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Le scelte di Khalifa Haftar tra tattica e strategia

La Conferenza di Berlino sulla Libia se da una parte ha rappresentato il punto più alto raggiunto dalla diplomazia pura nel corso della crisi, dal punto di vista schiettamente politico e pragmatico non ha ottenuto risultati di rilievo. Né il governo di Tripoli riconosciuto dall’ONU e guidato da Fayez al-Sarraj né l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, hanno apposto la loro firma sul documento finale.

Le scelte di Khalifa Haftar tra tattica e strategia - Geopolitica.info

 

Resta solo in vigore un flebile cessate-il-fuoco che appare più come un appiglio tattico per riorganizzarsi sul campo che l’accettazione della linea “pacifista” dei mediatori o presunti tali. Anche perché in questi giorni nei depositi di al-Sarraj ed Haftar continuano ad arrivare rifornimenti di vario genere da Turchia ed Emirati Arabi Uniti, segno evidente di quanto fragile e, soprattutto, strumentale sia la tregua in atto.

In una crisi diventata ormai pienamente regionale – visti il numero di attori coinvolti e la posta in gioco che è quella degli equilibri geopolitici del Nord Africa – il veto assoluto posto dai “grandi sponsor” dei rispettivi contendenti (Turchia ed Egitto, Russia ed Emirati Arabi Uniti) alla presenza di truppe d’interposizione straniere e l’impossibilità di conciliare le posizioni su cui si sono arroccate Tripoli e Tobruk, una escalation armata, favorita da uno stallo sul campo, torna ad essere un’eventualità da prendere in considerazione.

Anche se non formalmente, a Berlino l’esecutivo onusiano di al-Sarraj ed il suo “aggressore” Khalifa Haftar sono stati di fatto messi sullo stesso piano; ad entrambi è stata riconosciuta legittimità e questo implica che esista una sorta di “copertura legale” all’uso indiscriminato della forza che è atto politico ma anche condotta abituale dello schieramento che fa capo al maresciallo di Libia Haftar. Se la maggiore potenza militare e l’uso della forza hanno rappresentato il “lasciapassare” di Haftar sulla scena internazionale, non vi è motivo di escludere aprioristicamente che egli possa continuare ad utilizzare solo ed esclusivamente questi strumenti anche nel prossimo futuro.

Tale affermazione si basa su quella che è la situazione in Libia in cui si assiste ad una “ideologizzazione” dello scontro in atto tale da impedire una soluzione condivisa ed una de-escalation che riconduca ad unità il Paese riportando ognuno a ricoprire il proprio ruolo, in altre parole a fare delle forze di Haftar il perno attorno al quale ricostruire le forze armate libiche e dei gruppi politici che sostengono – ma di cui non sono emanazione – al-Sarraj la classe governativa della Libia pacificata. Allo stato attuale l’unica soluzione della guerra libica pare essere la debellatio di una delle fazioni.

La legittimazione ottenuta a Berlino consente ad Haftar di puntare più in alto nell’ambito di un gioco a somma zero che ha visto coinvolti non solo i libici ma anche tutte le Potenze esterne interessate per un motivo o per un altro al conflitto: il blocco della produzione petrolifera e la nuova chiusura dell’aeroporto di Tripoli sono armi che Haftar può tatticamente brandire per ottenere concessioni strategiche.

Nel primo caso, a seguito del blocco dell’oleodotto che trasporta il greggio verso la raffineria di Zawiya e degli impianti petroliferi di El Feel e di El Sharara Haftar ha voluto dimostrare alla comunità internazionale che il settore degli idrocarburi, appannaggio di grandi società estere, non è al sicuro fintanto che non sarà chiarita la questione libica ed ha assestato un duro colpo alla credibilità dell’avversario politico: la compagnia nazionale libica NOC infatti risponde a Tripoli e concede licenze d’estrazione e raffinazione del petrolio alle compagnie estere richiedenti per conto del governo internazionalmente riconosciuto; è espressione di un meccanismo di potere clientelare basato sulla divisione degli utili in parti uguali tra i capitribù; è uno dei “garanti” di al-Sarraj sulla scena internazionale. Gli impianti e la raffineria bloccati da Haftar facevano capo alla joint-venture tra NOC ed ENI “Mellitah Oil & Gas” e questo ha generato preoccupazione a Roma, nei fatti è stato un duro colpo sia per la politica estera italiana che per i sostenitori della “diplomazia parallela” di ENI, una istituzione che sul terreno libico era considerata quasi intoccabile e quasi più credibile della Farnesina. Se ENI è stata colpita niente impedisce che anche altre compagnie di Paesi sostenitori di Tripoli vengano colpite (la questione Total è diversa). L’amministratore delegato della NOC Mustafa Sanalla ha deplorato l’azione haftariana dicendo che né i porti né i pozzi petroliferi possono essere utilizzati per la risoluzione di crisi politiche perché sarebbe come “bruciare casa” propria. Eppure, la questione sul campo sembra diversa da come la dipinge Sanalla, il blocco imposto dal maresciallo di Libia ha danneggiato pesantemente il governo di al-Sarraj più che Tobruk. Haftar ha centrato indubbiamente un obiettivo.

Nel secondo caso, con la minaccia di abbattere qualunque velivolo civile o militare sui cieli di Tripoli, Haftar ha costretto l’autorità aeroportuale della capitale a sospendere i voli in partenza ed in arrivo fino a nuovo avviso. La presenza di aerei, persino quelli di linea, a Tripoli sarebbe stata considerata – ha spiegato lo staff di Haftar – come una violazione palese del cessate-il-fuoco. Con tale presa di posizione il maresciallo cirenaico ha voluto mettere in chiaro che, al di là dei comunicati diplomatici, il vero garante della tregua è lui. La linea seguita è sostanzialmente coerente con l’idea che la crisi vada risolta dai libici senza interferenze esterne. I voli, per il momento, diretti a Tripoli sono stati dirottati 200 km più ad est, a Misurata, epicentro del potere politico e militare del milieu raccolto attorno ad al-Sarraj.

Sulla città-stato della Tripolitania sono puntati gli occhi di Haftar che, in caso di ripresa ufficiale degli scontri (finora vi sono state violazioni locali del cessate-il-fuoco denunciate da ambo le parti nella “cintura difensiva” dei sobborghi tripolini), anziché marciare direttamente sulla capitale potrebbe far convergere le proprie forze o proprio su Misurata, tentando una volta per tutte di abbattere la più forte milizia “governativa”, o su Homs, centro costiero a metà strada tra Tripoli e Misurata, così da isolare la città e stringere un patto di non nocet che priverebbe al-Sarraj del suo più forte alleato. Pare infatti che Haftar ed il suo Stato Maggiore propendano per questa seconda opzione che spezzerebbe un fronte politico unito sostanzialmente dal bisogno di sopravvivenza. Le linee logistiche più corte rispetto a quelle del nemico e lo schieramento a “macchia di leopardo” del sistema difensivo tripolino consentono un concentramento di forze in un determinato punto del fronte che permetterebbe ad Haftar di guadagnare la superiorità numerica costante sul campo di battaglia.

Per non perdere credibilità agli occhi dei suoi alleati-rivali di Tripoli e Misurata, al-Sarraj ha preso in corsa il treno turco, rafforzando il proprio legame con la Fratellanza Musulmana ma allo stesso tempo mettendo in evidenza la propria funzione “transitoria”; è infatti da rilevare che sono stati proprio i turchi a parlare insistentemente della necessità di far insediare un nuovo “governo di unità nazionale” il cui premier non potrà essere, ça va sans dire, lo screditato e troppo debole Fayez al-Sarraj.

Questi due episodi indicano un dato incontrovertibile: Haftar, anziano e malato – al di là di come viene dipinto dalla propaganda amica, cioè come un forte e carismatico leader militare – ha fretta di chiudere la partita contro al-Sarraj, contro i circoli politico-religiosi tripolini e contro il potentato di Misurata. Questo sia per una questione politica, cioè conquistare il potere in Libia prima che le interferenze straniere diventino troppo più forti, sia per un motivo squisitamente personale che è quello di sistemare nei posti che contano i suoi figli e parenti, che sono già stati da tempo cooptati nel suo staff sia civile che in divisa. Un dato di fatto incontrovertibile è che la “transitorietà” politica di al-Sarraj vale anche, seppure per motivi diversi, per Khalifa Haftar; quando infatti si è massicciamente sostenuti da Potenze estere e non si può essere autonomi politicamente e militarmente, c’è il rischio che si possa essere sostituiti all’improvviso. Questo sarebbe un altro dei motivi della “fretta” di Haftar ed uno dei fattori che rendono più che probabile il crollo del cessate-il-fuoco sancito a Berlino (senza firma dei libici occorre ricordarlo) sotto i colpi dei fucili.

L’offensiva di Haftar su Misurata e la tregua permanente all’ombra dei cannoni

Intorno alle ore 10:00 del 30 gennaio il cessate-il-fuoco in Libia – di cui si contano 110 violazioni secondo l’inviato ONU – pattuito durante la Conferenza di Berlino è di fatto saltato a causa dell’operazione “Aisfat Al Watani” (Tempesta Nazionale) lanciata dalle truppe del generale Khalifa Haftar nell’area a sud-est di Misurata. L’offensiva del Libyan National Army (LNA) di Haftar ha investito finora i villaggi di al-Hisha, Wadi Zumzum ed Abu Qurain.

L’offensiva di Haftar su Misurata e la tregua permanente all’ombra dei cannoni - Geopolitica.info

 

Gli scontri più importanti si stanno verificando lungo l’asse stradale Misurata-Sirte, nell’area di Abu Qurain dove è stata appurata la perdita di 4 veicoli da parte delle truppe governative (GNA) mentre da Misurata si stanno inviando rinforzi pur essendo la strada battuta dai caccia città-stato. Raid aerei haftariani sono stati documentati sia su Abu Qurain, dove si stanno ammassando forze miste di misuratini e truppe regolari Tripoli  sia su Al Heisha, a sud est di Misurata, lungo le direttrici logistiche del GNA. La tattica del LNA è quella di isolare Abu Qurain per impedire l’arrivo di rinforzi alla scarna guarnigione. L’operazione, secondo quanto si apprende da fonti libiche vicine al LNA, non ha per obiettivo Tripoli (il cui aeroporto continua comunque ad essere oggetto di attacchi da parte di Haftar) ma Misurata, la città-stato chiamata la “Sparta libica” per la forza delle sue milizie, principale gruppo armato vicino al primo ministro tripolino Fayez al-Sarraj.

Il centro abitato di Abu Qurain, fulcro degli scontri più violenti, si trova 118 km a sud di Misurata e 138 km ad ovest di Sirte (conquistata dal LNA pochi giorni prima della tregua); situata sull’incrocio tra l’autostrada costiera e la strada Fezzan assume un’importanza strategica fondamentale per Haftar: è la via più breve e meglio servita da infrastrutture moderne per arrivare a Misurata; il controllo di Abu Qurain permette di tenere d’occhio il trasporto di petrolio diretto verso le raffinerie della costa. La resistenza dei misuratini da una parte ed il successo di Haftar dall’altra si giocano proprio sul controllo degli snodi di queste due importanti strade.

L’autostrada costiera libica fu progettata e costruita dal governo coloniale italiano con il nome di Via Balbia o Litoranea Balbo e rappresenta tuttora il principale asse viario del paese. Perfettamente inserita nel circuito della Cairo-Dakar Highway, l’autostrada costiera nel 2011 fu oggetto di aspre contese tra le milizie ribelli e le truppe di Gheddafi mentre nel 2016 cadde sotto il controllo della frazione libica dello Stato Islamico. Ad Abu Qurain l’ex Litoranea Balbo devia verso l’entroterra sirtico per la presenza di acquitrini ed oasi per poi risalire verso nord ed attraversare i villaggi di Tawurgha ed Alkarareem, per infilarsi poi direttamente a Tommeena, popoloso sobborgo di Misurata. Se Abu Qurain cadesse nelle mani dei soldati di Haftar, per il generale sarebbe abbastanza facile arrivare di gran carriera a Misurata con le forze praticamente intatte e porre sotto assedio una città difesa da miliziani valorosi ma provati da un lungo periodo di scontri. Tawurgha ed Alkarareem risultano particolarmente difficili da difendere vista la loro struttura urbanistica ordinata, propria delle città di fondazione italiane, e l’inesistenza di ripari naturali sul terreno. Ecco perché pare che i comandanti del GNA abbiano scelto di difendere elasticamente Abu Qurain con l’invio di rinforzi massicci immediatamente fuori dalla città lanciando anche attacchi aerei e d‘artiglieria verso Al-Washaka, modesto insediamento  sull’autostrada costiera, a metà strada tra Sirte ed Abu Qurain, punto di concentramento e raccordo per le forze di Haftar provenienti da Sirte.

La strada Fezzan invece, costruita negli anni ’60 per dimezzare i tempi di trasporto del greggio verso le raffinerie lungo la costa del Mediterraneo, è uno dei principali assi viari commerciali del paese. Attualmente la strada non è utilizzabile poiché divisa tra i due contendenti: da Abu Qurain andando verso sud, oltre la colonia agricola “Allod Agricultural Project”, il territorio controllato dal governo di Tripoli si incunea pericolosamente verso est attraversando buona parte della “strada del petrolio” nelle regioni di Zamzam, Al-Jafra e Al-Baghleh, minacciando direttamente Wadi Jarv, l’aeroporto di Gardabya e quindi Sirte. Se Abu Qurain cadesse nelle mani di Haftar difficilmente il possesso di questo “cuneo” potrebbe essere mantenuto dai governativi ed il generale ridurrebbe notevolmente la linea di fronte da controllare con notevoli vantaggi logistici. Ampi spazi desertici con radi insediamenti sono indifendibili se ne crolla il fulcro sotto i colpi del nemico. Anche l’attuale guerra civile libica risponde a questo antico assioma dell’arte e della scienza militari. La conquista di tutta la strada Fezzan da parte di Khalifa Haftar aprirebbe inoltre a scenari interessanti nell’ambito dell’attuale crisi petrolifera dovuta al blocco della produzione imposto dalla milizia Petroleum Facilities Guard fedele a Tobruk negli impianti del sud del paese. Per l’inviato degli Stati Uniti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite “nessun gruppo ha il diritto di bloccare la produzione di petrolio in Libia” ma sul campo pare valgano ben altre regole. La crisi ha causato, secondo l’inviato ONU Ghassan Salameh danni per 931 milioni di dollari con dati aggiornati al 3 febbraio, una carta importante da giocare per Haftar che punta a controllare la produzione (estrazione e raffinazione) degli idrocarburi in Libia per rafforzare la propria posizione internazionale.

A Tripoli si stanno comunque studiando le contromosse: il 29 gennaio scortata da una fregata turca, è entrata nel porto della capitale la nave mercantile Bana – battente bandiera libanese –  con a bordo mezzi corazzati prontamente sbarcati  mentre all’aeroporto di Misurata è atterrato un Boeing 747-412 (cargo) con rifornimenti per le milizie della città. Secondo gli ultimi dati lungo la cintura difensiva del GNA attorno a Tripoli sarebbero presenti circa 6000 miliziani siriani al soldo di Ankara e soldati regolari turchi. L’iperattivismo della Turchia in favore di Tripoli ha causato le critiche del presidente francese Macron prontamente rispedite al mittente da Erdogan che ha incolpato le politiche di Parigi per l’attuale caos in cui versa l’ex “Quarta Sponda” italiana.  Il portavoce delle forze haftariane ha dichiarato che la presenza di militari turchi ad ovest di Tripoli ha generato nella popolazione un radicale senso di insicurezza e che l’arrivo di armi nella capitale ed a Misurata è una palese violazione della tregua; tutto ciò andrebbe a giustificare la ripresa delle ostilità da parte del LNA nell’area di Abu Qurain.

Al di là delle accuse reciproche tra Tripoli e Tobruk-Bengasi il dato politico fondamentale è che l’embargo di armi non viene rispettato anche da chi – come la Turchia – si è impegnato a rispettarlo e che risulta essere l’ennesima misura propagandistico-pubblicitaria della diplomazia europea nel paese africano. Il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio ha chiesto a gran voce nelle ultime ore di stabilire regole chiare per la riattivazione della missione Sophia, un dispositivo navale ormai quiescente e sorpassato che non riuscirebbe, per come oggi è organizzata, a mettere un freno alla vendita di armi in Libia, senza dimenticare che nella porosa frontiera meridionale del Fezzan è aperto un canale preferenziale per l’ingresso nel paese di armamenti e mercenari.

Quanto scritto nelle clausole sul Processo Politico Libico di pacificazione approvate a Berlino si è scontrato ancora una volta con il laconico piombo dei proiettili, al di là dell’accordo di massima raggiunto a Ginevra dal Comitato Militare Permanente “5+5” (che raggruppa inviati LNA e GNA sotto l’egida ONU) sulla “tregua permanente” come annunciato dall’inviato delle Nazioni Unite Ghassan Salamé. Nel momento stesso in cui, il 4 febbraio, veniva annunciata la tanto sospirata “tregua permanente”, i media hanno dato notizia dell’arrivo in Libia di altri mercenari siriani e sudanesi ed anche di armi che hanno rimpinguato gli arsenali dei rispettivi contendenti. L’incontro a margine dei colloqui ginevrini tra gli sherpa haftariani ed una delegazione egiziano-emiratina lascia pensare infatti che la “tregua permanente” altro non sia che un espediente tattico per riorganizzarsi sul campo: secondo fonti diplomatiche all’incontro sarebbero stati presenti funzionari d’intelligence e militari d’alto rango egiziani, nonché il consigliere per la sicurezza del principe ereditario emiratino, Mohammed bin Zayed, responsabile del dossier Libia ad Abu Dhabi. Un altro attore particolarmente influente ma rimasto nell’ombra in questa fase è l’Arabia Saudita che, proprio come gli Emirati Arabi Uniti, mostra una certa preoccupazione per la presenza di Ankara in Libia e per il rafforzamento dei gruppi politici turcofili a Tripoli. Per tale ragione sia da Riad che da Abu Dhabi arrivano forti pressioni sul governo egiziano affinché aumenti il proprio sostegno, in termini di armi e rifornimenti, ad Haftar così da chiudere una volta per tutte la partita libica. Politicamente si fa leva sul radicamento sempre più forte della Fratellanza Musulmana – acerrima nemica del Cairo –  in Tripolitania, militarmente sul rischio che la Libia occidentale possa diventare una testa di ponte turca in chiave anti-egiziana. Nonostante le reticenze egiziane, ormai è un dato di fatto che la spartizione della Libia in due Stati (Tripolitania e Cirenaica), magari concordata con la Turchia, non è un’opzione valida per Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. La soluzione “unitaria” emiratino-saudita fa perno sulla Cirenaica e non sulla Tripolitania (come ad esempio quella promossa storicamente dall’Italia) ma non punta ad una ridistribuzione delle licenze d’estrazione e raffinazione petrolifera che è invece parte integrante, ad esempio, della “doppia agenda” di Parigi.

La complessità della situazione politico-diplomatica non lascia immaginare che in tempi brevi si possa arrivare alla pacificazione sul campo di battaglia, anzi, la negoziazione di una tregua – a prescindere dalla formula con la quale essa viene definita e presentata agli addetti ai lavori ed all’opinione pubblica – nei fatti è anch’essa un atto di guerra.

UNIFIL II dal Libano alla Libia

Secondo il ministro degli Esteri Luigi Di Maio una missione di caschi blu europei in Libia “sarebbe l’unico modo per fermare le interferenze esterne, il massacro di civili innocenti e per dare all’UE una sola voce”. A Palazzo Chigi ed alla Farnesina sembrano ora fare propria la linea di un intervento congiunto – da attuarsi con il concorso di Francia, Germania e Spagna – nella ex colonia italiana onde separare i contendenti e favorire il processo di pace. In un certo senso una copia di UNIFIL, la missione militare d’interposizione ONU a guida italiana in Libano rinnovata nel 2006 dopo la fine del conflitto israelo-libanese.

UNIFIL II dal Libano alla Libia - Geopolitica.info

Proprio l’impostazione simile ad UNIFIL di questa missione ancora tutta da decidere ed approntare – anche perché Di Maio ha detto che “sono i libici gli unici titolati a decidere” se accettare la presenza di truppe straniere – appare poco adattabile all’attuale scenario bellico libico: innanzitutto in Libia allo stato attuale non esistono confini ben delineati da presidiare ma un agglomerato di tribù armate l’una contro l’altra e due entità politico-militari rivali che si fronteggiano lungo una non meglio definita linea di faglia soggetta ad oscillazioni; in secondo luogo non è assolutamente garantito – anzi è probabile il contrario – che i libici, a prescindere dalla fazione di riferimento, siano propensi ad accettare un intervento straniero che preveda la presenza di truppe armate e non di osservatori disarmati; quantunque uno dei due macrogruppi di potere, quello di Tripoli o quello di Tobruk-Bengasi, accettasse la presenza di un contingente d’interposizione, lo stesso potrebbe essere visto come fumo negli occhi dal rivale e la sicurezza dei soldati europei non sarebbe assolutamente garantita.

Gettare nel focolaio libico le proprie truppe, senza la certezza di avere un piano di pace con una scaletta cadenzata e ben definita e, per di più, senza la garanzia di avere il totale sostegno della popolazione e dei contendenti, sarebbe una mossa azzardata, a maggior ragione se, in questa copia sbiadita di UNIFIL, le regole d’ingaggio fossero le stesse di una qualunque missione di “peace monitoring” .

Le questioni d’ambito tecnico-militare sono schiettamente legate alle decisioni politiche prese a monte ed alla percezione dello scenario – meglio ancora, del campo di battaglia –  cosicché se l’idea alla base della missione è quella di essere semplici garanti della pace e non anche dei propri interessi si finisce per diventare bersagli facili delle rappresaglie nemiche. Le avvisaglie – per il momento solo “politiche” – di Haftar al nostro esiguo contingente (280 soldati tra paracadutisti della Folgore e carabinieri) di Misurata, posto a protezione di una missione sanitaria che ha una valenza ormai ridotta allo zero, indicano chiaramente quanto sia difficile, se numericamente inferiori, farsi accettare dai libici a fronte di un conflitto in corso. Senza dimenticare poi che la presenza di un contingente d’interposizione lungo una linea ben definita, che sia quella di fronte attuale o quella antebellica rispecchiante la divisione geografica tra Tripolitania e Cirenaica, equivarrebbe a tracciare sulla mappa un nuovo confine, anticipando e favorendo quindi la spaccatura in due entità statali indipendenti e “sovrane” della vecchia Libia.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha dichiarato alla stampa che l’Italia sta lavorando affinché “a parlare sia la diplomazia e tacciano le armi” e che, cosa ancora più importante, a Roma non esistono “agende nascoste” sulla questione libica, che tutto avviene alla luce del sole e che non si ha alcuna intenzione di fornire armi a Tripoli. Continua dunque il percorso della “diplomazia pura” scelto dal governo italiano; percorso sin qui fallimentare e che non apre a prospettive rosee per il nostro Paese, anche perché è cosa ben nota che le altre Potenze interessate alla Libia abbiano le loro “agende segrete” divergenti da quella di Roma.

Nell’audizione alle Commissioni Difesa di Camera e Senato il ministro Lorenzo Guerini ha aperto alla possibilità di rimodulare la presenza militare italiana in Libia ma si è concentrato soprattutto sull’importanza di riattivare la quiescente Missione Sophia, cosicché le navi del dispositivo tornino ad occuparsi del contrasto all’afflusso di armi dirette sui campi di battaglia libici. La piaga del commercio di armi va contrastata ma non si può creare stabilità in una regione dilaniata dalla guerra solo tramite un dispositivo navale – per altro superato nei tempi e nei modi – che lo stesso ministro degli Esteri Di Maio ha chiesto di “smontare e rimontare”. I conflitti si decidono a terra e le componenti navali e/o aeree possono essere di supporto, garantire un forte sostegno, ma non influenzare, da sole, le sorti di una guerra.

Senza dimenticare che fino a questo momento è rimasta fuori dai radar qualunque discussione sulla stabilizzazione e sulla ricostruzione del tessuto politico-amministrativo del Fezzan, la porosa frontiera meridionale della Libia, nonché principale via di transito per trafficanti di armi e droga, flussi migratori illegali e miliziani islamisti (https://www.geopolitica.info/il-fezzan-anarchico-la-crisi-libica-e-litalia/). Ogni questione sulla frontiera meridionale della Libia sembra essere passata in secondo piano, inghiottita dagli eventi bellici sulla costa, quando invece la complessità degli equilibri e l’esplosione del tribalismo imporrebbero una discussione in merito molto più approfondita, anche perché in ballo ci sono situazioni importanti come la lotta al terrorismo, il contrasto al traffico di esseri umani e la lotta al contrabbando di armi.

Né la sicurezza di eventuali soldati italiani impegnati in una missione d’interposizione né il riassetto futuro della Libia secondo i nostri interessi nazionali sono stati garantiti dai colloqui moscoviti e dalla Conferenza di Berlino. Nella capitale tedesca si è optato per un flebile cessate-il-fuoco già violato sul campo da Haftar (con il bombardamento sull’aeroporto di Tripoli) senza aver però tratteggiato una “road map” sul futuro processo politico di pacificazione.  A dare le carte in questo momento sono Ankara e Mosca con l’aggiunta del Cairo, Roma non sta giocando la propria partita ma sta tentando di infilarsi maldestramente in quella altrui. Con un approccio realistico, forse cinico, ma sicuramente rispondente agli interessi nazionali, verrebbe quasi da dire che il crollo repentino delle speranze suscitate dalla Conferenza di Berlino consenta all’Italia di rientrare – sempre che Roma abbia nel frattempo approntato una linea politico-diplomatico-militare ben precisa – a gamba tesa in Libia, in una crisi decisamente più complessa di quella siriana e che sta già ridisegnando gli equilibri di potenza nel Mediterraneo.

Libia e Cipro: due crisi legate dalla politica energetica turca

Uno degli obiettivi strategici a medio-lungo termine del “neo-ottomanesimo” di Erdogan è quello di fare della Turchia la potenza egemone del Mediterraneo orientale. L’apertura di basi militari in Sudan e Somalia è funzionale a rafforzare la presenza turca nel crocevia marittimo del Mar Rosso, in una zona massicciamente interessata dal passaggio delle rotte commerciali e petrolifere tra Europa ed Asia; la presenza militare turca in territorio siriano; il ruolo di punta che Ankara sta rivestendo nella crisi libica sia con il sostegno militare ad al-Sarraj che con la guida delle trattative tra i contendenti, per non parlare dell’accordo bilaterale con Tripoli sull’estensione delle rispettive ZEE nel Mediterraneo; questi sono tutti elementi che, se considerati come parte integrante di un unico puzzle geostrategico, fanno azzardare l’ipotesi che gli attuali sviluppi della guerra in Libia e la crisi politico-diplomatica nella ZEE cipriota siano collegate.

Libia e Cipro: due crisi legate dalla politica energetica turca - Geopolitica.info

Dal punto di vista giuridico una ZEE è la zona marina di massima estensione di 200 miglia in cui lo Stato costiero esercita diritti sovrani sulla massa d’acqua per la gestione delle risorse naturali (principalmente di pesca) e per la protezione dell’ambiente marino. Il relativo regime, stabilito dall’Unclos, ha assunto anche un valore consuetudinario. Il limite esterno della ZEE, se non diversamente stabilito, coincide con quello della sottostante piattaforma continentale in cui lo stesso Stato ha il diritto di sfruttare le risorse minerarie quali idrocarburi, noduli polimetallici e terre rare.

Il 4 ottobre scorso la nave di perforazione “Yavuz”, scortata da naviglio della Marina Militare Turca, era entrata nelle acque del “Pozzo di Guzelyurt – 1” considerate da Cipro come parte integrante della propria ZEE, in cui Nicosia aveva concesso una licenza di esplorazione congiunta alla compagnia italiana ENI ed alla francese Total. A fronte delle proteste cipriote, il ministro per l’Energia di Ankara Fatih Donmez aveva dichiarato che l’obiettivo della “Yavuz” era quello di rendere disponibili le risorse energetiche al popolo turco, sottolineando come quelle acque fossero di pertinenza della non riconosciuta Repubblica Turca di Cipro Nord, cioè dell’unica ZEE turca fino a quel momento nota. I francesi per tutta risposta inviarono due fregate a Larnaca – ufficialmente per operazioni congiunte con la Marina cipriota –  mentre l’UE sanzionò Ankara annunciando che le trivellazioni illegali turche avrebbero condizionato negativamente i negoziati sui nuovi insediamenti nell’isola.

Dal punto di vista politico i turchi avevano manifestato insofferenza per la concessione di licenze di sfruttamento esclusive da parte di Cipro. ENI e Total avevano ottenuto licenze per l’esplorazione di 7 dei 13 quadranti in cui è divisa la ZEE cipriota e tra le altre compagnie sono presenti in quelle acque anche le statunitensi Exxon Mobil e Noble Energy, l’israeliana Delek e l’olandese Shell.  A febbraio 2019 la Turchia aveva provato a mostrare i muscoli inviando proprie navi militari a chiudere la rotta della nave di perforazione “Saipem 12000”, noleggiata da ENI, diretta verso il quadrante 7 con licenza di Nicosia. La crisi diplomatica innescatasi con l’Italia ha gettato nuova luce sull’annoso problema giuridico ma ancor prima politico della definizione chiara dei confini delle ZEE che, come spiegato approfonditamente da Fabio Caffio su “Analisi Difesa” (https://www.analisidifesa.it/2019/12/oltre-lintesa-turco-libica-il-problema-delle-zee-nel-mediterraneo/), è parte integrante di quelle norme di diritto internazionale variamente interpretabili in cui sono gli Stati nazionali e non le organizzazioni sovranazionali ad avere l’ultima parola.

A dicembre 2019 Erdogan ed al-Sarraj hanno firmato un memorandum sulle rispettive ZEE: dalla parte libica il tratto di mare considerato è quello compreso tra il confine egiziano e Derna (territori oggi controllati da Haftar) e da quella turca partendo dal tratto di mare alle spalle dell’isola greca di Castellorizo fino alla Penisola di Marmaris. Tali scelte mettono in evidenza da una parte la volontà turca di sfruttare il rispetto formale e sostanziale da parte di Atene della moratoria NATO del 1974 atta ad impedire ai greci di proclamare proprie ZEE oltre i limiti delle acque territoriali, dall’altra la decisione di Erdogan di giocarsi una partita delicata ma fondamentale a Cipro sul fronte energetico.

La nuova ZEE turco-libica spacca in due le rotte mediterranee e potrebbe creare, in caso di inasprimenti delle relazioni con l’UE o con altri Paesi impegnati in Libia o a Cipro, delle ritorsioni da parte di Ankara sulla posa dei gasdotti (questione gasdotto East Med).

Le scelte di Ankara hanno subito innescato la prima reazione: nei giorni scorsi infatti il governo greco, che fino a quel momento si era tenuto lontano dall’intervenire direttamente nella crisi libica, ha incontrato il generale Haftar e la possibilità che si sia parlato anche di stipulare un “contro-memorandum” tra Atene e Tobruk relativo alle rispettive ZEE  è abbastanza concreta. Se infatti nel 1974 la questione relativa alla piattaforma continentale dell’Egeo fu il casus belli del conflitto greco-turco, oggi, con la rottura dello status quo, la Grecia potrebbe sentirsi autorizzata non solo ad estendere le proprie acque territoriali ma anche a proclamare una propria ZEE che, per limiti geografici, andrebbe a confliggere ed a sovrapporsi a quella turca del memorandum Erdogan-Sarraj.

L’intervento militare turco in Libia, modesto nella quantità ma politicamente fondamentale, ha evitato la sconfitta di Tripoli ed ha messo nelle mani di Erdogan un capitale che a tempo debito – non molto lontano – si potrà riscuotere: innanzitutto sulle casse di al-Sarraj grava un prestito da 2,7 miliardi di dollari provenienti da Ankara che sono serviti a continuare la guerra contro Haftar (nelle forze armate tripoline i regolari sono in netta minoranza rispetto ai miliziani, i quali sono fedeli a chi li paga e non a chi ne rappresenta le istanze politiche) e ad evitare rovesci politici; facendo un paragone storico pare che la Turchia abbia utilizzato la stessa strategia della Gran Bretagna e della Francia durante la crisi egiziana del 1875-1882: la Potenza estera che, tramite prestiti, controlla il debito di un Paese, di fatto controlla la politica di quel Paese.

Seguendo tale assioma nulla impedirebbe alla Turchia di “obbligare” la NOC – la compagnia petrolifera statale libica – a ridiscutere le attuali licenze d’esplorazione ed estrazione d’idrocarburi per terra e per mare a tutto vantaggio delle compagnie turche andando ad inficiare la presenza radicata di colossi come ENI e Total. L’estensione della ZEE libica, apparsa come l’azione di uno Stato sovrano ma nei fatti indotta dai turchi – che non a caso hanno allegato al memorandum sulla ZEE il trattato di cooperazione militare che ha poi costituito la base giuridica per il successivo intervento armato a sostegno di al-Sarraj – consentirebbe ad Ankara di estendere la propria “caccia alle licenze” anche ai giacimenti di gas, già scoperti o ancora da scoprire, ad acque che fino a questo momento sono rimaste o nell’orbita greca o in quella cipriota e dunque chiuse a qualunque disegno turco in merito.

La partita che si sta giocando in Libia è complessa anche perché legata a questioni stringenti di politica energetica che coinvolgono le principali Potenze regionali dell’area mediterranea con la Grecia ormai orientata in favore di Haftar e con Italia e Francia incapaci di pensare ad una strategia condivisa che punti a rintuzzare i progetti espansionistici turchi in Libia e nel Mediterraneo orientale

Le conclusioni della Conferenza sulla Libia di Berlino

Lo scorso 19 gennaio si è svolta nella capitale tedesca la Conferenza sulla Libia, con l’obiettivo di disinnescare lo scontro politico e militare tra Tripoli e Bengasi. All’incontro hanno partecipato dodici tra nazioni e organizzazioni, erano presenti anche il Premier libico Fayez al Sarraj e il Generale Khalifa Haftar che hanno avuto un colloquio con la cancelliera tedesca Angela Merkel prima dell’inizio del vertice a Berlino.

Le conclusioni della Conferenza sulla Libia di Berlino - Geopolitica.info

La Conferenza, convocata su invito della Cancelliera Merkel ha riunito quindi i governi di Algeria, Cina, Egitto, Francia, Germania, Italia, Russia, Turchia, Repubblica del Congo, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti d’America, insieme agli Alti Rappresentanti delle Nazioni Unite, l’Unione Africana, l’Unione Europea e la Lega degli Stati Arabi.

Gli Stati hanno voluto riaffermare il forte impegno per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Libia, sottolineando che “soltanto un processo politico guidato dai libici può porre fine al conflitto e portare a una pace duratura”.

Secondo il documento conclusivo della Conferenza, il conflitto in Libia, l’instabilità nel Paese, le interferenze esterne, le divisioni istituzionali, la proliferazione di una grande quantità di armi non controllate e un’economia predatoria continuano a costituire una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, fornendo terreno fertile per trafficanti, gruppi armati e organizzazioni terroristiche. Sarebbe stato, secondo i partecipanti al meeting, questo quadro di instabilità a permettere ad Al Qaeda e all’Isis, di prosperare in territorio libico e di avviare operazioni in Libia e nei Paesi limitrofi, generando un’ondata destabilizzante di immigrazione illegale nella regione, con un importante deterioramento della situazione umanitaria.

Gli Stati presenti si sono detti pronti a sostenere i libici nell’affrontare le questioni di governance strutturale e di sicurezza.
Il “Processo di Berlino” (una iniziativa diplomatica legata all’allargamento dell’Unione europea ai paesi dei Balcani occidentali, avviata nell’agosto 2014), nel quale le nazioni si sono impegnate per sostenere il piano in tre punti presentato dal Rappresentante Speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite (SRSG) Ghassan Salamé al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC), ha avuto l’unico obiettivo di supportare le Nazioni Unite nell’unificare la comunità internazionale nel suo sostegno ad una soluzione pacifica alla crisi libica.

Di certo appare evidente, da quanto concluso durante il vertice, che non potrà esserci alcuna soluzione militare in Libia, ragione per la quale gli Stati si sono impegnati ad evitare interferenze nel conflitto armato o nelle questioni interne al Paese, esortando tutti gli attori internazionali a fare altrettanto.

Uno degli elementi importanti sollevati a Berlino, è stato il riconoscimento del ruolo centrale delle Nazioni Unite, nel facilitare un processo politico e di riconciliazione intra-libico inclusivo basato sull’Accordo Politico Libico del 2015, sulla Risoluzione 2259 dell’UNSC (2015), su altre Risoluzioni pertinenti dell’UNSC e sui principi di cui agli accordi di Parigi, Palermo e Abu Dhabi. Inoltre, è stata confermata l’organizzazione del “Forum per la Riconciliazione” che verrà organizzato dall’Unione Africana nella primavera del 2020. Durante la Conferenza, oltre alla fase introduttiva, sono state oggetto di analisi e discussione le posizioni dei membri riguardo:
1. Il cessato il fuoco;
2. L’embargo delle armi;
3. La ripresa del processo politico;
4. La riforma del settore della sicurezza;
5. Il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani.

Cessate il fuoco

In riferimento al cessato il fuoco, i presenti hanno accolto con favore la marcata riduzione della violenza riscontrata dal 12 gennaio e i negoziati avviati a Mosca il 13 gennaio, come pure tutte le altre iniziative internazionali miranti ad aprire la strada a un accordo sul cessate il fuoco. Gli Stati e le organizzazioni hanno inoltre chiesto a tutte le fazioni coinvolte di raddoppiare i loro sforzi per una sospensione duratura delle ostilità e l’allentamento della tensione, riaffermando il compito fondamentale del Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite in tal senso.
È stato chiesto, in aggiunta, dei passi credibili, verificabili, sequenziati e reciproci verso lo smantellamento dei gruppi armati e delle milizie da parte di tutte le fazioni, in conformità all’art. 34 del LPA e di cui alle Risoluzioni 2420 and 2486 dell’UNSC.

Sono state esortate le parti all’istituzione di misure volte al rafforzamento della fiducia, come lo scambio di prigionieri e di resti mortali, chiedendo l’avvio di un processo comprensivo di smobilitazione e disarmo di gruppi armati e milizie in Libia e la successiva integrazione di personale appropriato nelle istituzioni statali civili, di sicurezza e militari, basato su un censimento del personale dei gruppi armati e una verifica professionale. In tale processo sarà fondamentale il sostegno e la verifica delle Nazioni Unite. La necessità primaria a livello internazionale è stata riaffermato essere quella di combattere il terrorismo in Libia con tutti i mezzi, in conformità con la Carta dell’ONU e il diritto internazionale, riconoscendo che sviluppo, sicurezza e diritti umani hanno un ruolo di reciproco rafforzamento e sono essenziali per contrastare il terrorismo in modo efficace e comprensivo.

Le Nazioni Unite avranno quindi il compito di facilitare i negoziati per il cessate il fuoco tra le fazioni, anche mediante l’istituzione immediata di comitati tecnici per monitorare e verificare l’implementazione del cessate il fuoco.

Embargo delle armi

I membri della Conferenza si sono impegnati al rispetto inequivocabile e pieno dell’implementazione dell’embargo sulle armi disposto dalla Risoluzione 1970 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (2011), come pure le successive Risoluzioni del Consiglio, compresa la proliferazione delle armi dalla Libia, e chiedendo agli attori internazionali di fare altrettanto. Sono stati esortati tutti gli attori ad astenersi da ogni attività che possa rafforzare il conflitto o che sia incompatibile con l’embargo delle armi o il cessate il fuoco disposti dall’UNSC, compresi il finanziamento di capacità militari o l’arruolamento di mercenari. I presenti si sono quindi impegnati a realizzare sforzi per rafforzare gli attuali meccanismi di monitoraggio dell’ONU e delle autorità competenti a livello nazionale e internazionale.

Ripresa del processo politico

Durante i lavori della Conferenza, l’Accordo Politico Libico è stato ritenuto un quadro praticabile per una soluzione politica efficace, è stato chiesto, però, dagli Stati presenti, l’istituzione di un Consiglio di Presidenza e la formazione di un unico governo libico unificato, inclusivo ed efficiente, approvato dalla Camera dei Rappresentanti. È stato richiesto inoltre, a tutte le fazioni libiche di riprendere un processo politico guidato dai libici, sotto gli auspici dell’UNSMIL, con un coinvolgimento costruttivo, aprendo quindi la strada alla conclusione del periodo di transizione mediante elezioni parlamentari e presidenziali libere, eque, inclusive e credibili, organizzate dall’Alta Commissione Elettorale Nazionale.

Il vertice ha voluto rimarcare la promozione della partecipazione piena, effettiva e significativa di donne e giovani in tutte le attività relative alla transizione democratica libica, la risoluzione del conflitto e la costruzione della pace, e il supporto agli sforzi del SRSG Salamé, per facilitare un coinvolgimento più ampio e la partecipazione di donne e giovani provenienti da ogni settore della società libica nel processo politico e nelle istituzioni pubbliche. È stata richiesta la distribuzione trasparente, responsabile, giusta ed equa del patrimonio e delle risorse pubbliche tra le diverse aree geografiche libiche, anche attraverso la decentralizzazione e il supporto ai municipi, eliminando in tal modo un essenziale reclamo e motivo di recriminazioni.

Riforma del settore della sicurezza

Riguardo la riforma del settore della sicurezza, è stato evidente il sostegno di tutti i partecipanti al ripristino del monopolio dello Stato nell’uso legittimo della forza, supportando l’istituzione di forze di sicurezza nazionali, di polizia e militari libiche unificate sotto l’autorità centrale e civile, in conformità al dialogo del Cairo e relativi documenti.

Riforma economica e finanziaria

L’importanza del ripristino, del rispetto e della salvaguardia dell’integrità, unità e governance legittima di tutte le istituzioni sovrane libiche, in particolare la Banca Centrale della Libia (CBL), l’Autorità Libica per gli Investimenti (LIA), la National Oil Corporation (NOC) e l’Ufficio dell’Audit (AB) è stato uno dei temi centrali della Conferenza di Berlino, è stato sottolineato in quest’ambito come i comitati direttivi degli enti sopracitati debbano essere inclusivi, rappresentativi e attivi.

Gli Stati presenti alla Conferenza si sono impegnati a fornire, su richiesta delle autorità libiche e in piena conformità con i principi di titolarità nazionale, assistenza tecnica per aumentare la trasparenza, riconducendo queste istituzioni alla conformità con gli standard internazionali, anche attraverso processi di audit. Si sono impegnati, inoltre, a permettere un dialogo intra-libico con la partecipazione di rappresentanti di tutti i diversi gruppi di interesse sui reclami riguardanti la distribuzione delle risorse economiche libiche.

D’altra parte, è stato chiesto alle autorità libiche, un miglioramento della capacità delle istituzioni di controllo competenti, in particolare dell’Ufficio dell’Audit, dell’Autorità per il Controllo Amministrativo, dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, dell’Ufficio del Procuratore Generale, e delle commissioni parlamentari competenti, ai sensi dell’Accordo Politico Libico e delle leggi libiche pertinenti.

Rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani

Gli Stati e le organizzazioni presenti hanno voluto sollecitare le fazioni libiche al pieno rispetto del diritto internazionale umanitario e delle leggi sui diritti umani, per proteggere i civili e le infrastrutture civili, compresi gli aeroporti, al fine di consentire l’accesso al personale medico, di monitoraggio dei diritti umani e umanitario, e intraprendere azioni volte a proteggere la popolazione civile, compresi gli sfollati, gli emigranti, i rifugiati, i richiedenti asilo e i prigionieri, anche mediante il coinvolgimento delle organizzazioni dell’ONU.

La mancanza di un processo equo nel funzionamento del sistema giudiziario nazionale, anche nelle carceri, rappresenta, infatti, uno dei fattori che contribuiscono alla volatilità e gravità della situazione dei diritti umani e umanitaria in Libia. Per tale ragione, sono state esortate tutte le fazioni a cessare la pratica della detenzione arbitraria e le autorità libiche a istituire procedure alternative alla detenzione, in particolare per coloro che si trovano in aree ad alto rischio di conflitto, e chiudere gradualmente i centri di detenzione per emigranti e richiedenti asilo, riformando nel contempo il quadro legislativo libico sull’emigrazione e l’asilo, al fine di allinearlo con il diritto internazionale e gli standard e principi riconosciuti a livello internazionale.

Al fine di avere un quadro completo e chiaro della situazione, le autorità internazionali si sono impegnate a supportare le attività delle istituzioni libiche per documentare violazioni del diritto internazionale umanitario e delle leggi sui diritti umani, incoraggiando le autorità libiche ad avanzare ulteriormente nel rafforzamento delle istituzioni giudiziarie di transizione.

La posizione dell’Italia

Al termine della Conferenza di Berlino i rappresentanti italiani si sono detti soddisfatti dei significativi passi in avanti fatti durante la riunione. La Conferenza, infatti, avrebbe confermato che l’Italia sarà in prima linea, qualora la comunità internazionale deciderà di lanciare una missione di interposizione sotto la guida dell’ONU al fine di monitorare il cessate il fuoco.

I 55 punti conclusivi, condivisi da tutti i partecipanti al vertice, sono stati di certo una base di grande significato per avviare i lavori del gruppo “5+5” che prenderà avvio e che raggrupperà i cinque rappresentanti del Governo di accordo nazionale libico e i cinque membri dell’autoproclamato Esercito nazionale libico.

Libia: Turchia al posto dell’Italia? In ballo 140 miliardi d’euro. Parla Michela Mercuri

La fine di Gheddafi è diventata un conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia (come molti profetizzarono all’inizio) ma è sintetizzato in un dato clamoroso: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, ora come stato non esiste nemmeno più.

Libia: Turchia al posto dell’Italia? In ballo 140 miliardi d’euro. Parla Michela Mercuri - Geopolitica.info

Ancora viva la memoria di quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza nemmeno avvisarci, a noi, che avevamo appena firmato accordi per 5 miliardi d’euro, a noi che avevamo con l’Eni costruito tutti gli impianti petroliferi ed energetici del paese. Perchè? Il funzionario Sidney Blumenthal rivelò che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. Lo spiegò perfettamente anche il Sole 24 ore in numerosi articoli.

Lo scenario macroeconomico per l’ Italia

La vera guerra è interna, Haftar e Al- Serraj  hanno clienti diversi nella vendita del petrolio, export che fino al 2011 era in mano all’Eni tramite contratti  di cooperazione, in pieno stile Mattei, quindi avulso dal colonialismo assorbente francese o inglese.

La Libia detiene il 38% del petrolio africano e l’11% dei consumi d’Europa. Un greggio che fa gola a molti, ad oggi solo Eni estrae barili in Tripolitania, un monopolio che per  i turchi (e francesi…) deve finire. Non interessa sicuramente che l’ Italia abbia perso 5 miliardi di commesse a partire dal 2011. La Libia vale più o meno 140 miliardi d’euro nell’immediato e circa quattro volte e mezzo nel caso in cui più stati libici tornino ad esportare come prima della guerra. Questo l’asset previsto da inglesi e francesi. Uno stato confederale diviso in zone d’influenza o singoli stati indipendenti

Il punto geopolitico con la professoressa Michela Mercuri

Docente universitario, componente dell’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista (O.F.T.). Analista di politica estera, consulente, autrice, editorialista e commentatrice per programmi TV e radio nazionali. Le sue attività si concentrano su Mediterraneo e Medio Oriente, analizzando l’impatto della storia sulle problematiche attuali. Ha firmato diverse pubblicazioni, tra cui il libro Incognita Libia – cronache di un paese sospeso (2017).

Si parla di 140 miliardi stimati come valore economico della Libia per l’Italia. Rischiamo di mandare tutto in fumo?

 Lo scenario è complesso. Siamo di fronte ad un cambio di passo : Al- Serraj si è accordato con Erdogan per impegnare truppe turche in loco. Il loco sarebbe la zona ovest, ovvero proprio dove l’Italia ha proprie installazioni con Eni. Nell’accordo anche concessioni per l’esplorazione (quindi altro smacco ad Eni) e soprattutto una politica mediterranea volta ad escludere Cipro e concentrare in Libia la nuova politica “ottomana” della Turchia. Di fatto in Libia l’Impero Ottomano laciò campo all’Italia nel 1912 e giusto cento anni dopo…

Essere neutrali non ci ha portato bene. Sarebbe il caso di prendere posizione e mandarci i militari?

In questo momento in Libia decide chi ha i militari sul campo. Quindi in questo momento Russia e Turchia. Noi abbiamo un contingente (missione Ippocrate) a Misurata, ma per le regole d’ingaggio questi militari hanno spazio limitato. Si potrebbe utilizzare queste forze (magari in un contesto internazionale) per contrapporsi alle milizie di Al- Serraj, andando quindi a supportare Haftar. Difficile però in questo momento, soprattutto per l’ Italia.

Russia e Turchia possono prendere il nostro posto nonostante le rassicurazioni di Di Maio?

Il problema è che proprio la Turchia ha preso il nostro posto. Di Maio ha trovato un Al Serraj “tiepido”. Del resto, il libico ha bisogno di soldi ed armi e stringe accordi con chi garantisce quest’appoggio. L’ Italia ha perso molto terreno ed il rischio di scivolare fuori dallo scenario futuro è concreto.

Eni potrebbe co-partecipare ad una missione militare di stabilizzazione?

Eni lavora in Libia da tantissimi anni, ha una propria diplomazia e ha stretto contatti (e contratti) con i locali. Escludo possa partecipare ad azioni militari, non è proprio nella politica della compagnia.

Con l’eventuale vittoria di Putin ed Erdogan per noi sarà finita?

Con la Turchia a Tripoli noi abbiamo aperto un canale con Haftar e quindi con Putin. Ovviamente il paradigma cambia e per noi ci sarebbe solo un ruolo da gregari, Haftar ha alleati potenti come Francia, Russia e Stati del  Golfo.

Una riflessione a caldo sulla Libia: le “trattative armate” di Russia e Turchia e l’Italia senza coraggio

Il flebile cessate-il-fuoco stabilito in Libia previa mediazione turca (con al-Sarraj) e russa (con Haftar) in funzione dei colloqui di Mosca mette in evidenza l’ormai scarso peso italiano nella regione.

Una riflessione a caldo sulla Libia: le “trattative armate” di Russia e Turchia e l’Italia senza coraggio - Geopolitica.info A Libyan rebel who is part of the forces against Libyan leader Moammar Gadhafi sits next to a pre-Gadhafi flag as he guards outside the refinery in Ras Lanuf, eastern Libya, Monday, March 7, 2011. (AP Photo/Kevin Frayer)

La soddisfazione per la tregua espressa dalla Farnesina non si discosta di molto dalla fallimentare idea di azione unitaria dell’UE – mai stata così lontana dall’avere peso nel teatro libico – e dal pacifismo ideologico di Roma che è, specie quando si affrontano scenari di crisi, una palla al piede. Il governo italiano continua ad augurarsi che da Bruxelles si parli con una voce sola ma ormai gli europei, persino quelli che sembravano protagonisti indiscussi della crisi libica come francesi e britannici, hanno perso mordente e terreno dinanzi alla ingombrante presenza turca e russa.

Da attore principale della crisi libica l’Italia si è trasformata in una delle tante voci del coro, anche poco ascoltata – ed i giri di valzer targati Di Maio e Conte mostrano proprio questo – rispetto ai turco-russi che al contrario sanno bene quali carte giocare assieme pur essendo schierati su fronti opposti in questa vicenda. Un appoggio concreto ad al-Sarraj, privo delle macchiettistiche operazioni di “marketing” ( si vedano i “corsi gender” ideati dalla Trenta per gli ufficiali libici) e degli scrupoli ideologici (no alla vendita di armi al governo di Tripoli e no al supporto militare nonostante l’alleato libico fosse assediato), avrebbe permesso a Roma di evitare lo scivolamento di Tripoli verso Ankara: con questo non si vuole dire che non esistesse già un “legame speciale” tra Erdogan ed il governo tripolino in cui tanta parte ha la Fratellanza Musulmana, ma l’Italia aveva comunque una voce importante in capitolo e nulla si è fatto per mettere a frutto questo potenziale in termini politici.

Avendo lasciato uno spazio vuoto era chiaro che qualche altra Potenza avrebbe tentato di occuparlo; l’acuirsi della crisi militare ha consentito alla Turchia di giocare la carta muscolare inviando armi e truppe a Tripoli proprio nel momento in cui l’Italia scartava un’eventualità del genere. I “boots on the ground” – per quanto esigui siano al momento – hanno permesso alla Turchia di intavolare trattative con la Russia spostando di fatto il baricentro del conflitto dal campo di battaglia ai corridoi delle cancellerie, aprendo alla fase delle “trattative armate”. Quel che l’Italia poteva fare e che colpevolmente non ha fatto ha consentito ad una Potenza rivale – che per modus operandi e scelte strategiche sta assumendo lo stesso ruolo della Francia nel 2011, cioè quello di un formale alleato anti-italiano nella prassi – di allargare il proprio spazio di manovra fagocitando il nostro.

Il governo italiano sta approntando un nuovo decreto missioni per aprire alla possibilità di rafforzare la presenza militare in Libia cercando quindi di parare il colpo dei turchi e dei russi, proponendosi come un partner affidabile a cui richiedere uno sforzo per approntare un contingente che funga da “cuscinetto” tra Tripoli e Bengasi in vista dei colloqui di pace. Sarebbe un modo per tornare in ballo ma sempre da comparse e non da protagonisti; il dato di fatto è che Roma ha incoscientemente perso tempo e non è intervenuta massicciamente quando avrebbe potuto farlo, aggrappandosi invece alle norme internazionali, le quali sono valide in periodi tranquilli ma che durante le crisi valgono meno di zero.

Diceva Carl Schmitt che “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Si potrebbe benissimo adattare questo concetto anche alla politica estera evidenziando che “siede al tavolo chi decide sullo stato d’eccezione” e non si fa quindi spaventare dalle crisi politico-militari e che ne vede, anzi, le opportunità per incidere ed ampliare il proprio spazio d’influenza, in altre parole, per attuare – nell’ambito delle proprie possibilità, che non sono poche al di là della sempre negativa autopercezione – una politica di potenza. L’Italia ancora una volta si è comportata da “italietta” mettendo in luce, sia tra la classe dirigente che nell’opinione pubblica, i suoi mali endemici. Non è tanto questione di interpretazioni sbagliate dell’atlantismo ma di pavidità e della totale mancanza di volontà d’accettare e confrontarsi con il peso ed i costi del rischio.

Questo ragionamento vale a prescindere da quelli che saranno i risultati dei colloqui moscoviti e, della eventuale, Conferenza di pace a Berlino.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran

Mentre in Europa ci si affanna a dibattere di Green Deal e in Italia molte pagine dei giornali sono state riempite, negli ultimi giorni, da polemiche sulla conduzione del Festival di Sanremo, nel contesto vicino e mediorientale gli equilibri cambiano radicalmente. Tralasciando i toni delle opinioni più disparate, e spesso troppo polarizzate non solo dei media italiani ma più in generale di quelli internazionali, occorre allargare lo sguardo della crisi tra Stati Uniti e Iran al quadrante euromediterraneo: solo così sarà possibile rifuggire le prospettive apocalittiche e tentare di analizzare la crisi con maggior freddezza, scevri da visioni catastrofiche di una pur improbabile “terza guerra mondiale” (trend topicsu Twitter nelle ultime ore) e dalla simpatia o antipatia personale per Trump.

Le 5 poste in gioco globali per comprendere la crisi tra Usa e Iran - Geopolitica.info

L’uccisione di Qasem Soleimani va anzitutto compresa alla luce dell’approccio strategico dell’amministrazione statunitense e del riassestamento degli equilibri regionali successivi alla fine dell’esperienza statuale dello Stato Islamico. Insieme a questi fattori, però, non si possono però non considerare altre questioni dirimenti che ci portano a volgere lo sguardo a una geografia globale, complessa e incerta, alimentata anzitutto da specifiche strategie di attori che stanno ridisegnando la mappa geopolitica regionale e non solo. Vediamole con ordine, per comprendere meglio quanto sta avvenendo nel mondo.

1) La sconfitta dell’Isis – La battaglia di Baghouz in Siria, terminata nel marzo scorso, aveva posto fine all’esperienza territoriale del Califfato iniziata nel 2014. La presenza dell’Isis aveva sconvolto la geografia politica mediorientale con un progetto politico-religioso tendente all’affermazione globale e al superamento dei confini stabiliti nel corso dei decenni precedenti. Esaurito, almeno territorialmente, il pericolo più imminente incarnato dal Califfo Abu Bakr Al Baghdadi e dai jihadisti aderenti all’Isis, che aveva coalizzato Stati e governi di estrazione molto differente tra loro, si è innescata una reazione pressoché immediata per il ruolo di potenza egemone regionale che ha coinvolto la Turchia, l’Arabia Saudita e l’Iran. Si tratta di una dinamica storicamente ricorrente dei contesti di fine-guerra che ha visto coalizioni allargate accomunate da un unico nemico esterno. La più recente richiesta forzata del parlamento iracheno di ritiro di tutte le truppe straniere dal paese (decisione comunque da verificare, in quanto voluta da un esecutivo dimissionario e dall’astensione o assenza della componente curda e sunnita del parlamento) va letta anche alla luce di tali avvenimenti, e non solo come l’atto – questo sì, forse davvero incauto – di un governo di transizione dimissionario con la metà dei parlamentari presenti, col rischio di un intensificarsi ulteriore della crisi politica, sociale e di sovranità interna al paese.

2) La strategia Usa – Se Obama aveva legittimamente intrapreso una strategia nel contesto mediorientale di favorire un accordo con i paesi sciiti e con l’Iran, invertendo la rotta rispetto alle tradizionali coalizioni con i paesi sunniti – e in particolare con l’Arabia Saudita – Trump dal canto suo ha inteso, fin dall’inizio del suo mandato, ripristinare gli storici rapporti con i sauditi, interrompendo così il canale di dialogo con Teheran. Si tratta di due percorsi differenti che vanno inquadrati nel più generale obiettivo di posizionamento degli Stati Uniti nel mondo e nel complesso quadrante considerato. Si tenga presente che la finalità ultima è quella di ridurre l’impegno americano in politica estera, con il ritiro completo delle truppe dall’Iraq (dove sono presenti 5,200 militari Usa) e sostanziale dall’Afghanistan (attualmente circa 14,000). Non considerare questi due target finali nei fatti più recenti, accusando gli Stati Uniti di eccesso di imperialismo, significa vedere solo un lato della medaglia: la decisione del parlamento iracheno successiva all’uccisione del generale iraniano va proprio nella direzione voluta e prospettata dagli Stati Uniti e dallo stesso Trump (condivisa oltretutto da Obama), vale a dire di un progressivo disimpegno Usa da contesti così lontani e di una centralità strategico al quadrante Indo-Pacifico per la preservazione dell’ordine internazionale. Tanto che il Pentagono ha diramato ieri un comunicato ufficiale in cui conferma la volontà di lasciare il paese nel rispetto della sua sovranità e della decisione del Parlamento. La sequenza dei fatti, inoltre, sembra fino ad ora coerente con il tweet del presidente statunitense di inizio ottobre in cui annunciava la fine di inutili guerre lontane dal paese e dalle necessità del popolo americano. Non solo: l’uccisione di Soleimani rappresenta la risposta americana alle manifestazioni dei giorni precedenti nella green zone di Baghdad proprio contro l’ambasciata statunitense (a pochi passi da quella italiana). Un ulteriore inciso è necessario: pensare che l’uccisione di Soleimani sia un atto fuori dalle regole democratiche decisionali statunitensi, come qualcuno ha ventilato, appare piuttosto azzardato. Ritenere, poi, che sia una mossa per distrarre l’elettorato americano dai problemi relativi all’impeachment o come trampolino per la campagna elettorale (che, è utile ricordarlo, terminerà tra dieci mesi) è del tutto parziale. Il presidente americano è il comandante in capo delle forze armate e, come tale, ha un potere decisionale immediato. Senza considerare che l’efficacia di alcune azioni militari mirate, come quella avvenuta venerdì scorso, dipende totalmente dalla sua immediatezza e imprevedibilità, com’è facile intuire.

3) Il ruolo di Israele – Nella strategia di Trump di dare maggiore spazio ai tradizionali alleati mediorientali – e, tra queste, l’Arabia Saudita e la Turchia – rientra anche la volontà di garantire una maggiore centralità a Israele quale tassello determinante per scardinare il cordone sciita rappresentato da Iraq, Iran e Libano. La decisione della fine del 2017 di trasferire l’ambasciata americana a Gerusalemme, di fatto conferendole uno status di capitale vera e propria dello Stato di Israele, con le conseguenti proteste del mondo arabo, va intesa alla luce degli obiettivi strategici delineati: stringere ancor di più l’alleanza con Israele, dandole una maggior centralità e indebolendo i paesi avversi.

4) La Turchia, la questione curda e la Libia – Nell’obiettivo finale di un progressivo disimpegno statunitense dal contesto mediorientale rientrano anche le più recenti decisioni di lasciare maggiore spazio di manovra alla Turchia anzitutto nel contesto siriano e poi in quello libico. Complice del posizionamento forte della Turchia nel contesto euro-mediterraneo ci sono due fattori fondamentali: l’irrigidimento del governo di Erdogan negli ultimi anni, avviato massicciamente dopo il tentativo fallito di golpe del luglio del 2016; e la totale mancanza di azione e di strategia a scala italiana – della quali siamo ormai assuefatti, nella impossibilità di parlare di una strategia o di un interesse nazionale – oltre che di quella europea, laddove a prevalere sono ormai storicamente le singole e vecchie logiche relative alla Raison d’Etat. Nell’assenza di una politica estera condivisa – di fatto impossibile in quanto agglomerato di singoli interessi nazionali spesso divergenti – e nella volontà statunitense di lasciare spazio agli attori regionali a lei vicini, la Turchia sta avendo gioco facile ad avere un ruolo determinante in Siria, a discapito della componente curda, che ha nuovamente viste disattese le sue richieste di autonomia nazionale, e in Libia, dove l’avvicinamento al governo di Serraj toglie spazio a una possibile azione italiana che era pure stata intrapresa negli ultimi anni, sebbene con molta “timidezza”.

5) La Russia, la Cina e l’impossibilità di una “WWIII” – Ritenere che siamo in presenza di una possibile terza guerra mondiale, senza una chiara definizione della volontà e degli obiettivi di queste due potenze, appare del tutto prematuro e allarmistico. La Russia ha svolto un ruolo cruciale nella sconfitta dello Stato Islamico e nel sostegno al governo di Assad in Siria, avendo un chiaro interesse ad avere un ponte come sbocco nel Mediterraneo e per le questioni energetiche, oltre che per garantirsi una zona di amicizia utile a proiettarsi al di fuori dei confini regionali che hanno contraddistinto la sua azione. Inoltre, l’attuale vicinanza con l’Iran deriva prevalentemente dal comune nemico ma, nel più lungo periodo, le strade dei due paesi potrebbero facilmente seguire percorsi diversi, soprattutto in relazione a eventuali progetti egemonici regionali. La Cina, da parte sua, non avrebbe alcuna intenzione a impegnarsi in un contesto conflittuale che esula dai propri interessi e dalla propria strategia politico-commerciale espansionistica evidente nel progetto di Belt and Road Initiative. Anche in questo caso è utile porsi la semplice domanda che porta ad altrettanto semplici risposte, andando oltre le dichiarazioni politiche necessarie in certi frangenti: qual è l’interesse geopolitico della Cina? Stando a questo, che interesse ha in un eventuale ingresso nel calderone che vede coinvolti Iraq, Iran e Stati Uniti?

La crisi innescata dalla singola azione statunitense è certamente un azzardo, ma altrettanto certamente ben calcolato, che tiene in considerazione i molteplici fattori fin qui considerati, anche se nei momenti di crisi i fattori imponderabili possono giocare un ruolo determinante. Il quadro che si sta delineando è quello di una geografia dell’incertezza derivante dal progressivo ritiro dell’attore egemone per eccellenza e per il determinarsi di azioni degli altri attori regionali. La guerra fino ad ora è di dichiarazioni e il limite appare chiaro: la tensione salirà fino al punto che sarà sostenibile per gli Stati coinvolti, per la loro capacità di proiezione globale e per gli interessi in gioco. Fino ad ora, la possibilità di una guerra globale appare un azzardo per tutti.

Italia protagonista in Libia. Un esercizio di teoria politica

Nel complicato scacchiere libico, piani e strategie si disfano e ricompongono costantemente sotto i colpi del conflitto tra le diverse fazioni sul terreno, mettendo in discussione la capacità delle grandi potenze di influenzare il corso degli eventi e riportare la stabilità dopo lunghi anni di guerra civile. La capacità di pianificazione strategica di uno Stato non si basa però unicamente su infrastrutture, intelligence e comandi operativi ma anche su una certa dose di coraggio e ambizione che, pur non essendo fondamentali, risultano decisivi.

Italia protagonista in Libia. Un esercizio di teoria politica - Geopolitica.info

Giugno 2019, a Roma – alla presenza di Abd al-Fattah al-Sisi – il governo Conte riesce a incassare un clamoroso successo in politica estera: un accordo strategico tra le diverse fazioni in lotta nello scacchiere libico. Un successo che congela anche l’ipotesi di crisi del suo Governo, successiva ai risultati delle elezioni europee e alle “fibrillazioni” giudiziarie dei mesi precedenti. Fantapolitica? Oppure l’esito di una strategia audace ma al contempo concreta come quella proposta da Antonio de Martini, analista esperto dello scacchiere mediorientale ed ex ufficiale carrista. Proviamo a sintetizzare la sua proposta per gestire il “teatro d’operazione libico”.

Nelle settimane a cavallo tra aprile e maggio, i combattimenti attorno a Tripoli proseguono stancamente, senza nessun risultato significativo, anche perché gli altri attori (Misurata e Zentan) non si gettano nella mischia per non scoprirsi rispetto a eventuali contrattacchi. Come ci ricorda de Martini, la storia ci insegna che: “gli arabi accettano anche nei conflitti più sanguinosi proposte di mediazione” qualora a farle siano soggetti “rispettati” e che si dimostrino “capaci di usare la forza con giudizio”.

Il vantaggio del presidente del Consiglio Giuseppe Conte risiederebbe nel fatto di non essere compromesso con il voltafaccia del 2011 che ha totalmente delegittimato il PD e il clan Berlusconi; ma questo è solo il primo requisito: affinché le sue proposte possano essere prese in considerazione, il premier deve “mostrare di saper usare la forza delle armi, possibilmente senza spargimenti di sangue”

L’approccio di “Peace Enforcing” prevederebbe il seguente dispiegamento:

  1. Una divisione navale – a sostegno di due battaglioni (fanti di marina e paracadutisti) appoggiati da incursori – posizionata nel golfo di Sirte davanti a Agedabbia. In questa fase i nostri diplomatici e l’intelligence dovrebbero creare dei canali di comunicazione con le diverse fazioni sul campo, mentre non ci sarebbe alcun contatto diretto tra i nostri militari e le milizie.
  2. Qualora la proposta di cessate il fuoco non venisse immediatamente accettata, i lagunari metterebbero “gli scarponi sul terreno” mentre le unità navali porta-aeromobili inizierebbero un’attività di copertura aerea (con l’appoggio della base di Ghedi) più “aggressiva” con “sorvoli” tattici, fino a chiudere lo spazio aereo.
  3. Nel frattempo, una seconda divisione navale verrebbe posizionata di fronte a Tobruch senza sbarcare, ma effettuando “ricognizioni offensive” in grado di lanciare un messaggio chiaro: la via dei rifornimenti e di fuga verso l’Egitto è tagliata. A questo punto, “l’offerta di cessate il fuoco – chiosa de Martini – verrebbe respinta solo da un demente”.
  4. Poco prima della scadenza fissata per l’accettazione, sbarcherebbero anche i parà, comunicando che si apprestano “a favorire il deflusso dei gruppi che si sono ‘sbilanciati’ verso Tripoli”.

“Finora non è stato sparato un solo colpo e l’intera operazione è italiana. Il negoziato tra le parti si inizia a bordo di una nave italiana (possibilmente non militare) e li si conclude”.

Gli Stati Maggiori italiani hanno a che fare con la Libia dalla fine dell’Ottocento ed è certo che un piano con questo crono-programma e queste direttrici d’intervento, sostenuto da adeguate reti logistiche e d’intelligence è già su qualche autorevole scrivania. È vero che i piani si sfaldano appena si prova ad attuarli (e la storia è un cimitero di pianificazioni strategiche) ma l’audacia e il coraggio sono sempre importanti asset di un Paese: “la prova di decisione e di forza farà miracoli, a patto che sia fatta con precisione cronometrica e la nostra diplomazia abbia pronto un piano da attuare”.