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Dall’archeologia riparte la cooperazione culturale tra Italia e Libia
A Roma – presso l’Accademia di Libia – si è svolto questa mattina, alla presenza dell’ambasciatore di Libia in Italia, il primo meeting tra tutte le nostre missioni archeologiche attive nel Paese NordAfricano, i rappresentanti della Cooperazione italiana e i vertici del “Dipartimento delle Antichità” di Tripoli.

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Si tratta di un passo avanti rispetto al protocollo d’intesa siglato all’inizio di aprile a Tripoli e che aveva portato alla costituzione di un gruppo di lavoro italo-libico per la salvaguardia del patrimonio archeologico libico.

Mohamed Faraj Mohamed al-Faloos (presidente del Dipartimento dell’Antichità) ha aperto il suo intervento ringraziando “gli archeologi italiani che non ci hanno mai abbandonato e che, anche in una situazione precaria, continuano a mantenere una costante attenzione verso il nostro Paese”.

Luisa Musso (ordinario di Archeologia romana e delle provincie romane e decano degli archeologi italiani in Libia) ha voluto sottolineare l’importanza di “questo dialogo che rappresenta un solido terreno per condividere la nostra comune storia e le nostre radici mediterranee ed è la base per definire una piattaforma di sviluppo non solo culturale tra Italia e Libia”.

MART-Libia (Missione Archeologica Roma Tre) è presente da 27 anni nel Paese nord africano e – con il fattivo contributo del MAE, dell’Eni e della Fondazione Mediterraneo Antico – è attivamente impegnata nel recupero e nella salvaguardia di Villa Silin e nei progetti di cooperazione ‘Castello Rosso e Musei della Tripolitania’ e il progetto ‘Archivi Libici del ‘900’”.

All’incontro hanno partecipato 10 missioni in rappresentanza delle 13 attualmente attive in Libia.

Cornice di sicurezza degli operatori, trasparenza nella gestione e nella finalizzazione dei fondi, formazione degli addetti locali e la creazione di una cabina di regia e coordinamento della ricerca archeologica: questi i principali temi trattati.

Fabian Baroni – segretario generale della Fondazione MeDa – ha voluto lanciare un appello ai nuovi ministri Dario Franceschini e Luigi Di Maio: “affinché non lascino cadere la possibilità di riannodare e rilanciare la cooperazione culturale italo-libica, di cui questo evento, pur con tutte le difficoltà di cui siamo consapevoli, rappresenta un significativo contributo”.

La crisi libica: Il ruolo degli attori interni ed internazionali

Nonostante siano passati diversi anni da quando, nel febbraio del 2011, è iniziato quel processo che ha condotto alla caduta del regime libico e alla morte del suo leader Muammar Gheddafi, la questione libica appare ancora senza una soluzione definitiva. L’intento del presente elaborato è quello di evidenziare il ruolo e le relazioni fra gli attori nazionali che operano all’interno dello scenario libico con i rispettivi alleati e autorità internazionali schierati a sostegno delle varie fazioni.

La crisi libica: Il ruolo degli attori interni ed internazionali - Geopolitica.info

Lo scacchiere libico presenta numerosi elementi di complessità sotto molti aspetti. Storicamente, fin da quando era una provincia dell’Impero Ottomano e poi colonia italiana, il paese ha sempre mantenuto una forte suddivisione nelle sue tre aree territoriali principali; a occidente la Tripolitania, la Cirenaica a oriente e il Fezzan a sud. Inoltre, ognuna di queste aree ha sviluppato dei tratti peculiari dal punto di vista sociale ed economico nel corso degli anni. Tutti fattori finiti sotto il giogo del regime guidato da Gheddafi per decenni.
A seguito della sconfitta del Colonnello, le varie milizie che avevano combattuto contro le forze del regime hanno consolidato il loro potere nelle principali città libiche e, in mancanza di un disarmo collettivo, hanno mantenuto una rilevante capacità combattiva dal punto di vista militare.
Fino a qualche anno fa era inoltre accertata la presenza di combattenti che si dichiaravano affiliati all’autoproclamato Stato Islamico, concentrati in particolare nella regione del golfo di Sirte e l’omonima città fino al 2016, quando è avvenuta la sconfitta degli estremisti islamici, principalmente ad opera delle forze del Libyan National Army da est, e alle forze di Misurata provenienti da ovest. Tuttavia, con l’accentuarsi dell’instabilità politico-militare nel paese, c’è il rischio di una ripresa delle attività di matrice terroristica.

L’accordo politico e di pace tra il Congresso Generale Nazionale (GNC), con sede a Tripoli, e la Camera dei Rappresentanti stabilitasi a Tobruk, siglato nella località di Skhirat in Marocco nel dicembre 2015, ha rappresentato fino ad oggi il riferimento giuridico e istituzionale attorno al quale si è sviluppato il processo di riconciliazione nazionale promosso, seppur tra mille difficoltà, dalle Nazioni Unite. 

Tuttavia, dopo l’intesa raggiunta a Skhirat, la Camera dei rappresentanti di Tobruk non ha mai riconosciuto ufficialmente il Governo di Accordo Nazionale (GNA) di Tripoli e il suo leader Fayez al-Serraj, che per questo non è riuscito ad ottenere una piena legittimità istituzionale né un’effettiva autorità politica nonostante il supporto di larga parte della comunità internazionale. La recente escalation in Libia è dovuta all’offensiva, denominata “Diluvio di dignità”, avviata dalle truppe del cosiddetto Libyan National Army (LNA) guidato dal generale Khalifa Haftar e alla successiva reazione condotta dal GNA con il nome di “Vulcano di rabbia”. Dal 2014, il generale si è proposto come protettore della Libia in contrapposizione con al-Serraj e contro l’operato del GNC insediato a Tripoli a seguito di una serie di vittoriose offensive militari, note come Operazione Dignità, volte a liberare Bengasi dalla presenza di milizie islamiste di ispirazione salafita.

Entrambi gli schieramenti hanno il supporto di attori esterni che operano in base ad interessi nazionali e geopolitici. Attualmente, lpotenze regionali sembrano sfruttare la complicata realtà libica per ottenere maggiore influenza nell’area nordafricana; da una parte Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti supportano le autorità di Tobruk e il generale Haftar, mentre Turchia e Qatar sono invece schierati a sostegno delle varie milizie e formazioni che agiscono in nome dell’Esecutivo di Tripoli. È indicativo infatti che l’ultimo incontro tra i leader dei due schieramenti si sia svolto a marzo scorso proprio ad Abu Dhabi, a dimostrazione dell’interesse geopolitico e dell’attenzione che la Libia suscita tra alcuni dei principali paesi del Golfo. In questo contesto, l’Unione Europea ha dimostrato fino ad ora una scarsa influenza dovuta alla mancanza di una chiara linea di politica estera sulla Libia. La Francia invece si è dimostrata particolarmente attiva, nonostante le forti perplessità provocate dalle sue iniziative. Infattimalgrado il sostegno formalmente accordato al governo di al-Serraj, Parigi continua ad appoggiare il generale Haftar.

Un esempio in tal senso è stato riportato dal quotidiano La Repubblica che pubblicava il 12 aprile, pochi giorni dopo l’offensiva di Haftar, la notizia che quattro giorni prima un jet Falcon aveva accompagnato a Parigi una delegazione del generale libico la quale è ripartita successivamente dall’aeroporto di Orly per atterrare a Bengasi secondo il monitoraggio condotto da Flightradar sul traffico aereo. L’Eliseo ha confermato l’incontro avvenuto senza tuttavia precisare chi fossero i rappresentanti in questione. Nonostante le rassicurazioni del presidente Macron nei confronti di Roma e Bruxelles, la presenza nella capitale francese della delegazione in quella data chiave testimonia ancora una volta quanto siano stretti i legami tra Francia e Haftar.   

LRussia dal canto suo, anche se in maniera ben più limitata rispetto al suo impegno in Siria, è attiva da un lato attraverso il sostegno militare ad Haftar, ad esempio con l’impiego informale di mercenari del gruppo Wagner; dall’altro, mantiene un canale di dialogo con il GNA di al-Serraj, come dimostrato dalla recente visita a Mosca di Khaled al-Mishri, presidente dell’High Council e profondamente sgradito ad Haftar per il suo passato nella Fratellanza Musulmana, invitato dal Parlamento russo per discutere della crisi in Libia. Attraverso questo approccio sui due fronti, la Russia cerca di rafforzare ulteriormente il proprio ruolo di mediatore nella regione mediorientale. In controtendenza appare l’amministrazione Trump, guidata in buona parte dal sostanziale disinteresse sulla Libia degli Stati Uniti che si sono limitati a rimarcare il loro appoggio a una soluzione politica all’interno del perimetro delle Nazioni Unite. D’altro canto, però, Washington ha mantenuto aperti i canali di dialogo con il governo di Tobruk e lo stesso Haftar in un piano di contenimento della minaccia jihadista, che rimane il tema di riferimento del quadrante nordafricano dal punto di vista americano.

Per quanto riguarda la condizione italiana, Roma fino ad ora si è sempre schierata apertamente a sostegno del governo di al-Serraj. I recenti sviluppi, tuttavia, hanno spinto il governo italiano a prendere contatto con Tobruk e a intavolare trattative per una risoluzione pacifica degli scontri in atto. Come per gli altri paesi coinvolti, l’Italia può avere un ruolo ancora rilevante in Libia in virtù non solo dei trascorsi storici ma anche dei legami creatisi a partire dal secondo dopoguerra. Gli interessi principali rimangono la fornitura di risorse energetiche, in primis il petrolio, gli investimenti effettuati negli anni da aziende come Eni o altre, le questioni di sicurezza delle coste libiche anche in chiave di controllo dei flussi migratori provenienti dall’Africa subsahariana e per l’influenza che l’Italia può esercitare come attore nel Mediterraneo. Permangono i dubbi su come far valere le prerogative nazionali in concorrenza con paesi come la Francia, la quale opera anch’essa per i medesimi interessi politico economici nell’area. In definitiva, appare chiaro in ogni caso che la stabilizzazione della Libia per via pacifica può avvenire solo con una conciliazione fra interessi locali ed internazionali, altrimenti l’unica alternativa rimarrebbe l’opzione militare con tutte le incognite ad essa collegate. 

Quindi per l’Italia, la Libia dovrebbe rappresentare una priorità nell’agenda della politica estera: la sua instabilità ha infatti ricadute importanti per il nostro paese, in particolare per quanto concerne i flussi dei migranti e le forniture energetiche. Per questa ragione, lo sforzo dei vari governi italiani nel farsi promotori di un’iniziativa inclusiva e negoziata sulla Libia è sempre stato un impegno coerente alle esigenze del nostro interesse nazionale. La conferenza di Palermo tenutasi il 12 e 13 novembre mirava a conferire un ruolo di primo piano all’Italia e non da comprimaria, nella stabilizzazione dello scenario libico. Purtroppo, a distanza di diversi mesi i risultati auspicati ancora non si vedono.  

In questo contesto, un ulteriore mossa italiana è stata il tentativo di riportare gli Stati Uniti dentro la gestione politica della crisi. Washington dispone infatti più di altri dell’influenza necessaria per mediare tra gli interessi, spesso divergenti, degli attori internazionali coinvolti nella crisi (quelli europei, ma anche la Russia), così come di un’influenza significativa su molti degli attori regionali che hanno agito da battitori liberi alimentando il caos nel paese nordafricano (Arabia Saudita, Emirati, Qatar e Turchia). Tuttavia, l’amministrazione Trump è risultata molto riluttante a impegnarsi in nuovi teatri di crisi internazionali poiché l’attenzione di Washington è prevalentemente rivolta verso il colosso cinese. Malgrado il sostegno espresso da Trump all’iniziativa italiana, il fatto che né lui né il segretario di stato Mike Pompeo siano stati presenti a Palermo avrebbe dovuto mettere l’Italia all’erta sulla reale volontà statunitense di impegnarsi nella soluzione della crisi libica. In questo contesto il nostro paese deve gestire una fase articolata delle proprie relazioni con gli attori libici. Haftar è sempre stato lontano dagli interessi italiani: fin dal 2014 fu sponsorizzato e aiutato da Egitto ed Emirati ma poi anche da Russia e Francia, perché si faceva da un lato protettore della Cirenaica dall’altro campione della lotta agli islamisti, mentre aveva un minor peso nelle aree di interesse dell’Italia: Fezzan e Tripolitania, dove passano i flussi energetici e i traffici di esseri umani. 

Tuttavia, la politica messa in atto da Roma non sempre è risultata coerente: l’Italia è sembrata tentennare, bloccata in un guado fra il rischio di mettere a repentaglio i propri interessi a causa di una presa di potere di Haftar e la conservazione degli stessi tramite una parte, quella Tripolina, sorretta da una minoranza di forze (in particolare Qatar e Turchia) potenzialmente sempre più fragile sullo scenario internazionale. 

I tempi per un ingresso di Haftar nella capitale e per una presa di potere sul paese non appaiono maturi. Finché Misurata e altre milizie difendono la capitale, la vittoria del generale rimane difficile. Haftar ha combattuto per anni prima di liberare Bengasi, ha già subito le prime perdite solamente avvicinandosi alle zone limitrofe di Tripoli. La propaganda di Haftar lo dipinge come un leader che combatte i terroristi, ossia le diverse milizie nella capitale. Tuttavia, occorrerebbe evidenziare che parte delle milizie che l’esercito nazionale libico sta in queste settimane bombardando furono quelle che combatterono i miliziani dello Stato Islamico nel 2016 in possesso della città di Sirte. 

Un ulteriore retroscena dietro la pretesa di “liberare Tripoli dai terroristi islamisti che controllano la capitale” consisterebbe nei problemi che affliggono la popolazione fedele ad Haftar, a partire dal mancato pagamento degli stipendi ai funzionari pubblici oltre che delle varie milizie. In base agli accordi di Skhirat del 2015, l’ONU ha riconosciuto i cosiddetti organi sovrani libici: l’Agenzia della contabilità dello Stato, la Banca centrale e la Compagnia petrolifera nazionale. Secondo gli accordi siglati, le royalty pagate dalle compagnie petrolifere vengono versate direttamente alla Banca centrale che poi le distribuisce ai diversi attori, al governo di al-Serraj e al parlamento di Tobruk in Cirenaica. I due governi provvedono a distribuire tali risorse a chi ne ha diritto sul proprio territorio. Da gennaio però la Banca centrale non invia più alle regioni orientali e meridionali (controllate dal LNA) la quota prevista con il risultato di provocare una crisi di liquidità e il mancato pagamento di stipendi e altro ancora. Il governo Al Thinni a Tobruk, tramite la sede locale della Banca centrale, ha reagito chiedendo ingenti presiti e finanziamenti ad alcuni paesi del Golfo, in particolare Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti; una ennesima dimostrazione del loro sostegno ad Haftar.

L’Italia ha osservato il ruolo del leader cirenaico crescere nel tempo grazie appunto al supporto internazionale. Scegliendo a Palermo di avviare un dialogo più diretto con il generale Haftar dopo che altri attori internazionali avevano creato con lui una relazione privilegiata, il governo italiano già in precedenza aveva rischiato di provocare una caduta di credibilità sia a ovest tra le componenti più vicine a Roma, sia a est tra quelle che sostengono il generale, e che hanno interpretato l’apertura di fiducia come una sintomo di debolezza o una tacita ammissione dell’impossibilità di sostenere a lungo la propria strategia in supporto al premier Fayez al-Serraj e al governo riconosciuto dalle Nazioni Unite.

Per concludere, la dichiarazione del presidente Conte di fine aprile relativa a un posizionamento neutrale dell’Italia aveva il chiaro obiettivo di tenere una posizione di equilibrio fra i contendenti ma rischia di essere percepita come fin troppo ambigua e inaffidabile dal resto della comunità internazionale.

 

 

 

 

 

 

Libia: passato, presente e (quale) futuro tra gli interessi americani, russi e italiani

Alla fine del 2011, con l’uccisione di Gheddafi e la fine della dittatura in Libia, si pensava che il Paese potesse intraprendere un percorso di democratizzazione, raggiungere un buon grado di stabilità e pacificazione. Da quella data sono ormai trascorsi più di otto anni e appare chiaro che le speranze della Comunità internazionale non si sono realizzate. Al contrario, se durante la dittatura di Muammar Gheddafi la maggior parte degli Stati interessati alla Libia aveva un nemico comune, con la sua caduta si sono manifestati sempre più gli interessi nazionali di singoli Stati, il progressivo disimpegno americano controbilanciato dal maggiore intervento russo. L’Italia prova a svolgere un ruolo.

Libia: passato, presente e (quale) futuro tra gli interessi americani, russi e italiani - Geopolitica.info Da Open "Cosa può succedere in Libia e che ruole potrà giocare l'Italia" di Riccardo Liberatore

Dalla fine della dittatura al periodo dell’instabilità  Alla fine del febbraio 2011, dopo quattro decenni di dittatura, la popolazione della Libia si rivoltò contro Muammar Gheddafi. Gheddafi minacciò come risposta una brutale repressione. Gli alleati della NATO, dopo alcune esitazioni iniziali, hanno attaccato il regime nell’ambito di un mandato del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unitela campagna militare aerea ha avuto una durata di circa sette mesi, portando alla fine della dittatura nel mese di ottobre, quando Gheddafi è stato catturato e ucciso dalle forze ribelli. Con la conclusione della guerra, aluni osservatori sostenevano che la Libia avrebbe avuto un percorso verso la stabilizzazione e la democrazia meno traumatico e problematico rispetto ad altri Paesi, anche grazie al fatto che le frange ribelli erano state in parte unificate e gli Stati vicini, in particolare Tunisia ed Egitto, guadavano con favore alla transizione della Libia verso la pace. Inoltre, i danni alle strutture economiche, comprese quelle petrolifere e del gas, erano stati limitati, consentendo un continuum nei rapporti commerciali con l’Occidente. Con la risoluzione 2009 del 16 settembre 2011, il Consiglio di Sicurezza ha dato mandato alla Missione delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), sotto la guida del rappresentante speciale delle Nazioni Unite, Ian Martin, avente gli obiettivi di assistere e supportare gli sforzi libici per stabilire la sicurezza, intraprendere un dialogo politico, estendere l’autorità dello Stato, promuovere e proteggere i diritti umani, riavviare l’economia e coordinare lo sforzo internazionale. In linea con una politica di guerra finalizzata a fornire supporto solo su quelle aree dove avevano risorse speciali, gli Stati Uniti assunsero un ruolo rilevante solo in alcuni compiti, come ad esempio il monitoraggio e la protezione delle armi di distruzione di massa di Gheddafi o dei sistemi di difesa antiaerea portatili, che si riteneva fossero diverse migliaia. Oltre alle Nazioni Unite, anche l’Unione Europea istituì una missionecome anche singoli Stati (ad esempio Francia, Gran Bretagna, Italia e altri)Ma la situazione nel corso negli anni non è miglioratala comunità internazionale non è stata capace di unirsi in un unico fronte e la Libia è entrata a fare parte del grande gioco per il riassetto delle sfere d’influenza tra Usa, Russia e Francia nel Mediterraneo e in Medio Oriente. 

l disimpegno americano e il maggiore coinvolgimento russo  

Per quanto concerne gli Stati Uniti, in contrasto con l’amministrazione precedente, che era stata in capolinea insieme all’Europa, e soprattutto all’Italia, dell’insediamento a Tripoli di un premier sotto egida ONU, con l’obiettivo di riunificare il Paese, gli Stati Uniti di Trump hanno dimostrato di voler restare al minimo del coinvolgimento (seguendo una strategia geopolitica basata sulla dottrina Cebrowski1.) Il disinteresse americano nei riguardi della Libia è da collegare, tra gli altri, al tema del petrolio, una fonte energetica a cui gli Stati Uniti non attribuiscono più la stessa importanza strategica del passato, in quanto con lo shale gas sono diventati autosufficienti. Per l’attuale amministrazione americana, la Libia è una questione soprattutto di guerra al terrorismo e ciò è emerso anche recentemente, nel momento in cui sono trapelati dettagli di una telefonata intercorsa tra il presidente Donald Trump e il generale Haftar, nella quale il presidente statunitense ha riconosciuto gli sforzi del feldmaresciallo di Bengasi per combattere i terroristi. 

 Al contrario, la Libia interessa alla Russia per diversi motiviin primis occorre menzionare che Mosca ha da sempre necessità di avereavamposti nel Mediterraneo: l’accesso ai mari caldi è fondamentale nella strategia marittima del Cremlino, ma avere alleati nel Mediterraneo non è semplice, anche perché le potenze coinvolte sono molte. Oltre a ciò, tendenzialmente sono tre le direttrici su cui si sviluppa la politica russa in Africa e in Medio Oriente: energia, infrastrutture e armi. A questi interessi, si uniscono rilevanti interessi economici. Non si può non citare il fatto che il ministro Darsi, a Mosca, ha confermato gli accordi con la Russia per lacostruzione dell’alta velocità Bengasi-Sirte, in un’area controllata da Haftar. Un contratto da2 miliardi di dollaricirca, che per i libici significa principalmente sviluppo e collegamento fra le diverse parti del Paese, mentre per la Russia è di primario interesse coinvolgere le sue aziende nellaricostruzione libicaVa comunque sottolineato che il Cremlino, dopo la caduta di Muhammar Gheddafi, si è mosso con prudenza, benché non abbia mai nascosto le simpatie perKhalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica. Prova ne è anche il viaggio del maresciallo libico a Mosca, dove ha incontrato il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu e pare abbiano discusso le strategie per risolvere la crisi libica e il contrasto al terrorismo. Al contempo la Russia non ha mai negato il riconoscimento del governo di unità nazionale diFayez al Sarraj. E una conferma è arrivata dalviaggio a Moscadel ministro dell’Economia del governo di accordo nazionale,Naser al Darsi, che si è recato nella capitale russa per parlare con i suoi interlocutori del Cremlino, in particolare con il vice ministroMikhail Bogdanov(che ha successivamente preso parte alla conferenza a Palermo in rappresentanza del governo russo). Una scelta bipartisan che ha come scopo ergersi a potenza mediatrice e necessaria per tutti gli schieramenti utili alla strategia russa.  

 Quale ruolo gioca l’Italia? 

L’Italia ha cercato e sta tutt’ora tentando di stabilizzare la situazione in Libia, anche grazie alla presenza di personale diplomatico presente a Tripoli e a contatti con le maggiori potenze mondiali. L’ex ministro dell’interno Minniti ha effettuato un viaggio in USA per illustrare a Washington la strategia italiana per quel che riguardava il controllo dell’immigrazione mediterranea, ed è poi emerso come gli Stati Uniti considerassero (e forse considerino ancora) di grande importanza le azioni politiche intraprese fino dall’Italia per stabilizzare il territorio e la conseguente volontà americana di fare affidamento sull’Italia come paese “imprescindibile per la sfida strategica del Mediterraneo” anche nella lotta contro il terrorismo, evitando così che la Libia diventi la nuova base dell’ISIS sfruttando i flussi migratori per colpire l’Europa. La sfida cruciale del Pentagono è quella di evitare che tra i migranti possano nascondersi pericolosi terroristi in fuga dalle zone di guerra dopo il crollo del sedicente Stato islamico.  L’impegno italiano si nota anche in seguito all’organizzazione di una conferenza internazionale sulla Libia a Palermo nel Novembre 2018, idea nata in occasione della visita del premier Giuseppe Conte a Washington e che, nell’immediato, ha trovato l’appoggio del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, favorevole a un rinnovato impegno del nostro Paese nel teatro di crisi del paese nordafricano. Al summit tenutosi a Palermo il 12 e 13 novembre, tuttavia Trump non ha preso parte, così come diversi dei capi di stato – Putin, Macron e Merkel – ai quali inizialmente si era pensato. Sul piano libico alcuni dei leader più influenti, tra questi il presidente del Governo di Accordo Nazionale (GNA) riconosciuto dall’ONU Fayez al-Serraj, il presidente del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh Issa, il presidente dell’Alto consiglio di Stato libico Khaled al-Mishri, hanno subito aderito. La mancata certezza della presenza e della partecipazione al summit di Roma di Khalifa Haftar, il potente generale appoggiato da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia e Russia che controlla la Cirenaica e l’Esercito nazionale libico, si è risolto alla fine con una formula piuttosto ambigua nella quale il generale ha potuto sostanzialmente scegliere chi vedere bilateralmente, evitando invece di prendere parte a sedute plenarie. L’Italia ha lavorato alla creazione di un consenso attorno a un nuovo percorso condiviso con le Nazioni Unite e non ha imposto una linea o nuove scadenze. Innescatosi il meccanismo di preparazione della conferenza, è stata in grado di trasformarla in qualcosa di diverso: non più un punto di svolta della crisi libica, come forse inizialmente un po’ in maniera velleitaria ci si attendeva, ma una conferenza di servizio, che ha rappresentato il rilancio della nuova road map delle Nazioni Unite. Il nuovo piano per la Libia sembrava dovere molto al contributo di idee e indirizzo dell’Italia, a cominciare dall’insistenza sulla ricomposizione del quadro delle istituzioni economico-finanziarie libiche, al maggior coinvolgimento degli attori militari che hanno il controllo reale del terreno e di tutte quelle parti di paese che erano rimaste escluse precedentemente, ma nonostante alcuni tentativi di pacificazione e dialogo, nel corso degli ultimi mesi la situazione in Libia si è ulteriormente aggravata. Le milizie che sostengono Al Sarraj e quelle del governo cirenaico di Tobruk si stanno affrontando ormai dagli inizi di aprile e l’escalation è iniziata a 10 giorni dalla “Conferenza nazionale”, l’incontro sotto l’egida dell’ONU che avrebbe dovuto portare a un accordo per arrivare a elezioni. Il primo ministro al-Serraj, all’inizio di maggio, ha intrapreso un viaggio in Europa per sollecitare il sostegno verso Tripoli, ha bisogno di aiuto per contrastare l’offensiva militare dell’Esercito nazionale libico lanciata dalla Cirenaica, ormai da quasi due mesi, dal generale Khalifa Haftar. Ma ancora una volta la comunità internazionale è divisa: la Russia si è opposta ad una presa di posizione contro l’avanzata del generale cirenaico Kalifa Belqasim Haftar, motivata a fini di «anti-terrorismo», gli USA hanno chiesto tempo per valutare meglio le prospettive in campo, a Roma il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi ha ricevuto la visita dell’omologo francese Jean-Ives Le Drian e i due hanno chiesto un cessate il fuoco immediato, a cui devono seguire una tregua umanitaria per prestare assistenza alle persone colpite e la ripresa del processo politico, unica possibile soluzione alla crisi libica. Occorre anche menzionare l’intervento, in videoconferenza da Tripoli, dell’inviato speciale Ghassam Salamè, il quale ha evidenziato i pericoli che potenze estere si intromettano in Libia inviando uomini e armi, ha chiesto di rafforzare l’embargo sugli armamenti già operante dal 2011. 

Una difficile soluzione 

In conclusione, se per anni gli Stati Uniti hanno fornito sostegno militare e di intelligence per la sicurezza della regione, nell’ultimo periodo hanno mostrato disinteresse verso il Paese e questo vuoto sta tentando di riempirlo la Russia di Putin. Per quanto concerne l’Italia, uno dei principali alleati di al-Sarraj, nei giorni scorsi ha ospitato a Roma il generale Haftar. L’uomo forte della Cirenaica ha avuto circa due ore di colloqui riservati col premier Giuseppe Conte, alla fine dell’incontro Conte avrebbe ribadito la posizione italiana legata alla road map stabilita dall’ONU che, per essere attuataha necessariamente bisogno che cessino le ostilità, anche per evitare il rischio di una crisi umanitaria nell’area di Tripoli. Inoltre, lo stesso giorno in cui Conte ha ricevuto Haftar l’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Buccino ha incontrato a Tripoli il ministro dell’Interno del GNA, Fathi Bashaga, al quale ha espresso l’appoggio dell’Italia al governo di Accordo nazionale. La posizione dell’Italia sembra dunque rimanere costante, uno dei principali obiettivi è di promuovere il dialogo, ma la situazione in Libia non sembra facilmente risolvibile nell’immediato. 

 

 

 

 

 

Per superare la crisi in Libia: una forza europea di interposizione e ristabilimento della pace

La contrapposizione fra le milizie di Haftar e quelle di Al Serraj si intensifica ogni giorno di più: a due settimane dall’inizio dell’offensiva, i morti hanno superato le 200 unità, i feriti sono circa 1.000 ed ancora di più gli sfollati, oltre 25.000 persone che fuggono dal fuoco delle milizie contrapposte.

Per superare la crisi in Libia: una forza europea di interposizione e ristabilimento della pace - Geopolitica.info Fonte: occhidellaguerra.it

Gli sforzi per arrivare ad un cessate il fuoco sono stati finora senza risultato. Le diplomazie sono al lavoro, e quella italiana si sta prodigando più di altre, senza tuttavia registrare disponibilità dalle parti in causa: Haftar, sostenuto da Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi Uniti da una parte; il governo di Al Serraj, affiancato da Turchia e Qatar, dall’altro. Sullo sfondo, neanche troppo defilate, Russia e Francia sostengono Haftar, la prima interessata ad un porto nel Mediterraneo per le proprie navi; la seconda, che mira ad accrescere la propria influenza economica nel paese.

L’Italia, nella ricerca di un componimento diplomatico fra le parti, mantiene aperto il dialogo con entrambe. Ma senza significativi riconoscimenti. Ecco allora che si pone, urgentemente, l’opportunità o, forse meglio, la necessità di interporre una forza di peace-enforcement che fin da subito, e probabilmente per un tempo abbastanza prolungato, concorra a riportare una tregua e consenta di avviare il processo, appena interrotto, che porti ad elezioni politiche nel paese.

Al Serraj ha paventato la minaccia che fino a 800.000 profughi e rifugiati possano riversarsi in Europa se non si riuscisse a fermare i combattimenti. Probabilmente il numero è volutamente elevato per fare pressione sulla comunità internazionale. Cionondimeno, pur se in dimensioni più contenute, il rischio c’è tutto e va tempestivamente affrontato. Anche per la possibilità che fra migranti e rifugiati possano infiltrarsi jihadisti e attentatori di varia estrazione.

A questo rischio sono esposti i paesi Europei che si affacciano sul Mediterraneo, e in primis l’Italia, per la sua vicinanza geografica alla Libia. Ma, come l’esperienza ha dimostrato, l’Italia è stata spesso un paese di transito e passaggio, per migranti diretti verso altri paesi Europei. È una sfida, quindi, che accomuna l’Europa nel suo insieme su un tema – la pressione dei migranti –che finora non ha trovato una risposta comune. Anzi, ha generato contrasti e divisioni, che si sono recentemente accentuate.

Il numero e il tipo di intervento di questa forza di interposizione andrebbe definito in sede internazionale. Potrebbe ricevere auspicabilmente mandato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU, qualora si trovasse il consenso tra membri, anzitutto quelli con il seggio permanente (USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito). Oppure potrebbe avviarsi su richiesta del governo libico internazionalmente riconosciuto, ovvero quello con sede a Tripoli ed assediato dalle forze di Haftar. La forza dispiegata dovrebbe basarsi su un significativo contributo in termini di truppe da parte dei paesi europei, quelli più interessati al contenimento della pressione migratoria. Certamente quindi una nutrita rappresentanza dei paesi mediterranei più esposti – Italia, Francia, Spagna e Grecia – senza peraltro ignorare il contributo che anche altri paesi come gli Stati Uniti potrebbero dare.

L’obiettivo dovrebbe essere di raggiungere il cessate il fuoco nel più breve tempo possibile, contribuendo ad assistere e curare i feriti negli scontri finora registrati. In questo senso, l’Italia è già presente con il presidio ospedaliero garantito da un nostro contingente militare a Misurata.

In una situazione quantomeno parzialmente stabilizzata grazie alla forza di interposizione, si potrebbe riprendere il percorso già avviato con la conferenza di Palermo ma interrotto dallo scoppio delle ostilità e pianificare in prospettiva la tenuta di elezioni generali.

Contemporaneamente, l’Unione Europea dovrebbe dare concreta attuazione al piano di assistenza e sviluppo ai paesi africani, anche altrimenti definito Piano Marshall per l’Africa, più volte richiamato nelle varie sedi istituzionali europee. Senza un piano di sviluppo, assistenza e cooperazione di lungo periodo, non sarà mai possibile contenere stabilmente i flussi migratori provenienti dal Nord-Africa. Occorre avviare al più presto progetti di collaborazione che spingano imprese europee ad investire in quelle aree attraverso la realizzazione di infrastrutture, materiali ed immateriali, che facilitino la formazione e circolazione di risorse in grado di valorizzare le economie locali.

È un percorso oneroso e impegnativo, con ritorni che possono esprimersi solo nel medio e lungo termine. Se non lo si imbocca con decisione e determinazione, sarà difficile gestire le sfide che si porranno in tema di pressione migratoria dal continente africano. Ad oggi, rimane peraltro irrisolto il nodo di fondo della questione, rappresentato da partner europei che fino ad oggi si sono dimostrati sostanzialmente sordi e estranei di fronte alle sfide poste dall’Africa.

Questo anche per via di una sostanziale inerzia ad agire tramite lo strumento militare in maniera più assertiva (che non significa ben inteso in maniera più aggressiva, ma significa invece muoversi in favore dei più esposti alla violenza). Tra l’altro, il solo annuncio della mobilitazione di una forza di interposizione, oppure il semplice dispiegamento di una flotta multinazionale al largo della Libia, potrebbe fin da subito innescare una disponibilità delle parti a sedere al tavolo del negoziato diplomatico ed interrompere le ostilità.

Sollevare questi temi in sede europea riflette nostri specifici interessi nazionali, la cui tutela si combina con l’interesse a trovare risposte mirate alla crisi in atto in Libia. Farsene interprete può accrescere il peso ed il ruolo dell’Italia nel contesto internazionale: sostenere l’urgenza di una forza di interposizione fra le parti in conflitto, peraltro, è un complemento abbastanza consequenziale all’impegno già dispiegato in Libia nell’addestramento della Guardia Costiera e nel presidio militare medico di Misurata, nonché un appello affinché l’Europa inizi ad agire in maniera pro-attiva a tutela della propria sicurezza.

La Libia aspetta l’uomo forte

Sono rientrato in Italia dalla Libia la notte tra il 3 e il 4 aprile. Poche ore prima dell’avanzata della colonna di Haftar verso la “capitale” Tripoli. Nei giorni precedenti, la maggior parte dei miei interlocutori libici, il cui destino era comunque legato alla tenuta del Governo, tendeva o a sviare dalle mie domande sui temi strettamente politici o a ridicolizzare il parlamento di Tobrouk e il “vecchio” Generale.

La Libia aspetta l’uomo forte - Geopolitica.info

Da venerdì, queste certezze si sono velocemente incrinate, come è evaporato il sostegno internazionale a Serraj. Nello scambio dei messaggi, nelle telefonate via Skype si fa strada la paura di ripiombare nei momenti più bui della fase post-rivoluzionaria: il 2014 e il 2017, di cui molti edifici – soprattutto delle infrastrutture più importanti – portano traccia, “esponendo” ancora tutto il catalogo delle munizioni disponibili negli eserciti dell’ex Patto di Varsavia, o apparentati.

Si accalcano dal basso verso l’alto – mordendo dei palazzi come sifilide urbana – i fori dei colpi calibro 7,62 dei fucili d’assalto e delle mitragliatrici leggere sui primi piani, RPG e contraerea binata sui successivi. Intanto, si aspetta che gli altri giocatori determinanti – Zintan e Misurata – gettino nella mischia il loro peso specifico.

Il fronte è fluido e sui canali della propaganda riconosco i nomi di località visitate solo pochi giorni prima e oggi travolte dai combattimenti o colpite dalle salve di razzi.

Allora, non posso non pensare a come, nei caffè, nelle riunioni nelle case della borghesia impiegatizia umiliata dai ritardi del pagamento degli stipendi, dalle file estenuanti agli sportelli bancari, dalla scarsità di beni di consumo, e soprattutto da un senso di insicurezza fisica mai provata prima, si stia facendo strada – per ora a bassa voce – un senso di nostalgia per l’uomo forte che presto – come contraltare al caos e alla disgregazione – potrebbe trasformarsi in un progetto politico, qualora il cognome potente trovi un degno erede. In questo momento l’ordine vale più di ogni libertà.
A book about the story of the 21 Egyptians killed by ISIS and become martyrs. A focus to reconsider religious aspects in geopolitical dynamics

Observations from the reading of The 21: A Journey into the Land of Coptic Martyrs (by Martin Mosebach, Alta L. Price, Plough Publishing House, 2019, 272 pages)

A book about the story of the 21 Egyptians killed by ISIS and become martyrs. A focus to reconsider religious aspects in geopolitical dynamics - Geopolitica.info Globalist.it

The Libyan beach West of Sirte is the scenery. The Mediterranean Sea is in the background, it is possible to hear the sound of waves and a tragic event is about to happen: a slaughter perpetrated in the name of the Islamic State against «the nation of the cross». What leads the murderers’ hands is the utopian ideal of reorganizing a global Caliphate, without national borders and able to draw up on the imperialist basis that determines its action, following principles not instructed by a geographical order but imposed by matters first and foremost related to religious membership and capable of establishing themselves in political terms.

There are forty-two protagonists of the scene: twenty-one executioners – jihadists with their faces covered and wearing black tunics – and likewise are the prisoners, Egyptian Copts, forced to wear an orange coverall in order to emphasize the overturning of roles of Guantanamo and U.S. prisons in the global war on terror.

The episode not only concerns Islamic terrorism and the political and communicative strategy of ISIS, it is also part of another religious field: the Christian one, since the twenty-one prisoners were included in the Synaxarion and considered martyrs of the Egyptian Coptic church. The book The 21: A Journey Into the Land of Coptic Martyrs also debates this perspective, starting from the life of each of the twenty-one and defining a profile of the new saints of Coptic Church.

In the video reporting the wicked homicide – edited and broadcast by ISIS through its media centers – nothing is left to chance. The title speaks for itself: “A Message Signed with blood to the Nation of the Cross” and everything follows a meticulous communicative logic that appeals to strongly metaphorical aspects, capable of hitting the observer’s eye both politically and individually. As much of the multimedia production of the Caliphate and its media centers, the video obtained enormous media resonance, first of all addressing potential adherents of the Caliphate and simultaneously its opponents. This is demonstrated by the use of language: the excellent English of the jihadists’ spokesperson and subtitles both in English and Arabic.

The shooting starts: the torturers’ procession escorts the prisoners to the center of the scene, where the tormenters stop and their leader will pass the death sentence, approaching menacingly directly towards the lens; the gaze passes through the bandage that covers his face and the knife he is holding in hand is pointed right against the lens, to disrupt any video camera intermediation between killer and observer, even going beyond any cinematographic logic and in order to represent a threat.

The video is well-finished from a technical point of view, various video cameras are used, and at the end it offers a view that geographically wants to draw attention well beyond the filmed beach, taking the observer’s imagination towards the European context – and the Italian one in particular – and closing with the Mediterranean itself turning blood red. In the spokesperson’s words and in the scene shown there is the verdict of death for the prisoners and Rome is directly threatened, in a war not so much against the Western world as such, but against the Christian world in particular. This is the meaning of the video and its deepest metaphorical message.

What comes next is the cutting of prisoners’ throats, forced to kneel and filmed through a video camera coming closer while they whisper their last prayers. Starting from this scene, the book illustrates the awareness they had in facing death because of their religious affiliation (to demonstrate it, if needed, in the video there is a writing that describes them as “the followers of the hostile Coptic Church”), and it also focuses on the personal story of the Egyptian martyrs. It does it by combining the more truly subjective aspects placing them in a really particular context, the Egyptian one, where the Christian Copts constitute a clear minority. The author, Martin Mosebach, intrigued by the event, therefore decided to get to know it closely, gathering the lively testimonies of relatives and those who knew the twenty-one martyrs.

As a matter of fact the book is a sort of tale, mainly divided into chapters that tell the stories of the protagonists starting from the interviews collected during the journey in the Egyptian village of El-Aour, from which came most of the martyrs, who were migrant workers heading to Libya. The author highlights that, while meeting the martyrs’ families, a word of contempt for the murderers can never be inferred, but much more: a strong sense of belonging and even more a sense of pride of having a saint among family members.

It is worth reporting the story of one of them, since it reveals a heroism hardly conceivable by us, part of another field, and the comment of which here would risk to diminish its scope or, at most, to appear really unnecessary: that is what happened to Matthew Ayariga from Ghana, also a migrant worker and not a member of the Coptic church, who consciously decided to face the martyrdom, wanting to stay close to his companions and witnessing with blood the acquired faith in Jesus, as reported by the author. For this reason, considered the act of heroic testimony with which his earthly experience ended, he has been included in the Synaxarion too.

The effort made in the book is really praiseworthy, most of all to do justice to each one of the protagonists, emphasizing the normality of their lives and even more well contextualizing the entire event in the Egyptian world, where the expression of faith is not a secondary element but rather a decisive, distinctive existential factor, able to create a very strong personal and collective identity. In the Western world, the same martyrdom generally appears to be scarcely understandable, yet it turns out to be an essential element also to better understand the more strictly geopolitical dynamics.

Unlimited – and useless – efforts were made to demonstrate the lack of truthfulness of the video, even trying to question the actual killing of the twenty-one. On the Internet one can find attempts to prove that there is no correspondence between the footprints left on the beach and the martyrs’ feet, that the killings took place elsewhere, that the red of the blood of which the sea is tinged at the end of the video is not true or that the victims’ calm is unrealistic, since they do not rebel against their executioners. Some have supposed that the prisoners were drugged, others hypothesized that the repetition of the scene had induced them not to understand if their time had really come.

Even if it was a main factor in their lives, hardly anyone has instead connected their calm in facing death – martyrdom – with a religious logic: as hagiography reports, martyrdom – to be killed in the name of a faith – is historically lived as a moment of sanctification of one’s existence, as the – unparalleled, if you want – possibility to make one’s life virtuous in an otherworldly and Christian sense. It is therefore only in the light of this indestructible faith that one can fully explain the extreme calm with which they listen to the death sentence – the spokesperson’s words leave no doubt about it – and prepare to die.

Also in this case, there seems to be a kind of underlying short-sightedness on the part of Western media channels, that the book contributes to break down. In the martyrdom of the twenty-one, it makes little sense not to take into account the factor of religious membership and want to demonstrate the fabrication of the killings, moreover considering the level of brutality to which the Caliphate itself has accustomed us, on European soil and in other geographical contexts even using its own media channels: many other heads have been cut off, other prisoners have been executed by burning, and others were killed with firearms and so on.

Having watched the video in its full version, there is no doubt about the violence perpetrated against the twenty-one, entirely and forthright shown. Unfortunately, in this as in other cases, there are no middle ways: killings really happened, based on very clear political-religious categories and on a contrast to the Western world and, as in the point at issue, to the Christian one in particular. It is a persecution that in some parts of the world is perpetrated in a practically systematic way and little, too little, described by national and international media.

Therefore, Mosebach’s work gives us a vivid portrait of an experience and an event that the Western world struggles to fully understand. Anyway, it is possible to understand it just in the light of the journey undertaken by the author, in a place where religious belonging shapes people from their birth, where being a minority means facing a daily struggle, even at the cost of extreme sacrifice, as is well proved by the twenty-one protagonists of the video. This good book has the strong point of taking into account those aspects of religious affiliation that would deserve to be better considered in an all-inclusive analysis of geopolitical issues: as a matter of fact, it would help to better understand the reasons that drove the twenty-one terrorists to kill and the other twenty-one to face, as they actually did, that kind of death, refusing to convert to Islam and to join the Caliphate.

Alessandro Ricci
(Traduzione di Stefano Contini)

 

Ruolo delle Agenzie di Sicurezza alla luce delle sfide odierne cui è esposto il paese

In un panorama di continua esposizione alla minaccia terroristica, con due paesi limitrofi – Libia e Siria – afflitti da conflitti intestini, nonché una serie di minacce emergenti, a partire da quella cyber, che risultano insidiose anche per il nostro settore privato, è utile avviare una riflessione strategica sul ruolo delle nostre Agenzie di Sicurezza.

Ruolo delle Agenzie di Sicurezza alla luce delle sfide odierne cui è esposto il paese - Geopolitica.info Governo.it

 

È stata da poco pubblicata la relazione al Parlamento riguardante le attività del 2018, che ci offre spunti e riflessioni di natura geo-politica di significativa rilevanza per la conoscenza ed i modi di protezione dei nostri interessi nazionali, nonché capire più concretamente l’operato dell’Agenzia per la Sicurezza Interna (AISI) e dell’Agenzia per la Sicurezza Esterna (AISE) sotto il coordinamento del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (DIS) incardinato presso la Presidenza del Consiglio. Con il Reparto informazioni e sicurezza dello Stato Maggiore della Difesa, questo insieme di strutture costituisce infatti l’intelaiatura dei servizi di intelligence nel nostro paese.

Ci sono numerose “success stories” riguardo l’operato di AISE ed AISI, che potrebbero essere più apertamente condivise alla luce della crescente importanza di alimentare una cultura della sicurezza. I Servizi italiani godono di una elevata considerazione ed attenzione a livello internazionale. Riescono sempre meglio a fare sistema con le altre Amministrazioni dello Stato e si avvalgono di competenze mutuate da una iniziale ma crescente interazione con la società civile.

Rispetto a situazioni del passato che si sono connotate negativamente, l’attività dei Servizi si svolge ora in piena interazione con il “decisore Politico”, a partire dal Presidente del Consiglio e dai Ministri che siedono nel Comitato Interministeriale per la Sicurezza della Repubblica (CISR), ed in un quadro di controllo esercitato dal Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir). I risultati si possono misurare con diversi indicatori: forse quello più immediato e rilevante è che l’Italia, diversamente da altri paesi europei, non è stata coinvolta in alcun attentato di matrice jihadista; e dove si sono manifestate possibili minacce, sono state intercettate ed i possibili attentatori espulsi, grazie alle informazioni raccolte dai Servizi.

In Italia permane tuttavia un approccio di segretezza statica attorno al ruolo delle nostre Agenzie, laddove in altri paesi nostri alleati – pensiamo in primo luogo agli Stati Uniti con la CIA – il comparto conduce molte più attività di “public diplomacy” per far comprendere il proprio lavoro ai cittadini. Trasparenza e visibilità concorrono a valorizzare il ruolo dei Servizi, attirando verso di essi competenze ed esperienzeche altrimenti si indirizzano verso altri settori e professionalità. A livello universitario, i temi di “intelligence” cominciano a formare oggetto di un certo numero di corsi e seminari, facendo maturare consapevolezza e sensibilità in persone che saranno successivamente impegnate su fronti diversi ma sinergici ed interdipendenti – magistratura, diplomazia, mondo delle imprese industriali, avvocati di affari ed altri ancora. Nello stesso spirito, la Scuola di Formazione della nostra intelligence ha avviato accordi di collaborazione con atenei nazionali e centri di ricerca, pubblici e privati, per far sì che alla formazione del personale dell’intelligence italiana concorrano accademici ed esperti di varia provenienza.

Sfide alla sicurezza Interna

Le modalità di operazione dei Servizi includono informative ed analisi inviate ad Amministrazioni centrali, Agenzie esecutive e Forze di Polizia. Secondo l’ultima relazione, le informative si sono concentrate su xenofobia, terrorismo e cyber spionaggio, i principali temi d’allarme dei Servizi. In vista delle elezioni europee c’è il rischio concreto che possano aumentare gli episodi di intolleranza nei confronti degli stranieri. La relazione riporta che nell’anno trascorso l’ultradestra “ha fatto leva su iniziative propagandistiche e di protesta centrate sull’opposizione alle politiche migratorie, intrecciate con tematiche sociali di larga presa (sicurezza, casa, lavoro, pressione fiscale). Episodi che potrebbero conoscere un inasprimento con l’approssimarsi dell’appuntamento elettorale europeo”.

Il fenomeno dei “radicalizzati in casa” è un altro degli ambiti che sta più impegnando l’intelligence italiana. Si tratta, secondo i Servizi, di un bacino “sempre più ampio e sfuggente” che richiede un attento monitoraggio per cogliere segnali del possibile passaggio “dalla radicalizzazione all’attivazione violenta” nonché il passaggio alla minaccia jihadista per gli elementi appartenenti alla comunità musulmana. Particolare attenzione è dedicata ai foreign fighters partiti per la Siria o l’Iraq, a vario titolo collegati con l’Italia: sono 138 e se ne teme il rientro in patria per vie clandestine.

L’immigrazione clandestina è, per la nostra collocazione geografica, un altro tema che ha richiesto molta attenzione.  Lo sbarco di migranti sulle coste italiane ha registrato nel 2018 una contrazione dell’80 percento. Ciò è dovuto alla “rafforzata capacità della Guardia Costiera” libica da un lato e alla “drastica riduzione delle navi delle ONG” davanti alle coste italiane dall’altro. Sul calo ha anche inciso il potenziamento dei controlli a Sud della Libia, su cui si erano concentrate le iniziative del precedente Ministro degli Interni Minniti.

Sfide al sistema paese

A fianco dei problemi di sicurezza interna, che sono di tradizionale interesse dei Servizi di intelligence, se ne pongono di nuovi, a livello di sistema paese, che richiedono nuove competenze e nuove capacità. Nelle considerazioni dell’economista Michael Porter, il vantaggio competitivo di un paese si misura nell’essere “home base” per industrie in settori tecnologicamente avanzati e ad elevato valore aggiunto. Negli anni più recenti diverse imprese del nostro paese, nella moda e nel lusso ma anche nelle telecomunicazioni, sono state acquisite da gruppi esteri. Fin quando ciò riflette corrette transazioni di mercato, pur se con rammarico per il mancato intervento di altri gruppi nazionali, possono ancora configurarsi come una opportunità per il sistema paese, che richiama interessi e investimenti da altri paesi. L’importante è che i centri decisionali e le attività di ricerca e sviluppo restino nel paese. Per altro verso, invece, non sono infrequenti processi di acquisizione che riflettono operazioni opache e poco trasparenti, riconducibili ad attori ostili o illegali, sovente schermati da complesse triangolazioni finanziarie. Per prevenire o contenere questi episodi i Servizi devono potenziare l’arruolamento di esperti con conoscenze specifiche di natura finanziaria e gestionale/industriale, in grado di leggere ed interpretare i bilanci delle società ed i movimenti di capitale sottostanti. In questo senso, potrebbero più apertamente attingere questo expertise dal settore privato.

In parallelo, le minacce allo spazio cibernetico ed alle infrastrutture critiche sono un tema espressione della società digitale nella quale ormai viviamo, con azioni dei Servizi mirate a prevenire attacchi ai nostri sistemi informatici. Nell’anno 2018 il numero complessivo dei cyber attacchi è più che quintuplicato rispetto al 2017. La protezione dei dati è un aspetto che si è consolidato nel sistema delle imprese, che dedicano crescenti risorse – umane, tecnologiche e finanziarie- al loro presidio. Quanto più queste risorse riusciranno ad interagire efficacemente con quelle che i Servizi dedicano alla cyber security, tanto più i rischi di attacchi ai relativi sistemi sarà mitigato.

Sfide alla sicurezza esterna – una riflessione ad hoc sulla Libia

Tra le molteplici situazioni di crisi internazionali, cui il nostro Paese è esposto, una riflessione ad hoc sulla Libia, che costituisce la priorità numero uno di sicurezza esterna con immediati riflessi interni. Ricordiamoci che l’Italia è stato il primo e, fino a poco tempo fa, unico fra i paesi europei a riaprire la sua ambasciata a Tripoli nel gennaio 2017. La Conferenza internazionale sulla situazione in Libia, “for Libya, with Libya”, organizzata dall’Italia a Palermo gli scorsi 12 e 13 novembre, cui hanno partecipato numerosi paesi, Stati Uniti e Russia inclusi, ha rappresentato una tappa – speriamo significativa – nel processo di stabilizzazione del paese. Le posizioni di Francia e Italia si sono riavvicinate, trovando una sintesi nel piano per la Libia presentato all’ONU dal rappresentante speciale, il libanese Salamè. I principali punti riguardano le elezioni da tenersi appena possibile nel 2019 dopo la convocazione di un’assemblea da tenere in Libia per far esprimere tutte le parti rappresentative; la formazione delle forze di polizia e la gestione in un’unica Banca Centrale dei proventi petroliferi con criteri di effettiva ridistribuzione fra tutte le parti.

Il ruolo dei Servizi, anche in questo contesto, è stato determinante, attraverso informative precise e dettagliate e facilitazione del dialogo tra i gli attori principali del processo di riconciliazione, incluso il coinvolgimento di Haftar a Palermo. Infatti, è solo grazie all’operato dei nostri Servizi in Libia che vi è un filo diretto di comunicazione tra Haftar, che governa su Bengasi e la Cirenaica, ed il Primo Ministro Conte, che anche nel post-Palermo sta continuando a giocare un ruolo di primo piano per attuare il piano per la Libia predisposto da Salamè.

Uno sguardo al futuro in prospettiva europea

L’enfasi sul coordinamento fra le Agenzie informative non sarà mai ridondante. In termini di cooperazione internazionale, più i Servizi fanno sinergia e non operano in competizione fra di loro, maggiori e più efficaci sono i risultati conseguiti. In questo senso possono essere letti i passi avanti compiuti recentemente in direzione di un’azione coordinata di una intelligence europea, che integri quelle nazionali comunque ancora prevalenti. Attraverso incontri e conoscenze che maturano anche a livello personale fra attori dei diversi Stati Membriche si incontrano a Bruxelles, può rafforzarsi uno spirito di collaborazione che in tempi anche ravvicinati può determinare un vero salto di qualità nell’intelligence europea.

 

La vicenda dei 21 egiziani uccisi dall’ISIS e divenuti martiri copti in un libro. Per riconsiderare gli aspetti religiosi nelle dinamiche geopolitiche

Considerazioni a partire dalla lettura di The 21: A Journey into the Land of Coptic Martyrs di Martin Mosebach, Alta L. Price, Plough Publishing House, 2019

La vicenda dei 21 egiziani uccisi dall’ISIS e divenuti martiri copti in un libro.  Per riconsiderare gli aspetti religiosi nelle dinamiche geopolitiche - Geopolitica.info Globalist.it

Lo scenario è quello della spiaggia libica a Ovest di Sirte. Il Mediterraneo è alle spalle, si sente il rumore delle onde sullo sfondo e si sta per consumare un tragico evento, un eccidio perpetrato in nome dello Stato Islamico contro «la nazione della croce». A muovere la mano degli assassini è l’ideale utopico della ristrutturazione di un Califfato globale, che non abbia alcun confine nazionale e che possa attestarsi sulla base imperialistica che ne determina l’azione, secondo principi non dettati da un ordine geografico ma da questioni anzitutto relative all’appartenenza religiosa e che possano affermarsi in termini politici.

I protagonisti della scena sono quarantadue: ventuno esecutori, jihadisti col volto coperto e vestiti di tuniche nere, e altrettanti prigionieri, di confessione copta-egiziana, a cui è stata fatta indossare una tuta arancione, volendo con ciò sottolineare il ribaltamento delle posizioni di Guantanamo e delle prigioni statunitensi nella guerra globale al terrore. L’episodio non ha solo a che fare con il terrorismo islamico e la strategia politica e comunicativa dell’ISIS. Rientra anche in un altro campo religioso: quello cristiano, essendo stati iscritti i ventuno prigionieri nel Sinassario, considerati martiri della chiesa copta egiziana. Il libro The 21. A Journey Into the Land of Coptic Martyrs tratta anche di questo aspetto, a partire dalla vita di ognuno dei ventuno e tracciando un profilo dei nuovi santi della Chiesa copta.

Nel video che ritrae l’efferato omicidio, prodotto e diffuso dall’ISIS attraverso i suoi centri mediatici, nulla è lasciato al caso. Il titolo parla già da sé: “A Message Signed with blood to the Nation of the Cross” e tutto risponde a una precisa logica di comunicazione che fa leva su aspetti fortemente metaforici, capaci di colpire l’occhio dell’osservatore sia dal punto di vista politico sia individuale. È un video che ha avuto un’enorme risonanza mediatica, rivolto anzitutto agli eventuali sostenitori del Califfato e al contempo ai suoi oppositori, come buona parte della produzione multimediale del Califfato e dei suoi centri mediatici. A dimostrarlo è l’uso della lingua: un ottimo inglese parlato dal portavoce dei jihadisti e le scritte riportate in duplice versione, inglese e arabo.

Il video si apre con il corteo degli aguzzini che scortano i prigionieri fino al centro della scena, dove si fermano e dove il capo pronuncerà la sua dichiarazione di morte, rivolgendosi minaccioso direttamente verso l’obiettivo, con lo sguardo che passa attraverso la fasciatura che ne copre il volto e con il coltello in mano, che viene rivolto proprio contro l’obiettivo, a voler squarciare ogni intermediazione della camera tra assassino e osservatore, andando anche oltre ogni logica cinematografica e volendo rappresentare una minaccia diretta.

Il video è curatissimo dal punto di vista tecnico, ci sono diverse camere utilizzate e si offre alla fine un panorama che geograficamente vuole rivolgere l’attenzione ben oltre la spiaggia ripresa, spingendo l’immaginazione dell’osservatore verso il contesto europeo e italiano in particolare, chiudendosi con il rosso del sangue che tinge le acque dello stesso Mediterraneo. Nelle parole del portavoce e nelle scene mostrate c’è il verdetto di morte contro i prigionieri e la minaccia diretta a Roma, in una guerra non tanto contro il mondo occidentale in quanto tale, ma contro il mondo cristiano più in particolare. È questo il senso del video e il suo messaggio metaforico più profondo. Segue lo sgozzamento dei prigionieri, fatti inginocchiare e ripresi avvicinando la camera mentre pronunciano le loro ultime preghiere. A partire da questa scena, insieme alla consapevolezza che essi hanno avuto nell’affrontare la morte per via della loro appartenenza religiosa (ad attestarlo, se ve ne fosse stato bisogno, c’è una scritta che compare nel video indicandoli come “the followers of the hostile coptic Church”), il libro si sofferma sulla vicenda personale dei martiri egiziani. Lo fa coniugando gli aspetti più propriamente soggettivi inquadrandoli in un contesto del tutto particolare, qual è quello egiziano, in cui i cristiano-copti sono una netta minoranza. L’autore, Martin Mosebach, incuriosito dalla vicenda, ha perciò deciso di conoscerlo da vicino, raccogliendo le vive testimonianze dei parenti e di chi ha conosciuto i ventuno martiri.

Il libro infatti è una sorta di racconto, suddiviso principalmente in capitoli che narrano le storie dei protagonisti proprio a partire dalle interviste raccolte durante il viaggio nel paese egiziano di El-Aour, dal quale provenivano la maggior parte dei martiri, lavoratori migranti verso la Libia. L’autore sottolinea come, incontrando le loro famiglie, non si evinca mai una parola di disprezzo verso gli assassini, ma molto di più: un forte senso di appartenenza e, ancor di più, di orgoglio per avere un santo tra i propri congiunti.

La storia di uno di loro vale la pena di essere riportata, poiché rimanda a un eroismo poco concepibile da noi e che però rientra in un altro alveo e il cui commento in questa sede rischierebbe di sminuirne la portata o, al più, di risultare davvero superfluo: è la vicenda di Matthew Ayariga, proveniente dal Ghana, anch’egli migrante lavoratore e non appartenente alla chiesa copta, che decise coscientemente di affrontare il martirio, volendo rimanere accanto ai suoi compagni e testimoniando col sangue l’acquisita fede in Gesù, come sottolinea l’autore del libro. Per questa ragione, per l’atto di testimonianza eroica con il quale è terminata la sua esperienza terrena, è stato anch’egli ricompreso nel Sinassario. È assai lodevole lo sforzo fatto nel libro, soprattutto per rendere giustizia a ognuno dei protagonisti, evidenziandone la normalità delle esistenze e, ancor di più, riuscendo bene a contestualizzare tutta la vicenda nel mondo egiziano, in cui l’espressione della fede non è un elemento secondario ma un fattore esistenziale dirimente, distintivo, capace di creare una fortissima identità personale e collettiva.

Nel mondo occidentale la stessa vicenda del martirio appare generalmente scarsamente comprensibile, eppure risulta essere un elemento essenziale anche per comprendere meglio le dinamiche più strettamente geopolitiche. Si sono in effetti protratti infiniti – e vani – sforzi per dimostrare la poca veridicità del video, cercando di mettere in discussione la reale uccisione dei ventuno. In rete si trovano tentativi di dimostrare come non vi sia corrispondenza tra le impronte lasciate sulla spiaggia e i piedi dei martiri, che le uccisioni siano avvenute altrove, che non sia vero il rosso del sangue di cui si tinge il mare alla fine del video o che la placidità delle vittime sia irrealistica, non ribellandosi ai loro aguzzini. Alcuni hanno ipotizzato che siano stati drogati, altri che la ripetizione della scena li abbia indotti a non comprendere se fosse giunto realmente il loro momento.

Nessuno o quasi, invece, ha riportato la loro calma nell’affrontare la morte – il martirio – a una logica religiosa, che pure è stato un fattore primario nelle loro esistenze: come l’agiografia ci riporta, il martirio, l’uccisione avvenuta in nome di una fede, è vissuto storicamente come un momento di santificazione della propria esistenza, come la possibilità – se si vuole unica – per rendere virtuosa la propria vita in senso ultraterreno e cristiana.

È dunque solo alla luce di quest’incrollabile fede che si può spiegare fino in fondo la calma estrema con la quale essi ascoltano la sentenza di morte – le parole del portavoce non lasciano dubbi in merito – e si preparano a morire. Anche in questo caso, sembra esservi una sorta di miopia di fondo da parte degli organi di comunicazione occidentali che il libro contribuisce a smontare: non considerare il fattore di appartenenza religiosa nel martirio dei ventuno e voler dimostrare la falsità delle uccisioni ha poco senso, considerando oltretutto il livello di brutalità al quale ci ha abituati lo stesso Califfato, sul suolo europeo e in altri contesti geografici anche attraverso i suoi organi di comunicazione: moltissime altre teste sono state sgozzate, altri prigionieri sono stati arsi vivi, altri ancora uccisi con armi da fuoco e non solo.

Avendo visto il video nella sua versione integrale, non ci sono dubbi sulla violenza perpetrata ai danni dei ventuno, mostrata integralmente e senza mezzi termini. Purtroppo, in questo come in altri casi, non vi sono vie di mezzo: le uccisioni sono avvenute realmente, sulla base di categorie politico-religiose ben precise, di una contrapposizione al mondo occidentale e, come nel caso in questione, cristiano più in particolare. Una persecuzione che in alcune parti del mondo viene perpetrata in maniera pressoché sistematica e di cui poco, troppo poco, si parla nei media nazionali e internazionali.

Il lavoro di Mosebach ci restituisce pertanto un ritratto vivido di un’esperienza e una vicenda che il mondo occidentale fatica a comprendere fino in fondo, ma che è possibile capire solo alla luce del viaggio intrapreso dall’autore, in un luogo dove l’appartenenza religiosa forma le persone fin dalla nascita, dove essere minoranza significa affrontare una lotta quotidiana, anche al costo del sacrificio estremo, come ben dimostrano i ventuno protagonisti del video. Il bel libro ha dunque il pregio di considerare quegli aspetti di afferenza religiosa che meriterebbero di essere maggiormente considerati in un’analisi onnicomprensiva delle questioni geopolitiche: aiuterebbe infatti a comprendere meglio le ragioni che hanno indotto i ventuno terroristi a uccidere e gli altri ventuno ad affrontare, come hanno fatto, quella morte, rifiutandosi di convertirsi all’Islam e aderire al Califfato.