Archivio Tag: Italia

Il Fezzan “anarchico”, la crisi libica e l’Italia

Il Fezzan, quel vasto territorio desertico che costituisce la regione meridionale della Libia, è sempre stato messo in secondo piano nell’ambito delle analisi sulla guerra che dal 2011 si combatte ininterrottamente – al di là delle differenziazioni giornalistiche e storiche – nella nostra ex “Quarta Sponda”. Eppure il Fezzan, per la sua posizione strategica, è una delle “chiavi di volta” della guerra civile libica; gli equilibri fluidi, che quasi giornalmente portano a ridefinire strategie ed alleanze, tra quelle dune desertiche influiscono sugli scontri militari e politici lungo la fascia costiera e su questioni di stretta attualità anche per l’Italia come il traffico di esseri umani e, di conseguenza, l’emergenza immigrazione.

Il Fezzan “anarchico”, la crisi libica e l’Italia - Geopolitica.info

Da un punto di vista squisitamente geografico, il Fezzan è l’anello di congiunzione tra la fascia costiera libica ed il Sahel, di conseguenza è la tappa obbligata per i traffici di armi, droga ed esseri umani provenienti dall’intera fascia saheliana. Tali traffici costituiscono l’unica fonte di reddito per le diverse tribù della regione in lotta tra loro, in particolare Tuareg, Tebu e Awlad Suleiman. Le rivalità tra clan si innestano al tronco della guerra tra i gruppi politici e militari di Tripolitania e Cirenaica. A seconda della pressione a vario titolo esercitata dai macroblocchi politico-militari costieri sugli attori minori del Fezzan, nella regione si accende o si affievolisce lo scontro. Nel febbraio scorso, il maresciallo di Libia Khalifa Haftar ha tentato la conquista del Fezzan nell’ambito della più ampia offensiva contro Tripoli che però si è arrestata a sud della capitale sotto i colpi delle milizie misuratine. Nel Fezzan le truppe di Haftar hanno combattuto contro miliziani ciadiani e sudanesi, contro gruppuscoli locali della galassia jihadista e, cosa importante, contro le milizie Tebu i cui leader politici hanno accusato i soldati di Tobruk di condurre un’opera sistematica di pulizia etnica volta a favorire le tribù rivali.

La rivalità tra le tribù del Fezzan è sostanzialmente legata al controllo dei traffici illeciti. Gheddafi aveva concesso alle varie etnie la possibilità di gestire, in totale – ma vigilata dall’occhio attento di Tripoli – libertà i racket della frontiera shaeliana. Solo così Gheddafi aveva potuto tenere a freno il potenziale eversivo insito negli equilibri del Fezzan. Nel 2011, all’inizio della guerra civile, il colonnello aveva offerto ai signori della guerra tribali soldi ed armi per combattere sotto la bandiera della Jamāhīriyya; tornati nel Fezzan i capitribù puntarono i fucili contro le truppe lealiste. Le offerte gheddafiste, se da una parte potevano risultare vantaggiose, dall’altra avevano la pecca di poter minare la tradizionale autonomia del Fezzan e dunque il potere politico-criminale delle entità tribali della regione. I Tebu ed i Tuareg, messa da parte la tradizionale rivalità, combatterono la guerra contro Gheddafi insieme, portando avanti operazioni militari di fatto scollegate da quelle condotte sul fronte principale, quello costiero, dalle truppe del Consiglio Nazionale di Transizione.

A pochi mesi dalla morte di Gheddafi le tribù, liberate dall’ingombrante presenza del dittatore e nella fluida situazione seguita alla “pace armata”, sono tornate su fronti opposti. Mentre i Tebu, originari delle montagne del Tibesti, hanno la loro tradizionale zona d’insediamento lungo il confine tra il Ciad e la Libia sud-orientale; i Tuareg hanno i loro nuclei principali nell’estremo ovest del Fezzan ed una presenza sparsa tra Mali, Algeria e Niger. Le aree d’influenza delle due tribù hanno il loro spartiacque lungo la linea frastagliata tra la città di Awbari e Sebha; centri strategici all’imbocco del passo di Salvador, che collega Libia e Niger a pochi chilometri dalla frontiera algerina. Controllare queste due città significa avere un ruolo preminente nei traffici illegali diretti verso il Mediterraneo; inoltre Awbari e Sebha (controllata dalla tribù Awlad Suleiman, alleata dei Tuareg) sono snodi essenziali della presenza minoritaria – in notevole crescita nelle fasi maggiormente critiche – jihadista che si raccorda con le sigle del terrorismo islamico attive nel Shael. Sono presenti nella zona, tra le altre, Al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI) e la sua costola salafita al-Mourabitoun.

Awbari è l’epicentro del conflitto tra Tuareg e Tebu esploso dopo la caduta di Gheddafi. Vicino alla città sorge l’importante impianto petrolifero di Sharara, di proprietà della joint venture Akakus (che riunisce la compagnia statale libica NOC, la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca OMV e la norvegese Statoil), che ha interrotto la produzione di petrolio dal 1 agosto 2019 ma che, a pieno regime, è in grado di produrre 315.000 barili al giorno. Alla morte del raìs i Tebu hanno estromesso i Tuareg dalla frontiera orientale del Fezzan ed hanno anche conquistato Sharara e dunque “ipotecato” Awbari. L’impianto fu pacificamente occupato dalle milizie dei Tebu, previo accordo con quelle di Zintan – all’epoca gruppo forte della rivoluzione contro Gheddafi – che lo avevano occupato nelle ultime fasi del conflitto. Nel febbraio 2019 l’impianto è caduto nelle mani dell’Esercito Nazionale Libico di Haftar ma è stato poi riconquistato dalle milizie di Misurata fedeli a Tripoli. La guerra a bassa intensità per il controllo di Awbari è ufficialmente terminata nel 2015 ma ha tutt’ora strascichi connessi anche alla diversa collocazione delle tribù rivali nell’ambito dei “macroblocchi” tripolino e cirenaico, anch’essa estremamente fluida, basti pensare che all’inizio dell’offensiva di Haftar dello scorso febbraio i Tebu avevano imbracciato le armi assieme all’ENL per poi denunciare Tobruk per la tentata “pulizia etnica”. Allo stesso modo i Tuareg hanno sostenuto gli sforzi militari delle milizie di Misurata solo ed esclusivamente in funzione anti-Tebu e non perché fedeli alleati del governo di al-Sarraj.

Ancora più emblematico in tal senso risulta essere il caso della città di Sebha, investita dalle truppe di Haftar ma già teatro, tra il 2012 ed il 2014 dello scontro che vedeva contrapporsi i Tebu ed i Qadhafa (la tribù natale di Gheddafi) da una parte ed i Tuareg alleati agli Awlad Suleiman dall’altra. Le milizie di Misurata, inviate con funzione deterrente, hanno sfruttato la situazione a loro vantaggio sostenendo gli Awlad Suleiman contro i Qadhafa. L’Operazione Dignità lanciata da Haftar ha mischiato nuovamente le carte in tavola con Tobruk che ha sposato la causa dei Tebu per poi, una volta conquistata Sebha, attaccarli così da poterli indebolire e spingendoli tra le braccia di Tripoli con il conseguente ribaltamento delle alleanze anche da parte dei Tuareg.

Le relazioni politiche dei “macroblocchi” costieri con le tribù del Fezzan sono sempre state orientate, fin dall’inizio del conflitto, ad ottenere il massimo risultato con il minimo sforzo: l’obiettivo è la penetrazione nella regione – non la sua stabilizzazione – e si può ottenere solo ed esclusivamente fomentando le rivalità tra i gruppi tribali. Il vecchio adagio del “divide et impera” sembra essere particolarmente azzeccato per la storia politica e militare recente del Fezzan; zona considerata endemicamente ingovernabile e che perfino gli italiani avevano posto – un unicum nella storia coloniale del nostro Paese – sotto diretto controllo amministrativo del Regio Esercito con il nome di Territorio Militare del Sud.

L’accordo di pace firmato a Roma nel 2017 sotto gli auspici dell’allora ministro dell’Interno Minniti non è mai stato rispettato e di fatto mette in chiaro quanto sia difficile trovare un accordo che soddisfi tutti gli attori del conflitto. La visione “securitaria” e più attenta alle questioni di politica interna (emergenza immigrazione) che a quelle di politica estera che l’Italia ha maturato sul dossier Libia impedisce alla gran parte della classe dirigente di Roma di vedere nel Fezzan un’area importante tanto quanto la Tripolitania e la Cirenaica nello scacchiere libico. Affidarsi agli umori mutevoli delle tribù del Fezzan per intavolare trattative equivale a non avere mordente né credibilità politica; è uno sbaglio d’interlocutori che pesa sulla strategia italiana in Libia. L’accordo del 2017 puntava – e da qui l’influenza del Viminale era particolarmente evidente – a creare un “tappo” in Libia contro l’immigrazione clandestina, avvalendosi del dialogo ed in contrasto con l’interpretazione muscolare che Stati Uniti e Francia hanno delle soluzioni per la Libia: basti pensare che le due Potenze tengono sotto contollo i traffici del Fezzan dalle basi di Madama (in Niger) e al-Wigh (in Libia).

Il Fezzan è la cartina al tornasole di un approccio sostanzialmente sbagliato dell’Italia alla questione libica, legato al “soft power” del dialogo con le tribù senza però andare a fondo, comprendere cioè quali siano le ragioni reali che infiammano lo scontro ed animano il dissenso tra le varie etnie che popolano una fascia desertica che non è mai stata importante e centrale per gli equilibri strategici dell’Africa settentrionale come oggi.

Per avere un ruolo più importante – quello che storicamente spetterebbe proprio al nostro Paese – in Libia, occorre abbandonare definitivamente l’approccio securitario-internista e trattare il conflitto libico come un più ampio problema di politica estera italiana; dunque affrontarlo come tale con gli strumenti che un approccio rinnovato metterebbe a disposizione dei decisori. Il travagliato cammino per la risoluzione del conflitto libico e per la ricostruzione dell’area d’influenza italiana nella regione, crollata assieme al regime di Gheddafi e con la complicità interessata della Francia, passa attraverso il Fezzan.

 

Il porto di Massaua come nuova leva dei rapporti italo-cinesi nel Corno d’Africa

Il 16 settembre del 2018 a Gedda è stato firmato lo storico trattato di pace ed amicizia tra Eritrea ed Etiopia che ha posto fine a vent’anni di guerra tra le due ex colonie italiane. Nonostante l’Eritrea resti un “osservato speciale” della comunità internazionale, viste le violazioni dei diritti umani ed il regime autoritario del presidente Isaias Afewerki, la fine del conflitto con il vicino etiope ha comunque portato alla revoca delle sanzioni ONU contro Asmara grazie alla mediazione dell’Arabia Saudita presso gli Stati Uniti.

Il porto di Massaua come nuova leva dei rapporti italo-cinesi nel Corno d’Africa - Geopolitica.info

Da quel momento l’Eritrea è stata parte in causa della “guerra degli approdi” tra le Potenze del Golfo che, in funzione di quanto accade sullo scacchiere yemenita (tornato improvvisamente d’attualità dopo gli attacchi contro i giacimenti sauditi di Buqayq e Khurais del 16 settembre scorso), hanno la necessità di tenere sotto controllo quanti più porti possibili affacciati sulla costa occidentale del Mar Rosso. Da qui anche l’interessamento della corte di Riad per l’Eritrea e per Gibuti: tra questi due Stati, importanti per gli equilibri strategici marittimi dell’area, sussiste una disputa quarantennale irrisolta per la regione di Dumeira occupata dalle truppe eritree; questione che oggi, grazie alla mediazione saudita, viene affrontata da entrambi i contendenti con spirito di collaborazione.

La guerra in Yemen e l’alto volume del traffico internazionale di petrolio che passa attraverso lo stretto di Babel Mandeb (nel 2016, secondo i dati del Dipartimento di Stato per l’Energia USA, ben 4,8 milioni di barili di greggio al giorno hanno attraversato lo stretto) hanno spinto molte delle Potenze impegnate nella nuova “corsa all’Africa” a puntare lo sguardo su un porto in crescente espansione come Massaua, prima capitale della Colonia italiana d’Eritrea ed oggi primo porto dell’Eritrea indipendente. Protetto dall’arcipelago Dahlak e vicino allo stretto di Babel Mandeb, il porto di Massaua è aperto agli investimenti dopo gli annunci in tal senso del presidente Afewerki e l’avvio del programma di modernizzazione infrastrutturale il cui obiettivo è fare della città un polo turistico e, soprattutto, produttivo oltre che di sosta obbligata per le navi petroliere e cargo che percorrono le rotte del “Cindoterraneo”.

Il porto nuovo di Massaua è uno dei più grandi del Corno d’Africa, costruito ed ampliato con capitali italiani e cinesi. Tuttavia, è stato il dragone cinese a fare la parte del leone con la costruzione dell’area dell’industria del freddo nel porto nuovo, giudicata un hub commerciale di primo livello per l’export di frutta e cereali, due tra le merci cardine del mercato eritreo. Gli investimenti nella zona di libero scambio del porto di Massaua sono parte integrante della strategia cinese di neo-colonizzazione del Corno d’Africa, senza contare che la Repubblica Popolare Cinese resta, tuttora, il riferimento ideologico-culturale del presidente Afewerki e del suo Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia.

L’ingombrante presenza cinese a Massaua ha condizionato non poco il ruolo italiano non solo in città ma in tutta l’Eritrea. Asmara ha prima blandito Roma per ottenere fondi e poi, una volta completate le opere, ha preferito puntare tutte le proprie carte su Pechino. Bisogna ricordare che l’Italia è considerata il “padre geopolitico” dell’Eritrea a fronte del “padre ideologico” cinese; nel 1890 gli italiani fondarono la Colonia Eritrea unendo per la prima volta tribù e gruppi umani che fino a quel momento non avevano avuto una consapevolezza unitaria, di pari passo la Cina maoista è sempre stata il riferimento ideale di Afewerki, il luogo in cui ha imparato le tecniche della guerriglia e della gestione di uno Stato socialista. I nuovi abboccamenti eritrei al governo italiano per l’ammodernamento della rete ferroviaria – che nel tratto che porta a Gibuti è stata interamente costruita con materiali e capitali cinesi – lasciano però ben sperare, a patto che Roma trovi un modus vivendi con la Cina.

Nella vicina Gibuti, da più parti definita come la “caserma del mondo”, esistono basi militari di diverse nazioni, tutte interessate a garantire la libertà e la sicurezza delle rotte commerciali nello stretto di Babel Mandeb ma altrettanto interessate a garantirsi un’area d’influenza più o meno ampia nel Corno d’Africa. Tra le Potenze che hanno militari schierati a Gibuti ci sono anche l’Italia e la Cina; con un piede ben piantato in Eritrea entrambe potrebbero ottenere sostanziali vantaggi rispetto ai rivali.

Il rafforzamento della posizione politica e strategica di una Potenza nel Corno d’Africa è legata alla capacità di essere considerata un buon investitore e, di conseguenza, un valido partner dagli Stati che affacciano sulla costa del Mar Rosso. L’Eritrea è uno di quei banchi di prova, forse uno dei più importanti, in cui la diplomazia italiana può testare l’utilità e la validità delle nuove frontiere aperte dalla “via della seta” che, inutile negarlo, in Africa ha una delle sue vie preferenziali di sviluppo. L’Eritrea, dalle frontiere con l’Etiopia fino allo scalo portuale di Massaua, è in continuo fermento modernizzatore e quindi è aperto alla penetrazione estera; due Potenze si trovano ad avere uguali interessi nell’area, la linea da seguire oscilla tra i due poli antitetici della collaborazione o dello scontro, tertium non datur.

Nonostante Roma abbia, inutile negarlo, alcuni obblighi nei confronti degli alleati occidentali – su tutti gli Stati Uniti – da rispettare, e dunque non può adottare una autonoma politica “cinese”, è anche vero che per quanto riguarda i rapporti con il mondo arabo e con le proprie ex colonie d’Africa l’Italia ha sempre goduto di ampia autonomia. Per la teoria dei “cerchi concentrici” della nostra politica estera infatti, le relazioni di Roma con l’Eritrea rientrano appieno nella “sfera creativa” e dunque autonoma della diplomazia nazionale. Dunque, ove non si possa adottare una politica di collaborazione diretta con la Cina, non bisogna perdere di vista la possibilità di dialogare – che significa essere disponibili ad investire capitali e risorse oltre che avere una strategia politica ben definita – con un partner come l’Eritrea, magari più approfonditamente di quanto non sia stato fatto nel corso degli ultimi anni.

 

La ferrovia Addis Abeba-Massaua: un’opportunità per l’Italia nella corsa all’Africa

Costruire una ferrovia per collegate la capitale etiopica Addis Abeba al porto eritreo di Massaua è sempre stato uno degli obiettivi strategici dell’Italia. Nella fase dell’imperialismo liberale (1882-1896) quella strada ferrata era vista da Roma come uno dei mezzi di penetrazione pacifica nell’Impero salomonide da attuare in concorso – in alcune fasi – o in alternativa alle armi. Nel breve, ma significativo, periodo d’esistenza dell’Africa Orientale Italiana (1936-1941) la costruzione della ferrovia, che avrebbe collegato la capitale dell’Impero al suo principale porto in espansione, fu avviata e mai terminata a causa della sconfitta italiana nella Seconda guerra mondiale.

La ferrovia Addis Abeba-Massaua: un’opportunità per l’Italia nella corsa all’Africa - Geopolitica.info

Costruita tra il 1887 ed il 1932, la ferrovia Massaua-Asmara è stata pensata dagli italiani come la prima frazione della più grande opera che si sarebbe spinta poi nel cuore dell’Impero d’Etiopia; interrotta a causa del conflitto eritreo-etiopico, è stata poi riattivata dal 1994 al 2003 ed oggi viene percorsa essenzialmente a scopo turistico poiché le autorità eritree non hanno a disposizione i mezzi adatti ad affrontare i dislivelli esistenti tra i capolinea.

La più importante opera ingegneristica della storia coloniale d’Italia è tornata improvvisamente agli onori della cronaca nel gennaio scorso quando il premier etiopico Abiy Ahmed ha incontrato il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte dichiarando in conferenza stampa che l’Italia avrebbe finanziato lo studio di fattibilità per la ferrovia Addis Abeba-Massaua il cui percorso passerebbe inevitabilmente per la linea Asmara-Massaua. In quella sede, non furono però comunicati né i tempi previsti, né la somma necessaria a condurre lo studio di quella che sarebbe, senza ombra di dubbio, non solo una grande opera atta a garantire maggiori profitti all’import/export etiopico e l’aumento dell’indotto commerciale per l’Eritrea, ma anche a consegnare a Roma le “chiavi” di un utile strumento di collaborazione e penetrazione nelle sue due ex colonie.

Sarebbe un peccato perdere questa occasione, a maggior ragione perché il Governo italiano ha mostrato, nel corso degli ultimi tempi, vivo interesse ad estendere la propria influenza in una regione d’interesse vitale come il Corno d’Africa ed il Mar Rosso. Per fare alcuni esempi basti ricordare la visita del Ministro della Difesa Elisabetta Trenta a Gibuti durante il quale si è parlato delle operazioni militari di contrasto alla pirateria a Bab el Mandeb, il colloquio fruttuoso alla Farnesina tra i Ministri degli Esteri italiano ed eritreo e la Nave “Marceglia” della Marina Militare divenuta flagship della Missione Atalanta. Senza dimenticare poi l’apporto di aziende italiane di respiro internazionale come Calzedonia che ha scelto di aprire uno stabilimento produttivo a Macallè, città che rimanda alle glorie delle armi italiane durante l’assedio etiopico della città nel 1895-1896 ma che oggi è soprattutto uno dei principali centri economico-industriali dell’Etiopia con siti produttivi legati all’industria siderurgica e cementizia.

Proprio Macallè sarebbe una delle stazioni principali della ferrovia Addis Abeba-Massaua assieme alla capitale eritrea Asmara ed alla città etiopica di Auasc, nella regione dell’Afar. Quest’ultima è anche una delle stazioni della nuova ferrovia internazionale Addis Abeba-Gibuti, inaugurata nel 2016 dopo cinque anni di lavori e costruita interamente con capitali e materiali cinesi. Questa ferrovia è parte integrante della “corsa all’Africa” della Cina, con il governo di Pechino che punta alla colonizzazione finanziaria del Continente nero attraverso aiuti economici diretti – come i 60 miliardi di dollari del fondo comune per lo sviluppo dell’Africa voluto da Xi Jinping nel 2018 ed annunciato al Forum per la cooperazione tra Africa e Cina (FOCAC) – e la collaborazione cinese alla costruzione di infrastrutture, specie portuali e ferroviarie, nei Paesi che più sono indebitati con le banche d’investimento di Pechino come l’Angola, il Kenya, lo Zambia e, per l’appunto, Gibuti.  Gibuti è destinato ad assumere debiti pubblici pari a circa l’88% del Pil totale del paese, di 1,72 miliardi di dollari, con la Cina che ne detiene la maggior parte e che quindi ha preteso una fetta importante dei lavori sugli ammodernamenti infrastrutturali del piccolo ma strategico Stato del Corno d’Africa. La Dept Trap Diplomacy cinese ha nella stessa area d’interesse italiana un ruolo strategico fondamentale ed è proprio in Pechino che Roma dovrà cercare un partner fondamentale per portare a compimento i progetti, attualmente su carta, nella regione che dall’entroterra etiopico arriva fino alle sponde del Mar Rosso.

Per questioni geografiche, politiche ed economiche, dunque strategiche, l’Italia ha la necessità di rimettere piede nel suo ex impero coloniale da partner dei governi di Asmara ed Addis Abeba; uno dei primi passi da compiere per spezzare la “corda” che tiene l’Italia segregata nel Mediterraneo e migliorare i rapporti bilaterali con l’Egitto che è padrone delle rotte commerciali che attraversano il Canale di Suez. Roma non potrà attuare una accorta politica di stabilizzazione mediterranea se, di pari passo, non sceglierà di inserirsi attivamente nella nuova corsa all’Africa delle grandi e medie Potenze.

 

 

 

Dall’archeologia riparte la cooperazione culturale tra Italia e Libia
A Roma – presso l’Accademia di Libia – si è svolto questa mattina, alla presenza dell’ambasciatore di Libia in Italia, il primo meeting tra tutte le nostre missioni archeologiche attive nel Paese NordAfricano, i rappresentanti della Cooperazione italiana e i vertici del “Dipartimento delle Antichità” di Tripoli.

Dall’archeologia riparte la cooperazione culturale tra Italia e Libia - Geopolitica.info

Si tratta di un passo avanti rispetto al protocollo d’intesa siglato all’inizio di aprile a Tripoli e che aveva portato alla costituzione di un gruppo di lavoro italo-libico per la salvaguardia del patrimonio archeologico libico.

Mohamed Faraj Mohamed al-Faloos (presidente del Dipartimento dell’Antichità) ha aperto il suo intervento ringraziando “gli archeologi italiani che non ci hanno mai abbandonato e che, anche in una situazione precaria, continuano a mantenere una costante attenzione verso il nostro Paese”.

Luisa Musso (ordinario di Archeologia romana e delle provincie romane e decano degli archeologi italiani in Libia) ha voluto sottolineare l’importanza di “questo dialogo che rappresenta un solido terreno per condividere la nostra comune storia e le nostre radici mediterranee ed è la base per definire una piattaforma di sviluppo non solo culturale tra Italia e Libia”.

MART-Libia (Missione Archeologica Roma Tre) è presente da 27 anni nel Paese nord africano e – con il fattivo contributo del MAE, dell’Eni e della Fondazione Mediterraneo Antico – è attivamente impegnata nel recupero e nella salvaguardia di Villa Silin e nei progetti di cooperazione ‘Castello Rosso e Musei della Tripolitania’ e il progetto ‘Archivi Libici del ‘900’”.

All’incontro hanno partecipato 10 missioni in rappresentanza delle 13 attualmente attive in Libia.

Cornice di sicurezza degli operatori, trasparenza nella gestione e nella finalizzazione dei fondi, formazione degli addetti locali e la creazione di una cabina di regia e coordinamento della ricerca archeologica: questi i principali temi trattati.

Fabian Baroni – segretario generale della Fondazione MeDa – ha voluto lanciare un appello ai nuovi ministri Dario Franceschini e Luigi Di Maio: “affinché non lascino cadere la possibilità di riannodare e rilanciare la cooperazione culturale italo-libica, di cui questo evento, pur con tutte le difficoltà di cui siamo consapevoli, rappresenta un significativo contributo”.

L’Italia nel mar Rosso: riflessioni sintetiche su alcune scelte strategiche italiane tra Mediterraneo ed Oceano Indiano

L’Italia è una “Potenza anfibia” con interessi vitali tanto sulla terraferma quanto sui mari. A dare questa definizione, negli anni ’30 del secolo scorso, furono i fondatori della Scuola italiana di geopolitica Ernesto Massi e Giorgio Roletto che aggiunsero questo terzo elemento al dualismo conflittuale Potenze terrestri – Potenze marittime della geopolitica classica. Per la sua stessa conformazione geografica l’Italia è ancorata all’Europa e protesa allo stesso tempo nel Mediterraneo orientale. Per il “gioco delle proiezioni” e per la trasformazione degli scenari economico-commerciali mondiali il Mar Rosso diventa una regione fortemente attrattiva per gli interessi dell’Italia “anfibia”.

L’Italia nel mar Rosso: riflessioni sintetiche su alcune scelte strategiche italiane tra Mediterraneo ed Oceano Indiano - Geopolitica.info

Quando nel 1882 il governo italiano acquistò la Baia di Assab dalla Compagnia Rubattino, il ministro degli Esteri Pasquale Stanislao Mancini – tra i fondatori dell’ideologia coloniale italiana – giustificò in Parlamento questa operazione con la necessità per il nostro Paese di essere parte in causa nella nascita e nello sviluppo delle nuove rotte commerciali che, dal Canale di Suez, collegavano il Mediterraneo con l’Oceano Indiano. Il successivo rafforzamento della presenza militare e politico-amministrativa italiana nel Corno d’Africa, con l’estensione dei possedimenti di diretto dominio in Eritrea e Somalia, aveva come scopo strategico proprio quello di avere piedi ben piantati nelle acque del Mar Rosso. Nonostante le attenzioni di politici, diplomatici e militari italiani si fossero concentrate sull’Impero etiopico, in molti, su tutti il governatore dell’Eritrea Jacopo Gasparini, rimasero convinti che il vero nucleo dell’interesse nazionale fosse il Mar Rosso nel nome di una più ampia “proiezione imperiale” italiana.

L’evoluzione dell’economia mondiale, con la comparsa sullo scenario internazionale di attori come l’India e la Cina, lascia pensare che effettivamente Gasparini, Massi e Roletto non avessero torto a spostare la barra degli interessi italiani nel Mar Rosso che è tanto più importante quanto più identificato quale rotta preferenziale dei grandi traffici commerciali nell’epoca della globalizzazione. Una teoria ma anche una linea politica che spinga Roma ad avere un ruolo più importante nel Mar Rosso, con il rafforzamento dei rapporti bilaterali con gli Stati della sponda occidentale ed investimenti strategici ben mirati nell’area, non è in contrasto né con la nuova “Via della seta” (interessante se considerata alla luce della penetrazione economica e politica cinese nel Corno d’Africa) fortemente voluta dal presidente del consiglio Conte, né con le tradizionali direttrici euro-atlantiche della politica estera nazionale. Alcune scelte politico-diplomatiche del governo giallo-verde pare alludessero proprio ad una revisione del ruolo italiano nella regione, si pensi al viaggio di Giuseppe Conte in India, alla definizione di “Mediterraneo allargato” ed alla teorizzazione del “ruolo positivo dell’Africa negli scenari internazionali” che deve essere promosso in Europa proprio dall’Italia. Questa idea ancora evanescente, seppur affascinante, poggia comunque sul ruolo geografico e geostrategico che la Penisola italiana riveste quale “terminale” per i traffici commerciali del “Cindoterraneo” (Cina – Oceano Indiano – Mediterraneo) che è, ad oggi, la principale carta che la nostra diplomazia può giocare sui tavoli che contano.

Anche i rapporti bilaterali solidi con l’Eritrea, la nostra ex “Colonia primigenia”, contribuiscono a rafforzare la presenza italiana nel Mar Rosso. Lo scorso 4 luglio il ministro degli Esteri Moavero Milanesi ha incontrato alla Farnesina il suo omologo eritreo Osman Saleh ed il comunicato ufficiale parla di “forte interesse – da parte eritrea ndr – per gli investimenti italiani, segnatamente nel settore delle infrastrutture portuali, nel quadro della dinamica espansione che, grazie anche all’iniziativa italiana, stanno vivendo le rotte dei collegamenti marittimi tra il Mediterraneo e l’Asia Orientale, via l’Oceano indiano”.  Parole che ben evidenziano come la penetrazione italiana nel Mar Rosso passi attraverso le attività delle nostre aziende in una fase in cui Paesi dalle enormi potenzialità hanno la necessità di modernizzare ed in alcuni casi costruire da zero le proprie infrastrutture strategiche.

I rapporti con il governo somalo, nonostante le numerose attestazioni di stima, sono invece ancora soggetti al doppio livello d’una narrazione che vorrebbe l’Italia protagonista nel Paese, visto il suo passato prima come Potenza coloniale e poi come Potenza amministratrice, a fronte di un disimpegno politico-militare nella regione a partire dalla seconda metà degli anni ’90 che ha drasticamente minato le possibilità italiane di incidere profondamente sui meccanismi decisionali dello “Stato fallito” più instabile del Corno d’Africa.

Uno sguardo a parte va poi gettato sul Sudan dove l’Italia – pur nell’ambito della complessa transizione politica che la terra dei Dervisci sta attraversando – riesce, tramite l’approccio “interculturale” dei propri diplomatici in loco, non solo a contribuire in maniera determinante al programma di sminamento delle Nazioni Unite, ma anche a tenere aperte finestre di dialogo con le tante realtà locali comprendendone necessità e captandone gli obiettivi, come già riportato da Geopolitica.info nell’articolo di  Fabrizio Lobasso e Elenoire Laudieri di Biase.

In acque che lambiscono aree fortemente instabili la presenza militare è fondamentale. In questo quadro si inserisce l’importante ruolo rivestito dall’Italia nell’ambito dell’Operazione Atalanta per il contrasto della pirateria nel Corno d’Africa. Il 23 luglio scorso la fregata “Antonio Marceglia” della Marina Militare ha assunto il ruolo di Force Commander dell’Operazione decisa dal Consiglio Europeo nel 2008 e che sta dando importanti frutti contro un fenomeno, quello della pirateria nel Mar Rosso e nell’Oceano Indiano, che rischia di minare pericolosamente i traffici commerciali lungo la rotta di Suez oltre a costituire una pressante minaccia per il trasporto degli aiuti umanitari del World Food Programme. La fregata comandata dal contrammiraglio Armando Simi sarà impegnata fino a dicembre 2019 nell’area del Golfo di Aden e dell’Oceano Indiano. Nonostante la scarsa attenzione mediatica, la Missione Atalanta ha un’importanza strategica vitale per i nostri interessi nazionali nel Mar Rosso che sono inevitabilmente connessi con la libertà di navigazione e l’espansione dei traffici commerciali nei “mari caldi”.

La politica italiana nel Mar Rosso è espressione tanto della diplomazia economica tanto di quella tradizionale, ma anche di dialogo interculturale tra realtà che, per un certo periodo della loro storia, hanno convissuto sotto la stessa bandiera. La commistione positiva di interessi economico-privati e politici-statali spinge necessariamente l’Italia verso il Mar Rosso che è regione di mercati emergenti e via di comunicazione fondamentale. Può sembrare che, indirettamente, la condotta italiana nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso abbia i suoi pilastri fondamentali nelle teorie espresse dalla Società Geografica Italiana tra gli anni ’60 e ’90 del XIX Secolo ma c’è ancora tanto da fare per ritagliarsi un’area d’influenza politico-economica propria al riparo dall’assalto dei giganti cinese ed indiano specialmente perché le regole del gioco ad oggi vedono ancora gli Stati nazionali come attori fondamentali e le organizzazioni sovranazionali come l’UE incapaci di dettare la linea e di avere una strategia comune.

 

 

 

Il Movimento 5 Stelle al Ministero degli Esteri: la continuità nel cambiamento

Nel primo pomeriggio del 4 Settembre, a seguito dell’incontro tra il Presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, è stata annunciata la formazione del nuovo governo sostenuto dal Movimento 5 Stelle (M5S) e dal Partito Democratico (PD) a conclusione della crisi di governo avviata lo scorso 8 Agosto. Il cambiamento radicale della maggioranza di governo ha fatto sì che l’intero Consiglio dei Ministri fosse ridefinito, tenendo conto dei rapporti di forza tra le due forze di maggioranza e della necessità, come più volte annunciato, di costruire un governo di svolta.

Il Movimento 5 Stelle al Ministero degli Esteri: la continuità nel cambiamento - Geopolitica.info

Particolarmente importante è stata la ridefinizione del ruolo di Luigi Di Maio, “capo politico” del Movimento 5 Stelle e precedentemente Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico nonché vicepresidente del Consiglio, che assumerà l’incarico di nuovo Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale del nuovo Governo Conte. Provare a definire in modo chiaro e netto quella che sarà la linea politica adottata dal Ministro nella conduzione della politica estera italiana non è affare affatto semplice dato che nella precedente esperienza di governo il M5S si è sostanzialmente concentrato sulle questioni di politica interna e in particolare di politica economica, lasciando che a condurre la politica estera fossero l’ex Ministro Enzo Moavero Milanesi e il Premier Giuseppe Conte.

Come affermato mediante un lungo post su facebook l’internazionalizzazione dell’economia italiana sembra essere uno dei punti fondamentali del nuovo Ministro degli Esteri, una linea, questa, già sostenuta nel corso della precedente esperienza al Ministero dello Sviluppo Economico durante la quale ha più volte ribadito la necessità di guardare alla Repubblica Popolare Cinese quale partner strategico fondamentale. Tale iniziativa, si è conclusa con la firma, lo scorso 22 marzo, di un Memorandum di intesa con Pechino che vede l’Italia essere il primo paese del G7 a aderire alla Belt and Road Initiative, l’enorme iniziativa infrastrutturale volta a collegare il gigante asiatico ai mercati europei lanciata nel 2013 da Xi Jinping.

Dossier fondamentali restano i fenomeni migratori e i rapporti con i paesi africani rispetto ai quali si ritiene necessario procedere tanto su base bilaterale quanto, soprattutto, su base multilaterale, in particolar modo mediante un intervento strutturato dell’Unione Europea, che resta uno dei veicoli fondamentali per risolvere le ragioni strutturali dell’instabilità in Medio Oriente e Nord Africa. Nel progredire in questa direzione, si ribadisce la necessità di muoversi con rapporti che vedano una cooperazione su base paritaria, tema caro al M5S che nel corso degli anni si è fatto alfiere di una politica estera basata sul rispetto della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli, nonché rilanciando la cooperazione economica con le economie emergenti al fine di creare nelle singole realtà locali stabilità e sviluppo.

Cruciale per il nuovo Governo sarà la definizione di un “multilateralismo efficace” volto alla promozione della pace e della sicurezza internazionale imperniato sul legame euroatlantico, non più messo in discussione come nella fase più radicale del Movimento 5 stelle, e sul processo di integrazione europea, entrambi pilastri fondamentali della sicurezza nazionale e consessi all’interno dei quali perseguire l’interessa nazionale italiano.

Questione fondamentale restano i rapporti interni all’Unione Europea. Nel corso della precedente esperienza di governo l’allora vicepremier Di Maio era stato al centro di uno duro scontro con le istituzioni europee e con Francia e Germania in particolare, uno scontro legato alla gestione della questione migratoria e della politica economica. Il confronto con Parigi raggiunse l’apice quando, nel febbraio scorso, l’ambasciatore francese fu richiamato in patria per consultazioni a seguito dell’incontro tra Luigi di Maio e alcuni esponenti del movimento dei “gilet gialli” avvenuto in un momento di massima tensione tra il Governo francese e i manifestanti che da settimane scendevano in pizza contro le politiche economiche volute dal Presidente Macron. Oggi, la propensione allo scontro con l’UE sembra essere venuta meno, soprattutto a seguito dell’elezione di Ursula Von Der Leyen a Presidente della Commissione Europea, elezione che ha visto il supporto determinante dei parlamentari europei del M5S. La nomina del Commissario italiano, il cui nome più accreditato sembra essere quello di Paolo Gentiloni, una figura stimata a Bruxelles per il suo incarico di Ministro degli Esteri prima e Presidente del Consiglio poi, resta ora uno dei punti più delicati da definire soprattutto se il Governo vorrà puntare ad un Commissario di peso nella gestione della politica economica dell’UE. Analogamente, la necessità di riformare il Regolamento di Dublino rimane uno dei temi più rilevanti da affrontare come pure la definizione di quelli che saranno i margini di manovra del Governo nell’elaborazione della prossima legge di bilancio.

In conclusione, Luigi Di Maio e il Movimento 5 Stelle sembrano aver abbandonato le posizioni più radicali assunte precedentemente alla formazione del primo Governo Conte, ciò non toglie che, data la mancanza di esperienza diretta del leader pentastellato nella gestione della politica estera, fondamentali saranno i consiglieri di cui si contornerà e il rapporto che riuscirà a instaurare con le cancellerie europee nell’affrontare le grandi sfide che attendono l’Europa, prima tra tutte la Brexit, nonché la capacità di destreggiarsi tra Cina e Stati Uniti in un contesto internazionale che stenta a prendere una chiara forma.