Archivio Tag: Italia

Due nuove nomine nell’intelligence italiana

Le nomine nel comparto d’Intelligence fatte dal Governo Conte, determinano sicuramente una scelta di alto livello considerati i profili dei due nuovi direttori.
Incarichi che arrivano dopo una lunga gestazione, durante la quale erano rimbalzati altri nominativi, altrettanto autorevoli ed importanti.

Due nuove nomine nell’intelligence italiana - Geopolitica.info Corriere.it

Così come di assoluto prestigio sono le due nuove nomine, il Generale Gennaro Vecchione che va alla guida del DIS (Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza) cioè l’organo di coordinamento dell’Intelligence italiana ed il Generale Luciano Carta nominato al vertice dell’AISE (Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna) cioè l’organo operativo dell’Intelligence che si occupa di appunto di sicurezza esterna, mentre l’altra agenzia operativa l’AISI (Agenzia Informazioni e Sicurezza Interna) rimane guidata dal Generale dei Carabinieri e Prefetto Mario Parente, nominato nell’aprile 2016 dal precedente Governo di centro-sinistra e confermato poi dall’attuale Governo giallo-verde.

Dicevamo due direttori di assoluto prestigio i due nuovi vertici dei Servizi Segreti italiani, il Generale Vecchione ha ben 3 lauree, e proviene dalla guida della Scuola di perfezionamento per le Forze di Polizia, mentre il Generale Carta aveva già ricoperto il ruolo di Comandante Generale della Guardia di Finanza prima di passare 2 anni fa a ricoprire il ruolo di numero 2 dell’AISE. La scelta di affidare 2 dei 3 vertici a degli alti ufficiali provenienti dalla GDF, potrebbe rappresentare un valore aggiunto per incentivare ed implementare ulteriormente alcuni settori specifici, primo fra tutti l’Intelligence Economica, ambito al quale vanno aggiunti come importanza di implementazione la Cyber Intelligence e la diffusione della Cultura della Sicurezza.

Settori fondamentali per affrontare al meglio le sfide e le opportunità del mondo globalizzato di oggi, un mondo profondamente cambiato rispetto al passato ed in continua evoluzione, nel quale il ruolo dell’Intelligence è diventato sempre più importante ed imprescindibile.
Un mondo che dalla caduta del Muro di Berlino in poi è cambiato radicalmente, infatti nuovi attori si sono affacciati sulla scena internazionale e differenti competizioni si sono imposte nelle agende politiche dei Governi, tutto ciò ha comportato insolite sfide, ma anche nuove opportunità per gli agenti in campo, novità che spesso vengono attribuite ai cambiamenti della globalizzazione, incentivata e spinta dall’allentamento dei confini nazionali e dallo sviluppo delle moderne tecnologie informatiche e della comunicazione, prima fra tutte internet.
Anche causa di tutto ciò, pure la sicurezza a livello mondiale ha incontrato dei cambiamenti con nuove minacce che si sono presentate, sempre più multidimensionali e globali, non più dunque la sola dimensione militare è oggetto dell’attenzione dei servizi segreti, ma anche altre sfide differenti ed eterogenee nella forma e nella sostanza, interdipendenti e liquide e proprio per questo difficilmente contenibili da una barriera fisica, tra esse ad esempio: i cambiamenti climatici, le pandemie, le migrazioni di massa, l’instabilità economica e finanziaria, la criminalità organizzata transnazionale, il terrorismo internazionale, i crimini informatici.
In questo contesto radicalmente cambiato e sempre più interdipendente e connesso, l’interesse delle Agenzie d’Intelligence di mezzo mondo, si è rivolto anche alle nuove minacce che possono provenire da ambiti diversi rispetto al passato, dove i contendenti in campo erano solo 2 gli USA da una parte l’URSS dall’altra, ma appunto da altri contesti nuovi e diversi, ad esempio dal punto di vista economico-finanziario e cyber.

A questo si aggiunge anche la notevole evoluzione della minaccia terroristica, caratterizzata da un lato da una più forte asimmetria come ad esempio nel caso dell’attacco alle Torri Gemelle di New York nel 2001 ad opera di Al Qaeda, ma anche da una “simmetria” mai conosciuta prima che si è palesata nel tentativo del terrorismo internazionale di stampo jihadista di farsi Stato, come nel caso dell’IS, che per fortuna dal punto di vista del controllo del territorio (parte di Iraq e Siria) sembra ormai sconfitto definitivamente, nonostante la sua potenziale minacciosità sul piano del terrorismo internazionale.

Tutto ciò insieme alla diffusione delle moderne tecnologie informatiche e della comunicazione, ha comportato anche la necessità di modificare e di ampliare il sistema di raccolta di notizie, dati ed informazioni sia per gli Stati, ma anche per tutti quei soggetti che a vario titolo operano nel sistema internazionale, in particolare le imprese multinazionali. Da qui anche la necessità non più procrastinabile di una concreta e crescente sinergia tra mondo privato e pubblico, poiché lo scambio di informazioni tra i due risulta ormai necessario per far fronte alle nuove minacce e per prevenire gli scenari del futuro.
Dal quadro delineato emergono dunque delle priorità per l’Intelligence, così come affermato sopra e cioè: Intelligence Economica, Cyber Intelligence e Cultura della Sicurezza, ma andiamo per ordine.

Il primo punto del quale si sottolinea l’importanza è l’Intelligence Economica. L’attenzione dell’Intelligence alle sfide ed alle opportunità del mondo economico sono molto attuali, anche se a dire il vero la sua applicazione nella prassi è antica. Quello dell’Intelligence Economica è uno studio che trova applicazione e linee d’intervento differenti a seconda dei paesi e dei contesti geografici e socio-culturali nei quali si inserisce e dove probabilmente diverse componenti possono determinare qualche influenza in merito. Quando si parla di Intelligence Economica si intende di fatto quel processo dell’attività del ciclo d’Intelligence, dedito a recepire ed elaborare notizie, informazioni e dati economici.
L’Intelligence Economica ha un campo di applicazione ampio, che si evolve di continuo e si dirama in due direzioni: difensiva ed offensiva. Dal punto di vista difensivo si occupa della tutela di un Sistema Paese in quanto tale, inteso cioè sia come intero comparto aziendale che come singole aziende, della tutela dei marchi, della protezione della proprietà intellettuale, della difesa dei dati delle attività pubbliche e private, della tutela dell’economia dalle minacce sia esterne che interne, per meglio consentire lo sviluppo e la competitività del Sistema Paese. Possono costituire minacce esterne, investimenti in aziende strategiche per l’economia nazionale in settori fondamentali, quali ad esempio gli idrocarburi o le tecnologie avanzate, da parte di investitori esteri con obiettivi potenzialmente poco trasparenti. Per quanto riguarda l’ambito offensivo ad esempio, l’attenzione può essere rivolta a quelle imprese (PMI, ma non solo) che non hanno la struttura per recepire, conoscere o riconoscere attività che possano ledere il loro know-how e la loro capacità di inserimento e penetrazione sui mercati esteri.
L’aggiunta dell’elemento economico agli studi d’Intelligence, costituisce un elemento di notevole importanza rispetto al passato, poiché negli ultimi anni gli ambiti di interesse sono traslati verso nuovi settori, infatti, oggi i temi di analisi e ricerca delle Intelligence più avanzate al mondo vertono principalmente sull’economia, sulla cyber security e sull’info-war. La prima fondamentale per la competitività economica e commerciale degli Stati, la seconda per la tutela dei propri dati nei vari settori strategici, l’ultima per tutelarsi dalla disinformazione, cioè da notizie false lanciate ad arte da siti online e think tank per distrarre, condizionare e manipolare la pubblica opinione o i consumatori.
Da ciò si può evincere il perché l’Intelligence Economica sia una disciplina importante, necessaria e dalle tante prospettive.
Un settore altrettanto cruciale è la Cyber Intelligence, che è diventato e sta diventando sempre più importante. Qualche studioso è arrivato addirittura ad affermare che il Cyberspazio sia il 6° continente, cioè un ambito vasto dalle frontiere difficilmente individuabili (sempre che ve ne siano), contesto nel quale però nonostante l’elemento tecnologico ne faccia da padrone come ormai avviene in quasi tutti i settori della vita umana, e quindi l’automazione (che è stata ed è uno dei driver della globalizzazione) stia diventando la regola, l’elemento umano resta l’elemento imprescindibile, l’uomo infatti è il solo capace di individuare e sgrossare nel mare magnum delle informazioni raccolte (oggi si parla sempre più di Big Data) quelle più importanti e dunque necessarie da sottoporre al decisore, per l’eventuale trasformazione in attività d’Intelligence.

Da tutto ciò emergono numerose sfide, complesse e differenti da tanti punti di vista: politico, economico e di sicurezza, ma anche notevoli opportunità.
A ciò si aggiunge pure l’importanza dell’attività di diffusione della Cultura della Sicurezza, incentivata anche da una legge molto importante di riforma del comparto la L.124/2007, e da una auspicata maggiore sinergia tra Istituzioni (sia pubbliche che private). Una divulgazione fondamentale in particolare nelle scuole, nelle università e nella P.A. in generale, per tutelare e difendere il nostro Sistema Paese e proprio per questo necessaria da diffondere anche nelle imprese, dove va rimarcata ad esempio la necessità di tutelare il know-how. Attività di diffusione e tutela che in altri contesti statali ha una storia molto più forte e consolidata nel tempo (Giappone, Francia, ad esempio), in modo da superare anche quelle diffidenze e quei timori che si registravano in passato rispetto al comparto d’Intelligence, dubbi che oggi sembrano superati, se è vero come è vero che le statistiche (Eurispes) certificano una fiducia di circa il 62% degli italiani nei confronti dei nostri servizi segreti, quindi un cambio di passo importante ed una tendenza positiva rispetto alla quale ancora di più si può e si deve fare per raggiungere quei livelli di diffusione e di sinergia necessari per competere al meglio con i nostri concorrenti, i quali dalla fine della Guerra Fredda in poi, non sono solamente quei paesi distanti da noi geograficamente, politicamente, culturalmente e psicologicamente, ma anche i nostri più stretti alleati, poiché (come affermato da molti esperti in materia) nella competizione economica e tecnologica internazionale non ci sono alleati ma solo competitor. Alla luce di tutto ciò, avanti tutta su questi temi e auguri di buon lavoro per il bene dell’Italia.

Pietro Stilo Direttore Scientifico
The Alpha Institute Geopolitics and Intelligence

Italia-Russia: neutralità in metri cubi

Pur muovendosi in uno stato di limbo tra l’Europa e Mosca, in virtù dell’attuale difficoltà posta dalle sanzioni europee, a seguito dei fatti ucraini, l’Italia ha sempre mantenuto un approccio dialogante con la Federazione Russia sia sul piano politico-culturale che economico-finanziario. Un abbraccio pragmatico, quanto duraturo, che ha trovato nell’esportazione/importazione del gas naturale uno dei suoi principali collanti.

Italia-Russia: neutralità in metri cubi - Geopolitica.info Il Sole 24 Ore

Italia – Urss 1958/69

Sul finire degli anni ’50, ovvero nel pieno della Guerra Fredda, Italia e Urss hanno costituito una stretta alleanza bilaterale in grado di districarsi all’interno della Cortina di Ferro tra l’Europa Atlantica e l’Europa del Patto di Varsavia. Una relazione economica – energetica che con lo scorrere del tempo, a fronte delle mutazioni politiche nazionali e internazionali, ha visto una sempre più maggiore intesa. La prima occasione di incontro si registra con l’ accordo petrolifero del 4 dicembre 1958: attraverso il metodo del barter trading – ovvero il baratto – il gruppo Eni di Enrico Mattei si impegnava nell’importazione di 800 mila tonnellate di petrolio dall’Urss per un valore di 360 mila dollari; dall’altra parte la merce di scambio è la gomma sintetica prodotta dallo stabilimento Anic (Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili) di Ravenna; 5 mila tonnellate di gomma contro 800 mila tonnellate di petrolio. Alla fine di Dicembre dello stesso anno, Mattei incontra a Mosca diverse personalità del governo sovietico per ampliare l’accordo: 10 mila tonnellate di gomma contro un milione di tonnellate di petrolio per l’anno successivo. Non soltanto l’Eni, anche la Fiat è riuscita a entrare all’interno del tessuto economico sovietico. Il 15 agosto 1966, a Torino, il presidente della Fiat, Vittorio Valletta, e il governo sovietico firmarono l’accordo sulla costruzione dello stabilimento automobilistico nella città russa di Togliatti nei pressi del fiume Volga. Il contratto tra la Fiat e il Governo sovietico prevedeva che l’impresa torinese cedesse ai sovietici i progetti e i diritti di proprietà industriale di due modelli di vettura derivati dal tipo Fiat 124, modificati per adattarsi alle particolari condizioni climatiche e stradali dell’URSS. I sovietici avrebbero curato la parte edile e gestito la fornitura di materiale. Nota anche come Togliattigrad, denominata nel ’64 in onore di Palmiro Togliatti, storico segretario del Partito Comunista Italiano,  la città Togliatti si è trasformata in un polo industriale con la costruzione di uno stabilimento per la produzione di duemila automobili al giorno; divenuto poi operativo nel 1970.

Ciò nonostante, il gruppo Eni, soltanto sul finire degli anni ’60, riesce a “sdoganare” l’industria sovietica del gas verso l’Europa Occidentale. Nel 1969, infatti, viene stipulato il primo contratto d’importazione di gas naturale dai giacimenti sovietici tramite gasdotto lungo la frontiera italiana: per un valore di 6 miliardi/anno per la durata di vent’anni. Le operazioni dell’Eni in Russia non sarebbero mai state realizzate senza la mediazione del Pci. Nonostante la reazione di molti paesi occidentali sull’operato dell’Eni, accusato di sottovalutare le conseguenze politiche delle sue scelte, lo stesso governo italiano democristiano ha dimostrato un inequivocabile appoggio alla visione energetica tracciata da Enrico Mattei.

Il decennio 1958-1968 fu il periodo in cui si gettarono le basi delle relazioni italo-sovietiche, durante il quale emersero intuizioni che avrebbero caratterizzato i rapporti bilaterali nei decenni successivi. Da una parte Mosca cercò di sfruttare il desiderio italiano di godere maggiori prestigi sulla scena mondiale; dall’altra parte il governo italiano, attraverso questa strategia economica, riuscì a dimostrare una posizione originale non appiattita acriticamente su quelle degli Stati Uniti, e indirizzate alla ricerca del dialogo. Infatti il governo italiano, a guida Dc di Amintore Fanfani, è riuscito ad avere una propensione al neutralismo nei riguardi dell’Unione Sovietica, quasi da mettere in discussione la collocazione internazionale dell’Italia. Una propensione che non è passata inosservata dalle autorità sovietiche e che ancora oggi emerge su molteplici questioni.

Italia – Federazione Russa, oggi

La Russia, oggi ancora più di allora, è un partner energetico chiave per l’Italia, il quarto fornitore per il petrolio e il primo di gas naturale. Nel 2017 la dipendenza italiana dal gas russo si è attestata attorno al 43% delle forniture totali. Nell’ultimo anno le forniture di gas russo sono aumentate in termini assoluti da 20 a 30 miliardi di metri cubi. La partnership italo-russa si rivela anche come fattore determinante all’interno del dibattito europeo su diverse questioni: ad esempio per la realizzazione del gasdotto Nord Stream2. Infatti il gasdotto che collega la Germania e la Russia, attraverso il Mar Baltico, porterebbe un forte incremento di tutte le importazioni di gas russo dell’Italia.

Secondo recenti dati pubblicati da Gazprom, ripresi dall’agenzia economica Bloomberg, nei primi nove mesi del 2018, l’Italia ha comprato dalla compagnia russa 18,3 miliardi cubi di gas contro i 17,9 della Turchia. L’Italia, superando la Turchia, diventa il secondo mercato per l’export di gas russo; al primo posto la Germania con 42,7 miliardi di cubi acquistati nello stesso periodo.  Allo stato attuale il 40% del fabbisogno nazionale italiano è coperto dalla Russia, l’Algeria il 25%, la Libia il 6%, dal Qatar arriva la stragrande maggioranza del gas naturale liquido. Malgrado l’operato americano per il trasporto del gas liquido via mare sia in constante crescita; i rubinetti di metano russo coprono il 35% del fabbisogno di tutta la Ue; una copertura che raggiunge la soglia del 90% nei paesi dell’ex patto di Varsavia.

Come dimostrano quest’ultimi scenari, sembra che quella forma di neutralismo tra Italia e Russia, sia ancora vigente: se in passato lo scambio energetico è riuscito a sconfinare e a superare i limiti imposti dalla Cortina di Ferro; sul fronte odierno, nonostante le sanzioni dell’Ue alla Russia e il conseguente allontanamento di Mosca dagli affari di Bruxelles, il rapporto Italia-Russia resta ferreo. Tuttavia, quest’ultimo viene anche letto come un eccessiva dipendenza dell’Italia dalle forniture russe e che rischia di scoraggiare la produzione di gas sul territorio nazionale, come denunciato dal direttore delle relazioni internazionali di Eni Lapo Pistelli: benché il territorio italiano presenti diverse potenzialità, la produzione nazionale di gas è ferma soltanto all’8% contro i 92% importati dall’estero.

 

Eastmed: tanto entusiasmo e molti dubbi

Le recenti notizie di stampa, secondo le quali Italia, Grecia e Cipro avrebbero siglato con Israele un accordo, da formalizzare entro tre mesi, per la realizzazione del gasdotto Eastmed, ha riportato l’attenzione sul progetto che dovrebbe trasportare in Italia, ed in Europa, il gas proveniente dalle nuove scoperte nel Mediterraneo orientale. Grandi speranze che, però, sembrano non fare i conti con questioni economiche e politiche, anche alla luce delle possibili (e forse più convenienti) soluzioni alternative. Molti, infatti, sembrano essersi dimenticati la lezione della mancata realizzazione del gasdotto Nabucco.

Eastmed: tanto entusiasmo e molti dubbi - Geopolitica.info edison.it

Il progetto

Il gasdotto Eastmed, che vede la partecipazione paritaria della greca DEPA e dell’italiana Edison, avrà una lunghezza di circa 1.700 km, diventando uno dei gasdotti sottomarini più lunghi e profondi al mondo, e sarà in grado di trasportare, secondo quanto dichiara il consorzio che gestisce il progetto, fino a 15 miliardi di metri cubi all’anno di gas (che realisticamente saranno, molto probabilmente, 10). Con un costo stimato di circa 7 miliardi di dollari, il gasdotto dovrebbe collegare le scoperte del Bacino del Levante con l’Italia, passando attraverso Cipro, Creta e il territorio greco.

Il sostegno dell’Unione Europea

Eastmed ha ottenuto il sostegno dell’Unione Europea, che vede nel progetto uno strumento potenziale per la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energetica, riducendo, di conseguenza, la propria dipendenza dalle forniture di gas russo. In tale ottica, quindi, Bruxelles fornirà un contributo di 100 milioni di euro per lo studio di fattibilità, dopo aver già erogato in passato circa 2 milioni di euro per i cosiddetti “Pre-FEED Studies”.

Una scarsa convenienza economica

L’entusiasmo intorno alla realizzazione di questo gasdotto si scontra però con considerazioni di natura economica. Molti sono, infatti, i dubbi circa la sostenibilità finanziaria del gasdotto. Perché se da un lato è vero che, a causa del declino della produzione domestica, l’Europa dovrà in futuro aumentare la quantità di gas importato, dall’altro lato non è detto che il vecchio continente attingerà ai giacimenti del Mediterraneo. Tutto dipenderà, alla fine, dai costi che dovranno essere sostenuti, soprattutto in assenza di eventuali sussidi ad hoc. E ad oggi, il prezzo del gas così come i costi di trasporto non risultano essere competitivi con i prezzi del mercato europeo.

Ostacoli politici (e di opportunità) alla sua realizzazione

Ma non sono solo le considerazioni economiche a poterne bloccare la realizzazione. Le tensioni geopolitiche presenti nell’area di certo non aiutano. Significativi, in tal senso, i contrasti politici tra Cipro e Grecia, due Paesi direttamente “toccati” dal gasdotto, con la Turchia spettatore (e guastatore) interessato. A ciò si aggiunga, poi, che di fatto l’unica grande scoperta oggi operativa ed in grado di cambiare lo scenario energetico europeo è il giacimento Zohr, al largo delle coste egiziane. Ma Il Cairo non è interessato allo sviluppo del gasdotto, dal momento che punta all’esportazione del gas attraverso i suoi terminali di liquefazione di Idku e Damietta, peraltro oggi fermi per mancanza di gas.

Gli effetti sull’approvvigionamento energetico

Ma serve davvero il gas trasportato dal gasdotto Eastmed? Una domanda alla quale non è possibile sottrarsi e che, forse, potrebbe mettere definitivamente la parola fine sul progetto. A livello europeo, la quantità di gas trasportata da Eastmed non sarebbe in grado di cambiare gli scenari energetici del vecchio continente. Sui 360 miliardi di metri cubi importati dall’Europa nel 2017, si capisce bene che 15 miliardi di metri cubi sono davvero un’inezia. Diverso, anche se poi di fatto non troppo, il discorso relativo all’Italia (che importa annualmente oltre 60 miliardi di metri cubi di gas all’anno), dove in effetti si aprirebbero potenzialmente interessanti scenari di diversificazione degli approvvigionamenti, soprattutto se accompagnati dalla realizzazione del gasdotto TAP. Anche qui, però si pone il problema della competitività del costo del gas rispetto a quello dei fornitori tradizionali. Senza dimenticare che il progetto prevede, come terminale del gasdotto, la città di Otranto in Puglia, una regione già scossa dalla costruzione del TAP.

Perché la visita del premier al Cremlino può fare la differenza

Grandi sono le aspettative per il vertice di domani, tra Giuseppe Conte e Vladimir Putin. Le due questioni sul tavolo sono: la stabilizzazione della Libia e le sanzioni economiche.

Perché la visita del premier al Cremlino può fare la differenza - Geopolitica.info

L’ormai perenne situazione di instabilità in Libia che impedisce una vera risoluzione della crisi migratoria non ha visto iniziative significative venire dall’Occidente. Il tentativo francese di indire nuove elezioni generali si è scontrato con il diniego del generale Haftar. Il presidente riconosciuto Serraj ha dimostrato scarsissima capacità d’azione vista la sua incapacità di controllare saldamente anche solo Tripoli e il suo aeroporto. Per unire le due anime della Libia bisogna convincere Mosca, principale sponsor del generale Haftar, tutti ricorderemo le foto scattate sulla portaerei Admiral Kutnezov a largo di Tobruk. Con una presenza sempre crescente nel Mediterraneo la stessa marina russa sta diventando sempre più importante per gli equilibri geopolitici del nostro mare.

L’altro dossier, le sanzioni alla Russia che hanno causato gravi perdite per l’Export italiano. Nonostante l’impegno del vicepremier Salvini, il luogo adatto a discutere questioni tanto rilevanti non può che essere un incontro al vertice, ancor di più se si svolgerà nella cornice del Cremlino. Non bisogna dimenticare quanto le nostre aziende siano legate alla Federazione Russa: un caso esplicativo sono le società del gruppo Leonardo, per cui proseguire le collaborazioni con le corrispettive russe in ricerca e sviluppo è fondamentale per mantenere bassi i costi e garantire la competitività del prodotto.

Conte dovrà tenere insieme le questioni puntando al massimo guadagno possibile per il nostro paese e per il governo. Un successo internazionale dell’esecutivo giallo-verde, come ottenere la partecipazione di Putin al futuro vertice di Palermo in programma per il 12 e 13 Novembre, sarebbe sufficiente a ridurre di molto l’attuale pressione sull’Italia. Inoltre la partecipazione del Presidente russo renderebbe necessaria quella dell’omologo statunitense e francese. Se questo dovesse verificarsi, Palermo diverrebbe lo scenario ideale per rilanciare il governo e soprattutto il ruolo centrale dell’Italia sia nel Mediterraneo sia nei rapporti tra Est e Ovest.

Il ministro degli esteri Enzo Moavero Milanesi è stato il primo, l’8 Ottobre, a recarsi a Mosca. Ospite dell’omologo russo Sergey Lavrov, il titolare della Farnesina, nello spirito di buoni rapporti tra Roma e Mosca, ha delineato i due temi fondamentali per gli interessi italiani: la stabilizzazione della Libia e il commercio tra i due paesi. Durante il pomeriggio ha incontrato il ministro dell’Industria e del Commercio della Federazione Russa, Denis Manturov, che ha descritto l’Italia come un partner fondamentale per il suo paese in occidente, confermandoci un ruolo di ponte tra Est e Ovest.

Il 17 ottobre è stato il turno di Matteo Salvini, in occasione dell’Assemblea annuale di Confindustria Russia. Il ministro dell’Interno pur comprendendo che le relazioni economiche internazionali del nostro paese non rientrano tra le sue funzioni ha tuonato contro le sanzioni economiche alla Russia che avrebbero danneggiato entrambi i paesi. Presentandosi come il principale interlocutore del Governo con Mosca, non ha mai nascosto la sua personale ammirazione nei confronti di Putin. Salvini ha colto così l’occasione per riportare al centro della discussione quelle sanzioni viste come una dolorosa amputazione da un pezzo della nostra imprenditoria.

Articolo apparso originariamente su Formiche

La Via per Isfahan – Nasce l’osservatorio italiano sull’Iran

Questo articolo inaugura una rubrica che si occuperà di Iran, stato che negli ultimi anni ha compiuto una significativa ascesa sul sistema internazionale, divenendo un interlocutore legittimo sul piano globale nel 2015 tramite l’accordo sul nucleare, e attore principe del grande gioco mediorientale. Una rubrica che analizzerà la postura internazionale dell’Iran e le mosse che l’establishment del paese cercheranno di mettere in atto per contrastare la strategia statunitense della nuova amministrazione Trump, che ha collocato Teheran nel novero dei paesi che minano gli interessi Usa in Medio Oriente.

La Via per Isfahan – Nasce l’osservatorio italiano sull’Iran - Geopolitica.info

Perchè una rubrica?

L’Iran dal 2015 è prepotentemente rientrato sotto l’attenzione dei media internazionali: le trattative per l’accordo sul nucleare hanno riacceso l’interesse nei confronti della Repubblica Islamica, e durante i primi mesi che hanno seguito l’accordo si è registrata un’impennata di trattazioni scientifiche sul futuro del paese. Tutti questi scenari vertevano su un’unica conclusione: un Iran sempre più integrato nel sistema internazionale, grazie alla fine delle sanzioni e all’apertura statunitense portata avanti dall’amministrazione Obama. Le previsioni erano supportate dalla maggior parte dei sondaggi americani, che prevedevano una netta vittoria della democratica Clinton in continuità con la precedente amministrazione democratica.
L’inaspettata vittoria del tycoon Donald Trump ha cambiato gli scenari.

L’Iran oggi riveste un ruolo estremamente importante all’interno delle dinamiche internazionali: la nuova amministrazione statunitense lo ha inserito a tutti gli effetti in una sorta di lista di stati canaglia 2.0.
Sin dalla campagna elettorale, volta a demolire tutto ciò che era stato fatto da Obama, Donald Trump si è scagliato più volte contro l’Iran e l’accordo sul nucleare. Accordo che il candidato repubblicano non ha esitato a bollare come uno dei peggiori firmati nella storia americana.
Inoltre la pubblicazione della National Strategy Security del 2017, primo documento strategico della nuova amministrazione Trump, ha sancito il ritorno dell’Iran nella dialettica dello “stato nemico” per gli interessi americani in Medio Oriente, al pari dell'”ideologia jihadista”, della quale secondo la NSS ’17, l’Iran è lo stato “sponsor mondiale”.
Quindi, l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dal JCPOA, annunciata lo scorso maggio da Trump, altro non è che lo scontato epilogo di una strategia politica ben chiara e definita da parte degli Stati Uniti, che puntano a ridimensionare il ruolo iraniano nella regione in favore degli storici alleati, Arabia Saudita e Israele.
Ultimo in ordine cronologico è il documento (https://www.whitehouse.gov/wp-content/uploads/2018/10/NSCT.pdf) che illustra la nuova strategia antiterrorismo degli Stati Uniti, pubblicato giovedì 4 ottobre: l’Iran viene citato ben 10 volte, sempre come stato principale nel finanziamento al terrorismo mondiale, a causa dei suoi legami con la milizia di Hezbollah, e come primario nemico per gli Usa. Una notevole differenza rispetto all’ultima strategia antiterrorismo approvata da Washington nel 2011, sotto l’amministrazione Obama, dove veniva indicata come minaccia principale Al Qaeda, mentre l’Iran era nominato una sola volta nella penultima pagina del documento.

Oltre al  ruolo di potenza revisionista dell’ordine internazionale affibbiatogli dagli Stati Uniti, Teheran rappresenta anche uno dei principali casi esemplificativi del raffreddamento dei rapporti tra le istituzioni europee e la nuova amministrazione Usa.
I principali stati europei intendono salvaguardare l’accordo sul nucleare, frutto di lunghe trattative tra le parti, e hanno mal digerito la decisione unilaterale di Trump di uscire dal JCPOA. Inoltre le nuove sanzioni varate dall’amministrazione statunitense, che colpiscono chiunque decida di far affari con Teheran, hanno provocato la perdita di importanti commesse per grandi multinazionali europee. Per questo i maggiori leader europei si sono affrettati a chiarire, all’indomani dell’uscita degli Usa dall’accordo, la volontà di salvaguardare a tutti i costi l’intesa siglata nel 2015. “Rimarremo vincolati a questo accordo”, dichiarava Angela Merkel lo scorso maggio. Macron, a margine del Consiglio di Sicurezza dell’Onu din fine settembre, ha sottolineato il “disaccordo con Trump sull’affare iraniano”, ribadendo che “l’Iran ha rispettato tutte le disposizioni previste dall’intesa sul nucleare”.
Il tono di Trump, che ha minacciato “gravi conseguenze” contro chi disattenderà le nuove sanzioni contro l’Iran (che dovrebbero entrare in vigore a inizio novembre), è sembrato un vero e proprio attacco all’Unione Europea, dopo che Federica Mogherini, alto rappresentante per la politica estera dell’UE, aveva dichiarato che l’Unione Europea “è pronta a creare uno strumento autonomo per gli scambi con Teheran”. Un’idea, quella di un’entità legale autonoma europea per salvaguardare l’accordo e la possibilità di non perdere l’interscambio commerciale con la Repubblica Islamica, che è stata ripresa spesso da diversi esponenti dei principali governi dell’Unione.
Sul rapporto con l’Iran, gli interessi tra Bruxelles e Washington sono divergenti, e Teheran punta proprio al rafforzamento delle relazioni con l’UE per proteggersi dalle future sanzioni.
Tutti i firmatari del JCPOA, esclusi gli Stati Uniti, sono favorevoli al mantenimento dell’accordo, e in questo momento la posizione statunitense sembra isolata. Non è escluso che l’obiettivo di Trump sia quello di riuscire a portare a casa un nuovo accordo bilaterale con l’Iran: un percorso che sarebbe coerente con la strategia dell’amministrazione, spinta a mollare qualsiasi approccio multilaterale che rischia di controbilanciare il peso degli Stati Uniti in un’eventuale trattativa.
Un percorso sicuramente non facile, sia per la velata ostruzione europea, che punta a salvaguardare l’accordo esistente, sia, soprattutto, per il rifiuto della controparte iraniana: il governo di Rohani ha sottolineato come la trattativa ci sia già stata, e da parte iraniana siano stati rispettati i patti stipulati. Inoltre l’ala conservatrice a Teheran ha ripreso a premere sull’attuale esecutivo, reo di essere sceso a patti con l’acerrimo nemico statunitense e, nonostante questo, di non esser riuscito a risolvere la delicata situazione economica.

Il punto di vista italiano

Il precedente governo italiano, tramite il ruolo dell’ex ministro dell’Economia Padoan, aveva stipulato un accordo con l’Iran per l’apertura di linee di credito da 5 miliardi di euro per facilitare gli investimenti delle aziende italiane nell’ex Persia. Negli anni precedenti, inoltre, erano stati raggiunti numerosi accordi con Teheran per un valore complessivo di circa 27 miliardi di euro, tra infrastrutture, ferrovie, costruzioni, petrolio, gas, energia elettrica, settore chimico e petrolchimico.
I nuovi risvolti geopolitici dovuti dall’uscita degli Stati Uniti dal JCPOA e le sanzioni statunitensi, hanno di fatto congelato la strada che l’Italia aveva preparato nel proprio rapporto bilaterale con l’Iran: e dire che nel 2017 Roma rappresentava il principale partner di Teheran in Europa, con un interscambio tra i due paesi  dal valore di circa 5 miliardi e mezzo di euro, in crescita del quasi 100% rispetto al 2016.
Anche il nuovo governo, nonostante la vicinanza con Washington esemplificata dall’ottimo rapporto che il premier Conte ha dimostrato di avere con Trump, ha sottolineato l’importanza di salvaguardare l’accordo sul nucleare: alla Farnesina sanno che l’Iran può essere un partner economico rilevante, e che l’Italia ha un canale preferenziale nel rapporto con la Repubblica Islamica. Non è un caso che, durante il viaggio a New York per partecipare all’Assemblea dell’ONU, Conte abbia incontrato il premier iraniano Rohani, esprimendo la volontà del governo di mantenere gli accordi presi. Rohani si è dichiarato soddisfatto dell’incontro, e fiducioso sul solido rapporto con i paesi europei.
L’Italia ha l’opportunità di essere il mediatore tra l’Europa e Stati Uniti su diverse tematiche che riguardano il Mediterraneo e il Medio Oriente, e l’Iran può essere una di queste.

Il  nome della rubrica

La Via per Isfahan è un romanzo storico che racconta la vita di Ibn Sina, conosciuto in Occidente con il nome di Avicenna. Filosofo, fisico, matematico e medico persiano, ha vissuto a cavallo dell’anno mille in una Persia sotto il dominio arabo, girando in lungo e in largo tra deserti e corti disseminando il suo sapere. Il suo Canone della Medicina è stato il punto di riferimento dell’attività medica anche in Europa fino al 1700.
La rubrica riprende il nome di questo libro, che racchiude le straordinarie avventure di una delle più note figure dell’antica Persia: come i mille saperi trattati e le mille città toccate dal protagonista, l’Osservatorio sull’Iran si promette di affrontare a 360 gradi il discorso sulla “nuova Persia”, offrendo una narrazione plurale tramite il contributo di diversi autori ed esperti. La postura internazionale e il ruolo nella regione, la geopolitica e le strategie militari, la delicata situazione economica. Senza dimenticare gli aspetti culturali di uno degli stati con una delle società civili più giovani e attive del Medio Oriente: non a caso nel 2020 l’Iran sarà il paese ospite del Salone Internazionale del Libro, grande manifestazione che si svolge annualmente a Torino.