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VIII International Gas Forum di San Pietroburgo

Si è chiuso ieri l’VIII International Gas Forum di San Pietroburgo, una delle principali convention mondiali sul tema, in particolare perché viene utilizzata dal colosso russo Gazprom come una tribuna dalla quale snocciolare dati e lanciare nuovi progetti. Quest’anno a tenere banco è una notizia molto significativa sotto il profilo geopolitico: nonostante le sanzioni, le forniture di gas naturale russo ai paesi dell’Unione Europea continuano a crescere senza sosta.

VIII International Gas Forum di San Pietroburgo - Geopolitica.info

Secondo quanto riferito dal presidente di Gazprom e viceministro dell’Energia della Federazione Russa, Aleksej Borisovic Miller, nel discorso tenuto al Forum, nel 2017 i volumi di fornitura del gigante russo al mercato europeo hanno raggiunto i 194,4 miliardi di metri cubi, con una crescita rispetto all’anno precedente dell’8,4%. Anche l’anno in corso segnerà un’ulteriore crescita, pari almeno al 6%, che farà segnare un nuovo record. “Parliamo di una fornitura – ha spiegato Miller – di oltre 200 miliardi di metri cubi. Cosa significa? Significa che ci avvicineremo alla soglia di 205 miliardi, ovvero il volume massimo di fornitura previsto dai nostri contratti in essere”. Ma non è tutto, perché la previsioni dicono che la domanda di gas russo aumenterà ulteriormente nei prossimi anni, anche in ragione del processo di de-carbonizzazione in atto a livello mondiale, e soprattutto in Europa, che ha reso il GNL la fonte energetica più conveniente nel rapporto tra costi e livello di inquinamento prodotto.

I numeri di Miller spiegano l’attacco rivolto da Trump alle Nazioni Unite contro la Germania, accusata di essere sempre più dipendente da Mosca sotto il profilo energetico: il presidente americano vorrebbe infatti indirizzare il mercato europeo verso lo shale gas statunitense, che però presenta l’inconveniente di essere particolarmente costoso. Addirittura il 30% in più secondo alcune stime.

E qui arriviamo al vero nodo geopolitico della questione: il North Stream 2. Secondo quanto riferito da Miller, negli ultimi 12 mesi il carico dell’attuale North Stream ha superato del 7% la capacità originariamente prevista per l’infrastruttura (59 miliardi di metri cubi, invece dei 55 previsti).

Sono queste le ragioni che spingono a realizzare a ogni costo il raddoppio del gasdotto (che raggiungerà un volume di carico di 110 miliardi di metri cubi). L’opera costerà 9,5 miliardi di euro, metà dei quali arriveranno da Gazprom, l’altra metà dai suoi partner europei: la francese Engie, l’austriaca OMV, la Royal Dutch Shell e la tedesca Uniper & Wintershall. Proprio l’ad di OMV, Rainer Seele, ha spiegato ai partecipanti del forum che 50 km della sezione offshore dell’infrastruttura sono già stati realizzati nelle acque finlandesi e tedesche, mentre manca solo l’assenso della Danimarca, previsto per l’anno prossimo. Per l’Italia si tratta di uno smacco strategico incalcolabile. Le sanzioni causate dal conflitto ucraino hanno infatti pregiudicato il progetto South Stream, concorrenziale alla pipeline baltica e fatto sfumare una straordinaria occasione a disposizione del nostro paese e degli stati balcanici. Taglienti le parole di Putin che un paio di giorni fa, in una conferenza stampa congiunta con il cancelliere austriaco Sebastian Kurtz a Mosca, ha stigmatizzato la decisione del governo bulgaro “di abbandonare il progetto a causa delle pressioni straniere, venendo meno alla difesa dei propri interessi nazionali”, quantificati in 400 milioni di euro annui in cambio del semplice passaggio del gasdotto sul suo territorio nazionale. Non sorprende, quindi, l’annuncio del presidente di Banca Intesa Russia, Antonio Fallico, di voler partecipare al finanziamento del North Stream 2, considerato altamente remunerativo. Soldi che invece di prendere la via del Baltico avrebbero potuto rimanere nel Mediterraneo se il progetto South Stream non fosse stato cancellato.

Le strade della Belt and Road Initiative portano a Roma? Driver e ostacoli nella cooperazione tra Italia e Cina

Alcuni giorni fa è uscito un articolo su South China Morning Post che ha destato particolare interesse tra i commentatori italiani.  L’editoriale dal titolo “Italy aims to be China’s first G7 partner on belt and road”, illustra il proposito del Governo italiano di siglare entro il 2018 un accordo con la Cina per approfondire la cooperazione nell’ambito della Belt and Road Initiative (BRI) diventando, in questo modo, il primo paese membro del G7 a farlo. Quali sono le prospettive di una più stretta cooperazione tra Italia e Cina? La BRI offre possibilità concrete per avanzare l’interesse nazionale italiano in termini di sicurezza e prosperità?

Le strade della Belt and Road Initiative portano a Roma? Driver e ostacoli nella cooperazione tra Italia e Cina - Geopolitica.info (ANSA/AP Photo/Mark Schiefelbein) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

L’articolo sul famoso quotidiano hongkonghese è giunto nel mezzo di un vivace dibattito in Italia sull’ambizione del governo giallo-verde di negoziare con Pechino accordi più vantaggiosi e sfruttare le «imperdibili opportunità» che il mercato cinese offre per l’export italiano e mentre il vice-Premier Luigi di Maio era impegnato nel suo viaggio in Cina durante il quale ha incontrato numerose figure di spicco del Governo. La Cina offre effettivamente un gran numero di opportunità di crescita e benessere e non è del tutto nuovo il proposito di voler rafforzare la relazione con Pechino (come dimostrato dalla partecipazione di Paolo Gentiloni al BRI Forum nel maggio 2017). Nel perseguire quest’obiettivo, il Governo italiano deve considerare il complesso contesto internazionale che presenta un alto numero di sfide e ostacoli ma anche di occasioni e driver e i punti di forza e di debolezza del nostro Paese. Nell’analisi di questi fattori si procederà in senso discendente a partire dalla dimensione globale fino a quella più strettamente nazionale.

Il contesto globale: Donald Trump, Xi Jinping, la trade war

Rispetto ai predecessori, Donald Trump ha impresso alcuni cambiamenti alla politica estera statunitense verso la Repubblica Popolare. La National Defense Strategy 2018 individua nella ri-emersione della «competizione strategica tra gli Stati», dopo un periodo di «atrofia strategica» in cui il predominio militare americano ha subito un’erosione, la principale minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come sostenuto nella National Security Strategy 2017, pubblicata il 18 dicembre, la Cina starebbe, insieme alla Russia, «sfidando il potere, gli interessi e l’influenza americani per eroderne la prosperità e la sicurezza» e a livello regionale, starebbe «utilizzando metodi economici predatori per intimidire i propri vicini e militarizzando il Mar Cinese Meridionale», «perseguendo l’obiettivo di una propria egemonia nella regione Indo-Pacifica». Intenzionata a promuovere una visione del mondo completamente «antitetica rispetto ai valori e agli interessi degli USA», la Repubblica Popolare sarebbe da considerare, insomma, un «rivale strategico».

Per far gravare sulle spalle cinesi maggiori costi e punirla per i suoi metodi economici, l’Amministrazione americana ha deciso di ricorrere agli strumenti commerciali e, dopo aver aperto la strada con misure iniziali dal valore di 3 e 50 miliardi di dollari, ha annunciato e poi imposto un dazio del 10% su circa 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi (settembre 2018) che salirà al 25% nel gennaio 2019, scatenando l’immediata rappresaglia cinese. L’inizio di quella che è stata definita una guerra commerciale tra Washington e Pechino ha destato preoccupazioni in tutto il mondo per le possibili conseguenze sull’economia globale.

Figura. I dazi di Trump contro la Cina

Fonte: Bloomberg

Il Governo italiano dovrà essere capace di destreggiarsi in un ambiente circostante sempre più delicato. Se da una parte il premier Conte ha cercato di stringere il legame bilaterale che lega Roma a Washington  durante la visita di luglio alla Casa Bianca e, sembrerebbe, anche durante l’Assemblea Generale ONU del settembre 2018, dall’altra è difficile immaginare che gli USA accetteranno tanto volentieri che l’Italia goda esplicitamente di maggiori vantaggi in seno alla BRI o ad altre iniziative cinesi, considerando che secondo le parole di Donald Trump i futuri dazi saranno ancora più pesanti e la stretta americana si farà sempre più forte. Se la Casa Bianca dovesse passare a metodi più duri come le sanzioni, l’Italia si troverebbe in mezzo ad un fuoco incrociato simile a quello che, oggi, si sta verificando per i partner dell’Iran.

La Belt and Road Initiative: a che punto siamo?

Più nello specifico è importante capire quale siano la natura e l’avanzamento della BRI. A cinque anni dal lancio dell’iniziativa, è difficile fare una valutazione univoca di quali siano i risultati raggiunti. L’impressione del Center for Strategic and International Studies è che l’iniziativa si sia arenata in termini di coerenza e corrispondenza agli interessi strategici cinesi limitandosi a realizzare alcuni progetti locali di corto respiro e che non di rado si trasformano in clamorosi insuccessi. Questo sarebbe vero specialmente per la Belt, la via terrestre di trasporto in cui 5 corridoi economici su 6 soffrirebbero un generale scollamento dal progetto infrastrutturale complessivo. La via marittima (Road), quella che interessa maggiormente il nostro paese, sembra invece procedere in maniera più solida e l’Italia, effettivamente, può ancora raggiungere risultati notevoli.

Figura. La Belt and Road Initiative: vie marittime e terrestri

Fonte: MERICS

In generale, la difficoltà che si incontra è associare un determinato progetto alla BRI visto che spesso l’investimento è stato deciso molto prima del lancio di BRI(es. Gwadar) o non è stata fatta menzione di un collegamento all’iniziativa se non in modo molto vago.

Quello che è certo è che alcuni paesi hanno sperimentato forti resistenze locali alla realizzazione di progetti legati a BRI e che per altri le condizioni finanziarie imposte dalla partecipazione all’iniziativa si sono a mano a mano rivelate più proibitive di quanto preventivato. Episodi del genere si sono verificati per esempio in Kazakistan, Bangladesh, Myanmar, Pakistan, Malesia, Sri Lanka.

Seguire con attenzione gli sviluppi di BRI anche in teatri lontani e valutarne lo stato dell’arte permetterà di attestare la capacità e la determinazione cinese nel portare avanti i progetti e garantirà una maggiore comprensione dell’approccio cinese alle controversie con i diversi paesi coinvolti. In questo senso è apprezzabile la creazione della task force BRI, prima, e della task force Cina, poi, in seno al Ministero degli Esteri e al Ministero dello Sviluppo Economico, nonostante non sia ancora possibile conoscere il lavoro svolto dai due gruppi.

L’Unione Europea: the man in the middle

Dal lancio della BRI nel 2013, l’Unione Europea non ha formulato una strategia unitaria e coerente per rispondere al progetto cinese, lasciando liberi i paesi membri di adottare approcci diversi al tema.  Mentre alcuni hanno optato per un proprio coinvolgimento già nella fase preparatoria dell’iniziativa e, poi, nei singoli progetti, altri hanno preferito attendere di conoscere meglio le reali intenzioni cinesi dietro la BRI ed altri hanno scelto di non partecipare ad alcuna fase dell’opera. La Germania, per esempio, pur condannando la condotta cinese in alcuni settori (diritti umani, democrazia, liberalizzazione del mercato, apertura del commercio, proprietà intellettuale) è un’attiva sostenitrice del progetto già dal 2015. Il vuoto politico europeo nei confronti di BRI ha fatto parlare alcuni analisti di un “clientelismo collettivo” dei paesi membri nei confronti di Pechino.

Decisamente più solido si è dimostrato il blocco dei paesi dell’Europa centro-orientale (Albania, Bosnia, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Macedonia, Montenegro, Polonia, Romania, Serbia, Slovacchia, Slovenia) che ha istituito con Pechino uno specifico framework (il “16+1”) per la cooperazione in seno alla BRI e che si riunisce con regolarità (l’ultimo summit è stato lo scorso luglio).

È da notare che è in scadenza (2020) la EU-China Strategic Agenda for Cooperation, il documento che stabilisce le linee guida delle relazioni tra Bruxelles e Pechino, per cui sono già iniziate le discussioni per un suo aggiornamento. In questo senso è intervenuta l’Alto Rappresentante Federica Mogherini con una Joint-Communication (e il Consiglio con la successiva Decisione) del luglio 2016 in cui vengono delineati alcuni elementi essenziali del nuovo “engagement” europeo della Cina. Il Governo italiano dovrà tenere d’occhio il processo negoziale che porterà il Consiglio Europeo all’approvazione di una nuova Agenda per la cooperazione con Pechino per non rischiare di sottoscrivere un accordo svantaggioso per l’interesse nazionale.

Il Mediterraneo: il mare nostrum?

Con il il 20% del traffico marittimo mondiale, la regione mediterranea si conferma un nodo centrale del commercio globale. Come rilevato da Panaro e Ferrara, la rotta che parte dall’Asia e giunge nel Mar Mediterraneo passando per il Sud-Est asiatico, il sub-continente indiano, i Paesi del Golfo e il Canale di Suez “assicura una pluralità di scali intermodali strategici e di carico medio superiore a tutte le altre rotte del traffico globale”. A ciò si associa anche una flessione vantaggiosa dei costi. All’inizio del 2018, infatti, il costo per spedire via mare un container da Shanghai in Europa ammontava a 797 $ se fatto attraverso il Mediterraneo e a 912 $ se fatto attraverso la rotta settentrionale. Gli investimenti cinesi in Spagna, Italia, Grecia, Turchia e Israele confermano l’attenzione di Pechino verso il Mediterraneo.

L’acquisizione del 67% del Porto del Pireo da parte di COSCO Shipping (il gigante del trasporto marittimo controllato dal governo cinese) è significativa. Se da una parte testimonia che la Cina ha già trovato un terminal principale per i traffici nel Mediterraneo inoltrato, dall’altra parte è vero anche che per arrivare in Europa Occidentale, gli scali intermodali italiani possono costituire un enorme vantaggio se adeguatamente sviluppati.

L’Italia: punti di forza e debolezza del nostro Paese

Il nostro paese è attualmente in una buona posizione commerciale rispetto alla Cina. In generale, l’Italia è il terzo paese europeo per volume di merci trattate in porti potendo contare su di un vasto numero di strutture marittime, seppur molte non adatte alle mega-navi, e il 64 % del commercio tra UE e Cina nel 2016 è passato via mare.  Terza destinazione di Foreign Direct Investments dopo Londra e Berlino, Roma è anche il quarto partner commerciale cinese tra i paesi europei sia per import che per export. L’acquisizione del 49,9 % del futuro terminal container di Vado Ligure, il più automatizzato che ci sarà nel nostro paese, da parte delle cinesi COSCO (40%) e Qingdao Port International Development (9,9%) giunge, quindi, a confermare l’interesse di Pechino per le nostre infrastrutture.

È da notare, però, che Roma sta perdendo posti nella classifica dei paesi più interessati dal commercio nel Mediterraneo. Se nel 2014 il 8,8% delle navi passanti dal canale di Suez erano dirette in o provenivano dall’Italia, nel 2017 tale percentuale è scesa al 6,6%. Inoltre, nello stesso anno l’import-export marittimo italiano ha registrato in termini di valore, il dato più basso dal 2010, con 159 miliardi scambi.

Rilevante potrà essere il sistema di Zone Economiche Speciali approvato lo scorso anno e che renderebbe il Mezzogiorno italiano, la macro area con “la più alta concentrazione di imprese marittime” in Italia come evidenziato dal Maritime Economy Report 2017 del Centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno, ancora più attrattivo riducendo i costi e i tempi necessari.

Conclusioni

In conclusione, un’attenta analisi dei driver e degli ostacoli che l’Italia incontra nella cooperazione con la Cina permetterebbe al decisore politico di arrivare al tavolo negoziale informato e consapevole dei reali interessi in gioco, delle opportunità possibili, dei potenziali rischi. A questo scopo il lavoro delle Task Force integrate nei Ministeri sarà fondamentale e l’attività parallela dei think tank potrà fungere da moltiplicatore di informazioni e analisi.

Una mappa del contrabbando di sigarette in Italia: criminalità locali e reti globali

La penisola italiana, favorita dalla posizione geografica nel mezzo del Mediterraneo e dalle organizzazioni criminali radicate sul territorio, è eccezionalmente flessibile e preparata alla gestione dei traffici illeciti, in grado di cambiare a grandi velocità le modalità, i mezzi e gli stessi prodotti coinvolti nel contrabbando di tabacco a seconda delle situazioni. Secondo quanto riportato dal KPMG nel suo Project Sun 2017, l’Italia ha nel campo del contrabbando uno spirito di adattamento non riscontrabile in altri paesi. Infatti, nonostante le fonti del tabacco illecito cambino continuamente, il consumo resta stabile intorno al 5.8% del totale delle sigarette consumate.

Una mappa del contrabbando di sigarette in Italia: criminalità locali e reti globali - Geopolitica.info

Photo Credits to: Lindsay Fox at EcigaretteReviewed.com

 

Il contrabbando di tabacco ha subìto in Italia un fortissimo calo nei primi anni 2000, per poi aumentare gradualmente dal 2008 e raddoppiare tra il 2011 e il 2012. Nel 2012, infatti, con il consumo di 2.8 miliardi di sigarette, la penisola ha raggiunto il secondo posto nella scala dei consumi illeciti europei, posizionandosi tra la Polonia (4.5 miliardi) e la Grecia (1.7 miliardi), con un incremento sorprendentemente veloce. Nel 2015 risultava essere al quinto posto per contrabbando e contraffazione di sigarette, dopo Francia, Polonia, Regno Unito e Germania. Anche la contraffazione ha infatti livelli molto alti in Italia, che, su scala europea, insieme a Regno Unito e Polonia, copre oltre la metà del mercato di questi prodotti.

Al momento, tuttavia, i prodotti illeciti a base di tabacco più consumati in Italia sono le illicit whites, le sigarette di marchi tassati unicamente per il consumo locale, che vengono esportate illegalmente in altri Paesi e lì vendute a prezzi estremamente bassi. I principali paesi fornitori di sigarette illecite in Italia, ma anche in altri Paesi dell’Europa occidentale, sono quelli dell’est europeo, a causa dei maggiori profitti che si possono ricavare sfruttando la differenza di prezzo dei pacchetti nei diversi Stati. I prodotti a base di tabacco, infatti, hanno in Ucraina, in Polonia, in Bielorussia e in altri Stati dell’Europa orientale prezzi eccezionalmente bassi rispetto alla media europea. La vendita delle merci illecite a un prezzo maggiorato (pur sempre inferiore a quello delle sigarette legali) in Paesi come Germania, Italia, Francia o Inghilterra garantisce dunque guadagni ingenti. La criminalità est europea, inoltre, ha iniziato a intessere rapporti di natura commerciale con le mafie nostrane subito dopo la caduta del muro di Berlino, sperimentando rotte e modalità che negli anni si sono sempre più consolidati, raggiungendo anche una sorprendente abilità nell’evitare le minacce degli organi di controllo.

Il contrabbando di tabacco, inoltre, si dimostra particolarmente conveniente perché, rispetto ad altri traffici illeciti, offre diversi vantaggi: controlli più rari, più blandi e pene meno severe. I ricavati ottenuti da un crimine minore come quello del contrabbando, tuttavia, si traducono spesso in finanziamenti riutilizzabili in altri traffici molto più gravi, come la tratta di esseri umani, di armi o di stupefacenti, oltre che nelle vere e proprie attività terroristiche.

I marchi più noti inseriti nel circuito illegale italiano sono Marlboro, Pall Mall e Winston. L’alto tasso di contrabbando di marchi famosi a Napoli, registrato nel Report 2017 di Intellegit, ne fa probabilmente la città da cui queste sigarette provengono e da cui si diffondono fino alle estremità della penisola. Anche le illicit whites Regina, American legend e Em@il sono altamente presenti nel territorio napoletano, ma sono diffuse anche a Bari, Palermo e Milano. È plausibile che Napoli abbia un ruolo centrale anche nell’importazione e nel trasporto delle illicit whites. È stato infatti stimato che nella sola Campania, sottoposta al diretto controllo della camorra, sia concentrato il 33% del contrabbando italiano.

Fonte: Intellegit, 2017

I gruppi criminali italiani coinvolti nel traffico di tabacco sono perlopiù affiliati alle associazioni mafiose della sacra corona unita pugliese e della camorra napoletana, ma anche della ‘ndrangheta calabrese o della mafia siciliana. Inoltre, la malavita nostrana ha costanti contatti con gruppi criminali d’oltremare, sia dei Paesi dell’area balcanica, sia del Regno Unito.

Il contrabbando ha infatti assunto una connotazione propriamente imprenditoriale a livello transnazionale che permette di controllare e seguire ogni fase del processo grazie al coinvolgimento di gruppi criminali di diverse nazionalità. In particolare, la camorra mantiene contatti costanti con la criminalità cinese, che si occupa anche di contraffazione, e con quella rumena. Molti dei prodotti illeciti fabbricati in Cina, dopo essere partiti dai porti di Shenzhen, Huangpu o Xiamen, passano per Dubai e sbarcano generalmente nel porto calabrese di Gioia Tauro. Anche la criminalità albanese coinvolta nel contrabbando di tabacco, secondo i dati forniti dalla Direzione Nazionale Antimafia nel 2015, è ancora in crescita in Italia, procedendo di pari passo con l’incremento demografico e la capillare distribuzione sul territorio. Sono coinvolti nel traffico di t.l.e. anche gruppi criminali di nazionalità bulgara e georgiana, attivi soprattutto nelle aree più ricche dell’Italia centro-settentrionale, a Roma e a Milano in particolare, e a Bari e dintorni.

L’evoluzione in nuove e intricate reti delle organizzazioni criminali, una volta fermamente legate al controllo del territorio e dalla struttura gerarchica, rende il crimine più pervasivo, oltre che decisamente più funzionale e adatto ai traffici illeciti con paesi anche geograficamente lontani. Il recente e progressivo perfezionamento delle mafie verso questa nuova imprenditorialità ha reso possibile un ampliamento del mercato, arrivando a cancellare quei confini tra gruppi criminali che normalmente pensiamo quasi come fisicamente esistenti. Le organizzazioni mafiose, infatti, nonostante siano rimaste, almeno parzialmente, legate al controllo territoriale, non ne fanno più un tratto distintivo assoluto e immutabile: nel nome di un interesse economico, i vari gruppi riescono a collaborare instaurando relazioni di tipo economico, condizionandosi a vicenda e modificando un intero sistema a livello internazionale.

I gruppi criminali, non più così nettamente distinti come nella prima metà del secolo scorso, stanno adottando un approccio globalizzato, accorciando le distanze e moltiplicando i profitti. Non sono più solo le mafie locali a trarre vantaggi dal commercio illecito di sigarette nel territorio italiano, ma anche tutte quelle organizzazioni criminali, anche di stampo terroristico, coinvolte nelle varie fasi del trasporto o della vendita dei prodotti.

 

Le origini della crisi in Libia

Le operazioni militari in Libia, avviate autonomamente nel marzo 2011 da diversi Paesi in seguito alla risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e poi riunite sotto l’autorità della Nato con la costituzione della missione Unified Protector, hanno imposto all’Italia di affrontare un capitolo rimasto ai margini del dibattito politico a partire dal secondo dopoguerra: l’interesse nazionale. Le logiche della Guerra fredda e, con la sua conclusione, la permanenza degli Stati Uniti nel ruolo di garante dell’ordine globale avevano permesso a Roma di rimandare a tempo indeterminato un serio confronto su questo tema, non solo in seno alla sua classe dirigente, ma anche tra quest’ultima e l’opinione pubblica italiana.

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Una politica estera coerente ed efficace, d’altronde, non può prescindere dall’identificazione generale con alcuni obiettivi primari da perseguire oltreconfine, che legittimano l’azione del governo che li persegue. A differenza di altre crisi internazionali degli anni Duemila – anche di quelle a cui le nostre forze armate hanno preso attivamente parte (Afghanistan, Iraq, Libano) – quella libica richiede una riflessione più attenta. In Qui, infatti, non sono in gioco solo il prestigio internazionale di Roma o l’esposizione economica delle tante società italiane che operano in territorio libico. Nonostante l’estrema considerazione che meritano di ricevere questi due aspetti, occorre sottolineare come l’anarchia che sta dilagando in Libia rappresenti una minaccia diretta alla nostra sicurezza nazionale. La prossimità delle coste italiane all’epicentro delle violenze moltiplica la magnitudine degli effetti destabilizzanti di per sé impliciti in ogni guerra civile e costringe il nostro governo a considerare valida ogni opzione nel caso la situazione divenga irrecuperabile.

La scelta degli Stati occidentali di intervenire contro il regime di Muhammar Gheddafi, dettata principalmente dalla Francia e dalla Gran Bretagna, ha imposto all’Italia di confrontarsi con un quadro improvvisamente mutato, che ha rimesso in discussione i suoi ampi – e radicati – interessi sul campo. Il nostro Paese nel 2011 ha dovuto prendere parte alla missione internazionale per non trovarsi, al termine del conflitto, nella scomoda posizione di spettatore in un teatro dove aveva storicamente recitato un ruolo da attore protagonista. L’utilizzo dei verbi “imporre” e “dovere” vuole evidenziare come il governo italiano si sia trovato ad agire nell’ambito di quello che – almeno dalla sua prospettiva – rappresentava il peggiore degli scenari possibili. Questo non significa che il rapporto tra l’Italia e la Libia del colonnello Gheddafi fosse ottimale, né che quest’ultimo costituisse un alleato solido e affidabile.

L’origine stessa del regime nel 1969 era avvenuta in palese contestazione nei confronti del precario equilibrio che l’Italia, insieme alla comunità internazionale e ai leader locali, erano riusciti a raggiungere dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Con il compromesso “Sforza-Bevin” del 1949 per un breve momento Roma appoggiò il piano anglo-francese che prevedeva la concessione in regime di trusteeship della Cirenaica alla Gran Bretagna, del Fezzan alla Francia e della Tripolitania all’Italia. Il progetto, tuttavia, ebbe vita breve e il governo italiano tornò a sostenere la piena indipendenza della sua ex-colonia. L’unità politica di quest’ultima era considerata imprescindibile per ragioni di sicurezza, che ricomprendevano sia la salvaguardia della folta comunità italiana che ancora risiedeva in Libia (circa 20.000 persone), sia la preservazione di un certo grado di influenza all’interno di un territorio dove i suoi interessi economici restavano consistenti. Nel 1951, quindi, la nostra diplomazia salutò come un successo la nascita della Libia indipendente e unita. Il Paese sotto la guida del re Idris I al Senussi prese le sembianze di una monarchia costituzionale a “ispirazione federale”, confermando il ruolo delle tribù quali autorità politiche a livello locale.

Nonostante il buon andamento dell’economia, la collaborazione del re Idris con Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia provocò un acuto malcontento soprattutto nell’esercito, nei cui ranghi intermedi si era diffuso l’ideologia del nazionalismo arabo. Questo si trasformò in aperta contestazione dell’autorità reale a causa della posizione di neutralità assunta dal governo libico nel 1967 durante la Guerra dei sei giorni. Si giunse così ad un colpo di Stato militare guidato da Gheddafi, che portò alla proclamazione della Repubblica. Il nuovo regime si dotò di un’organizzazione fortemente centralizzata e con una spiccata impostazione ideologica, con l’obiettivo di rivoluzionare la struttura tribale del potere nel Paese e raggiungere una parziale secolarizzazione della sfera pubblica. A tale scelta interna corrispose sul piano internazionale la ricollocazione della Libia sul fronte del panarabismo, che mise fine alla politica filo-occidentale della fase monarchica. A sostegno del nuovo regime intervenne così l’Egitto di Gamal Nasser, “campione” di questo movimento internazionale, i cui funzionari parteciparono attivamente alla riorganizzazione dello Stato libico.

Alle trasformazioni politiche domestiche e internazionali, corrispose anche la nuova politica libica nei confronti dell’Italia. Per consolidare la legittimità del suo potere, Gheddafi rinfocolò l’ostilità anti-italiana, esasperando la volontà di riscossa contro l’ex potenza coloniale che rappresentava un minimo comun denominatore dei gruppi tribali del Paese. Il 21 luglio del 1970 il Consiglio del Comando della Rivoluzione decretò la confisca, senza indennizzo, dei beni degli italiani residenti in Libia, costringendoli a lasciare il Paese, e l’annullamento dei crediti delle società italiane nei confronti dello Stato. La decisione contravveniva il trattato del 1956, che chiudeva il contenzioso sui danni coloniali e di guerra con un risarcimento e il passaggio al governo libico di tutte le infrastrutture costruite dall’Italia, in cambio del rispetto dei diritti e degli interessi degli italiani residenti nel Paese, secondo la lettera della risoluzione dell’Onu del 15 dicembre 1950. A questo atto seguirono l’istituzione della “giornata della vendetta”, che sanciva la commemorazione annuale dell’espulsione degli italiani, e la rivendicazione di un nuovo risarcimento per i danni arrecati alla Libia a partire dal 1911 (un caso unico nei rapporti tra uno Stato europeo e una ex-colonia). Tuttavia, già nella fase rivoluzionaria, Gheddafi alternò sfide plateali e trattative sottobanco nei confronti di Roma, un approccio che successivamente adottò quale modello da seguire nei rapporti italo-libici. Al primo atto di sfida del colonnello seguì un negoziato discreto con la Farnesina, che ottenne una parziale compensazione dei danni subiti con la conferma delle concessioni fatte all’Eni dal regime senussita nel settore dell’estrazione degli idrocarburi.

La progressiva svolta politica di Anwar Sadat in Egitto determinò nuovi cambiamenti in Libia. Il fallimento del panarabismo, evidenziato dalle sconfitte del 1967 e del 1973, indussero Gheddafi a ricercare una diversa fonte di legittimità interna. La nuova parola d’ordine del regime libico divenne così “democrazia diretta”. La possibilità della sua realizzazione in età moderna fu teorizzata nel Libro verde (1975), un pamphlet in cui il colonnello preconizzava la nascita dello “Stato delle masse”, cui fece seguito la proclamazione della Jamahiriya Libica Araba Socialista (1977). L’approccio pragmatico del rais al rapporto tra idee e politica risultò evidente anche in questo ambito. Sebbene nel suo volume avesse teorizzato lo smantellamento della società libica tradizionale, anzitutto della sua struttura clanica, in nome della preservazione del potere si dimostrò molto attento agli equilibri tra le famiglie dominanti. In particolare tentò di compensare il primato delle tribù della Tripolitania nelle posizioni di governo e negli apparati amministrativi con una discreta redistribuzione della ricchezza e con i sussidi statali elargiti su tutto il territorio.

Il mutamento dell’assetto interno trovò un corrispettivo anche nella dimensione internazionale. La Libia, dopo la Guerra dello Yom Kippur, tentò di colmare il vuoto politico aperto nel mondo arabo dalla nuova posizione assunta dall’Egitto rispetto agli equilibri della Guerra fredda. Il Cairo, che dal 1948 aveva assunto la leadership dei Paesi arabi e occupato una posizione centrale nel movimento dei Paesi non allineati, dopo il 1973 iniziò un percorso di avvicinamento agli Stati Uniti che culminò negli accordi di pace di Camp David del 1978. La Libia di Gheddafi, viceversa, scelse di identificarsi con la contestazione nei confronti dell’Occidente per legittimare le sue aspirazioni egemoniche sul continente africano e il suo prestigio tra le popolazioni arabe. I rapporti con Washington, già resi difficili dall’avvicinamento di Tripoli a Mosca e dal continuo ampliamento delle sue acque territoriali nel Golfo della Sirte, precipitarono in seguito al ritiro dell’ambasciatore americano nel 1972 e alla battaglia aerea tra gli F-14 americani e l’aviazione libica del 19 agosto 1981. La tensione raggiunse il culmine nel 1986, quando un attentato all’interno della discoteca “La Belle” di Berlino, frequentata da soldati della Nato, provocò la morte di due americani e il ferimento di più di cinquanta persone. L’attentato venne immediatamente considerato di matrice libica e Washington rispose con l’operazione El Dorado Canyon, durante la quale furono bombardate Tripoli e Bengasi. Nel 1996 il Congresso americano promulgò l’Iran and Libya Sanctions Act (ilsa), che prevedeva la possibilità di colpire con sanzioni tutte le società in affari con i governi dei due “Stati canaglia”.

Complementare alla sfida all’egemonia americana nella regione del Mediterraneo, risultò l’ostilità contro gli Stati considerati responsabili del vecchio e del nuovo colonialismo in Africa e Medio Oriente, come Gran Bretagna, Francia e Israele. Tale scelta si tradusse, da un lato, nel supporto logistico, militare ed economico fornito ad una serie di movimenti rivoluzionari – ira, olp e Settembre Nero – che nel 1979 valse alla Libia l’appellativo di “sponsor del terrorismo internazionale”. Dall’altro nell’aver permesso – se non ispirato – l’organizzazione delle stragi del volo Pan Am 103 a Lockerbie in Scozia (1988), che provocò 270 vittime e fu il più grave attentato terroristico di tutti i tempi prima dell’11 settembre 2001, e del volo Uta 772 in Niger (1989), che causò la morte di 170 persone in viaggio tra Ndjamena e Parigi.

All’interno di questo mutato contesto l’Italia non costituiva più il principale avversario internazionale della Libia. D’altro canto il regime di Gheddafi, pur rappresentando un partner scomodo per Roma, rivestiva un’importanza strategica tale da giustificare un approccio realista. Dopo la fase calda del 1969-1970, dunque, venne tessuta una politica di avvicinamento fra l’Italia e la Libia, consacrata dalla visita a Tripoli del ministro degli Affari esteri Aldo Moro nel 1971. A questa fecero seguito le intese stipulate dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti nel 1972, che garantirono il ritorno di alcune società italiane in territorio libico, la costituzione di una joint venture paritetica per lo sfruttamento del petrolio tra l’Eni e la Libyan National Oil Company (lnoc) e la fornitura di attrezzature militari italiane all’esercito di Gheddafi. La tensione tornò su livelli di guardia nel 1973, non solo per via del sostanziale allineamento del governo libico all’urss, ma soprattutto per i consistenti sospetti riguardo l’appoggio logistico fornito da Tripoli al commando di Settembre Nero che uccise trentadue persone all’aeroporto di Fiumicino.

Già nel 1974, anche grazie alla posizione filo-palestinese assunta dai governi italiani di centro-sinistra, i rapporti italo-libici vennero rivivificati con la firma del presidente del Consiglio Mariano Rumor e del primo ministro Abdel Jallud di un accordo-quadro di cooperazione economica, tecnica e scientifica, e nel 1976 con l’acquisto da parte della lafico, la società per gli investimenti esteri dello Stato libico, del 13% del pacchetto azionario della fiat. La funzione “stabilizzante” della Libia di Gheddafi non fu rinnegata dal governo italiano neanche durante la crisi diplomatico-militare del 1986. Al contrario, alcune voci autorevoli sostennero come il rais fosse uscito indenne dai bombardamenti americani sulla Libia grazie ad un provvidenziale avvertimento dell’allora presidente del Consiglio italiano Bettino Craxi. Dopo questo evento, la Libia rimase sostanzialmente isolata e trovò nell’Italia il suo unico interlocutore occidentale. Ciò nonostante, Tripoli continuò ad alternare atti di distensione, come la sottoscrizione di importanti accordi commerciali, e atteggiamenti ostili, come il continuo aumento dei risarcimenti richiesti e la gestione ricattatoria dei flussi migratori dal cuore dell’Africa verso le coste italiane. Il primo tentativo volto a chiudere definitivamente il contenzioso ereditato dall’epoca coloniale fu avanzato dal primo governo di Romano Prodi. Nel 1998 la firma di un comunicato congiunto tra il ministro degli Affari esteri Lamberto Dini e il suo omologo Omar Mustafa el Muntasser impegnava l’Italia a effettuare un “gesto simbolico” nei confronti della Libia, che si sarebbe concretizzato nella ricerca dei familiari dei deportati libici, nella realizzazione di un ospedale a Bengasi, nelle operazioni di sminamento di alcune zone di combattimento della Seconda guerra mondiale e nella restituzione di una serie di reperti archeologici. L’intesa, tuttavia, non prevedeva alcun cenno ai beni confiscati agli italiani nel 1970 e, pertanto, non fu ratificata dal Parlamento.

La “relazione privilegiata” tra Roma e Tripoli, dunque, ha rappresentato uno degli elementi di continuità della politica estera italiana. Dopo la fine della Guerra fredda questa scelta ha trovato il sostegno dell’Unione Europea, che ha affidato de facto all’Italia il compito di trattare con Gheddafi su campi di interesse comune: combattere il terrorismo, arginare l’immigrazione clandestina e stabilizzare i mercati energetici. Nonostante la Libia non abbia mai compiuto svolte sul piano ideologico, durante questo ventennio ha assunto un atteggiamento meno competitivo nei confronti dell’Occidente. La condanna dell’invasione irachena del Kuwait nel 1990 e il sostegno alle trattative di pace tra Etiopia ed Eritrea, segnarono l’inizio di una parziale ricostruzione della percezione internazionale del regime libico, che volgeva definitivamente la sua attenzione geopolitica verso l’Africa e optava per lo sviluppo di una remunerativa rete di relazioni commerciali con gli ex nemici occidentali. Il percorso proseguì con l’ammissione della responsabilità oggettiva nella strage di Lockerbie, il risarcimento alle famiglie delle vittime e l’annullamento delle sanzioni internazionali nel 2003, con la ripresa delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti, la rimozione del Paese dalla lista degli “Stati canaglia” e la sua collaborazione nella global war on terrorism nel 2004 e con la disapplicazione dell’ilsa nel 2006 (che rimase in vigore solo nei confronti dell’Iran).

A questo mutamento di rotta corrispose anche una fase di nuova distensione nei rapporti tra l’Italia e la Libia, il cui momento di svolta fu l’incontro tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il colonnello Gheddafi nel 2003. Secondo la nuova intesa raggiunta, l’indennizzo italiano alle autorità libiche sarebbe stato perfezionato con la costruzione di un’autostrada tra Tripoli a Bengasi. Questi termini furono confermati dal secondo governo Prodi e ribaditi anche in un incontro del novembre 2007 tra il ministro degli Affari esteri Massimo D’Alema, il suo omologo Abdelrahm Shalgam e il leader libico. L’intensificazione dei rapporti politici si sviluppò di pari passo a quella dei rapporti commerciali, che culminarono nell’assunzione da parte italiana di una posizione di forza difficilmente intaccabile nel settore del gas libico. L’Eni realizzò insieme alla lnoc, con una quota del 50%, il Western Libyan Gas Project, nel cui ambito sono stati costruiti il gasdotto sottomarino Greenstream, che dal febbraio 2004 unisce la costa italiana a quella libica, la stazione di compressione di Mellitah sulla costa libica e il terminale di ricevimento siciliano di Gela. Si è giunti così al “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” firmato a Bengasi nel 2008 (ratificato da ambo le parti nel 2009), con cui l’Italia ha accolto definitivamente le rivendicazioni libiche sul risarcimento per “chiudere il capitolo del passato”. Pur mancando qualsiasi disposizione favorevole agli esuli dalla Libia e all’assolvimento dei crediti delle aziende italiane, a fronte di un esborso da parte dell’Italia di circa 3,5 miliardi di euro, il trattato di Bengasi ha generato un effetto virtuoso per la sicurezza dei confini nazionali e degli interessi economici del nostro sistema-Paese. Tra il 2009 e il 2011 gli sbarchi di immigrati clandestini provenienti dalla Libia sulle coste della Penisola sono diminuiti del 99% e alcune società – tra cui Eni, Unicredit, Ansaldo, Impregilo, Finmeccanica e Beretta – hanno ampliato significativamente il perimetro delle proprie attività in Libia.

Alla fine degli anni Duemila, dunque, la posizione internazionale della Libia sembrava dirigersi verso la piena “normalizzazione”. In tal prospettiva, l’interesse dell’Italia non si trovava nella rivoluzione dello status quo, per quanto questo non fosse ottimale, ma nella preservazione dell’ordine in Libia e nella regione del Mediterraneo. Quando fosse arrivata la fine dell’esperienza politica del colonnello, per ragioni anagrafiche o di opportunità, la soluzione migliore sembrava quella del passaggio dei poteri a Saif al Islam Gheddafi, considerato il volto moderato del regime e il più propenso a consolidare i rapporti con l’Italia e, in generale, con il mondo occidentale.

In questo stesso periodo, tuttavia, lo scenario internazionale è mutato nuovamente minando le basi della strategia italiana. Il peso politico della Libia è stato ridotto da una serie di eventi concomitanti: l’attenuamento del disordine in Iraq in seguito al surge del generale David Petraeus, il progressivo ritiro della forza multinazionale dal territorio iracheno, l’indebolimento della struttura di al Qaeda e l’attenuarsi della minaccia terrorista (convinzione confortata nel maggio 2011 dall’uccisione di Osama bin Laden). La Libia, quindi, ha improvvisamente perso la sua funzione di pedina indispensabile per la sicurezza dello scacchiere della regione mediterranea. Al contrario, a causa dell’instabilità endemica del Medio Oriente e del rally dei prezzi delle risorse energetiche, la sua importanza strategica in campo economico è aumentata ulteriormente, rafforzando la posizione dell’Italia e ponendo in questo teatro la Francia e la Gran Bretagna in una condizione di subalternità nei suoi confronti.

L’azzeramento della situazione politica in Libia e l’alterazione degli equilibri nel settore energetico, non sono stati in discussione fintanto che sono perdurate tre condizioni internazionali di carattere ostativo: a) il credito guadagnato dai governi italiani nei confronti dell’amministrazione Bush durante gli anni Duemila per l’appoggio alle campagne militari in Afghanistan e Iraq; b) il deep engagement degli Stati Uniti in tutte le aree di crisi del globo (realizzato sia dall’amministrazione Clinton, che da quella Bush); c) l’assenza di presupposti che giustificassero l’ingerenza delle potenze esterne in Libia.

Questo scenario ha cominciato a incrinarsi a causa dell’effetto snowballing della primavera araba, che dopo essersi radicata in Tunisia ed Egitto ha contagiato anche la Libia. A differenza di quanto accaduto negli Stati confinanti, la “rivoluzione del 17 febbraio” non ha trovato nella crisi economica la sua variabile principale. Sebbene l’aumento della disoccupazione e la contemporanea diminuzione delle risorse da redistribuire abbiano contribuito alla delegittimazione del regime di Gheddafi, i loro effetti devono essere collocati in un contesto dove, complice la generale destabilizzazione del Nord Africa, hanno agito da detonatori per le linee di frattura da cui il Paese è storicamente attraversato. Quella politica tra lealisti e oppositori della Jamahiriya e quella geografica tra la Tripolitania e la Cirenaica.

Nel 2011 l’obsolescenza delle condizioni ostative alla rivoluzione dello status quo in Libia è stata causata da tre cause efficienti, che hanno permesso la trasformazione delle proteste di piazza in una guerra civile internazionalizzata: a) la volontà dell’amministrazione Obama di tracciare una linea di discontinuità con la politica estera della presidenza Bush, chiudendo definitivamente la missione in Iraq nel 2011 (nonché la rete di crediti/debiti ad essa collegata) e spostando l’attenzione dalla regione del Grande medio oriente al quadrante Asia-Pacifico (pivot to Asia); b) il nuovo approccio della Casa bianca alle crisi internazionali, che, fondandosi sulla convinzione del declino del potere e del prestigio americani, ha indotto gli Stati Uniti ad affidarsi all’azione dei loro alleati nelle regioni non considerate vitali per l’interesse nazionale (leading from behind); c) la risoluzione 1973 dell’Onu, con cui nel marzo 2011 è stata istituita una zona d’interdizione al volo per tutelare l’incolumità della popolazione civile libica, che ha rappresentato la cornice giuridica della successiva operazione della nato.

L’opzione militare è stata vigorosamente richiesta dalla Francia e dalla Gran Bretagna che si sono appellate al principio di “ingerenza umanitaria”, formulato nel 1999 per la missione in Kosovo, e a quello della responsibility to protect, adottato nel World Summit 2005 e confermato in un documento del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon nel 2009 (cui si è ispirata anche la risoluzione 1973). Come già avvenuto nella crisi di Suez del 1956, Parigi e Londra hanno deciso di agire congiuntamente per riaffermare la loro influenza nel cuore del mar Mediterraneo e hanno cercato di porsi alla testa della missione internazionale per dettarne i tempi e le finalità.

Se la missione in Libia non avesse determinato gli effetti disastrosi cui il mondo sta assistendo, verosimilmente la Francia e la Gran Bretagna avrebbero potuto riempire il vuoto politico generato nella regione dalla rinuncia degli Stati Uniti al ruolo di “nazione necessaria”. L’abbattimento del regime del rais e la transizione della Libia verso un’ipotetica condizione di democrazia avrebbero legittimato il nuovo ruolo di Francia e Gran Bretagna e, contemporaneamente, permesso loro di ridisegnare i rapporti di forza nel settore energetico del Paese. Nel 2011, inoltre, questi obiettivi di ordine internazionale si coniugavano con alcune necessità di politica interna. Per il presidente francese Nikolas Sarkozy un successo internazionale conseguito in nome della difesa dei diritti umani avrebbe costituito un’importante fonte di legittimazione in vista della corsa per l’Eliseo del 2012 (che poi lo vide sconfitto da François Hollande). Una vittoria avrebbe prodotto effetti simili anche per il primo ministro inglese David Cameron, il cui governo attraversava un crollo dei consensi a causa della crisi economica che stava colpendo il Paese. L’intervento militare contro un regime autoritario che – in passato – aveva attentato contro gli interessi della Gran Bretagna avrebbe potuto generare un positivo effetto rally ‘round the flag, come avvenuto con la guerra per le Falkland-Malvinas al governo di Margaret Thatcher nel 1982.

L’inefficacia della prima fase delle incursioni aeree e dei bombardamenti dalle unità navali sul territorio libico, che ha visto impegnati principalmente la Francia e la Gran Bretagna e in misura minore Stati Uniti, Canada e Belgio, ha imposto la riconsiderazione dell’intensità dell’impegno americano. Le operazioni sono state così unificate sotto il comando della nato, cui hanno aderito, tra gli altri, la Spagna, la Turchia e l’Italia.

Prima di aver preso questa scelta, divenuta obbligata a causa del precipitare della situazione, l’atteggiamento dell’Italia era stato orientato dalla prudenza, non in nome di una qualche forma di “simpatia” (nel senso letterale del termine) nei confronti del regime di Gheddafi, ma per quel nesso di “reciproca indispensabilità” che unisce da sempre il nostro Paese alla Libia. I rapporti di potere nella regione euro-mediterranea, la prossimità geografica, i legami storici e gli interessi economici che legano Roma e Tripoli hanno determinato nel periodo compreso tra il febbraio e l’aprile 2011 il tentennamento dell’Italia sulla crisi. Le sue posizioni, tuttavia, sono state scavalcate dall’azione di Parigi e Londra, il cui approccio spregiudicato alla questione è stato determinato dalla minore densità della loro interazione con la società libica. In questa fase, peraltro, ogni resistenza ufficiale di Roma all’intervento militare rischiava di fornire il destro ad una campagna di delegittimazione internazionale, fondata proprio sull’intensità delle sue rapporti con Tripoli.

All’indomani dello scoppio della rivolta in Cirenaica sono immediatamente emersi molti segnali che prefiguravano la materializzazione di questo rischio. I più importanti organi europei di stampa, infatti, hanno pubblicato una serie di articoli volti a sollevare scandalo intorno alle relazioni tra il governo italiano e quello libico. Gli esempi più eclatanti in questo senso sono stati Forget the elephants su “Le Monde Diplomatique” (11 marzo) e Italy’s shame in Libya su “The Economist” (25 febbraio). La sostanziale unità dimostrata sulla questione dai maggiori partiti italiani è riuscita a circoscrivere gli effetti di questa strategia, tanto che, una volta concordata la scelta dell’intervento, il dibattito in merito ha continuato ad essere animato solo da attori politici di modeste dimensioni che, per ragioni tattiche di sopravvivenza, cercano sistematicamente di polarizzare l’opinione pubblica. Un dato apprezzabile scaturito da questi eventi, dunque, è che – almeno per una volta – il mondo politico italiano non è stato afflitto da quella “sindrome di Carlo VIII” che tradizionalmente divide il Paese in due “fazioni”, di cui una preferisce sostenere la vittoria dell’avversario esterno pur di abbattere l’avversario interno.

Come in tutte le guerre civili, ma in particolare quelle dove intervengono forze esogene, nel 2011 anche il conflitto libico aveva contorni tanto indefiniti da rendere verosimili una serie di scenari futuri profondamente diversi, ad ognuno dei quali era connessa una serie di rischi per l’Italia.

Il primo era quello di una guerra civile prolungata (modello “Somalia”), che avrebbe causato la presenza davanti alle coste italiane di un failed State diviso in più entità autonome (quanto meno Tripolitania e Cirenaica) ugualmente incapaci di estendere la loro autorità sull’intero territorio nazionale. A questa prospettiva si sarebbero collegati alcuni pericoli ricorrenti ricorrenti quando si verifica una condizione simile: esodi apocalittici di profughi, emergenze sanitarie, proliferazione del terrorismo, aumento della circolazione illegale di armi e traffico di droga.

Il secondo scenario era quello del fallimento strisciante della Libia (modello “Libano”), determinato dalla presenza di alcune porzioni di territorio fuori controllo o non completamente sotto l’autorità del governo centrale, le cui derive anarchiche più estreme sarebbero state evitate solo con l’intervento di forze internazionali, i cui costi maggiori sarebbero spettati all’Italia.

Il terzo scenario prevedeva la vittoria delle forze lealiste (modello Algeria). A questo era collegata la possibilità che Gheddafi, o i suoi eredi politici, dopo aver represso la rivolta avrebbero messo in atto una serie di ritorsioni – dai contorni difficilmente prevedibili – contro il “tradimento” italiano. Il quarto scenario era la vittoria delle truppe fedeli al presidente del Consiglio Nazionale di Transizione Libico, Mustafa Abdul Jalil (modello Iraq). A questo scenario erano associate criticità diverse, ma non meno preoccupanti. Da un lato l’emergere di una classe politica legata alla Fratellanza musulmana o ad altri gruppi islamisti, che avrebbe contribuito alla diffusione del radicalismo islamico sulla sponda settentrionale del Mediterraneo. Dall’altro l’indebolimento della posizione dell’Italia in territorio libico, come conseguenza di una revisione degli accordi siglati dal precedente regime e della volontà di sanzionare gli Stati con cui questo aveva collaborato.

A distanza di quattro anni lo scenario che sembra si stia realizzando in Libia è quello del “modello Somalia”. Questo ha confermato come gli interventi umanitari “a basso costo”, che non prevedono la fase boots on the ground, per un fenomeno di eterogenesi dei fini producono conseguenze di gran lunga peggiori di quelle che vogliono evitare. È comunque possibile affermare che se sul territorio libico non fosse spirato il vento della primavera araba, un concetto inutilizzabile ex post a causa del quasi totale fallimento democratico di questa ondata rivoluzionaria, l’Italia non avrebbe dovuto fronteggiare quattro minacce che si sono concretizzate tra il 2011 e il 2015: a) il divampare di una guerra civile a poco più di 300 chilometri da Lampedusa; b) il radicarsi dell’estremismo islamico in un’area sensibile per la sicurezza del suo territorio e i suoi interessi economici; c) l’emergenza dell’immigrazione clandestina e il consolidamento delle reti criminali che la controllano; d) la possibilità di perdere una delle sue principali fonti di approvvigionamento energetico.

Italia, Israele ed Iran: guerra e conseguenze

Martedì 8  maggio  2018 il presidente americano Donald J. Trump ha deciso, come promesso, di abbandonare l’accordo siglato dal suo predecessore alla Casa Bianca Barack Obama con l’Iran, avente ad oggetto la capacità del paese di dotarsi di un arsenale nucleare e di poter costruire centrali ad uso energetico.

Italia, Israele ed Iran: guerra e conseguenze - Geopolitica.info

Questa presa di posizione unilaterale ha sollevato, come era ovvio, prese di posizione più o meno nette da parte di tutti i maggiori player dello scenario geopolitico mediorientale e non solo. La tensione tra i due stati, Israele ed Iran, è palese da tempo e fino ad ora gli screzi e le minacce tra le due parti si limitavano a piccole azioni, dall’impatto più mediatico che strategico. Tuttavia, negli ultimi giorni sta affiorando un nuovo livello di scontro, in cui Israele, tramite il suo Primo Ministro Benjamin Netanyahu, ha affermato che il suo esercito è “forte e pronto”. Anche dalla parte iraniana si ha un atteggiamento aggressivo. Sembra dunque che le tensioni stiano crescendo, rendendo sempre più probabile uno scontro diretto tra le due nazioni; Il terreno più probabile è il territorio siriano.

Fino ad oggi le due potenze si sono scontrate già sul terreno della Siria, ma in maniera diversa: Israele, infatti, occupa una zona a ridosso del proprio confine in Siria, le alture del Golan mentre l’Iran agisce tramite la presenza ed il finanziamento di truppe più o meno regolari e del movimento libanese di Hezbollah. Uno scontro diretto tra i contendenti creerebbe uno scenario simile a quello già visto nelle precedenti guerre condotte da Israele (in particolare nel 1973) ma questa volta gli interessi delle altre potenze (Russia e Stati Uniti principalmente) si manifestano in maniera più incisiva rispetto al contesto mediorientale precedente, alle primavere arabe ed alla guerra civile siriana (basti pensare che entrambe le potenze operano sia a livello militare sia di intelligence direttamente sul suolo siriano, schierate in maniera quasi dicotomica: la Russia in chiaro supporto del presidente Assad, gli Stati Uniti con un ruolo più ambiguo, molto dettato dalle correnti politiche di Washington).

Questa situazione è da inquadrarsi nel più complesso scenario delle altre parti in gioco nella partita siriana (Turchia, Arabia Saudita, Unione Europea ed altri) da entrambe le parti, non sottovalutando neppure il ruolo defilato della Cina.Ne risulta un quadro quasi caotico, non suscettibile di valutazioni immediate e di risposte certe; ed è in questo contesto che si giunge al nodo centrale di quest’analisi: l’Italia e la sua economia.

L’Italia e le conseguenze economiche

Queste decisioni, ovviamente, incidono sulla posizione italiana e sulla sua economia.

Si guarderà a due questioni principali: lo squilibrio tra import di materie energetiche e l’export di materiali bellici e lo scenario politico. Come noto il sistema industriale italiano è un importatore netto di materie energetiche, avendone poche a disposizione e assolutamente insufficienti a coprire il fabbisogno nazionale.

Negli ultimi anni, sebbene vi sia stata una spinta verso la diversificazione delle fonti questi progetti hanno mostrato effetti reali limitati (in parte perché non ultimati). La situazione è andata peggiorando dopo la rivoluzione in Libia del 2011, dove l’ENI era una delle compagnie petrolifere di maggiore presenza ed importanza. Ciò su cui si vuole riflettere tuttavia non è la struttura dell’approvvigionamento in sé quanto il suo costo e di quanto un ulteriore conflitto nella regione possa avere conseguenze.

Come rilevato da più osservatori la crescita del paese è positiva, seppure di poco (dati Ocse)2. È ragionevole supporre che il prezzo aumenterà di volatilità con l’intensificarsi del conflitto; e tale volatilità sarà orientata verso l’alto, essendo l’Iran uno tra i primi paesi produttori di greggio al mondo. Dato tale presupposto, ci si accorge del problema fondamentale: basterebbe una marcata oscillazione per un periodo di tempo più o meno prolungato per affossare le stime del PIL, già riviste al ribasso. Il prezzo odierno è, facendo una media tra WTI, Brent, OPEC basket e Urals (Russia), intorno ai 72-73$/barile3.

Sebbene l’Iran per alcuni analisti non alzerà i prezzi4, viene da chiedersi quanto sia credibile, in uno scenario mutato e con maggiori spese belliche, mantenere tale linea.

Viene naturale domandarsi l’impatto che potrebbe avere una crescita, in media, a 80-85$/barile sulla manifattura italiana, e dunque sul prodotto interno lordo. Invece un settore che in questo scenario potrebbe crescere è l’industria bellica, che ci vede già protagonisti5; si potrebbero, quindi, notare ulteriori aumenti (magari anche a due cifre percentuali) in seguito al conflitto, specie se arrivano ad essere coinvolti, anche in maniera indiretta, i Paesi del Golfo. Tuttavia, anche lo scenario più ottimistico dell’export di materiale bellico è di poco conto se posto in relazione all’aumento di costo delle materie prime e al suo impatto sul sistema produttivo.

L’incertezza politica italiana allo stato attuale 

Un ultimo elemento è l’analisi politica, che potrebbe essere sintetizzata in una parola: confusione. Sebbene tale scenario sia mutevole anche nell’arco della giornata, il non avere un governo stabile durante il prossimo mese/trimestre potrebbe essere utile al paese.

Il governo Gentiloni, in qualità di governo dimissionario, infatti non può prendere decisioni che non siano di ordinaria amministrazione e in una tale situazione si limiterebbe ad esprimere opinioni, quasi certamente contrastanti con quelle dei partiti usciti vincenti dalla tornata elettorale di marzo (Lega e M5S).

Già nei mesi scorsi si è potuto notare come le posizioni di questi due partiti collidano con quelle dei membri dell’esecutivo attuale sulla politica estera. Un periodo di inattività potrebbe portare alla formazione di un governo quando le maggiori incertezze che vi sono al momento si saranno dileguate, consentendo scelte più oculate (a seconda delle varie visioni). Tutto ciò supponendo che non sia possibile formare un governo di diretta emanazione del Presidente della Repubblica, che stando alle dichiarazioni dei principali leaders non troverebbe i numeri per la fiducia in parlamento.