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Libia: Turchia al posto dell’Italia? In ballo 140 miliardi d’euro. Parla Michela Mercuri

La fine di Gheddafi è diventata un conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia (come molti profetizzarono all’inizio) ma è sintetizzato in un dato clamoroso: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, ora come stato non esiste nemmeno più.

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Ancora viva la memoria di quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza nemmeno avvisarci, a noi, che avevamo appena firmato accordi per 5 miliardi d’euro, a noi che avevamo con l’Eni costruito tutti gli impianti petroliferi ed energetici del paese. Perchè? Il funzionario Sidney Blumenthal rivelò che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. Lo spiegò perfettamente anche il Sole 24 ore in numerosi articoli.

Lo scenario macroeconomico per l’ Italia

La vera guerra è interna, Haftar e Al- Serraj  hanno clienti diversi nella vendita del petrolio, export che fino al 2011 era in mano all’Eni tramite contratti  di cooperazione, in pieno stile Mattei, quindi avulso dal colonialismo assorbente francese o inglese.

La Libia detiene il 38% del petrolio africano e l’11% dei consumi d’Europa. Un greggio che fa gola a molti, ad oggi solo Eni estrae barili in Tripolitania, un monopolio che per  i turchi (e francesi…) deve finire. Non interessa sicuramente che l’ Italia abbia perso 5 miliardi di commesse a partire dal 2011. La Libia vale più o meno 140 miliardi d’euro nell’immediato e circa quattro volte e mezzo nel caso in cui più stati libici tornino ad esportare come prima della guerra. Questo l’asset previsto da inglesi e francesi. Uno stato confederale diviso in zone d’influenza o singoli stati indipendenti

Il punto geopolitico con la professoressa Michela Mercuri

Docente universitario, componente dell’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista (O.F.T.). Analista di politica estera, consulente, autrice, editorialista e commentatrice per programmi TV e radio nazionali. Le sue attività si concentrano su Mediterraneo e Medio Oriente, analizzando l’impatto della storia sulle problematiche attuali. Ha firmato diverse pubblicazioni, tra cui il libro Incognita Libia – cronache di un paese sospeso (2017).

Si parla di 140 miliardi stimati come valore economico della Libia per l’Italia. Rischiamo di mandare tutto in fumo?

 Lo scenario è complesso. Siamo di fronte ad un cambio di passo : Al- Serraj si è accordato con Erdogan per impegnare truppe turche in loco. Il loco sarebbe la zona ovest, ovvero proprio dove l’Italia ha proprie installazioni con Eni. Nell’accordo anche concessioni per l’esplorazione (quindi altro smacco ad Eni) e soprattutto una politica mediterranea volta ad escludere Cipro e concentrare in Libia la nuova politica “ottomana” della Turchia. Di fatto in Libia l’Impero Ottomano laciò campo all’Italia nel 1912 e giusto cento anni dopo…

Essere neutrali non ci ha portato bene. Sarebbe il caso di prendere posizione e mandarci i militari?

In questo momento in Libia decide chi ha i militari sul campo. Quindi in questo momento Russia e Turchia. Noi abbiamo un contingente (missione Ippocrate) a Misurata, ma per le regole d’ingaggio questi militari hanno spazio limitato. Si potrebbe utilizzare queste forze (magari in un contesto internazionale) per contrapporsi alle milizie di Al- Serraj, andando quindi a supportare Haftar. Difficile però in questo momento, soprattutto per l’ Italia.

Russia e Turchia possono prendere il nostro posto nonostante le rassicurazioni di Di Maio?

Il problema è che proprio la Turchia ha preso il nostro posto. Di Maio ha trovato un Al Serraj “tiepido”. Del resto, il libico ha bisogno di soldi ed armi e stringe accordi con chi garantisce quest’appoggio. L’ Italia ha perso molto terreno ed il rischio di scivolare fuori dallo scenario futuro è concreto.

Eni potrebbe co-partecipare ad una missione militare di stabilizzazione?

Eni lavora in Libia da tantissimi anni, ha una propria diplomazia e ha stretto contatti (e contratti) con i locali. Escludo possa partecipare ad azioni militari, non è proprio nella politica della compagnia.

Con l’eventuale vittoria di Putin ed Erdogan per noi sarà finita?

Con la Turchia a Tripoli noi abbiamo aperto un canale con Haftar e quindi con Putin. Ovviamente il paradigma cambia e per noi ci sarebbe solo un ruolo da gregari, Haftar ha alleati potenti come Francia, Russia e Stati del  Golfo.

Una riflessione a caldo sulla Libia: le “trattative armate” di Russia e Turchia e l’Italia senza coraggio

Il flebile cessate-il-fuoco stabilito in Libia previa mediazione turca (con al-Sarraj) e russa (con Haftar) in funzione dei colloqui di Mosca mette in evidenza l’ormai scarso peso italiano nella regione.

Una riflessione a caldo sulla Libia: le “trattative armate” di Russia e Turchia e l’Italia senza coraggio - Geopolitica.info A Libyan rebel who is part of the forces against Libyan leader Moammar Gadhafi sits next to a pre-Gadhafi flag as he guards outside the refinery in Ras Lanuf, eastern Libya, Monday, March 7, 2011. (AP Photo/Kevin Frayer)

La soddisfazione per la tregua espressa dalla Farnesina non si discosta di molto dalla fallimentare idea di azione unitaria dell’UE – mai stata così lontana dall’avere peso nel teatro libico – e dal pacifismo ideologico di Roma che è, specie quando si affrontano scenari di crisi, una palla al piede. Il governo italiano continua ad augurarsi che da Bruxelles si parli con una voce sola ma ormai gli europei, persino quelli che sembravano protagonisti indiscussi della crisi libica come francesi e britannici, hanno perso mordente e terreno dinanzi alla ingombrante presenza turca e russa.

Da attore principale della crisi libica l’Italia si è trasformata in una delle tante voci del coro, anche poco ascoltata – ed i giri di valzer targati Di Maio e Conte mostrano proprio questo – rispetto ai turco-russi che al contrario sanno bene quali carte giocare assieme pur essendo schierati su fronti opposti in questa vicenda. Un appoggio concreto ad al-Sarraj, privo delle macchiettistiche operazioni di “marketing” ( si vedano i “corsi gender” ideati dalla Trenta per gli ufficiali libici) e degli scrupoli ideologici (no alla vendita di armi al governo di Tripoli e no al supporto militare nonostante l’alleato libico fosse assediato), avrebbe permesso a Roma di evitare lo scivolamento di Tripoli verso Ankara: con questo non si vuole dire che non esistesse già un “legame speciale” tra Erdogan ed il governo tripolino in cui tanta parte ha la Fratellanza Musulmana, ma l’Italia aveva comunque una voce importante in capitolo e nulla si è fatto per mettere a frutto questo potenziale in termini politici.

Avendo lasciato uno spazio vuoto era chiaro che qualche altra Potenza avrebbe tentato di occuparlo; l’acuirsi della crisi militare ha consentito alla Turchia di giocare la carta muscolare inviando armi e truppe a Tripoli proprio nel momento in cui l’Italia scartava un’eventualità del genere. I “boots on the ground” – per quanto esigui siano al momento – hanno permesso alla Turchia di intavolare trattative con la Russia spostando di fatto il baricentro del conflitto dal campo di battaglia ai corridoi delle cancellerie, aprendo alla fase delle “trattative armate”. Quel che l’Italia poteva fare e che colpevolmente non ha fatto ha consentito ad una Potenza rivale – che per modus operandi e scelte strategiche sta assumendo lo stesso ruolo della Francia nel 2011, cioè quello di un formale alleato anti-italiano nella prassi – di allargare il proprio spazio di manovra fagocitando il nostro.

Il governo italiano sta approntando un nuovo decreto missioni per aprire alla possibilità di rafforzare la presenza militare in Libia cercando quindi di parare il colpo dei turchi e dei russi, proponendosi come un partner affidabile a cui richiedere uno sforzo per approntare un contingente che funga da “cuscinetto” tra Tripoli e Bengasi in vista dei colloqui di pace. Sarebbe un modo per tornare in ballo ma sempre da comparse e non da protagonisti; il dato di fatto è che Roma ha incoscientemente perso tempo e non è intervenuta massicciamente quando avrebbe potuto farlo, aggrappandosi invece alle norme internazionali, le quali sono valide in periodi tranquilli ma che durante le crisi valgono meno di zero.

Diceva Carl Schmitt che “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Si potrebbe benissimo adattare questo concetto anche alla politica estera evidenziando che “siede al tavolo chi decide sullo stato d’eccezione” e non si fa quindi spaventare dalle crisi politico-militari e che ne vede, anzi, le opportunità per incidere ed ampliare il proprio spazio d’influenza, in altre parole, per attuare – nell’ambito delle proprie possibilità, che non sono poche al di là della sempre negativa autopercezione – una politica di potenza. L’Italia ancora una volta si è comportata da “italietta” mettendo in luce, sia tra la classe dirigente che nell’opinione pubblica, i suoi mali endemici. Non è tanto questione di interpretazioni sbagliate dell’atlantismo ma di pavidità e della totale mancanza di volontà d’accettare e confrontarsi con il peso ed i costi del rischio.

Questo ragionamento vale a prescindere da quelli che saranno i risultati dei colloqui moscoviti e, della eventuale, Conferenza di pace a Berlino.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran

Mentre in Europa ci si affanna a dibattere di Green Deal e in Italia molte pagine dei giornali sono state riempite, negli ultimi giorni, da polemiche sulla conduzione del Festival di Sanremo, nel contesto vicino e mediorientale gli equilibri cambiano radicalmente. Tralasciando i toni delle opinioni più disparate, e spesso troppo polarizzate non solo dei media italiani ma più in generale di quelli internazionali, occorre allargare lo sguardo della crisi tra Stati Uniti e Iran al quadrante euromediterraneo: solo così sarà possibile rifuggire le prospettive apocalittiche e tentare di analizzare la crisi con maggior freddezza, scevri da visioni catastrofiche di una pur improbabile “terza guerra mondiale” (trend topicsu Twitter nelle ultime ore) e dalla simpatia o antipatia personale per Trump.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran - Geopolitica.info

L’uccisione di Qasem Soleimani va anzitutto compresa alla luce dell’approccio strategico dell’amministrazione statunitense e del riassestamento degli equilibri regionali successivi alla fine dell’esperienza statuale dello Stato Islamico. Insieme a questi fattori, però, non si possono però non considerare altre questioni dirimenti che ci portano a volgere lo sguardo a una geografia globale, complessa e incerta, alimentata anzitutto da specifiche strategie di attori che stanno ridisegnando la mappa geopolitica regionale e non solo. Vediamole con ordine, per comprendere meglio quanto sta avvenendo nel mondo.

1) La sconfitta dell’Isis – La battaglia di Baghouz in Siria, terminata nel marzo scorso, aveva posto fine all’esperienza territoriale del Califfato iniziata nel 2014. La presenza dell’Isis aveva sconvolto la geografia politica mediorientale con un progetto politico-religioso tendente all’affermazione globale e al superamento dei confini stabiliti nel corso dei decenni precedenti. Esaurito, almeno territorialmente, il pericolo più imminente incarnato dal Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e dai jihadisti aderenti all’Isis, che aveva coalizzato Stati e governi di estrazione molto differente tra loro, si è innescata una reazione pressoché immediata per il ruolo di potenza egemone regionale che ha coinvolto la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Iran. Si tratta di una dinamica storicamente ricorrente dei contesti di fine-guerra che ha visto coalizioni allargate accomunate da un unico nemico esterno. La più recente richiesta forzata del parlamento iracheno di ritiro di tutte le truppe straniere dal paese (decisione comunque da verificare, in quanto voluta da un esecutivo dimissionario e dall’astensione o assenza della componente curda e sunnita del parlamento) va letta anche alla luce di tali avvenimenti, e non solo come l’atto – questo sì, forse davvero incauto – di un governo di transizione dimissionario con la metà dei parlamentari presenti, col rischio di un intensificarsi ulteriore della crisi politica, sociale e di sovranità interna al paese.

2) La strategia Usa – Se Obama aveva legittimamente intrapreso una strategia nel contesto mediorientale di favorire un accordo con i paesi sciiti e con l’Iran, invertendo la rotta rispetto alle tradizionali coalizioni con i paesi sunniti – e in particolare con l’Arabia Saudita – Trump dal canto suo ha inteso, fin dall’inizio del suo mandato, ripristinare gli storici rapporti con i sauditi, interrompendo così il canale di dialogo con Teheran. Si tratta di due percorsi differenti che vanno inquadrati nel più generale obiettivo di posizionamento degli Stati Uniti nel mondo e nel complesso quadrante considerato. Si tenga presente che la finalità ultima è quella di ridurre l’impegno americano in politica estera, con il ritiro completo delle truppe dall’Iraq (dove sono presenti 5,200 militari Usa) e sostanziale dall’Afghanistan (attualmente circa 14,000). Non considerare questi due target finali nei fatti più recenti, accusando gli Stati Uniti di eccesso di imperialismo, significa vedere solo un lato della medaglia: la decisione del parlamento iracheno successiva all’uccisione del generale iraniano va proprio nella direzione voluta e prospettata dagli Stati Uniti e dallo stesso Trump (condivisa oltretutto da Obama), vale a dire di un progressivo disimpegno Usa da contesti così lontani e di una centralità strategico al quadrante Indo-Pacifico per la preservazione dell’ordine internazionale. Tanto che il Pentagono ha diramato ieri un comunicato ufficiale in cui conferma la volontà di lasciare il paese nel rispetto della sua sovranità e della decisione del Parlamento. La sequenza dei fatti, inoltre, sembra fino ad ora coerente con il tweet del presidente statunitense di inizio ottobre in cui annunciava la fine di inutili guerre lontane dal paese e dalle necessità del popolo americano. Non solo: l’uccisione di Soleimani rappresenta la risposta americana alle manifestazioni dei giorni precedenti nella green zone di Baghdad proprio contro l’ambasciata statunitense (a pochi passi da quella italiana). Un ulteriore inciso è necessario: pensare che l’uccisione di Soleimani sia un atto fuori dalle regole democratiche decisionali statunitensi, come qualcuno ha ventilato, appare piuttosto azzardato. Ritenere, poi, che sia una mossa per distrarre l’elettorato americano dai problemi relativi all’impeachment o come trampolino per la campagna elettorale (che, è utile ricordarlo, terminerà tra dieci mesi) è del tutto parziale. Il presidente americano è il comandante in capo delle forze armate e, come tale, ha un potere decisionale immediato. Senza considerare che l’efficacia di alcune azioni militari mirate, come quella avvenuta venerdì scorso, dipende totalmente dalla sua immediatezza e imprevedibilità, com’è facile intuire.

3) Il ruolo di Israele – Nella strategia di Trump di dare maggiore spazio ai tradizionali alleati mediorientali – e, tra queste, l’Arabia Saudita e la Turchia – rientra anche la volontà di garantire una maggiore centralità a Israele quale tassello determinante per scardinare il cordone sciita rappresentato da Iraq, Iran e Libano. La decisione della fine del 2017 di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, di fatto conferendole uno status di capitale vera e propria dello Stato di Israele, con le conseguenti proteste del mondo arabo, va intesa alla luce degli obiettivi strategici delineati: stringere ancor di più l’alleanza con Israele, dandole una maggior centralità e indebolendo i paesi avversi.

4) La Turchia, la questione curda e la Libia – Nell’obiettivo finale di un progressivo disimpegno statunitense dal contesto mediorientale rientrano anche le più recenti decisioni di lasciare maggiore spazio di manovra alla Turchia anzitutto nel contesto siriano e poi in quello libico. Complice del posizionamento forte della Turchia nel contesto euro-mediterraneo ci sono due fattori fondamentali: l’irrigidimento del governo di Erdogan negli ultimi anni, avviato massicciamente dopo il tentativo fallito di golpe del luglio del 2016; e la totale mancanza di azione e di strategia a scala italiana – della quali siamo ormai assuefatti, nella impossibilità di parlare di una strategia o di un interesse nazionale – oltre che di quella europea, laddove a prevalere sono ormai storicamente le singole e vecchie logiche relative alla Raison d’Etat. Nell’assenza di una politica estera condivisa – di fatto impossibile in quanto agglomerato di singoli interessi nazionali spesso divergenti – e nella volontà statunitense di lasciare spazio agli attori regionali a lei vicini, la Turchia sta avendo gioco facile ad avere un ruolo determinante in Siria, a discapito della componente curda, che ha nuovamente viste disattese le sue richieste di autonomia nazionale, e in Libia, dove l’avvicinamento al governo di Serraj toglie spazio a una possibile azione italiana che era pure stata intrapresa negli ultimi anni, sebbene con molta “timidezza”.

5) La Russia, la Cina e l’impossibilità di una “WWIII” – Ritenere che siamo in presenza di una possibile terza guerra mondiale, senza una chiara definizione della volontà e degli obiettivi di queste due potenze, appare del tutto prematuro e allarmistico. La Russia ha svolto un ruolo cruciale nella sconfitta dello Stato Islamico e nel sostegno al governo di Assad in Siria, avendo un chiaro interesse ad avere un ponte come sbocco nel Mediterraneo e per le questioni energetiche, oltre che per garantirsi una zona di amicizia utile a proiettarsi al di fuori dei confini regionali che hanno contraddistinto la sua azione. Inoltre, l’attuale vicinanza con l’Iran deriva prevalentemente dal comune nemico ma, nel più lungo periodo, le strade dei due paesi potrebbero facilmente seguire percorsi diversi, soprattutto in relazione a eventuali progetti egemonici regionali. La Cina, da parte sua, non avrebbe alcuna intenzione a impegnarsi in un contesto conflittuale che esula dai propri interessi e dalla propria strategia politico-commerciale espansionistica evidente nel progetto di Belt and Road Initiative. Anche in questo caso è utile porsi la semplice domanda che porta ad altrettanto semplici risposte, andando oltre le dichiarazioni politiche necessarie in certi frangenti: qual è l’interesse geopolitico della Cina? Stando a questo, che interesse ha in un eventuale ingresso nel calderone che vede coinvolti Iraq, Iran e Stati Uniti?

La crisi innescata dalla singola azione statunitense è certamente un azzardo, ma altrettanto certamente ben calcolato, che tiene in considerazione i molteplici fattori fin qui considerati, anche se nei momenti di crisi i fattori imponderabili possono giocare un ruolo determinante. Il quadro che si sta delineando è quello di una geografia dell’incertezza derivante dal progressivo ritiro dell’attore egemone per eccellenza e per il determinarsi di azioni degli altri attori regionali. La guerra fino ad ora è di dichiarazioni e il limite appare chiaro: la tensione salirà fino al punto che sarà sostenibile per gli Stati coinvolti, per la loro capacità di proiezione globale e per gli interessi in gioco. Fino ad ora, la possibilità di una guerra globale appare un azzardo per tutti.

Italia protagonista in Libia. Un esercizio di teoria politica

Nel complicato scacchiere libico, piani e strategie si disfano e ricompongono costantemente sotto i colpi del conflitto tra le diverse fazioni sul terreno, mettendo in discussione la capacità delle grandi potenze di influenzare il corso degli eventi e riportare la stabilità dopo lunghi anni di guerra civile. La capacità di pianificazione strategica di uno Stato non si basa però unicamente su infrastrutture, intelligence e comandi operativi ma anche su una certa dose di coraggio e ambizione che, pur non essendo fondamentali, risultano decisivi.

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Giugno 2019, a Roma – alla presenza di Abd al-Fattah al-Sisi – il governo Conte riesce a incassare un clamoroso successo in politica estera: un accordo strategico tra le diverse fazioni in lotta nello scacchiere libico. Un successo che congela anche l’ipotesi di crisi del suo Governo, successiva ai risultati delle elezioni europee e alle “fibrillazioni” giudiziarie dei mesi precedenti. Fantapolitica? Oppure l’esito di una strategia audace ma al contempo concreta come quella proposta da Antonio de Martini, analista esperto dello scacchiere mediorientale ed ex ufficiale carrista. Proviamo a sintetizzare la sua proposta per gestire il “teatro d’operazione libico”.

Nelle settimane a cavallo tra aprile e maggio, i combattimenti attorno a Tripoli proseguono stancamente, senza nessun risultato significativo, anche perché gli altri attori (Misurata e Zentan) non si gettano nella mischia per non scoprirsi rispetto a eventuali contrattacchi. Come ci ricorda de Martini, la storia ci insegna che: “gli arabi accettano anche nei conflitti più sanguinosi proposte di mediazione” qualora a farle siano soggetti “rispettati” e che si dimostrino “capaci di usare la forza con giudizio”.

Il vantaggio del presidente del Consiglio Giuseppe Conte risiederebbe nel fatto di non essere compromesso con il voltafaccia del 2011 che ha totalmente delegittimato il PD e il clan Berlusconi; ma questo è solo il primo requisito: affinché le sue proposte possano essere prese in considerazione, il premier deve “mostrare di saper usare la forza delle armi, possibilmente senza spargimenti di sangue”

L’approccio di “Peace Enforcing” prevederebbe il seguente dispiegamento:

  1. Una divisione navale – a sostegno di due battaglioni (fanti di marina e paracadutisti) appoggiati da incursori – posizionata nel golfo di Sirte davanti a Agedabbia. In questa fase i nostri diplomatici e l’intelligence dovrebbero creare dei canali di comunicazione con le diverse fazioni sul campo, mentre non ci sarebbe alcun contatto diretto tra i nostri militari e le milizie.
  2. Qualora la proposta di cessate il fuoco non venisse immediatamente accettata, i lagunari metterebbero “gli scarponi sul terreno” mentre le unità navali porta-aeromobili inizierebbero un’attività di copertura aerea (con l’appoggio della base di Ghedi) più “aggressiva” con “sorvoli” tattici, fino a chiudere lo spazio aereo.
  3. Nel frattempo, una seconda divisione navale verrebbe posizionata di fronte a Tobruch senza sbarcare, ma effettuando “ricognizioni offensive” in grado di lanciare un messaggio chiaro: la via dei rifornimenti e di fuga verso l’Egitto è tagliata. A questo punto, “l’offerta di cessate il fuoco – chiosa de Martini – verrebbe respinta solo da un demente”.
  4. Poco prima della scadenza fissata per l’accettazione, sbarcherebbero anche i parà, comunicando che si apprestano “a favorire il deflusso dei gruppi che si sono ‘sbilanciati’ verso Tripoli”.

“Finora non è stato sparato un solo colpo e l’intera operazione è italiana. Il negoziato tra le parti si inizia a bordo di una nave italiana (possibilmente non militare) e li si conclude”.

Gli Stati Maggiori italiani hanno a che fare con la Libia dalla fine dell’Ottocento ed è certo che un piano con questo crono-programma e queste direttrici d’intervento, sostenuto da adeguate reti logistiche e d’intelligence è già su qualche autorevole scrivania. È vero che i piani si sfaldano appena si prova ad attuarli (e la storia è un cimitero di pianificazioni strategiche) ma l’audacia e il coraggio sono sempre importanti asset di un Paese: “la prova di decisione e di forza farà miracoli, a patto che sia fatta con precisione cronometrica e la nostra diplomazia abbia pronto un piano da attuare”.

 

Gli ultimi sviluppi della crisi libica e l’inconsistenza italiana

Continuano a muoversi le pedine nella delicata ed intricata partita che si gioca sulla scacchiera libica. Il 22 dicembre le forze del maresciallo Haftar hanno sequestrato a largo di Derna una nave cargo battente bandiera di Grenada e con equipaggio turco; è questa la prima reazione di peso delle forze bengasine all’accordo stipulato tra Tripoli ed Ankara per la modifica delle rispettive Zone Economiche Esclusive (ZEE) nel Mediterraneo orientale e che prevede anche l’aiuto militare turco al governo di al-Sarraj.

Gli ultimi sviluppi della crisi libica e l’inconsistenza italiana - Geopolitica.info

Il capo del governo tripolino Fayez al-Sarraj ha dichiarato al “Corriere della Sera” che il progetto di Conferenza di Berlino potrebbe essere utile ma che allo stato attuale non si vedono i risultati concreti della pacificazione che, depurando la frase dal linguaggio diplomatico, equivale ad una sonora bocciatura della linea fin qui seguita dall’Europa e dall’Italia su tutti, segno che gli equilibri di potenza nella nostra ex “Quarta Sponda” stiano rapidamente cambiando.

Il tutto mentre continua la battaglia intorno a Tripoli scatenata otto mesi fa da Haftar: nonostante i roboanti annunci del maresciallo libico sull’ennesima “offensiva finale” contro la capitale, finora le sue truppe – raccolte sotto la bandiera dell’Esercito Nazionale Libico – hanno ottenuto solo modesti successi sul fronte sud-occidentale puntando ora sui grossi centri di Sirte e Misurata, roccaforti delle potenti milizie che sostengono al-Sarraj. Di pari passo, onde allentare la pressione nemica su Tripoli, le forze governative da quattro mesi cingono d’assedio Tahruna, centro del Gebel Nefusa a 40 km dal mare ed importante deposito di armi di Haftar. Teoricamente, con la ritirata delle milizie dei fratelli Khani dalla città le forze tripoline avrebbero dovuto avere la meglio in poco tempo avanzando poi su Ain Zara, che è, in sostanza, il reale obiettivo dell’offensiva. Tahruna doveva essere uno “specchietto per le allodole” come lo era stato l’aeroporto internazionale rispetto al reale obiettivo, Gharyan, durante la battaglia degli altipiani del Gebel; da mesi invece le truppe governative sono impantanate fuori dalla città ed il piano di costruire una cintura di sicurezza attorno a Tripoli è sostanzialmente fallito.

Tuttavia, negli ultimi giorni al-Sarraj ha dato l’ordine di riprendere l’offensiva su Tahruna con il sostegno dei turchi che schierano sul campo consiglieri militari, blindati e droni e delle milizie di Misurata a cui è stata ordinata la mobilitazione generale qualche giorno fa. A difesa di Tahruna oltre alle forze di Haftar vi sono contractors pagati dagli Emirati Arabi Uniti, milizie mercenarie sudanesi ed i famosi contractors russi della PMC Wagner, la cui presenza è stata denunciata dalle autorità tripoline. In un teatro secondario della guerra, balzato d’un tratto agli onori della cronaca, sono quindi presenti tutti i principali attori, nazionali ed internazionali, della crisi libica.

Proprio da questo fatto il rischio che l’Italia venga definitivamente tagliata fuori da quella che una volta era considerata la sua “area d’influenza” è ormai divenuto concreto e non un semplice slogan da “imperialisti”. La linea telefonica tra Mosca ed Ankara è bollente, nonostante le due Potenze si confrontino indirettamente sul terreno libico, esse danno in questo momento le carte per risolvere la crisi, a conferma del fatto che a poter influire direttamente è sempre e solo chi ha “boots on the ground”. Sia lo scontro che il confronto tra Turchia e Russia in Libia escludono a prescindere l’Italia che è stata tenuta fuori dai colloqui sulla crisi libica all’ultimo vertice NATO e che ha negato risolutamente aiuti militari a Tripoli nonostante la precisa richiesta pervenuta che è invece stata presa al balzo da Erdogan. Il dilettantismo con il quale Roma sta trattando da tre mesi a questa parte il complicato dossier libico mostra quanto poco chiara sia la strategia del nostro governo nel Mediterraneo. I 300 soldati impiegati all’aeroporto di Misurata e gli 80 schierati ad Abu Sitta, nell’ambito di missioni che non hanno rafforzato affatto la nostra presenza ed autorità nel Paese, non forniscono all’Italia la carta da giocare per contare qualcosa.

Da sottolineare è poi il fatto che l’esecutivo italiano non ha abbandonato, ma ha anzi rafforzato, la cosiddetta linea securitaria ispirata dal Viminale contro quella politico-strategica dei ministeri degli Affari Esteri e della Difesa. Una scelta sbagliata che consente ad altri attori concorrenti come la Turchia di estromettere l’Italia dalla Libia mentre Roma tenta di imporre a Tripoli una stretta sul controllo dei flussi migratori ed un trattamento più umano di quelli raccolti nei campi costieri dimenticando però che in Libia vi sono oltre 140.000 sfollati da ricollocare. Inoltre, Roma sembra essere l’unica a rispettare l’embargo sulla fornitura di armi ai contendenti libici decretato dall’ONU che è, nonostante l’illegalità, una pratica particolarmente diffusa e sfruttata dalle altre Potenze per acquisire capitale politico da poter spendere poi in fase di trattative.

Chiaramente Tripoli sotto assedio si è sentita abbandonata dagli italiani che erano stati il principale sponsor di al-Sarraj assieme agli Stati Uniti e che avevano difeso a spada tratta in sede diplomatica l’esistenza dell’esecutivo tripolino ed i diritti della Tripolitania. Oggi la superficialità italiana ha consentito alla corrente filo-turca di Tripoli – guidata dal Gran Muftì Saqid al-Ghariani e dal milieu della Fratellanza Musulmana – di influenzare le scelte (in verità quasi obbligate) di al-Sarraj in favore della richiesta di armi e di sostegno militare ad Ankara. Il crollo repentino della credibilità italiana a Tripoli è favorito anche dall’inconsistenza della linea politica più generale di Roma sulla risoluzione della crisi: coinvolgimento dei Paesi UE – su tutti Francia e Germania in collaborazione con il Regno Unito – per una proposta di pace da presentare alla conferenza di Berlino a cui pare che né al-Sarraj né Haftar abbiano intenzione di partecipare. Così mentre la Turchia rosicchia lo spazio di manovra italiano, alla Farnesina continuano “a respingere qualsiasi tipo di interferenza, promuovendo invece un processo di stabilizzazione che sia inclusivo, intra-libico e che passi per le vie diplomatiche e il dialogo” mentre alle porte di Tripoli tuona il cannone.

Non si può continuare a chiedere ai contendenti di gettare le armi e piegarsi ad una soluzione politica del conflitto fintanto che sul campo gli equilibri rimangono incerti e la strada di una risoluzione manu militari con la conquista di Tripoli da parte di Haftar o con una sua frettolosa ritirata in Cirenaica in caso di sconfitta resta una possibilità concreta. La necessità per Tripoli di fermare prima e respingere poi Haftar entro i confini della Cirenaica apre inoltre alla possibilità che i turchi tentino di costringere Roma a ritirare i soldati presenti in territorio libico e poi, una volta eliminata la residua presenza militare italiana, ridimensionino il ruolo dell’ENI in Tripolitania, regione che resta al centro dei nostri interessi nazionali in merito al contrasto dell’immigrazione clandestina ed alla politica energetica (questione gasdotto Greenstream).

Famosa nella storia della politica estera italiana è l’idea di Francesco Crispi che un Paese, pur ossessionato dai propri problemi di politica interna o che non disponga di grandi risorse finanziarie, non possa disinteressarsi totalmente alle questioni internazionali, a maggior ragione se riguardano il proprio “giardino di casa”. Il concetto qui sintetizzato era riferito al mancato intervento italiano in Egitto nel 1882 ma potrebbe essere valido nel 2019 per la gestione fallimentare della crisi libica. Una Potenza al centro del Mediterraneo che viene estromessa dai processi decisionali di quel mare e che non ha voce in capitolo alcuna su una grave crisi regionale assumendo, anzi, il ruolo della “preda” è fuori dalla storia o destinata ad esserlo molto presto.

 

Libia: mantenimento della pace e sicurezza internazionale

Recentemente  è stata adottata la Risoluzione n 2491 su Mantenimento della pace e della sicurezza internazionale che fa seguito a precedenti risoluzioni in materia, alla dichiarazione presidenziale del 16 dicembre 2015 (S/PRST/2015/25/25) e alla relazione del Segretario Generale del 5 settembre 2019 (S/2019/711).

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Ma qual era  la situazione precedente la risoluzione di Ottobre?

Prima dell’ultima risoluzione, la situazione in Libia appariva come segue: stando a quanto riporta il Consiglio di Sicurezza,  le forze del sedicente esercito nazionale libico avevano lanciato un’offensiva, nel mese di Aprile 2019, volta a  prendere il controllo di Tripoli, contrastando così la costruzione di  “un processo politico attivo e promettente”.

Il Rappresentante Speciale e Capo della missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (United Nations Support Mission In Libya UNSMIL -) Ghassan Salamé, ha messo in evidenza come in Libia vi sia un nuovo conflitto diffusoa Tripoli e nelle sue vicinanze, come a Tajoura, Ain Zara, Qasr Bin Ghashir e Tarhouna, ma anche in altre aree del paese quali Misurata, Sirte, al-Jufra e nella regione meridionale.

La Libia è infatti caratterizzata da un coacervo di gruppi armati, spesse volte, ma non sempre,  raggruppati attorno a due  distinte e specifiche fazioni: il Governo di Unità Nazionale con a capo Fayez al-Serraj, con capitale Tripoli e costituito nel gennaio 2016, nel quadro dell’accordo promosso dalle Nazioni Unite da un lato, ed il Parlamento di Tobruk, sostenuto dal generale K. Haftar, dall’altro.

La mancata pacificazione ed unificazione del Paese da un punto di vista sociale, politico ed istituzionale, a seguito della morte di Gheddafi, è scaturita da vari fattori: quali le molteplici identità ivi presenti,  l’acuirsi della contrapposizione politica, conseguenza del fallimento delle “Primavere arabe”, ma anche al ruolo giocato dai vari attori internazionali, volti a favorire un gruppo interno anziché un altro, così da avere influenza nel Paese.

L’ inasprirsi del conflitto “ha  imposto un pesante tributo ai civili e ai combattenti”, si parla infatti di oltre 100 civili uccisi, oltre 300 feriti e 120.000 sfollati, per non parlare degli attacchi ad abitazioni private e infrastrutture quali ospedali da campo, scuole e centri di detenzione per migranti: da tale situazione è scaturita una richiesta nei confronti del Consiglio di Sicurezza affinché si adoperi nel condannare i bombardamenti indiscriminati, che mettono continuamente a repentaglio la vita dei civili lì presenti.  Al contempo però, visto il forte pericolo per il personale ONU lì stanziato, le Nazioni Unite hanno affermato che non invieranno ulteriore personale in territorio libico, fintanto che  non si avrà un quadro completo della sicurezza e  dei rischi annessi.

Parimenti, sul fronte dei migranti e rifugiati (altra questione particolarmente sensibile, soprattutto in riferimento alle gestioni dei flussi con l’Europa), il 1° agosto 2019,  il ministro dell’Interno libico aveva imposto  la chiusura di tre centri di detenzione per migranti e rifugiati e l’ONU aveva presentato al governo libico un piano di emergenza per cercare alternative alla detenzione degli stessi, come ad esempio il loro rilascio in città, con la garanzia di assistenza sanitaria e accesso al lavoro; ad ogni modo sembra che in  realtà i migranti continuino ad essere rinchiusi in tali centri (come il Tajoura Detention Centre), ad essere posti sotto il diretto controllo dei gruppi armati, da cui ne consegue una situazione di estrema pericolosità e vulnerabilità per le loro vite; risulterebbe altresì che molti  migranti e rifugiati,  nell’ordine di alcune centinaia, nell’ultimo periodo siano stati,  in parte liberati dai centri di detenzione ed in parte scambiati con altri, a loro volta posti in stato detentivo, ad opera della stessa guardia costiera libica.

In base alle segnalazioni ricevute dall’UNSMIL, si evince dunque un quadro tutt’altro che confortante, dove la detenzione arbitraria a tempo indeterminato di migranti e rifugiati, sottoposti a molteplici violazioni dei loro diritti umani, come estorsione e percosse, traffico e condizioni disumane di detenzione (grave sovraffollamento e carenza di cibo e acqua), sembrano un fenomeno alquanto diffuso e consolidato, motivo per cui lo stesso Salamé, a nome dell’UNSMIL, richiede a gran voce la necessità di “un finanziamento urgente per il Piano di risposta umanitaria 2019 (…) necessario per (..) continuare a rispondere ai bisogni dei più vulnerabili in Libia, compresi i migranti”.

L’approvazione della Risoluzione 2491

Successivamente, il 3 Ottobre 2019, il Consiglio di Sicurezza (che ha la responsabilità primaria per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, ai sensi della Carta delle Nazioni Unite), anche a seguito delle segnalazioni arrivate dal territorio libico, ha ritenuto di dover ribadire il suo forte impegno per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Libia, ha adottato la Risoluzione 2491.

Con la suddetta Risoluzione, il Consiglio di Sicurezza ha fermamente condannato gli atti di contrabbando di migranti e di tratta di esseri umani verso, attraverso e dal territorio libico e al largo delle coste libiche, che minano ulteriormente il processo di stabilizzazione della Libia e mettono in pericolo la vita di centinaia di migliaia di persone; al tempo stesso il Consiglio di Sicurezza, accogliendo favorevolmente quanto previsto in precedenza dalle misure della   risoluzione 2240 (2015), ha deciso di incoraggiare una loro continuazione, agendo sempre in base a quanto previsto dal capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite.

Dalla data di adozione della presente risoluzione (3 Ottobre 2019), e per un periodo di dodici mesi, il Consiglio di Sicurezza  ha deciso di rinnovare le autorizzazioni di cui ai paragrafi 7, 8, 9 10, 11 e 17  della risoluzione 2240 (2015), ossia:

  • per il salvataggio delle vite dei migranti o di coloro che sono vittime di tratta, gli Stati membri sono autorizzati ad agire, singolarmente o per mezzo di organizzazioni regionali che si occupano di queste tematiche, attraverso visite o ispezioni (anche senza il consenso dello Stato di bandiera, e derogando così a quanto stabilito dalla United Nations Convention on the Law of the Sea – UNCLOS -), in acque internazionali a largo delle coste della Libia, nei confronti di quelle imbarcazioni che si ritiene  siano utilizzate per il trasporto illegale di migranti o per il traffico di esseri umani dalle coste libiche ( 7);
  • per il sequestro delle navi ispezionate, una volta confermato il loro utilizzo per il traffico di migranti o la tratta di esseri umani provenienti dalla Libia ( 8);
  • per la cooperazione richiesta agli Stati battenti bandiera ed oggetto dell’ispezione e dell’eventuale sequestro, rispondendo tempestivamente alle richieste ricevute dagli Stati membri che esercitino i poteri conferiti dai paragrafi 7 e 8, i quali hanno l’obbligo, dal canto loro, di tenere informati tali Stati circa le misure prese nei confronti delle loro imbarcazioni (par 9);
  • per l’adozione di tutte le misure commisurate alle circostanze specifiche per affrontare i trafficanti di migranti nel pieno rispetto del diritto internazionale in materia di diritti umani (par 10); le autorizzazioni non si applicano altresì alle navi che godono dell’immunità sovrana ai sensi del diritto internazionale;
  • per la riaffermazione (par 11) rispetto alle autorizzazioni per la visita e il sequestro che queste  si applicano solo per quanto riguarda la situazione del traffico di migranti e della tratta di esseri umani in alto mare al largo delle coste libiche e non pregiudicano i diritti o gli obblighi o le responsabilità degli Stati membri ai sensi del diritto internazionale, compresi eventuali diritti o obblighi ai sensi dell’UNCLOS;
  • per gli Stati che si avvalgono dell’autorità della presente risoluzione, questi devono informare  il Consiglio di Sicurezza entro tre mesi dalla data di adozione della presente risoluzione e successivamente ogni tre mesi sui progressi delle azioni intraprese con riferimento a quanto sopra riportato (par17).

 

Inoltre, vengono riaffermati alcuni obiettivi, già oggetto di risoluzioni precedenti (tra le quali la n. 2312  del 2106 e la 2380 del  2017, così come la dichiarazione presidenziale S/PRST/2015/25), quali il  prevenire, indagare e perseguire gli atti di contrabbando di migranti e di tratta di esseri umani, all’interno del territorio libico, lungo i suoi confini e nel suo mare territoriale; con la richiesta al Segretario Generale di fornire un resoconto al Consiglio di Sicurezza a distanza di  sei ed undici mesi, dopo l’adozione della presente risoluzione, onde poter analizzare l’effettiva attuazione della risoluzione n. 2491.

Ad un mese dall’ultima risoluzione

Quanto riportato giorni fa  al Consiglio di Sicurezza da parte della Procuratrice della Corte Penale Internazionale (ICC) Fatou Bensouda  è alquanto avvilente ed allarmante: si afferma che violenze, atrocità ed impunità varie  siano ampiamente diffuse nel Paese. In realtà, è circa un decennio che la Corte Penale Internazionale ha intrapreso la sua attività in Libia, e dai dati che sono emersi si è potuto evincere come vi sia  stata “un’escalation di violenza”,  documentata da numeri  che, per quanto concerne le morti di civili, di sfollati interni, i rapimenti,  le sparizioni e gli arresti arbitrari in tutta la Libia, confermano quelli riportati due mesi fa dal Capo dell’UNSMIL  al Consiglio di Sicurezza.

La Corte Penale Internazionale,  ribadendo  quanto riportato dal Capo UNSMIL Salamé, ha affermato che , senza un sostegno importante da parte del Consiglio di Sicurezza e della Comunità Internazionale, sarà pressoché impossibile porre termine al conflitto libico e così “il paese rischia di essere coinvolto in un conflitto persistente e prolungato e in un fratricidio continuo”. In tale situazione caotica viene altresì evidenziato come gli stessi mandati di arresto ad opera della Corte Penale Internazionale nei confronti di tre fuggitivi accusati di gravi crimini internazionali,  crimini di guerra e crimini contro l’umanità come “persecuzione, detenzione, tortura e altri atti disumani” siano ancora in sospeso;  ovviamente, fintantoché regnerà l’impunità, tutto potrebbe fungere da “stimolo” per altri autori di gravi crimini che, nella convinzione di non essere perseguiti, aumenterebbero le già innumerevoli violenze e sofferenze dei civili, allontanando al contempo il raggiungimento di una stabilità complessiva.

La Procuratrice Bensouda, nella sua dichiarazione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha sottolineato come siano gli Stati  ad avere il potere di arrestare e consegnare alla giustizia i soggetti sospettati dalla CPI: serve uno sforzo concertato a livello  internazionale per garantire alla giustizia gli attori di questi crimini, cominciare a rendere giustizia alle vittime in Libia e contribuire a prevenirne di futuri. La stessa Bensouda ha ribadito come, essendo la CPI un tribunale di ultima istanza, questa agisca soltanto qualora gli Stati non “indaghino e non perseguano gravi crimini internazionali”. Tuttavia, anche l’ufficio della CPI per la Libia, per mezzo della raccolta e l’analisi di prove documentali, testimonianze ecc.. sui presunti crimini nei centri di detenzione, sta facendo progressi, cooperando in  “una serie di indagini e procedimenti giudiziari relativi ai crimini contro i migranti in Libia”.

Si spera dunque che, a seguito di accorati appelli e di quest’ultima risoluzione, attuata agli inizi di Ottobre, si possano realmente porre in essere dei cambiamenti, che vadano nella direzione del porre termine alle ostilità, alle atrocità di cui sono vittime i civili, e che consentano il ripristino di una maggiore stabilità per il Paese tutto,  anche con riferimento ai flussi migratori ad  esso in larga parte connessi.

 

 

 

Lo scacchiere africano: gli interessi italiani e i contendenti internazionali

Le opportunità economiche di una regione in via di sviluppo, la possibilità di acquisire nuove alleanze in considerazione del peso del blocco africano nelle Nazioni Unite e la ricchezza di risorse naturali del continente fanno dell’Africa il nuovo scacchiere della competizione internazionale. Quali sono i competitors nella regione? Da quali interessi sono spinti? E come influenzano la politica estera italiana nell’area?

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Competitori europei: Francia, Germania, Germania, Regno Unito

La strategia francese in Africa si è scontrata con quella italiana, soprattutto in Libia. Dato il suo importante passato coloniale nella regione del Maghreb, quest’area è considerata dalla Francia un punto di interesse nazionale. Anche l’Italia ha in Libia due interessi fondamentali: il petrolio e i flussi migratori. La posizione dell’Italia è stata finora in linea con le Nazioni Unite, riconoscendo il governo di Tripoli e prendendo contatti con il generale Haftar solo occasionalmente. Diversamente, l’atteggiamento della Francia nei confronti delle due principali fazioni all’interno della Libia ha portato ad un’estrema ambiguità. Anche se la Francia sostiene ufficialmente l’autorità sostenuta dall’ONU di Tripoli, il governo ha mantenuto un’efficace linea di comunicazione con il generale Haftar e l’autorità militare di Tobruk. La Francia ha approfittato della mancanza di una linea esecutiva e politica coerente dell’Italia per promuoversi come unico leader della pacificazione libica. Organizzando e promuovendo in maniera autonoma l’incontro delle due più importanti personalità libiche, la Francia ha avanzato il suo ruolo internazionale a scapito di quello italiano. L’Italia, di conseguenza, ha perso influenza in un Paese dove l’ENI è presente in maniera sostanziale.

La Germania vorrebbe rilanciarsi nel continente africano, a partire dalle sue vecchie colonie. Il problema del governo tedesco è con la Namibia non è stato mai archiviato: la Germania ha perpetrato un genocidio dell’etnia Herero tra il 1904-1905. Per anni i due paesi sono stati coinvolti nei negoziati, e sembra che le autorità tedesche abbiano infine accettato la definizione di genocidio per i crimi commessi.  Al di là delle difficoltà di ottenere influenza culturale, i tedeschi hanno deciso anche di lanciare un “Piano Marshall” per l’Africa, come lo ha definito il ministro tedesco dello sviluppo Gerd Müller. Il piano di Müller consiste in ambiziose politiche per le nazioni africane, che però sembrano di difficile attuazione senza il coinvolgimento, almeno, dell’UE.

Il Regno Unito dopo il voto a favore di Brexit ha dovuto cercare nuove alternative per incoraggiare il commercio internazionale. Questo atteggiamento ha portato ad un impegno più profondo tra il Regno Unito e la Nigeria. Nel 2017, la moneta nigeriana è stata classificata come “valuta pre-provata”. In questo modo i britannici hanno la possibilità di fornire aiuti direttamente in valuta Naira e la Nigeria ha l’opportunità di dare garanzie utilizzando la valuta locale. Per lo scenario post-uscita dall’UE, il governo britannico sta cercando di promuovere destinazioni alternative per il commercio estero e l’Africa è tra i suoi obiettivi.  L’Africa è il primo beneficiario degli aiuti allo sviluppo del Regno Unito, più di ogni altra regione, e l’ammontare degli aiuti al commercio è aumentato negli ultimi anni dal 28,5% nel 2012 al 37% nel 2014, come analizzato dal Financial Times sui dati OCSE. La strategia del Regno Unito in Africa è attualmente guidata solo dalla necessità di trovare rotte economiche nuove per limitare l’impatto dell’imminente abbandono del mercato interno europeo.

Potenze emergenti: India e Turchia

L’interesse della Turchia per il continente è cresciuto significativamente nell’ultimo decennio: dal 2003 ad oggi, Erdogan ha visitato un totale di 23 paesi per 39 volte con una triplicazione degli scambi bilaterali Turchia-Africa.  Inoltre, la Turchia ha adottato strumenti di soft power come i piani umanitari e allo sviluppo, sempre nell’ intento di rafforzare le relazioni economiche e strategiche con il continente. Tuttavia, la strategia turca è guidata principalmente dalla necessità di materie prime per il proprio settore manifatturiero e industriale.

Anche l’India sta cercando un margine di manovra in Africa, dove sta provando a guadagnare terreno attraverso il soft power.  Si propone, infatti, come un alleato meno “coercitivo” delle superpotenze o ex imperi coloniali. Il partenariato tra India e Africa ha fatto notevoli progressi nell’ultimo decennio, come dimostrano le numerose forme di impegno tra i due paesi in tutti i settori, dall’economia, alla ricerca, al supporto per le azioni dell’ ONU. Un elemento cardine dell’interesse strategico dell’India è la necessità di diversificare il suo profilo energetico, in particolare nel campo del petrolio: l’Africa è quindi un’area chiave (Badrul Alam, 2016).

Super Powers: US, Russia, China

Gli interessi degli Stati Uniti e della Cina nel continente sono molto simili: entrambi aspirano a un accesso sicuro al petrolio, al sostegno politico dal maggior numero possibile di Stati africani e all’aumento delle esportazioni. Anche questi punti sono tipici della strategia italiana, seppur, ovviamente, sono stati perseguiti su scala ridotta e focalizzati su obiettivi strettamente strategici. La Cina è concentrata su percorsi diplomatici per raggiungere i propri obiettivi con particolare interesse all’accettazione della “One China policy” come condizione necessaria agli aiuti, mentre gli Stati Uniti sono principalmente interessati al mantenimento delle basi militari sul suolo africano. I cinesi hanno posto l’Africa al di sopra dell’America Latina e del Medio Oriente nella loro lista di priorità e hanno concentrato i loro sforzi su una strategia a lungo termine. La struttura politica americana, affidando grandi potenze nelle mani dell’esecutivo, che però varia ogni quattro anni, non è riuscita a definire una strategia coerente e a lungo termine per il continente. Dunque, la Cina ha approfittato dell’importanza strategica secondaria dell’Africa per gli Stati Uniti, in modo da trovare un campo in cui espandere la sua influenza internazionale senza entrare in conflitto diretto con gli americani.

Durante la Guerra Fredda, l’influenza e la presenza russa nel continente è stata notevole. Con il crollo dell’Unione Sovietica è crollato anche l’interesse russo per l’Africa. Oggi la Russia sta cercando di riaffermare il suo ruolo primario negli affari globali e il suo status di potenza mondiale. La nuova corsa all’Africa potrebbe sfociare in una via d’uscita all’isolamento russo negli affari internazionali, soprattutto alla luce del sostegno alle azioni sponsorizzate dalla Russia in seno all’ONU. Infatti, le esportazioni dirette in Africa possono essere etichettate come “politiche”: la Russia è, insieme agli Stati Uniti, uno dei principali fornitori di armi sia per i paesi della regione nord che per i paesi subsahariani. Putin ha sostenuto un ruolo attivo della Russia nelle missioni di pace delle Nazioni Unite nel continente, e al giorno d’oggi il personale militare russo impegnato in Africa supera la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti messi insieme. La strategia russa va oltre l’approccio finanziario e militare: sta elaborando una specifica narrazione di “Africa russa” che sottolinea il loro storico sostegno alla liberazione dell’Africa. Mentre gli indicatori economici tra i due sono in aumento e l’interesse economico sta diventando una componente significativa dell’impegno della Russia, è evidente che il vero interesse del Cremlino è quello di acquisire un’influenza politica strategica, soprattutto alla luce della già privilegiata situazione energetica della Russia.

 

 

Di questi temi si parlerà in occasione della XIV Winter School in Geopolitica e Relazioni Internazionali (7 marzo – 30 maggio 2020). Cos’è la Winter School? La WS è il programma di formazione di Geopolitica.info pensato per fornire nuove competenze e capacità di analisi a studenti e professionisti sui principali temi della politica internazionale. Scopri di più!

 

Il Fezzan “anarchico”, la crisi libica e l’Italia

Il Fezzan, quel vasto territorio desertico che costituisce la regione meridionale della Libia, è sempre stato messo in secondo piano nell’ambito delle analisi sulla guerra che dal 2011 si combatte ininterrottamente – al di là delle differenziazioni giornalistiche e storiche – nella nostra ex “Quarta Sponda”. Eppure il Fezzan, per la sua posizione strategica, è una delle “chiavi di volta” della guerra civile libica; gli equilibri fluidi, che quasi giornalmente portano a ridefinire strategie ed alleanze, tra quelle dune desertiche influiscono sugli scontri militari e politici lungo la fascia costiera e su questioni di stretta attualità anche per l’Italia come il traffico di esseri umani e, di conseguenza, l’emergenza immigrazione.

Il Fezzan “anarchico”, la crisi libica e l’Italia - Geopolitica.info

Da un punto di vista squisitamente geografico, il Fezzan è l’anello di congiunzione tra la fascia costiera libica ed il Sahel, di conseguenza è la tappa obbligata per i traffici di armi, droga ed esseri umani provenienti dall’intera fascia saheliana. Tali traffici costituiscono l’unica fonte di reddito per le diverse tribù della regione in lotta tra loro, in particolare Tuareg, Tebu e Awlad Suleiman. Le rivalità tra clan si innestano al tronco della guerra tra i gruppi politici e militari di Tripolitania e Cirenaica. A seconda della pressione a vario titolo esercitata dai macroblocchi politico-militari costieri sugli attori minori del Fezzan, nella regione si accende o si affievolisce lo scontro. Nel febbraio scorso, il maresciallo di Libia Khalifa Haftar ha tentato la conquista del Fezzan nell’ambito della più ampia offensiva contro Tripoli che però si è arrestata a sud della capitale sotto i colpi delle milizie misuratine. Nel Fezzan le truppe di Haftar hanno combattuto contro miliziani ciadiani e sudanesi, contro gruppuscoli locali della galassia jihadista e, cosa importante, contro le milizie Tebu i cui leader politici hanno accusato i soldati di Tobruk di condurre un’opera sistematica di pulizia etnica volta a favorire le tribù rivali.

La rivalità tra le tribù del Fezzan è sostanzialmente legata al controllo dei traffici illeciti. Gheddafi aveva concesso alle varie etnie la possibilità di gestire, in totale – ma vigilata dall’occhio attento di Tripoli – libertà i racket della frontiera shaeliana. Solo così Gheddafi aveva potuto tenere a freno il potenziale eversivo insito negli equilibri del Fezzan. Nel 2011, all’inizio della guerra civile, il colonnello aveva offerto ai signori della guerra tribali soldi ed armi per combattere sotto la bandiera della Jamāhīriyya; tornati nel Fezzan i capitribù puntarono i fucili contro le truppe lealiste. Le offerte gheddafiste, se da una parte potevano risultare vantaggiose, dall’altra avevano la pecca di poter minare la tradizionale autonomia del Fezzan e dunque il potere politico-criminale delle entità tribali della regione. I Tebu ed i Tuareg, messa da parte la tradizionale rivalità, combatterono la guerra contro Gheddafi insieme, portando avanti operazioni militari di fatto scollegate da quelle condotte sul fronte principale, quello costiero, dalle truppe del Consiglio Nazionale di Transizione.

A pochi mesi dalla morte di Gheddafi le tribù, liberate dall’ingombrante presenza del dittatore e nella fluida situazione seguita alla “pace armata”, sono tornate su fronti opposti. Mentre i Tebu, originari delle montagne del Tibesti, hanno la loro tradizionale zona d’insediamento lungo il confine tra il Ciad e la Libia sud-orientale; i Tuareg hanno i loro nuclei principali nell’estremo ovest del Fezzan ed una presenza sparsa tra Mali, Algeria e Niger. Le aree d’influenza delle due tribù hanno il loro spartiacque lungo la linea frastagliata tra la città di Awbari e Sebha; centri strategici all’imbocco del passo di Salvador, che collega Libia e Niger a pochi chilometri dalla frontiera algerina. Controllare queste due città significa avere un ruolo preminente nei traffici illegali diretti verso il Mediterraneo; inoltre Awbari e Sebha (controllata dalla tribù Awlad Suleiman, alleata dei Tuareg) sono snodi essenziali della presenza minoritaria – in notevole crescita nelle fasi maggiormente critiche – jihadista che si raccorda con le sigle del terrorismo islamico attive nel Shael. Sono presenti nella zona, tra le altre, Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e la sua costola salafita al-Mourabitoun.

Awbari è l’epicentro del conflitto tra Tuareg e Tebu esploso dopo la caduta di Gheddafi. Vicino alla città sorge l’importante impianto petrolifero di Sharara, di proprietà della joint venture Akakus (che riunisce la compagnia statale libica NOC, la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca OMV e la norvegese Statoil), che ha interrotto la produzione di petrolio dal 1 agosto 2019 ma che, a pieno regime, è in grado di produrre 315.000 barili al giorno. Alla morte del raìs i Tebu hanno estromesso i Tuareg dalla frontiera orientale del Fezzan ed hanno anche conquistato Sharara e dunque “ipotecato” Awbari. L’impianto fu pacificamente occupato dalle milizie dei Tebu, previo accordo con quelle di Zintan – all’epoca gruppo forte della rivoluzione contro Gheddafi – che lo avevano occupato nelle ultime fasi del conflitto. Nel febbraio 2019 l’impianto è caduto nelle mani dell’Esercito Nazionale Libico di Haftar ma è stato poi riconquistato dalle milizie di Misurata fedeli a Tripoli. La guerra a bassa intensità per il controllo di Awbari è ufficialmente terminata nel 2015 ma ha tutt’ora strascichi connessi anche alla diversa collocazione delle tribù rivali nell’ambito dei “macroblocchi” tripolino e cirenaico, anch’essa estremamente fluida, basti pensare che all’inizio dell’offensiva di Haftar dello scorso febbraio i Tebu avevano imbracciato le armi assieme all’ENL per poi denunciare Tobruk per la tentata “pulizia etnica”. Allo stesso modo i Tuareg hanno sostenuto gli sforzi militari delle milizie di Misurata solo ed esclusivamente in funzione anti-Tebu e non perché fedeli alleati del governo di al-Sarraj.

Ancora più emblematico in tal senso risulta essere il caso della città di Sebha, investita dalle truppe di Haftar ma già teatro, tra il 2012 ed il 2014 dello scontro che vedeva contrapporsi i Tebu ed i Qadhafa (la tribù natale di Gheddafi) da una parte ed i Tuareg alleati agli Awlad Suleiman dall’altra. Le milizie di Misurata, inviate con funzione deterrente, hanno sfruttato la situazione a loro vantaggio sostenendo gli Awlad Suleiman contro i Qadhafa. L’Operazione Dignità lanciata da Haftar ha mischiato nuovamente le carte in tavola con Tobruk che ha sposato la causa dei Tebu per poi, una volta conquistata Sebha, attaccarli così da poterli indebolire e spingendoli tra le braccia di Tripoli con il conseguente ribaltamento delle alleanze anche da parte dei Tuareg.

Le relazioni politiche dei “macroblocchi” costieri con le tribù del Fezzan sono sempre state orientate, fin dall’inizio del conflitto, ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo: l’obiettivo è la penetrazione nella regione – non la sua stabilizzazione – e si può ottenere solo ed esclusivamente fomentando le rivalità tra i gruppi tribali. Il vecchio adagio del “divide et impera” sembra essere particolarmente azzeccato per la storia politica e militare recente del Fezzan; zona considerata endemicamente ingovernabile e che perfino gli italiani avevano posto – un unicum nella storia coloniale del nostro Paese – sotto diretto controllo amministrativo del Regio Esercito con il nome di Territorio Militare del Sud.

L’accordo di pace firmato a Roma nel 2017 sotto gli auspici dell’allora ministro dell’Interno Minniti non è mai stato rispettato e di fatto mette in chiaro quanto sia difficile trovare un accordo che soddisfi tutti gli attori del conflitto. La visione “securitaria” e più attenta alle questioni di politica interna (emergenza immigrazione) che a quelle di politica estera che l’Italia ha maturato sul dossier Libia impedisce alla gran parte della classe dirigente di Roma di vedere nel Fezzan un’area importante tanto quanto la Tripolitania e la Cirenaica nello scacchiere libico. Affidarsi agli umori mutevoli delle tribù del Fezzan per intavolare trattative equivale a non avere mordente né credibilità politica; è uno sbaglio d’interlocutori che pesa sulla strategia italiana in Libia. L’accordo del 2017 puntava – e da qui l’influenza del Viminale era particolarmente evidente – a creare un “tappo” in Libia contro l’immigrazione clandestina, avvalendosi del dialogo ed in contrasto con l’interpretazione muscolare che Stati Uniti e Francia hanno delle soluzioni per la Libia: basti pensare che le due Potenze tengono sotto contollo i traffici del Fezzan dalle basi di Madama (in Niger) e al-Wigh (in Libia).

Il Fezzan è la cartina al tornasole di un approccio sostanzialmente sbagliato dell’Italia alla questione libica, legato al “soft power” del dialogo con le tribù senza però andare a fondo, comprendere cioè quali siano le ragioni reali che infiammano lo scontro ed animano il dissenso tra le varie etnie che popolano una fascia desertica che non è mai stata importante e centrale per gli equilibri strategici dell’Africa settentrionale come oggi.

Per avere un ruolo più importante – quello che storicamente spetterebbe proprio al nostro Paese – in Libia, occorre abbandonare definitivamente l’approccio securitario-internista e trattare il conflitto libico come un più ampio problema di politica estera italiana; dunque affrontarlo come tale con gli strumenti che un approccio rinnovato metterebbe a disposizione dei decisori. Il travagliato cammino per la risoluzione del conflitto libico e per la ricostruzione dell’area d’influenza italiana nella regione, crollata assieme al regime di Gheddafi e con la complicità interessata della Francia, passa attraverso il Fezzan.

 

Gli interessi del Cremlino in Africa: ragioni e motivazioni alla base della presenza delle PMCs russe nel Continente

L’omicidio dei giornalisti russi Aleksandr Rastorguev, Kirill Radchenko e Orkhan Djemal avvenuto nella Rep. Centrafricana, come confermato il 31 luglio dal Ministero degli Affari Esteri russo, ha acceso i riflettori sulle attività dei contractors russi in Africa. I tre giornalisti erano impegnati per conto del Centre for Investigative Journalism nella realizzazione di  un docufilm sulla Private Military Company (PMC) russa Wagner Group, con il supporto di Mikhail Khodorkovsky, ex CEO del gigante petrolifero russo Yukos. Da inizio millennio e dall’avvento del presidente Vladimir Putin, il Cremlino ha sviluppato diversi accordi con gli Stati africani. La presenza delle PMCs russe in Africa è in rapido aumento, così come la loro influenza.

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La cooperazione militare russo-africana: l’installazione di basi militari
A partire dal 2015 la Russia ha concluso più di 20 accordi bilaterali di cooperazione militare con alcuni Stati africani. Una parte della letteratura sul tema suggerisce che la ratio degli accordi sia la creazione di basi militari permanenti. Anche se non è possibile confermarlo, effettivamente alcuni degli accordi consentirebbero già alla Russia l’uso di aeroporti e porti africani.

In alcuni casi il Cremlino è riuscito a condizionare i processi decisionali dei Paesi con cui ha stretto intese, come per esempio in Sudan, dove al Ministero della Difesa è stata affiancata una rappresentanza del Ministero della Difesa russo. Nella Rep. Centrafricana il presidente Faustin-Archange Touadéra ha persino nominato un cittadino russo, Valeriy Zakharov, come consigliere per la sicurezza nazionale. Inoltre, dal gennaio 2018 la Russia ha schierato nella Rep. Centrafricana 175 tra esperti civili e istruttori militari, tramite la PMC Sewa Security Services, provvedendo anche a consegnare armi leggere, artiglieria, lanciarazzi e all’addestramento dell’esercito.

Il giornale di opposizione russo Novaia Gazetaha ha invece affermato che la maggior parte dei contractors russi appartengono a Wagner Group, una società riconducibile a Evgenij Prigozhin, uomo d’affari di San Pietroburgo vicino al presidente russo. Wagner Group è presente anche in Sudan e in Siria, oltre che nell’Ucraina orientale.

Da un esame preliminare, emerge che la presenza di basi militari russe in Africa è più probabile in quei paesi dove l’Unione Sovietica aveva una presenza militare. Nel 2016, ad esempio, Mosca avrebbe negoziato con il regime egiziano di Abd al-Fatah al-Sisi le condizioni di accesso alla base di Sidi-Barrani.

Alla fine del 2017 è stata discussa anche l’idea di installare una base militare in Sudan. Oltre al Sudan potrebbe essere un valido candidato anche l’Eritrea, che permetterebbe alla Russia di proiettarsi nel Mar Rosso, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano occidentale. Non a caso nel settembre 2018, a Sochi, una delegazione eritrea guidata dal ministro degli esteri Osman Saleh ha incontrato il l’omologo russo Sergey Lavrov. In questa sede le parti hanno concluso un accordo, che prevede una relazione commerciale-militare atta anche alla creazione di un centro logistico nel porto di Assab.

Il Cremlino ha avuto contatti anche con il Somaliland, a cui in cambio della creazione di una piccola struttura multiuso aerea e navale nella città di Zeila, al confine con il Gibuti, avrebbe promesso di riconoscere formalmente l’indipendenza dalla Somalia.

Un altro Stato che potrebbe essere la sede di una base militare russa è il Mozambico. Nota è la sua importante posizione strategica per la sicurezza delle rotte marittime e, inoltre, è uno degli Stati africani con porti che possono accogliere navi di grandi dimensioni.

Altri oppositori del governo russo sostengono che un’altra PMC, Patriot, è incaricata della costruzione di una base aerea in Burundi, il tutto coordinato addirittura da Servizio Federale di Sicurezza, Ministero degli Affari Esteri e Forze Aerospaziali Russe.

Un aspetto da non sottovalutare: il lato economico della cooperazione russo-africana
L’Unione Sovietica era un importante fornitore di armi e attrezzature militari degli Stati africani. La Russia dopo un drammatico declino nel volume delle sue esportazioni negli anni ‘90, ha invertito il trend a partire dagli anni Duemila.

Secondo l’Istituto internazionale di pace di Stoccolma tra il 2012-2016 la Russia è stato il principale fornitore di armi in Africa (35%), seguita da Cina (17%), Stati Uniti (9,6%) e Francia (6,9%). L’esportazione di armi è determinante per la crescita economica russa, specialmente a causa delle continue sanzioni occidentali e di un’economia stagnante a cui ha contribuito, tra le altre cose, il calo globale del prezzo del petrolio. Attualmente le esportazioni di armi e attrezzature militari verso l’Africa fruttano 4,6 miliardi di dollari annui. I principali importatori sono Algeria (elicotteri, carri armati, sottomarini), Angola (aerei da combattimento, carri armati, artiglieria, armi e munizioni), Egitto (aerei da combattimento, sistemi di difesa aerea a lungo raggio, elicotteri) e Uganda (carri armati, sistemi di difesa aerea). Altri importatori rilevanti sono Mali, Mozambico, Nigeria, Ruanda e Sudan. Recentemente anche Tanzania e Somalia hanno fatto richieste per attrezzature militari.

La Russia ha implementato sia legami economici che politici con il Continente africano. Dal 2015 al 2016 il volume dei commerci è aumentato da 3,4 miliardi di dollari a 14,5 miliardi. Sul lato politico invece il Cremlino collabora attivamente con i dittatori africani che l’Occidente condanna con sanzioni economiche e politiche. È noto che il recentemente deposto presidente sudanese Omar al-Bashir, presunto criminale di guerra e sostenitore di gruppi terroristici, ha pubblicamente richiesto il sostegno del suo omologo russo, il presidente Vladimir Putin.

L’Africa è ricca di risorse naturali, perciò rappresenta un interesse strategico per la Russia e non solo. Nonostante le sue enormi risorse minerarie, la Russia è carente di diverse materie prime, tra cui cromo, manganese, mercurio e titanio e sta esaurendo rame, stagno, nichel e zinco. Necessita anche di coltan e altri metalli per lo sviluppo di nuove tecnologie. Perciò nella Rep. Democratica del Congo la Russia è impegnata nell’estrazione di cobalto, coltan, oro e diamanti, mentre nella Rep. Centrafricana estrae uranio e diamanti.

La presenza delle PMCs russe in Africa
Tra aprile e maggio 2018 i contractors di Wagner Group si sono spostati dalla Siria verso l’Africa, al fine di battere la concorrenza di PMCs americane, britanniche, cinesi e francesi. Le prime denunce in merito sono provenute dalla stampa francese, che ha documentato la presenza di installazioni chiave a Bangui, la capitale della Rep. Centrafricana, punto di partenza per l’espansione verso il Mozambico e la Rep. Democratica del Congo.

La PMC Executive Outcomes è candidata a diventare il partner africano delle PMCs russe. Fondata dal colonnello Eben Barlow nel 1989, è diventata fonte di sostentamento per i militari bianchi sudafricani dalla fine dell’apartheid. Già nel 1995 in un’operazione atta a restituire al governo sierraleonese il controllo dei depositi di diamanti, la compagnia sudafricana utilizzò elicotteri russi e venne coadiuvata da esperti sempre inviati da Mosca.

La presenza in Africa è tuttavia anche rischiosa. Nel 2012 in Nigeria l’equipaggio della nave Myre Seadiver, appartenente alla PMC russa Moran Security Group, secondo gli atti ufficiali è stato posto agli arresti per contrabbando di armi: 14 fucili d’assalto АK-47, 20 fucili semiautomatici Benelli MR1, 22 fucili e 8500 munizioni. In quel frangente il governo nigeriano ha subito una forte pressione della PMC britannica British Armour Group, avente una forte influenza sia perché presente da tempo nella regione, sia perché fortemente legata al governo di Londra. Nonostante i rischi altre PMCs russe, come Antiterror-Oryol, RSB Group e lo stesso Moran Security Group hanno ottenuto nuovi contratti in Angola, Kenya, Rep. Centrafricana e Sierra Leone.

È possibile riconoscere uno schema nell’approccio delle PMCs russe con i governi africani. In cambio di accordi atti a garantire la sicurezza e la protezione del governo centrale e delle autorità statali, più la formazione del personale militare africano, ottengono diritti esclusivi sulle estrazioni di risorse minerarie e altri assets. Contemporaneamente l’influenza politica della Russia nella regione si rafforza. Questa logica non impedisce di cercare questi accordi anche con parti apertamente in conflitto, come con il Sudan e il Sud Sudan.

Il presidente Putin ha pubblicamente ammesso nel 2012 l’esistenza delle PMCs russe, tuttavia ufficialmente rimangono illegali. Nonostante il Cremlino si rifiuti di riconoscere le loro attività, le PMCs sono uno strumento essenziale per la politica estera russa, benché il governo si giustifichi dietro la negazione plausibile delle loro azioni. Il caso ucraino e quello siriano lo testimoniano. Impiegando i mercenari Mosca è così capace di essere, contemporaneamente, effettivamente presente ma ufficialmente assente nei conflitti, nonostante le acclarate perdite di Wagner Group in Siria, all’inizio del 2018.

Mosca sembra aver scelto il Sudan, dove è presente Wagner Group, come principale alleato africano. Bashir nel suo recente passato ha visitato la Russia diverse volte, criticando gli Stati Uniti e sollecitando Mosca a «salvare l’Africa, come hanno fatto con la Siria». Il Sudan è appetibile per diverse ragioni: oltre alle abbondanti risorse naturali, specie il petrolio, e la possibilità di investirvi in infrastrutture, ha il vantaggio geografico di essere nella sezione trasversale dell’Africa settentrionale e sub-sahariana. Questo lo rende un punto strategico di accesso al Corno d’Africa, pertanto la Russia potrebbe guadagnare molto dalla cooperazione con il Sudan, come l’accesso ai suoi porti e forse il permesso di costruire una base navale sulle coste del Mar Rosso.

Recentemente il presidente Touadéra ha confermato che gli istruttori militari russi stanno svolgendo una missione di sicurezza e di addestramento nella Rep. Centrafricana. Devastata da un violento scontro tra un mosaico di bande e gruppi militarizzati, lo Stato è ricchissimo di oro, diamanti e uranio. L’instabilità politica, l’isolamento internazionale e l’incapacità di estrarre queste risorse autonomamente, ne fanno un obiettivo ideale per la Russia. Qui PMC Patriot, che come sopracitato vanta stretti legami con il Servizio Federale di Sicurezza, il Ministero degli Affari Esteri e le Forze Aerospaziali Russe, conduce varie “missioni fantasma”, presumibilmente anche l’omicidio dei tre giornalisti russi.

Secondo l’agenzia di informazioni russa Dozhd il Burundi è un “laboratorio” sia per Wagner Group che per Patriot, in cui studiare l’impiego dei propri servizi in Africa e in altri teatri. Come confermato dall’ex colonnello generale Leonid Ivashov, presidente della Academy of Geopolitical Problems, Patriot con risorse superiori a Wagner Group offre servizi di sicurezza e protezione a persone e/o siti sensibili, mentre Wagner Group offre i propri servizi alle forze armate.

In Libia è forte il legame con Khalifa Haftar, che il Cremlino sta aiutando nella lotta per il controllo dello Stato e delle sue enormi risorse petrolifere. Nel 2017 dalla Russia sono stati inviati numerosi consulenti militari e ufficiali dei servizi segreti verso la regione orientale, assieme a rifornimenti per le truppe. L’agenzia Reuters l’11 marzo 2017 ha riferito che diverse dozzine di contractors erano operativi da circa un mese a Bengasi, sotto il controllo di Haftar. Questi erano stati assunti da RSB-Group, che ha giustificato la presenza al fine di sminare una struttura industriale. Ufficialmente RSB-Group non lavorava per il Ministero della Difesa russo ma era in contatto con il Ministero degli Esteri. Alla Reuters è stato riferito che i contractors non avevano preso parte ai combattimenti ma che erano stati tuttavia armati, senza però specificare le dotazioni. Nonostante ciò, la Russia ha mantenuto relazioni diplomatiche anche con Fayez al-Serraj e il governo riconosciuto a livello internazionale di Tripoli.

Conclusioni
L’obiettivo del presidente Putin è una Russia riconosciuta come grande potenza mondiale. In seguito al ritorno in Medio Oriente, l’Africa è un’altra arena dove sfidare gli Stati Uniti e il blocco euroatlantico. Una seconda ragione dell’impegno in Africa è probabilmente diplomatica: la Russia sta cercando di costruire buone relazioni con gli Stati africani per guadagnare i loro voti in seno alle Nazioni Unite, per ottenere maggiore peso e supporto, come per esempio per l’annessione della Crimea.

Visti i vari interessi di Mosca in Africa, si può asserire che le PMCs siano gli strumenti scelti per espandere e promuovere gli interessi russi. Tuttavia, anche se gli sforzi profusi in Africa sono notevoli, è presto per sostenere che vi saranno risultati concreti a lungo termine. Questo perché la priorità concessa al controllo dell’Africa è minore rispetto a quella di curare i rapporti di potere con Europa, Medio Oriente e Stati Uniti.

Data la scarsa forza delle PMCs africane e il fallimento delle missioni di pace, i governi dell’Africa fanno sempre più affidamento sui nuovi gruppi mercenari. I dittatori a capo dei governi sembrano gradire lo scambio tra protezione russa non ufficiale e i diritti sulle risorse naturali e/o accordi economici. È a causa di questi fattori che il numero e la portata operativa delle PMCs russe in Africa sembrano destinati a crescere esponenzialmente.