Archivio Tag: Italia

“Mi chiede come superare questi egoismi ed avere una vera integrazione europea? C’è bisogno di una rivoluzione culturale, in Italia come in Europa”. L’intervista a Della Valle (M5S).

Il tempo per i dibattiti è ormai agli sgoccioli: si conclude oggi la campagna elettorale per le prossime elezioni europee. Domenica il voto. Dopo avervi presentato le interviste fatte a  Giuliano Pisapia (PD), Vincenzo Sofo (Lega) e Aldo Patriciello (Forza Italia), vi proponiamo ora l’ultima intervista al candidato Danilo della Valle del Movimento 5 Stelle.

“Mi chiede come superare questi egoismi ed avere una vera integrazione europea? C’è bisogno di una rivoluzione culturale, in Italia come in Europa”. L’intervista a Della Valle (M5S). - Geopolitica.info

I partiti populisti risultano essere al centro del dibattito europeo. Anche i mass media, inoltre, sembrano continuare a polarizzare lo scontro tra populisti ed europeisti in seno alle prossime elezioni. Ma tutti i partititi definiti populisti sono euroscettici? Ed in quale misura?

A me lo scontro proposto dai giornali tra “europeisti” e “sovranisti” non appassiona. Mi spiego: per me ciò che conta sono i fatti e i fatti ci dicono che sia gli alleati sedicenti europeisti del PD che i cosiddetti sovranisti alleati di Salvini proteggono un sistema economico neoliberista che basa tutto sulla stabilizzazione dei prezzi e austerità, senza mai tener conto dei bisogni delle persone e dei diritti sociali. Il M5S vuole scardinare in Europa questo finto scontro per portare al centro del progetto dell’Unione le persone. Noi saremo dunque la “terza via” rispetto a questo teatrino che vede contrapposte due forza che sono fatti della stessa sostanza, anche se indossano maschere diverse.

Per quanto riguarda il termine “euroscettico”, bisogna definirlo bene. Se vuol dire mettere in discussione l’Unione Europea così com’è e volerla cambiare, allora possiamo definirci euroscettici. Ma il M5S non vuole assolutamente distruggere o cancellare ciò che c’è di buono fatto fin qui. Riteniamo invece che se non si cambi la base economica su cui si fonda l’Unione, mettendo al centro i diritti sociali ed economici, questa potrebbe implodere. E non sarà di certo colpa dei partiti euroscettici, semmai questi ne saranno la conseguenza.

La questione della gestione dei flussi migratori è tra i cavalli di battaglia del Governo Lega-5 Stelle. Nel corso degli ultimi anni si è cercato di trovare diverse soluzioni a livello europeo. Quale sarà la strategia che l’Italia potrà mettere in atto per un maggior controllo sull’immigrazione irregolare, alla luce dei vincoli internazionali ed europei sugli sbarchi?

Il M5S lo ha detto e lo ha ripetuto, così come ha fatto il Presidente Conte a Bruxelles: i confini dell’Italia devono essere i confini dell’Europa. Non è possibile avere un’Europa che c’è solo quando si parla di vincoli di bilancio o di tagli ai servizi dedicati ai cittadini. Se un’Europa esiste, deve essere basata sulla solidarietà, ed è quindi giusto che anche per quanto riguarda il problema migratorio si agisca insieme. Voglio però precisare che la ripartizione dei migranti e la lotta all’immigrazione clandestina può essere una risposta solo a breve termine. Nel lungo periodo bisogna stipulare accordi, anche di cooperazione internazionale, con i Paesi da cui provengono queste persone. Bisogna innanzitutto che alcuni Paesi europei, e tra questi non vi è l’Italia, la smettano di sfruttare i Paesi africani, altrimenti parliamo del nulla. In più, bisogna pensare, come Unione Europea, ad un piano unico di supporto allo sviluppo per l’Africa. L’immigrazione è un problema sistemico e chi pensa di risolverlo bloccando semplicemente gli sbarchi dice ovviamente il falso.

Sempre rispetto alla questione della gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo, già con il Governo Renzi e poi con quello Gentiloni si è cercato di stabile rapporti bilaterali con gli Stati di provenienza dei migranti. Per questo risulta tutt’oggi fondamentale una stabilizzazione della Libia ai fini di un maggior controllo sulle frontiere per i flussi provenienti dall’Africa centrale. Qual è la posizione del Movimento 5 Stelle? Quali soluzioni verranno presentate a Bruxelles?

Come le anticipavo prima, sebbene la diplomazia bilaterale sia estremamente importante, è ora che l’UE si assuma le proprie responsabilità anche in questo senso e metta in atto finalmente quel multilateralismo su cui si basa il progetto europeo. Per risolvere un problema che, come dicevo poc’anzi, è sistemico qual è l’immigrazione, c’è bisogno di coesione e di agire come Unione Europea in ogni singolo Paese africano per lavorare insieme alla stabilizzazione politica e sociale in quei paesi e ovviamente anche allo sviluppo economico degli stessi. Se le due cose non vanno di pari passo, non ci potrà essere un reale obiettivo. Forse vi stupirò, ma gli unici veri europeisti siamo noi del M5S e non persone come Macron che si dice europeista e poi si comporta in maniera più sovranista dei “sovranisti”. In più, non è un mistero che Paesi come la Francia continuino ancora oggi ad avere atteggiamenti neocoloniali verso molti paesi in via di sviluppo dell’Africa. Questo sicuramente non aiuta.

Il cambiamento climatico è tra i temi più sensibili e sentiti di queste elezioni. In seguito all’uscita degli Stati Uniti dal Trattato di Parigi, i trattati internazionali sull’ambiente sembrano perdere forza e credibilità. Quali strade seguirà il Movimento 5 Stelle a Bruxelles?

Come ben sa il M5S considera la tutela dell’Ambiente uno dei punti più importanti per poter realmente cambiare il nostro Paese ed il nostro Pianeta. Questa sfida però, più di quelle precedenti, richiede coesione e purtroppo non basta neanche solo a livello europeo. L’Europa pertanto non solo deve essere coesa al suo interno acché si rispettino gli Accordi di Parigi (e che anzi si vada oltre), ma deve necessariamente anche fare da traino nel Mondo intero, convincendo le due superpotenze USA e Cina ad intraprendere una strada più netta e decisa in questo senso. Perché quando sarà troppo tardi, non si potrà risolvere il problema mettendo un dazio sul CO2.

Si è parlato spesso negli ultimi anni di deficit democratico a livello di istituzioni europee. Considerato il potere di Consiglio e Commissione, qual è il ruolo che secondo lei il Parlamento europeo, unica istituzione democraticamente eletta, dovrebbe svolgere?

A mio avviso il Parlamento Europeo dovrebbe avere più poteri, essendo l’unica istituzione democraticamente eletta. Lei sa quanto sia importante per noi la partecipazione e la democrazia, non a caso puntiamo a creare un gruppo europeo che sia a favore della democrazia diretta e dal basso. Chiaramente per dare più poteri al Parlamento Europeo, c’è bisogno che tutti i paesi siano d’accordo. E la storia ci dice che non è stata l’Italia a non volerlo questo, ma altri paesi che sono sempre stati nazionalisti, anche se si definiscono “europeisti”. Del resto, oggi esistono i sovranisti a parole, ma i sovranisti veri sono sempre esistiti da De Gaulle ad oggi.

L’Unione Europea mira ad avere un rapporto coordinato con la Cina rispetto ai rapporti commerciali e alle prospettive delle Nuova Via della Seta con gli Stati europei. L’Italia ha scelto però di muoversi isolatamente rispetto ai principali Stati membri, allineandosi con i paesi del centro-est Europa. Quali saranno le mosse future con Pechino?

Non si tratta di allineamento, è una questione di opportunità. La Nuova Via della Seta è un progetto ambizioso che può dare tanto alle nostre imprese. La Cina è un grande mercato oggi e sarebbe miope far finta che questa non esista o peggio ancora considerarla a prescindere in maniera negativa. L’Italia si trova in una posizione strategica dal punto di vista geografico ed è dunque ovvio che i cinesi siano interessati acché l’Italia faccia parte di questo ambizioso progetto. Il Memorandum sottoscritto dal governo italiano, oltre a non essere vincolante, non ha ancora in sé i dettagli di questo accordo, dunque tutti gli allarmi ascoltati dalle opposizioni in questi mesi sono insensati. Il M5S e il governo pensano al benessere degli italiani, delle nostre imprese e dei nostri lavoratori. Se ci sono delle nuove opportunità, perché non sfruttarle? Mi sembra che anche gli altri Paesi europei facciano lo stesso…

Spesso il principio di solidarietà a livello europeo viene considerato come un principio morale invece che come un principio vincolante inserito nei trattati. Perché secondo lei la solidarietà europea è venuta a mancare, si pensi al tema dell’immigrazione? E come questo principio che ha contraddistinto l’integrazione europea nella sua evoluzione storica può essere ristabilito?

Io non credo che sia “venuto a mancare”, credo che quel Principio sia da sempre rimasto solo sulla carta. Vede, spesso nei trattati internazionali (così come nelle leggi nazionali) bellissime norme di principio scritte in maniera vaga risultano essere in concreto assolutamente inutili. Il principio di solidarietà viene ahimè sbandierato da tutti, ma attuato da pochi. Mi chiede come superare questi egoismi ed avere una vera integrazione europea? C’è bisogno di una rivoluzione culturale, in Italia come in Europa. Lei mi dirà che “non sarà facile”. Infatti, il M5S non ha mai detto che lo è, eppure è l’unico modo che abbiamo per cambiare davvero. Senza una vera rivoluzione culturale, non ci sarà mai cambiamento a livello politico. E questo vale anche in Europa.

 

 

 

 

 

 

“In Europa vogliamo portare concretezza d’agire”. Il punto di vista di Giuliano Pisapia, candidato alle europee del Partito Democratico

A pochi giorni dalle elezioni del Parlamento europeo, abbiamo intervistato Giuliano Pisapia, candidato capolista per la lista PD-Siamo Europei per il Nord-Ovest, che ci ha spiegato il suo punto di vista su alcune questioni chiave del dibattito italiano ed europeo.

“In Europa vogliamo portare concretezza d’agire”. Il punto di vista di Giuliano Pisapia, candidato alle europee del Partito Democratico - Geopolitica.info Fonte: Vita.it

Secondo le ultime proiezioni del Parlamento Europeo, popolari e socialisti sarebbero in calo mentre crescono i dati per l’ondata populista. Nel caso in cui non si riuscisse a creare una maggioranza unendo i seggi di popolari e socialisti, che risultato e che Unione europea si prospettano?

Le forze euroscettiche e anti-immigrazione non sfonderanno. La maggioranza dei cittadini europei non è sovranista ed è convinta che l’appartenenza all’Unione abbia giovato i propri Paesi. Questa convinzione si tradurrà in un voto che premierà una maggioranza europeista al Parlamento Europeo.

Mancando una maggioranza assoluta, al Parlamento Europeo le coalizioni di voto sono sempre a geometria variabile. Quello che conta, insomma, non è tanto il colore politico di una proposta ma i contenuti. Una differenza sostanziale rispetto al Parlamento italiano  che rende l’Euro-camera un organo realmente deliberativo che di volta in volta considera i progetti legislativi nel merito a prescindere da chi li propone. A Bruxelles, la dinamica sminuente dei decreti di governo è materia sconosciuta. Parimenti, i parlamentari europei rifuggono dalla violenta dialettica governo-opposizione favorendo appunto i contenuti.

Insomma, in Europa si predilige il fare rispetto al dire. Non mi riferisco ai compromessi bassi, fatti in nome di poltrone e potere inteso come fine e non come mezzo, ma alle mediazioni alte, che riflettono la concretezza dell’agire.

Il PD, il PSE e Siamo Europei guarderanno ai Verdi, a Sinistra, e al gruppo che riunirà liberali e En Marche al centro. Mi aspetto che i liberali, dopo essersi appiattiti sulle posizioni ultra-liberiste delle delegazioni nordiche e orientali, si riposizioneranno verso la sinistra dell’emiciclo per effetto delle nuove leve francesi, più attente alle ingiustizie sociali e agli effetti collaterali della globalizzazione.

Il PSE nella prossima legislatura sarà determinante per l’approvazione di qualsiasi testo. Il PPE, infatti, non potrà più contare sulla stampella dei conservatori. I tory, a causa della Brexit, avranno un ruolo marginale lasciando il gruppo conservatore in balia dell’ultra-destra polacca, incompatibile con i valori di un centro-destra popolare ed europeista.

Noi ci presentiamo con un’identità e dei valori chiari. In parlamento cercheremo di trovare mediazioni alte, mantenendo il dialogo con le altre forze europeiste e progressiste. Sulla scia di quanto ho fatto a Milano quando ero Sindaco, son certo che troveremo di volta in volta le soluzioni comuni migliori per tutelare il bene comune, accelerare il processo di integrazione e rafforzare il principio di equità.

Mi riferisco in particolare a un’alleanza programmatica sui temi che stanno più a cuore agli elettori: lavoro, giustizia fiscale, sociale e ambientale, e integrazione. Elaborare una piattaforma su questi temi non svilisce i nostri principi ma al contrario li rinforza proiettandoli nella legislazione europea.

Spesso il principio di solidarietà a livello europeo viene considerato come un principio morale invece che come un principio vincolante inserito nei trattati. Perché secondo lei la solidarietà europea è venuta a mancare, si pensi al tema dell’immigrazione? E come questo principio che ha contraddistinto l’integrazione europea nella sua evoluzione storica può essere ristabilito?

Il principio di solidarietà ed equa ripartizione delle responsabilità è sancito dall’Articolo 80 del Trattato sul Funzionamento dell’UE (TFUE). Altrimenti conosciuto come il Trattato di Lisbona, esso costituisce la legge suprema dell’Ue. Mi risulta, quindi, impossibile non considerare uno dei suoi principi fondamentali, la solidarietà, come vincolante. Il problema è alla radice. La solidarietà prevale come principio morale non vincolante sui temi ove la competenza europea è limitata. L’Unione Europea perde quando prevalgono le egoistiche dinamiche inter-governative del Consiglio sull’interesse comune che anima trattati e Parlamento.

Nel lungo periodo, si dovrà quindi riconoscere nei fatti la legittimità di cui il Parlamento, in quanto organo rappresentativo di 500 milioni di cittadini europei, già oggi gode. Non solo, sarà fondamentale superare il principio di unanimità che vige per le decisioni nel Consiglio UE, ove i rappresentanti di un solo Stato, piccolo o grande che sia, possono bloccare riforme volute dal resto dei 27 Stati membri. Infine, la costituente europea.

Ma dobbiamo stare molto attenti. E’ giusto sognare ma per farlo dobbiamo tenere i piedi ben saldi a terra. Dobbiamo, quindi, sfruttare tutti gli spazi previsti dai trattati per procedere sulla strada dell’integrazione sapendo che una modifica degli stessi è un traguardo quanto mai ambizioso.

Per farlo, dobbiamo accettare l’idea di un’Europa a più velocità che esiste già nei fatti. I Paesi che vogliono maggiore integrazione devono poter procedere e, una volta fatto, potranno essere seguiti da tutti gli altri. Lo dimostra l’Euro, inizialmente introdotto in undici Paesi, oggi diventati diciotto e con la maggioranza degli altri con valute nazionali legate alla moneta comune per evitare inflazione ed eccessive fluttuazioni.

Da dove partire? Sicuramente dal superamento del Trattato di Dublino che tramite il principio del Paese di primo approdo affida la gestione esclusiva dei flussi migratori ai Paesi che confinano con il Mediteranno, confini non più nazionali ma europei.

Per riformare Dublino dovremo isolare gli egoismi nazionalisti degli alleati di Salvini, Kurz, Orban in primis. Deve essere chiaro che per godere dei benefici di una comunità, come i fondi europei che hanno promosso la rinascita dell’economia ungherese dopo la caduta del muro, se ne devono accettare i valori, la solidarietà in primis, e condividerne le difficoltà. Il testo votato a grande maggioranza dal Parlamento, nonostante il no di Lega e M5S è un’ottima base di partenza per rilanciare i negoziati con i Paesi membri.

I nazionalisti sono contrari perché privare l’Unione dei mezzi necessari a rispondere alle grandi crisi di questo secolo gli fa gioco. Addossare le colpe all’Europa, magari non partecipando nemmeno alle riunioni sul Trattato di Dublino, crea consenso elettorale a un costo altissimo: l’implosione interna del progetto comunitario.

Si è parlato spesso negli ultimi anni di deficit democratico a livello di istituzioni europee. Considerato il potere di Consiglio e Commissione, qual è il ruolo che secondo lei il Parlamento europeo, unica istituzione democraticamente eletta, dovrebbe svolgere?

E’ necessario aumentare le competenze del Parlamento europeo.

Il Parlamento è formalmente co-legislatore sin dal Trattato di Lisbona, eppure nei fatti molte competenze rimangono ben salde nelle mani del Consiglio, ove all’interesse comune europeo spesso prevalgono gli egoismi nazionali.

Ciò che ne consegue è l’immagine di un’Europa incapace di agire per il bene dei propri cittadini, quando di fatto sono i singoli Governi a tradire il processo di integrazione europea.

È ora di passare ai fatti: superiamo l’unanimità del Consiglio e rendiamo il Parlamento reale co-legislatore, riconoscendogli la legittimità che gli spetta.

Parlare di deficit democratico è tuttavia esagerato. E’ vero, il Parlamento è l’unica istituzione europea eletta direttamente ma la Commissione deve riceverne la fiducia, come accade in Italia per il governo, e in Consiglio siedono i governi democraticamente eletti negli Stati membri, responsabili di fronte ai loro parlamenti nazionali. E’ comodo parlare di deficit democratico per addossare ad altri le scelte che i governi nazionali prendono in sede europea. “E’ colpa dell’Europa” ci sentiamo sempre ripetere. Bene, è una notizia falsa: le decisioni prese in Europa, una volta approvate dal Parlamento Europeo, devono legalmente essere avvallate anche dagli stessi governi che ne scaricano la responsabilità su Bruxelles. Il deficit democratico risiede nelle pratiche che sviliscono i parlamenti nazionali che, a colpi di decreti legge, hanno visto il loro ruolo sminuito e nei governi che, completamente deresponsabilizzati, non riferiscono in aula sulle scelte assunte a Bruxelles.

Forse per la prima volta il dibattito interno italiano in vista delle elezioni vede confrontarsi due diverse visioni dell’Unione europea. Secondo la sua visione, tra Brexit, asse franco-tedesco, l’Europa francese di Macron e la Spagna socialista di Sanchez, che ruolo dovrebbe ritagliarsi l’Italia nelle dinamiche decisionali dell’UE?

Grazie agli attacchi ai nostri alleati storici, all’assenza completa alle riunioni in cui vengono prese decisioni vitali per il nostro Paese, e ai messaggi contradditori inviati ai nostri diplomatici dalle due diverse anime del governo, l’Italia è completamente assente in Europa. I nostri interessi non vengono tutelati. I negoziati sono sempre stati difficili ma l’Italia, al momento, è completamente esclusa dai giochi.

Per usare una similitudine calcistica, una volta confrontandoci con Germania, Francia, e Spagna giocavamo in serie A. Ora siamo rilegati alla lega amatori con compagni di squadra del calibro dell’Ungheria di Orban.

Il nostro primo obiettivo è quindi tornare a contare. Essere partecipi e uniti nel rappresentare l’interesse comune italiano perché, oggi, rimarremmo esclusi da un’Europa a più velocità che persegue il sogno federalista.

Non amo parlare di dinamiche intergovernative, come dell’asse franco-tedesco o del gruppo di Visegrad, perché credo che esse non considerino a sufficienza l’interesse comune. Una volta eletti i parlamentari europei non rappresentano solo gli elettori che li hanno votati, i lombardi, i piemontesi, gli italiani o gli iscritti a un particolare partito ma tutti i 500 milioni di cittadini europei.

Per concludere, il nostro obiettivo è tornare in Europa con fermezza, identità, e competenza laddove l’assenza del nostro Paese ha spinto gli altri a prendere decisioni a nome nostro. Insomma, dobbiamo tornare a contare.

Con la vittoria di Zingaretti il Partito Democratico sembra aver preso una “nuova” direzione. Quanto e in cosa questo PD sarà diverso dal PD renziano a livello europeo? E come il nuovo PD potrà contribuire al rafforzamento di un’Europa sociale che possa contrastare i populismi?

Bisogna guardare al presente e al futuro, non al passato. Nicola Zingaretti ha dimostrato di voler guidare un Partito Democratico più inclusivo, fortemente aperto al dialogo con la società civile e con personalità esterne al partito. Penso al medico di Lampedusa Pietro Bartolo o all’ex Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti.

Nel PD guidato da Zingaretti vedo la meravigliosa esperienza di Milano durante i miei anni da sindaco, anni in cui siamo riusciti a coinvolgere attivamente le diverse anime della città per costruire assieme una Milano più bella, più competitiva e più europea. In Europa vogliamo portare concretezza d’agire e quello spirito laborioso e unitario che, tramite mediazioni alte, è riuscito a rilanciare Milano.

Per rilanciare il ruolo italiano in Europa dovremo privilegiare il fare lavorando congiuntamente a tutti i livelli istituzionali mettendo da parte la dialettica politica e favorendo l’unità. Solo coordinandoci riusciremo insieme a raggiungere l’obiettivo che ci siamo preposti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’interesse nazionale italiano non punta verso Visegrad

Viktor Orban e Matteo Salvini sono stati ritratti sorridenti, fianco a fianco, nel corso della visita guidata al muro di separazione eretto tra Ungheria e Serbia offerta dal Primo ministro di Budapest al Ministro dell’Interno italiano. Dal villaggio di Roeszke, in conferenza stampa, i toni delle dichiarazioni dei due leader, tuttavia, sono risultate abbastanza diverse.

L’interesse nazionale italiano non punta verso Visegrad - Geopolitica.info Fonte: Eastwest.eu

Salvini, affascinato dalla barriera eretta dall’alleato magiaro, ha usato toni estremamente duri: “Se la sinistra continuasse a governare in Europa – attacca il leader della Lega – avremmo un califfato islamico. Io ai miei figli un’Europa così non la voglio lasciare. Faccio tutto quello che è nelle mie possibilità per evitare questa triste fine al continente europeo”. Più pragmatico Orban: “Ci sono dei punti importanti su cui concordo con Salvini. Il primo è il nostro amore per la patria, e la fiducia nel fatto che senza forti Stati-nazione non può esserci un’Europa forte”, ha spiegato il premier magiaro. “Dobbiamo proteggere le frontiere del continente contro l’invasione dei migranti, e apprezziamo il lavoro fatto dal ministro italiano sul mare, come noi siamo riusciti a bloccare i flussi via terra. Il successo di Salvini in quest’ottica va nell’interesse nazionale dell’Ungheria“.

Se non nell’interesse dell’Ungheria tout court, sicuramente in direzione della posizione dell’attuale governo ungherese. Al contrario non si può dire che, considerando le dinamiche strategiche dell’Europa odierna, l’Ungheria di Orban possa essere l’alleato ideale per riequilibrare un’Europa in cui l’Italia è oggi all’inseguimento della coppia franco-tedesca. Così come risulta difficile, ampliando il campo di veduta, immaginare una convergenza netta tra l’Italia e il Gruppo di Visegrad dei Paesi dell’Est (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia). Diversi i contesti, diverse le dinamiche in cui Roma e le nazioni ex comuniste sono coinvolte.

Stiamo parlando di due “Europe” che a loro modo sono rimaste trascurate o sottostimate nel dibattito sullo sviluppo dell’Unione e gli scenari di lungo termine di un’Europa che si configura come uno Stato confederale ma è fatta di Stati nazionali che si muovono nel contesto internazionale indipendentemente uno dall’altro. Da un lato, l’Europa mediterranea, aggredita dall’austerità e penalizzata dal primo ventennio dell’euro, che nell’Italia ha il suo centro geografico e storico. Dall’altro, la “Terza Europa”, che è da noi ritenuta “orientale” ma ama pensarsi centrale nel continente per ragioni storiche, strategiche e geopolitiche.

Una centralità che Viktor Orban è stato sicuramente in grado di ottenere. Leader di un Paese che ha un sesto degli abitanti e meno di un decimo del Pil dell’Italia, ha garantito all’Ungheria centralità in numerosi tavoli europei e alla sua formazione conservatrice il ruolo di ago della bilancia tra popolari e sovranisti nel futuro Europarlamento. Sia il suo esecutivo che quello italiano remano in controtendenza rispetto agli indirizzi della Commissione di Bruxelles.  Ma la comune alterità al tradizionale asse franco-tedesco non è condizione sufficiente per immaginare una convergenza completa. Le divergenze non mancano, e sono strutturalmente difficili da sanare.

Visegrad non capisce la dimensione mediterranea dell’Europa

Partiamo dal tema mediaticamente più seguito, quello dei migranti. L’Ungheria e i Paesi Visegrad, esauritasi la rotta balcanica e senza accessi su quel Mediterraneo che rappresenta la principale rotta d’accesso dei rifugiati, fanno la voce grossa sulla chiusura a tutti i costi di porti e confini. Retoricamente e politicamente, dunque, Orban non sbaglia a sottolineare come con le sue azioni Salvini abbia a più riprese fatto l’interesse di Budapest. Il problema è l’assoluta mancanza di corrispondenza. L’Italia può e deve far valere i suoi interessi nazionali e le sue priorità nel fronteggiare l’emergenza migratoria, ma ci riuscirà solo se supererà un equivoco fondamentale: guardare la questione da un punto di vista eccessivamente “continentale”, come fanno tanto l’Ungheria e i suoi alleati (che dalla chiusura ermetica beneficerebbero politicamente) quanto la Francia e la Germania (che propongono politiche di selezione dell’immigrazione che farebbero ricadere su di noi l’onere della gestione emergenziale più ancora che in passato).

Il nostro primario interesse è ricordare che l’Europa, da Jerez a Nicosia, ha una fondamentale proiezione mediterranea e che proprio nel Mediterraneo la crisi va affrontata, non solo perché nelle sue acque abbiamo la vera frontiera meridionale del continente ma anche perché un cambio di prospettiva può essere fondamentale. In primo luogo, per rendersi conto degli eccessivi oneri che da troppi anni competono all’Italia. In secondo luogo, per percepire crisi politica del Mediterraneo, instabilità africana e flussi migratori come fenomeni integrati, sovrapposti e che è impossibile gestire separatamente. Alla stabilizzazione dell’estero vicino dell’Italia Visegrad non può assolutamente contribuire: l’amicizia di Orban ci sarebbe forse moralmente di conforto in caso di esodo di massa da una Libia devastata dalla guerra ma non porterebbe alcun aiuto pratico alla risoluzione di problemi di così ampia portata.

Sull’economia Italia e Visegrad sono distanti

Ma non sono solo i migranti a dividere in prospettiva Roma e le capitali dell’Est. Anche in tema di economia le direttrici puntano verso obiettivi diversi. Nello scorso novembre Orban si è unito al coro dei governanti europei nel chiedere all’Italia una riduzione del deficit della manovra finanziaria: ritenere i Paesi di Visegrad un alleato chiave per superare la linea del rigore e dell’austerità è a dir poco fuorviante. Sotto il profilo geoeconomico Visegrad è divenuta un’appendice della Germania, Paese alla cui catena del valore si è agganciata la manifattura dei quattro Paesi. “La delocalizzazione produttiva tedesca in questi Paesi ha assunto in effetti negli anni connotati simili a quelli dello stabilimento delle maquilladoras statunitensi in Messico”, ha scritto Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni Internazionali alla Cattolica di Milano, sul numero di Formiche di dicembre 2018. “L’asse tra Berlino e Visegrad non sembrerebbe minacciato neanche dalle divergenza tra i governi del gruppo e l’esecutivo della Merkel”, perché le delocalizzazioni tedesche sono considerate da entrambe le parti asset troppo importanti perché una delle due parti vi rinunci.

I Paesi Visegrad sono saldamente ancorati al mercato tedesco: la sola Ungheria di Orban, riporta Il Sole 24 Ore, vede il 27,5% delle sue esportazioni dirette verso la Germania e da quest’ultima provenire il 31% dello stock di investimenti interni. L’unica nazione che può rappresentare una voce parzialmente dissonante, in questo campo, è la Polonia, che grazie alla linea pro-welfare e interventista in economia dei conservatori del PiS attualmente al governo e a causa del suo potenziale politico ed economico maggiore rispetto ai partner di Visegrad è meno vincolata a Berlino e, infatti, rappresenta il cavallo di battaglia degli Stati Uniti di Trump in Europa Orientale.

In definitiva, oltre i sorrisi a uso e consumo dei media e le dichiarazioni di stima politica reciproca, la trasformazione dell’amicizia Orban-Salvini in alleanza politica a tutto campo è difficile. Da un lato, perché il differente schieramento in campo comunitario può facilitare, ma non necessariamente garantire, una convergenza nell’elezione delle cariche europee dopo il voto di maggio. Dall’altro, perché le agende di Italia e Ungheria hanno notevoli divergenze. L’interesse nazionale italiano non punta con decisione verso Visegrad: e questa è una realtà con cui, prima o poi, Salvini dovrà fare i conti.

 

Gli occhi della Cina sul porto di Trieste

Pochi giorni dopo la visita di Stato in cui Xi Jinping ha portato a casa l’assenso italiano alla Belt And Road Initiative (BRI) tra le polemiche degli alleati, anche il Lussemburgo ha firmato un simile memorandum d’intesa, diventando il secondo paese fondatore dell’UE a riconoscere la nuova visione del mondo secondo Pechino. Anche in questo caso la scelta è motivata da mire economiche piuttosto che strategiche, il granducato è un hub finanziario perfetto per le imprese cinesi. La “fame” di investimenti e la mancanza di una strategia comunitaria permettono alla Cina di conquistare sempre più spazio in Europa, un rapporto profondamente asimmetrico che potrebbe ridisegnare gli assetti continentali.

Gli occhi della Cina sul porto di Trieste - Geopolitica.info Le connessioni intermodali del porto di Trieste secondo la Trieste Marine Terminal http://www.trieste-marine-terminal.com/en/rail-connections

Per molti la nuova postura cinese, così smaccatamente assertiva, è una sorpresa. Mentre in Europa si guardava in maniera ossessiva alla figura di Vladimir Putin e della sua grande Russia, in Cina iniziava la terza rivoluzione dopo quella di Mao Tse Tung nel 1949 e di Deng Xiaoping alla fine degli anni settanta: una rivoluzione che ha il volto e il carisma di Xi Jinping. In patria il presidente cinese ha concentrato su di sé il potere, e dato alla politica estera della repubblica popolare una  svolta decisa, quasi imperiale. Pechino adesso si considera una potenza ineluttabile e vuole dimostrarlo al mondo. Con la rivoluzione di Xi si chiude definitivamente l’epoca di Deng in cui l’impetuosa crescita economica era accompagnata da un rassicurante (ma calcolato) basso profilo.

La BRI è l’orizzonte geopolitico di questa terza rivoluzione, con essa Pechino punta a cambiare gli assetti internazionali e tornare a essere il centro del mondo. Nella cornice della BRI l’Italia interessa soprattutto per il porto di Trieste, l’idea è farlo diventare un hub logistico del Mediterraneo connesso alla Mitteleuropa. Entro la fine dell’anno – o al più tardi all’inizio del 2020 – a Trieste nascerà un nuovo terminal a sud del porto attuale, a poca distanza dal confine con la Slovenia. Già tra qualche mese un’azienda cinese dovrebbe iniziare a usarlo. Vale la pena soffermarsi sul potenziamento del porto di Trieste per rendersi conto dell’impatto fortemente asimmetrico della Cina in Europa.

Oggi i porti più grandi dell’Europa sono quelli di Rotterdam, Anversa e Amburgo (il c.d. Nordrange o Northern Range), porte di accesso all’heartland industriale dell’Unione Europea. Il ruolo di Trieste, se pur in crescita, è ancora marginale per via di un secolo di decadenza dovuto agli esiti dei due conflitti mondiali. L’interesse cinese per il porto del nord-est italiano potrebbe segnare una svolta è accelerare una tendenza già in atto: l’espansione e lo spostamento verso est dell’industrializzazione europea. Con il crollo della cortina di ferro le industrie occidentali hanno esteso la propria catena del valore verso est, con la Germania – in particolare la Baviera – a fare da polo d’attrazione di una fitta rete di industrie che va dalla Polonia all’Ungheria e continua a estendersi arrivando fino alla Romania. Anche l’Austria e ha un ruolo importante nella definizione del nuovo spazio geo-economico, contribuendo a costituire una nuova regione altamente industrializzata corrispondente grosso modo all’ex territorio dell’Impero Asburgico. Questa evoluzione sta anche rendendo meno importanti le regioni industrializzate del Nord Italia. È in questo contesto che per Trieste si presenta la possibilità di tornare a essere uno dei porti più importanti del continente.

Il capoluogo del Friuli-Venezia Giulia è in una posizione ottimale per accogliere navi provenienti dal Mar Nero, dal Canale di Suez e dal Nordafrica. Se consideriamo anche gli investimenti cinesi in Africa, non è difficile immaginare Trieste come terminale di un fitto network di infrastrutture che connette i paesi mitteleuropei al Mediterraneo “cinese” della nuova via della seta marittima.

La distanza tra Monaco di Baviera da Trieste è circa la metà rispetto al porto di Amburgo. Secondo un calcolo del prof. Joost Hintjens dell’Università di Anversa, passando per Trieste i tempi di spedizione Shanghai–Monaco verrebbero ridotti di 10 giorni (da 43 a 33), quelli Hong Kong–Monaco di 9 giorni (da 37 a 28). Nel momento in cui la Cina inizierà a spedire (e a farsi spedire) le merci a/da Trieste, i porti del Nordrange perderanno quote di mercato.

Il presidente dell’Autorità portuale di Trieste, Zeno D’Agostino, giustamente è entusiaste delle opportunità che si aprono per la sua città e ci tiene a dichiarare che «il porto non sarà controllato da Pechino» (cosa che invece accade nel porto greco del Pireo), ma questo non basta. Immaginando la BRI realizzata e completamente operativa, la Cina potrà decidere a piacimento quali hub sfruttare di più e quali di meno. Oltre a Trieste, a connettersi con la Mitteleuropa c’è il già citato porto del Pireo (attraverso i Balcani). Poi c’è la via della seta terrestre, con la linea ferroviaria Chongqing-Xinjiang-Europe Railway a collegare la costa industrializzata cinese a Duisburg, e da lì al resto d’Europa. Senza contare la possibilità di usare la rotta artica, per ora marginale ma nella visione cinese parte integrante della BRI.

Potenzialmente quindi, la Cina potrebbe ridisegnare la geografia industriale d’Europa in base ai suoi interessi economici e strategici dando più o meno importanza a determinati poli industriali e logistici, senza che i paesi europei possano rendersi parte attiva perché privi di potere negoziale. Per Pechino sta diventando molto semplice inserirsi nelle divisioni nazionali degli Stati membri dell’UE, costantemente in competizione tra loro per accaparrarsi investimenti e quote di mercato ma uniti in un sistema comunitario che permette ai cinesi di influenzare le politiche del blocco facendo pressione su alcuni singoli stati più in difficoltà, come recentemente accaduto con Grecia e Portogallo. La Cina guarda all’Europa come una sola entità geopolitica e trova nelle contraddizioni e divisioni interne la principale risorsa negoziale. Al momento gli Stati membri non riescono a trovare una posizione comune nemmeno sulle infrastrutture 5G di Huawei, né sulla creazione di giganti industriali europei da contrapporre a quelli cinesi protetti da Pechino. L’approccio continua a essere solo ed esclusivamente economicistico.

Oggi più che mai l’UE ha bisogno di strumenti per gestire la propria conflittualità politica ed economica, e trovare il modo di far convivere la necessità di una maggiore integrazione con l’altrettanta necessaria volontà di mantenere la dignità nazionale. Le premesse non sono buone, gli Stati europei vogliono recuperare sovranità, non cederla in funzione di una visione strategica continentale. Senza trovare una soluzione al dilemma tra sovranità nazionale e strategia continentale l’Europa resterà una potenza economica e un nano (geo)politico, fino a quando smetterà anche di essere una potenza economica.

 

Le connessioni intermodali del porto di Trieste secondo la Trieste Marine Terminal
http://www.trieste-marine-terminal.com/en/rail-connections

Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di)

[…] Con specifico riferimento al Mediterraneo, Berlusconi decise di migliorare le relazioni bilaterali con la Libia puntando sulla normaliz­zazione dei rapporti con Muhammar Gheddafi il quale, grazie agli sfor­zi diplomatici del Regno Unito di Tony Blair, da “cane pazzo del Me­dio Oriente”, stava diventando un interlocutore, se non propriamente affidabile, certamente meno minaccioso.

Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di) - Geopolitica.info

La scelta di normalizzare i rapporti con la Libia, superan­do gli ultimi attriti prodotti dal passato coloniale, veniva collegata con­cettualmente alle garanzie di sicurezza di Israele. Supportare Gheddafi significava da un lato sfruttare la stabilizzazione delle relazioni tra i due paesi come volano per la penetrazione nell’Africa subsahariana, dall’al­tro legittimare uno dei principali avversari della Lega Araba, dell’A­rabia Saudita e del Qatar. Finché il fronte arabo rimaneva spaccato al suo interno, Israele poteva perseguire una diplomazia di cauti accordi bilaterali e assicurare la propria posizione nella regione. […]

Il 10 febbraio 2004, durante un bilaterale a Tripoli, il colonnello confidò a Berlusconi di aver pau­ra di “fare la fine di Saddam Hussein”, catturato dagli americani il 13 dicembre 2003 poco fuori Tikrit. Fu questo evento, oltre alle pressioni provenienti dal secondogenito Saif al-Islam, dal capo del Mukhabarat, Moussa Koussa, e da un certo fermento interno al regime, a convincere il ra’is a rinunciare definitivamente ad ogni velleità nucleare e ad accet­tare la proposta di Blair di smantellare la tecnologia in suo possesso. In cambio, la Libia fu tolta dalla lista nera degli Stati Uniti e le sanzioni economiche revocate. Mentre Gheddafi invitava tecnici americani a su­pervisionare lo smantellamento delle centrifughe nucleari, Saif al-Islam si intratteneva in una serie di colloqui riservati a Londra con l’MI6 bri­tannico e la CIA, fornendo informazioni su al-Qa’eda.

Sebbene il Colonnello avesse optato per una politica di apertura, l’Italia paradossalmente finì per restarne schiacciata. L’anti-italianismo faceva parte dell’arsenale retorico di Gheddafi dal 1969 ma, in un con­testo di isolamento ed embargo, intrattenere rapporti più o meno stret­ti con Roma era necessario a sopravvivere. Tuttavia, venute meno tali condizioni, la retorica anti-italiana poteva essere utilizzata senza il ti­more che questo potesse causare danni all’economia libica in quanto, tra 2003 e 2010, la Libia divenne una sorta di Klondike del Nord Africa. Nonostante l’Italia fosse ancora il primo partner commerciale, il regime libico continuò a giocare una partita fatta non di scambi ma di ricatti. […] Alla richiesta di suggerimenti e indicazio­ni da parte dell’ambasciatore Francesco Paolo Trupiano, Berlusconi ri­spose: “Galleggiare, Ambasciatore. Bisogna galleggiare!”.

Alla erraticità della politica estera italiana, corrispondevano le stra­nezze, le manie e i cambiamenti di umore del Colonnello. Alle proposte negoziali, alle promesse, l’ambiguità degli interlocutori, la loro inaffida­bilità e le continue lotte intestine che coinvolgevano tanto la famiglia del ra’is, con i suoi viziati ed imprevedibili figli, quanto gli uomini del regime come l’ambasciatore Hafed Gaddur, il ministro Shalgam, il capo dei servizi Moussa Koussa e il cognato del Leader, Abdallah Senoussi, quest’ultimo a capo del temutissimo apparato di sicurezza interna.

Durante il Governo Prodi, la Farnesina guidata da Massimo D’A­lema riuscì ad intavolare i principali punti di una trattativa per giunge­re alla firma di un Trattato di Amicizia che permettesse di superare, una volta per sempre, il passato coloniale. Nonostante sostanziali progressi, come sempre rallentati da uno snervante e continuo gioco al rialzo libi­co, il Governo riuscì a malapena ad elaborare una bozza e ad approvare, tramite il Ministro dell’Interno Giuliano Amato, un accordo per il con­trollo dell’immigrazione nel dicembre 2007.

Per il governo di Tripoli l’u­nica condizione che avrebbe reso possibile l’accettazione delle posizioni italiane era che la controparte tenesse fede ai contenuti della Dichiara­zione Congiunta sottoscritta da Dini nel 1998, la quale collegava la nor­malizzazione delle relazioni tra i due paesi al “Grande Gesto” riparatore. In poche parole, Gheddafi voleva un’autostrada costiera che da Tu­nisi arrivasse fino ai confini con l’Egitto, per collegare le zone più popo­lose della Libia, e voleva che a pagare per quel progetto faraonico fosse, con la scusa del colonialismo, l’Italia.

Quando Berlusconi rientrò a Palazzo Chigi nel 2008, il premier decise di dare nuovo impulso al negoziato spendendosi personalmente nell’assicurare i capricci del Colonnello. Gli incontri, che spesso lascia­rono l’ambasciata a Tripoli se non all’oscuro comunque informata sul fatto compiuto, furono portati avanti in trattative separate alla Farnesi­na durante il mese di agosto dall’ambasciatore Gaddur, dal viceministro per gli affari europei Al-Obeidi, dal viceministro Siala, da un consulen­te giuridico libico, e, per la parte italiana, da Gianni Letta, funzionari della Direzione Generale del Ministero e dal Consigliere di Legazione Luzzi, all’epoca già in servizio a Tripoli.

I negoziati furono conclusi nel giro di poche settimane e la firma del Trattato di Amicizia e Coopera­zione fra Italia e Libia fu fissata al 31 agosto 2008 con la contestuale re­stituzione della Venere di Cirene.  Sebbene i contenuti del Trattato fossero più gravosi per l’Italia che non per la Libia (e Berlusconi dovette assumersi la responsabilità personale di approvare alcune variazioni finanziarie per un capriccio di Gheddafi che rischiava di far saltare la cerimonia della firma), l’accor­do sanciva la parificazione e la normalizzazione definitiva dei rapporti tra i due paesi dopo oltre quarant’anni. Nelle sue memorie, l’ambascia­tore Trupiano ha ricordato che, tra le varie clausole del Trattato, vi era l’obbligo per l’Italia “nel rispetto dei principi della legalità internazio­nale, [a non] usare, né permettere l’uso dei propri territori in qualsia­si atto ostile contro la Libia”. A posteriori potrebbero sembrare parole profetiche ma all’epoca erano la manifestazione della paura ossessiva che Gheddafi aveva dei bombardamenti americani del 1986. […]

Dopo le intese con Stati Uniti, Regno Unito, Francia e la chiusu­ra del contenzioso per le infermiere bulgare, il Trattato con l’Italia completa il processo di pieno reinserimento della Libia nel contesto internazionale. Dopo esser stato per decenni messo all’indice dalla comunità internazionale, Gheddafi può ora ben dire di aver chiuso i conti con il suo stesso passato.

Paradossalmente, i conti per il Colonnello si sarebbero chiusi in meno di tre anni quando la crisi interna al regime finì per saldarsi con l’onda delle Primavere Arabe. Il tenue riformismo di Saif al-Islam ebbe l’effetto contrario di far credere che le aperture del regime fossero stru­mentali a garantirsi l’appoggio dell’Occidente e dunque a preservare lo status quo, fatto che spinse alla definitiva rottura tra popolo e regime e all’inizio delle rivolte.

Il nuovo corso della politica libica non aveva lasciato certo indiffe­rente neanche la Francia di Nicholas Sarkozy che, dopo la sua elezione all’Eliseo, fin da subito aveva iniziato a intessere strette relazioni con i leader nordafricani. Ma nel febbraio 2011, durante le Rivolte Arabe, il Presidente francese impresse una torsione e, riconoscendo il Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) dei ribelli come l’unico governo legit­timo in Libia, chiese le dimissioni del ra’is. Complice il Regno Unito di David Cameron e una inizialmente reticente Hillary Clinton, Sar­kozy si adoperò affinché venisse approvata una risoluzione dell’ONU per imporre una zona di interdizione al volo sulla Libia […].

Lo scopo della risoluzione tuttavia, più che difendere i guerriglieri libici, a cui Parigi già garantiva mezzi, denaro e il supporto delle forze speciali transalpine per tramite di Ab­delfateh Youness, era quello di avere copertura giuridica all’uso della forza nei confronti del Colonnello. Saif al-Islam, probabile successore del padre alla guida del regime insieme al fratello Mohatassim, accusò Sarkozy di voler muovere guerra alla Libia per coprire i finanziamenti illeciti, più di 50 milioni di euro, che il Presidente avrebbe ricevuto dal governo libico per la sua campagna elettorale. Sebbene l’accusa abbia poi avuto una coda giudiziaria anche Oltralpe, non è solo un caso di tan­genti o l’influenza sull’Eliseo di un atipico intellettuale come Bernard Henry-Lévi che possono spiegare una guerra. Le motivazioni, allora, sono da ricercare in un quadro più complesso e meno univoco.

Di fronte all’acuirsi della crisi provocata dalle Primavere Arabe, Parigi si trovò nella scomoda posizione di aver sostenuto, fino a po­chi mesi prima l’inizio delle rivolte, tutti quei regimi che le avevano permesso di tenere un piede nell’Africa Nord-Occidentale. La caduta di Ben Alì in Tunisia e di Hosni Mubarak in Egitto colse contropiede buona parte delle cancellerie europee che si trovarono improvvisamen­te ad avere a che fare con interlocutori le cui posizioni erano, per usa­re un eufemismo, assai ambigue. La possibilità che una situazione del genere potesse ripetersi in Libia, dove la crisi del regime fu innescata proprio dalla paura che il riformismo di Saif al-Islam preannunciasse la definitiva accettazione dello status quo da parte degli occidentali, spin­se Sarkozy ad invertire bruscamente la rotta della sua politica africa­na.

Allinearsi con il CNT significava scommettere sulla fine di Ghed­dafi e giocare di anticipo sul recupero della posizione francese in una nuova Libia. Sarkozy cercava così di cogliere da un lato il frutto, an­cora acerbo, di un Nord Africa post-rivolte che guardasse con favore al protettore francese, dall’altro di capitalizzare un successo internaziona­le che potesse rinsaldare la sua credibilità presso l’elettorato di Francia. Ancora una volta, ragioni di politica interna, ad un anno dalle elezioni presidenziali, tenevano il passo a quelle strategiche e regionali, forse addirittura incedendo con veemenza su di esse. Se a queste motivazio­ni di fondo possono esserne aggiunte altre, come le ipotesi avanzate da Sidney Blumenthal, uomo americano a Tripoli, in alcune e-mail con­fidenziali inviate ad Hillary Clinton durante la guerra, esse appaiono più come elementi marginali che possono aver rinforzato decisioni già maturate.

Tra questi elementi secondari vi era certamente il desiderio francese, al fine di diversificare le proprie fonti di approvvigionamento in Africa nord-occidentale, di ottenere una maggiore quota delle risorse energetiche libiche, incluso l’uranio nella striscia di Aouzou a cavallo tra Ciad e Fezzan, a scapito dell’Italia e dell’ENI, e forse, ma qui si entra nella speculazione e nelle operazioni coperte del DGSE, neutralizzare un possibile tentativo di Gheddafi di sostituire il CFA (Franco Fran­cese Africano), la cui convertibilità è ancora oggi garantita dal Tesoro della Repubblica, con una nuova valuta ancorata al dinaro libico. Mo­tivazioni di circostanza certamente forti, ma non unicamente sufficienti a giustificare un intervento armato, le cui ragioni devono allora essere ricercate nel quadro più complesso sopra delineato.

Sebbene avesse condannato l’uso dell’aviazione da parte di Ghed­dafi, Berlusconi fu contrario all’idea di muovere guerra alla Libia. An­che in questo caso, motivazioni di circostanza, come il timore che la fine del regime avrebbe significato il collasso del paese e la precarizzazione degli interessi economici, energetici e di sicurezza italiani, si sommava­no a ragioni a monte che, nel caso di Berlusconi, rispondevano al con­dizionamento dei suoi rapporti di amicizia con Gheddafi, al rispetto del Trattato di Bengasi del 2008 e ad una sua etica personale che pone al di sopra delle contingenze, per quanto gravi esse possano essere, il princi­pio pacta sunt servanda.

Ciò nondimeno, il Cavaliere si trovava all’epoca in una posizione negoziale estremamente debole; attaccato dalla magi­stratura per il caso Ruby, separato in casa con il Ministro Tremonti, nel pieno della crisi del debito sovrano, si trovò isolato in una Europa dove Berlino si era ritirata in disparte mentre Londra e Parigi sembravano essere tornate all’entusiasmo della spedizione di Suez. Come se non ba­stasse, in quel frangente Palazzo Chigi e il Quirinale erano più distanti che mai. La sera del 17 marzo, mentre all’ONU si votava la risoluzione contro la Libia, Berlusconi con il resto del governo era all’Opera per le celebrazioni dei 150 anni di Unità Nazionale. Durante una pausa ci fu una riunione nel foyer con Ignazio La Russa, Franco Frattini, in colle­gamento telefonico da New York, Gianni Letta e il Presidente Napoli­tano che, insieme al ministro degli esteri e della difesa, sosteneva la necessità di allinearsi alle posizioni degli alleati in Europa.

“Mi rimetto a lei, Presidente”, disse Berlusconi. La posizione del Capo dello Stato, che in quel momento era sostenuta da vasti set­tori dell’opinione pubblica e delle forze politiche di opposizione, non è ancora stata chiarita ma è possibile ipotizzare che, a fronte di un inde­bolimento conclamato del Governo e del Presidente del Consiglio, e ad una antipatia mai nascosta per il leader libico, il Quirinale temesse che l’isolamento italiano potesse aggravarsi, scalzando definitivamente l’I­talia da un dossier vitale come quello nord-africano. Dando per sconta­to la caduta di Tripoli nelle mani dei ribelli, se l’Italia fosse rimasta dal­la parte di Gheddafi, o comunque defilata come la Germania, avrebbe quasi certamente perduto la possibilità di incidere sul futuro processo di transizione e quindi tutelare i propri interessi. Fino a quel momen­to infatti, l’Italia aveva separato la questione politica, riconoscendo il CNT e legittimando Mustafa Abdel-Jelil quale capo di Stato ad interim, da quella militare.

Al vertice di Parigi del 19 marzo, Berlusconi tentò comunque di ar­ginare la foga di Sarkozy, goccia che fece traboccare l’acqua dal vaso nel rapporto già logoro tra i due politici. Tuttavia, poiché la guerra non si sarebbe potuta fare senza le basi italiane, Berlusconi ottenne, in cam­bio del supporto logistico, che le operazioni fossero gestite dalla NATO così da sottrarne la guida ai Comandi francesi e inglesi. La resisten­za del governo di Parigi fu vinta solo grazie alla mediazione di Hillary Clinton e alle pressioni inglesi: quest’ultimi dimostravano, ancora una volta, quanto fosse importante per loro ancorare interventi di sicurezza alla cornice euroatlantica. Ciò nondimeno, negli stessi giorni circolò la voce che tra i bersagli da colpire fossero stati inseriti anche alcuni ter­minali petroliferi dell’ENI, una circostanza che l’ex Ministro Frattini ha definito: “Non inverosimile”.

[…] L’Italia mise a disposizioni le sue basi e, in una prima fase, gli aerei ricognitori italiani monitorarono unicamente i radar antiaerei libici. In aprile, tuttavia, il Governo decise di autorizzare i bombardamenti e l’A­eronautica iniziò la guerra vera. Da Grosseto decollarono i Tornado che, riforniti in volo sul Golfo della Sirte, utilizzando missili SCALP-EG Storm Shadow, sferrarono attacchi di profondità oltre le linee dell’eser­cito libico. L’Italia si premunì, per evitare vittime civili, ottenendo una sorta di diritto di veto sulle singole sortite e rifiutandosi di illumina­re gli obiettivi qualora il rischio di danni collaterali fosse stato ritenuto troppo alto. […].

Quando la guerra finì e Gheddafi fu esecutato insieme al figlio Mohatassim, Silvio Berlusconi si limitò a commentare “Sic transit gloria mundi”. Un epitaffio involontario anche per la fine, che sarebbe giunta di lì a poche settimane, del suo governo e della sua politica dell’amicizia.

Estratto da: Bella e perduta. L’Italia nella politica internazionale (2019), Leonardo Palma (a cura di), con una prefazione di Giulio Sapelli, pp. 456, Idrovolante Edizioni;

Bella e perduta – L’Italia nella politica internazionale

I dubbi dell’accordo italo cinese

L’imponente Boeing 747 di Air China atterrato da Pechino nelle scorse ore con a bordo Xi Jinping e oltre 200 delegati, rappresenta al meglio l’importanza per la Cina di questo incontro bilaterale. Sui giornali molto si è scritto in merito a questo storico evento ma, il tono trionfale che ha caratterizzato i diversi incontri istituzionali e le cene di gala romane, necessitano di alcuni doverosi approfondimenti. Proviamo allora a fare un po’ di chiarezza. 

I dubbi dell’accordo italo cinese - Geopolitica.info Fonte: occhidellaguerra.it

La Cina è senza ombra di dubbio un partner commerciale di primario livello. È la seconda economia mondiale dopo gli USA e ha una forza lavoro di 800 milioni di persone circa; il suo PIL cresce dal 1999 con un tasso mai inferiore al 6% e la disoccupazione media è la metà di quella italiana.

Di fronte ad un Europa debole (con un Italia a rischio stagnazione) intensificare i rapporti commerciali con Pechino è un opportunità a cui oggettivamente non si può rinunciare ma il memorandum sottoscritto tra i due governi nelle scorse, per un valore potenziale di 20 miliardi, rischia di essere un boomerang per il nostro paese.

Ad oggi, secondo i dati ufficiali del Ministero dello sviluppo economico, esportiamo in Cina poco più di 13 miliardi di Euro con addirittura una flessione rispetto all’anno precedente di quasi 3 punti percentuali. Di contro, l’importazione dal paese comunista, è pari a circa 31 miliardi di euro e i dati degli ultimi anni sottolineano una costante ed inarrestabile invasione di prodotti cinesi sul mercato nazionale. Un invasione talvolta dettata da una politica economica aggressiva e da una concorrenza sleale.

Una concorrenza che negli ultimi decenni è stata, in parte, la causa della chiusura di molte medie e piccole aziende italiane, specie lombarde, che non hanno retto la concorrenza asiatica nella produzione artigianale. Il memorandum firmato, è giusto ricordarlo, non ha valore legale ma è un accordo di intenti che prevede una serie di punti per un rafforzamento ed una maggiore partnership tra i due paesi.

Quello che non è chiaro è come l’Italia potrà guadagnare da un accordo di questo tipo visto che ad oggi c’è la certezza che potremo vendere (ed è un bene) le arance siciliane tramite il celebre portale “alibabà” ma di contro avremo ad esempio possibili ingressi azionari cinesi (ed è un male) nei CDA delle principali infrastrutture italiane. Infrastrutture determinanti per importare più beni dal gigante asiatico.

È noto a tutti che è l’esportazione a far crescere l’economia di un paese e la Cina rappresenta per noi il nono mercato per la vendita dei nostri prodotti. Sempre per chiarire la situazione con qualche numero ufficiale, vendiamo più Made in Italiy in Belgio che in Cina considerando però che la popolazione belga rappresenta meno di un centesimo di quella cinese mentre i nostri due principali mercati leader per l’export continuano ad essere la Germania e la Francia a cui vendiamo le nostre merci tra le 4 e le 5 volte rispetto a quanto si vende a Pechino.

Non si comprende allora perché tanto entusiasmo per un Memorandum con il Governo di Pechino e tanta acredine nei confronti di Berlino e Parigi senza cui la nostra economia sarebbe a terra. Certo l’Europa ha le sue colpe e l’ammonimento, più che giustificato, di Bruxelles dinnanzi agli accordi di questi giorni è tardivo e necessiterebbe di qualche esame di coscienza. Come è possibile ad esempio constatare che ogni importante infrastruttura costruita nella zona balcanica sia firmata da un’ azienda cinese e l’Europa non sia stata in grado di aiutare un’area geografica di naturale appartenenza europea?

Infine un ultimo punto, il cui silenzio assordante è stato interrotto dal solo presidente Mattarella, è quello sui diritti umani. Secondo Amnesty International l’85% delle condanne a morte al mondo avvengono in Cina; i principali siti internet quali Google, Facebook o Instagram sono inaccessibili. I processi sono sommari, la corruzione è ancora dilagante ed il presidente Xi Jinping auspica l’annessione del democratico stato di Taiwan senza alcuna remora. Un peccato che nelle sette pagine firmate nella sontuosa villa Madama non vi sia traccia di alcun riferimento a tutto questo.

L’Italia e le Vie della Seta
E’ oggettivamente presto per riuscire a comprendere la reale portata dell’accordo siglato a Roma tra Italia e Cina. Ci vorranno anni per capire la reale attuazione dei vari punti. Per poter analizzare sia l’accordo siglato sia le interazioni sino italiane può essere utile ripercorrere brevemente le interazioni tra Roma e Pechino negli ultimi decenni.

 

L’Italia e le Vie della Seta - Geopolitica.info

La via della Seta e il presunto neo colonialismo cinese sono stati al centro del dibattito politico e la Cina è diventata per qualche giorno lo scenario internazionale cruciale anche in Italia. Al termine della visita del presidente Xi restano molti dubbi su tante scelte, del presente e del passato, rispetto alla proiezione italiana nei confronti della Cina.

La visita di Xi Jinping a Roma ha catalizzato l’attenzione dei media nazionali e internazionali, dalle consuete descrizioni dei banchetti ufficiali e dei vestiti della first lady, alle inconsuete interazioni con i giornalisti dei funzionari cinesi e alle dettagliate analisi della politica estera cinese. L’opinione pubblica italiana si è mostrata polarizzata, come sempre, rispetto alla valutazione degli accordi. Molti commenti sono stati dedicati alla mancanza di riferimenti alle violazioni dei diritti umani, dalla situazione dello Xinjiang, ai tanti giornalisti detenuti in Cina sino al mancato rispetto degli appelli per la liberazione dei detenuti per reati di opinione. Si tratta di temi cruciali, che abbiamo trattato in maniera estesa in più occasioni, ma va ricordato che le precedenti missioni istituzionali italiane in Cina hanno seguito esattamente la stessa linea. I vari governi che si sono succeduti negli scorsi decenni hanno sempre accuratamente evitato ogni riferimento a temi sensibili a Pechino quando si sono trovati a siglare accordi economici. Le missioni in Cina durante i governi Renzi e Gentiloni, dalla visita del Presidente Mattarella a Pechino alle numerose e proficue iniziative nelle varie provincie cinese guidate dall’allora Sottosegretario allo Sviluppo economico Ivan Scalfarotto, si sono sempre sottratti dal parlare di temi sensibili come quello dei diritti umani negati. Durante ognuna di quelle visite il confronto con la stampa italiana, sia durante sia al termine delle missioni, è stato ridotto all’essenziale. La comunicazione è avvenuta sempre attraverso comunicati congiunti e nessuno spazio è mai stato riservato a un reale confronto con i media.

La Repubblica Popolare cinese percepisce ogni accenno a temi come Taiwan, Tibet, Xinjiang, attivisti per i diritti civili imprigionati e questioni correlate come delle vere e proprie ingerenze nella proprie questioni interne. Negli scorsi anni varie nazioni europee hanno subito l’ostracismo di Pechino per aver sollevato dubbi su questi temi, dalla Norvegia per il Nobel a Liu Xiaobo alla Francia di Sarkozy per l’incontro con il Dalai Lama. Il governo italiano si è sempre tenuto bene alla larga da ogni possibile frizione con la RPC, lasciando l’arduo compito di ammonire Pechino sul rispetto dei diritti umani alla proiezione diplomatica dell’Unione Europea.

“L’operazione cinese” di Matteo Renzi portò notevoli benefici all’Italia che arrivò addirittura a superare la Francia, che ancora scontava la coda delle incomprensioni tra Sarkozy e Pechino, nei volumi di interscambio con la Cina. Il Partito Democratico si è sempre astenuto da qualsiasi critica nei confronti delle libertà civili in Cina, anche per quanto riguarda l’accordo siglato a Roma le principali obiezioni riguardano la natura politica dello stesso e non le possibili criticità legate alle condizioni dei lavoratori nei paesi della Belt Road Iniziative (BRI). Il centro destra ha sempre mantenuto un’approccio abbastanza distante rispetto alla Cina. E’ ben nota la difficoltà dei governi Berlusconi di mantenere una efficace proiezione italiana nei confronti del paese asiatico. Una significativa, ma minoritaria, parte del centro destra legata a una tradizione liberale ha sempre espresso in maniera netta le preoccupazioni rispetto ai temi dei diritti civili in Cina, senza però riuscire a catalizzare l’attenzione all’interno della propria coalizione.

Un’altro tema del dibattito è stato quello della possibilità di accesso al mercato cinese, essendo gli investimenti stranieri  sino ad ora fortemente limitati. L’annuncio dell’apertura dei mercati finanziari nello scorso anno ha generato una grande aspettativa negli investitori. Ma l’effettiva attuazione dell’annuncio cinese lascia tuttavia molti dubbi e gli investitori stranieri non hanno mostrato sinora troppo fiducia nella proposta di Pechino. Il tema della reciprocità dell’economia di mercato in Cina e delle presunte violazioni dei diritti umani sono relativamente deboli, vista la consuetudine italiana (ma anche europea) di dimenticare le criticità cinese quando si tratta di accordi bilaterali di carattere economico con Pechino.

La differenza della visita di Xi Jinping e della firma del memorandum sulla Via della Seta rispetto ai precedenti accordi risiede nella sua natura politica. L’attenzione dei media internazionali nei confronti dell’accordo sino italiano è stata molto grande, sia in Europa e in America che in Asia. I giornali cinesi hanno dato grande risalto alla firma dell’accordo, presentato in Cina come una vera e propria “entrata” a pieno titolo dell’Italia nel progetto BRI.  Molti quotidiani cinesi hanno riportato le presunte ingerenze statunitensi nella politica italiana, sottolineando come la validità del progetto BRI abbia creato le condizioni per la firma italiana. I quotidiani giapponesi hanno evidenziato l’importanza dell’accordo di Roma sulla BRI mentre la visita di Xi e la firma del memorandum hanno conquistato le prime pagine su tutta la stampa occidentale.

Al di là della reale portata e delle conseguenze dell’accordo, a livello politico la visita di Xi Jinping è stata un vero e proprio successo per la RPC. Nella percezione dell’opinione pubblica mondiale la visita è stata un ulteriore trionfo della nuova assertiva politica promossa dal presidente cinese. La scelta cinese di avviare progetti e iniziativa in zone a basso tasso di sviluppo economico in Italia, come la Sicilia, la Sardegna e la Puglia, dove sono presenti delle basi Nato rappresenta una vera e propria sfida all’alleanza atlantica agli occhi di molti osservatori. Mentre le possibili conseguenze dell’inserimento del tema delle telecomunicazioni nell’accordo firmato è un’altro elemento cruciale. Si tratta di una semplice menzione e sono del tutti assenti sia riferimenti precisi sia modalità di attuazione di progetti congiunti. Ma l’idea di una possibile sinergia con la Cina per lo sviluppo della rete infrastrutturale 5G ha spaventato gli alleati in Europa e in America.

In sostanza le modalità dell’accordo non presentano caratteri inediti, tutti i precedenti governi hanno trattato con la Cina in maniera simile. Riuscendo a tenere l’interscambio commerciale in positivo e mantenere la Repubblica Popolare Cinese nel ruolo di indispensabile partner commerciale, senza però tentare di avviare un reale dialogo su temi sensibili come i diritti umani e la reciprocità dell’economia di mercato.

Il progetto BRI presenta delle criticità, ben note, che rimangono tuttora irrisolte. Si tratta di un progetto mastodontico che ha cambiato la natura dei propri contenuti in varie occasioni e che deve ancora essere messo alla prova. La natura fortemente politica, e la rappresentazione dell’accordo al di fuori dei confini nazionali, è una novità assoluta. Sia i contrasti all’interno del governo tra Lega e Movimento 5 Stelle, sia il mancato controllo sulla narrazione nei media nazionali e internazionali hanno determinato un effetto non positivo per l’immagine nazionale e un eccessivo sbilanciamento rispetto agli effettivi contenuti dell’accordo. La mancanza di un dibattito reale sulle delicate questioni strategiche e legate alla sicurezza nazionale che l’accordo evoca ha dimostrato una scarsa capacità dell’esecutivo di comprendere la portata di medio e lungo termine del memorandum. Soprattuto la finalità dell’accordo non risulta chiara mentre i vantaggi di Pechino in termini di immagine sono sin da subito evidenti. Agli occhi dei media mondiali l’accordo ha visto l’ingresso di una delle più importanti economie europee di un membro del G7,  di un paese fondatore della UE e della terza economia dell’Eurozona all’interno del progetto BRI. La realtà è sicuramente diversa ma l’incapacità di comunicare la vera natura dell’accordo è un elemento negativo, rispetto alla proiezione internazionale dell’Italia. Dall’altro lato i vantaggi italiani sembrano più incerti. L’accordo potrebbe generare un maggior interscambio tra i due paesi ma, ad oggi, non possiamo essere certi del risultato.

In Europa sino ad oggi solo la Germania ha mostrato di poter occasionalmente dialogare in maniera efficace con la Cina, mentre i tentativi di approccio bilaterale degli altri paesi non hanno conseguito risultati soddisfacenti. La dimostrazione di una capacità italiana per uno spazio di manovra con la Cina, al di fuori della cornice europea, era evidentemente uno dei principali obiettivi del memorandum appena siglato. Ma la divisione interna del Governo e i dubbi sulle modalità e sulla natura dell’accordo hanno parzialmente sconfessato il ruolo italiano.

Quattro riflessioni sulle Vie della Seta

Il governo giallo-verde ha in più occasioni espresso l’ambizione di rafforzare la cooperazione con Pechino in diversi settori e ha manifestato l’interesse di fare dell’Italia il primo paese del G-7 a mettere nero su bianco la propria partecipazione alle Nuove Vie della Seta, il monumentale progetto infrastrutturale lanciato nel 2013. La visita di Xi Jinping in Italia apertasi il 21 marzo ha coronato quest’aspirazione. Nella mattina del 23 marzo, il vice premier, Luigi Di Maio e il Presidente della National Development and Reform Commission, He Lifeng, hanno, infatti, firmato il Memorandum di Intesa sulla Via della Seta, assieme a dieci accordi tra imprese, compresi quelli sui porti di Trieste e Genova, e diciannove accordi istituzionali.

Quattro riflessioni sulle Vie della Seta - Geopolitica.info

Fin da subito commentatori e analisti si sono divisi tra sostenitori e detrattori di questo progetto, con una netta preponderanza di quest’ultimi. Entrambe le parti sembrano, però, convenire su un giudizio: il MoU, di per sé, è un documento simbolico, poiché non vincolante e semanticamente molto vago. Le due posizioni divergono, quindi, su altri punti. Semplificando, i primi sostengono, in diverse sfumature, che la firma del documento avanzerà la posizione commerciale, finora meno fortunata rispetto ad altri paesi europei, dell’Italia nell’export verso la Cina. A tal scopo, il MoU dovrebbe fungere da apripista ad altri accordi commerciali, tecnologici, di cooperazione culturale, p2p etc. Al contrario, i secondi sottolineano come la genericità dell’accordo sottintenda un tentativo cinese di dividere il fronte europeo che sta progressivamente adottando una postura più risoluta nei confronti dell’espansione economica e politica di Pechino, etichettando la RPC come “rivale sistemico”. L’accordo, in questo senso, sarebbe da interpretare come un “cavallo di Troia” cinese in Unione Europea, per dividerla e garantire a Pechino un trattamento più vantaggioso come in occasione della (mancata) reprimenda per le violazioni dei diritti umani. In ogni caso, come correttamente sottolinea Enrico Fardella, l’accordo ha un’enorme valenza politica.

Cercando di fornire in questa sede una prospettiva originale, ci sono a mio parere alcuni punti da sottolineare:

  • L’Italia può e deve avanzare la propria posizione commerciale e politica nei confronti di un attore che esplicitamente ha fatto del Mediterraneo un punto nevralgico della propria proiezione globale. Commercialmente, nell’area i traffici stanno aumentando sensibilmente come dimostrano l’intensa attività nel porto del Pireo e l’ampliamento del canale di Suez. I movimenti di TEU (misura standard per i container) nel Mediterraneo dovranno essere scaricati sulla terraferma per raggiungere via rotaia l’Europa centrale e occidentale e l’Italia può giocare un ruolo centrale. Politicamente, una presenza del genere avrà ricadute diplomatiche, militari e culturali nell’area e sui paesi rivieraschi. Roma dovrà essere capace di monitorare le tappe intermedie delle Vie della Seta e, quando necessario, affrontare le sfide che potrebbero emergere anche in maniera bilaterale, dialogando direttamente con Pechino.
  • In quanto media potenza, l’Italia ha spazio di manovra. Lo aveva durante la Guerra fredda e lo mantiene in un contesto complesso, in deterioramento, ma comunque pacifico come quello odierno. La teoria delle Relazioni Internazionali fornisce alcuni spunti interessanti per capire la condotta delle medie potenze e la loro politica delle alleanze (si veda ad esempio Marco Valigi, Le Medie Potenze: Teoria E Prassi in Politica Estera. Milano : VP Vita e pensiero, 2017). Una politica intelligente per una media potenza come l’Italia sarà quella di approfittare dei vantaggi che una più stretta relazione con la RPC potrà portare e, contemporaneamente, promuovere il nostro interesse in seno alla NATO e all’Unione Europea.
  • Nel medio-lungo periodo nessun analista ed esperto prevede un miglioramento delle relazioni tra Washington e Pechino, e, in misura minore, tra UE e Repubblica Popolare Cinese. Rispetto ai predecessori, Donald Trump ha impresso alcuni cambiamenti alla politica estera statunitense verso la Repubblica Popolare. La National Defense Strategy 2018 individua nella ri-emersione della «competizione strategica tra gli Stati», dopo un periodo di «atrofia strategica» in cui il predominio militare americano ha subito un’erosione, la principale minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come sostenuto nella National Security Strategy 2017, pubblicata il 18 dicembre, la Cina starebbe, insieme alla Russia, «sfidando il potere, gli interessi e l’influenza americani per eroderne la prosperità e la sicurezza» e a livello regionale, starebbe «utilizzando metodi economici predatori per intimidire i propri vicini e militarizzando il Mar Cinese Meridionale», «perseguendo l’obiettivo di una propria egemonia nella regione Indo-Pacifica». Intenzionata a promuovere una visione del mondo completamente «antitetica rispetto ai valori e agli interessi degli USA», la Repubblica Popolare sarebbe da considerare, insomma, un «rivale strategico». Infine, in quanto membro di una NATO che affronta un dilemma esistenziale perché sempre più convinta che la minaccia risieda nell’ascesa della Cina più che in Russia, in qualità di alleato degli Stati Uniti e paese fondatore dell’UE, l’Italia deve interfacciarsi con un ambiente strategico sempre più difficile e confrontarsi con la realtà che, con riguardo alla Cina, le finestre di opportunità stanno chiudendosi. Una “strategia a lungo termine” dell’Italia dovrà tener conto di questi fattori.
  • Il progetto Belt and Road mostra alcune fragilità che il governo cinese potrebbe non riuscire a risolvere in futuro. Dato l’impatto che un’iniziativa simile può avere sulle economie locali, il Governo italiano (questo e i prossimi) dovranno mantenersi all’erta e studiarne l’avanzamento. BRI, infatti, prevede la costruzione di un alto numero di infrastrutture e hub intermedi tra il Mar Cinese Meridionale e il Mar Mediterraneo, la cui mancata realizzazione potrebbe compromettere l’intero processo e ridurre il numero dei traffici potenziali verso l’Italia. Un osservatorio permanente del progetto, in seno al Governo o frutto di una partnership pubblico-privato, potrebbe fornire un’adeguata informazione sui progressi delle Vie della Seta.
L’arrivo di Xi Jinping in Italia. La via della seta non sarà solo commercio ma informazione.

L’Italia, rimasta indietro nella competizione economica con gli altri paesi UE sugli investimenti cinesi, si sta lanciando nella dubbia impresa di recuperare questo gap. La firma degli accordi relativi al memorandum di intesa oggetto della visita di questi giorni di Xi Jinping potrebbe aprire la strada ad una collaborazione lastricata d’oro per la classe politica ed imprenditoriale italiana, ma, nonostante le aspettative, avere conseguenze difficili da prevedere.

L’arrivo di Xi Jinping in Italia. La via della seta non sarà solo commercio ma informazione. - Geopolitica.info

L’ultimo accordo, sulla scia dal Memorandum of Understanding fra Cina e Italia, è quello siglato martedì al Maxxi di Roma, quasi in parallelo all’arrivo di Xi Jinping, tra Sole 24 Ore e Economic Daily Group, su almeno 30 collaborazioni per lo sviluppo di prodotti editoriali rivolti alle imprese italiane e cinesi. Accanto a questo accordo la firma di un memorandum tra Class Editori e l’agenzia di stampa Xinhua News Agency. I due colossi dell’informazione cinese che contano più di 100 milioni di follower sull’account New China e 180 istituti all’estero sono la voce del Partito Comunista nel mondo.

La Cina arriverà anche in tv grazie ad un accordo tra China Media Group e Mediaset attraverso il lancio della versione italiana dei “Classici citati da Xi”, prodotta da CMG che fa capo al Dipartimento di Pubbliche Relazioni guidato dal Partito Comunista Cinese. Si tratta di una serie di video in cui il Presidente Xi Jinping legge e cita i classici cinesi e offre spiegazioni sulla società e la cultura contemporanee cinesi. Una versione per il pubblico italiano che andrà in onda su Class Editori e TgCom24 di Mediaset.

Il vicecapo redattore di China Daily, Sun Shangwu ha ricordato che “l’Italia diventerà il primo paese G7 a entrare nella Nuova Via della Seta”. La collaborazione tra Italia e Cina nel settore dell’informazione perciò sarà fondamentale e svolgerà ruolo di “ponte” dell’iniziativa della Belt and Road verso il resto d’Europa.

Presente all’evento anche l’ambasciatore Li Ruiyu, che ha ribadito  il  messaggio auspicando una sempre maggiore cooperazione tra Italia e Cina per espandere l’influenza del modello cinese nei rapporti internazionali e nei consessi multilaterali.

Opportunità ma anche rischi

Nelle aziende che hanno sottoscritto questi memorandum, giornalisti e editori dovranno interfacciarsi con l’apparato di propaganda del PCC per produrre contenuti e notizie. L’esposizione dei network alla cautela e a forme di auto censura è solo un’ipotesi che però non va sottovalutata. Una cooperazione fra media italiani e cinesi potrebbe rivelarsi in certe occasioni anche un limite alla nostra libertà di informazione. Sebbene il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Vito Crimi abbia rassicurato su questo, il livello di libertà di parola concesso in Cina viola i principi base su cui il nostro ordinamento democratico si fonda.

Nulla di nuovo. Da anni molte organizzazioni internazionali denunciano le violazioni di queste libertà in Cina, la stessa Unione Europea avrà in agenda la difesa dei diritti delle minoranze cinesi, su cui Pechino esercita un forte controllo politico. al meeting Europa – Cina di Aprile. Come non è nuova la pratica di bandire i giornalisti occidentali scomodi e indesiderati dal Paese.

Per anni l’approccio cinese ai mezzi di comunicazione occidentali è stato prettamente difensivo ma da poco più di un decennio un sistema molto più pragmatico cerca spazio nella rete del mainstream globale dell’informazione. L’apertura della sede britannica della China Global Television Network CGTN, a Londra è forse uno dei casi più eclatanti di questa volontà di espansione dei media maturata sotto la leadership di Xi Jinping a partire dal 2016.

Alla narrativa cinese dell’apertura e del mutuo vantaggio, “leitmotiv” della cooperazione sul modello win-win del “socialismo con caratteristiche cinesi” di Xi Jinping. l’Italia sta dando ampio credito con questi accordi.

La cooperazione tra media italiani e media cinesi getta le basi per uno strettissimo rapporto tra i due paesi. Tanto stretto che seppure apparentemente lastricato d’oro si trova esposto al rischio di vedere intrecciarsi, interessi politici, economici e strategici sulla via della seta da Roma a Pechino.

Veniamo infine al resto del MoU. Di progetti lanciati ce ne sono diversi, ancora prima della firma di questo memorandum che ha e avrà sicuramente per l’Italia una valenza politica. Non va dimenticato, infatti, che uno degli obiettivi dell’Intesa potrebbe essere la cooperazione con l’Africa, in tre direzioni: la gestione del flusso migratorio, la disponibilità di accesso a nuovi mercati per le nostre imprese, nonché iniziative di sviluppo economico congiunto assieme ai Paesi africani. Nella visione del Sottosegretario Geraci, la cooperazione con la Cina potrà aiutare l’Italia ad arginare l’immigrazione illegale dall’Africa e offrire così sostegno concreto a politiche di sicurezza nell’area.

In ambito nazionale, i progetti i più discussi sono certamente quelli che riguardano le vie di comunicazione marittime, i porti che potrebbero potenzialmente fungere da accesso all’Europa delle merci cinesi e viceversa. Molto si è detto tirando spesso ad indovinare su quali e quanti sarebbero stati i porti scelti come approdo italiano alle vie della seta. Non è mai emersa infatti una chiara direzione degli investimenti cinesi verso un solo scalo. Presumibilmente non ci saranno investimenti faraonici in una grande opera ma una serie di finanziamenti mirati ad allacciare la viabilità tra i diversi paesi europei o balcanici che avranno firmato i MoU con la Cina. Un esempio in questa direzione è il caso di Venezia che già dallo scorso novembre, aveva ottenuto un investimento dalla Cosco Shipping Company per attivare un collegamento tra il Pireo e il terminal Vecon, accordo finalizzato a febbraio tra il presidente dell’autorità portuale del Nord Adriatico, Pino Musolino, e il CEO dell’autorità portuale del Pireo, Fu Chengqiu. Credo che dovremo abituarci a questo tipo di accordi. Su Trieste, ancora ieri Zeno D’Agostino, a capo dell’autorità di Trieste, si dichiarava disposto ad accettare anche finanziamenti americani, qualora questi dovessero bussare alla sua porta.

Quelli che vediamo oggi sono i risultati dell’intesa tra il governo di Xi Jinping e quello di Conte, come effetti della neo-costituita Task Force Cina voluta dal Ministro Di Maio e guidata dal Sottosegretario Geraci. Il rafforzamento della cooperazione Italia-Cina e l’evoluzione degli accordi delle ultime ore, sono il risultato della loro politica di apertura cinese. Operato che si era posto in linea di continuità con i governi precedenti: già Gentiloni nel 2017 era stato l’unico leader del G7 a partecipare al vertice BRI organizzato da Xi Jinping a Pechino. Ottimi rapporti con l’élite politica cinese intercorrevano anche con Matteo Renzi che più volte è stato invitato in Cina a titolo personale.

Oggi assistiamo ad una evoluzione, molto accelerata certamente dalla figura di Michele Geraci, ma non così inaspettata dei legami tra Roma e Pechino. Da un punto di vista prettamente geopolitico la centralità italiana nel Mediterraneo ne fa uno snodo naturale delle vie della seta ma agire isolata dall’Europa mette l’Italia in una condizione non sostenibile. Inoltre, rappresenta il preludio al sostegno incondizionato verso la politica estera di Pechino. In questa delicata situazione l’Italia non dovrebbe sottovalutare l’impostazione tuttavia autoritaria del suo governo.

Il rischio quindi è che la firma del Memorandum possa autorizzare il sistema economico italiano o parte del suo sistema-paese a sottoscrivere accordi e collaborazioni senza vagliare politicamente la natura degli interlocutori con cui si confronta, diventando una sorta di lascia-passare pericoloso per la Cina in Italia.

L’Italia, la Cina e il commercio globale: intervista a Luigi Bidoia

Il governo giallo-verde ha dimostrato sin dall’inizio del suo mandato di voler rafforzare la cooperazione con la Repubblica Popolare Cinese nell’ambito, in particolare, della Belt and Road Initiative (BRI), l’imponente progetto infrastrutturale varato nel 2013. Le visite in Cina del Ministro dell’Economia, Giovanni Tria, del Sottosegretario allo Sviluppo Economico, Michele Geraci e del Vice-Premier Luigi DI Maio hanno confermato tale proposito. Pur non essendo riuscito a firmarlo  entro il 2018, nell’ambito della BRI, l’Esecutivo italiano sembrerebbe intenzionato a voler raggiungere un protocollo d’intesa in occasione della visita del Presidente Xi Jinping, arrivato oggi in Italia.

L’Italia, la Cina e il commercio globale: intervista a Luigi Bidoia - Geopolitica.info

Se tale intesa sarà raggiunta l’Italia diventerebbe il primo paese membro del G7 a farlo.  In merito alle prospettive future della cooperazione tra Italia e Cina abbiamo intervistato Luigi Bidoia, Economista Industriale, Data Scientist e  Intraprenditore.

Dottor Bidoia, quali pensa siano le prospettive del commercio globale, dato l’attuale contesto di incertezza economica e il rallentamento dell’economia cinese: si è già verificato una riduzione degli scambi commerciali mondiali?

Per raccontare quello che sta accadendo oggi forse è opportuno fare una piccola digressione sull’evoluzione del commercio mondiale. Dall’inizio del nuovo millennio fino alla Grande Recessione gli scambi internazionali hanno sperimentato una cresciuta sostenuta. Si pensi, che tra il 2000 e il 2007 il valore dei flussi commerciali è più che raddoppiato (+138%). Un driver fondamentale di questa dinamica è stato sicuramente l’entrata nel WTO della Cina, nel dicembre 2001, che ha provocato uno shift epocale nella struttura del commercio internazionale. La Grande Recessione ha segnato una decisa inversione di rotta, ma dopo il recupero dei livelli di scambio pre-crisi, avvenuto solo nella seconda metà del 2010, si è assistito ad una dinamica caratterizzata da quelli che potremmo definire “mini cicli” congiunturali, che proseguono tuttora. È il caso, ad esempio, della contrazione di breve termine dei flussi di scambio a seguito della crisi dei debiti sovrani, oppure del rallentamento del 2016 a causa dell’incertezza politica (Brexit, elezione di Trump) e del peggioramento delle condizioni economico-finanziarie dei mercati emergenti; fino ad arrivare alla sostanziale stabilità che ha caratterizzato il 2018. Nell’attuale congiuntura, la Brexit e la guerra commerciale Usa-Cina hanno generato un clima di incertezza economica senza precedenti. A questa incertezza si è aggiunto la minor crescita dell’economia cinese. Il risultato complessivo è stato il rallentamento del ritmo di crescita degli scambi internazionale a cui si è assistito. Qualora nei prossimi mesi la trattativa in atto tra Stati Uniti e Cina portasse ad un superamento dell’attuale guerra commerciale, allora potrebbe venir meno un fattore importante dell’attuale fase di rallentamento. Abbiamo, perciò, buone ragioni per credere che dalla seconda metà del 2019 il commercio mondiale possa, almeno in parte, recuperare.

I cicli del commercio internazionale

 

Nel settembre 2018 l’Amministrazione americana ha imposto un dazio del 10% su circa 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi a cui è seguita la rappresaglia cinese. Durante l’incontro di Buenos Aires tra Trump e Xi Jiping l’innalzamento del dazio al 25%, previsto per gennaio 2019, è stato scongiurato dal raggiungimento di una tregua. Le parti hanno già raggiunto un accordo per una proroga della scadenza e si dicono disponibili al dialogo. Quali sono, a suo giudizio, le ripercussioni per l’Italia dello scontro tra due superpotenze come Usa e Cina?

All’origine del deficit commerciale americano con la Cina vi è una forte complementarietà in termini di specializzazione produttiva delle due economie; il video proposto consente di evidenziare bene tale struttura.

Perseguire una strategia tariffaria, perciò, imporrebbe costi significativi su entrambe le economie. L’analisi dei flussi commerciali degli ultimi 6 mesi mostra in modo evidente come di per sé l’imposizione tariffaria si sia rivelata uno strumento inefficace per ridurre il deficit commerciale americano verso la Cina, che in realtà nel corso del 2018 è cresciuto ulteriormente raggiungendo la quota di 413 miliardi di $.  Il deficit commerciale è pari alla differenza tra le importazioni e le esportazioni tra i flussi di beni e servizi tra i due Paesi, e se le importazioni cinesi hanno mostrato nel corso del 2018 una crescita lenta sul mercato americano, la performance delle esportazioni americane sul mercato asiatico ha subito un significativo peggioramento. Lo strumento delle tariffe, sostanzialmente, si è esplicitato in una mera minaccia per entrambe le economie coinvolte, oltre che per l’intera economia mondiale. Sul fronte orientale, infatti, l’attività manifatturiera cinese ha dato segnali di rallentamento, mentre, sul fronte occidentale, i produttori agricoli statunitensi sono stati duramente colpiti dalla guerra commerciale. Allo stesso tempo, bisogna però evidenziare come lo strumento tariffario abbia giocato un ruolo di primaria importanza nella relazione tra le due economie. Esso ha rappresentato, di fatto, il mezzo attraverso il quale Cina e Stati Uniti hanno ritrovato le basi per un dialogo bilaterale. Se questo dialogo dovesse essere infruttuoso e lo scontro diventasse frontale, le ripercussioni per il nostro Paese non sarebbero meramente commerciali, ma di carattere più squisitamente politico. Il Belpaese si troverebbe, infatti, a scegliere tra un alleato storico come l’America e le opportunità offerte dalla politica di apertura cinese, all’interno di una già frammentata Europa.

In questo contesto qual è lo stato delle relazioni commerciali tra Italia e Cina e quali sono i punti di forza e di debolezza dell’export italiano?

Al crescente ruolo assunto dalla Cina sul panorama internazionale, il sistema industriale italiano ha saputo rispondere attraverso una specializzazione produttiva verticale. Tra i due sistemi economici è, infatti, esistita una complementarietà nelle strutture produttive e nei prodotti scambiati. L’Italia ha conquistato quote di mercato attraverso la differenziazione verso fasce premium-price, la Cina, invece, ha sfruttato i significativi vantaggi di costo come driver della penetrazione sui mercati esteri.  Tuttavia, oggi la Cina si sta riposizionando verso prodotti knowledge-intensive e questo pone delle sfide rilevanti: affinché l’Italia possa difendere gli spazi di mercato conquistati è necessario attuare una rinnovata politica di sviluppo che tenga conto delle nuove dinamiche dell’economia cinese. I dati del Sistema Informativo Ulisse permettono di segnalare chiaramente come le esportazioni cinesi verso l’Europa e versi gli Stati Uniti si siano gradualmente ricollocate verso fasce di mercato maggiormente premianti. L’obiettivo per le imprese italiane, perciò, a mio avviso è quello di adottare una strategia di differenziazione ulteriore, che possa distinguere i nostri prodotti dai competitor, naturalmente in questo quadro diventa di primaria importanza lo strumento dell’innovazione.

Export cinese verso USA Export cinese verso UE

Si ringraziano Francesco Lomonaco e Marzia Moccia per il contributo all’elaborazione dei dati.