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La collaborazione UE-NATO per la buona riuscita di IRINI

A soli quattro mesi dal suo lancio, l’operazione Europea EUNAVFOR MED IRINI, comandata dall’Ammiraglio Italiano Fabio Agostini, ha già prodotto risultati significativi in maniera bilanciata ed imparziale. La missione non solo lavora quotidianamente per far rispettare l’embargo delle armi alla Libia, ma cerca di garantire la sicurezza nel Mediterraneo anche con obiettivi secondari come il controllo di traffici illeciti, sia umani che di petrolio. L’operazione, però, non esprime ancora completamente le proprie potenzialità. Questo è dovuto anche al fatto che tale operazione viene percepita, soprattutto dalla Turchia, come una azione ostile, e quindi imparziale.

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Il punto di svolta potrebbe essere rappresentato da una possibile collaborazione con la NATO, attraverso uno scambio informativo tattico, come era stato fatto per l’operazione UE SOPHIA (che operava nella stessa area di IRINI ma principalmente per controllo del traffico umano). Mentre l’operazione SOPHIA, infatti, aveva un accordo con il NATO Marcom (Comando Marittimo), la nuova missione europea manca di un accordo simile. Tale mancanza aveva fatto sì che la vice Rappresentante Speciale del Segretario Generale ONU per la Libia, Stephanie Williams, parlasse della nuova operazione in toni poco benevoli, considerandola alla stregua di uno scherzo (“as a joke”) in quanto l’embargo veniva spesso violato sia via terra sia via aria.

La necessità fondamentale di una cooperazione con la NATO, quindi, è evidente: questa aumenterebbe infatti le capacità di IRINI di controllare l’embargo anche via terra e via aria. Attualmente IRINI dispone di due navi – una italiana, la San Giorgio, l’altra greca, la Spetsai, che le permettono di controllare i traffici via mare – e può fare un uso costante di tre aerei per la sorveglianza marittima forniti da Germania, Polonia e Lussemburgo. A questi assetti aerei si aggiungono – per un limitato numero di missioni mensili, all’incirca una volta o due al mese – altri due velivoli, uno francese e uno greco. IRINI ha anche la possibilità di usare infrastrutture spaziali, ovvero satelliti, per il controllo dei flussi via aerea e via terra. Il problema è che i satelliti, come quelli dell’“EU Satellite Center” usati da IRINI, possono essere un ottimo sistema di intelligence ma devono essere puntati su un punto preciso per sorvegliare l’eventuale traffico di armi o di milizie. Questo, però, non può essere fatto se non si sa con precisione su quale punto dell’enorme confine libico o su quale aeroporto libico far puntare il satellite.

È qui che la NATO entra in gioco: gli strumenti di sorveglianza dell’Alleanza, in particolare gli aerei radar AWACS (Airborne Warning And Control System) e i droni Global Hawk, (UAV Northrop Grumman RQ-4), che operano dalla base NATO di Sigonella, hanno la potenzialità di risolvere questo problema. I primi permettono infatti di controllare in maniera dettagliata il traffico aereo, e quindi aiutare IRINI a decidere su quali aeroporti puntare i satelliti. I secondi possono osservare con grande precisione il traffico terrestre, grazie alla mappatura del terreno, e quindi aiutare IRINI a decidere su quale punto di confine puntare appunto i satelliti nel caso si notino spostamenti sospetti.

Questo avrebbe conseguenze fondamentali sugli equilibri regionali, dato che via terra e via aria arrivano aiuti militari – sia armi che milizie – da potenze esterne alla NATO: via terra da Egitto e da altri paesi africani e via aria da Russia, Siria ed Emirati. La Turchia, che avrebbe molto da guadagnare da un accordo del genere, però non lo sostiene: è proprio la Turchia, infatti, che sta bloccando questa possibilità. Fonti diplomatiche hanno confermato che IRINI ha chiesto ufficialmente alla NATO una collaborazione sul modello della missione SOPHIA ma la NATO l’ha negata a causa del blocco turco. Il tutto sembra avere dell’assurdo, dati i vantaggi che verrebbero alla Turchia con maggiori controlli di traffici militari via terra e via aerea.

Un ulteriore vantaggio che potrebbe generarsi dal sostegno NATO all’operazione IRINI, si potrebbe legare al possibile ruolo di IRINI nell’addestramento della Guardia costiera e della Marina libica: SOPHIA, e soprattutto l’Italia all’interno della missione, aveva fatto un grande lavoro di capacity building su questo fronte.  L’addestramento, la fornitura di mezzi e il ripristino delle navi libiche danneggiate ha permesso alla Marina libica di soccorrere, nel 2019, circa il 50% dei migranti partiti dalle coste nazionali (nel 2015 le forze libiche erano state in grado di soccorrere solo l’1% dei migranti). Questo ha consentito alla Libia di diventare più autonoma nelle capacità di polizia marittima e all’Europa di ridurre il flusso di migranti, migliorando complessivamente la sicurezza del Mediterraneo centrale e la stabilizzazione della Libia.

Il supporto di IRINI al governo del GNA, quindi, sarebbe fondamentale per proseguire su questa strada. Ancora una volta, però, Al-Serraj sembra disposta ad accettare a causa del veto turco. Insomma, una cooperazione EU-NATO, anche per questo, sarebbe fondamentale nel processo di stabilizzazione in Libia, dato che non può esistere stabilizzazione che non passi dalla formazione delle forze di polizia e di sicurezza locali.

Maurizio Geri,
Euro-Gulf Information Centre

Ghassan Salamè: solo uniti si può vincere il terrorismo

Ghassan Salamè, intellettuale e professore universitario a Parigi, recentemente è stato intervistato dal Direttore dell’ISPI ed ha ripercorso tutta la sua carriera e la sua esperienza come inviato delle Nazioni Unite incaricato di risolvere la crisi libica.

Ghassan  Salamè: solo uniti si può vincere il terrorismo - Geopolitica.info

In qualità di Rappresentante Speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite (SRSG) e capo della Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL), dal 2017 al marzo 2020, Salamè ha avuto modo di osservare sul campo l’inferno libico e tutti gli attori in gioco. Inoltre nel 2003 è stato consigliere politico della Missione di assistenza delle Nazioni Unite per l’Iraq (UNAMI), dove ha svolto un ruolo cruciale nel riunire fazioni irachene. È stato poi nominato consigliere senior del Segretario Generale (2003-2007, 2012).

L’unione è la chiave per la vittoria   

Per Salamè solo uniti si può vincere contro il terrorismo, è l’unità la vera chiave del successo in questa guerra complicata, contro un nemico subdolo ed insidioso che può attaccare in qualsiasi momento. Non possiamo permetterci il lusso di procede alla rinfusa, di fare da soli, di andare ognuno come vuole perchè questo è quello che ci rende più deboli e vulnerabili. Serve una strategia precisa ed ordinata, che coinvolga tutti gli Stati che hanno davvero la volontà di chiudere per sempre il capitolo terrorismo, che vogliono assicurare libertà e stabilità in quelle terre che ancora oggi sono martoriate da guerre che paiono non finire mai.

Secondo l’ex Rappresentante Speciale l’unità di intenti è fondamentale perchè senza quest’ultima c’è solo il caos, il disordine e la violenza; senza unione nello sconfiggere il terrorismo sono solo i signori della guerra e i jihadisti a farla da padroni sul territorio libico. Ma unità di intenti non vuol dire interferire come sta succedendo in Libia. 

Le interferenze straniere nella situazione libica

In Libia stiamo assistendo ad una serie di interferenze straniere che hanno trasformato la situazione libica in una vera e propria guerra per procura che ormai è sfuggita al controllo delle stesse fazioni in lotta ed è diventata una matassa difficile da sbrigare. Nessuno sa più cosa sta succedendo e in una situazione così intricata gli unici a fare affari sono i signori della guerra che approfittano del fiorente mercato nero per vendere armi, petrolio ed esseri umani.

La Libia è uno Stato sovrano, dice Salamè, e tale deve rimanere; gli altri Stati non possono trattarla come una loro colonia utile solo per il proprio tornacoto personale. Bisogna aiutare i libici a risolvere da soli tutte le questioni ancora in sospeso, perchè il popolo libico deve avere la possibilità di scegliere autonomamente cosa fare del proprio Paese e del proprio destino.    

La posizione di Stati Uniti, Turchia, Russia e Cina

Ad interferire pesantemente in Libia è soprattutto la Tuchia, Pasese che mira a diventare una potenza regionale di primo piano e vuole ritagliarsi la sua personale zona di influenza. Proprio in questi giorni tra Turchia e Francia ci sono alcuni dissapori proprio riguardo al modo in cui Ankara sta gestendo la crisi libica.

“Gli alleati devono ribadire “solennemente la loro adesione” sull’embargo alle armi alla Libia. Fino a quel momento la Francia ha deciso di sospendere “temporaneamente” la propria partecipazione all’operazione navale Sea Guardian della NATO nel mar Mediterraneo”, fanno sapere da Parigi. Inoltre i francesi accusano Ankara di essere un ostacolo al raggiungimento della pace tra le varie fazioni libiche.

La Turchia continua imperterrita la sua strategia di potenza e accusa Parigi di portare avanti una politica distruttiva in Libia.

La Cina dal canto suo persegue in Africa una politica quasi coloniale che le serve per prendere materie prime preziose per la sua economia e per il suo sviluppo; sono le imprese cinesi che investono ingenti risorse e regalano borse di studio per permettere agli studenti africani di studiare nelle università cinesi.

Russia e Stati Uniti trasportano sul territorio libico la loro storica rivalità e si schierano su parti opposte: Washington sostiene Al Serraj mentre Mosca sostiene il Generale Haftar. Mosca però sta assumendo un ruolo sempre più di primo piano soprattutto in Libia mirando allo status di potenza regionale.   

I ritardi e le inefficienze dell’Unione Europea

L’Unione Europea invece si è dimostrata divisa su tutto e sulla crisi libica ha proceduto alla rinfusa, in ordine sparso e soprattutto senza una strategia comune, con una grande divisione tra Stati che sostengono Al Serraj e Stati che sostengono Haftar. Proprio quello che Salamè non avrebbe mai voluto.

Ritardi ed inefficenze possono costare molto caro in Libia e minano la credibilità della stessa Unione Europea; è per questo che Salamè insiste sull’importanza di avere una visione comune, perchè i grandi problemi del pianeta richiedono lo sforzo di tutti per essere affrontati nella maniera corretta.

L’iniziativa del Cairo, tra dubbi ed opportunità

In seguito ad un meeting con il Maresciallo Haftar e Aguila Saleh, Presidente del Parlamento di Tobruch, il Presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi ha annunciato un’iniziativa diplomatica mirata a riavviare le trattative di pace per la Libia, cogliendo così l’opportunità di intestarsi un dossier che per l’Egitto è tanto materia di politica estera quanto di sicurezza nazionale. Al netto dell’opposizione di Tripoli ed Ankara, l’annuncio del Presidente ha riscosso apprezzamenti trasversali ma – al di là del galateo istituzionale – si celano posture che palesano un opportunistico bifrontismo tra l’attività diplomatica e quella sul campo.

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L’iniziativa del Cairo

Annunciata sabato 6 giugno, la proposta di al-Sisi consiste in un cessate-il-fuoco seguito da una road-map per riattivare i negoziati tra le parti. Nel dettaglio, il piano prevede la formazione di un nuovo Consiglio Presidenziale – con rappresentanti delle tre regioni libiche – composto da un Presidente, due Vice ed un Primo Ministro, in carica per un anno e mezzo con la possibilità di estensione del mandato di ulteriori sei mesi. Contrappunto fondamentale, la richiesta alle Nazioni Unite (UN) di imporre agli attori stranieri l’espulsione di tutti i loro contractors, così come di gestire il disarmo e lo scioglimento delle numerose milizie che insanguinano il Paese da quasi un decennio.

I timori di al-Sisi

Il rinnovato attivismo del Cairo deve essere interpretato in chiave cautelativa e difensiva. La proposta giunge infatti in un momento in cui la possibilità di installare un regime moderato a Tripoli – in grado di assicurare sicurezza e stabilità alla Cirenaica, considerata da al-Sisi una storica provincia egiziana – è ormai del tutto tramontata. C’è il rischio concreto anzi di una riunificazione della Libia sotto l’egida di un esecutivo dominato da forze islamiste e supportato dalla Turchia, tra i principali sponsor della Fratellanza Musulmana. Il Maresciallo Haftar è stato infatti sostenuto sin dalla prima ora da al-Sisi poiché ritenuto un utile strumento per stroncare l’influenza della Fratellanza nella regione, dopo che lui stesso è salito al potere nel 2013 con un golpe diretto proprio contro i Fratelli Musulmani egiziani.

Le reazioni di Tobruch e Tripoli

Superfluo sottolineare come da Tobruch vi sia stata una piena aderenza al piano, che non a caso è stato presentato in un momento di assoluta difficoltà militare per l’Esercito Nazionale Libico (LNA) di Haftar, incapace non solo di concludere l’assedio finale di Tripoli, in corso da più di un anno, ma ora non più in grado nemmeno di mantenere i suoi avamposti. Alla luce degli eventi, la decisione di ritirare le truppe dalla Capitale sembra quindi suggerita anche da una necessità militare, oltre che da ragioni di opportunità diplomatica. La coincidenza tra l’affanno del Maresciallo e la sua adesione al progetto di pace non è ovviamente passata inosservata dalle parti di Tripoli, che ha seccamente rispedito al mittente la proposta. Le clausole dell’iniziativa del Cairo risultano infatti inaccettabili per il Governo di Accordo Nazionale (GNA) per una serie di ragioni. In primis, la presenza di Haftar nei futuri dialoghi di pace è considerata un non-starter, tanto che il Capo dell’Alto Consiglio di Stato Khaled al-Mishri ne ha invocato la resa incondizionata ed un processo davanti ad un tribunale militare, ipotesi questa agli antipodi con le richieste egiziane, che prevedono lo smantellamento delle milizie e la consegna delle armi proprio all’LNA.

A pesare risulta la condotta dell’uomo forte della Cirenaica, che ha sempre disatteso i precedenti negoziati quando poteva contare su un quadro militare a lui favorevole, e non giova di certo alla sua immagine il rinvenimento di fosse comuni nei territori prima sotto il suo controllo, né tanto meno i campi minati che ha lasciato per coprire la ritirata. In secondo luogo, la proposta di pace è un’arma a doppio taglio per Tripoli che – almeno sulla carta – si è sempre dichiarata favorevole ad una soluzione politica. In realtà, il rilancio dei negoziati potrebbe concretizzarsi in un monitoraggio congiunto delle attività della Banca Centrale Libica e della National Oil Corporation, in questo momento saldamente sotto il controllo delle milizie e della Fratellanza Musulmana, che non sembrano intenzionate a condividerne la gestione. Infine, non c’è alcuna ragione strategica perché Tripoli accetti ora una tregua, dato che il supporto militare turco le ha permesso di ribaltare le sorti del conflitto arrivando a ventilare la liberazione di Sirte ed una penetrazione in Cirenaica.

Dietro le quinte: Ankara e Mosca

Com’è chiaro ormai da tempo, quello in corso in Libia è a tutti gli effetti un conflitto per procura, dove – al netto degli altri attori regionali – si stagliano per influenza da un lato Ankara, a sostegno di Tripoli, e dall’altro Mosca, più defilata nel sostenere Tobruch. Secondo numerosi analisti, l’intenzione di Turchia e Russia sarebbe quella di bissare quanto già avvenuto in Siria, con il consolidamento di due zone di influenza rispettivamente in Tripolitania e Cirenaica. Per questo motivo, pare che vi sia una sorta di accordo non scritto che permetterebbe al GNA di riassumere il controllo della Capitale fino ai suoi confini amministrativi. Si capisce quindi perché un ipotetico slancio verso Sirte e la Cirenaica non sarebbe tollerato da Mosca (oltre che dal Cairo), che si è cautelata nelle settimane scorse spostando dei caccia dalla Siria alla base di al-Jufra, crocevia strategico tra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Le posizioni di Turchia e Russia in merito all’iniziativa del Cairo sono comunque distanti, basti pensare che il summit a quattro previsto per sabato 13 giugno a Istanbul tra i Ministri degli Esteri e della Difesa dei due Paesi è stato rinviato a data da destinarsi. Mentre Mosca ha accolto con cauto favore la proposta egiziana, poiché comunque compatibile con il mantenimento di Haftar, Ankara l’ha respinta sin da subito, sia perché con un nuovo Consiglio Presidenziale verrebbe di fatto estromessa, sia perché considera Haftar una figura ormai compromessa e sacrificabile. È quindi prevedibile che da Ankara o Tripoli giunga prossimamente una controproposta, compatibile con il quadro onusiano ed in continuità con il processo di Skhirat avviato nel 2015.

Le reazioni della comunità internazionale

L’iniziativa è stata accolta con sospetto favore dagli Emirati Arabi, sponsor massimalisti di Haftar, che pur condividendo con l’Egitto la medesima avversione alla Fratellanza sembra siano interessati a delle concessioni portuali in Cirenaica, funzionali al loro riconoscimento come partner strategico nel Mediterraneo da parte di Pechino. Apprezzamenti sono giunti anche da Arabia Saudita, Bahrein e Giordania, che plaudono alla ripresa dei negoziati. Seppur defilati, finora, anche gli Stati Uniti hanno accolto con favore la proposta egiziana, dopo che a fine maggio l’AFRICOM aveva individuato i caccia russi ad al-Jufra, mettendo così fine alla plausible deniability del Cremlino, che si è servito dei contractors del Gruppo Wagner per evitare un coinvolgimento ufficiale. Un giudizio positivo è stato anche quello dell’Unione Europea, che si è espressa tramite una nota congiunta a firma dell’Alto Rappresentante Borrell e dei Ministri degli Esteri di Francia, Germania ed Italia.

Se il coinvolgimento tedesco appare in linea con l’impegno negoziale già materializzatosi alla Conferenza di Berlino, la posizione ufficiale francese a sostegno del governo onusiano di Tripoli stride con il suo coinvolgimento effettivo al fianco di Haftar, tanto che – secondo il The Arab Weekly – Parigi si sta spendendo nella formazione di un fronte magrebino anti-turco con l’Algeria di Tebboune e la Tunisia di Saïed. [9]

La posizione italiana

Oltre alla nota congiunta, interesse per l’iniziativa è stato espresso anche dal Premier Conte, che nella stessa giornata di sabato ha intrattenuto un colloquio telefonico con il Presidente al-Sisi. All’interno dell’UE, è forse proprio l’Italia il Paese che gode di un margine di manovra maggiore poiché – pur sostenendo il GNA – non ha mai reciso del tutto i contatti con Tobruch. Inoltre, nonostante il caso Regeni ancora insoluto, i rapporti economici tra Roma e il Cairo sono floridi, come testimoniato dall’intesa per la vendita di due fregate FREMM all’Egitto, interessato anche a pattugliatori, caccia Eurofighter ed aerei d’addestramento M-346, dopo l’acquisto nel 2019 di elicotteri AW149 e AW189 di Leonardo. La sintonia va però ben oltre l’ambito militare, dato che i due Paesi hanno una visione complementare anche in campo energetico – basti pensare alle attività di ENI a Zohr e Noor e al dossier EastMed – e strategico, essendo entrambi intenzionati a limitare l’influenza turca nella regione. Proprio la Turchia rappresenta al momento un competitor per l’Italia, che rischia di vedersi scalzata in Tripolitania e minacciata da Ankara sotto il profilo migratorio ed energetico.


Tripoli, Italia. La politica di potenza nel Mediterraneo e la crisi dell’ordine internazionale

a cura di Antonello Folco Biagini

CONTRIBUTI DI:
Antonello Folco Biagini, Claudio Bertolotti, Andrea Carteny, Gabriele Natalizia, Leonardo Palma, Salvatore Santangelo, Lorenzo Termine, Elena Tosti Di Stefano, Alessandro Vagnini.

Il costante ricorso alla guerra per procura: i casi di Libia e Siria

Durante la Guerra Fredda la possibilità di uno scontro diretto tra Stati Uniti e Unione Sovietica ha a lungo terrorizzato l’opinione pubblica e monopolizzato il dibattito politico dell’epoca. La causa principale era l’introduzione dell’arma atomica e della sua sconvolgente potenza. Fortunatamente, un simile scenario non si è mai verificato e non è avvenuto alcun confronto diretto tra le due superpotenze, che non hanno però rinunciato a scontri indiretti, alimentando così il fenomeno della “guerra per procura”.  

Il costante ricorso alla guerra per procura: i casi di Libia e Siria - Geopolitica.info

Nel secondo decennio del XXI secolo la Guerra Fredda sembra un lontano ricordo per i più anziani (e preistoria per i più giovani) e la paura di un Armageddon nucleare derubricata a fantapolitica, se non proprio fantascienza, ma la guerra per procura è rimasta una costante. Tale fenomeno oggi vale tanto per le grandi potenze quanto per quelle medie o regionali. Esempi lampanti sono i due conflitti che più hanno occupato le prime pagine dei quotidiani negli ultimi anni: la guerra in Siria e quella in Libia (anche se sarebbe opportuno citare anche quella in Yemen).

Entrambe trovano la loro origine in quella che è stata definita dalla stampa occidentale come la “primavera araba”, una serie di proteste e sommosse avvenute nei Paesi Arabi tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011. Nella narrazione occidentale di tali eventi, queste rivoluzioni trovavano fondamento nel desiderio di libertà e democrazia dei popoli sottoposti a regimi autoritari e oppressivi. La Siria e la Libia, col loro decennio tutt’ora in corso di guerra civile e sofferenza, hanno smontato tale narrazione e squarciato il velo di Maya che ancora celava la realtà dei fatti.

Primo scenario: la Siria.

Qui un regime tutto sommato forte e basato sull’autorità della dinastia degli Assad è diventato il teatro degli interessi confliggenti di potenze globali e regionali contrastanti. Se all’inizio sembrava infatti rientrare nel piano di esportazione della democrazia americana che aveva precedentemente interessato, con risultati più o meno deludenti, Iraq e Afghanistan, si è trasformato, col tempo, in un palcoscenico di attori desiderosi di recitare la loro parte e godere dei frutti del caos. 

La storia ci insegna che l’anarchia non produce altro che lotta per il potere, poiché in assenza di esso nuovi attori cercheranno di riempire gli spazi lasciati vuoti. È così che quello che per anni è stato definito come lo Stato Islamico, principale minaccia alla pace e sicurezza globale fino a poco tempo fa, ha trovato modo di proliferare e prosperare indisturbato o, addirittura, supportato da attori esterni. Quando la minaccia è diventata reale e tangibile si è deciso di unire le forze ed eliminarla alla radice (oggi operazione quasi del tutto riuscita), onde evitare spiacevoli conseguenze. Quello che però non si è eliminato è lo scontro tra potenze per il controllo di un’area strategica.  

Agli Stati Uniti, primo sponsor regionale del regime change e dei “ribelli”, si è presto opposta la Russia, da sempre vicina alla famiglia Assad e desiderosa di mantenere la sua influenza in un Paese che avrebbe potuto garantirle uno sbocco sul Mediterraneo. A quelle che un tempo erano rivali nella Guerra Fredda, si sono presto affiancati altri Stati molto più prossimi in quanto a distanza e interessi, vale a dire Turchia e Iran.

Il caso libico

In Libia la storia ha ricalcato un copione tutto sommato simile, seppur con differenze marcate in una prima fase (pensiamo alla diversa postura tra quelli che dovrebbero essere, almeno sulla carta, alleati, vale a dire Italia e Francia, e che invece hanno sostenuto rispettivamente il governo di Fayez al-Sarraj e Khalifa Haftar). Dopo quasi un decennio dalla caduta di Gheddafi il Paese continua ad essere dilaniato da una lotta intestina per il potere. Anche qui gli attori direttamente coinvolti nel conflitto sono sostenuti e sponsorizzati da potenze esterne che negli anni si sono succedute nel tentativo di espandere la loro influenza. 

Fin tanto che al-Sarraj aveva il sostegno delle Nazioni Unite, e quindi degli Stati Uniti, si era pensato che un governo di unità nazionale potesse essere possibile sotto questa nuova figura di sintesi, ma quando i suoi sponsor, tra cui l’Italia, hanno deciso di disimpegnarsi da questo scenario, Haftar ha avuto la meglio, grazie anche al sopraggiunto supporto di RussiaEgitto e Arabia Saudita, e ha avviato la sua offensiva volta alla conquista della Libia e che lo ha portato alle porte di Tripoli, sede del suo rivale nel controllo del Paese. 

Un anno fa, data di inizio della spedizione su Tripoli, sembrava che Haftar avesse ormai la vittoria a portata di mano dovuta, più che alla sua abilità come condottiero, alla mancanza di sponsor da parte del suo sfidante. Nel momento in cui però la Turchia è scesa in campo, come aveva precedentemente fatto con la Siria, il rapporto di forze in campo è di nuovo mutato e il governo di Tripoli ha trovato nuova linfa e riconquistato parte del territorio perduto.

Se oggi sembra che Haftar abbia perso il suo momentum, nonostante o, forse, anche in base alle recenti dichiarazioni del generale autoproclamatosi leader dell’intera Libia, ciò si deve al ruolo giocato dalla Turchia, potenza esterna alla Libia, sebbene ad essa interessata fin dai tempi dell’Impero Ottomano. Non va però dimenticato che se Haftar è stato in grado di condurre la sua avanzata nei mesi scorsi lo si deve solo all’appoggio fornitogli dai suoi sponsor esterni.

Ciò evidenzia come la guerra per procura sia uno degli aspetti caratterizzanti le relazioni internazionali nel nuovo millennio e riguardante non solo le grandi potenze ma anche quelle medie, o aspiranti tali, che preferiscono coinvolgere attori locali o mercenari piuttosto che esporsi direttamente in un conflitto dal quale rischiano di non uscire, se non al costo di lunghi anni di sforzi e sofferenze e senza un esito certo. Sembra infatti che, almeno in questi scenari, le grandi potenze abbiano appreso la lezione enunciata dal politologo Andrew Mack nel suo saggio del 1975 dal titolo significativo “Why Big Nations Lose Small Wars”. Qui si esamina a fondo la dottrina della guerra asimmetrica che vede la contrapposizione tra una grande potenza e degli insorti. Nonostante la significativa discrepanza nella forza convenzionale delle due parti in causa alla fine gli insorti riescono ad avere la meglio poiché, come sosteneva Kissinger nel 1969: “We fought a military war; our opponents fought a political one. We sought physical attrition our opponents aimed for our psychological exhaustion in the process, we lost sight of one of the cardinal maxims of guerrilla warfare: the guerrilla wins if he does not lose. The conventional army loses if it does not win”. Il costo della guerra asimmetrica, unito alla sempre maggior avversione dell’opinione pubblica delle grandi potenze per le perdite, ha quindi incentivato e incentiverà sempre più la guerra per procura negli anni a venire.

Italia e Turchia. Tra ambiguità e mea culpa

I più recenti eventi che hanno visto la cooperazione italo-turca in Somalia per la liberazione di Silvia Romano hanno risuonato tanto nei media quanto nell’opinione pubblica come un vaso di Pandora scoperchiato all’improvviso. Eppure, le relazioni tra Roma e Ankara sono da tempo connotate da peculiarità che appaiono certamente ambigue – se non divergenti – qualora le si interpreti con la grande lente internazionale. Allo stesso tempo, però, le relazioni bilaterali continuano a mantenere un profilo tutt’altro che conflittuale, lasciando quindi aperti interrogativi più profondi sul loro futuro così come su quello delle calde questioni di mutuo interesse.

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Due Paesi due misure

In generale, seguendo il trend degli ultimi anni, non deve del tutto sorprendere che laddove l’Italia giochi il suo classico ruolo di mediatore e subisca la mancanza di un’agenda estera europea, la Turchia abbia gioco facile nel perseguire il proprio obbiettivi strategici. Sarebbe fallace leggere l’ingresso della Turchia in determinate aree di reciproco interesse come un torto all’alleato italiano in una diretta correlazione causa-effetto, poiché significherebbe non considerare le variabili strutturali interne ed esterne che hanno determinato la più recente politica estera dei due Paesi. Da un lato l’Italia ha pagato le discontinuità di governo e l’aver subordinato l’interesse nazionale ad azioni cooperative con alleati incerti o sotto l’egida delle organizzazioni internazionali. Ne è risultato un rischio costante di privarsi di una propria voce e mancare di rapide risposte ai mutamenti globali. Dall’altro, la stabilità al potere dell’AKP di Erdoğan e la crescente instabilità internazionale hanno invece permesso alla Turchia di ricercare un proprio spazio di autonomia fuori dal conservatorismo della “pax americana” e verso nuove aree, ma sempre sfruttando la propria posizione geostrategica all’interno della NATO e senza mai privarsi totalmente di un’utile dimensione europea. 

La Somalia: rischi e opportunità

Di certo, non si può parlare di una “questione somala” tra Roma e Ankara o di una competizione sul campo, quanto piuttosto di un diverso calcolo costo-opportunità maturato nel tempo. L’ex colonia è fuori dalle rotte italiane già dal crollo del regime di Barre nel 1991, cui hanno seguito un’anarchia militare e una missione ONU fallimentare che hanno reso il terreno fertile per la diffusione di gruppi terroristici di matrice islamica e per l’ingresso di nuovi attori. Lo scenario avrebbe pertanto richiesto un impegno meno cooperativo e più assertivo con il quale l’Italia avrebbe arrischiato la propria immagine internazionale già pesante di un passato coloniale. Chi invece ha potuto penetrare più in sordina nel Corno d’Africa è la Turchia. Contrariamente a una lettura del neottomanesimo limitata alla chiave imperialistica, la dottrina estera delineata da Davutoğlu ha dapprima giocato la carta del soft power culturale e della “diplomazia umanitaria” per poi stabilizzare la propria presenza con investimenti economici e militari. Erdoğan ha guadagnato credito a tal punto da “esser stato invitato” a cercare petrolio dal governo di Mogadiscio. È sempre la Turchia che negli ultimi mesi ha portato assistenza nell’affrontare la drammatica invasione di locuste e che ha inviato in Somalia materiale sanitario per far fronte all’emergenza Covid-19. Rimane altresì da comprendere quanto siano realmente calcolati i pericoli di iperestensione nel lontano ginepraio africano per un Paese che, similmente all’Italia, si configura come una media potenza. 

La Libia tra due fuochi 

Lo scenario libico è invece il più preoccupante dal momento che l’Italia fatica a districarsi nel balletto di alleanze tra i suoi alleati nel Vecchio continente e quelli mediterranei, tanto da aver scelto una posizione intermedia tra Al-Sarraj e Haftar che fornisce poche certezze. Roma ha seguito la strada diplomatica dalla Conferenza di Palermo all’ultimo incontro di Berlino, aprendosi alla sponda di Egitto, Russia, Emirati e Francia al fianco di Haftar. Questo però al prezzo di rischiare di perdere la propria credibilità con quello che appare un tacito passo indietro – se non l’ammissione di un fallimento strategico – dall’inziale supporto al presidente Al-Sarraj sostenuto dall’ONU. La Turchia, anche in questo caso, ha approfittato delle reticenze europee (e ancor più degli alleati atlantici) a scendere in campo a fianco del Governo di Accordo Nazionale, inviando armi e trasferendovi le milizie mercenarie già usate in Siria. L’interesse di Ankara nell’evitare il collasso del governo di Tripoli non si inserisce tanto nel contesto delle rivalità egemoniche regionali, quanto piuttosto negli appetiti energetici che l’accordo con Al-Sarraj potrebbe saziare al termine del conflitto. 

La strada è in salita perché la partita è militare. Contrariamente alle illusioni iniziali, purtroppo, il disegno di Haftar esclude disarmo e pace. Nonostante un costo in vite umane inqualificabile, in realtà, il conflitto libico è poco nelle mani dei libici e molto dipendente dalla forza del sostegno degli attori esterni. Le ultime sconfitte subite dal generale sembrano aver portato Egitto, Russia e Francia a rimodellare il loro coinvolgimento, mentre la presenza turca ostacola le forniture dagli Emirati. Con questo nuovo equilibrio a favore del fuoco di Al-Sarraj, l’Italia ha la possibilità reinserirsi nello scacchiere. Per farlo è prima necessario un riavvicinamento deciso al Governo di Unità Nazionale e un’eventuale rinegoziazione del Memorandum of Understanding sarebbe una prima via per chiarire le opzioni anche nell’ottica di tavoli futuri. In tal senso, l’azione turca e italiana rimarrebbero antitetiche nelle modalità d’azione – l’una militare e l’altra negoziale– ma avrebbero in Al-Sarraj una pedina comune sul campo da muovere verso i propri scopi ultimi. Parallelamente, il tenore del contributo alla nuova operazione navale europea EUNAVFOR MED “Irini” sarà l’altro strumento da maneggiare con cura per provare a tener vivo un minimo indirizzo comunitario votato al bene comune: la stabilità. 

Le burrasche del Mediterraneo Orientale

Sul versante levantino del Mediterraneo, oltre alla annosa questione cipriota, il nodo è la spartizione delle Zone Economiche Esclusive per lo sfruttamento di risorse energetiche. Il sopracitato accordo di massima con al-Sarraj ha certamente dimostrato l’intenzione della Turchia nel proseguire con esplorazioni extraterritoriali in netto contrasto con gli interessi di diversi attori, tra cui l’Italia stessa. I toni si sono inaspriti a tal punto che Grecia, Cipro, Egitto, Francia e Emirati Arabi Uniti hanno adottato un comunicato che condanna le “attività illegali turche”. Ciononostante, la tradizionale prudenza potrebbe paradossalmente favorire Roma in questa fase polarizzante della questione. “Sostenere a oltranza, più della stessa Unione Europea, le mire di Grecia e Cipro non ci avvantaggia”, sottolinea l’ufficiale Fabio Caffio. Così come prendere una posizione meno equilibrata potrebbe avere un alto prezzo strategico visto che, a differenza degli altri Stati dell’asse anti-Erdoğan, l’Italia non sostiene ufficialmente Haftar e possiede una serie di dossier comuni con Ankara. In sostanza, gli interessi geopolitici italiani ruotano attorno alla prospettiva di una Libia unificata e pacificata. Nel frattempo, un riavvicinamento alla Turchia va comunque valutato positivamente nella misura in cui l’Italia sappia da sola far valere la superiorità del proprio peso specifico nella questione energetica. Tra consensi interni altalenanti e un’economia in bilico, Erdoğan necessita di azioni repentine e grandi compromessi col rischio di errori di calcolo. L’italiana ENI è invece un consolidato protagonista che necessita unicamente di tornare ad esser caricata del suo naturale significato strategico. Magari partendo da un impulso al progetto Eastmed e da una valorizzazione del TAP, fuori dai connotati politici ma dentro l’idea di affidarsi ad armi negoziali meglio delineate. 

Non solo Alleanza Atlantica

Le relazioni bilaterali, non va dimenticato, hanno numeri importanti e necessitano di rimanere vive anche per il quadro economico ora più che mai necessario per l’export italiano e l’internazionalizzazione delle aziende strategiche. L’Italia è il quinto partner commerciale della Turchia, con 20 miliardi di interscambio totale e 1.418 realtà italiane presenti sul territorio – tra cui FCA, Leonardo, Pirelli, Ferrero, Salini Impregilo. La voce più consistente è rappresentata dall’industria automobilistica, seguita dalla metallurgia e dal tessile e dal settore agroalimentare. Se è vero in generale che l’Italia fatichi a far la voce grossa, sarebbe un errore farlo tout court nei confronti della Turchia e privarsi di un partner con cui è più conveniente continuare dialogare anziché rompere il canale privilegiato e rischiare pesanti ripercussioni di lungo termine. Mantener saldo lo strumento economico è sempre utile nell’ottica di dispute più ampie.

In conclusione, la politica estera italiana va come sempre esaminata con la giusta dose di pragmatismo. È quindi lecito e corretto il dibattito su un eventuale debito verso Erdoğan dopo la liberazione di Silvia Romano, ma il giudizio non può prescindere da un mea culpa più profondo: la Turchia rappresenta solo uno dei tanti speculatori su un debito che la politica estera italiana nutre in primis verso se stessa e le vicende in Somalia altro non sono che una cartina tornasole di problematiche strutturali mai realmente affrontate.

Nel quadro mediterraneo in costante evoluzione, mantenere la “barra al centro” con il vicinato è ora l’unico imperativo realistico per l’Italia, quantomeno per continuare a difendere un profilo internazionale di moderazione e affidabilità. Certo, farlo con paesi sfuggenti come la Turchia richiede la stesura a monte di un’agenda estera con precise priorità e la definizione di propri asset strategici per materializzarla. Solo in tal caso, forte di espedienti concreti su cui far leva, sarebbe possibile per l’Italia tornare ad avere un Mare Nostrum e ridefinire la propria postura, anche verso l’incauto alleato turco. Il fatalismo non deve prevalere e un più alto livello di minacce non deve tradursi in disinteresse né tantomeno in rottura, ma nell’elaborazione di un’interdipendenza che disincentivi la non-cooperazione. 

La NATO e l’Italia: intervista all’On. Luca Frusone

In un periodo di grande incertezza generata dal COVID-19 abbiamo intervistato l’Onorevole Luca Frusone, Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, per sapere come si sta muovendo l’Alleanza Atlantica, nel supporto ai paesi membri ma anche nella gestione delle nuove minacce che incombono su di essa e, in particolare, sull’Italia, uno dei paesi più colpiti dalla pandemia.

La NATO e l’Italia: intervista all’On. Luca Frusone - Geopolitica.info

1) Onorevole Frusone la ringraziamo per averci dato la possibilità di intervistarla. Qualche settimana fa il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg ha dichiarato che la crisi posta dal coronavirus non rimuove le sfide di sicurezza con cui l’Alleanza si doveva confrontare già da prima. Le volevamo chiedere, in quanto Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO, come sta rispondendo l’Alleanza a questa crisi causata dal COVID-19 e come, contemporaneamente, sta continuando a garantire la sicurezza ai propri Alleati.

La crisi provocata dal Covid-19 ha avuto un impatto dirompente sulla nostra vita. La NATO fin dal primo momento si è messa in moto per assistere, attraverso le sue strutture, gli alleati più colpiti, tra cui l’Italia. L’assistenza fornita dall’Euro-Atlantic Disaster Response Coordination Centre (EADRCC), attraverso materiali ed altri strumenti sanitari, è stata fondamentale. 

Un altro interessante esempio è stata la capacità di ridurre la burocrazia attraverso la mobilità aerea rapida: speciali codici aerei assegnati dalla NATO, con conseguente maggiore garanzia e velocità di dispiegamento per i voli che sorvolano gli spazi aerei dei paesi alleati. Inoltre, la NATO si pone anche come piattaforma per la condivisione di informazioni e best practice tra gli alleati, che continuano e continueranno a sostenersi a vicenda. In questo momento di crisi è stato più volte invocato l’articolo 3 del Trattato, che racchiude in sé il concetto di resilienza. L’Alleanza da tempo insiste su come la resilienza civile e le capacità militari siano elementi complementari, parti di uno stesso compito: garantire la sicurezza.

Il momento di crisi non ha indebolito l’Alleanza ma ne ha incrementato l’impegno nel mantenere i suoi obiettivi, continuando a fornire strumenti e misure di deterrenza e di difesa credibili ed efficaci.

Sotto questo punto l’attenzione verso il Southern Flank rimane prioritaria anche alla luce del protrarsi del conflitto libico e della lotta al terrorismo. L’obiettivo principale della NATO è garantire la sicurezza e la stabilità. In un momento in cui le strutture statali sono concentrate sulla pandemia, ecco che l’aiuto di un’organizzazione internazionale solida, diventa fondamentale. La crisi economica che colpirà anche la regione del MENA – pensiamo al contraccolpo che subirà ad esempio l’Egitto con il calo dell’afflusso turistico – porterà ad un rafforzamento di gruppi terroristici e di altri attori non statali, amplificando la destabilizzazione della regione già in atto. Può sembrare paradossale ma è in questo momento che dare un maggior supporto oltre i nostri confini eviterà in futuro di intervenire in situazioni già compromesse. Nelle missioni internazionali l’impegno rimane massimo, grazie alla decisione di incrementare lo sforzo degli alleati nell’attività di addestramento e formazione condotto sotto l’egida della Coalizione Internazionale, nell’ambito della missione NATO in Iraq per rafforzare le forze irachene nella lotta contro Daesh. Molto lavoro si sta svolgendo nel contrasto alle continue campagne di disinformazione che si sono verificate nel corso della crisi sanitaria. A tal proposito, sottolineo come l’Assemblea parlamentare della NATO avrà certamente un ruolo fondamentale, anche portando all’interno dei parlamenti nazionali una maggiore attenzione su questi temi. 

2) L’Italia è uno dei paesi più colpiti da questa pandemia. In una videoconferenza alla quale hanno partecipato tutti ministri della Difesa degli Stati membri della NATO, il nostro ministro Lorenzo Guerini ha sottolineato l’importanza delle Forze Armate italiane in un momento così delicato. Quale è stato e quale è il loro ruolo nella gestione di questa crisi?

La ringrazio per la domanda che mi permette di evidenziare l’encomiabile lavoro che le donne e gli uomini delle nostre Forze Armate stanno svolgendo. Quando si parla di ripartire velocemente, di concetti come resilienza e capacità di resistere ad uno shock, dobbiamo ringraziare prima di tutto la professionalità e la dedizione dei nostri militari. Fin dallo scoppio dell’epidemia, poi diventata pandemia, la Difesa si è mossa subito attraverso il Comando Operativo di vertice Interforze (COI), guidato dal Generale Luciano Portolano, che ha messo in piedi una sala operativa 24h/24h per la gestione dell’emergenza. Il COI infatti è stato identificato dal capo di Stato maggiore della Difesa, Generale Enzo Vecciarelli, quale referente unico delle Forze Armate per la gestione dell’emergenza sanitaria, in coordinamento con le altre istituzioni coinvolte. Da qui sono partite e sono state coordinate tutte le operazioni che hanno visto i nostri militari rispondere presente alla chiamata alle armi contro il COVID-19. Per dare qualche numero: al 5 maggio sono oltre 45.000 le donne e gli uomini delle Forze Armate schierati. 

In pochissimo tempo sono stati messi a disposizione 5.700 posti letto in 2.290 stanze in tutta Italia. Sono 163, al momento, le missioni di volo a scopo sanitario. Ben 2.378 mezzi (tra generici, ambulanze, bus) a cui aggiungere 313 assetti (elicotteri, velivoli, autocarri). Inoltre, non bisogna dimenticare il prezioso apporto fornito al Supporto alla Pubblica Sicurezza. Nonostante questi numeri però c’è un aspetto da approfondire. In questi mesi, attraverso i social network molti cittadini hanno invocato l’uso dell’Esercito al fine di garantire il rispetto delle misure di contenimento della pandemia. Un errore che hanno commesso anche molti rappresentati delle istituzioni locali. Questo fa capire come non ci sia molta conoscenza delle Forze Armate. Non è più tempo di focalizzarci sui numeri: l’efficienza dei nostri uomini è più importante. Purtroppo, l’età media negli ultimi anni è aumentata. Questo dovrebbe spingerci a non considerare, ripeto, il numero effettivo dei nostri militari. La vera sfida per il futuro non sarà incrementare di oltre 30.000 unità gli effettivi, come molti suggeriscono. Il nostro impegno dovrà essere garantire un numero sempre crescente di personale altamente specializzato, adeguatamente addestrato e prontamente impiegabile, con un elevato grado di interoperabilità con le altre forze di sicurezza e con mezzi e strumenti necessari efficienti e validi. Un tema che cercherò di portare all’attenzione della commissione difesa, visto che nei diversi Paesi alleati se ne parla già da tempo.

3) La legge n. 56/2012 consente al Governo di poter esercitare poteri speciali nei settori della difesa e della sicurezza nazionale. La legge in questione permette l’intervento su qualsiasi società considerata di rilevanza strategica. Con la legge n. 41/2019 la sfera di intervento viene ampliata ai servizi di comunicazione elettronica basati sulla tecnologia 5G. L’8 aprile, invece, è stato introdotto un nuovo decreto-legge, il n.23/2020 – chiamato anche decreto liquidità – con il quale sono state introdotte delle modifiche relative al “golden power”. Ci può spiegare cosa cambia con questa nuova normativa?

L’emergenza COVID-19 ha travolto insieme alle nostre vite anche il settore industriale. Gli schemi che governavano il mercato fino a pochi mesi fa sono saltati, causando forti perdite di valore di molte società italiane – quotate e non – che sono diventate possibili bersagli di scalate a prezzi di saldo da parte di investitori esteri. Non possiamo permetterlo. Con il nuovo decreto liquidità si è voluto rispondere a questa emergenza con l’estensione della “golden power” in tutela delle società operanti in ulteriori settori giudicati strategici per l’economia e la sicurezza del sistema Paese, quali l’alimentare, l’assicurativo, il sanitario e il finanziario. Per spiegare in parole povere il “golden power”, lo si può paragonare ad uno scudo con il quale il Governo protegge le imprese appartenenti a settori strategici da eventuali operazioni di acquisto al ribasso operate da investitori stranieri. Con il nuovo decreto i poteri di veto del Governo vengono estesi anche alle operazioni di acquisizioni all’interno dell’Unione Europea per il controllo e per l’acquisizione di quote del 10% in su. Sarà possibile avviare d’ufficio l’esercizio dei poteri speciali anche per operazioni non notificate. Si è operato inoltre sull’articolo 120 del Testo unico in materia finanziaria (TUF), rivedendo al ribasso le soglie per le comunicazioni alla Consob ed estendendo l’obbligo anche alle società ad azionariato diffuso. Vengono inoltre potenziati gli obblighi di comunicazione alla Presidenza del consiglio. Il tutto ci consentirà di estendere di fatto la protezione anche alle PMI e con esse alle principali filiere produttive del nostro Paese. 

4) Onorevole Frusone, ho trovato molto interessante il suo intervento, lo scorso 6 febbraio, alla conferenza “NATO: Implementing the 360-Degree Approach”. Intervento nel quale ha sottolineato l’importanza che ricopre il “Fianco Sud” per la NATO. Infatti, abbiamo visto come negli ultimi anni l’Alleanza Atlantica si sia impegnata a rafforzare il suo ruolo proprio in quell’area. Quali sono le reali minacce che provengono dal “Fianco Sud” e quale è la risposta della NATO?

Per l’Italia e la NATO il Southern Flank rappresenta sempre di più una priorità. Quando si parla di Fianco Sud si indica un insieme di scenari eterogenei di crisi che necessitano di politiche dedicate e soluzioni precise. In questi anni, il MENA è stato caratterizzato dalla lotta a Daesh e agli altri gruppi politici di matrice jihadista. I problemi economici, sociali ed ambientali sono i fattori chiave di questa situazione di costante insicurezza nella regione. 

Proprio mentre stiamo parlando, nella vicina Libia, le forze dell’esercito guidato dal maresciallo Khalifa Haftar e le forze tripoline si stanno preparando per nuove operazioni militari. 

In questo quadro ormai noti sono gli interessi presenti da parte di nuovi attori geopolitici nel Mediterraneo: parliamo di Russia e Cina.

La dimostrazione è data dall’ultimo report delle Nazioni Unite del 6 maggio, dove si riferisce di 800-1200 mercenari russi o filorussi della Wagner schierati a fianco del Libyan National Army

Si è sviluppato nel territorio libico un sistema di alleanze a geometria variabile, incentrate in gran parte su reciproci vantaggi economici piuttosto che su comunanze ideologiche: sfruttando i porosi confini libici sempre più terroristi partecipano ai traffici di armi, droga e esseri umani e attraggono nuove reclute.

In questo momento di confusione globale l’attenzione verso i possibili sviluppi nella regione deve rimanere massima, tenendo conto anche di un eventuale spinta propulsiva alle crisi causata dal COVID-19.

La Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO ha puntato ad un riconoscimento e ad un supporto del ruolo italiano nel Fianco Sud, al fine di prevenire il più possibile il rischio d’instabilità ai confini dell’Alleanza. Questo anche grazie al potenziamento delle capacità dell’Allied Joint Force Command (JFC) e dell’Hub per il Sud della NATO. La concretizzazione di questo lavoro lo troviamo nella Risoluzione n. 451 volta a “Rafforzare il contributo della NATO per affrontare le sfide provenienti da Sud” approvata nella sessione dell’Assemblea annuale 2018 tenutasi ad Halifax.

Il nostro obiettivo è stato quello di far comprendere l’importanza della questione anche per i Paesi che per latitudini geograficamente differenti, possano percepire in modo alterato i rischi di un Mediterraneo nel caos. Inoltre, ho voluto fortemente che gli atti approvati dall’assemblea iniziassero ad essere discussi anche all’interno delle nostre commissioni nazionali. Ciò è avvenuto la prima volta lo scorso 15 maggio, dove la discussione sulla risoluzione n. 451 è stata approvata all’unanimità.

5) Ultima domanda. Nell’ultimo decennio nuovi tipi di minacce hanno sfidato la coesione e la stabilità della NATO: quella cyber e quella ibrida. L’Alleanza da sempre, però, ha mostrato una grande capacità di adattamento al contesto che la circonda. In che modo ci si sta muovendo per garantire la sicurezza e la difesa degli Alleati da queste due nuove minacce? 

La NATO è pronta ad assistere a venire in soccorso degli alleati contro minacce ibride nell’ambito della difesa collettiva. L’Alleanza ha sviluppato una strategia sul suo ruolo nel contrastare la guerra ibrida per aiutare a far fronte a queste minacce che si estrinseca in tre fasi: preparazione, identificazione e risposta.

Per far fronte a queste, già nel luglio 2018, i leader della NATO hanno concordato di istituire squadre di supporto counter-hybrid, che forniscono assistenza mirata su misura agli alleati su loro richiesta, nella preparazione e risposta alle attività ibride. A dimostrazione di questo recentemente il Presidente del Comitato militare della Nato, Air Chief Marshal Sir Stuart Peach, ha annunciato la formazione della prima squadra anti-ibrida NATO, affermando che “è stata schierata nel nostro stato alleato, il Montenegro, con l’obiettivo di contribuire a rafforzare le capacità del Montenegro e scoraggiare le incursioni di tipo ibrido”.

Sono inoltre continui anche gli scambi di know-how tra i partner della NATO sul tema, rafforzando la propria capacità di coordinamento. Anche l’intelligence riveste un ruolo di primo piano attraverso la Joint Intelligence and Security Division che ha dedicato una sezione esclusivamente alle minacce ibride. 

Grandissimo sforzo si sta facendo per contrastare le campagne di disinformazione attraverso la comunicazione dei fatti che la NATO compie ogni giorno per la sicurezza dei cittadini. Alla luce di quanto detto non sorprende che la sicurezza, la difesa e la deterrenza cibernetica siano diventate questioni urgenti per l’Alleanza Atlantica.

Come dichiarato più volte dal Segretario Generale Jens Stoltenberg, l’Alleanza registra ogni giorno eventi informatici sospetti, segnalando un aumento costante delle intrusioni nelle reti ed infrastrutture governative degli Alleati.

Solo nel 2019 si stimano danni per 2.1 trilioni di dollari causati da attacchi cyber. La NATO da tempo sta correndo ai ripari mettendo in piedi un sistema volto ancora una volta la sicurezza degli alleati. La cyberdefence è divenuta una core task della NATO durante il vertice di Varsavia nel 2016, che ha riconosciuto il cyberspazio quale nuovo dominio operativo da difendere alla stregua di terra, mare, aria. 

Il tutto visto in ottica difensiva con lo scopo di proteggere dalle minacce informatiche gli alleati. 

Pur mantenendo la titolarità della propria difesa ogni stato alleato viene supportato dalle numerose strutture dell’Alleanza attraverso un’azione di:

  • condivisione in tempo reale di minacce attraverso piattaforme e best practices;
  • invio di squadre di pronto intervento in ottica cyberdefence;
  • sviluppo di obiettivi comuni per facilitare un approccio alla capacità di difesa;
  • investimento nella formazione ed esercitazioni, come la Cyber Coalition, una delle più grandi simulazioni di cyberdefence al mondo.

Vorrei sottolineare inoltre il lavoro del NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence di Tallinn, in Estonia, che l’Italia supporta in qualità di Sponsoring Nation. Infatti, il Centro di Eccellenza di Tallin, vero e proprio think tank internazionale, organizza, ogni anno, due esercitazioni: la Crossed Swords, evento riservato a personale tecnico dei Red Team e la Locked Shields.

Locked Shields, in particolare, è la flagship exercise del Centro ed è la più complessa esercitazione live-fire (ovvero attacco-difesa in tempo reale) al mondo. L’edizione del 2018 ha impegnato i Blue Team di circa 30 nazioni partecipanti nella difesa di sistemi virtuali complessi – come centrali elettriche, reti 4G, sistemi di pilotaggio droni, sistemi di comunicazione – da oltre 2.500 attacchi di varia natura.

In poche parole, la NATO dimostra di sapersi adattare alle sfide sulla sicurezza che gli scenari moderni stanno ponendo. L’aspetto sul quale però si dovrà lavorare molto è quello politico. Se da una parte la NATO emerge come valido provider di sicurezza in diversi campi, dall’altro alcune azioni e alcuni comportamenti dei singoli Stati rischiano di minare, non tanto all’interno ma all’esterno, l’immagine della NATO. Su questo si dovrà lavorare ancora molto.

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Libia: morire per una bomba o per il Coronavirus?

Al peggio non c’è mai fine e la Libia lo sa bene. Dopo anni di combattimenti, la tregua non arriva, anzi, sui territori forse dimenticati da Dio sembra abbattersi un’altra incombente minaccia, quella del Coronavirus.

Libia: morire per una bomba o per il Coronavirus? - Geopolitica.info fonte: repubblica.it

Da ormai sei anni in Libia è in corso una guerra civile tra due fazioni dominanti. Da una parte, il Governo di accordo nazionale (GNA) con base a Tripoli e diretto da Fayez Al- Sarraj. Governo ufficialmente riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto dalla Turchia. Dall’altra, l’esercito nazionale libico (ENL), guidato dal generale Khalifa Haftar, con base a Bengasi, nella regione est del paese, ricevente l’appoggio di potenze rilevanti sullo scenario internazionale quali la Russia, l’Egitto e gli Emirati Arabi. Nell’ultimo anno l’ENL ha preso d’assalto Tripoli nella speranza di ottenere il controllo di tutto il paese e così la linea del fronte si è spinta sino alla periferia della città, dove ad oggi i cittadini si sono ammassati e vivono in condizioni altamente precarie.

A questa realtà intrinsecamente problematica e labile di partenza, se ne somma un’altra, quella dell’epidemia del Covid-19.  In un paese in cui le infrastrutture sono devastate dalla guerra civile ed il sistema sanitario è poco stabile, la diffusione dell’infezione da Coronavirus potrebbe gravare sull’assetto nazionale.

Le misure preventive conclamate dall’occidente, quali per prime il distanziamento sociale e la permanenza obbligata all’interno delle proprie dimore, sembrano non aver opportunità di realizzazione in un paese in cui, i quotidiani scontri obbligano le persone a continui spostamenti per fuga o peggio ancora, dove la popolazione è costretta a ricorrere alla scelta disperata di ammassarsi lì dove i bombardamenti non sono ancora arrivati, mettendo così a repentaglio la propria salute.

In sintesi, nei campi di battaglia, le misure atte a prevenire la diffusione del contagio sono ben lungi dall’essere applicate e tutto questo conduce irrimediabilmente ad un bivio atroce: restare in casa, con il pericolo di essere colpiti da una bomba o fuggire rischiando di contrarre un virus che, in non pochi casi, è altamente letale.

Ad oggi il numero di contagi confermati in Libia non supera quello di diverse decine di persone, dati che a prima vista sembrerebbero rassicuranti ma che ancora una volta potrebbero non rispecchiare la realtà dei fatti. Il sistema sanitario non è in possesso degli strumenti necessari per verificare il numero effettivo dei contagiati, ciò che nel pratico si traduce in una scarsità di tamponi. Analogamente, risulta altrettanto difficoltoso in molti casi riuscire a comprendere la causa effettiva dei decessi, con la conseguente ombra di incertezza in merito alle stime ufficiali dei deceduti per Covid-19.

Alla luce della minaccia causata dall’emergenza sanitaria, sono giunte sul territorio libico varie richieste da parte delle Nazioni Unite di cessate il fuoco, le quali non solo hanno avuto un’efficacia assai discutibile ma sembrano oltre tutto aver avuto l’effetto contrario. Dopo brevissimi attimi di tregua, l’esercito nazionale libico ha addirittura iniziato a bombardare gli ospedali civili, certo di trovarvi all’interno una notevole quantità di persone ricoverate per Coronavirus, esasperando le circostanze. Raccapriccianti sono le immagini di soldati libici che imbracciano un fucile ed indossano una mascherina,emblema di un paese non disposto a rinunciare alla guerra seppure questa implichi la possibilità di un contagio letale. 

Parallelamente a queste circostanze, c’è una parentesi da non sottovalutare che è quella dell’orrore nei centri di detenzione libici, all’interno dei quali si perde il conto del numero degli “ospiti” e nei quali la diffusione del virus trova un accesso preferenziale, viste le condizioni inumane in cui essi riversano. Detenuti che nella migliore delle ipotesi riescono semplicemente a tentare la traversata per raggiungere l’Europa, la stessa che invece, dal canto suo, per adempiere alle misure di contenimento del Covid-19, sta rendendo le omissioni di soccorso sempre più all’ordine del giorno, utilizzando la crisi sanitaria come pretesto per rimpatriare gli immigrati, ignorando forse che: “rimandare al proprio paese di origine chi presenta una richiesta d’asilo senza ascoltare le sue dichiarazioni va contro i principi fondamentali della legislazione internazionale sui profughi.”

Libia – Haftar ripudia l’accordo di Skhirat. Gli ultimi sviluppi della crisi

Se l’Italia sembra essersi impantanata nell’emergenza coronavirus, ciò non implica che il resto del mondo si fermi, a maggior ragione quelle porzioni di terra dilaniate dai conflitti. L’allentamento delle pressioni esterne dovute al virus sembra anzi aver rinvigorito le ragioni di chi soffia sul fuoco della guerra come sta avvenendo in questi giorni in Libia.

Libia – Haftar ripudia l’accordo di Skhirat. Gli ultimi sviluppi della crisi - Geopolitica.info

Del 23 aprile sono le parole incendiare del maresciallo di Libia Khalifa Haftar, comandante in capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), con le quali durante un discorso televisivo ha invitato la popolazione libica a stracciare i termini dell’accordo Skhirat datato 2015. Nella cittadina marocchina il 17 dicembre 2015 i delegati del Congresso di Tripoli e della Camera di Tobruk avevano firmato un accordo per la nascita di un “governo di unità nazionale” incaricato di pacificare il Paese. Il Libyan Political Agreement (LPA) di Skhirat se da un lato era frutto della necessità comune a Tripoli e Tobruk di combattere contro lo Stato Islamico, dall’altro non poneva ai due schieramenti rivali obiettivi politici raggiungibili in tempi brevi come la completa unificazione della Libia sotto l’egida di una triade di organi esecutivi rappresentata da un Consiglio di Presidenza, un Gabinetto ed un Consiglio di Stato mentre la funzione legislativa sarebbe stata esercitata dal Parlamento di Tobruk.

Il fatto che le decisioni in materia di politica militare – comprese le nomine dei comandanti di grandi unità – secondo il documento di Skhirat spettassero esclusivamente al Consiglio di Presidenza aveva già all’epoca fatto intuire che l’accordo avrebbe avuto vita breve o sarebbe rimasto – come puntualmente si è verificato – inapplicato. Una politica militare interamente gestita dal Consiglio di Presidenza escludeva dai meccanismi decisionali uno dei principali attori del conflitto, nonché uomo forte della Cirenaica, il maresciallo Khalifa Haftar che è stato, infatti, uno dei più accaniti avversari dell’accordo di Skhirat.

Scaduto ufficialmente il 17 dicembre 2017 – nonostante l’ONU lo ritenga ancora valido – l’accordo di Skhirat ha continuato ad essere operativo nonostante, secondo Haftar, gli organi da esso scaturiti, su tutti il governo tripolino presieduto da Fayez al-Sarraj, abbiano da quella data perso legittimità generando una situazione incontrollabile. Nella seduta del 22 aprile lo speaker del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh Issa ha proposto di affidare ad un nuovo Consiglio di Presidenza le funzioni del comandante supremo delle Forze Armate almeno nella prima fase lasciando intuire non  solo  su cosa si baserà una eventuale proposta di revisione del LPA ma, in termini di politica spicciola, il sostegno assoluto alle aspirazioni di Haftar.

Nonostante Haftar non abbia mai fatto mistero di considerare nullo il LPA, ha scelto di parlarne nuovamente in televisione all’apertura del mese sacro del Ramadan per un motivo ben preciso: lo stato di palese debolezza politico-diplomatica e quindi “contrattuale” dei sostenitori esteri di al-Sarraj (Italia compresa) non garantisce a Tripoli quella copertura internazionale sulla quale si è fondata la sua tenuta quale “potere legittimo” in Libia.

Rivolgendosi ai libici Haftar ha detto: «Il Consiglio di Presidenza di Tripoli ha distrutto l’economia, ha saccheggiato e sprecato il denaro della popolazione, ha trascurato lo sviluppo, si è alleato con milizie terroristiche, ha sfruttato le risorse petrolifere per sostenerle e ha portato mercenari per combattere a fianco dell’esercito». Il maresciallo ha dipinto l’esecutivo tripolino come schiavo della corruzione e vassallo della Turchia autoeleggendosi quale campione della sovranità libica. Lo stesso ha fatto il portavoce del LNA al-Mismari il 22 aprile dichiarando in conferenza stampa che «L’intervento della Turchia è diventato una occupazione diretta della capitale».  L’intervento armato di Ankara in Libia ai primi di gennaio aveva spiazzato le cancellerie occidentali e, sul campo, dato ossigeno alle milizie del GNA impegnate in una difficile battaglia difensiva contro le meglio armate truppe haftariane. La presenza di soldati regolari turchi e di centinaia di mercenari levantini da loro profumatamente pagati sul terreno ha spinto i vertici militari di Tripoli a lanciare il 25 marzo l’offensiva “Tempesta di pace” conquistando i centri costieri di Sorman, Sabrata, Mitrid ed al-‘Ajilat ripristinando così il collegamento con la frontiera tunisina. L’obiettivo dichiarato è quello di arrestare l’avanzata del LNA verso la capitale ma lo scopo reale è quello di sfiancarne il dispositivo militare che ha in Tarhuna il suo fulcro.

Scacciare le forze di Haftar da Tarhuna allo stato attuale risulta essere l’opzione militare più difficile (il controllo da parte del LNA delle principali vie di comunicazione impedisce un’offensiva via terra su vasta scala limitando l’azione del GNA ai bombardamenti aerei sulla città) ma allo stesso tempo è un’azione necessaria per allentare la pressione nemica su Tripoli. Solo nell’ultima settimana ingenti danni sono stati provocati ad abitazioni private ed ospedali dall’artiglieria di Haftar schierata nei sobborghi della capitale, senza parlare dei continui attacchi aerei portati contro l’aeroporto internazionale di Mitiga. Se il GNA ha ottenuto qualche successo, lo ha fatto comunque su un fronte secondario senza andare ad intaccare il dispositivo militare del LNA che sta, nel complesso, tenendo botta. L’estensione del territorio da difendere non rappresenta un vulnus per le forze di Haftar vista l’impossibilità per i tripolini di attaccare in profondità e la poca disponibilità finora mostrata dai comandi turchi ad impegnarsi più a fondo. Scopo della Turchia è quello di garantire l’agibilità politica del governo di al-Sarraj con il minimo sforzo, inviare truppe sul terreno è stata una scelta anzitutto politica sia per riequilibrare una situazione che, al netto del massiccio appoggio non solo finanziario ma anche logistico-militare dato ad Haftar da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, rischiava di sfuggire di mano, sia per rosicchiare lo spazio lasciato irresponsabilmente vuoto da un altro dei principali sponsor dell’esecutivo tripolino, cioè l’Italia. 

L’incapacità che Roma mostra nell’affrontare l’intricata situazione libica è la cartina al tornasole di una impostazione politica totalmente sbagliata che andrà, anche alla luce dell’emergenza Covid-19, rimodulata nel prossimo futuro per rispondere alle sfide che l’interventismo turco e l’instabilità – che pare ormai strutturale – della Libia sembrano presentare ai decisori politici italiani.

In estrema sintesi, da un punto di vista squisitamente politico l’appello anti-Skhirat lanciato al popolo libico da Haftar può essere tradotto anche come una critica radicale al percorso di pacificazione sancito – turandosi il naso e con molti dubbi – a Berlino nel gennaio scorso. Un percorso condiviso verso la pacificazione ed il ricompattamento dell’ex Quarta Sponda italiana non è attuabile; la debellatio del rivale resta agli occhi dei contendenti l’unica strada percorribile, nonché l’unica a garantire – per la parte vincente – il mantenimento degli equilibri interni alla propria coalizione militare-politica (è bene che i due aggettivi stiano proprio in quest’ordine considerata la conformazione delle forze che appoggiano rispettivamente al-Sarraj ed Haftar) e quindi anche la garanzia di un sistema di potere basato sulla forza acquisita all’interno di un Paese che, ove tornasse ad essere unito sulla carta, sarebbe comunque dominato da gruppi tribali e da consorterie politico-criminali che ambiscono ed ambirebbero al loro spazio d’autonomia.     

La situazione libica

Recentemente sono state adottate le Risoluzioni n.2509 2510 sulla situazione libica per  questioni  quali l’embargo di armi, le esportazioni illecite di petrolio e più in generale la stabilizzazione del Paese.  

La situazione libica - Geopolitica.info

Con la prima delle due risoluzioni, la n. 2509 dell’11 Febbraio 2020, il Consiglio di Sicurezza, ha volute ribadire fermamente alcune misure già previste da precedenti risoluzioni (rispettivamente la n. 1970 del 2011 e la n. 2146 del 2014, modificate   successivamente  dalla  n. 2441 del 2018 e  la n.2473 del 2019) quali l’embargo per le armi, il divieto di viaggio, il congelamento dei beni e le misure relative alle esportazioni illecite di petrolio. Nella risoluzione n. 2509 si ricordava altresì come per mezzo della risoluzione n. 2441 del 2018, fosse stato  prorogato fino al 15 febbraio 2020 il mandato del Panel di Esperti istituito dal paragrafo  24 della risoluzione n. 1973, un gruppo che  sotto la direzione del Comitato del Consiglio di Sicurezza è tenuto a svolgere i seguenti compiti:  

1) Assistenza del Comitato stesso nello svolgimento del suo mandato;  

2) Raccolta ed analisi di informazioni ricevute da Stati, da parte delle Nazioni Unite, da organizzazioni regionali e da tutti coloro i quali risultano interessati in merito all’attuazione ed alla conformità o meno delle misure decise nella risoluzione n. 1970 e riproposte nella presente risoluzione;  

3) formulazione di raccomandazioni in merito alle azioni che possono essere intraprese dal Consiglio di Sicurezza, dal Comitato o da parte degli Stati membri, con il fine precipuo di implementare le misure previste; 

4) Tenere sempre aggiornato il Consiglio con relazioni sul lavoro che si sta portando avanti. 

Con l’approvazione della risoluzione n. 2509, il Consiglio di Sicurezza ribadisce come la situazione libica continui a rappresentare una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale. 

Ma qual era  la situazione precedente l’approvazione della risoluzione n. 2509? 

Il 19 Gennaio del 2020 a Berlino si  è tenuta una Conferenza, il cui  obiettivo si sostanziava nell’accordo sulla situazione politico militare libica; i partecipanti, oltre a Sarraj e all’esercito del Governo di Accordo Nazionale (Gna) da un lato e ad Haftar dall’altro, erano diversi leader europei.  Il documento finale che ne è scaturito, suddiviso in 5 capitoli per un totale di 55 punti, prevedeva un cessate il fuoco permanente sul territorio libico, accompagnato dall’embargo sulle armi. Oltre a ciò, si prevedeva che, una volta avute nuove elezioni, si sarebbe posto in essere un Consiglio presidenziale e  gradualmente anche un esecutivo di unità nazionale. Un altro aspetto affrontato nel corso della medesima Conferenza  ha riguardato la questione dei vari gruppi armati contrapposti che andranno sostituiti dallo Stato, come unico e legittimo detentore della forza. Si è altresì affrontata la questione di Panel di Esperti che si occuperà tra le altre cose, di porre in essere riforme di natura economica e di collaborare strettamente con la National Oil Company.  

Infine, si è parimenti accennato al tema di una missione europea per la Libia, che verrà meglio ideata e strutturata non appena  la situazione generale del Paese lo consentirà. 

L’approvazione delle Risoluzioni 2509 e 2510 del Febbraio 2020 

Nella prima di queste risoluzioni, votate nel corso di febbraio 2020,  veniva riconosciuto il ruolo prezioso che avrebbero potuto svolgere sia i Paesi vicini della Libia che le organizzazioni regionali (l’Unione Africana, la Lega degli Stati Arabi e l’Unione Europea); venivano evidenziati altresì gli sforzi compiuti in armonia e coordinamento e si accoglieva favorevolmente la prevista riunione di riconciliazione intra-libica dell’Unione Africana, così come le discussioni avutesi nel corso della Sessione Ordinaria del Summit dell’Unione Africana di Addis Abeba (9/11 febbraio 2020).  

Con la risoluzione n. 2509, il Consiglio di Sicurezza ha volute ribadire il suo impegno per la sovranità, indipendenza, integrità ed unità territoriale e nazionale libica, in ciò appellandosi  agli Stati membri affinché sostenessero gli sforzi del Rappresentante Speciale del Segretario Generale Ghassan Salamé, e utilizzassero  la loro influenza con le parti in conflitto al fine di ottenere il cessate il fuoco, evitando al contempo interferenze nel conflitto armato e negli affari interni libici, assicurando altresì l’attuazione delle misure esistenti, così come la segnalazione delle violazioni al Comitato per le sanzioni delle Nazioni Unite.   

In aggiunta, la risoluzione summenzionata prevedeva che le parti coinvolte s’impegnassero a rispettare gli  obblighi previsti  dal diritto internazionale umanitario e dal diritto internazionale dei diritti umani, processando i responsabili delle violazioni e degli abusi dei diritti umani o delle violazioni del diritto internazionale umanitario, inclusi gli attacchi ai civili. 

Si sottolineava poi come l’esportazione illecita di petrolio (petrolio greggio e prodotti petroliferi raffinati) minasse gli sforzi del Governo dell’Accordo Nazionale (GNA) e della National Oil Corporation  (NOC), rappresentando altresì  una minaccia per la pace, la sicurezza e la stabilità della Libia; anche il sostegno a gruppi armati o a reti criminali attraverso lo sfruttamento illecito del petrolio greggio e di altre risorse naturali libiche veniva menzionata come  minaccia alla  pace, stabilità ed alla sicurezza del Paesei. 

Per tutte queste ragioni sovraesposte, il Consiglio di Sicurezza chiedeva che il Governo dell’Accordo Nazionale  ponesse in essere un controllo esclusivo ed efficace sulla National Oil Corporation, la Banca Centrale della Libia e l’Autorità Libica per gli Investimenti quanto prima.  

Inoltre, la risoluzione n. 2509, menzionando la risoluzione n. 2259 del 2015, invitava gli Stati membri alla responsabilità, per mezzo della cessazione del sostegno e dei contatti con istituzioni parallele, al di fuori dell’accordo politico libico.  

Rifacendosi poi alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (del 1982), e citando precedenti risoluzioni Onu in tal senso (la n. 2292 del 2016, la n. 2357 del 2017,  la n. 2420 del 2018 e la n. 2473 del 2019 ) si autorizzava, con riferimento all’embargo sulle armi, e per il periodo di tempo ivi specificato, l’attività di ispezione in alto mare al largo della Libia di navi dirette o provenienti dalla Libia -qualora ritenute in possesso di  armi o materiale connesso-, il sequestro e l’eliminazione di tali oggetti; ovviamente tutto ciò a condizione che gli Stati membri in primis  si adoperassero per ottenere il consenso dello Stato di bandiera della nave prima di procedere a qualsivoglia ispezione. 

A sua volta,  la risoluzione n. 2510, approvata il 12 Febbraio 2020, rifacendosi anch’essa alla risoluzione n. 1970 del 2011 e alle successive (n. 2259 del 2015 e n. 2486 del 2019)  ribadiva  il forte sostegno del Consiglio di Sicurezza agli sforzi profusi dall’ UNSMIL e dal Rappresentante Speciale del Segretario Generale,  sottolineando come risultasse centrale  il ruolo delle Nazioni Unite, nel facilitare un processo politico inclusivo, guidato dalla Libia stessa. 

Oltre a quanto detto, in entrambe le risoluzioni n.2509 e n.2510 scaturiva grave preoccupazione per l’utilizzo del conflitto da parte di terroristi  e gruppi violenti, così come per il progressivo deteriorarsi della situazione umanitaria e del tenore di vita della popolazione tutta, della scarsa fornitura di servizi di base e della questione dei migranti, dei rifugiati e degli sfollati interni, quest’ ultima sempre più esplosiva. 

Al tempo stesso veniva espressa forte preoccupazione per il crescente coinvolgimento dei mercenari in Libia e per i tentativi di esportazione illecita di petrolio dalla Libia, anche da parte di istituzioni parallele (motivo per cui verranno prorogate fino  al 30 aprile 2021 le autorizzazioni  e le misure previste dalla risoluzione n. 2146 ed in seguito dal paragrafo 2 della risoluzione n. 2441).  Veniva poi evidenziato che il Governo dell’Accordo Nazionale avrebbe dovuto collaborare a stretto contatto con la National Oil Corporation,  fornendo aggiornamenti al Comitato in merito a porti,  giacimenti petroliferi e impianti sotto il suo controllo e riferendo in merito al meccanismo utilizzato per certificare le esportazioni legali di petrolio e  a qualsiasi informazione relativa all’esportazione illecita di petrolio, da o verso la Libia. Qualora poi il Governo dell’Accordo Nazionale fosse stato a conoscenza di informazioni su tali esportazioni o tentativi di esportazione, avrebbe dovuto contattare  rapidamente lo Stato di bandiera della nave interessata,  oltre poi ad informare, per mezzo del Comitato,  tutti gli Stati membri interessati alla questione. Ovviamente,  suddetto Governo  sarà chiamato altresì a rafforzare la cooperare e la condivisione di informazioni con  tutti gli Stati membri, sulla base della risoluzione n. 1970 (e delle successive risoluzioni n. 2213 del 2015, n. 2362 del 2017,  n.2441 del 2018 e dalla presente risoluzione n.2510); parimenti gli Stati dovranno cooperare, ciò soprattutto con riferimento a quelli in cui hanno sede individui o gruppi che sono stati segnalati per tali attività illecite o in cui si sospetta siano presenti i loro beni congelati,  riferendo al Comitato in merito alle azioni intraprese, adottando al contempo le misure necessarie per impedire l’ingresso o il transito nel loro territorio di persone o beni segnalati, questi ultimi poi messi nuovamente a disposizione del popolo libico, secondo quanto ribadito durante la Conferenza di Berlino ( S/2016/275) e già previsto al par17 della risoluzione n. 1970. 

Parallelamente, il Segretario Generale porterà avanti i compiti attribuiti all’UNSMIL (documento S/2020/63), in linea con il suo mandato definito nella risoluzione n. 2486, continuando a formulare raccomandazioni al Consiglio qualora lo ritenga necessario e in ciò necessiterà di una fattiva collaborazione da parte di tutti, libi e non. Lo stesso continuerà  ad avanzare proposte per un efficace monitoraggio del cessate il fuoco, sotto l’egida dell’ONU, al fine di formulare  raccomandazioni dettagliate al Consiglio di Sicurezza, quando un cessate il fuoco sarà stato concordato dalle parti libiche; infine lo stesso Segretario Generale sarà chiamato a riferire in merito ad eventuali miglioramenti, per mezzo del Comitato Internazionale di Follow-Up,  stabilito nel corso della Conferenza di Berlino. 

Intanto… 

L’ormai ex Rappresentante Speciale del Segretario Generale e Capo della Missione ONU in Libia (UNSMIL) Ghassan Salamé, insieme ai delegati del Governo dell’Accordo nazionale (GNA) e all’Esercito nazionale libico (LNA) hanno partecipato ai colloqui della Commissione militare congiunta libica (JMC) 5+5. Per tale occasione, l’ UNSMIL aveva predisposto una bozza di accordo di cessate il fuoco per ripristinare la sicurezza nelle aree civili con l’attuazione di un meccanismo di monitoraggio congiunto sotto l’egida dell’UNSMIL e del JMC.  

L’UNSMIL ha quindi ribadito l’invito ad entrambe le parti affinché s’impegnassero a rispettare pienamente l’attuale tregua e la protezione dei civili, delle proprietà e delle infrastrutture vitali. 

Ad ogni modo, dopo che i negoziati di Ginevra, alla fine di febbraio, sono risultati alquanto inconcludenti,  il 3 Marzo Ghassan Salamé ha presentato le sue dimissioni al Segretario Generale dell’Onu, António Guterres, a cui ha ricordato gli innumerevoli sforzi profusi nel corso del suo lavoro in territorio libico. 

D’ora in avanti,  l’obiettivo principale consisterà nel non disperdere quanto pazientemente costruito da Ghassan Salamé. Come andrà a finire? 

Violata la tregua di Berlino: sulla Libia l’Italia è attendista

Lo scorso 19 gennaio è stata sottoscritta la “Dichiarazione di Berlino” (dalla città in cui si è svolta la conferenza) da parte di sedici rappresentanti dei Paesi e delle Organizzazioni internazionali che si sono riuniti con l’intento di giungere ad un accordo sulla situazione politico-militare in Libia. L’accordo, come obiettivi principali, prevedeva il cessate il fuoco permanente sul territorio libico, un embargo sulle armi e l’ambizione di giungere quanto prima ad un esecutivo di unità nazionale.  

Violata la tregua di Berlino: sulla Libia l’Italia è attendista - Geopolitica.info

Il documento di Berlino 

Il documento elaborato non si discosta molto dalla bozza circolata in precedenza e da quanto concordato nell’incontro svoltosi prima dell’inizio dei lavori tra la Cancelliera tedesca Angela Merkel ed i due principali contendenti, Fayez al-Sarraj e il generale Khalifa Haftar.  

Di certo con tale mossa la Merkel ha cercato di dare nuova centralità all’Unione Europea, tentando di riportare la questione sui binari della diplomazia, per ridimensionare la posizione di forza sin qui assunta, su due fronti contrapposti, dalla Russia di Vladimir Putin (che sostiene il generale Haftar) e dal presidente turco Recepp Tayyp Erdogan (sostenitore del governo di al-Sarraj). 

Di fatto, si è trattato di un buon risultato considerando il clima di forte tensione in cui si era aperta la Conferenza dopo che il generale Haftar aveva bloccato le esportazioni di petrolio dai porti e dopo che il premier di Tripoli aveva dichiarato all’agenzia Dpa che “Se l’aggressione del generale Khalifa Haftar riprenderà, continueremo a difenderci con forza fino a quando non sarà sconfitta. Noi non abbiamo attaccato nessuno”. 

Nonostante tutti i buoni propositi, pochi giorni dopo la tregua è stata rotta, prima con la marcia delle forze del generale Haftar verso Misurata, poi con il successivo attacco all’aeroporto di Tripoli del 19 febbraio e quello portato il 27 febbraio all’aeroporto di Mitiga. Tutto ciò sotto gli occhi di un’ONU inerme e di un’Europa sempre più divisa.  

La posizione dell’Italia 

In questo quadro chi potrebbe trovare un nuovo spunto d’iniziativa è proprio l’Italia, che sin dall’inizio è risultata spaesata dall’intervento a gamba tesa, sullo scenario libico, della Turchia. Infatti, da quando lo scorso 10 dicembre Erdogan ha annunciato l’intenzione di sostenere lo sforzo bellico del Governo libico di al-Sarraj contro l’offensiva portata dal generale Haftar, l’Italia ha visto manifestarsi concretamente il rischio che Instanbul avesse una voce ancora più incisiva sulla vicenda migranti (ne è prova indiretta la situazione ai confini greci), il ridimensionamento del ruolo italiano nel Mare nostrum e soprattutto quello inerente alla vicenda energetica in terra libica, che costituisce il vero collante degli interessi stranieri. Soprattutto su questo ultimo punto l’Italia dovrebbe avere una posizione chiara e incisiva con cui difendere i propri interessi sul territorio. 

 La stessa Federpetroli a inizio anno aveva paventato i rischi di un peggioramento della situazione libica con l’entrata in campo di nuovi attori considerando che il nostro Paese non è indipendente dal punto di vista energetico e dalla Libia importa gas e petrolio. A ciò si aggiunga la necessità della difesa del patrimonio infrastrutturale, in primis il gasdotto di Mellitah che trasporta gas fino alla Sicilia. Il cessate il fuoco avrebbe potuto agevolare la sua posizione, anche perché un’eventuale vittoria di Haftar comporterebbe, nel medio e lungo termine, un rialzo dei prezzi di questi beni, con conseguenti ricadute sui conti pubblici. Contestualmente il suo appoggio nei confronti di al-Sarraj potrebbe, nel medio periodo, contenere l’espansione di Ankara, offrendo al GNA la possibilità di scegliere tra i suoi alleati.  

Tuttavia, nonostante l’urgenza, si sono succedute solo manovre fortemente discordanti nell’atteggiamento di Roma, fin qui attendista, forse derivante dalla convinzione che chiunque vinca sul fronte libico non metterà in discussione gli interessi economici italiani.