Archivio Tag: Italia

L’Europa resta divisa su Huawei. Perché anche l’Italia dovrebbe nutrire dubbi.

Anche in Italia si insinua il dubbio sul provider cinese Huawei. Fin’ora a parlarne in modo critico è stato solo il quotidiano La Stampa, subito smentito in una nota dal MISE. Il Governo italiano  sbaglia a non dedicare la giusta attenzione al caso che da mesi sta interessando le agenzie di intelligence occidentali, preoccupate che Huawei possa rappresentare una minaccia alla sicurezza occidentale.

L’Europa resta divisa su Huawei. Perché anche l’Italia dovrebbe nutrire dubbi. - Geopolitica.info

Secondo il MISE, Ministero dello Sviluppo Economico non ci sono le prove oggi che la sicurezza nazionale possa essere messa in discussione, né per quanto riguarda la partecipazione di Huawei né di ZTE, l’altra azienda di tecnologia cinese, in vista dell’adozione del 5G in Italia. Secondo il MISE l’utilizzo di Huawei al momento non è considerato rischioso ma voci del Ministero della Difesa e degli Esteri sosterrebbero il contrario. Un caso che necessiterebbe una adeguata discussione a livello governativo e parlamentare.

L’azienda cinese Huawei in Italia è già in gran parte presente sul territorio nazionale, dal momento che si è già aggiudicata la fornitura dei sistemi di monitoraggio O&M (Operations and Maintenance di Open Fiber azienda leader nella fibra ottica, per mezzo del quale gestirà e monitorerà la rete di almeno dieci città italiane. Dal 2014 ha avviato poli di innovazione tecnologica a Roma, Milano, Torino e in Sardegna, su tecnologie chiave con un certo numero di università italiane: Padova, Pavia, Trento, Perugia, Bologna e il Politecnico di Milano. Ha instaurato rapporti a lungo termine con tutti i principali operatori in Italia, tra cui Telecom Italia, Vodafone, Wind-3 e Fastweb. ZTE, altra azienda cinese nel mirino delle agenzie di intelligence per la sicurezza occidentali, è già provider di sviluppo di Wind-3 ed è impegnata nella realizzazione delle reti 5G. Se di esclusione dovesse trattarsi, implicherebbe una decisione collegiale di disimpegno, presa dal Governo, con conseguenze economiche rilevanti. Una decisione tuttavia possibile attraverso l’esercizio dei poteri speciali esercitabili (secondo decreto-legge 15 marzo 2012) nei settori della difesa e della sicurezza nazionale.

Come spesso accade il dibattito arriva con un consistente ritardo ma è lecito sollevare preoccupazioni riguardo alla salvaguardia degli assetti proprietari delle società operanti in settori reputati strategici e di interesse nazionale. Le agenzie di intelligence statunitensi hanno messo in guardia l’Europa dai possibili rischi legati alle attività di spionaggio cinese attraverso infrastrutture sensibili come quelle internet di nuova generazione.  Risale ad agosto, un disegno di legge firmato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump che vieta al governo degli Stati Uniti di utilizzare apparecchiature Huawei. Ad oggi anche l’Australia e la Nuova Zelanda hanno bandito Huawei dalla costruzione delle reti 5G, a causa dei suoi possibili legami diretti con Pechino.

Le agenzie europee si sono mostrate concordi sulle preoccupazioni: pochi giorni fa il servizio di sicurezza norvegese PST ha lanciato un avvertimento sul gigante cinese, i cui legami con il Governo troppo poco liberale di Pechino risultano tali da sollevare serie considerazioni. “Bisogna stare attenti agli stretti legami tra un attore commerciale come Huawei e il regime cinese”, ha detto il capo dell’intelligence nazionale norvegese PST, Benedicte Bjornland, presentando un rapporto di valutazione del rischio nazionale per 2019. “Un attore come Huawei potrebbe essere soggetto ad influenza dal suo paese d’origine fino a quando la Cina avrà una legge sull’intelligence che impone a privati, enti e società di cooperare con la Cina”, ha affermato.

Nel 2017 la Cina infatti ha approvato una nuova legge sull’intelligence investendo, dopo un insolito breve giro di discussioni, di ulteriori poteri le agenzie di sicurezza cinesi, non solo all’interno ma anche all’esterno della Cina, verso gruppi stranieri e persone che presumibilmente danneggerebbero la sicurezza nazionale. La legge permette alle autorità deputate alla sicurezza cinese, solide basi legali per monitorare e indagare individui e organismi sia stranieri che nazionali –  dichiara Reuter, in un’intensificazione della sorveglianza statale oltre confine. Secondo la legge, i veicoli, i dispositivi di comunicazione e persino gli immobili, come gli edifici, possono essere usati o sequestrati dalle autorità durante la raccolta di informazioni.

In Europa la Polonia è l’unico paese che si è detto favorevole a limitare l’uso dei prodotti della compagnia cinese da parte di enti pubblici in seguito ad una grave accusa di spionaggio e all’arresto di un dipendente di Huawei. Il ministro degli affari interni, Joachim Brudzinski, ha invitato l’Unione europea e la NATO a lavorare su una posizione comune per escludere Huawei dai loro mercati.

In Germania la cancelliera Angela Merkel ha escluso un divieto assoluto contro il fornitore cinese per la gara sul 5G di Marzo, il ministro dell’Economia Peter Altmaier ha segnalato che qualsiasi restrizione legata al passaggio della Germania alla tecnologia di prossima generazione non implicherà il targeting di società specifiche, ma piuttosto una comune legislazione che sottoponga tutti i potenziali fornitori di servizi a standard di sicurezza rigorosi. Eppure le agenzie di sicurezza tedesche hanno votato all’unanimità a gennaio per il divieto. Il dilemma tedesco si gioca probabilmente in seguito alle dichiarazioni dell’influente associazione dell’industria BDI che il 6 febbraio scorso avvertiva che una tale mossa avrebbe indotto Pechino a rappresaglia contro le aziende tedesche in Cina. Anche in Francia, il senato ha appena respinto una proposta di legge volta a rafforzare i controlli sulle apparecchiature di telecomunicazione Huawei, ma solamente perché, come diversi senatori hanno sottolineato, il governo non ha offerto loro il tempo sufficiente per discutere adeguatamente la questione, che hanno riconosciuto come cruciale e strategica. Lo sviluppo futuro della tecnologia mobile di quinta generazione ha sollevato preoccupazioni in Francia, poiché due dei principali operatori di telecomunicazioni della Francia, Bouygues Telecom e Gruppo SFR di Altice Europe, stanno già utilizzando le apparecchiature Huawei per la loro rete.

Il Regno Unito vive ore decisive, con il termometro politico che si surriscalda attorno al ruolo di Huawei nel paese, gli operatori di telefonia mobile attendono una decisione del governo in merito alla possibilità di continuare a operare con il provider cinese: come riporta la BBC i principali operatori inglesi sono a conoscenza della necessità di tenere Huawei al di fuori dalle parti più sensibili delle reti, ma un divieto generalizzato sarebbe un disastro per il lancio del 5G nel Regno Unito, perché considerata una tecnologia vitale.

A quanto pare le resistenze europee sono soprattuto economiche, laddove già numerosi operatori hanno avviato con Huawei partnership e iniziative congiunte, stesse motivazioni che portano presumibilmente l’Italia a respingere l’ipotesi di una messa al bando dell’azienda cinese.  Alcuni analisti hanno suggerito che vietare Huawei potrebbe un vuoto che nessun altro operatore è in grado riempire tempestivamente, e potrebbe compromettere le implementazioni 5G in tutto il mondo. Ma il dilemma di sicurezza sollevato dalle agenzie di intelligence e in alcuni casi dai governi europei non può e non deve restare lettera morta, ed è auspicabile che si continui a parlarne nelle giuste sedi, ne va del futuro della nostra sicurezza.

 

Venezuela: intervista all’Onorevole Delmastro
Intervista di Giangiacomo Calovini all’Onorevole Delmastro sulla situazione in Venezuela.

Venezuela: intervista all’Onorevole Delmastro - Geopolitica.info

Onorevole Delmastro quanto accade in Venezuela in queste ore è al centro dell’attenzione in ogni parte del mondo ma il declino di questo paese è iniziato da molto tempo. Come mai se ne parla solo adesso?

L’iperinflazione, la corruzione governativa e l’assoluta mancanza di una politica industriale sono tra le cause originarie di questa tragedia; inoltre la ricchezza petrolifera è stata utilizzata solo in termini di redistribuzione senza mai immaginare un progetto industriale che potesse aiutare il paese e di certo anche le sanzioni degli Stati Uniti hanno accelerato il processo. In ogni caso il mainstream di una parte del Parlamento italiano ha steso una cortina di fumo sul fallimento dell’ennesimo esperimento di socialismo economico e poco o nulla si sapeva delle sanguinarie violazioni dei diritti umani che hanno condotto all’esodo forzato più di 2.000.000 di Venezuelani.
L’Europa nelle ultime ore ha mostrato più coraggio allineandosi alle posizioni del nord e sud America? E’ un passaggio obbligato anche se tardivo?
 
L’Europa ha emesso l’ennesimo ruggito del coniglio. La posizione può sintetizzarsi così: nessun riconoscimento delle elezioni farsa di Maduro, appoggio all’ Assemblea Nazionale e al leader Guaidó, invocazione di libere elezioni, ma incredibilmente nessun riconoscimento di Guaidó quale Presidente ad interim. Ancora una volta l’Europa si tiene una porta aperta e la sua diplomazia è sempre felpata. Ci sono però momenti in cui il cerchiobottismo Europeo non è altro che l’incapacità di salire sul treno della storia.
Cina e Russia si ostinano a difendere Maduro parlando di ingerenze da parte degli USA? Non le pare un po’ paradossale detto da due paesi che di certo non si limitano ad intervenire negli equilibri di altre nazioni?
Pechino e Mosca sono tra i paesi più interventisti del mondo e talvolta non è di certo un danno. Se Putin non fosse intervenuto oggi l’integralismo islamico, indirettamente agevolato dall’Occidente, governerebbe probabilmente la Siria, aprendo scenari inquietanti per la sicurezza Europea. Il diritto all’autodeterminazione dei popoli con la logica della violazione dei rapporti di forza in campo o l’interventismo in nome di diritti inviolabili e umani utilizzati a corrente alternata non sono altro che espedienti per giustificare una posizione o la sua opposta. La Russia ha interessi geostrategici, militari e economici in Venezuela punto!

La frattura tra USA e CINA è sempre più insanabile e quale scenario ci aspetta?
La frattura tra Cina e America è difficile immaginare quale scenario ci riserverà in futuro. Certo è che tale fattura ha determinato la fine della globalizzazione e forse anche la fine del libero mercato. Dazi, protezionismo, difesa della industria nazionale sono i temi dell’agenda Trump in materia economica. Non so se Trump abbia trovato le risposte giuste per le grandi sfide economiche poste dalla Cina ma va riconosciuto che ne ha compreso la gravità e questo è già tantissimo. Sino ad oggi l’Occidente intero si cullava nella convinzione che saremmo diventati una economia di servizi mentre la Cina con piani industriali quinquennali ha mirato a smontare le nostre capacità imprenditoriali, parzialmente riuscendoci. Trump ha compreso la “dichiarazione di guerra industriale” e ha colto come un paese non può sopravvivere con un’ economia di servizi. La risposta è quella giusta? Non so, la storia si incaricherà di dircelo. Certo è finita la politica dello struzzo e l’intervento dello Stato nella difesa della produzione nazionale è l’unica risposta all’altezza del pericolosissimo mix di dirigismo, capitalismo e pianificazione industriale orientale. Si aprono tempi e scenari interessanti.

Lei è stato tra i primi a prendere posizione sulla vicenda Venezuelana a nome del suo partito chiedendo il riconoscimento di Guaidò ma il Governo nicchia. Come mai e che giudizio da all’ Esecutivo di Conte in Politica Estera?
Anche sul Venezuela l’Italia paga la frattura ideologica e politica tra i due azionisti di Governo. Un Esecutivo che nasce da un contratto è già un Governo che ammette l’esistenza di interessi contrapposti. Evidentemente la vita e la politica si incaricano di introdurre imprevisti e allora scoppiano le contraddizioni. Sul Venezuela la Lega sembra intenzionata a non farla passare liscia al sanguinario dittatore Maduro e sembra voler intervenire al fianco della nostra comunità nazionale ma il movimento penta stellato sembra collocarsi agli antipodi. In Commissione Esteri il grillino Cabras ha elogiato la grande, avanzata e libera democrazia di Maduro e ascoltandolo mi sembrava di essere su un altro pianeta. I colleghi della Lega erano in imbarazzo, ma alla fine hanno chiesto il rinvio della mia risoluzione che chiedeva il riconoscimento di Guaidó. Ma non è la prima volta che questo accade. Sulle sanzioni alla Russia la Lega pensa una cosa e il M5S l’esatto opposto: tragicamente siamo andati in Europa a votarle e confermarle contro tutte le promesse di Salvini in campagna elettorale. Sulla politica estera l’Italia oscillerà spaventosamente tra posizioni grilline e leghiste cosicché ancora una volta la posizione dell’Italia è terribilmente inesistente. Ricordo a tutti che in Venezuela c’e una enorme comunità nazionale di italiani, stremati, impauriti, affamati che urlano libertà e ci vogliono al loro fianco. Sarebbe criminale lasciarli attendere una posizione chiara dell’esecutivo che pare talvolta scegliere con il lancio della monetina.
L’Italia punti sul Mediterraneo orientale

Nell’attesa di una distensione dei rapporti tra Roma e il convoglio a guida franco-tedesca, l’Italia potrebbe concentrarsi sul fronte sud-est puntando su un settore di cruciale importanza: quello del gas naturale

L’Italia punti sul Mediterraneo orientale - Geopolitica.info Cyprus Daily

L’East Med Gas Forum rappresenta un passo decisivo per rafforzare la cooperazione tra paesi vicini geograficamente e che, al contempo, condividono un obiettivo importante: investire nel gas naturale. Il 14 e 15 gennaio esponenti dei governi da Egitto, Italia, Ue, Cipro, Israele, Giordania nonché Mohamed Mustafa, consigliere economico del presidente palestinese Mahmoud Abbas, si sono incontrati al Cairo con l’obiettivo di mettere le basi per accelerare le relazioni nel settore energetico tra i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Le potenzialità del gas naturale fanno gola agli attori regionali ma non solo. Allargando l’obiettivo anche l’Ue nel 2015 ha indicato la costruzione del gasdotto EastMed come Project of Common Interest. L’Egitto scommette che la sua posizione strategica a cavallo del Canale di Suez, ponte di terra tra l’Asia e l’Africa, e le sue infrastrutture ben sviluppate, tra cui una vasta rete di condotte e due impianti di liquefazione del gas, contribuiranno a trasformarlo in un centro energetico di distribuzione per i paesi della regione e non solo. La scoperta dei giacimenti di Zohr e Nour a largo delle coste egiziane grazie alle doti esplorative di Eni e altre scoperte minori nelle acque cipriote e israeliane hanno proiettato l’Egitto verso il ruolo di esportatore di gas naturale. In questo contesto l’Italia deve cercare di diversificare le proprie fonti energetiche perché Algeria e Libia nei prossimi anni aumenteranno considerevolmente il consumo interno di energia riducendo notevolmente la loro capacità di esportazione.

In Italia il Trattato di Aquisgrana è stato accolto come un campanello d’allarme da coloro che sono consapevoli dell’amicizia e delle convergenze che contraddistinguono il rapporto tra Francia e Germania e che, in generale, temono un salto di livello nei rapporti tra Parigi e Berlino che li porti a intrattenere qualcosa più simile a una relazione che a un’amicizia. Nell’attesa di una distensione dei rapporti tra Roma e il convoglio a guida franco-tedesca, l’Italia potrebbe concentrarsi sul fronte sud-est puntando su un settore di cruciale importanza. Il settore dell’energia sta attraversando anni decisivi che vedono un ruolo sempre più cruciale per il gas naturale, che secondo le stime dell’International Energy Agency entro il 2040 rappresenterà, dopo il petrolio, la seconda fonte energetica per consumo con un aumento della domanda globale pari al 45%, superando così il carbone. Questa risorsa è quindi candidata a rappresentare la fonte energetica più utilizzata durante la transizione mondiale che vedrà un progressivo abbandono dei combustibili fossili per favorire la ricerca e lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili e sostenibili.

Per ora l’Unione europea è il più grande importatore di gas ma anche l’Asia giocherà un ruolo da protagonista. Solo in Cina, secondo le stime, nei prossimi decenni ci sarà un aumento della domanda per il gas naturale che toccherà l’80%, rendendo Pechino il più grande importatore di gas dopo l’Unione europea. La diversificazione energetica è prioritaria e sarebbe opportuno disporre di diverse opzioni. In questo contesto all’interno dei confini italiani si parla poco del progetto del gasdotto EastMed che nel 2015, col supporto dei governi italiano, greco e cipriota è stato indicato come Project of Common Interest dalla Commissione europea. Un progetto che prevede la costruzione di 1900km di gasdotto che colleghi le risorse del Mediterraneo orientale a Grecia, Creta, Cipro e Italia. Il ruolo di Eni nel Mediterraneo ha rafforzato le previsioni secondo cui il gas naturale prodotto dai campi di Tamar e Leviathan di Israele, Zohr dell’Egitto e Afrodite di Cipro meridionale potrebbe diventare una fonte alternativa di approvvigionamento per l’Ue, proiettando l’Italia verso il ruolo di hub energetico.

Intanto la Germania, redarguita dagli Stati Uniti di Donald Trump per il prolungamento del gasdotto NordStream con la Russia, apre il mercato europeo al gas d’oltreoceano. Pochi mesi fa sulle pagine del quotidiano tedesco Bild il vice segretario per l’Energia Dan Brouilette  ha affermato che “il gas naturale liquefatto degli Stati Uniti sta arrivando in Germania.” E che “la domanda non è se, ma quando.” In Italia attualmente produciamo solo l’8% del nostro fabbisogno di gas, il 40% lo importiamo dalla Russia, il 25% dall’Algeria, il 6% dalla Libia e il 10% nel sistema diviso tra l’Olanda e il Mare del Nord, mentre un altro 11% lo prendiamo dal Qatar, che è uno dei maggiori esportatori di gnl nel mondo. La nostra posizione nel Mediterraneo offre uno scenario in cui l’Italia può pensare di proporsi come ponte energetico tra i paesi in via di sviluppo e l’Europa settentrionale, pensando al contempo al continuo processo di diversificazione – già a buon punto – della nostra rete di approvvigionamento. Per pensare di poter realizzare lo scenario che vede il nostro Paese come un hub fondamentale per il passaggio di gas naturale in Europa, però, bisogna superare l’ostacolo tutto italiano della mania di dire “no” a grandi progetti infrastrutturali: senza il continuo ammodernamento dei gasdotti e la costruzione di quelli considerati strategici per il futuro dell’Italia non si andrà da nessuna parte mentre, ad approfittarne, sarà qualcun altro.

Aquisgrana 2019: Francia e Germania oltre l’Unione Europea

Esattamente a 56 anni dall’”Accordo dell’Eliseo” stipulato il 22 gennaio 1963, Emmanuel Macron e Angela Merkel rinnovano e rinforzano l’asse franco-tedesco, ma a differenza dell’accordo tra De Gaulle e Adenauer, l’attuale ha connotati e caratteristiche ben diverse, dovute al contesto odierno: i due Paesi hanno creato e sono il motore d’Europa e la minaccia sovietica è svanita da anni. Quello attuale è un trattato di cooperazione che spazia dall’economia alla difesa e il nemico ideologico attuale da combattere insieme è il sovranismo.

Aquisgrana 2019: Francia e Germania oltre l’Unione Europea - Geopolitica.info ANSA/AP Photo/Michael Sohn

Ma cosa tratta il nuovo accordo franco-tedesco?
In primis i leader dei due Paesi hanno deciso di confrontarsi preventivamente in vista delle più importanti riunioni a livello europeo in modo tale da assumere posizioni condivise su temi di primaria importanza come difesa e sicurezza comune, Macron si è sempre detto favorevole alla creazione di un “esercito europeo”, e nel contesto mondiale attuale, dominato da potenze come Stati Uniti, Cina e Russia, l’Europa
deve trovare una sua dimensione non solo sociale, politica ed economica ma anche militare. Sappiamo bene però che questa opzione non è gradita né al presidente Trump né alla NATO.
Sul piano militare l’accordo va ben oltre il contesto comunitario e prevede una clausola bilaterale di solidarietà in caso di aggressione, e ciò vale anche per gli attentati terroristici.
Merkel e Macron hanno inoltre posto le basi per aprire la strada alla Germania per ottenere un seggio permanente alle Nazioni Unite. Proprio quest’ultima decisione ha creato più d’uno scontento a livello non solo europeo ma anche globale (Italia e Russia in primis).
Importante novità sul piano storico è la volontà, promossa da Parigi, di creare una zona franca sul confine tra i due Paesi (proprio il confine franco-tedesco, lungo ben 451 Km, fu più volte oggetto del contendere tra Francia e Germania), che con l’aumento degli scambi commerciali e l’inserimento del bilinguismo dovrebbe aumentare la cooperazione e la coesione tra i due Stati. Proprio quest’ultima proposta è contestata dalle rispettive formazioni nazionalistiche sia a Parigi (da Rassemblement National, l’ex “Front National”) sia a Berlino (qui invece a contestare l’accordo è l’AfD).

Quali i significati politici dell’accordo?
Innanzitutto l’accordo è un chiaro segnale di unità e coesione dell’asse franco-tedesco: Francia e Germania, alla luce della Brexit, vogliono “dare l’esempio”, mostrando come attraverso un percorso con obiettivi comuni si possa costruire un’Europa sempre più unita e forte (vedi la volontà di creare un esercito europeo), e di come quest’ultima debba essere l’unica soluzione per affrontare, insieme, le sfide globali.
Chiaro è il monito ai governi sovranisti che oggi più spaventano Bruxelles, è lo stesso Macron a dire che “Il nuovo Trattato franco-tedesco è la comune risposta al rafforzamento del populismo e del nazionalismo”.
Si può dare comunque un’altra interpretazione all’accordo del 22 gennaio: Berlino e Parigi hanno deciso di mostrare i muscoli (in vista delle future elezioni europee di maggio) e porre le basi per un’eventuale Europa “a due velocità”, lanciando un monito a quei Paesi ostili ad entrare nell’unione monetaria o che attualmente stanno vivendo un momento di forte euroscetticismo.
E l’Italia? Certo l’alternanza di governi più o meno favorevoli all’attuale asset europeo non ci aiuta. Il governo attuale pone una riga di rottura rispetto ai precedenti in materia di politiche europee. Semplicemente la nostra classe politica deve disegnare insieme una strategia ben definita e decidere se riavvicinarsi all’asse franco-tedesco tornando al centro del progetto europeo oppure andare oltre, cercare alleanze (anche innaturali) sia con eventuali governi “euroscettici” sia con i Paesi del “Gruppo di Visegrad” (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria) per impostare una nuova visione della “casa comune europea”.

Obiettivi & Strategie, la gerarchia della logica

Nella gestione della politica industriale, che si tratti di un intero sistema o anche solo di una singola azienda, il fondamento di un buon piano è la chiarezza degli obiettivi che, in punto di logica, devono essere definiti in via prioritaria. Non si tratta di un esercizio facile e scontato. Gli obiettivi che un’organizzazione si pone devono essere chiari, misurabili, compatibili con le risorse finanziarie,  utili al bene di quell’organizzazione e realistici con riferimento allo scenario in cui si agisce.

Obiettivi & Strategie, la gerarchia della logica - Geopolitica.info Photo credit: airlines470 on Visualhunt / CC BY-SA

Le strategie per perseguire gli obiettivi sono un esercizio certo più gratificante perché ammettono il ricorso alla creatività e alla fantasia. La natura umana propende alla gratificazione e le organizzazioni investono piacevolmente energie, tempo e danaro nell’elaborazione delle strategie. Talvolta fino al paradosso di invertire la logica e creare strategie per le quali ricercare solo successivamente gli obiettivi.  Nella cultura industriale degli ultimi quarant’anni, poi, le strategie societarie e finanziarie hanno acquisito una funzione nobilitante rispetto a quelle, ritenute più umili, che si occupano di commerciale e produzione. La situazione di Alitalia, che sembra riacquistare vigore nell’attenzione mediatica, appare, come già in passato, fortemente marcata dal sovvertimento della gerarchia della logica.

Il pubblico dibattito è affollato e meticoloso sulle alchimie societarie e ognuno si affanna a descrivere ipotesi di combinazioni ardite di pacchetti societari. La configurazione tipica disegna immancabilmente formazioni composte, con varia ponderazione, dal soggetto pubblico, soggetti finanziari, soggetti industriali nazionali e, immancabile, il socio tecnico rappresentato da una compagnia aerea straniera. L’obiettivo strategico dichiarato è quello di dotare l’Italia di una compagnia aerea nazionale di dimensioni sufficienti a garantire la fluida logistica dei passeggeri e delle merci al servizio di un’industria turistica e di un’industria produttiva distribuite sul territorio in modalità parcellizzata che non ha pari in altri sistemi nazionali comparabili. L’anello logico carente è l’analisi di compatibilità tra questo macro obiettivo di sistema e gli obiettivi di ogni singolo socio potenziale che la fantasia di analisti e commentatori ipotizza sedersi al tavolo della società Alitalia, araba fenice che all’esito di ogni fallimento, tre negli ultimi undici anni, vuole risorgere a nuova vita.

La formazione della squadra societaria che va per la maggiore, nell’edizione 2019 del piano di rinascita, sembra composta dal soggetto pubblico, Ministero dell’Economia, per il quale si ipotizza una sorta di golden share finalizzata a garantire la salvaguardia dell’obiettivo strategico di sistema, le Ferrovie nazionali con l’obiettivo di promuovere l’intermodalità dei trasporti, altri soggetti industriali nazionali, ENI e Poste, per i quali non sembra ancora chiarito l’obiettivo dell’investimento e, immancabile, la compagnia straniera, Lufthansa o Air France-Delta cui, come nelle squadre di calcio degli anni ’80, si riserva il ruolo del campione di importazione cui richiedere carisma e goal a gogò. Il punto più critico delle analisi di moda è proprio il grado di coerenza tra l’obiettivo del socio straniero e quello del soggetto pubblico.

Air France-Delta e Lufthansa hanno legittimamente obiettivi propri incompatibili con quello sistemico che si vorrebbe affidare ad Alitalia edizione 2019. Alcuni esempi, l’accordo quadrilaterale sul Nord Atlantico che stabilisce un regime di oligopolio con quote di produzione concordate e immodificabili da ogni singolo partecipante senza l’assenso degli altri. Alitalia dovrebbe espandere le sue attività in quel settore e né Air France-Delta, né Lufthansa hanno interesse a che ciò avvenga. Il promettente mercato delle destinazioni asiatiche: Alitalia dovrebbe crescere su quelle rotte, ma ciò vorrebbe dire incrinare i portentosi sistemi di collezione di quei traffici sugli aeroporti di Francoforte e Amsterdam e né Lufthansa, né Air France-Delta hanno interesse a che ciò avvenga. I rilevanti bacini delle città secondarie italiane, oltre Roma e Milano, per le quali intermodalità e qualità dei servizi sono una necessità, ma che oggi contribuiscono ad alimentare ogni altro aeroporto hub europeo, Francoforte, Parigi, Amsterdam, Londra, Vienna, Zurigo, Berlino, Bruxelles. Né Lufthansa, né Air France-Delta hanno interesse a che ciò avvenga. L’acquisto di aeromobili, funzionale agli scopi industriali del sistema nazionale. Alitalia, e l’Italia, ne avrebbero bisogno, ma né Lufthansa, né Air France-Delta hanno interesse a che ciò avvenga. Quale potrebbe essere allora il collante tra gli obiettivi di sistema italiani e quelli del socio tecnico straniero in presenza di così rilevanti contraddizioni? Per quale motivo la competenza presunta di Air France-Delta o quella di Lufthansa, nell’assunto che tale competenza sia geneticamente assente in Italia, dovrebbe essere messa al servizio della rinascita di Alitalia se tale rinascita presenta così numerosi contrasti con gli interessi di quelle potenze del trasporto aereo? In punto di logica ci sarebbe un solo collante capace di rimediare a quelle contraddizioni, l’aspettativa di un guadagno economico talmente elevato da almeno compensare le potenziali perdite che quelle potenze registrerebbero nei conti di casa propria. E’ possibile che il piano di rinascita di Alitalia, nell’edizione 2019, sia capace di generare in tempi realistici guadagni finanziari tanto rilevanti per tutti i soci? Questa è stata la puerile illusione del 2009 per i capitani coraggiosi in compagnia dei soci tecnici Air One ed Air France e così è stato nel 2014 per quegli stessi capitani in compagnia del socio tecnico Etihad. In entrambi i casi l’illusione si è dolorosamente infranta contro la dura realtà del trasporto aereo, business ad altissima intensità di capitale, imprescindibile dallo spessore delle competenze tecniche interne all’organizzazione e ad essa leali, con ritorni che si misurano in archi temporali pluridecennali e benefici di breve apprezzabili solo attraverso il metro delle economie esterne. Ma può darsi che la fenice Alitalia del 2019 sovverta l’aurea regola mondiale del trasporto aereo e realizzi la scolastica formula del profitto che, nei piani dei consulenti, immancabilmente ha la sua epifania al terzo anno di un piano quinquennale disegnato in power point sulla carta. Se ciò non fosse vero, spetta allora all’attuale proprietà della stressata Alitalia decidere se liquidare definitivamente l’azienda, affidando il trasporto alle valide reti delle compagnie low cost già presenti in Italia per i voli punto a punto e a quelle, altrettanto valide, delle megacompagnie europee per i voli di lungo raggio oppure, chiariti per bene gli obiettivi della rinascita, elaborare strategie effettivamente coerenti con questi. Nel primo caso si andrà incontro in futuro ad un inevitabile perdita di competitività del sistema industriale nazionale e un certo qual degrado della vita degli italiani, per cui ogni azione di spostamento sarà più faticosa e costosa, ma non letale. Nel secondo caso si affronterà un duro percorso di impegno finanziario e morale per l’obiettivo incerto, ma non irrealistico, della competitività e della qualità della vita della nazione.

La Supercoppa italiana e l’accordo con l’Arabia Saudita

C’è davvero molto su cui ragionare in merito alle polemiche degli ultimi giorni legate all’impossibilità, da parte della popolazione femminile, di poter partecipare alla finale di Supercoppa italiana tra Milan e Juventus, che si svolgerà in Arabia Saudita il prossimo 16 gennaio.

La  Supercoppa italiana e l’accordo con l’Arabia Saudita - Geopolitica.info La Stampa

Il panorama politico italiano da destra a sinistra, accortosi dell’accordo sottoscritto dalla Lega Italiana che riceverà più di 20 milioni di euro per far disputare tre partite sul suolo saudita, ha chiesto l’annullamento del match o quanto meno la sostanziale modifica organizzativa che possa permettere alle donne sole e appassionate di sport (quelle accompagnate dai mariti possono parteciparvi, ma solo in determinate zone) di poter sedere sulle tribune del King Abdullah Sports City Stadium a Gedda.

Come è noto a tutti, se non agli sprovveduti, l’Arabia Saudita non è particolarmente incline ai ripensamenti e le concessioni nei confronti del gentil sesso non arrivano dal cielo con particolare facilità. Pensare che la Lega Italiana non fosse a conoscenza della cosa è ridicolo ma, d’altra parte, “pecunia non olet” e per un calcio come il nostro -non particolarmente appetibile- pare sia meglio sacrificare il celebre “segno rosso” dalla faccia di tutti i calciatori sostenitori dei diritti femminili, pur di accaparrarsi qualche decina di milioni di euro.

Lo scandalo in realtà è che ci si scandalizzi. L’Arabia Saudita è un partner commerciale di primo livello per l’Italia e che i giornalisti scomodi vengano uccisi e fatti a pezzi nelle proprie sedi diplomatiche non sembra aver mai scosso nessuno fino in fondo. Secondo i dati ufficiali del ministero per lo Sviluppo Economico nel 2017 abbiamo esportato verso i Paesi del Golfo più di venti mila milioni di euro e, nella fattispecie, lo stato saudita ha comprato dall’Italia 3,9 miliardi di euro, una cifra di certo non secondaria. Abbiamo venduto principalmente cibo, vino, mobili, elettronica e armi, la quale cosa non è di certo un particolare segreto. Anzi. Il punto è, però, che tutti questi prodotti, che solo la manifattura italiana è in grado di produrre, li esportiamo, in ogni parte del mondo e, talvolta, proprio quei paesi in cui il rispetto dei diritti umani è più che discutibile, sono i nostri principali acquirenti. Pensiamo ad esempio a ciò che accade in India dove le donne, o meglio le bambine, in giovane età sono obbligate a contrarre in matrimonio uomini adulti scelti dai genitori. Discorso medesimo sarebbe da fare riferendosi alla Cina che giusto pochi giorni fa ha annunciato con preoccupante serenità l’intenzione di conquistare una giovane e compiuta democrazia come Taiwan. La stessa Cina, giusto ricordarlo, che non concede democratiche elezioni, che non permette la divulgazione della religione cristiana e che nega il diritto di esistere al popolo tibetano. Ma le cose per cui scandalizzarsi sarebbero molte altre. I prossimi mondiali di calcio del 2022 si svolgeranno nel Qatar che da qualche anno è considerato uno dei più grandi sponsor del terrorismo islamico nel mondo; lo stesso Paese che, dopo essersi aggiudicato l’assegnazione della competizione calcistica, ha “importato” manovalanza orientale per costruire le infrastrutture a costi irrisori e con condizioni lavorative vicine alla schiavitù.

Il clamore per il prossimo match è quindi ipocrita? Assolutamente no. Nessuno può ergersi giudice tanto da poter condannare un’imprenditore che decide di vendere il suo Franciacorta in un paese arabo, così come nessuno può sentenziare contro quell’azienda che dà lavoro grazie ad una commessa saudita. Ma una partita di calcio tra alcune delle più grandi squadre italiane è un patrimonio che dovremmo pensare bene se svendere per una manciata di milioni di euro. È una parte di noi, della nostra società e della nostra storia che da sempre ha diviso ma ancor di più unito il paese. Pensare di guardarla in uno stadio infinitamente lontano da noi, dove le donne sono confinate come animali in un angolo, è il più grande autogoal che il calcio italiano possa fare. Ed allora il rosso sulle guance dei calciatori dovrà essere per la vergogna.