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Italia e Turchia. Tra ambiguità e mea culpa

I più recenti eventi che hanno visto la cooperazione italo-turca in Somalia per la liberazione di Silvia Romano hanno risuonato tanto nei media quanto nell’opinione pubblica come un vaso di Pandora scoperchiato all’improvviso. Eppure, le relazioni tra Roma e Ankara sono da tempo connotate da peculiarità che appaiono certamente ambigue – se non divergenti – qualora le si interpreti con la grande lente internazionale. Allo stesso tempo, però, le relazioni bilaterali continuano a mantenere un profilo tutt’altro che conflittuale, lasciando quindi aperti interrogativi più profondi sul loro futuro così come su quello delle calde questioni di mutuo interesse.

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Due Paesi due misure

In generale, seguendo il trend degli ultimi anni, non deve del tutto sorprendere che laddove l’Italia giochi il suo classico ruolo di mediatore e subisca la mancanza di un’agenda estera europea, la Turchia abbia gioco facile nel perseguire il proprio obbiettivi strategici. Sarebbe fallace leggere l’ingresso della Turchia in determinate aree di reciproco interesse come un torto all’alleato italiano in una diretta correlazione causa-effetto, poiché significherebbe non considerare le variabili strutturali interne ed esterne che hanno determinato la più recente politica estera dei due Paesi. Da un lato l’Italia ha pagato le discontinuità di governo e l’aver subordinato l’interesse nazionale ad azioni cooperative con alleati incerti o sotto l’egida delle organizzazioni internazionali. Ne è risultato un rischio costante di privarsi di una propria voce e mancare di rapide risposte ai mutamenti globali. Dall’altro, la stabilità al potere dell’AKP di Erdoğan e la crescente instabilità internazionale hanno invece permesso alla Turchia di ricercare un proprio spazio di autonomia fuori dal conservatorismo della “pax americana” e verso nuove aree, ma sempre sfruttando la propria posizione geostrategica all’interno della NATO e senza mai privarsi totalmente di un’utile dimensione europea. 

La Somalia: rischi e opportunità

Di certo, non si può parlare di una “questione somala” tra Roma e Ankara o di una competizione sul campo, quanto piuttosto di un diverso calcolo costo-opportunità maturato nel tempo. L’ex colonia è fuori dalle rotte italiane già dal crollo del regime di Barre nel 1991, cui hanno seguito un’anarchia militare e una missione ONU fallimentare che hanno reso il terreno fertile per la diffusione di gruppi terroristici di matrice islamica e per l’ingresso di nuovi attori. Lo scenario avrebbe pertanto richiesto un impegno meno cooperativo e più assertivo con il quale l’Italia avrebbe arrischiato la propria immagine internazionale già pesante di un passato coloniale. Chi invece ha potuto penetrare più in sordina nel Corno d’Africa è la Turchia. Contrariamente a una lettura del neottomanesimo limitata alla chiave imperialistica, la dottrina estera delineata da Davutoğlu ha dapprima giocato la carta del soft power culturale e della “diplomazia umanitaria” per poi stabilizzare la propria presenza con investimenti economici e militari. Erdoğan ha guadagnato credito a tal punto da “esser stato invitato” a cercare petrolio dal governo di Mogadiscio. È sempre la Turchia che negli ultimi mesi ha portato assistenza nell’affrontare la drammatica invasione di locuste e che ha inviato in Somalia materiale sanitario per far fronte all’emergenza Covid-19. Rimane altresì da comprendere quanto siano realmente calcolati i pericoli di iperestensione nel lontano ginepraio africano per un Paese che, similmente all’Italia, si configura come una media potenza. 

La Libia tra due fuochi 

Lo scenario libico è invece il più preoccupante dal momento che l’Italia fatica a districarsi nel balletto di alleanze tra i suoi alleati nel Vecchio continente e quelli mediterranei, tanto da aver scelto una posizione intermedia tra Al-Sarraj e Haftar che fornisce poche certezze. Roma ha seguito la strada diplomatica dalla Conferenza di Palermo all’ultimo incontro di Berlino, aprendosi alla sponda di Egitto, Russia, Emirati e Francia al fianco di Haftar. Questo però al prezzo di rischiare di perdere la propria credibilità con quello che appare un tacito passo indietro – se non l’ammissione di un fallimento strategico – dall’inziale supporto al presidente Al-Sarraj sostenuto dall’ONU. La Turchia, anche in questo caso, ha approfittato delle reticenze europee (e ancor più degli alleati atlantici) a scendere in campo a fianco del Governo di Accordo Nazionale, inviando armi e trasferendovi le milizie mercenarie già usate in Siria. L’interesse di Ankara nell’evitare il collasso del governo di Tripoli non si inserisce tanto nel contesto delle rivalità egemoniche regionali, quanto piuttosto negli appetiti energetici che l’accordo con Al-Sarraj potrebbe saziare al termine del conflitto. 

La strada è in salita perché la partita è militare. Contrariamente alle illusioni iniziali, purtroppo, il disegno di Haftar esclude disarmo e pace. Nonostante un costo in vite umane inqualificabile, in realtà, il conflitto libico è poco nelle mani dei libici e molto dipendente dalla forza del sostegno degli attori esterni. Le ultime sconfitte subite dal generale sembrano aver portato Egitto, Russia e Francia a rimodellare il loro coinvolgimento, mentre la presenza turca ostacola le forniture dagli Emirati. Con questo nuovo equilibrio a favore del fuoco di Al-Sarraj, l’Italia ha la possibilità reinserirsi nello scacchiere. Per farlo è prima necessario un riavvicinamento deciso al Governo di Unità Nazionale e un’eventuale rinegoziazione del Memorandum of Understanding sarebbe una prima via per chiarire le opzioni anche nell’ottica di tavoli futuri. In tal senso, l’azione turca e italiana rimarrebbero antitetiche nelle modalità d’azione – l’una militare e l’altra negoziale– ma avrebbero in Al-Sarraj una pedina comune sul campo da muovere verso i propri scopi ultimi. Parallelamente, il tenore del contributo alla nuova operazione navale europea EUNAVFOR MED “Irini” sarà l’altro strumento da maneggiare con cura per provare a tener vivo un minimo indirizzo comunitario votato al bene comune: la stabilità. 

Le burrasche del Mediterraneo Orientale

Sul versante levantino del Mediterraneo, oltre alla annosa questione cipriota, il nodo è la spartizione delle Zone Economiche Esclusive per lo sfruttamento di risorse energetiche. Il sopracitato accordo di massima con al-Sarraj ha certamente dimostrato l’intenzione della Turchia nel proseguire con esplorazioni extraterritoriali in netto contrasto con gli interessi di diversi attori, tra cui l’Italia stessa. I toni si sono inaspriti a tal punto che Grecia, Cipro, Egitto, Francia e Emirati Arabi Uniti hanno adottato un comunicato che condanna le “attività illegali turche”. Ciononostante, la tradizionale prudenza potrebbe paradossalmente favorire Roma in questa fase polarizzante della questione. “Sostenere a oltranza, più della stessa Unione Europea, le mire di Grecia e Cipro non ci avvantaggia”, sottolinea l’ufficiale Fabio Caffio. Così come prendere una posizione meno equilibrata potrebbe avere un alto prezzo strategico visto che, a differenza degli altri Stati dell’asse anti-Erdoğan, l’Italia non sostiene ufficialmente Haftar e possiede una serie di dossier comuni con Ankara. In sostanza, gli interessi geopolitici italiani ruotano attorno alla prospettiva di una Libia unificata e pacificata. Nel frattempo, un riavvicinamento alla Turchia va comunque valutato positivamente nella misura in cui l’Italia sappia da sola far valere la superiorità del proprio peso specifico nella questione energetica. Tra consensi interni altalenanti e un’economia in bilico, Erdoğan necessita di azioni repentine e grandi compromessi col rischio di errori di calcolo. L’italiana ENI è invece un consolidato protagonista che necessita unicamente di tornare ad esser caricata del suo naturale significato strategico. Magari partendo da un impulso al progetto Eastmed e da una valorizzazione del TAP, fuori dai connotati politici ma dentro l’idea di affidarsi ad armi negoziali meglio delineate. 

Non solo Alleanza Atlantica

Le relazioni bilaterali, non va dimenticato, hanno numeri importanti e necessitano di rimanere vive anche per il quadro economico ora più che mai necessario per l’export italiano e l’internazionalizzazione delle aziende strategiche. L’Italia è il quinto partner commerciale della Turchia, con 20 miliardi di interscambio totale e 1.418 realtà italiane presenti sul territorio – tra cui FCA, Leonardo, Pirelli, Ferrero, Salini Impregilo. La voce più consistente è rappresentata dall’industria automobilistica, seguita dalla metallurgia e dal tessile e dal settore agroalimentare. Se è vero in generale che l’Italia fatichi a far la voce grossa, sarebbe un errore farlo tout court nei confronti della Turchia e privarsi di un partner con cui è più conveniente continuare dialogare anziché rompere il canale privilegiato e rischiare pesanti ripercussioni di lungo termine. Mantener saldo lo strumento economico è sempre utile nell’ottica di dispute più ampie.

In conclusione, la politica estera italiana va come sempre esaminata con la giusta dose di pragmatismo. È quindi lecito e corretto il dibattito su un eventuale debito verso Erdoğan dopo la liberazione di Silvia Romano, ma il giudizio non può prescindere da un mea culpa più profondo: la Turchia rappresenta solo uno dei tanti speculatori su un debito che la politica estera italiana nutre in primis verso se stessa e le vicende in Somalia altro non sono che una cartina tornasole di problematiche strutturali mai realmente affrontate.

Nel quadro mediterraneo in costante evoluzione, mantenere la “barra al centro” con il vicinato è ora l’unico imperativo realistico per l’Italia, quantomeno per continuare a difendere un profilo internazionale di moderazione e affidabilità. Certo, farlo con paesi sfuggenti come la Turchia richiede la stesura a monte di un’agenda estera con precise priorità e la definizione di propri asset strategici per materializzarla. Solo in tal caso, forte di espedienti concreti su cui far leva, sarebbe possibile per l’Italia tornare ad avere un Mare Nostrum e ridefinire la propria postura, anche verso l’incauto alleato turco. Il fatalismo non deve prevalere e un più alto livello di minacce non deve tradursi in disinteresse né tantomeno in rottura, ma nell’elaborazione di un’interdipendenza che disincentivi la non-cooperazione. 

La NATO e l’Italia: intervista all’On. Luca Frusone

In un periodo di grande incertezza generata dal COVID-19 abbiamo intervistato l’Onorevole Luca Frusone, Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare della NATO, per sapere come si sta muovendo l’Alleanza Atlantica, nel supporto ai paesi membri ma anche nella gestione delle nuove minacce che incombono su di essa e, in particolare, sull’Italia, uno dei paesi più colpiti dalla pandemia.

La NATO e l’Italia: intervista all’On. Luca Frusone - Geopolitica.info

1) Onorevole Frusone la ringraziamo per averci dato la possibilità di intervistarla. Qualche settimana fa il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg ha dichiarato che la crisi posta dal coronavirus non rimuove le sfide di sicurezza con cui l’Alleanza si doveva confrontare già da prima. Le volevamo chiedere, in quanto Presidente della delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO, come sta rispondendo l’Alleanza a questa crisi causata dal COVID-19 e come, contemporaneamente, sta continuando a garantire la sicurezza ai propri Alleati.

La crisi provocata dal Covid-19 ha avuto un impatto dirompente sulla nostra vita. La NATO fin dal primo momento si è messa in moto per assistere, attraverso le sue strutture, gli alleati più colpiti, tra cui l’Italia. L’assistenza fornita dall’Euro-Atlantic Disaster Response Coordination Centre (EADRCC), attraverso materiali ed altri strumenti sanitari, è stata fondamentale. 

Un altro interessante esempio è stata la capacità di ridurre la burocrazia attraverso la mobilità aerea rapida: speciali codici aerei assegnati dalla NATO, con conseguente maggiore garanzia e velocità di dispiegamento per i voli che sorvolano gli spazi aerei dei paesi alleati. Inoltre, la NATO si pone anche come piattaforma per la condivisione di informazioni e best practice tra gli alleati, che continuano e continueranno a sostenersi a vicenda. In questo momento di crisi è stato più volte invocato l’articolo 3 del Trattato, che racchiude in sé il concetto di resilienza. L’Alleanza da tempo insiste su come la resilienza civile e le capacità militari siano elementi complementari, parti di uno stesso compito: garantire la sicurezza.

Il momento di crisi non ha indebolito l’Alleanza ma ne ha incrementato l’impegno nel mantenere i suoi obiettivi, continuando a fornire strumenti e misure di deterrenza e di difesa credibili ed efficaci.

Sotto questo punto l’attenzione verso il Southern Flank rimane prioritaria anche alla luce del protrarsi del conflitto libico e della lotta al terrorismo. L’obiettivo principale della NATO è garantire la sicurezza e la stabilità. In un momento in cui le strutture statali sono concentrate sulla pandemia, ecco che l’aiuto di un’organizzazione internazionale solida, diventa fondamentale. La crisi economica che colpirà anche la regione del MENA – pensiamo al contraccolpo che subirà ad esempio l’Egitto con il calo dell’afflusso turistico – porterà ad un rafforzamento di gruppi terroristici e di altri attori non statali, amplificando la destabilizzazione della regione già in atto. Può sembrare paradossale ma è in questo momento che dare un maggior supporto oltre i nostri confini eviterà in futuro di intervenire in situazioni già compromesse. Nelle missioni internazionali l’impegno rimane massimo, grazie alla decisione di incrementare lo sforzo degli alleati nell’attività di addestramento e formazione condotto sotto l’egida della Coalizione Internazionale, nell’ambito della missione NATO in Iraq per rafforzare le forze irachene nella lotta contro Daesh. Molto lavoro si sta svolgendo nel contrasto alle continue campagne di disinformazione che si sono verificate nel corso della crisi sanitaria. A tal proposito, sottolineo come l’Assemblea parlamentare della NATO avrà certamente un ruolo fondamentale, anche portando all’interno dei parlamenti nazionali una maggiore attenzione su questi temi. 

2) L’Italia è uno dei paesi più colpiti da questa pandemia. In una videoconferenza alla quale hanno partecipato tutti ministri della Difesa degli Stati membri della NATO, il nostro ministro Lorenzo Guerini ha sottolineato l’importanza delle Forze Armate italiane in un momento così delicato. Quale è stato e quale è il loro ruolo nella gestione di questa crisi?

La ringrazio per la domanda che mi permette di evidenziare l’encomiabile lavoro che le donne e gli uomini delle nostre Forze Armate stanno svolgendo. Quando si parla di ripartire velocemente, di concetti come resilienza e capacità di resistere ad uno shock, dobbiamo ringraziare prima di tutto la professionalità e la dedizione dei nostri militari. Fin dallo scoppio dell’epidemia, poi diventata pandemia, la Difesa si è mossa subito attraverso il Comando Operativo di vertice Interforze (COI), guidato dal Generale Luciano Portolano, che ha messo in piedi una sala operativa 24h/24h per la gestione dell’emergenza. Il COI infatti è stato identificato dal capo di Stato maggiore della Difesa, Generale Enzo Vecciarelli, quale referente unico delle Forze Armate per la gestione dell’emergenza sanitaria, in coordinamento con le altre istituzioni coinvolte. Da qui sono partite e sono state coordinate tutte le operazioni che hanno visto i nostri militari rispondere presente alla chiamata alle armi contro il COVID-19. Per dare qualche numero: al 5 maggio sono oltre 45.000 le donne e gli uomini delle Forze Armate schierati. 

In pochissimo tempo sono stati messi a disposizione 5.700 posti letto in 2.290 stanze in tutta Italia. Sono 163, al momento, le missioni di volo a scopo sanitario. Ben 2.378 mezzi (tra generici, ambulanze, bus) a cui aggiungere 313 assetti (elicotteri, velivoli, autocarri). Inoltre, non bisogna dimenticare il prezioso apporto fornito al Supporto alla Pubblica Sicurezza. Nonostante questi numeri però c’è un aspetto da approfondire. In questi mesi, attraverso i social network molti cittadini hanno invocato l’uso dell’Esercito al fine di garantire il rispetto delle misure di contenimento della pandemia. Un errore che hanno commesso anche molti rappresentati delle istituzioni locali. Questo fa capire come non ci sia molta conoscenza delle Forze Armate. Non è più tempo di focalizzarci sui numeri: l’efficienza dei nostri uomini è più importante. Purtroppo, l’età media negli ultimi anni è aumentata. Questo dovrebbe spingerci a non considerare, ripeto, il numero effettivo dei nostri militari. La vera sfida per il futuro non sarà incrementare di oltre 30.000 unità gli effettivi, come molti suggeriscono. Il nostro impegno dovrà essere garantire un numero sempre crescente di personale altamente specializzato, adeguatamente addestrato e prontamente impiegabile, con un elevato grado di interoperabilità con le altre forze di sicurezza e con mezzi e strumenti necessari efficienti e validi. Un tema che cercherò di portare all’attenzione della commissione difesa, visto che nei diversi Paesi alleati se ne parla già da tempo.

3) La legge n. 56/2012 consente al Governo di poter esercitare poteri speciali nei settori della difesa e della sicurezza nazionale. La legge in questione permette l’intervento su qualsiasi società considerata di rilevanza strategica. Con la legge n. 41/2019 la sfera di intervento viene ampliata ai servizi di comunicazione elettronica basati sulla tecnologia 5G. L’8 aprile, invece, è stato introdotto un nuovo decreto-legge, il n.23/2020 – chiamato anche decreto liquidità – con il quale sono state introdotte delle modifiche relative al “golden power”. Ci può spiegare cosa cambia con questa nuova normativa?

L’emergenza COVID-19 ha travolto insieme alle nostre vite anche il settore industriale. Gli schemi che governavano il mercato fino a pochi mesi fa sono saltati, causando forti perdite di valore di molte società italiane – quotate e non – che sono diventate possibili bersagli di scalate a prezzi di saldo da parte di investitori esteri. Non possiamo permetterlo. Con il nuovo decreto liquidità si è voluto rispondere a questa emergenza con l’estensione della “golden power” in tutela delle società operanti in ulteriori settori giudicati strategici per l’economia e la sicurezza del sistema Paese, quali l’alimentare, l’assicurativo, il sanitario e il finanziario. Per spiegare in parole povere il “golden power”, lo si può paragonare ad uno scudo con il quale il Governo protegge le imprese appartenenti a settori strategici da eventuali operazioni di acquisto al ribasso operate da investitori stranieri. Con il nuovo decreto i poteri di veto del Governo vengono estesi anche alle operazioni di acquisizioni all’interno dell’Unione Europea per il controllo e per l’acquisizione di quote del 10% in su. Sarà possibile avviare d’ufficio l’esercizio dei poteri speciali anche per operazioni non notificate. Si è operato inoltre sull’articolo 120 del Testo unico in materia finanziaria (TUF), rivedendo al ribasso le soglie per le comunicazioni alla Consob ed estendendo l’obbligo anche alle società ad azionariato diffuso. Vengono inoltre potenziati gli obblighi di comunicazione alla Presidenza del consiglio. Il tutto ci consentirà di estendere di fatto la protezione anche alle PMI e con esse alle principali filiere produttive del nostro Paese. 

4) Onorevole Frusone, ho trovato molto interessante il suo intervento, lo scorso 6 febbraio, alla conferenza “NATO: Implementing the 360-Degree Approach”. Intervento nel quale ha sottolineato l’importanza che ricopre il “Fianco Sud” per la NATO. Infatti, abbiamo visto come negli ultimi anni l’Alleanza Atlantica si sia impegnata a rafforzare il suo ruolo proprio in quell’area. Quali sono le reali minacce che provengono dal “Fianco Sud” e quale è la risposta della NATO?

Per l’Italia e la NATO il Southern Flank rappresenta sempre di più una priorità. Quando si parla di Fianco Sud si indica un insieme di scenari eterogenei di crisi che necessitano di politiche dedicate e soluzioni precise. In questi anni, il MENA è stato caratterizzato dalla lotta a Daesh e agli altri gruppi politici di matrice jihadista. I problemi economici, sociali ed ambientali sono i fattori chiave di questa situazione di costante insicurezza nella regione. 

Proprio mentre stiamo parlando, nella vicina Libia, le forze dell’esercito guidato dal maresciallo Khalifa Haftar e le forze tripoline si stanno preparando per nuove operazioni militari. 

In questo quadro ormai noti sono gli interessi presenti da parte di nuovi attori geopolitici nel Mediterraneo: parliamo di Russia e Cina.

La dimostrazione è data dall’ultimo report delle Nazioni Unite del 6 maggio, dove si riferisce di 800-1200 mercenari russi o filorussi della Wagner schierati a fianco del Libyan National Army

Si è sviluppato nel territorio libico un sistema di alleanze a geometria variabile, incentrate in gran parte su reciproci vantaggi economici piuttosto che su comunanze ideologiche: sfruttando i porosi confini libici sempre più terroristi partecipano ai traffici di armi, droga e esseri umani e attraggono nuove reclute.

In questo momento di confusione globale l’attenzione verso i possibili sviluppi nella regione deve rimanere massima, tenendo conto anche di un eventuale spinta propulsiva alle crisi causata dal COVID-19.

La Delegazione italiana presso l’Assemblea parlamentare della NATO ha puntato ad un riconoscimento e ad un supporto del ruolo italiano nel Fianco Sud, al fine di prevenire il più possibile il rischio d’instabilità ai confini dell’Alleanza. Questo anche grazie al potenziamento delle capacità dell’Allied Joint Force Command (JFC) e dell’Hub per il Sud della NATO. La concretizzazione di questo lavoro lo troviamo nella Risoluzione n. 451 volta a “Rafforzare il contributo della NATO per affrontare le sfide provenienti da Sud” approvata nella sessione dell’Assemblea annuale 2018 tenutasi ad Halifax.

Il nostro obiettivo è stato quello di far comprendere l’importanza della questione anche per i Paesi che per latitudini geograficamente differenti, possano percepire in modo alterato i rischi di un Mediterraneo nel caos. Inoltre, ho voluto fortemente che gli atti approvati dall’assemblea iniziassero ad essere discussi anche all’interno delle nostre commissioni nazionali. Ciò è avvenuto la prima volta lo scorso 15 maggio, dove la discussione sulla risoluzione n. 451 è stata approvata all’unanimità.

5) Ultima domanda. Nell’ultimo decennio nuovi tipi di minacce hanno sfidato la coesione e la stabilità della NATO: quella cyber e quella ibrida. L’Alleanza da sempre, però, ha mostrato una grande capacità di adattamento al contesto che la circonda. In che modo ci si sta muovendo per garantire la sicurezza e la difesa degli Alleati da queste due nuove minacce? 

La NATO è pronta ad assistere a venire in soccorso degli alleati contro minacce ibride nell’ambito della difesa collettiva. L’Alleanza ha sviluppato una strategia sul suo ruolo nel contrastare la guerra ibrida per aiutare a far fronte a queste minacce che si estrinseca in tre fasi: preparazione, identificazione e risposta.

Per far fronte a queste, già nel luglio 2018, i leader della NATO hanno concordato di istituire squadre di supporto counter-hybrid, che forniscono assistenza mirata su misura agli alleati su loro richiesta, nella preparazione e risposta alle attività ibride. A dimostrazione di questo recentemente il Presidente del Comitato militare della Nato, Air Chief Marshal Sir Stuart Peach, ha annunciato la formazione della prima squadra anti-ibrida NATO, affermando che “è stata schierata nel nostro stato alleato, il Montenegro, con l’obiettivo di contribuire a rafforzare le capacità del Montenegro e scoraggiare le incursioni di tipo ibrido”.

Sono inoltre continui anche gli scambi di know-how tra i partner della NATO sul tema, rafforzando la propria capacità di coordinamento. Anche l’intelligence riveste un ruolo di primo piano attraverso la Joint Intelligence and Security Division che ha dedicato una sezione esclusivamente alle minacce ibride. 

Grandissimo sforzo si sta facendo per contrastare le campagne di disinformazione attraverso la comunicazione dei fatti che la NATO compie ogni giorno per la sicurezza dei cittadini. Alla luce di quanto detto non sorprende che la sicurezza, la difesa e la deterrenza cibernetica siano diventate questioni urgenti per l’Alleanza Atlantica.

Come dichiarato più volte dal Segretario Generale Jens Stoltenberg, l’Alleanza registra ogni giorno eventi informatici sospetti, segnalando un aumento costante delle intrusioni nelle reti ed infrastrutture governative degli Alleati.

Solo nel 2019 si stimano danni per 2.1 trilioni di dollari causati da attacchi cyber. La NATO da tempo sta correndo ai ripari mettendo in piedi un sistema volto ancora una volta la sicurezza degli alleati. La cyberdefence è divenuta una core task della NATO durante il vertice di Varsavia nel 2016, che ha riconosciuto il cyberspazio quale nuovo dominio operativo da difendere alla stregua di terra, mare, aria. 

Il tutto visto in ottica difensiva con lo scopo di proteggere dalle minacce informatiche gli alleati. 

Pur mantenendo la titolarità della propria difesa ogni stato alleato viene supportato dalle numerose strutture dell’Alleanza attraverso un’azione di:

  • condivisione in tempo reale di minacce attraverso piattaforme e best practices;
  • invio di squadre di pronto intervento in ottica cyberdefence;
  • sviluppo di obiettivi comuni per facilitare un approccio alla capacità di difesa;
  • investimento nella formazione ed esercitazioni, come la Cyber Coalition, una delle più grandi simulazioni di cyberdefence al mondo.

Vorrei sottolineare inoltre il lavoro del NATO Cooperative Cyber Defence Centre of Excellence di Tallinn, in Estonia, che l’Italia supporta in qualità di Sponsoring Nation. Infatti, il Centro di Eccellenza di Tallin, vero e proprio think tank internazionale, organizza, ogni anno, due esercitazioni: la Crossed Swords, evento riservato a personale tecnico dei Red Team e la Locked Shields.

Locked Shields, in particolare, è la flagship exercise del Centro ed è la più complessa esercitazione live-fire (ovvero attacco-difesa in tempo reale) al mondo. L’edizione del 2018 ha impegnato i Blue Team di circa 30 nazioni partecipanti nella difesa di sistemi virtuali complessi – come centrali elettriche, reti 4G, sistemi di pilotaggio droni, sistemi di comunicazione – da oltre 2.500 attacchi di varia natura.

In poche parole, la NATO dimostra di sapersi adattare alle sfide sulla sicurezza che gli scenari moderni stanno ponendo. L’aspetto sul quale però si dovrà lavorare molto è quello politico. Se da una parte la NATO emerge come valido provider di sicurezza in diversi campi, dall’altro alcune azioni e alcuni comportamenti dei singoli Stati rischiano di minare, non tanto all’interno ma all’esterno, l’immagine della NATO. Su questo si dovrà lavorare ancora molto.

Alessandro Savini,
Geopolitica.info

Libia: morire per una bomba o per il Coronavirus?

Al peggio non c’è mai fine e la Libia lo sa bene. Dopo anni di combattimenti, la tregua non arriva, anzi, sui territori forse dimenticati da Dio sembra abbattersi un’altra incombente minaccia, quella del Coronavirus.

Libia: morire per una bomba o per il Coronavirus? - Geopolitica.info fonte: repubblica.it

Da ormai sei anni in Libia è in corso una guerra civile tra due fazioni dominanti. Da una parte, il Governo di accordo nazionale (GNA) con base a Tripoli e diretto da Fayez Al- Sarraj. Governo ufficialmente riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto dalla Turchia. Dall’altra, l’esercito nazionale libico (ENL), guidato dal generale Khalifa Haftar, con base a Bengasi, nella regione est del paese, ricevente l’appoggio di potenze rilevanti sullo scenario internazionale quali la Russia, l’Egitto e gli Emirati Arabi. Nell’ultimo anno l’ENL ha preso d’assalto Tripoli nella speranza di ottenere il controllo di tutto il paese e così la linea del fronte si è spinta sino alla periferia della città, dove ad oggi i cittadini si sono ammassati e vivono in condizioni altamente precarie.

A questa realtà intrinsecamente problematica e labile di partenza, se ne somma un’altra, quella dell’epidemia del Covid-19.  In un paese in cui le infrastrutture sono devastate dalla guerra civile ed il sistema sanitario è poco stabile, la diffusione dell’infezione da Coronavirus potrebbe gravare sull’assetto nazionale.

Le misure preventive conclamate dall’occidente, quali per prime il distanziamento sociale e la permanenza obbligata all’interno delle proprie dimore, sembrano non aver opportunità di realizzazione in un paese in cui, i quotidiani scontri obbligano le persone a continui spostamenti per fuga o peggio ancora, dove la popolazione è costretta a ricorrere alla scelta disperata di ammassarsi lì dove i bombardamenti non sono ancora arrivati, mettendo così a repentaglio la propria salute.

In sintesi, nei campi di battaglia, le misure atte a prevenire la diffusione del contagio sono ben lungi dall’essere applicate e tutto questo conduce irrimediabilmente ad un bivio atroce: restare in casa, con il pericolo di essere colpiti da una bomba o fuggire rischiando di contrarre un virus che, in non pochi casi, è altamente letale.

Ad oggi il numero di contagi confermati in Libia non supera quello di diverse decine di persone, dati che a prima vista sembrerebbero rassicuranti ma che ancora una volta potrebbero non rispecchiare la realtà dei fatti. Il sistema sanitario non è in possesso degli strumenti necessari per verificare il numero effettivo dei contagiati, ciò che nel pratico si traduce in una scarsità di tamponi. Analogamente, risulta altrettanto difficoltoso in molti casi riuscire a comprendere la causa effettiva dei decessi, con la conseguente ombra di incertezza in merito alle stime ufficiali dei deceduti per Covid-19.

Alla luce della minaccia causata dall’emergenza sanitaria, sono giunte sul territorio libico varie richieste da parte delle Nazioni Unite di cessate il fuoco, le quali non solo hanno avuto un’efficacia assai discutibile ma sembrano oltre tutto aver avuto l’effetto contrario. Dopo brevissimi attimi di tregua, l’esercito nazionale libico ha addirittura iniziato a bombardare gli ospedali civili, certo di trovarvi all’interno una notevole quantità di persone ricoverate per Coronavirus, esasperando le circostanze. Raccapriccianti sono le immagini di soldati libici che imbracciano un fucile ed indossano una mascherina,emblema di un paese non disposto a rinunciare alla guerra seppure questa implichi la possibilità di un contagio letale. 

Parallelamente a queste circostanze, c’è una parentesi da non sottovalutare che è quella dell’orrore nei centri di detenzione libici, all’interno dei quali si perde il conto del numero degli “ospiti” e nei quali la diffusione del virus trova un accesso preferenziale, viste le condizioni inumane in cui essi riversano. Detenuti che nella migliore delle ipotesi riescono semplicemente a tentare la traversata per raggiungere l’Europa, la stessa che invece, dal canto suo, per adempiere alle misure di contenimento del Covid-19, sta rendendo le omissioni di soccorso sempre più all’ordine del giorno, utilizzando la crisi sanitaria come pretesto per rimpatriare gli immigrati, ignorando forse che: “rimandare al proprio paese di origine chi presenta una richiesta d’asilo senza ascoltare le sue dichiarazioni va contro i principi fondamentali della legislazione internazionale sui profughi.”

Libia – Haftar ripudia l’accordo di Skhirat. Gli ultimi sviluppi della crisi

Se l’Italia sembra essersi impantanata nell’emergenza coronavirus, ciò non implica che il resto del mondo si fermi, a maggior ragione quelle porzioni di terra dilaniate dai conflitti. L’allentamento delle pressioni esterne dovute al virus sembra anzi aver rinvigorito le ragioni di chi soffia sul fuoco della guerra come sta avvenendo in questi giorni in Libia.

Libia – Haftar ripudia l’accordo di Skhirat. Gli ultimi sviluppi della crisi - Geopolitica.info

Del 23 aprile sono le parole incendiare del maresciallo di Libia Khalifa Haftar, comandante in capo dell’Esercito Nazionale Libico (LNA), con le quali durante un discorso televisivo ha invitato la popolazione libica a stracciare i termini dell’accordo Skhirat datato 2015. Nella cittadina marocchina il 17 dicembre 2015 i delegati del Congresso di Tripoli e della Camera di Tobruk avevano firmato un accordo per la nascita di un “governo di unità nazionale” incaricato di pacificare il Paese. Il Libyan Political Agreement (LPA) di Skhirat se da un lato era frutto della necessità comune a Tripoli e Tobruk di combattere contro lo Stato Islamico, dall’altro non poneva ai due schieramenti rivali obiettivi politici raggiungibili in tempi brevi come la completa unificazione della Libia sotto l’egida di una triade di organi esecutivi rappresentata da un Consiglio di Presidenza, un Gabinetto ed un Consiglio di Stato mentre la funzione legislativa sarebbe stata esercitata dal Parlamento di Tobruk.

Il fatto che le decisioni in materia di politica militare – comprese le nomine dei comandanti di grandi unità – secondo il documento di Skhirat spettassero esclusivamente al Consiglio di Presidenza aveva già all’epoca fatto intuire che l’accordo avrebbe avuto vita breve o sarebbe rimasto – come puntualmente si è verificato – inapplicato. Una politica militare interamente gestita dal Consiglio di Presidenza escludeva dai meccanismi decisionali uno dei principali attori del conflitto, nonché uomo forte della Cirenaica, il maresciallo Khalifa Haftar che è stato, infatti, uno dei più accaniti avversari dell’accordo di Skhirat.

Scaduto ufficialmente il 17 dicembre 2017 – nonostante l’ONU lo ritenga ancora valido – l’accordo di Skhirat ha continuato ad essere operativo nonostante, secondo Haftar, gli organi da esso scaturiti, su tutti il governo tripolino presieduto da Fayez al-Sarraj, abbiano da quella data perso legittimità generando una situazione incontrollabile. Nella seduta del 22 aprile lo speaker del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh Issa ha proposto di affidare ad un nuovo Consiglio di Presidenza le funzioni del comandante supremo delle Forze Armate almeno nella prima fase lasciando intuire non  solo  su cosa si baserà una eventuale proposta di revisione del LPA ma, in termini di politica spicciola, il sostegno assoluto alle aspirazioni di Haftar.

Nonostante Haftar non abbia mai fatto mistero di considerare nullo il LPA, ha scelto di parlarne nuovamente in televisione all’apertura del mese sacro del Ramadan per un motivo ben preciso: lo stato di palese debolezza politico-diplomatica e quindi “contrattuale” dei sostenitori esteri di al-Sarraj (Italia compresa) non garantisce a Tripoli quella copertura internazionale sulla quale si è fondata la sua tenuta quale “potere legittimo” in Libia.

Rivolgendosi ai libici Haftar ha detto: «Il Consiglio di Presidenza di Tripoli ha distrutto l’economia, ha saccheggiato e sprecato il denaro della popolazione, ha trascurato lo sviluppo, si è alleato con milizie terroristiche, ha sfruttato le risorse petrolifere per sostenerle e ha portato mercenari per combattere a fianco dell’esercito». Il maresciallo ha dipinto l’esecutivo tripolino come schiavo della corruzione e vassallo della Turchia autoeleggendosi quale campione della sovranità libica. Lo stesso ha fatto il portavoce del LNA al-Mismari il 22 aprile dichiarando in conferenza stampa che «L’intervento della Turchia è diventato una occupazione diretta della capitale».  L’intervento armato di Ankara in Libia ai primi di gennaio aveva spiazzato le cancellerie occidentali e, sul campo, dato ossigeno alle milizie del GNA impegnate in una difficile battaglia difensiva contro le meglio armate truppe haftariane. La presenza di soldati regolari turchi e di centinaia di mercenari levantini da loro profumatamente pagati sul terreno ha spinto i vertici militari di Tripoli a lanciare il 25 marzo l’offensiva “Tempesta di pace” conquistando i centri costieri di Sorman, Sabrata, Mitrid ed al-‘Ajilat ripristinando così il collegamento con la frontiera tunisina. L’obiettivo dichiarato è quello di arrestare l’avanzata del LNA verso la capitale ma lo scopo reale è quello di sfiancarne il dispositivo militare che ha in Tarhuna il suo fulcro.

Scacciare le forze di Haftar da Tarhuna allo stato attuale risulta essere l’opzione militare più difficile (il controllo da parte del LNA delle principali vie di comunicazione impedisce un’offensiva via terra su vasta scala limitando l’azione del GNA ai bombardamenti aerei sulla città) ma allo stesso tempo è un’azione necessaria per allentare la pressione nemica su Tripoli. Solo nell’ultima settimana ingenti danni sono stati provocati ad abitazioni private ed ospedali dall’artiglieria di Haftar schierata nei sobborghi della capitale, senza parlare dei continui attacchi aerei portati contro l’aeroporto internazionale di Mitiga. Se il GNA ha ottenuto qualche successo, lo ha fatto comunque su un fronte secondario senza andare ad intaccare il dispositivo militare del LNA che sta, nel complesso, tenendo botta. L’estensione del territorio da difendere non rappresenta un vulnus per le forze di Haftar vista l’impossibilità per i tripolini di attaccare in profondità e la poca disponibilità finora mostrata dai comandi turchi ad impegnarsi più a fondo. Scopo della Turchia è quello di garantire l’agibilità politica del governo di al-Sarraj con il minimo sforzo, inviare truppe sul terreno è stata una scelta anzitutto politica sia per riequilibrare una situazione che, al netto del massiccio appoggio non solo finanziario ma anche logistico-militare dato ad Haftar da Egitto ed Emirati Arabi Uniti, rischiava di sfuggire di mano, sia per rosicchiare lo spazio lasciato irresponsabilmente vuoto da un altro dei principali sponsor dell’esecutivo tripolino, cioè l’Italia. 

L’incapacità che Roma mostra nell’affrontare l’intricata situazione libica è la cartina al tornasole di una impostazione politica totalmente sbagliata che andrà, anche alla luce dell’emergenza Covid-19, rimodulata nel prossimo futuro per rispondere alle sfide che l’interventismo turco e l’instabilità – che pare ormai strutturale – della Libia sembrano presentare ai decisori politici italiani.

In estrema sintesi, da un punto di vista squisitamente politico l’appello anti-Skhirat lanciato al popolo libico da Haftar può essere tradotto anche come una critica radicale al percorso di pacificazione sancito – turandosi il naso e con molti dubbi – a Berlino nel gennaio scorso. Un percorso condiviso verso la pacificazione ed il ricompattamento dell’ex Quarta Sponda italiana non è attuabile; la debellatio del rivale resta agli occhi dei contendenti l’unica strada percorribile, nonché l’unica a garantire – per la parte vincente – il mantenimento degli equilibri interni alla propria coalizione militare-politica (è bene che i due aggettivi stiano proprio in quest’ordine considerata la conformazione delle forze che appoggiano rispettivamente al-Sarraj ed Haftar) e quindi anche la garanzia di un sistema di potere basato sulla forza acquisita all’interno di un Paese che, ove tornasse ad essere unito sulla carta, sarebbe comunque dominato da gruppi tribali e da consorterie politico-criminali che ambiscono ed ambirebbero al loro spazio d’autonomia.     

La situazione libica

Recentemente sono state adottate le Risoluzioni n.2509 2510 sulla situazione libica per  questioni  quali l’embargo di armi, le esportazioni illecite di petrolio e più in generale la stabilizzazione del Paese.  

La situazione libica - Geopolitica.info

Con la prima delle due risoluzioni, la n. 2509 dell’11 Febbraio 2020, il Consiglio di Sicurezza, ha volute ribadire fermamente alcune misure già previste da precedenti risoluzioni (rispettivamente la n. 1970 del 2011 e la n. 2146 del 2014, modificate   successivamente  dalla  n. 2441 del 2018 e  la n.2473 del 2019) quali l’embargo per le armi, il divieto di viaggio, il congelamento dei beni e le misure relative alle esportazioni illecite di petrolio. Nella risoluzione n. 2509 si ricordava altresì come per mezzo della risoluzione n. 2441 del 2018, fosse stato  prorogato fino al 15 febbraio 2020 il mandato del Panel di Esperti istituito dal paragrafo  24 della risoluzione n. 1973, un gruppo che  sotto la direzione del Comitato del Consiglio di Sicurezza è tenuto a svolgere i seguenti compiti:  

1) Assistenza del Comitato stesso nello svolgimento del suo mandato;  

2) Raccolta ed analisi di informazioni ricevute da Stati, da parte delle Nazioni Unite, da organizzazioni regionali e da tutti coloro i quali risultano interessati in merito all’attuazione ed alla conformità o meno delle misure decise nella risoluzione n. 1970 e riproposte nella presente risoluzione;  

3) formulazione di raccomandazioni in merito alle azioni che possono essere intraprese dal Consiglio di Sicurezza, dal Comitato o da parte degli Stati membri, con il fine precipuo di implementare le misure previste; 

4) Tenere sempre aggiornato il Consiglio con relazioni sul lavoro che si sta portando avanti. 

Con l’approvazione della risoluzione n. 2509, il Consiglio di Sicurezza ribadisce come la situazione libica continui a rappresentare una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale. 

Ma qual era  la situazione precedente l’approvazione della risoluzione n. 2509? 

Il 19 Gennaio del 2020 a Berlino si  è tenuta una Conferenza, il cui  obiettivo si sostanziava nell’accordo sulla situazione politico militare libica; i partecipanti, oltre a Sarraj e all’esercito del Governo di Accordo Nazionale (Gna) da un lato e ad Haftar dall’altro, erano diversi leader europei.  Il documento finale che ne è scaturito, suddiviso in 5 capitoli per un totale di 55 punti, prevedeva un cessate il fuoco permanente sul territorio libico, accompagnato dall’embargo sulle armi. Oltre a ciò, si prevedeva che, una volta avute nuove elezioni, si sarebbe posto in essere un Consiglio presidenziale e  gradualmente anche un esecutivo di unità nazionale. Un altro aspetto affrontato nel corso della medesima Conferenza  ha riguardato la questione dei vari gruppi armati contrapposti che andranno sostituiti dallo Stato, come unico e legittimo detentore della forza. Si è altresì affrontata la questione di Panel di Esperti che si occuperà tra le altre cose, di porre in essere riforme di natura economica e di collaborare strettamente con la National Oil Company.  

Infine, si è parimenti accennato al tema di una missione europea per la Libia, che verrà meglio ideata e strutturata non appena  la situazione generale del Paese lo consentirà. 

L’approvazione delle Risoluzioni 2509 e 2510 del Febbraio 2020 

Nella prima di queste risoluzioni, votate nel corso di febbraio 2020,  veniva riconosciuto il ruolo prezioso che avrebbero potuto svolgere sia i Paesi vicini della Libia che le organizzazioni regionali (l’Unione Africana, la Lega degli Stati Arabi e l’Unione Europea); venivano evidenziati altresì gli sforzi compiuti in armonia e coordinamento e si accoglieva favorevolmente la prevista riunione di riconciliazione intra-libica dell’Unione Africana, così come le discussioni avutesi nel corso della Sessione Ordinaria del Summit dell’Unione Africana di Addis Abeba (9/11 febbraio 2020).  

Con la risoluzione n. 2509, il Consiglio di Sicurezza ha volute ribadire il suo impegno per la sovranità, indipendenza, integrità ed unità territoriale e nazionale libica, in ciò appellandosi  agli Stati membri affinché sostenessero gli sforzi del Rappresentante Speciale del Segretario Generale Ghassan Salamé, e utilizzassero  la loro influenza con le parti in conflitto al fine di ottenere il cessate il fuoco, evitando al contempo interferenze nel conflitto armato e negli affari interni libici, assicurando altresì l’attuazione delle misure esistenti, così come la segnalazione delle violazioni al Comitato per le sanzioni delle Nazioni Unite.   

In aggiunta, la risoluzione summenzionata prevedeva che le parti coinvolte s’impegnassero a rispettare gli  obblighi previsti  dal diritto internazionale umanitario e dal diritto internazionale dei diritti umani, processando i responsabili delle violazioni e degli abusi dei diritti umani o delle violazioni del diritto internazionale umanitario, inclusi gli attacchi ai civili. 

Si sottolineava poi come l’esportazione illecita di petrolio (petrolio greggio e prodotti petroliferi raffinati) minasse gli sforzi del Governo dell’Accordo Nazionale (GNA) e della National Oil Corporation  (NOC), rappresentando altresì  una minaccia per la pace, la sicurezza e la stabilità della Libia; anche il sostegno a gruppi armati o a reti criminali attraverso lo sfruttamento illecito del petrolio greggio e di altre risorse naturali libiche veniva menzionata come  minaccia alla  pace, stabilità ed alla sicurezza del Paesei. 

Per tutte queste ragioni sovraesposte, il Consiglio di Sicurezza chiedeva che il Governo dell’Accordo Nazionale  ponesse in essere un controllo esclusivo ed efficace sulla National Oil Corporation, la Banca Centrale della Libia e l’Autorità Libica per gli Investimenti quanto prima.  

Inoltre, la risoluzione n. 2509, menzionando la risoluzione n. 2259 del 2015, invitava gli Stati membri alla responsabilità, per mezzo della cessazione del sostegno e dei contatti con istituzioni parallele, al di fuori dell’accordo politico libico.  

Rifacendosi poi alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (del 1982), e citando precedenti risoluzioni Onu in tal senso (la n. 2292 del 2016, la n. 2357 del 2017,  la n. 2420 del 2018 e la n. 2473 del 2019 ) si autorizzava, con riferimento all’embargo sulle armi, e per il periodo di tempo ivi specificato, l’attività di ispezione in alto mare al largo della Libia di navi dirette o provenienti dalla Libia -qualora ritenute in possesso di  armi o materiale connesso-, il sequestro e l’eliminazione di tali oggetti; ovviamente tutto ciò a condizione che gli Stati membri in primis  si adoperassero per ottenere il consenso dello Stato di bandiera della nave prima di procedere a qualsivoglia ispezione. 

A sua volta,  la risoluzione n. 2510, approvata il 12 Febbraio 2020, rifacendosi anch’essa alla risoluzione n. 1970 del 2011 e alle successive (n. 2259 del 2015 e n. 2486 del 2019)  ribadiva  il forte sostegno del Consiglio di Sicurezza agli sforzi profusi dall’ UNSMIL e dal Rappresentante Speciale del Segretario Generale,  sottolineando come risultasse centrale  il ruolo delle Nazioni Unite, nel facilitare un processo politico inclusivo, guidato dalla Libia stessa. 

Oltre a quanto detto, in entrambe le risoluzioni n.2509 e n.2510 scaturiva grave preoccupazione per l’utilizzo del conflitto da parte di terroristi  e gruppi violenti, così come per il progressivo deteriorarsi della situazione umanitaria e del tenore di vita della popolazione tutta, della scarsa fornitura di servizi di base e della questione dei migranti, dei rifugiati e degli sfollati interni, quest’ ultima sempre più esplosiva. 

Al tempo stesso veniva espressa forte preoccupazione per il crescente coinvolgimento dei mercenari in Libia e per i tentativi di esportazione illecita di petrolio dalla Libia, anche da parte di istituzioni parallele (motivo per cui verranno prorogate fino  al 30 aprile 2021 le autorizzazioni  e le misure previste dalla risoluzione n. 2146 ed in seguito dal paragrafo 2 della risoluzione n. 2441).  Veniva poi evidenziato che il Governo dell’Accordo Nazionale avrebbe dovuto collaborare a stretto contatto con la National Oil Corporation,  fornendo aggiornamenti al Comitato in merito a porti,  giacimenti petroliferi e impianti sotto il suo controllo e riferendo in merito al meccanismo utilizzato per certificare le esportazioni legali di petrolio e  a qualsiasi informazione relativa all’esportazione illecita di petrolio, da o verso la Libia. Qualora poi il Governo dell’Accordo Nazionale fosse stato a conoscenza di informazioni su tali esportazioni o tentativi di esportazione, avrebbe dovuto contattare  rapidamente lo Stato di bandiera della nave interessata,  oltre poi ad informare, per mezzo del Comitato,  tutti gli Stati membri interessati alla questione. Ovviamente,  suddetto Governo  sarà chiamato altresì a rafforzare la cooperare e la condivisione di informazioni con  tutti gli Stati membri, sulla base della risoluzione n. 1970 (e delle successive risoluzioni n. 2213 del 2015, n. 2362 del 2017,  n.2441 del 2018 e dalla presente risoluzione n.2510); parimenti gli Stati dovranno cooperare, ciò soprattutto con riferimento a quelli in cui hanno sede individui o gruppi che sono stati segnalati per tali attività illecite o in cui si sospetta siano presenti i loro beni congelati,  riferendo al Comitato in merito alle azioni intraprese, adottando al contempo le misure necessarie per impedire l’ingresso o il transito nel loro territorio di persone o beni segnalati, questi ultimi poi messi nuovamente a disposizione del popolo libico, secondo quanto ribadito durante la Conferenza di Berlino ( S/2016/275) e già previsto al par17 della risoluzione n. 1970. 

Parallelamente, il Segretario Generale porterà avanti i compiti attribuiti all’UNSMIL (documento S/2020/63), in linea con il suo mandato definito nella risoluzione n. 2486, continuando a formulare raccomandazioni al Consiglio qualora lo ritenga necessario e in ciò necessiterà di una fattiva collaborazione da parte di tutti, libi e non. Lo stesso continuerà  ad avanzare proposte per un efficace monitoraggio del cessate il fuoco, sotto l’egida dell’ONU, al fine di formulare  raccomandazioni dettagliate al Consiglio di Sicurezza, quando un cessate il fuoco sarà stato concordato dalle parti libiche; infine lo stesso Segretario Generale sarà chiamato a riferire in merito ad eventuali miglioramenti, per mezzo del Comitato Internazionale di Follow-Up,  stabilito nel corso della Conferenza di Berlino. 

Intanto… 

L’ormai ex Rappresentante Speciale del Segretario Generale e Capo della Missione ONU in Libia (UNSMIL) Ghassan Salamé, insieme ai delegati del Governo dell’Accordo nazionale (GNA) e all’Esercito nazionale libico (LNA) hanno partecipato ai colloqui della Commissione militare congiunta libica (JMC) 5+5. Per tale occasione, l’ UNSMIL aveva predisposto una bozza di accordo di cessate il fuoco per ripristinare la sicurezza nelle aree civili con l’attuazione di un meccanismo di monitoraggio congiunto sotto l’egida dell’UNSMIL e del JMC.  

L’UNSMIL ha quindi ribadito l’invito ad entrambe le parti affinché s’impegnassero a rispettare pienamente l’attuale tregua e la protezione dei civili, delle proprietà e delle infrastrutture vitali. 

Ad ogni modo, dopo che i negoziati di Ginevra, alla fine di febbraio, sono risultati alquanto inconcludenti,  il 3 Marzo Ghassan Salamé ha presentato le sue dimissioni al Segretario Generale dell’Onu, António Guterres, a cui ha ricordato gli innumerevoli sforzi profusi nel corso del suo lavoro in territorio libico. 

D’ora in avanti,  l’obiettivo principale consisterà nel non disperdere quanto pazientemente costruito da Ghassan Salamé. Come andrà a finire? 

Violata la tregua di Berlino: sulla Libia l’Italia è attendista

Lo scorso 19 gennaio è stata sottoscritta la “Dichiarazione di Berlino” (dalla città in cui si è svolta la conferenza) da parte di sedici rappresentanti dei Paesi e delle Organizzazioni internazionali che si sono riuniti con l’intento di giungere ad un accordo sulla situazione politico-militare in Libia. L’accordo, come obiettivi principali, prevedeva il cessate il fuoco permanente sul territorio libico, un embargo sulle armi e l’ambizione di giungere quanto prima ad un esecutivo di unità nazionale.  

Violata la tregua di Berlino: sulla Libia l’Italia è attendista - Geopolitica.info

Il documento di Berlino 

Il documento elaborato non si discosta molto dalla bozza circolata in precedenza e da quanto concordato nell’incontro svoltosi prima dell’inizio dei lavori tra la Cancelliera tedesca Angela Merkel ed i due principali contendenti, Fayez al-Sarraj e il generale Khalifa Haftar.  

Di certo con tale mossa la Merkel ha cercato di dare nuova centralità all’Unione Europea, tentando di riportare la questione sui binari della diplomazia, per ridimensionare la posizione di forza sin qui assunta, su due fronti contrapposti, dalla Russia di Vladimir Putin (che sostiene il generale Haftar) e dal presidente turco Recepp Tayyp Erdogan (sostenitore del governo di al-Sarraj). 

Di fatto, si è trattato di un buon risultato considerando il clima di forte tensione in cui si era aperta la Conferenza dopo che il generale Haftar aveva bloccato le esportazioni di petrolio dai porti e dopo che il premier di Tripoli aveva dichiarato all’agenzia Dpa che “Se l’aggressione del generale Khalifa Haftar riprenderà, continueremo a difenderci con forza fino a quando non sarà sconfitta. Noi non abbiamo attaccato nessuno”. 

Nonostante tutti i buoni propositi, pochi giorni dopo la tregua è stata rotta, prima con la marcia delle forze del generale Haftar verso Misurata, poi con il successivo attacco all’aeroporto di Tripoli del 19 febbraio e quello portato il 27 febbraio all’aeroporto di Mitiga. Tutto ciò sotto gli occhi di un’ONU inerme e di un’Europa sempre più divisa.  

La posizione dell’Italia 

In questo quadro chi potrebbe trovare un nuovo spunto d’iniziativa è proprio l’Italia, che sin dall’inizio è risultata spaesata dall’intervento a gamba tesa, sullo scenario libico, della Turchia. Infatti, da quando lo scorso 10 dicembre Erdogan ha annunciato l’intenzione di sostenere lo sforzo bellico del Governo libico di al-Sarraj contro l’offensiva portata dal generale Haftar, l’Italia ha visto manifestarsi concretamente il rischio che Instanbul avesse una voce ancora più incisiva sulla vicenda migranti (ne è prova indiretta la situazione ai confini greci), il ridimensionamento del ruolo italiano nel Mare nostrum e soprattutto quello inerente alla vicenda energetica in terra libica, che costituisce il vero collante degli interessi stranieri. Soprattutto su questo ultimo punto l’Italia dovrebbe avere una posizione chiara e incisiva con cui difendere i propri interessi sul territorio. 

 La stessa Federpetroli a inizio anno aveva paventato i rischi di un peggioramento della situazione libica con l’entrata in campo di nuovi attori considerando che il nostro Paese non è indipendente dal punto di vista energetico e dalla Libia importa gas e petrolio. A ciò si aggiunga la necessità della difesa del patrimonio infrastrutturale, in primis il gasdotto di Mellitah che trasporta gas fino alla Sicilia. Il cessate il fuoco avrebbe potuto agevolare la sua posizione, anche perché un’eventuale vittoria di Haftar comporterebbe, nel medio e lungo termine, un rialzo dei prezzi di questi beni, con conseguenti ricadute sui conti pubblici. Contestualmente il suo appoggio nei confronti di al-Sarraj potrebbe, nel medio periodo, contenere l’espansione di Ankara, offrendo al GNA la possibilità di scegliere tra i suoi alleati.  

Tuttavia, nonostante l’urgenza, si sono succedute solo manovre fortemente discordanti nell’atteggiamento di Roma, fin qui attendista, forse derivante dalla convinzione che chiunque vinca sul fronte libico non metterà in discussione gli interessi economici italiani.  

Le scelte di Khalifa Haftar tra tattica e strategia

La Conferenza di Berlino sulla Libia se da una parte ha rappresentato il punto più alto raggiunto dalla diplomazia pura nel corso della crisi, dal punto di vista schiettamente politico e pragmatico non ha ottenuto risultati di rilievo. Né il governo di Tripoli riconosciuto dall’ONU e guidato da Fayez al-Sarraj né l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, hanno apposto la loro firma sul documento finale.

Le scelte di Khalifa Haftar tra tattica e strategia - Geopolitica.info

 

Resta solo in vigore un flebile cessate-il-fuoco che appare più come un appiglio tattico per riorganizzarsi sul campo che l’accettazione della linea “pacifista” dei mediatori o presunti tali. Anche perché in questi giorni nei depositi di al-Sarraj ed Haftar continuano ad arrivare rifornimenti di vario genere da Turchia ed Emirati Arabi Uniti, segno evidente di quanto fragile e, soprattutto, strumentale sia la tregua in atto.

In una crisi diventata ormai pienamente regionale – visti il numero di attori coinvolti e la posta in gioco che è quella degli equilibri geopolitici del Nord Africa – il veto assoluto posto dai “grandi sponsor” dei rispettivi contendenti (Turchia ed Egitto, Russia ed Emirati Arabi Uniti) alla presenza di truppe d’interposizione straniere e l’impossibilità di conciliare le posizioni su cui si sono arroccate Tripoli e Tobruk, una escalation armata, favorita da uno stallo sul campo, torna ad essere un’eventualità da prendere in considerazione.

Anche se non formalmente, a Berlino l’esecutivo onusiano di al-Sarraj ed il suo “aggressore” Khalifa Haftar sono stati di fatto messi sullo stesso piano; ad entrambi è stata riconosciuta legittimità e questo implica che esista una sorta di “copertura legale” all’uso indiscriminato della forza che è atto politico ma anche condotta abituale dello schieramento che fa capo al maresciallo di Libia Haftar. Se la maggiore potenza militare e l’uso della forza hanno rappresentato il “lasciapassare” di Haftar sulla scena internazionale, non vi è motivo di escludere aprioristicamente che egli possa continuare ad utilizzare solo ed esclusivamente questi strumenti anche nel prossimo futuro.

Tale affermazione si basa su quella che è la situazione in Libia in cui si assiste ad una “ideologizzazione” dello scontro in atto tale da impedire una soluzione condivisa ed una de-escalation che riconduca ad unità il Paese riportando ognuno a ricoprire il proprio ruolo, in altre parole a fare delle forze di Haftar il perno attorno al quale ricostruire le forze armate libiche e dei gruppi politici che sostengono – ma di cui non sono emanazione – al-Sarraj la classe governativa della Libia pacificata. Allo stato attuale l’unica soluzione della guerra libica pare essere la debellatio di una delle fazioni.

La legittimazione ottenuta a Berlino consente ad Haftar di puntare più in alto nell’ambito di un gioco a somma zero che ha visto coinvolti non solo i libici ma anche tutte le Potenze esterne interessate per un motivo o per un altro al conflitto: il blocco della produzione petrolifera e la nuova chiusura dell’aeroporto di Tripoli sono armi che Haftar può tatticamente brandire per ottenere concessioni strategiche.

Nel primo caso, a seguito del blocco dell’oleodotto che trasporta il greggio verso la raffineria di Zawiya e degli impianti petroliferi di El Feel e di El Sharara Haftar ha voluto dimostrare alla comunità internazionale che il settore degli idrocarburi, appannaggio di grandi società estere, non è al sicuro fintanto che non sarà chiarita la questione libica ed ha assestato un duro colpo alla credibilità dell’avversario politico: la compagnia nazionale libica NOC infatti risponde a Tripoli e concede licenze d’estrazione e raffinazione del petrolio alle compagnie estere richiedenti per conto del governo internazionalmente riconosciuto; è espressione di un meccanismo di potere clientelare basato sulla divisione degli utili in parti uguali tra i capitribù; è uno dei “garanti” di al-Sarraj sulla scena internazionale. Gli impianti e la raffineria bloccati da Haftar facevano capo alla joint-venture tra NOC ed ENI “Mellitah Oil & Gas” e questo ha generato preoccupazione a Roma, nei fatti è stato un duro colpo sia per la politica estera italiana che per i sostenitori della “diplomazia parallela” di ENI, una istituzione che sul terreno libico era considerata quasi intoccabile e quasi più credibile della Farnesina. Se ENI è stata colpita niente impedisce che anche altre compagnie di Paesi sostenitori di Tripoli vengano colpite (la questione Total è diversa). L’amministratore delegato della NOC Mustafa Sanalla ha deplorato l’azione haftariana dicendo che né i porti né i pozzi petroliferi possono essere utilizzati per la risoluzione di crisi politiche perché sarebbe come “bruciare casa” propria. Eppure, la questione sul campo sembra diversa da come la dipinge Sanalla, il blocco imposto dal maresciallo di Libia ha danneggiato pesantemente il governo di al-Sarraj più che Tobruk. Haftar ha centrato indubbiamente un obiettivo.

Nel secondo caso, con la minaccia di abbattere qualunque velivolo civile o militare sui cieli di Tripoli, Haftar ha costretto l’autorità aeroportuale della capitale a sospendere i voli in partenza ed in arrivo fino a nuovo avviso. La presenza di aerei, persino quelli di linea, a Tripoli sarebbe stata considerata – ha spiegato lo staff di Haftar – come una violazione palese del cessate-il-fuoco. Con tale presa di posizione il maresciallo cirenaico ha voluto mettere in chiaro che, al di là dei comunicati diplomatici, il vero garante della tregua è lui. La linea seguita è sostanzialmente coerente con l’idea che la crisi vada risolta dai libici senza interferenze esterne. I voli, per il momento, diretti a Tripoli sono stati dirottati 200 km più ad est, a Misurata, epicentro del potere politico e militare del milieu raccolto attorno ad al-Sarraj.

Sulla città-stato della Tripolitania sono puntati gli occhi di Haftar che, in caso di ripresa ufficiale degli scontri (finora vi sono state violazioni locali del cessate-il-fuoco denunciate da ambo le parti nella “cintura difensiva” dei sobborghi tripolini), anziché marciare direttamente sulla capitale potrebbe far convergere le proprie forze o proprio su Misurata, tentando una volta per tutte di abbattere la più forte milizia “governativa”, o su Homs, centro costiero a metà strada tra Tripoli e Misurata, così da isolare la città e stringere un patto di non nocet che priverebbe al-Sarraj del suo più forte alleato. Pare infatti che Haftar ed il suo Stato Maggiore propendano per questa seconda opzione che spezzerebbe un fronte politico unito sostanzialmente dal bisogno di sopravvivenza. Le linee logistiche più corte rispetto a quelle del nemico e lo schieramento a “macchia di leopardo” del sistema difensivo tripolino consentono un concentramento di forze in un determinato punto del fronte che permetterebbe ad Haftar di guadagnare la superiorità numerica costante sul campo di battaglia.

Per non perdere credibilità agli occhi dei suoi alleati-rivali di Tripoli e Misurata, al-Sarraj ha preso in corsa il treno turco, rafforzando il proprio legame con la Fratellanza Musulmana ma allo stesso tempo mettendo in evidenza la propria funzione “transitoria”; è infatti da rilevare che sono stati proprio i turchi a parlare insistentemente della necessità di far insediare un nuovo “governo di unità nazionale” il cui premier non potrà essere, ça va sans dire, lo screditato e troppo debole Fayez al-Sarraj.

Questi due episodi indicano un dato incontrovertibile: Haftar, anziano e malato – al di là di come viene dipinto dalla propaganda amica, cioè come un forte e carismatico leader militare – ha fretta di chiudere la partita contro al-Sarraj, contro i circoli politico-religiosi tripolini e contro il potentato di Misurata. Questo sia per una questione politica, cioè conquistare il potere in Libia prima che le interferenze straniere diventino troppo più forti, sia per un motivo squisitamente personale che è quello di sistemare nei posti che contano i suoi figli e parenti, che sono già stati da tempo cooptati nel suo staff sia civile che in divisa. Un dato di fatto incontrovertibile è che la “transitorietà” politica di al-Sarraj vale anche, seppure per motivi diversi, per Khalifa Haftar; quando infatti si è massicciamente sostenuti da Potenze estere e non si può essere autonomi politicamente e militarmente, c’è il rischio che si possa essere sostituiti all’improvviso. Questo sarebbe un altro dei motivi della “fretta” di Haftar ed uno dei fattori che rendono più che probabile il crollo del cessate-il-fuoco sancito a Berlino (senza firma dei libici occorre ricordarlo) sotto i colpi dei fucili.

L’offensiva di Haftar su Misurata e la tregua permanente all’ombra dei cannoni

Intorno alle ore 10:00 del 30 gennaio il cessate-il-fuoco in Libia – di cui si contano 110 violazioni secondo l’inviato ONU – pattuito durante la Conferenza di Berlino è di fatto saltato a causa dell’operazione “Aisfat Al Watani” (Tempesta Nazionale) lanciata dalle truppe del generale Khalifa Haftar nell’area a sud-est di Misurata. L’offensiva del Libyan National Army (LNA) di Haftar ha investito finora i villaggi di al-Hisha, Wadi Zumzum ed Abu Qurain.

L’offensiva di Haftar su Misurata e la tregua permanente all’ombra dei cannoni - Geopolitica.info

 

Gli scontri più importanti si stanno verificando lungo l’asse stradale Misurata-Sirte, nell’area di Abu Qurain dove è stata appurata la perdita di 4 veicoli da parte delle truppe governative (GNA) mentre da Misurata si stanno inviando rinforzi pur essendo la strada battuta dai caccia città-stato. Raid aerei haftariani sono stati documentati sia su Abu Qurain, dove si stanno ammassando forze miste di misuratini e truppe regolari Tripoli  sia su Al Heisha, a sud est di Misurata, lungo le direttrici logistiche del GNA. La tattica del LNA è quella di isolare Abu Qurain per impedire l’arrivo di rinforzi alla scarna guarnigione. L’operazione, secondo quanto si apprende da fonti libiche vicine al LNA, non ha per obiettivo Tripoli (il cui aeroporto continua comunque ad essere oggetto di attacchi da parte di Haftar) ma Misurata, la città-stato chiamata la “Sparta libica” per la forza delle sue milizie, principale gruppo armato vicino al primo ministro tripolino Fayez al-Sarraj.

Il centro abitato di Abu Qurain, fulcro degli scontri più violenti, si trova 118 km a sud di Misurata e 138 km ad ovest di Sirte (conquistata dal LNA pochi giorni prima della tregua); situata sull’incrocio tra l’autostrada costiera e la strada Fezzan assume un’importanza strategica fondamentale per Haftar: è la via più breve e meglio servita da infrastrutture moderne per arrivare a Misurata; il controllo di Abu Qurain permette di tenere d’occhio il trasporto di petrolio diretto verso le raffinerie della costa. La resistenza dei misuratini da una parte ed il successo di Haftar dall’altra si giocano proprio sul controllo degli snodi di queste due importanti strade.

L’autostrada costiera libica fu progettata e costruita dal governo coloniale italiano con il nome di Via Balbia o Litoranea Balbo e rappresenta tuttora il principale asse viario del paese. Perfettamente inserita nel circuito della Cairo-Dakar Highway, l’autostrada costiera nel 2011 fu oggetto di aspre contese tra le milizie ribelli e le truppe di Gheddafi mentre nel 2016 cadde sotto il controllo della frazione libica dello Stato Islamico. Ad Abu Qurain l’ex Litoranea Balbo devia verso l’entroterra sirtico per la presenza di acquitrini ed oasi per poi risalire verso nord ed attraversare i villaggi di Tawurgha ed Alkarareem, per infilarsi poi direttamente a Tommeena, popoloso sobborgo di Misurata. Se Abu Qurain cadesse nelle mani dei soldati di Haftar, per il generale sarebbe abbastanza facile arrivare di gran carriera a Misurata con le forze praticamente intatte e porre sotto assedio una città difesa da miliziani valorosi ma provati da un lungo periodo di scontri. Tawurgha ed Alkarareem risultano particolarmente difficili da difendere vista la loro struttura urbanistica ordinata, propria delle città di fondazione italiane, e l’inesistenza di ripari naturali sul terreno. Ecco perché pare che i comandanti del GNA abbiano scelto di difendere elasticamente Abu Qurain con l’invio di rinforzi massicci immediatamente fuori dalla città lanciando anche attacchi aerei e d‘artiglieria verso Al-Washaka, modesto insediamento  sull’autostrada costiera, a metà strada tra Sirte ed Abu Qurain, punto di concentramento e raccordo per le forze di Haftar provenienti da Sirte.

La strada Fezzan invece, costruita negli anni ’60 per dimezzare i tempi di trasporto del greggio verso le raffinerie lungo la costa del Mediterraneo, è uno dei principali assi viari commerciali del paese. Attualmente la strada non è utilizzabile poiché divisa tra i due contendenti: da Abu Qurain andando verso sud, oltre la colonia agricola “Allod Agricultural Project”, il territorio controllato dal governo di Tripoli si incunea pericolosamente verso est attraversando buona parte della “strada del petrolio” nelle regioni di Zamzam, Al-Jafra e Al-Baghleh, minacciando direttamente Wadi Jarv, l’aeroporto di Gardabya e quindi Sirte. Se Abu Qurain cadesse nelle mani di Haftar difficilmente il possesso di questo “cuneo” potrebbe essere mantenuto dai governativi ed il generale ridurrebbe notevolmente la linea di fronte da controllare con notevoli vantaggi logistici. Ampi spazi desertici con radi insediamenti sono indifendibili se ne crolla il fulcro sotto i colpi del nemico. Anche l’attuale guerra civile libica risponde a questo antico assioma dell’arte e della scienza militari. La conquista di tutta la strada Fezzan da parte di Khalifa Haftar aprirebbe inoltre a scenari interessanti nell’ambito dell’attuale crisi petrolifera dovuta al blocco della produzione imposto dalla milizia Petroleum Facilities Guard fedele a Tobruk negli impianti del sud del paese. Per l’inviato degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “nessun gruppo ha il diritto di bloccare la produzione di petrolio in Libia” ma sul campo pare valgano ben altre regole. La crisi ha causato, secondo l’inviato ONU Ghassan Salameh danni per 931 milioni di dollari con dati aggiornati al 3 febbraio, una carta importante da giocare per Haftar che punta a controllare la produzione (estrazione e raffinazione) degli idrocarburi in Libia per rafforzare la propria posizione internazionale.

A Tripoli si stanno comunque studiando le contromosse: il 29 gennaio scortata da una fregata turca, è entrata nel porto della capitale la nave mercantile Bana – battente bandiera libanese –  con a bordo mezzi corazzati prontamente sbarcati  mentre all’aeroporto di Misurata è atterrato un Boeing 747-412 (cargo) con rifornimenti per le milizie della città. Secondo gli ultimi dati lungo la cintura difensiva del GNA attorno a Tripoli sarebbero presenti circa 6000 miliziani siriani al soldo di Ankara e soldati regolari turchi. L’iperattivismo della Turchia in favore di Tripoli ha causato le critiche del presidente francese Macron prontamente rispedite al mittente da Erdogan che ha incolpato le politiche di Parigi per l’attuale caos in cui versa l’ex “Quarta Sponda” italiana.  Il portavoce delle forze haftariane ha dichiarato che la presenza di militari turchi ad ovest di Tripoli ha generato nella popolazione un radicale senso di insicurezza e che l’arrivo di armi nella capitale ed a Misurata è una palese violazione della tregua; tutto ciò andrebbe a giustificare la ripresa delle ostilità da parte del LNA nell’area di Abu Qurain.

Al di là delle accuse reciproche tra Tripoli e Tobruk-Bengasi il dato politico fondamentale è che l’embargo di armi non viene rispettato anche da chi – come la Turchia – si è impegnato a rispettarlo e che risulta essere l’ennesima misura propagandistico-pubblicitaria della diplomazia europea nel paese africano. Il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio ha chiesto a gran voce nelle ultime ore di stabilire regole chiare per la riattivazione della missione Sophia, un dispositivo navale ormai quiescente e sorpassato che non riuscirebbe, per come oggi è organizzata, a mettere un freno alla vendita di armi in Libia, senza dimenticare che nella porosa frontiera meridionale del Fezzan è aperto un canale preferenziale per l’ingresso nel paese di armamenti e mercenari.

Quanto scritto nelle clausole sul Processo Politico Libico di pacificazione approvate a Berlino si è scontrato ancora una volta con il laconico piombo dei proiettili, al di là dell’accordo di massima raggiunto a Ginevra dal Comitato Militare Permanente “5+5” (che raggruppa inviati LNA e GNA sotto l’egida ONU) sulla “tregua permanente” come annunciato dall’inviato delle Nazioni Unite Ghassan Salamé. Nel momento stesso in cui, il 4 febbraio, veniva annunciata la tanto sospirata “tregua permanente”, i media hanno dato notizia dell’arrivo in Libia di altri mercenari siriani e sudanesi ed anche di armi che hanno rimpinguato gli arsenali dei rispettivi contendenti. L’incontro a margine dei colloqui ginevrini tra gli sherpa haftariani ed una delegazione egiziano-emiratina lascia pensare infatti che la “tregua permanente” altro non sia che un espediente tattico per riorganizzarsi sul campo: secondo fonti diplomatiche all’incontro sarebbero stati presenti funzionari d’intelligence e militari d’alto rango egiziani, nonché il consigliere per la sicurezza del principe ereditario emiratino, Mohammed bin Zayed, responsabile del dossier Libia ad Abu Dhabi. Un altro attore particolarmente influente ma rimasto nell’ombra in questa fase è l’Arabia Saudita che, proprio come gli Emirati Arabi Uniti, mostra una certa preoccupazione per la presenza di Ankara in Libia e per il rafforzamento dei gruppi politici turcofili a Tripoli. Per tale ragione sia da Riad che da Abu Dhabi arrivano forti pressioni sul governo egiziano affinché aumenti il proprio sostegno, in termini di armi e rifornimenti, ad Haftar così da chiudere una volta per tutte la partita libica. Politicamente si fa leva sul radicamento sempre più forte della Fratellanza Musulmana – acerrima nemica del Cairo –  in Tripolitania, militarmente sul rischio che la Libia occidentale possa diventare una testa di ponte turca in chiave anti-egiziana. Nonostante le reticenze egiziane, ormai è un dato di fatto che la spartizione della Libia in due Stati (Tripolitania e Cirenaica), magari concordata con la Turchia, non è un’opzione valida per Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La soluzione “unitaria” emiratino-saudita fa perno sulla Cirenaica e non sulla Tripolitania (come ad esempio quella promossa storicamente dall’Italia) ma non punta ad una ridistribuzione delle licenze d’estrazione e raffinazione petrolifera che è invece parte integrante, ad esempio, della “doppia agenda” di Parigi.

La complessità della situazione politico-diplomatica non lascia immaginare che in tempi brevi si possa arrivare alla pacificazione sul campo di battaglia, anzi, la negoziazione di una tregua – a prescindere dalla formula con la quale essa viene definita e presentata agli addetti ai lavori ed all’opinione pubblica – nei fatti è anch’essa un atto di guerra.

UNIFIL II dal Libano alla Libia

Secondo il ministro degli Esteri Luigi Di Maio una missione di caschi blu europei in Libia “sarebbe l’unico modo per fermare le interferenze esterne, il massacro di civili innocenti e per dare all’UE una sola voce”. A Palazzo Chigi ed alla Farnesina sembrano ora fare propria la linea di un intervento congiunto – da attuarsi con il concorso di Francia, Germania e Spagna – nella ex colonia italiana onde separare i contendenti e favorire il processo di pace. In un certo senso una copia di UNIFIL, la missione militare d’interposizione ONU a guida italiana in Libano rinnovata nel 2006 dopo la fine del conflitto israelo-libanese.

UNIFIL II dal Libano alla Libia - Geopolitica.info

Proprio l’impostazione simile ad UNIFIL di questa missione ancora tutta da decidere ed approntare – anche perché Di Maio ha detto che “sono i libici gli unici titolati a decidere” se accettare la presenza di truppe straniere – appare poco adattabile all’attuale scenario bellico libico: innanzitutto in Libia allo stato attuale non esistono confini ben delineati da presidiare ma un agglomerato di tribù armate l’una contro l’altra e due entità politico-militari rivali che si fronteggiano lungo una non meglio definita linea di faglia soggetta ad oscillazioni; in secondo luogo non è assolutamente garantito – anzi è probabile il contrario – che i libici, a prescindere dalla fazione di riferimento, siano propensi ad accettare un intervento straniero che preveda la presenza di truppe armate e non di osservatori disarmati; quantunque uno dei due macrogruppi di potere, quello di Tripoli o quello di Tobruk-Bengasi, accettasse la presenza di un contingente d’interposizione, lo stesso potrebbe essere visto come fumo negli occhi dal rivale e la sicurezza dei soldati europei non sarebbe assolutamente garantita.

Gettare nel focolaio libico le proprie truppe, senza la certezza di avere un piano di pace con una scaletta cadenzata e ben definita e, per di più, senza la garanzia di avere il totale sostegno della popolazione e dei contendenti, sarebbe una mossa azzardata, a maggior ragione se, in questa copia sbiadita di UNIFIL, le regole d’ingaggio fossero le stesse di una qualunque missione di “peace monitoring” .

Le questioni d’ambito tecnico-militare sono schiettamente legate alle decisioni politiche prese a monte ed alla percezione dello scenario – meglio ancora, del campo di battaglia –  cosicché se l’idea alla base della missione è quella di essere semplici garanti della pace e non anche dei propri interessi si finisce per diventare bersagli facili delle rappresaglie nemiche. Le avvisaglie – per il momento solo “politiche” – di Haftar al nostro esiguo contingente (280 soldati tra paracadutisti della Folgore e carabinieri) di Misurata, posto a protezione di una missione sanitaria che ha una valenza ormai ridotta allo zero, indicano chiaramente quanto sia difficile, se numericamente inferiori, farsi accettare dai libici a fronte di un conflitto in corso. Senza dimenticare poi che la presenza di un contingente d’interposizione lungo una linea ben definita, che sia quella di fronte attuale o quella antebellica rispecchiante la divisione geografica tra Tripolitania e Cirenaica, equivarrebbe a tracciare sulla mappa un nuovo confine, anticipando e favorendo quindi la spaccatura in due entità statali indipendenti e “sovrane” della vecchia Libia.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato alla stampa che l’Italia sta lavorando affinché “a parlare sia la diplomazia e tacciano le armi” e che, cosa ancora più importante, a Roma non esistono “agende nascoste” sulla questione libica, che tutto avviene alla luce del sole e che non si ha alcuna intenzione di fornire armi a Tripoli. Continua dunque il percorso della “diplomazia pura” scelto dal governo italiano; percorso sin qui fallimentare e che non apre a prospettive rosee per il nostro Paese, anche perché è cosa ben nota che le altre Potenze interessate alla Libia abbiano le loro “agende segrete” divergenti da quella di Roma.

Nell’audizione alle Commissioni Difesa di Camera e Senato il ministro Lorenzo Guerini ha aperto alla possibilità di rimodulare la presenza militare italiana in Libia ma si è concentrato soprattutto sull’importanza di riattivare la quiescente Missione Sophia, cosicché le navi del dispositivo tornino ad occuparsi del contrasto all’afflusso di armi dirette sui campi di battaglia libici. La piaga del commercio di armi va contrastata ma non si può creare stabilità in una regione dilaniata dalla guerra solo tramite un dispositivo navale – per altro superato nei tempi e nei modi – che lo stesso ministro degli Esteri Di Maio ha chiesto di “smontare e rimontare”. I conflitti si decidono a terra e le componenti navali e/o aeree possono essere di supporto, garantire un forte sostegno, ma non influenzare, da sole, le sorti di una guerra.

Senza dimenticare che fino a questo momento è rimasta fuori dai radar qualunque discussione sulla stabilizzazione e sulla ricostruzione del tessuto politico-amministrativo del Fezzan, la porosa frontiera meridionale della Libia, nonché principale via di transito per trafficanti di armi e droga, flussi migratori illegali e miliziani islamisti (https://www.geopolitica.info/il-fezzan-anarchico-la-crisi-libica-e-litalia/). Ogni questione sulla frontiera meridionale della Libia sembra essere passata in secondo piano, inghiottita dagli eventi bellici sulla costa, quando invece la complessità degli equilibri e l’esplosione del tribalismo imporrebbero una discussione in merito molto più approfondita, anche perché in ballo ci sono situazioni importanti come la lotta al terrorismo, il contrasto al traffico di esseri umani e la lotta al contrabbando di armi.

Né la sicurezza di eventuali soldati italiani impegnati in una missione d’interposizione né il riassetto futuro della Libia secondo i nostri interessi nazionali sono stati garantiti dai colloqui moscoviti e dalla Conferenza di Berlino. Nella capitale tedesca si è optato per un flebile cessate-il-fuoco già violato sul campo da Haftar (con il bombardamento sull’aeroporto di Tripoli) senza aver però tratteggiato una “road map” sul futuro processo politico di pacificazione.  A dare le carte in questo momento sono Ankara e Mosca con l’aggiunta del Cairo, Roma non sta giocando la propria partita ma sta tentando di infilarsi maldestramente in quella altrui. Con un approccio realistico, forse cinico, ma sicuramente rispondente agli interessi nazionali, verrebbe quasi da dire che il crollo repentino delle speranze suscitate dalla Conferenza di Berlino consenta all’Italia di rientrare – sempre che Roma abbia nel frattempo approntato una linea politico-diplomatico-militare ben precisa – a gamba tesa in Libia, in una crisi decisamente più complessa di quella siriana e che sta già ridisegnando gli equilibri di potenza nel Mediterraneo.

Libia e Cipro: due crisi legate dalla politica energetica turca

Uno degli obiettivi strategici a medio-lungo termine del “neo-ottomanesimo” di Erdogan è quello di fare della Turchia la potenza egemone del Mediterraneo orientale. L’apertura di basi militari in Sudan e Somalia è funzionale a rafforzare la presenza turca nel crocevia marittimo del Mar Rosso, in una zona massicciamente interessata dal passaggio delle rotte commerciali e petrolifere tra Europa ed Asia; la presenza militare turca in territorio siriano; il ruolo di punta che Ankara sta rivestendo nella crisi libica sia con il sostegno militare ad al-Sarraj che con la guida delle trattative tra i contendenti, per non parlare dell’accordo bilaterale con Tripoli sull’estensione delle rispettive ZEE nel Mediterraneo; questi sono tutti elementi che, se considerati come parte integrante di un unico puzzle geostrategico, fanno azzardare l’ipotesi che gli attuali sviluppi della guerra in Libia e la crisi politico-diplomatica nella ZEE cipriota siano collegate.

Libia e Cipro: due crisi legate dalla politica energetica turca - Geopolitica.info

Dal punto di vista giuridico una ZEE è la zona marina di massima estensione di 200 miglia in cui lo Stato costiero esercita diritti sovrani sulla massa d’acqua per la gestione delle risorse naturali (principalmente di pesca) e per la protezione dell’ambiente marino. Il relativo regime, stabilito dall’Unclos, ha assunto anche un valore consuetudinario. Il limite esterno della ZEE, se non diversamente stabilito, coincide con quello della sottostante piattaforma continentale in cui lo stesso Stato ha il diritto di sfruttare le risorse minerarie quali idrocarburi, noduli polimetallici e terre rare.

Il 4 ottobre scorso la nave di perforazione “Yavuz”, scortata da naviglio della Marina Militare Turca, era entrata nelle acque del “Pozzo di Guzelyurt – 1” considerate da Cipro come parte integrante della propria ZEE, in cui Nicosia aveva concesso una licenza di esplorazione congiunta alla compagnia italiana ENI ed alla francese Total. A fronte delle proteste cipriote, il ministro per l’Energia di Ankara Fatih Donmez aveva dichiarato che l’obiettivo della “Yavuz” era quello di rendere disponibili le risorse energetiche al popolo turco, sottolineando come quelle acque fossero di pertinenza della non riconosciuta Repubblica Turca di Cipro Nord, cioè dell’unica ZEE turca fino a quel momento nota. I francesi per tutta risposta inviarono due fregate a Larnaca – ufficialmente per operazioni congiunte con la Marina cipriota –  mentre l’UE sanzionò Ankara annunciando che le trivellazioni illegali turche avrebbero condizionato negativamente i negoziati sui nuovi insediamenti nell’isola.

Dal punto di vista politico i turchi avevano manifestato insofferenza per la concessione di licenze di sfruttamento esclusive da parte di Cipro. ENI e Total avevano ottenuto licenze per l’esplorazione di 7 dei 13 quadranti in cui è divisa la ZEE cipriota e tra le altre compagnie sono presenti in quelle acque anche le statunitensi Exxon Mobil e Noble Energy, l’israeliana Delek e l’olandese Shell.  A febbraio 2019 la Turchia aveva provato a mostrare i muscoli inviando proprie navi militari a chiudere la rotta della nave di perforazione “Saipem 12000”, noleggiata da ENI, diretta verso il quadrante 7 con licenza di Nicosia. La crisi diplomatica innescatasi con l’Italia ha gettato nuova luce sull’annoso problema giuridico ma ancor prima politico della definizione chiara dei confini delle ZEE che, come spiegato approfonditamente da Fabio Caffio su “Analisi Difesa” (https://www.analisidifesa.it/2019/12/oltre-lintesa-turco-libica-il-problema-delle-zee-nel-mediterraneo/), è parte integrante di quelle norme di diritto internazionale variamente interpretabili in cui sono gli Stati nazionali e non le organizzazioni sovranazionali ad avere l’ultima parola.

A dicembre 2019 Erdogan ed al-Sarraj hanno firmato un memorandum sulle rispettive ZEE: dalla parte libica il tratto di mare considerato è quello compreso tra il confine egiziano e Derna (territori oggi controllati da Haftar) e da quella turca partendo dal tratto di mare alle spalle dell’isola greca di Castellorizo fino alla Penisola di Marmaris. Tali scelte mettono in evidenza da una parte la volontà turca di sfruttare il rispetto formale e sostanziale da parte di Atene della moratoria NATO del 1974 atta ad impedire ai greci di proclamare proprie ZEE oltre i limiti delle acque territoriali, dall’altra la decisione di Erdogan di giocarsi una partita delicata ma fondamentale a Cipro sul fronte energetico.

La nuova ZEE turco-libica spacca in due le rotte mediterranee e potrebbe creare, in caso di inasprimenti delle relazioni con l’UE o con altri Paesi impegnati in Libia o a Cipro, delle ritorsioni da parte di Ankara sulla posa dei gasdotti (questione gasdotto East Med).

Le scelte di Ankara hanno subito innescato la prima reazione: nei giorni scorsi infatti il governo greco, che fino a quel momento si era tenuto lontano dall’intervenire direttamente nella crisi libica, ha incontrato il generale Haftar e la possibilità che si sia parlato anche di stipulare un “contro-memorandum” tra Atene e Tobruk relativo alle rispettive ZEE  è abbastanza concreta. Se infatti nel 1974 la questione relativa alla piattaforma continentale dell’Egeo fu il casus belli del conflitto greco-turco, oggi, con la rottura dello status quo, la Grecia potrebbe sentirsi autorizzata non solo ad estendere le proprie acque territoriali ma anche a proclamare una propria ZEE che, per limiti geografici, andrebbe a confliggere ed a sovrapporsi a quella turca del memorandum Erdogan-Sarraj.

L’intervento militare turco in Libia, modesto nella quantità ma politicamente fondamentale, ha evitato la sconfitta di Tripoli ed ha messo nelle mani di Erdogan un capitale che a tempo debito – non molto lontano – si potrà riscuotere: innanzitutto sulle casse di al-Sarraj grava un prestito da 2,7 miliardi di dollari provenienti da Ankara che sono serviti a continuare la guerra contro Haftar (nelle forze armate tripoline i regolari sono in netta minoranza rispetto ai miliziani, i quali sono fedeli a chi li paga e non a chi ne rappresenta le istanze politiche) e ad evitare rovesci politici; facendo un paragone storico pare che la Turchia abbia utilizzato la stessa strategia della Gran Bretagna e della Francia durante la crisi egiziana del 1875-1882: la Potenza estera che, tramite prestiti, controlla il debito di un Paese, di fatto controlla la politica di quel Paese.

Seguendo tale assioma nulla impedirebbe alla Turchia di “obbligare” la NOC – la compagnia petrolifera statale libica – a ridiscutere le attuali licenze d’esplorazione ed estrazione d’idrocarburi per terra e per mare a tutto vantaggio delle compagnie turche andando ad inficiare la presenza radicata di colossi come ENI e Total. L’estensione della ZEE libica, apparsa come l’azione di uno Stato sovrano ma nei fatti indotta dai turchi – che non a caso hanno allegato al memorandum sulla ZEE il trattato di cooperazione militare che ha poi costituito la base giuridica per il successivo intervento armato a sostegno di al-Sarraj – consentirebbe ad Ankara di estendere la propria “caccia alle licenze” anche ai giacimenti di gas, già scoperti o ancora da scoprire, ad acque che fino a questo momento sono rimaste o nell’orbita greca o in quella cipriota e dunque chiuse a qualunque disegno turco in merito.

La partita che si sta giocando in Libia è complessa anche perché legata a questioni stringenti di politica energetica che coinvolgono le principali Potenze regionali dell’area mediterranea con la Grecia ormai orientata in favore di Haftar e con Italia e Francia incapaci di pensare ad una strategia condivisa che punti a rintuzzare i progetti espansionistici turchi in Libia e nel Mediterraneo orientale