaia di esseri umani verso la Ue, guadagnando centinaia di milioni di dollari che li rendono ricchi, autonomi e sempre più spregiudicati.

A ciò si devono aggiungere le nuove rotte del traffico della droga (sfruttate sinergicamente con le Mafie nostrane), le estorsioni, la criminalità dilagante, i rapimenti come quello dei nostri 4 connazionali che dovevano raggiungere gli impianti dell’Eni nella non lontana Sabrata.

Una bruttissima pagina che troppo in fretta abbiamo deciso di chiudere per non irritare le milizie tuttora impegnate nella difesa delle infrastrutture strategiche in quella zona della Tripolitania (mentre dai fondali del mare antistante continuiamo a estrarre gas e petrolio).

Quanto sono affidabili le formazioni paramilitari a cui ci affidiamo per difendere i nostri interessi?

A Tripoli, sono le forze di Misurata (che sotto la guida di Salah Badi hanno distrutto l’aeroporto internazionale e “sloggiato” la milizia laica di Zintan) a comandare e a fornire la “protezione” a Serraj e ai diplomatici occidentali.

Loro alleato, il famigerato Belhadj descritto dal Washington Post come temerario islamista, comandante di una delle più agguerrite milizie del Paese e indicato come proprietario – tra l’altro – di una linea aerea che collega la capitale all’ amica Turchia. Una linea aerea su cui, a volte, si viaggia senza passaporto.

In Cirenaica le tribù si stanno rivelando solidali con il generale Haftar contribuendo a rinforzare con i propri giovani, con il proprio sangue, le file del suo esercito, impiegato dal governo di Tobruk (quello eletto nelle ultime elezioni regolari) per fronteggiare le milizie islamiche a Benghazi e a Derna ,

Serraj è arrivato a Tripoli (secondo i media tunisini, su una nave italiana) via mare accompagnato da non più di sette uomini, esiguo nucleo resti di quello che dovrebbe essere il suo Consiglio di Presidenza. E dove sono i previsti 30 ministri e i 60 sottosegretari che dovrebbero costituire il Governo nella sua interezza?

Serraj – caparbiamente sostenuto dall’Onu e dall’Italia che lo hanno indicato come il leader dell’unica entità legittimata a rivendicare la sovranità nazionale e il controllo delle risorse del Paese – ha preteso e ottenuto il riconoscimento della Sharia, la legge islamica, come cornice normativa della nuova Libia.

Questo “governo” si presenta con la “faccia” di alcuni imprenditori di successo, mentre è sempre più chiaro che la strategia e le decisioni sostanziali sono nelle mani dei Fratelli mussulmani di Misurata e di Tripoli.

Fatto che non sfugge alla Cirenaica, dove il Parlamento (ancora riconosciuto) di Tobruk non vuole sostenere un governo che di “unità nazionale” ha ben poco, e allo stesso tempo non vuole far trattare come una qualsiasi milizia privata il suo esercito composto da giovani di tutte le tribù della regione anche se guidato da un discusso Hafter che comunque si è dimostrato l’unico comandante capace di contrastare e sconfiggere le milizie collegate all’Isis.

Partendo da questi presupposti è logico che se le dichiarazioni dei nostri ministri  oscillano tra un interventismo militare a sostegno di Serraj (ipotesi che appare ora tramontata) o a tentativi di trattare con leggerezza Haftar, alla stregua di un miliziano insubordinato, gli italiani rischiano di diventare i catalizzatori dell’odio di una popolazione pronta di nuovo a battersi per la propria indipendenza.

A tal proposito, il generale Jean ha affermato: «Quello di Al-Sarraj non è un governo di unità nazionale, perché non è stato ancora riconosciuto dal parlamento di Tobruk. Secondo gli accordi del Marocco, per essere pienamente legittimo il governo di unità nazionale deve essere riconosciuto non soltanto da Tripoli ma anche da Tobruk. In Libia ci troviamo ancora in una situazione di completo stallo. Il parlamento di Tripoli ha riconosciuto Al-Sarraj e si è trasformato in un Consiglio di Stato. Tobruk invece non intende cedere, ed è ancora più difficile che lo faccia adesso perché il generale Haftar ha ricevuto 1.000 pickup pagati dall’Arabia Saudita e dagli Emirati. Haftar inoltre ha ottenuto consistenti successi contro i suoi avversari, che oltre all’Isis includono tutti i gruppi che in un modo o nell’altro si rifanno all’Islam politico o ai Fratelli musulmani. L’unica cosa che potrà essere fatta è inviare qualche decina o centinaia di soldati per proteggere la missione dell’Onu che ha sede nella base navale di Tripoli. A difendere Al-Sarraj ci sono le milizie di Misurata, che rispondono però al Consiglio militare di Misurata e non al governo provvisorio».