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Lo Stato Islamico in Libia non e` sconfitto

Lo Stato Islamico sembra un nemico ormai sconfitto, o almeno fortemente indebolito rispetto al 2014, quando viveva il suo momento di massima espansione territoriale con il riconoscimento di una wilayat, cioè di una provincia, anche nella Libia a noi così vicina. All’infuori di Mosul e Raqqa, Sirte divenne il terzo centro nevralgico del Califfato.

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La Libia appariva agli occhi degli uomini di Al Baghdadi come un territorio ideale: colpita da un conflitto civile, senza un governo unitario, attraversata da rivalità su base locale e tribale che determinano una frammentazione interna. Insomma, uno Stato fallito.
In Libia i miliziani dell’ISIS si sono trovati a fronteggiare da un lato il generale Haftar e il suo esercito, baluardi, almeno a parole, della lotta contro l’islamismo in tutte le sue forme, e dall’altro la coalizione di forze guidate dalle milizie di Misurata che, sotto l’ombrello del Consiglio Presidenziale, lanciarono l’operazione Al-Bunyan alMarsus per fermare l’avanzata dello Stato Islamico verso ovest. Queste poterono contare sull’appoggio della comunità internazionale, in particolare dell’AFRICOM, responsabile per le operazioni militari statunitensi nel continente africano, il cui intervento consisteva in bombardamenti aerei in supporto alle forze di terra alleate.
Dopo 7 mesi di combattimenti la leadership libica dello Stato Islamico si è frantumata e i miliziani sopravvissuti ai bombardamenti hanno iniziato a disperdersi nel Paese.

Ma la liberazione di Sirte non ha significato la fine dello Stato Islamico nè tantomeno che la minaccia jihadista sia stata estirpata. La Libia era e resta quello che più volte è stato definito un safe shelter per i jihadisti. L’ISIS non è affatto scomparso, ha piuttosto cambiato forma. In primo luogo, il numero di miliziani è stato decimato rispetto al 2015, in cui se ne contavano tra le 3 e le 5 mila unità. Il generale Waldhauser, a capo di AFRICOM, a metà del 2017 stimava che i combattenti dello Stato Islamico sopravvissuti agli attacchi aerei fossero appena 200 e che si stessero spostando da Sirte in direzione sud.
La presenza di questi combattenti è oggi diffusa sul territorio, ma il maggior numero di essi si concentra nell’ incontrollato sud del Paese, il Fezzan, dove stanno tentando di riorganizzarsi.
Il Califfato oggi non può definirsi più tale: con le sconfitte subite in Siria e in Iraq, e con la componente libica decimata e dispersa sul territorio, la connotazione territoriale dello Stato Islamico viene a mancare e si torna a parlare di un gruppo terroristico più convenzionale, che si avvicina al modello di Al-Qaeda, con una presenza di cellule dormienti pronte a colpire obiettivi specifici. Visto l’esiguo numero di combattenti e la scarsità di mezzi in loro possesso, l’obiettivo della conquista territoriale è stato accantonato, almeno per il momento. Tuttavia, il fatto che lo Stato Islamico stia mutando radicalmente forma non significa che sia un nemico più facile da fronteggiare. In Libia, i miliziani hanno iniziato ad operare in maniera più attenta, colpendo le fragili istituzioni libiche.
In questo senso il recente attacco alla Commissione elettorale nazionale a Ghout al Shal, a Tripoli, dimostra l’obiettivo politico dei jihadisti: ostacolare quanto più possibile il processo di riconciliazione e lo svolgimento di nuove elezioni e mantenere un clima di instabilità in cui operare. L’attacco, inoltre, testimonia una presenza di cellule dormienti anche nella capitale.

Cosa rende la Libia un rifugio sicuro per I jihadisti? Diversi sono I fattori che garantiscono ai jihadisti un notevole margine d’azione in Libia.

  • La Libia è un failed State, una realtà segnata da un conflitto civile che perdura dal 2011, quando la fine del quarantennale regime di Gheddafi ha lasciato vuoti di potere che hanno consentito a diverse milizie, tra cui quelle salafite e jihadiste, di inserirsi nel panorama del Paese e operare indisturbate. Attualmente in Libia manca ancora un governo unitario e tre governi competono per il potere politico e per l’accesso alle risorse finanziarie. A Tripoli si è insediato al principio del 2016 il Consiglio Presidenziale sotto la guida di Serraj, nato dagli sforzi di mediazione della comunità internazionale. Nella capitale, il Governo di salvezza nazionale di Khalifa Ghwell contende il potere al governo internazionalmente riconosciuto ma ha poco seguito presso la popolazione e non controlla importanti porzioni di territorio. Ma il principale avversario politico di Serraj è il generale Haftar, a capo dell’Esercito Nazionale Libico, che controlla circa i due terzi del Paese ed è un personaggio chiave per il futuro politico del Paese.
  • Il panorama libico è costellato di milizie e gruppi armati con radicamento locale, ma manca un esercito unitario che possa arginare l’azione, sempre più imprevedibile, delle cellule jihadiste presenti sul territorio. Per non parlare della frammentazione dell’apparato di counter-terrorism libico.
  • Un passato di jihad: dagli anni Ottanta la Libia costituisce un importante centro di reclutamento e addestramento di combattenti, soprattutto tra Derna e Bengasi. È possibile identificare tre generazioni di jihadisti nel Paese.
    La prima è stata forgiata dall’esperienza in Afghanistan, dove è nato il Gruppo Combattente Islamico Libico, che negli anni ’90 avrebbe condotto un jihad contro il regime di Gheddafi.
    La seconda si è formata negli anni ’90 nel carcere di Abu Salim, luogo di reclusione di oppositori politici, islamsiti e non. In questi anni iniziarono ad emergere canali di reclutamento dalla Libia verso l’Iraq e si intensificarono i legami che univano Derna e Bengasi con Al-Qaeda in Iraq (AQI), cellula irachena di Al-Qaeda fondata da AL-Zarqawi.
    La terza generazione emerse con lo scoppio della rivolta del 2011 nel quadro di un’opposizione più ampia e, dopo il crollo del regime di Gheddafi, molti combattenti confluirono verso la Siria. Nel frattempo, la Libia da Paese di transito per i foreign fighters sarebbe diventata una base di addestramento oltre che un rifugio sicuro.
  • La Libia si colloca geograficamente in una posizione strategica: il Paese si affaccia sul Sahel e sul Maghreb, da sempre considerati da Al-Baghdadi una naturale estensione del Califfato, ma anche sull’Europa, dove grazie alla prossimità geografica è possibile esportare jihadisti e ideologie radicali e condurre attacchi mirati ai simboli dell’Occidente.
  • La porosità delle frontiere libiche, in particolare di quelle meridionali, consente ai miliziani di spostarsi liberamente e di inserirsi nelle organizzazioni jihadiste regionali e nelle reti di traffici illeciti con cui riescono ad autofinanziarsi. La possibilità di entrare e uscire dal Paese permette di reclutare nuovi combattenti dalle realtà limitrofe. Preoccupante è il dato sulla presenza dei foreign fighters tunisini sul suolo libico: secondo un rapporto del Washington Instutute for near East Policy, i jihadisti tunisini presenti sul territorio libico sarebbero oltre 1500. La Libia, dopo Siria, Afghanistan e Iraq, sarebbe il Paese destinazione del maggior numero di combattenti stranieri nella storia del jihadismo.
  • Sul territorio libico c’è un’ampia disponibilità armi: dopo la fine del conflitto civile del 2011, le diverse milizie sono entrate in possesso dell’imponente arsenale bellico di Gheddafi e oggi chiunque può disporre di armi di vario tipo. Attraverso le frontiere meridionali è possibile anche introdurre armi dai Paesi confinanti senza incontrare ostacoli.

 

Le condizioni affinché la Libia diventi un centro del jihadismo globale sono mature. Il pericolo è che i vuoti politici, la frammentazione del sistema di sicurezza e i conflitti endemici che attraversano il tessuto sociale possano permettere a combattenti dello Stato Islamico, di Al Qaeda o di un nuovo gruppo di giocare un ruolo da protagonisti nel futuro prossimo del Paese. La minaccia di Al Qaeda e dell’ISIS rimane accesa, soprattutto nel sud. Malgrado la recente dissoluzione del gruppo terroristico Ansar al-Sharia, Al Qaeda continua ad operare nel Fezzan e AQIM, presente attivamente nel sud dell’Algeria e nel nord del Mali, grazie alla porosità delle frontiere riesce a penetrare con facilità nel territorio libico, cooptando tribù e gruppi locali, soprattutto i Tuareg, sfruttando la loro storica posizione di emarginazione e il malcontento che ne deriva.
Malgrado storicamente la popolazione libica non si sia dimostrata particolarmente ricettiva verso l’ideologia dell’islamismo radicale, le critiche dei jihadisti alla debolezza e corruzione dello Stato e all’inefficienza del sistema di sicurezza riescono ad avere un’eco importante. Il collasso dello Stato costituisce il fattore chiave per la diffusione del jihadismo: come evidenzia F. Wehrey, ricercatore della Carnegie Endowment for International Peace e esperto di Libia, in Medio Oriente e Nord Africa, laddove scoppia una guerra civile, ci si può aspettare che emerga una rete jihadista che intende inserirsi tra le parti in conflitto e che riesca a reclutare combattenti tra le file degli scontenti grazie alla sua motivazione ideologica forte, sfruttando il diffuso malcontento nei confronti del potere.
In Libia, i giovani (ma anche diversi gruppi tribali) sono una categoria che rischia di rispondere positivamente alla chiamata jihaidsta a causa delle scarse possibilità occupazionali che il paese offre e della disillusione del post-Gheddafi. Non solo. La Libia può costituisce un polo attrattivo per i jihadisti dei paesi limitrofi, che vedono in questo failed-State un paradiso dove operare indisturbati. L’impegno di counter terrorism da parte della comunità internazionale non deve limitarsi al raggiungimento dell’obiettivo di breve periodo di annientamento dell’Isis (che le evidenze dimostrano non essere stato pienamente raggiunto), ma deve coniugarsi con strategie di lungo periodo per la ricostruzione delle strutture istituzionali di un Paese dove, senza ristabilire il ruolo della legge e favorire la creazione di un governo unitario, la minaccia jihadista rimarrà sempre accesa

Il decennio nero degli italiani

Il primo capitolo del mio libro IL DECENNIO NERO DEGLI ITALIANI (sottotitolo: dal Porcellum al Rosatellum) – Quaderno n.1 dell’Associazione culturale “Liberalismo Gobettiano” edito da Avagliano – s’intitola il “Decennio grigio degli Eurocontinentali” e vuole essere uno sguardo allargato anche a ciò che nell’ultimo decennio è avvenuto nell’ Europa continentale.

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Nel corso della trattazione dell’intero volume, naturalmente, il discorso cade anche sui due Paesi Anglosassoni, Regno Unito di Gran Bretagna e Stati Uniti d’America che rappresentano grande parte del mondo occidentale.

Dei due il secondo, per ragioni geografiche (ma forse  non solo), non ha mai fatto parte dell’Unione Europea (se ne avesse fatto parte, l’Unione avrebbe avuto, ovviamente, un altro nome); e il primo ne è uscito di recente con la cosiddetta Brexit.

Uno sguardo all’intero Occidente, mi sembra, utile, a questo punto, per capire meglio il nostro maledetto “decennio”. Ovviamente, nel presentare il libro il 24.5.2018 al centro “Da Feltre” userò un linguaggio il più possibile piano e comprensibile: da esso non mi discosterò anche in queste brevi note.

Una diversità tra la cultura dominante nella parte continentale dell’Europa, da un lato, e i due Paesi anglosassoni v’è sempre stata.

Il vecchio Continente, pur avendo le sue origini politiche nell’empirismo pragmatico dei Romani degli ultimi due secoli della Repubblica, s’è discostato nei tempi dell’Impero (e, ancor di più in quelli della sua rovinosa caduta) da quel luminoso esempio. E ciò, a causa prima di pacifiche migrazioni mediorientali (ebraiche e cristiane), osteggiate da Diocleziano ma poi vincenti, perché favorite dal bisogno di avere mano d’opera a buon mercato; e poi di violente invasioni barbariche germaniche.

L’essenza dei principi filosofici che erano alla base della grandezza della Roma Repubblicana era stata raccolta da Tito Lucrezio Caro nel suo prezioso “De rerum natura”, libro riportato in luce dalla paziente opera di ricostruzione filologica di un monaco negli anni dell’ultimo Medio-Evo.

Il volume, accolto con circospetta prudenza in Italia (per alcuni uomini di pensiero, coraggiosamente entusiasti, gli effetti erano stati disastrosi: Giordano Bruno al rogo, Galileo Galilei in galera, Niccolò Machiavelli vituperato), superò, invece, brillantemente le scogliere di Dover e consentì all’Inghilterra di costruire il proprio ordinamento sulla falsariga della res publica romana. Da Londra al Nuovo Mondo il passaggio fu conseguente: naturalmente, mutatis mutandis, per le diverse condizioni ambientali e umane.

Un Occidente, diviso tra due culture così eterogenee: l’una con radici ormai presso che esclusive giudaico-cristiane e l’altra con visioni di chiara derivazione greco-romana, ha coesistito come ha potuto, dopo l’epoca della frammentazione feudale, come entità unitaria astratta, solo grazie a uno sviluppo vertiginoso del capitalismo, a partire dei tempi della scoperta della macchina a vapore.

Il miracolo compiuto dal liberalismo (prima fisiocratico, poi mercantilista) ha fatto sì che le teorie idealistiche salvifiche (fascismo e comunismo) franassero, nel corso di un secolo definito “breve”, l’una dopo l’altra. Quando, però, il liberalismo è apparso vittorioso su tutto il “fronte Occidentale” s’è verificato il patatrac tra la parte Anglosassone e quella Euro-continentale.

Vediamo in che modo la frattura s’è manifestata.

Gli Anglosassoni, resisi conto che con gli alti salari e il welfare, creati, non era più possibile competere con i prodotti manifatturieri di Paesi sotto regime dittatoriale o del terzo mondo, tutti con paghe lavorative da fame, hanno dato una svolta alla loro politica: si sono dedicati alla costruzione solo di manufatti di grande eccellenza qualitativa e soprattutto, grazie all’elettronica e al digitale, alla creazione di beni immateriali e alla fornitura di servizi perfetti. Per salvare il patto sociale alla base della pacifica e fattiva convivenza civile tra i propri consociati, hanno chiuso le proprie frontiere a personale non qualificato (abbastanza) per il nuovo tipo di attività produttiva; e per proteggere i propri lavoratori ancora necessari per la realizzazione di manufatti, hanno mandato alle ortiche il libero scambio mercantile di merci, realizzate da altri paesi in condizioni di poca libertà dei lavoratori (autoctoni o immigrati, comunque sempre asserviti e mal pagati).

Gli Euro-continentali non hanno potuto fare altrettanto, perché il gap tecnologico ha imposto loro di non poter passare alla fase cosiddetta post-industriale. Hanno dovuto mantenere faticosamente in piedi un’industria manifatturiera non più competitiva nei confronti di quella dei paesi tirannici o a basso sviluppo, ricorrendo a prestiti-capestro e subendo immigrazioni massicce (e spesso selvagge) di immigrati.

A questo punto, il patatrac iniziale, però, s’è esteso anche al mondo anglosassone: il polo finanziario e bancario s’è trovato esposto e obbligato a fare mutui a industrie Euro-continentali che non erano più in grado di restituire i crediti ricevuti.

I poteri occulti di Wall Street e della City hanno imposto le loro condizioni agli establishment anglosassoni e a quelli dell’Unione Europea: interventi statali in favore sia di massicce immigrazioni, per far calare, a lungo andare, i salari anche ai lavoratori “indigeni” sia delle Banche in crisi.

Gli establishment inglesi e statunitensi hanno risposto picche al diktat delle élite finanziarie sia con la Brexit sia con l’elezione di un osso duro come Donald Trump.

In definitiva, hanno reinterpretato, a modo loro, il liberalismo, respingendone o restringendone gli effetti globalizzatori e libero-scambisti (no alla globalizzazione “umana” che pone in crisi la convivenza pacifica garantita dal “patto sociale”; no a sacrifici dei contribuenti per sanare le crisi delle banche).

L’Unione Europea è rimasta, invece, incastrata nella morsa dei banchieri e ha imposto ai suoi membri l’austerità, assolutamente impeditiva di ogni crescita economica, ma ritenuta inevitabile per far fronte con i soldi degli Stati (e quindi dei contribuenti) alle crisi del sistema creditizio e alle spese per l’accoglienza degli immigrati; visti come gli schiavi del terzo millennio, necessari per far fronte al calo di competitività delle industrie manifatturiere per gli alti costi dei salari e del welfare.

Allora, c’è da chiedersi: esiste ancora un polo Occidentale unitario e compatto del mondo?

Questa domanda porrò ai presenti nella Sala Convegni “Da Feltre” il 24 Maggio prossimo.

Dal mio canto, oggi, ritengo che la risposta sia no. Potrà esserci unitarietà soltanto se e quando gli Eurocontinentali capiranno la gravità degli errori ideologici (religiosi e filosofici) commessi nel passato, discostandosi dal sano esempio della res publica romana e, più di recente, da quello dei paesi anglosassoni (post Brexit e post Trump) ed eviteranno, soprattutto, di perseverare in quegli stessi errori, aggiungendo agli effetti deleteri di un’immigrazione ancora più pericolosa delle precedenti per il suo ancora più intonso fanatismo religioso, la sottomissione al volere di un’Unione burocratica, eterodiretta dalle élite finanziarie e creditizie di Wall Street e della City, nell’imporre un’austerità disastrosa per gli Stati-membri  e diretta unicamente a favorire il sistema creditizio.

La cooperazione culturale tra Italia e Libia

La scorsa settimana una delegazione di archeologi italiani si è recata a Tripoli (Libia) per valutare l’esito di un importante progetto di cooperazione culturale.

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L’operazione prevedeva la salvaguardia del ricco patrimonio artistico del sito romano di Villa Silin.

La direzione scientifica del cantiere è stata affidata alla Missione Archeologica, diretta dalla prof.ssa Luisa Musso mentre il Department of Antiquities libico si è fatto carico della direzione tecnica; il progetto delle nuove coperture è stato realizzato dall’ingegnere strutturista prof. Andrea Giannantoni dell’Università di Ferrara.

La villa di Silin, scoperta il 13 dicembre 1974, è il miglior esempio conservato di villae extraurbana di età imperiale in Tripolitania. L’abitazione, situata sulla costa a pochi chilometri da Leptis Magna, si estende per circa 3600 mq e fu rinvenuta in uno stato di conservazione eccezionale. La maggior parte degli ambienti – per una superficie complessiva di 900 mq – è arricchita da pavimenti a mosaico a soggetto geometrico e figurato e da una ricca decorazione parietale costituita da pitture e stucchi per un’estensione complessiva di circa 300 mq.

Negli ultimi anni il progressivo deterioramento delle coperture e dei restauri a cui sono stati sopposti i mosaici dopo il rinvenimento ha compromesso la conservazione di questo sito unico nel suo genere.

Il Department of Archaeology of Libya, vista la mancanza di risorse economiche e l’impossibilità di procurarsi il materiale necessario al restauro a causa degli eventi successivi al 2010, ha chiesto all’Italia di intervenire per impedire la perdita definitiva della Villa.

L’accordo, oltre alla Fondazione MedA e alla Missione Archeologica in Libia dell’Università Roma Tre, coinvolge attivamente l’ISCR che nel 2013 aveva promosso e finanziato interventi di messa in sicurezza e realizzato corsi di formazionedestinati agli operatori locali, si è impegnato a fornire i materiali necessari alla protezione delle pitture e dei mosaici e a supportare le fasi più delicate dell’intervento fornendo un inedito supporto telematico ai restauratori libici.

La professoressa Luisa Musso (decano degli archeologi italiani in Libia) ha affermato: “Questo intervento di restauro della Villa di Silin, che ha consentito di salvare un monumento unico nel suo genere, rappresenta un efficace strumento di diplomazia e di dialogo mediterraneo, nel quadro delle relazioni bilaterali tra l’Italia e la Libia. Per tutti coloro che hanno fatto e continuano a fare dell’archeologia in Libia il baricentro dei propri interessi scientifici, ma anche per quanti credono che l’eredità culturale della propria terra rappresenti un valore ineludibile di identità e coesione sociale, oggi è una grande giornata”

Fabian Baroni – Segretario della Fondazione che ha sostenuto l’iniziativa con un contributo di 230mila euro – ha aggiunto: “La Fondazione MedA – Mediterraneo Antico Onlus è orgogliosa di aver contributo alla messa in sicurezza della Villa di Silin. Siamo certi che l’impegno profuso dalle Istituzioni italiane e libiche, pubbliche e private, contribuirà a rafforzare i legami storici, culturali e sociali tra due paesi che condividono oltre allo stesso mare, gli stessi valori mediterranei. Ci auguriamo che a questo primo, emergenziale, intervento faccia seguito un programma concreto di restauro e valorizzazione del sito di Silin”.

Elezioni italiane: un altro colpo mortale ai vecchi partiti politici

Quella appena conclusa in Italia è stata un’elezione per certi versi atipica. Tutti i partiti avvertivano la sensazione di trovarsi alla vigilia di un altro 1994, all’azzeramento delle categorie tipiche della Seconda Repubblica, prefigurando l’assenza iniziale di un equilibrio stabile.

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Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, tuttavia, intende giustamente affidare un incarico a chiunque sia in grado di avere una maggioranza chiara. Le uniche certezze nel giorno dopo il voto italiano sono, al momento, quelle poche fondate sui numeri nudi e crudi: un italiano su due ha votato per partiti o movimenti di protesta (M5S, Lega, Fratelli d’Italia), assestando un colpo definitivo ai partiti tradizionali.

Il dato cruciale è che nessuna forza politica da sola ha ottenuto la maggioranza assoluta alla Camera o al Senato, le due assemblee parlamentari. Non c’è riuscito il centrodestra, che emerge più forte di cinque anni fa eppure impantanato a una sessantina di seggi dal traguardo, né ce l’hanno fatta i grillini che, nonostante l’impetuosa e storica avanzata, sono ancora più distanti.  Chi vuole governare dovrà presentarsi al capo dello Stato forte di una maggioranza chiara, limpida, precostituita alla luce del sole.

Un ipotetico governo di larghe intese PD-Forza Italia, in stile Gro-Ko tedesco, sarebbe privo dei voti necessari per la fiducia. La chiave per dare un governo al Paese non passa più da loro: così hanno deciso gli elettori. E se il PD è destinato a una resa dei conti interna, avendo ricevuto meno del 20% delle preferenze, nel centrodestra cambiano le gerarchie. Il sorpasso della Lega ai danni di Forza Italia proietta grandi interrogativi sul futuro: i due partiti resteranno comunque alleati? È altrettato evidente che prescindere dai grillini d’ora in avanti sarà impossibile: se un terzo dell’Italia li ha votati, il capo dello Stato non può che prenderne rispettosamente atto.

Sono stati proprio loro a dominare la campagna elettorale: con loro o contro di loro, ma alla fine sono tutti follower dei grillini, movimento dichiaratamente anti-establishment che ha conquistato un dominio schiacciante soprattutto nel Mezzogiorno, la Rust Belt italiana. È facile sparare sull’ambulanza del Movimento 5Stelle, ma è ben più difficile ammettere che si è rotto l’ingranaggio della globalizzazione, che qualcosa è andato storto e andare avanti in questa direzione produce scenari da anni Trenta. Dal clintonismo a oggi la globalizzazione aveva marciato sorretta dall’idea che nessuno sarebbe rimasto indietro. Trent’anni dopo, ci sono legioni di uomini e donne che sono rimasti indietro.

Il vero nocciolo della questione è proprio nelle conseguenze politiche delle difficoltà economiche che caratterizzano la situazione attuale, nella caduta del reddito. Bisogna sempre ricordare che il Movimento 5Stelle ha preceduto un’ondata che sta cambiando lo scenario della politica occidentale: la Brexit del “riprendersi il controllo”, l’isola d’Inghilterra che si “stacca” dal continente europeo; il senza partito Emmanuel Macron che distrugge i socialisti francesi; il lattaio del Wisconsin e l’operaio del Michigan che votano Donald Trump e svelano la fragilità di otto anni di retorica obamiana finita in una crisi d’isteria permanente dei Democratici; l’emersione della destra in Germania, il fatto nuovo in Europa dal dopoguerra a oggi; il crollo generalizzato e inesorabile dei partiti socialdemocratici in Europa; l’emersione di leadership non democratiche ma considerate dal cittadino “efficaci” e dunque oggetto di uno scambio tra libertà ceduta e governo a risposta rapida. E sempre in questo solco si può senz’altro inserire la Lista di Marjan Sarec, che al momento guida i sondaggi per le elezioni parlamentari del giugno prossimo.

 Articolo originariamente apparso su https://www.portalplus.si/2617/italijanske-volitve/

 

 

 

 

Elezioni 4 marzo 2018: i risultati.

Due terzi dei seggi tra Camera e Senato saranno assegnati con metodo maggioritario in collegi uninominali per cui sarà eletto chi prenderà anche solo una preferenza più degli avversari. Il resto dei seggi sarà assegnato con il metodo proporzionale in collegi plurinominali. A questi seggi si aggiungeranno quelli assegnati dalla circoscrizione estero.

Elezioni 4 marzo 2018: i risultati. - Geopolitica.info

Per entrare in Parlamento i partiti dovranno ottenere almeno il 3 per cento dei voti su base nazionale. Se i partiti si presentano alleati in una coalizione, quest’ultima dovrà raggiungere almeno il 10% dei voti su base nazionale.

  • Camera : 232 seggi assegnati dai collegi uninominali con il maggioritario, 386 dai collegi plurinominali con il proporzionale e 12 dalla circoscrizione estero.
  • Senato:116 seggi assegnati con il maggioritario, 194 con il proporzionale, e 6 dalla circoscrizione estero.

I risultati finora:

CAMERA

        LISTE                                      VOTI                            %                        SEGGI
CENTRO DESTRA                    12.147.611                      37.0%                      260
LEGA                                           5.691.921                      17.37%
FORZA ITALIA                             4.590.774                      14.01%
FRATELLI D’ITALIA                     1.426.564                       4.35%
CON GIORGIA MELONI
NOI CON L’ITALIA – UDC             428.298                        1.3%


MOVIMENTO 5 STELLE            10.727.567                  32.68%                        221


CENTRO SINISTRA                     7.502.056                   22.85%                        112

PARTITO DEMOCRATICO           6.134.727                   18.72%
+EUROPA                                     836.837                       2.55%
ITALIA EUROPA INSIEME           196.766                       0.6%
CIVICA POPOLARE LORENZIN  177.825                       0.54%
SVP – PATT                                  134.651                       0.41%


LIBERI E UGUALI                      1.113.969                   3.39%                           14


SENATO

       LISTE                                      VOTI                            %                        SEGGI
CENTRO DESTRA                    11.324.375                   37.49%                        135
LEGA                                           5.317.803                   17.62%
FORZA ITALIA                             4.353.100                   14.42%
FRATELLI D’ITALIA                     1.286.705                    4.26%
CON GIORGIA MELONI
NOI CON L’ITALIA –UDC               361.805                    1.19%


MOVIMENTO 5 STELLE            9.730.670                      32.22%                        112


CENTRO SINISTRA                  6.944.359                       22.99%                         57
Partito Democratico                   5.769.955                       19.12%                         43
+EUROPA                                  713.195                           2.36%
ITALIA EUROPA INSIEME        163.075                           0.54%
CIVICA POPOLARE                  157.230                           0.52%
LORENZIN
SVP – PATT                               128.282                           0.42%                           1


LIBERI E UGUALI                     990.627                           3.28%                           4


Aggiornato 06/03/2018  7:00

Quale futuro per l’Italia sullo scacchiere energetico?

I mercati energetici, soprattutto quelli del gas, registrano un grado di interdipendenza maggiore rispetto a quella di altri settori commerciali. L’Italia sperimenta direttamente questo dato, principalmente a causa di due ragioni.

Quale futuro per l’Italia sullo scacchiere energetico? - Geopolitica.info

La prima è la sua collocazione geopolitica, che la pone contemporaneamente nel cuore del Mediterraneo e in posizione centrale rispetto all’Unione Europea rendendola un hub naturale per lo smistamento e il rifornimento energetico dell’intero continente. La seconda ragione riguarda la sua dipendenza dagli approvvigionamenti esterni, in quanto figura tra i primi dieci importatori europei di energia (dati Eurostat marzo 2017).

L’elevato costo di costruzione e gestione dei gasdotti rende l’interdipendenza tra gli Stati ancor più stretta e articolata, divenendo una questione politica tra Stati fornitori, acquirenti e di transito. È proprio per questo che l’Italia e l’Europa guardano con estremo interesse ai processi politici presenti e futuri dei Paesi attraversati dalle pipeline, con l’obiettivo di contribuire al la stabilità politica dei loro territori e mantenere relazioni commerciali equilibrate. La Russia è tra i principali partner dell’Italia (tra gli altri Libia, Algeria, Qatar, Norvegia e Olanda) dalla quale, stando ai dati relativi al 2015, il nostro Paese ha importato il 45% del gas, il 16% dei prodotti petroliferi e il 21% dei combustibili solidi. Il gas russo, per raggiungere il territorio italiano, viene trasportato dai gasdotti di Soyuz, Yamal e Brotherhood che transitano tutti per l’Ucraina.

A seguito dell’annessione della Crimea nel 2014 e della guerra civile in Donbass, Mosca è stata sottoposta dall’UE a sanzioni economiche, prorogate semestralmente a causa della violazione degli accordi di Minsk. Le sanzioni imposte si possono dividere in due macro-categorie: le misure restrittive individuali (congelamento dei beni e restrizioni di viaggio di alcuni esponenti dell’élite politica ed economica russa); le restrizioni degli scambi commerciali in settori economici specifici nei confronti della Federazione Russa, della Crimea e della città di Sebastopoli. Questi provvedimenti sono stati recentemente rinnovati fino al 31 luglio 2018. In risposta alle sanzioni la Russia ha vietato le importazioni di prodotti agro-alimentari da Europa, Canada, USA, Australia e Norvegia e ha imposto, esclusivamente per gli enti statali, un veto su importazioni tessili, abbigliamento, calzature e veicoli.

Gli effetti delle sanzioni sull’economia russa non hanno tardato a manifestarsi. Tra il 2013 e il 2016 l’interscambio commerciale si è dimezzato, passando da 338 miliardi di euro a 191 miliardi di euro e il PIL russo ha subito un’importante diminuzione scendendo da 1.853 miliardi di euro a 1.066 miliardi di euro. Contemporaneamente il rublo ha perso il 70% del suo valore per l’aumento dell’inflazione ed è cresciuto il numero di persone che vivono al di sotto del livello di sussistenza. Sebbene né gli Stati Europei né la Russia abbiano sostanzialmente incluso il settore energetico nelle sanzioni, è evidente che il transito del gas russo sul territorio ucraino rappresenta una criticità. Per alleggerire la propria dipendenza dai Paesi di transito, Mosca già da tempo ha studiato nuovi percorsi per le sue esportazioni di gas. Nel 2000 è stata avviata la costruzione del Nord Stream, che unisce la Russia alla Germania, ed è stata proposta quella del South Stream che, se fosse stato realizzato, l’avrebbe unita alla nostra Penisola.

L’Italia, dal canto suo, si è messa alla ricerca di fonti alternative di approvvigionamento per essere meno dipendente dalla Russia. Il più importante progetto in tal senso è quello del gasdotto il Trans-Adriatic Pipeline (TAP) che, allacciandosi al TANAP (Trans-Anatolian Natural Gas Pipeline), consentirebbe un collegamento tra l’Azerbaigian e l’Italia. Tuttavia, sebbene i lavori di costruzione siano già in corso, permane una forte opposizione politica interna al progetto. Nel complesso e articolato orizzonte energetico, tuttavia, una scoperta recente potrebbe modificarne gli equilibri. Si tratta della scoperta compiuta dall’ENI nelle acque territoriali dell’Egitto del giacimento supergiant Zohr. Quest’ultimo ha un’estensione di 100 chilometri quadrati e un potenziale di risorse fino a 850 miliardi di metri cubi di gas. La notizia non ha reso felici tutti i nostri partner. Desiderando attestarsi quale principale hub europeo, la Germania sostanzialmente vorrebbe scongiurare la possibilità di un riequilibrio del baricentro del mercato del gas verso sud-est. La Russia, dal canto suo, è preoccupata che la nuova scoperta possa sottrarle importanti quote di mercato, con una conseguente flessione dei prezzi energetici. La Turchia, similmente, non vuole essere bypassata dai nuovi progetti relativi alle rotte meridionali del gas, che le farebbero perdere royalty relative al transito.

In questo contesto, infatti, l’individuazione di altri importanti giacimenti di gas naturale nel Mediterraneo mediorientale, come quelli avvenuti nelle acque di Cipro e Israele (Leviathan e Aphrodite), potrebbe contribuire al rafforzamento strategico dell’Italia. I nuovi contorni che sta assumendo la partita energetica, quindi, impongono a Roma una riflessione sulle proprie politiche energetiche, ambientali e industriali. Secondo quanto riportato dal MISE-DGSAIE nel documento La situazione energetica nazionale nel 2016: «la composizione percentuale delle fonti energetiche impiegate per la copertura della domanda nel 2016 è stata caratterizzata, rispetto al 2015, dalla lieve flessione del petrolio (dal 34,6% al 34,2%) dei combustibili solidi (dal 7,7% al 7%), dalla diminuzione del saldo netto dell’energia elettrica importata (dal 6% al 4,8%, dall’aumento di quella del gas (dal 32,6% al 34,3) seguito da un lieve aumento del consumo delle fonti rinnovabili che passa dal 19,2% al 19,6%». Nello stesso periodo, va segnalata anche una diminuzione della produzione nazionale di energia pari al 4,1%, mentre le importazioni nette sono rimaste stabili pur con una diversa distribuzione delle percentuali di materie importate. Più nel dettaglio quindi, si è assistito a una «diminuzione delle importazioni nette di energia elettrica (-20,2%), del carbone (-10,4%) e delle fonti rinnovabili (-9,8%), si registrano aumenti nelle importazioni nette di gas naturale (6,7%) e di petrolio (0,35%)». Inoltre «La quota delle importazioni nette rispetto al fabbisogno energetico nazionale, che indica il grado di dipendenza del Paese dall’estero, cresce lievemente e passa dal 75,3 % nel 2015 al 75,6 % nel 2016».

Va comunque evidenziato che il territorio italiano presenta difformità e contraddizioni nella distribuzione e nell’utilizzo dell’energia. Tra le regioni nelle quali queste contraddizioni risultano più evidenti figurano certamente la Puglia e la Sardegna. La prima, che ha la più alta percentuale di energia prodotta da rinnovabili, è anche la regione dove s’inquina di più a causa dell’utilizzo del carbone. In Sardegna, invece, ancora non esiste una rete del gas. Ad oggi nell’isola ci sono solo studi di fattibilità per la realizzazione della rete dorsale di trasporto del gas, che impegnano le Istituzioni e importanti operatori nazionali, mentre i maggiori centri urbani sono alimentate da “aria propanata”.

Osservando quanto accade nel resto del mondo, appare necessaria una graduale evoluzione energetica e tecnologica. Come ogni cambiamento, anche quello dell’indipendenza energetica deve essere introdotto in modo progressivo e non traumatico, riconvertendo il sistema esistente in maniera sostenibile sia sotto il profilo ambientale che umano. Poniamo un caso estremo come quello della Polonia: se rinunciasse improvvisamente all’utilizzo del carbone, sua fonte energetica prevalente, molti lavoratori perderebbero il posto di lavoro, con ripercussioni gravissime sull’economia di tutto il Paese. L’Italia, quindi, dovrebbe continuare nella progressiva riconversione degli stabilimenti di Porto Marghera e Gela, dove le raffinerie “oil” sono passate alla produzione del “bio oil”.

Per il prossimo futuro, qualsiasi decisione non potrà non tener conto dello stretto legame tra industria ed energia, né dimenticare che lo scopo primario di qualsiasi provvedimento e scelta politica è, anzitutto,  il benessere dei cittadini. A guidare ogni decisione, pertanto, dovrà essere la volontà di fare un “buon business”, che sia attento all’ambiente e si inserisca nel quadro della economia circolare. In tal senso, i governi che si succederanno alla guida dell’Italia dovranno tenere presente che una visione politica lungimirante non può prescindere dallo sviluppo e dalla crescita competitiva del sistema-Paese.

 

Angelo Colombini, Segretario Confederale Cisl

Gabriele Natalizia, Link Campus University