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Cosa è successo a Tripoli

Nei giorni scorsi accesi scontri tra milizie hanno messo a ferro e fuoco Tripoli, aumentando l’instabilità della Libia e scatenando un acceso dibattito tra i governi europei.

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Dal 29 agosto Tripoli è stata terreno di un intenso confronto armato tra milizie. La Settima Brigata, milizia anti governativa di stanza a Tarhuna, a guidato un’offensiva sulla capitale. Gli sconti si sono svolti contro diverse milizie che fanno parte delle unità speciali del ministero dell’Interno e della Difesa del governo Sarraj, come la Brigata Rivoluzionaria di Tripoli, la Forza Speciale di Dissuasione, la Brigata Abu Salim e la Brigata Nawassi.
L’offensiva della Settima Brigata è stata la più violenta mai registrata nel paese dal 2014: per questo Sarraj, nella notte tra il 3 e il 4 settembre, ha chiamato d’urgenza l’aiuto della Forza Antiterrorismo di Misurata, nota per aver sconfitto l’Isis a Sirte nel 2016. La Brigata di Misurata, arrivata nella notte con circa 600 veicoli militari al seguito, si è insediata nei pressi dell’aeroporto di Mitiga, a 8 km ad est del centro di Tripoli. L’offensiva degli uomini di Misurata ha costretto la Settima Brigata a ripiegare diversi chilometri a sud della capitale. Al momento, il compito della Forza Antiterrorismo, è quello di controllare il cessate il fuoco a sud di Tripoli e favorire la transizione del controllo del territorio alle forze dell’esercito regolare, che dovrà completarsi entro il 30 settembre.

Nella giornata di ieri, dopo diverse trattative tra i capi brigate, si è raggiunto un accordo tra le milizie e l’inviato delle Nazioni Unite Salamè: un sorta di tregua, basata su un accordo in 7 punti che dovrebbe garantire il proseguimento del cessate il fuoco. E’ difficile che la tregua possa durare a lungo: le diverse milizie sono all’interno di un processo di ridistribuzione dei poteri, che assume per forza di cose connotati da guerra civile. Nella battaglia degli ultimi giorni hanno perso la vita 69 persone, e si registrano migliaia di sfollati. Fonti locali hanno avvertito della fuga di centinaia di detenuti dalle prigioni libiche, che hanno approfittato dei disordini per evadere.
L’ulteriore destabilizzazione di Tripoli, inoltre, ha messo in allarme le cancellerie europee, che temono una nuova ondata di partenze di migranti dalla Libia, date le evidenti difficoltà che la Guardia Costiera libica – ma anche italiana – possono riscontrare nel controllo della costa.

Il conflitto tra milizie libiche ha chiamato in gioco i grandi interessi degli attori internazionali: il governo italiano ha attaccato, neanche troppo velatamente, il ruolo della Francia, accusata di approfittare di una nuova destabilizzazione del paese africano per perseguire i propri interessi economici e politici. Oltre alla Francia, che insieme all’Egitto e alla Russia sostiene la figura del generale Haftar, c’è un nuovo attore che si affaccia sullo scenario libico: la Turchia di Erdogan.
Infatti l’attacco della Settima Brigata a Tripoli è coinciso con il ritorno in Libia di Salah Badi, uomo protagonista della guerra civile nel 2011 che ha portato alla caduta di Gheddafi, e strettamente legato ad Ankara. Badi, espulso dalla Libia nel 2016 perchè accusato di foraggiare milizie islamiste, è ricomparso nel paese proprio in coincidenza con l’inizio dell’offensiva su Tripoli, nella notte del 29 agosto: un suo discorso, nel quale incita la popolazione del quartiere di Qasr bin Ghasir a riprendere le armi per “ristabilire lo spirito della Rivoluzione del 17 febbraio e liberare la Libia”, è divenuto virale sui social. Il ritorno di Badi potrebbe significare la ricerca della Turchia di ristabilire un controllo sulle milizie di Tripoli, ora più vicine all’Arabia Saudita.

Un nuova frattura, quella fra correnti islamiche sunnite vicine ad Ankara o a Riad, che si aggiunge ai due fronti delineati, di Sarraj e Haftar, e aumenta la complessità dello scenario libico.

Le origini della crisi in Libia

Le operazioni militari in Libia, avviate autonomamente nel marzo 2011 da diversi Paesi in seguito alla risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e poi riunite sotto l’autorità della Nato con la costituzione della missione Unified Protector, hanno imposto all’Italia di affrontare un capitolo rimasto ai margini del dibattito politico a partire dal secondo dopoguerra: l’interesse nazionale. Le logiche della Guerra fredda e, con la sua conclusione, la permanenza degli Stati Uniti nel ruolo di garante dell’ordine globale avevano permesso a Roma di rimandare a tempo indeterminato un serio confronto su questo tema, non solo in seno alla sua classe dirigente, ma anche tra quest’ultima e l’opinione pubblica italiana.

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Una politica estera coerente ed efficace, d’altronde, non può prescindere dall’identificazione generale con alcuni obiettivi primari da perseguire oltreconfine, che legittimano l’azione del governo che li persegue. A differenza di altre crisi internazionali degli anni Duemila – anche di quelle a cui le nostre forze armate hanno preso attivamente parte (Afghanistan, Iraq, Libano) – quella libica richiede una riflessione più attenta. In Qui, infatti, non sono in gioco solo il prestigio internazionale di Roma o l’esposizione economica delle tante società italiane che operano in territorio libico. Nonostante l’estrema considerazione che meritano di ricevere questi due aspetti, occorre sottolineare come l’anarchia che sta dilagando in Libia rappresenti una minaccia diretta alla nostra sicurezza nazionale. La prossimità delle coste italiane all’epicentro delle violenze moltiplica la magnitudine degli effetti destabilizzanti di per sé impliciti in ogni guerra civile e costringe il nostro governo a considerare valida ogni opzione nel caso la situazione divenga irrecuperabile.

La scelta degli Stati occidentali di intervenire contro il regime di Muhammar Gheddafi, dettata principalmente dalla Francia e dalla Gran Bretagna, ha imposto all’Italia di confrontarsi con un quadro improvvisamente mutato, che ha rimesso in discussione i suoi ampi – e radicati – interessi sul campo. Il nostro Paese nel 2011 ha dovuto prendere parte alla missione internazionale per non trovarsi, al termine del conflitto, nella scomoda posizione di spettatore in un teatro dove aveva storicamente recitato un ruolo da attore protagonista. L’utilizzo dei verbi “imporre” e “dovere” vuole evidenziare come il governo italiano si sia trovato ad agire nell’ambito di quello che – almeno dalla sua prospettiva – rappresentava il peggiore degli scenari possibili. Questo non significa che il rapporto tra l’Italia e la Libia del colonnello Gheddafi fosse ottimale, né che quest’ultimo costituisse un alleato solido e affidabile.

L’origine stessa del regime nel 1969 era avvenuta in palese contestazione nei confronti del precario equilibrio che l’Italia, insieme alla comunità internazionale e ai leader locali, erano riusciti a raggiungere dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Con il compromesso “Sforza-Bevin” del 1949 per un breve momento Roma appoggiò il piano anglo-francese che prevedeva la concessione in regime di trusteeship della Cirenaica alla Gran Bretagna, del Fezzan alla Francia e della Tripolitania all’Italia. Il progetto, tuttavia, ebbe vita breve e il governo italiano tornò a sostenere la piena indipendenza della sua ex-colonia. L’unità politica di quest’ultima era considerata imprescindibile per ragioni di sicurezza, che ricomprendevano sia la salvaguardia della folta comunità italiana che ancora risiedeva in Libia (circa 20.000 persone), sia la preservazione di un certo grado di influenza all’interno di un territorio dove i suoi interessi economici restavano consistenti. Nel 1951, quindi, la nostra diplomazia salutò come un successo la nascita della Libia indipendente e unita. Il Paese sotto la guida del re Idris I al Senussi prese le sembianze di una monarchia costituzionale a “ispirazione federale”, confermando il ruolo delle tribù quali autorità politiche a livello locale.

Nonostante il buon andamento dell’economia, la collaborazione del re Idris con Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia provocò un acuto malcontento soprattutto nell’esercito, nei cui ranghi intermedi si era diffuso l’ideologia del nazionalismo arabo. Questo si trasformò in aperta contestazione dell’autorità reale a causa della posizione di neutralità assunta dal governo libico nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni. Si giunse così ad un colpo di Stato militare guidato da Gheddafi, che portò alla proclamazione della Repubblica. Il nuovo regime si dotò di un’organizzazione fortemente centralizzata e con una spiccata impostazione ideologica, con l’obiettivo di rivoluzionare la struttura tribale del potere nel Paese e raggiungere una parziale secolarizzazione della sfera pubblica. A tale scelta interna corrispose sul piano internazionale la ricollocazione della Libia sul fronte del panarabismo, che mise fine alla politica filo-occidentale della fase monarchica. A sostegno del nuovo regime intervenne così l’Egitto di Gamal Nasser, “campione” di questo movimento internazionale, i cui funzionari parteciparono attivamente alla riorganizzazione dello Stato libico.

Alle trasformazioni politiche domestiche e internazionali, corrispose anche la nuova politica libica nei confronti dell’Italia. Per consolidare la legittimità del suo potere, Gheddafi rinfocolò l’ostilità anti-italiana, esasperando la volontà di riscossa contro l’ex potenza coloniale che rappresentava un minimo comun denominatore dei gruppi tribali del Paese. Il 21 luglio del 1970 il Consiglio del Comando della Rivoluzione decretò la confisca, senza indennizzo, dei beni degli italiani residenti in Libia, costringendoli a lasciare il Paese, e l’annullamento dei crediti delle società italiane nei confronti dello Stato. La decisione contravveniva il trattato del 1956, che chiudeva il contenzioso sui danni coloniali e di guerra con un risarcimento e il passaggio al governo libico di tutte le infrastrutture costruite dall’Italia, in cambio del rispetto dei diritti e degli interessi degli italiani residenti nel Paese, secondo la lettera della risoluzione dell’Onu del 15 dicembre 1950. A questo atto seguirono l’istituzione della “giornata della vendetta”, che sanciva la commemorazione annuale dell’espulsione degli italiani, e la rivendicazione di un nuovo risarcimento per i danni arrecati alla Libia a partire dal 1911 (un caso unico nei rapporti tra uno Stato europeo e una ex-colonia). Tuttavia, già nella fase rivoluzionaria, Gheddafi alternò sfide plateali e trattative sottobanco nei confronti di Roma, un approccio che successivamente adottò quale modello da seguire nei rapporti italo-libici. Al primo atto di sfida del colonnello seguì un negoziato discreto con la Farnesina, che ottenne una parziale compensazione dei danni subiti con la conferma delle concessioni fatte all’Eni dal regime senussita nel settore dell’estrazione degli idrocarburi.

La progressiva svolta politica di Anwar Sadat in Egitto determinò nuovi cambiamenti in Libia. Il fallimento del panarabismo, evidenziato dalle sconfitte del 1967 e del 1973, indussero Gheddafi a ricercare una diversa fonte di legittimità interna. La nuova parola d’ordine del regime libico divenne così “democrazia diretta”. La possibilità della sua realizzazione in età moderna fu teorizzata nel Libro verde (1975), un pamphlet in cui il colonnello preconizzava la nascita dello “Stato delle masse”, cui fece seguito la proclamazione della Jamahiriya Libica Araba Socialista (1977). L’approccio pragmatico del rais al rapporto tra idee e politica risultò evidente anche in questo ambito. Sebbene nel suo volume avesse teorizzato lo smantellamento della società libica tradizionale, anzitutto della sua struttura clanica, in nome della preservazione del potere si dimostrò molto attento agli equilibri tra le famiglie dominanti. In particolare tentò di compensare il primato delle tribù della Tripolitania nelle posizioni di governo e negli apparati amministrativi con una discreta redistribuzione della ricchezza e con i sussidi statali elargiti su tutto il territorio.

Il mutamento dell’assetto interno trovò un corrispettivo anche nella dimensione internazionale. La Libia, dopo la Guerra dello Yom Kippur, tentò di colmare il vuoto politico aperto nel mondo arabo dalla nuova posizione assunta dall’Egitto rispetto agli equilibri della Guerra fredda. Il Cairo, che dal 1948 aveva assunto la leadership dei Paesi arabi e occupato una posizione centrale nel movimento dei Paesi non allineati, dopo il 1973 iniziò un percorso di avvicinamento agli Stati Uniti che culminò negli accordi di pace di Camp David del 1978. La Libia di Gheddafi, viceversa, scelse di identificarsi con la contestazione nei confronti dell’Occidente per legittimare le sue aspirazioni egemoniche sul continente africano e il suo prestigio tra le popolazioni arabe. I rapporti con Washington, già resi difficili dall’avvicinamento di Tripoli a Mosca e dal continuo ampliamento delle sue acque territoriali nel Golfo della Sirte, precipitarono in seguito al ritiro dell’ambasciatore americano nel 1972 e alla battaglia aerea tra gli F-14 americani e l’aviazione libica del 19 agosto 1981. La tensione raggiunse il culmine nel 1986, quando un attentato all’interno della discoteca “La Belle” di Berlino, frequentata da soldati della Nato, provocò la morte di due americani e il ferimento di più di cinquanta persone. L’attentato venne immediatamente considerato di matrice libica e Washington rispose con l’operazione El Dorado Canyon, durante la quale furono bombardate Tripoli e Bengasi. Nel 1996 il Congresso americano promulgò l’Iran and Libya Sanctions Act (ilsa), che prevedeva la possibilità di colpire con sanzioni tutte le società in affari con i governi dei due “Stati canaglia”.

Complementare alla sfida all’egemonia americana nella regione del Mediterraneo, risultò l’ostilità contro gli Stati considerati responsabili del vecchio e del nuovo colonialismo in Africa e Medio Oriente, come Gran Bretagna, Francia e Israele. Tale scelta si tradusse, da un lato, nel supporto logistico, militare ed economico fornito ad una serie di movimenti rivoluzionari – ira, olp e Settembre Nero – che nel 1979 valse alla Libia l’appellativo di “sponsor del terrorismo internazionale”. Dall’altro nell’aver permesso – se non ispirato – l’organizzazione delle stragi del volo Pan Am 103 a Lockerbie in Scozia (1988), che provocò 270 vittime e fu il più grave attentato terroristico di tutti i tempi prima dell’11 settembre 2001, e del volo Uta 772 in Niger (1989), che causò la morte di 170 persone in viaggio tra Ndjamena e Parigi.

All’interno di questo mutato contesto l’Italia non costituiva più il principale avversario internazionale della Libia. D’altro canto il regime di Gheddafi, pur rappresentando un partner scomodo per Roma, rivestiva un’importanza strategica tale da giustificare un approccio realista. Dopo la fase calda del 1969-1970, dunque, venne tessuta una politica di avvicinamento fra l’Italia e la Libia, consacrata dalla visita a Tripoli del ministro degli Affari esteri Aldo Moro nel 1971. A questa fecero seguito le intese stipulate dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti nel 1972, che garantirono il ritorno di alcune società italiane in territorio libico, la costituzione di una joint venture paritetica per lo sfruttamento del petrolio tra l’Eni e la Libyan National Oil Company (lnoc) e la fornitura di attrezzature militari italiane all’esercito di Gheddafi. La tensione tornò su livelli di guardia nel 1973, non solo per via del sostanziale allineamento del governo libico all’urss, ma soprattutto per i consistenti sospetti riguardo l’appoggio logistico fornito da Tripoli al commando di Settembre Nero che uccise trentadue persone all’aeroporto di Fiumicino.

Già nel 1974, anche grazie alla posizione filo-palestinese assunta dai governi italiani di centro-sinistra, i rapporti italo-libici vennero rivivificati con la firma del presidente del Consiglio Mariano Rumor e del primo ministro Abdel Jallud di un accordo-quadro di cooperazione economica, tecnica e scientifica, e nel 1976 con l’acquisto da parte della lafico, la società per gli investimenti esteri dello Stato libico, del 13% del pacchetto azionario della fiat. La funzione “stabilizzante” della Libia di Gheddafi non fu rinnegata dal governo italiano neanche durante la crisi diplomatico-militare del 1986. Al contrario, alcune voci autorevoli sostennero come il rais fosse uscito indenne dai bombardamenti americani sulla Libia grazie ad un provvidenziale avvertimento dell’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi. Dopo questo evento, la Libia rimase sostanzialmente isolata e trovò nell’Italia il suo unico interlocutore occidentale. Ciò nonostante, Tripoli continuò ad alternare atti di distensione, come la sottoscrizione di importanti accordi commerciali, e atteggiamenti ostili, come il continuo aumento dei risarcimenti richiesti e la gestione ricattatoria dei flussi migratori dal cuore dell’Africa verso le coste italiane. Il primo tentativo volto a chiudere definitivamente il contenzioso ereditato dall’epoca coloniale fu avanzato dal primo governo di Romano Prodi. Nel 1998 la firma di un comunicato congiunto tra il ministro degli Affari esteri Lamberto Dini e il suo omologo Omar Mustafa el Muntasser impegnava l’Italia a effettuare un “gesto simbolico” nei confronti della Libia, che si sarebbe concretizzato nella ricerca dei familiari dei deportati libici, nella realizzazione di un ospedale a Bengasi, nelle operazioni di sminamento di alcune zone di combattimento della Seconda guerra mondiale e nella restituzione di una serie di reperti archeologici. L’intesa, tuttavia, non prevedeva alcun cenno ai beni confiscati agli italiani nel 1970 e, pertanto, non fu ratificata dal Parlamento.

La “relazione privilegiata” tra Roma e Tripoli, dunque, ha rappresentato uno degli elementi di continuità della politica estera italiana. Dopo la fine della Guerra fredda questa scelta ha trovato il sostegno dell’Unione Europea, che ha affidato de facto all’Italia il compito di trattare con Gheddafi su campi di interesse comune: combattere il terrorismo, arginare l’immigrazione clandestina e stabilizzare i mercati energetici. Nonostante la Libia non abbia mai compiuto svolte sul piano ideologico, durante questo ventennio ha assunto un atteggiamento meno competitivo nei confronti dell’Occidente. La condanna dell’invasione irachena del Kuwait nel 1990 e il sostegno alle trattative di pace tra Etiopia ed Eritrea, segnarono l’inizio di una parziale ricostruzione della percezione internazionale del regime libico, che volgeva definitivamente la sua attenzione geopolitica verso l’Africa e optava per lo sviluppo di una remunerativa rete di relazioni commerciali con gli ex nemici occidentali. Il percorso proseguì con l’ammissione della responsabilità oggettiva nella strage di Lockerbie, il risarcimento alle famiglie delle vittime e l’annullamento delle sanzioni internazionali nel 2003, con la ripresa delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, la rimozione del Paese dalla lista degli “Stati canaglia” e la sua collaborazione nella global war on terrorism nel 2004 e con la disapplicazione dell’ilsa nel 2006 (che rimase in vigore solo nei confronti dell’Iran).

A questo mutamento di rotta corrispose anche una fase di nuova distensione nei rapporti tra l’Italia e la Libia, il cui momento di svolta fu l’incontro tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi nel 2003. Secondo la nuova intesa raggiunta, l’indennizzo italiano alle autorità libiche sarebbe stato perfezionato con la costruzione di un’autostrada tra Tripoli a Bengasi. Questi termini furono confermati dal secondo governo Prodi e ribaditi anche in un incontro del novembre 2007 tra il ministro degli Affari esteri Massimo D’Alema, il suo omologo Abdelrahm Shalgam e il leader libico. L’intensificazione dei rapporti politici si sviluppò di pari passo a quella dei rapporti commerciali, che culminarono nell’assunzione da parte italiana di una posizione di forza difficilmente intaccabile nel settore del gas libico. L’Eni realizzò insieme alla lnoc, con una quota del 50%, il Western Libyan Gas Project, nel cui ambito sono stati costruiti il gasdotto sottomarino Greenstream, che dal febbraio 2004 unisce la costa italiana a quella libica, la stazione di compressione di Mellitah sulla costa libica e il terminale di ricevimento siciliano di Gela. Si è giunti così al “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” firmato a Bengasi nel 2008 (ratificato da ambo le parti nel 2009), con cui l’Italia ha accolto definitivamente le rivendicazioni libiche sul risarcimento per “chiudere il capitolo del passato”. Pur mancando qualsiasi disposizione favorevole agli esuli dalla Libia e all’assolvimento dei crediti delle aziende italiane, a fronte di un esborso da parte dell’Italia di circa 3,5 miliardi di euro, il trattato di Bengasi ha generato un effetto virtuoso per la sicurezza dei confini nazionali e degli interessi economici del nostro sistema-Paese. Tra il 2009 e il 2011 gli sbarchi di immigrati clandestini provenienti dalla Libia sulle coste della Penisola sono diminuiti del 99% e alcune società – tra cui Eni, Unicredit, Ansaldo, Impregilo, Finmeccanica e Beretta – hanno ampliato significativamente il perimetro delle proprie attività in Libia.

Alla fine degli anni Duemila, dunque, la posizione internazionale della Libia sembrava dirigersi verso la piena “normalizzazione”. In tal prospettiva, l’interesse dell’Italia non si trovava nella rivoluzione dello status quo, per quanto questo non fosse ottimale, ma nella preservazione dell’ordine in Libia e nella regione del Mediterraneo. Quando fosse arrivata la fine dell’esperienza politica del colonnello, per ragioni anagrafiche o di opportunità, la soluzione migliore sembrava quella del passaggio dei poteri a Saif al Islam Gheddafi, considerato il volto moderato del regime e il più propenso a consolidare i rapporti con l’Italia e, in generale, con il mondo occidentale.

In questo stesso periodo, tuttavia, lo scenario internazionale è mutato nuovamente minando le basi della strategia italiana. Il peso politico della Libia è stato ridotto da una serie di eventi concomitanti: l’attenuamento del disordine in Iraq in seguito al surge del generale David Petraeus, il progressivo ritiro della forza multinazionale dal territorio iracheno, l’indebolimento della struttura di al Qaeda e l’attenuarsi della minaccia terrorista (convinzione confortata nel maggio 2011 dall’uccisione di Osama bin Laden). La Libia, quindi, ha improvvisamente perso la sua funzione di pedina indispensabile per la sicurezza dello scacchiere della regione mediterranea. Al contrario, a causa dell’instabilità endemica del Medio Oriente e del rally dei prezzi delle risorse energetiche, la sua importanza strategica in campo economico è aumentata ulteriormente, rafforzando la posizione dell’Italia e ponendo in questo teatro la Francia e la Gran Bretagna in una condizione di subalternità nei suoi confronti.

L’azzeramento della situazione politica in Libia e l’alterazione degli equilibri nel settore energetico, non sono stati in discussione fintanto che sono perdurate tre condizioni internazionali di carattere ostativo: a) il credito guadagnato dai governi italiani nei confronti dell’amministrazione Bush durante gli anni Duemila per l’appoggio alle campagne militari in Afghanistan e Iraq; b) il deep engagement degli Stati Uniti in tutte le aree di crisi del globo (realizzato sia dall’amministrazione Clinton, che da quella Bush); c) l’assenza di presupposti che giustificassero l’ingerenza delle potenze esterne in Libia.

Questo scenario ha cominciato a incrinarsi a causa dell’effetto snowballing della primavera araba, che dopo essersi radicata in Tunisia ed Egitto ha contagiato anche la Libia. A differenza di quanto accaduto negli Stati confinanti, la “rivoluzione del 17 febbraio” non ha trovato nella crisi economica la sua variabile principale. Sebbene l’aumento della disoccupazione e la contemporanea diminuzione delle risorse da redistribuire abbiano contribuito alla delegittimazione del regime di Gheddafi, i loro effetti devono essere collocati in un contesto dove, complice la generale destabilizzazione del Nord Africa, hanno agito da detonatori per le linee di frattura da cui il Paese è storicamente attraversato. Quella politica tra lealisti e oppositori della Jamahiriya e quella geografica tra la Tripolitania e la Cirenaica.

Nel 2011 l’obsolescenza delle condizioni ostative alla rivoluzione dello status quo in Libia è stata causata da tre cause efficienti, che hanno permesso la trasformazione delle proteste di piazza in una guerra civile internazionalizzata: a) la volontà dell’amministrazione Obama di tracciare una linea di discontinuità con la politica estera della presidenza Bush, chiudendo definitivamente la missione in Iraq nel 2011 (nonché la rete di crediti/debiti ad essa collegata) e spostando l’attenzione dalla regione del Grande medio oriente al quadrante Asia-Pacifico (pivot to Asia); b) il nuovo approccio della Casa bianca alle crisi internazionali, che, fondandosi sulla convinzione del declino del potere e del prestigio americani, ha indotto gli Stati Uniti ad affidarsi all’azione dei loro alleati nelle regioni non considerate vitali per l’interesse nazionale (leading from behind); c) la risoluzione 1973 dell’Onu, con cui nel marzo 2011 è stata istituita una zona d’interdizione al volo per tutelare l’incolumità della popolazione civile libica, che ha rappresentato la cornice giuridica della successiva operazione della nato.

L’opzione militare è stata vigorosamente richiesta dalla Francia e dalla Gran Bretagna che si sono appellate al principio di “ingerenza umanitaria”, formulato nel 1999 per la missione in Kosovo, e a quello della responsibility to protect, adottato nel World Summit 2005 e confermato in un documento del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon nel 2009 (cui si è ispirata anche la risoluzione 1973). Come già avvenuto nella crisi di Suez del 1956, Parigi e Londra hanno deciso di agire congiuntamente per riaffermare la loro influenza nel cuore del mar Mediterraneo e hanno cercato di porsi alla testa della missione internazionale per dettarne i tempi e le finalità.

Se la missione in Libia non avesse determinato gli effetti disastrosi cui il mondo sta assistendo, verosimilmente la Francia e la Gran Bretagna avrebbero potuto riempire il vuoto politico generato nella regione dalla rinuncia degli Stati Uniti al ruolo di “nazione necessaria”. L’abbattimento del regime del rais e la transizione della Libia verso un’ipotetica condizione di democrazia avrebbero legittimato il nuovo ruolo di Francia e Gran Bretagna e, contemporaneamente, permesso loro di ridisegnare i rapporti di forza nel settore energetico del Paese. Nel 2011, inoltre, questi obiettivi di ordine internazionale si coniugavano con alcune necessità di politica interna. Per il presidente francese Nikolas Sarkozy un successo internazionale conseguito in nome della difesa dei diritti umani avrebbe costituito un’importante fonte di legittimazione in vista della corsa per l’Eliseo del 2012 (che poi lo vide sconfitto da François Hollande). Una vittoria avrebbe prodotto effetti simili anche per il primo ministro inglese David Cameron, il cui governo attraversava un crollo dei consensi a causa della crisi economica che stava colpendo il Paese. L’intervento militare contro un regime autoritario che – in passato – aveva attentato contro gli interessi della Gran Bretagna avrebbe potuto generare un positivo effetto rally ‘round the flag, come avvenuto con la guerra per le Falkland-Malvinas al governo di Margaret Thatcher nel 1982.

L’inefficacia della prima fase delle incursioni aeree e dei bombardamenti dalle unità navali sul territorio libico, che ha visto impegnati principalmente la Francia e la Gran Bretagna e in misura minore Stati Uniti, Canada e Belgio, ha imposto la riconsiderazione dell’intensità dell’impegno americano. Le operazioni sono state così unificate sotto il comando della nato, cui hanno aderito, tra gli altri, la Spagna, la Turchia e l’Italia.

Prima di aver preso questa scelta, divenuta obbligata a causa del precipitare della situazione, l’atteggiamento dell’Italia era stato orientato dalla prudenza, non in nome di una qualche forma di “simpatia” (nel senso letterale del termine) nei confronti del regime di Gheddafi, ma per quel nesso di “reciproca indispensabilità” che unisce da sempre il nostro Paese alla Libia. I rapporti di potere nella regione euro-mediterranea, la prossimità geografica, i legami storici e gli interessi economici che legano Roma e Tripoli hanno determinato nel periodo compreso tra il febbraio e l’aprile 2011 il tentennamento dell’Italia sulla crisi. Le sue posizioni, tuttavia, sono state scavalcate dall’azione di Parigi e Londra, il cui approccio spregiudicato alla questione è stato determinato dalla minore densità della loro interazione con la società libica. In questa fase, peraltro, ogni resistenza ufficiale di Roma all’intervento militare rischiava di fornire il destro ad una campagna di delegittimazione internazionale, fondata proprio sull’intensità delle sue rapporti con Tripoli.

All’indomani dello scoppio della rivolta in Cirenaica sono immediatamente emersi molti segnali che prefiguravano la materializzazione di questo rischio. I più importanti organi europei di stampa, infatti, hanno pubblicato una serie di articoli volti a sollevare scandalo intorno alle relazioni tra il governo italiano e quello libico. Gli esempi più eclatanti in questo senso sono stati Forget the elephants su “Le Monde Diplomatique” (11 marzo) e Italy’s shame in Libya su “The Economist” (25 febbraio). La sostanziale unità dimostrata sulla questione dai maggiori partiti italiani è riuscita a circoscrivere gli effetti di questa strategia, tanto che, una volta concordata la scelta dell’intervento, il dibattito in merito ha continuato ad essere animato solo da attori politici di modeste dimensioni che, per ragioni tattiche di sopravvivenza, cercano sistematicamente di polarizzare l’opinione pubblica. Un dato apprezzabile scaturito da questi eventi, dunque, è che – almeno per una volta – il mondo politico italiano non è stato afflitto da quella “sindrome di Carlo VIII” che tradizionalmente divide il Paese in due “fazioni”, di cui una preferisce sostenere la vittoria dell’avversario esterno pur di abbattere l’avversario interno.

Come in tutte le guerre civili, ma in particolare quelle dove intervengono forze esogene, nel 2011 anche il conflitto libico aveva contorni tanto indefiniti da rendere verosimili una serie di scenari futuri profondamente diversi, ad ognuno dei quali era connessa una serie di rischi per l’Italia.

Il primo era quello di una guerra civile prolungata (modello “Somalia”), che avrebbe causato la presenza davanti alle coste italiane di un failed State diviso in più entità autonome (quanto meno Tripolitania e Cirenaica) ugualmente incapaci di estendere la loro autorità sull’intero territorio nazionale. A questa prospettiva si sarebbero collegati alcuni pericoli ricorrenti ricorrenti quando si verifica una condizione simile: esodi apocalittici di profughi, emergenze sanitarie, proliferazione del terrorismo, aumento della circolazione illegale di armi e traffico di droga.

Il secondo scenario era quello del fallimento strisciante della Libia (modello “Libano”), determinato dalla presenza di alcune porzioni di territorio fuori controllo o non completamente sotto l’autorità del governo centrale, le cui derive anarchiche più estreme sarebbero state evitate solo con l’intervento di forze internazionali, i cui costi maggiori sarebbero spettati all’Italia.

Il terzo scenario prevedeva la vittoria delle forze lealiste (modello Algeria). A questo era collegata la possibilità che Gheddafi, o i suoi eredi politici, dopo aver represso la rivolta avrebbero messo in atto una serie di ritorsioni – dai contorni difficilmente prevedibili – contro il “tradimento” italiano. Il quarto scenario era la vittoria delle truppe fedeli al presidente del Consiglio Nazionale di Transizione Libico, Mustafa Abdul Jalil (modello Iraq). A questo scenario erano associate criticità diverse, ma non meno preoccupanti. Da un lato l’emergere di una classe politica legata alla Fratellanza musulmana o ad altri gruppi islamisti, che avrebbe contribuito alla diffusione del radicalismo islamico sulla sponda settentrionale del Mediterraneo. Dall’altro l’indebolimento della posizione dell’Italia in territorio libico, come conseguenza di una revisione degli accordi siglati dal precedente regime e della volontà di sanzionare gli Stati con cui questo aveva collaborato.

A distanza di quattro anni lo scenario che sembra si stia realizzando in Libia è quello del “modello Somalia”. Questo ha confermato come gli interventi umanitari “a basso costo”, che non prevedono la fase boots on the ground, per un fenomeno di eterogenesi dei fini producono conseguenze di gran lunga peggiori di quelle che vogliono evitare. È comunque possibile affermare che se sul territorio libico non fosse spirato il vento della primavera araba, un concetto inutilizzabile ex post a causa del quasi totale fallimento democratico di questa ondata rivoluzionaria, l’Italia non avrebbe dovuto fronteggiare quattro minacce che si sono concretizzate tra il 2011 e il 2015: a) il divampare di una guerra civile a poco più di 300 chilometri da Lampedusa; b) il radicarsi dell’estremismo islamico in un’area sensibile per la sicurezza del suo territorio e i suoi interessi economici; c) l’emergenza dell’immigrazione clandestina e il consolidamento delle reti criminali che la controllano; d) la possibilità di perdere una delle sue principali fonti di approvvigionamento energetico.

Lo Stato Islamico in Libia non e` sconfitto

Lo Stato Islamico sembra un nemico ormai sconfitto, o almeno fortemente indebolito rispetto al 2014, quando viveva il suo momento di massima espansione territoriale con il riconoscimento di una wilayat, cioè di una provincia, anche nella Libia a noi così vicina. All’infuori di Mosul e Raqqa, Sirte divenne il terzo centro nevralgico del Califfato.

Lo Stato Islamico in Libia non e` sconfitto - Geopolitica.info

La Libia appariva agli occhi degli uomini di Al Baghdadi come un territorio ideale: colpita da un conflitto civile, senza un governo unitario, attraversata da rivalità su base locale e tribale che determinano una frammentazione interna. Insomma, uno Stato fallito.
In Libia i miliziani dell’ISIS si sono trovati a fronteggiare da un lato il generale Haftar e il suo esercito, baluardi, almeno a parole, della lotta contro l’islamismo in tutte le sue forme, e dall’altro la coalizione di forze guidate dalle milizie di Misurata che, sotto l’ombrello del Consiglio Presidenziale, lanciarono l’operazione Al-Bunyan alMarsus per fermare l’avanzata dello Stato Islamico verso ovest. Queste poterono contare sull’appoggio della comunità internazionale, in particolare dell’AFRICOM, responsabile per le operazioni militari statunitensi nel continente africano, il cui intervento consisteva in bombardamenti aerei in supporto alle forze di terra alleate.
Dopo 7 mesi di combattimenti la leadership libica dello Stato Islamico si è frantumata e i miliziani sopravvissuti ai bombardamenti hanno iniziato a disperdersi nel Paese.

Ma la liberazione di Sirte non ha significato la fine dello Stato Islamico nè tantomeno che la minaccia jihadista sia stata estirpata. La Libia era e resta quello che più volte è stato definito un safe shelter per i jihadisti. L’ISIS non è affatto scomparso, ha piuttosto cambiato forma. In primo luogo, il numero di miliziani è stato decimato rispetto al 2015, in cui se ne contavano tra le 3 e le 5 mila unità. Il generale Waldhauser, a capo di AFRICOM, a metà del 2017 stimava che i combattenti dello Stato Islamico sopravvissuti agli attacchi aerei fossero appena 200 e che si stessero spostando da Sirte in direzione sud.
La presenza di questi combattenti è oggi diffusa sul territorio, ma il maggior numero di essi si concentra nell’ incontrollato sud del Paese, il Fezzan, dove stanno tentando di riorganizzarsi.
Il Califfato oggi non può definirsi più tale: con le sconfitte subite in Siria e in Iraq, e con la componente libica decimata e dispersa sul territorio, la connotazione territoriale dello Stato Islamico viene a mancare e si torna a parlare di un gruppo terroristico più convenzionale, che si avvicina al modello di Al-Qaeda, con una presenza di cellule dormienti pronte a colpire obiettivi specifici. Visto l’esiguo numero di combattenti e la scarsità di mezzi in loro possesso, l’obiettivo della conquista territoriale è stato accantonato, almeno per il momento. Tuttavia, il fatto che lo Stato Islamico stia mutando radicalmente forma non significa che sia un nemico più facile da fronteggiare. In Libia, i miliziani hanno iniziato ad operare in maniera più attenta, colpendo le fragili istituzioni libiche.
In questo senso il recente attacco alla Commissione elettorale nazionale a Ghout al Shal, a Tripoli, dimostra l’obiettivo politico dei jihadisti: ostacolare quanto più possibile il processo di riconciliazione e lo svolgimento di nuove elezioni e mantenere un clima di instabilità in cui operare. L’attacco, inoltre, testimonia una presenza di cellule dormienti anche nella capitale.

Cosa rende la Libia un rifugio sicuro per I jihadisti? Diversi sono I fattori che garantiscono ai jihadisti un notevole margine d’azione in Libia.

  • La Libia è un failed State, una realtà segnata da un conflitto civile che perdura dal 2011, quando la fine del quarantennale regime di Gheddafi ha lasciato vuoti di potere che hanno consentito a diverse milizie, tra cui quelle salafite e jihadiste, di inserirsi nel panorama del Paese e operare indisturbate. Attualmente in Libia manca ancora un governo unitario e tre governi competono per il potere politico e per l’accesso alle risorse finanziarie. A Tripoli si è insediato al principio del 2016 il Consiglio Presidenziale sotto la guida di Serraj, nato dagli sforzi di mediazione della comunità internazionale. Nella capitale, il Governo di salvezza nazionale di Khalifa Ghwell contende il potere al governo internazionalmente riconosciuto ma ha poco seguito presso la popolazione e non controlla importanti porzioni di territorio. Ma il principale avversario politico di Serraj è il generale Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico, che controlla circa i due terzi del Paese ed è un personaggio chiave per il futuro politico del Paese.
  • Il panorama libico è costellato di milizie e gruppi armati con radicamento locale, ma manca un esercito unitario che possa arginare l’azione, sempre più imprevedibile, delle cellule jihadiste presenti sul territorio. Per non parlare della frammentazione dell’apparato di counter-terrorism libico.
  • Un passato di jihad: dagli anni Ottanta la Libia costituisce un importante centro di reclutamento e addestramento di combattenti, soprattutto tra Derna e Bengasi. È possibile identificare tre generazioni di jihadisti nel Paese.
    La prima è stata forgiata dall’esperienza in Afghanistan, dove è nato il Gruppo Combattente Islamico Libico, che negli anni ’90 avrebbe condotto un jihad contro il regime di Gheddafi.
    La seconda si è formata negli anni ’90 nel carcere di Abu Salim, luogo di reclusione di oppositori politici, islamsiti e non. In questi anni iniziarono ad emergere canali di reclutamento dalla Libia verso l’Iraq e si intensificarono i legami che univano Derna e Bengasi con Al-Qaeda in Iraq (AQI), cellula irachena di Al-Qaeda fondata da AL-Zarqawi.
    La terza generazione emerse con lo scoppio della rivolta del 2011 nel quadro di un’opposizione più ampia e, dopo il crollo del regime di Gheddafi, molti combattenti confluirono verso la Siria. Nel frattempo, la Libia da Paese di transito per i foreign fighters sarebbe diventata una base di addestramento oltre che un rifugio sicuro.
  • La Libia si colloca geograficamente in una posizione strategica: il Paese si affaccia sul Sahel e sul Maghreb, da sempre considerati da Al-Baghdadi una naturale estensione del Califfato, ma anche sull’Europa, dove grazie alla prossimità geografica è possibile esportare jihadisti e ideologie radicali e condurre attacchi mirati ai simboli dell’Occidente.
  • La porosità delle frontiere libiche, in particolare di quelle meridionali, consente ai miliziani di spostarsi liberamente e di inserirsi nelle organizzazioni jihadiste regionali e nelle reti di traffici illeciti con cui riescono ad autofinanziarsi. La possibilità di entrare e uscire dal Paese permette di reclutare nuovi combattenti dalle realtà limitrofe. Preoccupante è il dato sulla presenza dei foreign fighters tunisini sul suolo libico: secondo un rapporto del Washington Instutute for near East Policy, i jihadisti tunisini presenti sul territorio libico sarebbero oltre 1500. La Libia, dopo Siria, Afghanistan e Iraq, sarebbe il Paese destinazione del maggior numero di combattenti stranieri nella storia del jihadismo.
  • Sul territorio libico c’è un’ampia disponibilità armi: dopo la fine del conflitto civile del 2011, le diverse milizie sono entrate in possesso dell’imponente arsenale bellico di Gheddafi e oggi chiunque può disporre di armi di vario tipo. Attraverso le frontiere meridionali è possibile anche introdurre armi dai Paesi confinanti senza incontrare ostacoli.

 

Le condizioni affinché la Libia diventi un centro del jihadismo globale sono mature. Il pericolo è che i vuoti politici, la frammentazione del sistema di sicurezza e i conflitti endemici che attraversano il tessuto sociale possano permettere a combattenti dello Stato Islamico, di Al Qaeda o di un nuovo gruppo di giocare un ruolo da protagonisti nel futuro prossimo del Paese. La minaccia di Al Qaeda e dell’ISIS rimane accesa, soprattutto nel sud. Malgrado la recente dissoluzione del gruppo terroristico Ansar al-Sharia, Al Qaeda continua ad operare nel Fezzan e AQIM, presente attivamente nel sud dell’Algeria e nel nord del Mali, grazie alla porosità delle frontiere riesce a penetrare con facilità nel territorio libico, cooptando tribù e gruppi locali, soprattutto i Tuareg, sfruttando la loro storica posizione di emarginazione e il malcontento che ne deriva.
Malgrado storicamente la popolazione libica non si sia dimostrata particolarmente ricettiva verso l’ideologia dell’islamismo radicale, le critiche dei jihadisti alla debolezza e corruzione dello Stato e all’inefficienza del sistema di sicurezza riescono ad avere un’eco importante. Il collasso dello Stato costituisce il fattore chiave per la diffusione del jihadismo: come evidenzia F. Wehrey, ricercatore della Carnegie Endowment for International Peace e esperto di Libia, in Medio Oriente e Nord Africa, laddove scoppia una guerra civile, ci si può aspettare che emerga una rete jihadista che intende inserirsi tra le parti in conflitto e che riesca a reclutare combattenti tra le file degli scontenti grazie alla sua motivazione ideologica forte, sfruttando il diffuso malcontento nei confronti del potere.
In Libia, i giovani (ma anche diversi gruppi tribali) sono una categoria che rischia di rispondere positivamente alla chiamata jihaidsta a causa delle scarse possibilità occupazionali che il paese offre e della disillusione del post-Gheddafi. Non solo. La Libia può costituisce un polo attrattivo per i jihadisti dei paesi limitrofi, che vedono in questo failed-State un paradiso dove operare indisturbati. L’impegno di counter terrorism da parte della comunità internazionale non deve limitarsi al raggiungimento dell’obiettivo di breve periodo di annientamento dell’Isis (che le evidenze dimostrano non essere stato pienamente raggiunto), ma deve coniugarsi con strategie di lungo periodo per la ricostruzione delle strutture istituzionali di un Paese dove, senza ristabilire il ruolo della legge e favorire la creazione di un governo unitario, la minaccia jihadista rimarrà sempre accesa

La cooperazione culturale tra Italia e Libia

La scorsa settimana una delegazione di archeologi italiani si è recata a Tripoli (Libia) per valutare l’esito di un importante progetto di cooperazione culturale.

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L’operazione prevedeva la salvaguardia del ricco patrimonio artistico del sito romano di Villa Silin.

La direzione scientifica del cantiere è stata affidata alla Missione Archeologica, diretta dalla prof.ssa Luisa Musso mentre il Department of Antiquities libico si è fatto carico della direzione tecnica; il progetto delle nuove coperture è stato realizzato dall’ingegnere strutturista prof. Andrea Giannantoni dell’Università di Ferrara.

La villa di Silin, scoperta il 13 dicembre 1974, è il miglior esempio conservato di villae extraurbana di età imperiale in Tripolitania. L’abitazione, situata sulla costa a pochi chilometri da Leptis Magna, si estende per circa 3600 mq e fu rinvenuta in uno stato di conservazione eccezionale. La maggior parte degli ambienti – per una superficie complessiva di 900 mq – è arricchita da pavimenti a mosaico a soggetto geometrico e figurato e da una ricca decorazione parietale costituita da pitture e stucchi per un’estensione complessiva di circa 300 mq.

Negli ultimi anni il progressivo deterioramento delle coperture e dei restauri a cui sono stati sopposti i mosaici dopo il rinvenimento ha compromesso la conservazione di questo sito unico nel suo genere.

Il Department of Archaeology of Libya, vista la mancanza di risorse economiche e l’impossibilità di procurarsi il materiale necessario al restauro a causa degli eventi successivi al 2010, ha chiesto all’Italia di intervenire per impedire la perdita definitiva della Villa.

L’accordo, oltre alla Fondazione MedA e alla Missione Archeologica in Libia dell’Università Roma Tre, coinvolge attivamente l’ISCR che nel 2013 aveva promosso e finanziato interventi di messa in sicurezza e realizzato corsi di formazionedestinati agli operatori locali, si è impegnato a fornire i materiali necessari alla protezione delle pitture e dei mosaici e a supportare le fasi più delicate dell’intervento fornendo un inedito supporto telematico ai restauratori libici.

La professoressa Luisa Musso (decano degli archeologi italiani in Libia) ha affermato: “Questo intervento di restauro della Villa di Silin, che ha consentito di salvare un monumento unico nel suo genere, rappresenta un efficace strumento di diplomazia e di dialogo mediterraneo, nel quadro delle relazioni bilaterali tra l’Italia e la Libia. Per tutti coloro che hanno fatto e continuano a fare dell’archeologia in Libia il baricentro dei propri interessi scientifici, ma anche per quanti credono che l’eredità culturale della propria terra rappresenti un valore ineludibile di identità e coesione sociale, oggi è una grande giornata”

Fabian Baroni – Segretario della Fondazione che ha sostenuto l’iniziativa con un contributo di 230mila euro – ha aggiunto: “La Fondazione MedA – Mediterraneo Antico Onlus è orgogliosa di aver contributo alla messa in sicurezza della Villa di Silin. Siamo certi che l’impegno profuso dalle Istituzioni italiane e libiche, pubbliche e private, contribuirà a rafforzare i legami storici, culturali e sociali tra due paesi che condividono oltre allo stesso mare, gli stessi valori mediterranei. Ci auguriamo che a questo primo, emergenziale, intervento faccia seguito un programma concreto di restauro e valorizzazione del sito di Silin”.