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Appunti a sostegno di una special relationship Italia-USA

L’8-9 gennaio il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ha ospitato la seconda sessione plenaria a livello alti funzionari del Dialogo Strategico Italia-USA. L’incontro ha prodotto un documento congiunto in cui si è affermato il perdurante impegno a intensificare i rapporti tra i due Paesi in alcune dimensioni sensibili, dove la loro cooperazione non ha valore meramente tattico ma, per l’appunto, strategico. Tra queste la stabilità del Mediterraneo, la sicurezza energetica e la difesa della democrazia e dei diritti umani.

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Tale riflessione appare tanto più importante al cospetto di un ordine internazionale i cui pilastri sono stati progressivamente messi in discussione a partire dall’attacco alle Torri Gemelle e, ancor di più, dopo la crisi finanziaria del 2007-2008. Da un lato le sue norme (diritti umani), i suoi modelli politici ed economici (democrazia e libero mercato) e la sua architettura istituzionale (ONU, NATO, UE) stanno subendo una contestuale perdita di efficacia e di fascino. Dall’altro il primato americano nella dimensione del potere e del prestigio è sotto l’attacco di una serie di potenze revisioniste il cui raggio d’azione è regionale – Iran e Corea del Nord – o si dipana su più quadranti strategici – Cina e Russia – ma comincia anche a essere mal tollerato da alleati tradizionali – Germania e Francia.

Come tutte le crisi, ovviamente anche questa si trova dinanzi due possibili evoluzioni: il superamento dell’ordine liberale o il suo riconsolidamento. Come tutte le crisi, inoltre, anche quella in atto impone la necessità di compiere una scelta di campo, quanto meno alle grandi e medie potenze (in caso di declino dell’egemone, i “piccoli” tendono a schierarsi con il Paese più minaccioso tra quelli geograficamente prossimi). Dunque, a dispetto della retorica declinista sul nostro Paese, l’Italia è chiamata a compiere una scelta cruciale per il suo futuro. Purtroppo, la nostra classe dirigente – un concetto che, come insegna Gaetano Mosca, è ben più ampio di quello di classe politica – non sembra averne pienamente contezza, come confermato dalle scarse tracce rinvenibili nel dibattito pubblico nazionale.

La domanda che ci dobbiamo porre come sistema-Paese, qualora fosse necessario esplicitarla, è: di fronte alla crisi dell’ordine liberale a guida americana, da che parte stiamo? Sebbene, da tradizione italiana, la tentazione di restare a guardare alla finestra sia forte, la storia dell’ultimo secolo ci ha insegnato che essa comporta il rischio di essere trattati da sconfitti o da “non vincitori” pur avendo scelto – in ritardo – il cavallo vincente. Al netto delle nostre preferenze ideologiche o della percezione di un debito storico nei confronti degli Stati Uniti – legato al ruolo che essi hanno giocato nell’ultimo conflitto mondiale, nella successiva fase di ricostruzione con il Piano Marshall o nella nostra difesa sia durante che dopo la Guerra fredda – la risposta che l’Italia deve formulare deve essere dettata da considerazioni di tipo strategico. Questo implica l’identificazione dei nostri obiettivi di sicurezza e, in base a essi, la definizione del migliore piano d’azione per conseguirli.

Semmai riuscissimo in tale impresa – cosa tutta da vedere vista l’aria che tira da queste parti sulla libertà di dibattito – con tutta probabilità il risultato di quello che potrebbe apparire a molti un ragionamento “cinico” – o, forse, solo razionale – sarebbe probabilmente lo stesso di quello “idealistico” – o, più banalmente, di natura epidermica. In sintesi, la nostra opzione migliore non solo resta quella americana, ma passa per un innalzamento di livello del rapporto tra i due Paesi a dispetto di chiunque ne sia alla guida. Non si pretende in questa sede di cogliere l’essenza di un tema dalle mille sfaccettature e per cui sono necessarie molte e molto più approfondite competenze di quelle possedute da chi scrive. Più semplicemente, si tenterà di mettere nero su bianco alcuni appunti a sostegno dell’ipotesi di una relazione speciale tra Italia e Stati Uniti, sulla scorta di quelle evoluzioni politiche recenti che mettono in discussione la sicurezza – da intendersi non solo in senso militare, ma anche come benessere complessivo – del nostro Paese.

Il tema che naturalmente tiene banco questi giorni è quello degli effetti prodotti dalla strategia di retrenchment messa in atto da Washington sin dal 2011 sugli impegni precedentemente contratti in Medio Oriente e Nord Africa (MENA). Prima Barack Obama e poi Donald Trump, d’altronde, hanno chiarito come l’area vitale per gli interessi strategici americani sia l’Indo-Pacifico e non il MENA. Questo, tuttavia, non sottintende che gli Stati Uniti – come si legge diffusamente – vogliano abbandonare la regione a sé stessa. Al contrario, significa che non desiderano più impegnarsi in irrealistiche operazioni di ingegneria politico-sociale come fatto dall’Amministrazione Bush, né sobbarcarsi da soli i costi del mantenimento dell’ordine, secondo il principio del leading from behind. Inutile mettere la testa sotto la sabbia per non pensare al fatto che l’Italia, ancor prima di essere una potenza europea, è una potenza mediterranea e che – per prima – subisce i contraccolpi dell’instabilità degli Stati che si affacciano sull’ex Mare Nostrum o che ne costituiscono l’immediato retroterra. Si ricordi, inoltre, che dopo gli Stati Uniti è proprio il nostro Paese quello più esposto nell’area quanto a presenza militare. Tuttavia, il prestigio che l’Italia ne trae non appare proporzionale agli sforzi profusi, forse perché le sue – limitate – risorse appaiono investite in operazioni talvolta velleitarie nell’ottica dell’interesse nazionale (che ci stiamo a fare in Libano?). Al contrario, sembriamo fare poco, almeno in relazione agli interessi che abbiamo in gioco, in un contesto vitale come quello della Libia. Per tale ragione, dovremmo confermare il nostro grande impegno a fianco degli Stati Uniti, a differenza di quanto fatto da altri Stati europei, e, al contempo, concertare con loro l’ottimizzazione delle nostre forze laddove ha più senso impegnarle. Dimostreremmo così la disponibilità ad assumere un ruolo di grande responsabilità all’interno dell’approccio strategico americano varato negli anni Dieci e che, presumibilmente, sarà confermato negli anni Venti.

È proprio questo il caso della Libia dove, oltre alle proxy locali (governo legittimo di Tripoli o milizie di Bengasi), sembra in atto un confronto tra potenze che – se non ne conoscessimo i nomi dei protagonisti – potrebbe anche sembrarci una cronaca di metà Ottocento, con turchi, russi, egiziani e francesi a decidere chi sta al potere e quali scelte deve compiere a pochi chilometri dalla nostra Penisola, con la variante costituita dai crescenti interessi cinesi nel Paese. Sicuramente, se Roma si dimostrasse disponibile a investire di più nel ripristino dell’ordine in Libia, Washington la considererebbe quale sua migliore opzione e, probabilmente, sarebbe disponibile a offrirgli copertura in termini di legittimità e di risorse, così come ad accettare una diminuzione dei suoi impegni altrove. Non ci dimentichiamo, infatti, che come potenza marittima gli Stati Uniti hanno interesse alla stabilità del bacino del Mediterraneo e la presenza di un “buco nero” come quello libico al suo centro non lavora esattamente in tale direzione.

Stesso discorso vale per il ruolo che l’Italia dovrebbe/potrebbe giocare nei Balcani, altro quadrante dove il vento del XIX secolo è tornato a spirare, con tedeschi, francesi, russi e turchi a muovere quelle che – a conferma del carattere squisitamente legalistico del principio di sovranità – sono più delle pedine su una scacchiera regionale che degli Stati indipendenti. Non si dimentichi il recente caso del blocco del processo di adesione all’Unione Europea della Macedonia del Nord – che aveva trovato nell’Italia uno dei suoi principali sponsor – da parte di quella che solo nominalmente si propone come potenza europeista par excellence, la Francia. Sembra quasi superfluo sottolineare – ma forse meglio farlo – che gli Stati Uniti avrebbero preferito una Macedonia del Nord perfettamente integrata nei sistemi di alleanza occidentali – tanto è che stavano contemporaneamente sostenendo la firma del protocollo della sua adesione alla Nato – piuttosto che esposta alle leve della Russia nella dimensione economica.

Non si dimentichi poi che Italia e Stati Uniti hanno un interesse comune in campo energetico, che per i secondi ha riflessi immediati anche in quello strategico: limitare il peso internazionale della Russia. In una recente telefonata, sembra che Vladimir Putin e Angela Merkel abbiano ribadito il loro impegno per portare a compimento il gasdotto Nord Stream 2. Nonostante la Germania ostenti fermezza sul tema delle sanzioni, si tratta di un ulteriore passo con cui Berlino si allontana da Washington per collocarsi in una posizione intermedia tra quest’ultima, che ambisce contemporaneamente ad aprire nuovi mercati al suo gas e a contenere la potenza russa, e Mosca. Dal canto suo, l’Italia rischia di restare schiacciata dalla formazione di un hub tedesco dell’energia che, congiuntamente al depotenziamento delle rotte onshore del gas russo, la renderebbe più esposta alle politiche di Berlino e ne indebolirebbe il piano di costituzione di un hub meridionale per l’energia europea. È in questa prospettiva, d’altronde, che sono stati sviluppati i progetti della Trans-Adriatic Pipeline (TAP) e quello dell’esplorazione e dello sfruttamento dei giacimenti offshore nel Mediterraneo orientale. Entrambi favoriscono, oltre l’Italia, anche altri alleati tradizionali degli Stati Uniti, quali Israele, Cipro, Azerbaijan, Albania. Al contrario, il TAP è in contraddizione con gli interessi della Russia, mentre la progressiva messa a regime delle risorse del Mediterraneo orientale – che la Russia ha digerito solo dopo l’inserimento della sua ROSNEFT nel progetto guidato da ENI – è visto come il fumo negli occhi dalla Turchia, come confermato dalla crisi del febbraio 2018 quando la marina militare di Ankara bloccò la nave perforatrice italiana “Saipem 12000” (l’Unione Europea dove era? Erdogan era tornato improvvisamente democratico?).

Altro capitolo che dovrebbe indurci a rinsaldare la relazione con gli Stati Uniti è quello con la C maiuscola nell’agenda internazionale, ossia i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese. Più nello specifico, al di là dei calcoli politici di corto respiro, assume una valenza fondamentale il tema della partecipazione o meno di Roma ad alcuni progetti strategici lanciati da Pechino. Si fa naturalmente riferimento alla Belt and Road Initiative e al piano di lancio del 5G di Huawei e non ai rapporti tra Italia e Repubblica Popolare Cinese in generale. Non si dimentichi, d’altronde, che l’Italia continuò ad avere rapporti di collaborazione scientifica ed economica anche con l’URSS durante la Guerra fredda e, quindi, nessuno ha l’ardire di proporre un taglio dei ponti con un partner economicamente importante come quello cinese. Tuttavia, Roma non ha interesse a favorire l’incremento di un flusso economico di merci a basso costo (che, come confermato dai dati degli ultimi due anni, aumenta sostanzialmente in direzione unilaterale) che stanno progressivamente mettendo fuori mercato i prodotti delle nostre aziende piccole, medie e grandi attraverso procedure di dumping. Gli americani coltivano interessi simili a quelli italiani sul tema ma per ragioni diverse, poiché i beni che invadono i nostri mercati provengono da un’economia – direttamente o indirettamente – controllata dal governo di Pechino e funzionale al perseguimento dei suoi interessi strategici. Nella stessa prospettiva, inoltre, la Casa Bianca ha fatto pressioni su Palazzo Chigi affinché receda dai propositi di concedere infrastrutture vitali come quelle legate al 5G ad aziende cinesi, favorendo l’ingerenza sulle nostre dinamiche politiche interne di un Paese autoritario (se qualcuno avesse il coraggio di applicare le categorie politologiche, potremmo tranquillamente definirlo “totalitario”) e sempre più avverso al sistema di alleanze nel quale siamo inseriti.

Infine, occorre sottolineare che con la Brexit la componente “atlantista” interna all’Unione Europea è destinata a diventare sempre più debole, viste le tensioni sempre più frequenti che – ricordiamolo, sin dai tempi di George W. Bush – stanno caratterizzando i rapporti tra Washington e le due “locomotive” del progetto di integrazione europea, Berlino e Parigi. Inutile stare qui a menzionare l’ormai infinita serie di colpi bassi che Roma si è scambiata negli ultimi anni con le due capitali “sorelle”. Questo naturalmente non significa proporre l’ItalExit – che potrebbe solleticare le fantasie di Donald Trump, ma non necessariamente compiacere i suoi successori – ma compiere azioni volte a riportare in equilibrio i rapporti interni a Bruxelles, che da unione tra pari rischia di trasformarsi in un direttorio. Questa può essere realizzata solo con l’aiuto di un partner esterno di peso come gli Stati Uniti, che veda nell’Italia un garante della lealtà atlantista dell’intero continente europeo (che è molto meno scontata di quanto si pensi comunemente).

Se questi costituiscono solo alcuni degli incentivi sistemici alla definizione di una relazione speciale tra Italia e Stati Uniti, non bisogna dimenticare che – semmai al termine di un lungo dibattito potesse emergere questa opzione – sarebbe necessaria anche la volontà degli attori interni nel tradurla in politiche. A questo punto la “palla” passerebbe in mano ai partiti sia di governo che di opposizione, perché una scelta strategica ha bisogno di un sostegno trasversale per essere realizzata, essendo per sua natura di lungo termine. Tuttavia, il “partito” dei sostenitori di una special relationship con gli Stati Uniti al momento sembra debole. Se l’estrema sinistra è sempre stata, e, probabilmente, sempre sarà ideologicamente anti-americana, il Partito Democratico sembra non aver colto il cambiamento dei tempi per cui europeismo e atlantismo non sono più due concetti sistematicamente conciliabili. Dal canto loro, Italia Viva e Forza Italia sembrano troppo impegnate con la lotta per la loro sopravvivenza per ragionare su questioni di medio-lungo termine. Infine, sulla Lega gravano ancora i sospetti del Russiagate, nonostante oggi sembri prevalere nel partito quell’impostazione pro-americana di cui Giancarlo Giorgetti era il principale promotore durante l’esperienza del governo giallo-verde, mentre il feeling tra Fratelli d’Italia e gli Stati Uniti, almeno per il momento, sembra dipendere troppo dalla figura dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

In altre parole, non si compiono scelte strategiche senza averle metabolizzate. Tuttavia, il tempo che viviamo le richiede e l’Italia rischia di morire di tattica.

Una riflessione a caldo sulla Libia: le “trattative armate” di Russia e Turchia e l’Italia senza coraggio

Il flebile cessate-il-fuoco stabilito in Libia previa mediazione turca (con al-Sarraj) e russa (con Haftar) in funzione dei colloqui di Mosca mette in evidenza l’ormai scarso peso italiano nella regione.

Una riflessione a caldo sulla Libia: le “trattative armate” di Russia e Turchia e l’Italia senza coraggio - Geopolitica.info A Libyan rebel who is part of the forces against Libyan leader Moammar Gadhafi sits next to a pre-Gadhafi flag as he guards outside the refinery in Ras Lanuf, eastern Libya, Monday, March 7, 2011. (AP Photo/Kevin Frayer)

La soddisfazione per la tregua espressa dalla Farnesina non si discosta di molto dalla fallimentare idea di azione unitaria dell’UE – mai stata così lontana dall’avere peso nel teatro libico – e dal pacifismo ideologico di Roma che è, specie quando si affrontano scenari di crisi, una palla al piede. Il governo italiano continua ad augurarsi che da Bruxelles si parli con una voce sola ma ormai gli europei, persino quelli che sembravano protagonisti indiscussi della crisi libica come francesi e britannici, hanno perso mordente e terreno dinanzi alla ingombrante presenza turca e russa.

Da attore principale della crisi libica l’Italia si è trasformata in una delle tante voci del coro, anche poco ascoltata – ed i giri di valzer targati Di Maio e Conte mostrano proprio questo – rispetto ai turco-russi che al contrario sanno bene quali carte giocare assieme pur essendo schierati su fronti opposti in questa vicenda. Un appoggio concreto ad al-Sarraj, privo delle macchiettistiche operazioni di “marketing” ( si vedano i “corsi gender” ideati dalla Trenta per gli ufficiali libici) e degli scrupoli ideologici (no alla vendita di armi al governo di Tripoli e no al supporto militare nonostante l’alleato libico fosse assediato), avrebbe permesso a Roma di evitare lo scivolamento di Tripoli verso Ankara: con questo non si vuole dire che non esistesse già un “legame speciale” tra Erdogan ed il governo tripolino in cui tanta parte ha la Fratellanza Musulmana, ma l’Italia aveva comunque una voce importante in capitolo e nulla si è fatto per mettere a frutto questo potenziale in termini politici.

Avendo lasciato uno spazio vuoto era chiaro che qualche altra Potenza avrebbe tentato di occuparlo; l’acuirsi della crisi militare ha consentito alla Turchia di giocare la carta muscolare inviando armi e truppe a Tripoli proprio nel momento in cui l’Italia scartava un’eventualità del genere. I “boots on the ground” – per quanto esigui siano al momento – hanno permesso alla Turchia di intavolare trattative con la Russia spostando di fatto il baricentro del conflitto dal campo di battaglia ai corridoi delle cancellerie, aprendo alla fase delle “trattative armate”. Quel che l’Italia poteva fare e che colpevolmente non ha fatto ha consentito ad una Potenza rivale – che per modus operandi e scelte strategiche sta assumendo lo stesso ruolo della Francia nel 2011, cioè quello di un formale alleato anti-italiano nella prassi – di allargare il proprio spazio di manovra fagocitando il nostro.

Il governo italiano sta approntando un nuovo decreto missioni per aprire alla possibilità di rafforzare la presenza militare in Libia cercando quindi di parare il colpo dei turchi e dei russi, proponendosi come un partner affidabile a cui richiedere uno sforzo per approntare un contingente che funga da “cuscinetto” tra Tripoli e Bengasi in vista dei colloqui di pace. Sarebbe un modo per tornare in ballo ma sempre da comparse e non da protagonisti; il dato di fatto è che Roma ha incoscientemente perso tempo e non è intervenuta massicciamente quando avrebbe potuto farlo, aggrappandosi invece alle norme internazionali, le quali sono valide in periodi tranquilli ma che durante le crisi valgono meno di zero.

Diceva Carl Schmitt che “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”. Si potrebbe benissimo adattare questo concetto anche alla politica estera evidenziando che “siede al tavolo chi decide sullo stato d’eccezione” e non si fa quindi spaventare dalle crisi politico-militari e che ne vede, anzi, le opportunità per incidere ed ampliare il proprio spazio d’influenza, in altre parole, per attuare – nell’ambito delle proprie possibilità, che non sono poche al di là della sempre negativa autopercezione – una politica di potenza. L’Italia ancora una volta si è comportata da “italietta” mettendo in luce, sia tra la classe dirigente che nell’opinione pubblica, i suoi mali endemici. Non è tanto questione di interpretazioni sbagliate dell’atlantismo ma di pavidità e della totale mancanza di volontà d’accettare e confrontarsi con il peso ed i costi del rischio.

Questo ragionamento vale a prescindere da quelli che saranno i risultati dei colloqui moscoviti e, della eventuale, Conferenza di pace a Berlino.

Italia protagonista in Libia. Un esercizio di teoria politica

Nel complicato scacchiere libico, piani e strategie si disfano e ricompongono costantemente sotto i colpi del conflitto tra le diverse fazioni sul terreno, mettendo in discussione la capacità delle grandi potenze di influenzare il corso degli eventi e riportare la stabilità dopo lunghi anni di guerra civile. La capacità di pianificazione strategica di uno Stato non si basa però unicamente su infrastrutture, intelligence e comandi operativi ma anche su una certa dose di coraggio e ambizione che, pur non essendo fondamentali, risultano decisivi.

Italia protagonista in Libia. Un esercizio di teoria politica - Geopolitica.info

Giugno 2019, a Roma – alla presenza di Abd al-Fattah al-Sisi – il governo Conte riesce a incassare un clamoroso successo in politica estera: un accordo strategico tra le diverse fazioni in lotta nello scacchiere libico. Un successo che congela anche l’ipotesi di crisi del suo Governo, successiva ai risultati delle elezioni europee e alle “fibrillazioni” giudiziarie dei mesi precedenti. Fantapolitica? Oppure l’esito di una strategia audace ma al contempo concreta come quella proposta da Antonio de Martini, analista esperto dello scacchiere mediorientale ed ex ufficiale carrista. Proviamo a sintetizzare la sua proposta per gestire il “teatro d’operazione libico”.

Nelle settimane a cavallo tra aprile e maggio, i combattimenti attorno a Tripoli proseguono stancamente, senza nessun risultato significativo, anche perché gli altri attori (Misurata e Zentan) non si gettano nella mischia per non scoprirsi rispetto a eventuali contrattacchi. Come ci ricorda de Martini, la storia ci insegna che: “gli arabi accettano anche nei conflitti più sanguinosi proposte di mediazione” qualora a farle siano soggetti “rispettati” e che si dimostrino “capaci di usare la forza con giudizio”.

Il vantaggio del presidente del Consiglio Giuseppe Conte risiederebbe nel fatto di non essere compromesso con il voltafaccia del 2011 che ha totalmente delegittimato il PD e il clan Berlusconi; ma questo è solo il primo requisito: affinché le sue proposte possano essere prese in considerazione, il premier deve “mostrare di saper usare la forza delle armi, possibilmente senza spargimenti di sangue”

L’approccio di “Peace Enforcing” prevederebbe il seguente dispiegamento:

  1. Una divisione navale – a sostegno di due battaglioni (fanti di marina e paracadutisti) appoggiati da incursori – posizionata nel golfo di Sirte davanti a Agedabbia. In questa fase i nostri diplomatici e l’intelligence dovrebbero creare dei canali di comunicazione con le diverse fazioni sul campo, mentre non ci sarebbe alcun contatto diretto tra i nostri militari e le milizie.
  2. Qualora la proposta di cessate il fuoco non venisse immediatamente accettata, i lagunari metterebbero “gli scarponi sul terreno” mentre le unità navali porta-aeromobili inizierebbero un’attività di copertura aerea (con l’appoggio della base di Ghedi) più “aggressiva” con “sorvoli” tattici, fino a chiudere lo spazio aereo.
  3. Nel frattempo, una seconda divisione navale verrebbe posizionata di fronte a Tobruch senza sbarcare, ma effettuando “ricognizioni offensive” in grado di lanciare un messaggio chiaro: la via dei rifornimenti e di fuga verso l’Egitto è tagliata. A questo punto, “l’offerta di cessate il fuoco – chiosa de Martini – verrebbe respinta solo da un demente”.
  4. Poco prima della scadenza fissata per l’accettazione, sbarcherebbero anche i parà, comunicando che si apprestano “a favorire il deflusso dei gruppi che si sono ‘sbilanciati’ verso Tripoli”.

“Finora non è stato sparato un solo colpo e l’intera operazione è italiana. Il negoziato tra le parti si inizia a bordo di una nave italiana (possibilmente non militare) e li si conclude”.

Gli Stati Maggiori italiani hanno a che fare con la Libia dalla fine dell’Ottocento ed è certo che un piano con questo crono-programma e queste direttrici d’intervento, sostenuto da adeguate reti logistiche e d’intelligence è già su qualche autorevole scrivania. È vero che i piani si sfaldano appena si prova ad attuarli (e la storia è un cimitero di pianificazioni strategiche) ma l’audacia e il coraggio sono sempre importanti asset di un Paese: “la prova di decisione e di forza farà miracoli, a patto che sia fatta con precisione cronometrica e la nostra diplomazia abbia pronto un piano da attuare”.

 

Gli ultimi sviluppi della crisi libica e l’inconsistenza italiana

Continuano a muoversi le pedine nella delicata ed intricata partita che si gioca sulla scacchiera libica. Il 22 dicembre le forze del maresciallo Haftar hanno sequestrato a largo di Derna una nave cargo battente bandiera di Grenada e con equipaggio turco; è questa la prima reazione di peso delle forze bengasine all’accordo stipulato tra Tripoli ed Ankara per la modifica delle rispettive Zone Economiche Esclusive (ZEE) nel Mediterraneo orientale e che prevede anche l’aiuto militare turco al governo di al-Sarraj.

Gli ultimi sviluppi della crisi libica e l’inconsistenza italiana - Geopolitica.info

Il capo del governo tripolino Fayez al-Sarraj ha dichiarato al “Corriere della Sera” che il progetto di Conferenza di Berlino potrebbe essere utile ma che allo stato attuale non si vedono i risultati concreti della pacificazione che, depurando la frase dal linguaggio diplomatico, equivale ad una sonora bocciatura della linea fin qui seguita dall’Europa e dall’Italia su tutti, segno che gli equilibri di potenza nella nostra ex “Quarta Sponda” stiano rapidamente cambiando.

Il tutto mentre continua la battaglia intorno a Tripoli scatenata otto mesi fa da Haftar: nonostante i roboanti annunci del maresciallo libico sull’ennesima “offensiva finale” contro la capitale, finora le sue truppe – raccolte sotto la bandiera dell’Esercito Nazionale Libico – hanno ottenuto solo modesti successi sul fronte sud-occidentale puntando ora sui grossi centri di Sirte e Misurata, roccaforti delle potenti milizie che sostengono al-Sarraj. Di pari passo, onde allentare la pressione nemica su Tripoli, le forze governative da quattro mesi cingono d’assedio Tahruna, centro del Gebel Nefusa a 40 km dal mare ed importante deposito di armi di Haftar. Teoricamente, con la ritirata delle milizie dei fratelli Khani dalla città le forze tripoline avrebbero dovuto avere la meglio in poco tempo avanzando poi su Ain Zara, che è, in sostanza, il reale obiettivo dell’offensiva. Tahruna doveva essere uno “specchietto per le allodole” come lo era stato l’aeroporto internazionale rispetto al reale obiettivo, Gharyan, durante la battaglia degli altipiani del Gebel; da mesi invece le truppe governative sono impantanate fuori dalla città ed il piano di costruire una cintura di sicurezza attorno a Tripoli è sostanzialmente fallito.

Tuttavia, negli ultimi giorni al-Sarraj ha dato l’ordine di riprendere l’offensiva su Tahruna con il sostegno dei turchi che schierano sul campo consiglieri militari, blindati e droni e delle milizie di Misurata a cui è stata ordinata la mobilitazione generale qualche giorno fa. A difesa di Tahruna oltre alle forze di Haftar vi sono contractors pagati dagli Emirati Arabi Uniti, milizie mercenarie sudanesi ed i famosi contractors russi della PMC Wagner, la cui presenza è stata denunciata dalle autorità tripoline. In un teatro secondario della guerra, balzato d’un tratto agli onori della cronaca, sono quindi presenti tutti i principali attori, nazionali ed internazionali, della crisi libica.

Proprio da questo fatto il rischio che l’Italia venga definitivamente tagliata fuori da quella che una volta era considerata la sua “area d’influenza” è ormai divenuto concreto e non un semplice slogan da “imperialisti”. La linea telefonica tra Mosca ed Ankara è bollente, nonostante le due Potenze si confrontino indirettamente sul terreno libico, esse danno in questo momento le carte per risolvere la crisi, a conferma del fatto che a poter influire direttamente è sempre e solo chi ha “boots on the ground”. Sia lo scontro che il confronto tra Turchia e Russia in Libia escludono a prescindere l’Italia che è stata tenuta fuori dai colloqui sulla crisi libica all’ultimo vertice NATO e che ha negato risolutamente aiuti militari a Tripoli nonostante la precisa richiesta pervenuta che è invece stata presa al balzo da Erdogan. Il dilettantismo con il quale Roma sta trattando da tre mesi a questa parte il complicato dossier libico mostra quanto poco chiara sia la strategia del nostro governo nel Mediterraneo. I 300 soldati impiegati all’aeroporto di Misurata e gli 80 schierati ad Abu Sitta, nell’ambito di missioni che non hanno rafforzato affatto la nostra presenza ed autorità nel Paese, non forniscono all’Italia la carta da giocare per contare qualcosa.

Da sottolineare è poi il fatto che l’esecutivo italiano non ha abbandonato, ma ha anzi rafforzato, la cosiddetta linea securitaria ispirata dal Viminale contro quella politico-strategica dei ministeri degli Affari Esteri e della Difesa. Una scelta sbagliata che consente ad altri attori concorrenti come la Turchia di estromettere l’Italia dalla Libia mentre Roma tenta di imporre a Tripoli una stretta sul controllo dei flussi migratori ed un trattamento più umano di quelli raccolti nei campi costieri dimenticando però che in Libia vi sono oltre 140.000 sfollati da ricollocare. Inoltre, Roma sembra essere l’unica a rispettare l’embargo sulla fornitura di armi ai contendenti libici decretato dall’ONU che è, nonostante l’illegalità, una pratica particolarmente diffusa e sfruttata dalle altre Potenze per acquisire capitale politico da poter spendere poi in fase di trattative.

Chiaramente Tripoli sotto assedio si è sentita abbandonata dagli italiani che erano stati il principale sponsor di al-Sarraj assieme agli Stati Uniti e che avevano difeso a spada tratta in sede diplomatica l’esistenza dell’esecutivo tripolino ed i diritti della Tripolitania. Oggi la superficialità italiana ha consentito alla corrente filo-turca di Tripoli – guidata dal Gran Muftì Saqid al-Ghariani e dal milieu della Fratellanza Musulmana – di influenzare le scelte (in verità quasi obbligate) di al-Sarraj in favore della richiesta di armi e di sostegno militare ad Ankara. Il crollo repentino della credibilità italiana a Tripoli è favorito anche dall’inconsistenza della linea politica più generale di Roma sulla risoluzione della crisi: coinvolgimento dei Paesi UE – su tutti Francia e Germania in collaborazione con il Regno Unito – per una proposta di pace da presentare alla conferenza di Berlino a cui pare che né al-Sarraj né Haftar abbiano intenzione di partecipare. Così mentre la Turchia rosicchia lo spazio di manovra italiano, alla Farnesina continuano “a respingere qualsiasi tipo di interferenza, promuovendo invece un processo di stabilizzazione che sia inclusivo, intra-libico e che passi per le vie diplomatiche e il dialogo” mentre alle porte di Tripoli tuona il cannone.

Non si può continuare a chiedere ai contendenti di gettare le armi e piegarsi ad una soluzione politica del conflitto fintanto che sul campo gli equilibri rimangono incerti e la strada di una risoluzione manu militari con la conquista di Tripoli da parte di Haftar o con una sua frettolosa ritirata in Cirenaica in caso di sconfitta resta una possibilità concreta. La necessità per Tripoli di fermare prima e respingere poi Haftar entro i confini della Cirenaica apre inoltre alla possibilità che i turchi tentino di costringere Roma a ritirare i soldati presenti in territorio libico e poi, una volta eliminata la residua presenza militare italiana, ridimensionino il ruolo dell’ENI in Tripolitania, regione che resta al centro dei nostri interessi nazionali in merito al contrasto dell’immigrazione clandestina ed alla politica energetica (questione gasdotto Greenstream).

Famosa nella storia della politica estera italiana è l’idea di Francesco Crispi che un Paese, pur ossessionato dai propri problemi di politica interna o che non disponga di grandi risorse finanziarie, non possa disinteressarsi totalmente alle questioni internazionali, a maggior ragione se riguardano il proprio “giardino di casa”. Il concetto qui sintetizzato era riferito al mancato intervento italiano in Egitto nel 1882 ma potrebbe essere valido nel 2019 per la gestione fallimentare della crisi libica. Una Potenza al centro del Mediterraneo che viene estromessa dai processi decisionali di quel mare e che non ha voce in capitolo alcuna su una grave crisi regionale assumendo, anzi, il ruolo della “preda” è fuori dalla storia o destinata ad esserlo molto presto.

 

Il no dell’Europa e il futuro dei Balcani: l’UE vista da Skopije

Con il rifiuto da parte del Consiglio Europeo di avviare le trattative per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’UE, i due piccoli paesi balcanici sono ritornati al centro della politica europea riaprendo il dibattito sui pro e i contro dell’ampliamento dell’Unione a nuovi stati.

Il no dell’Europa e il futuro dei Balcani: l’UE vista da Skopije - Geopolitica.info

La possibilità di ampliare la membership europea è oggi uno dei principali terreni di scontro all’interno delle istituzioni comunitarie. Da un lato il blocco dei paesi dell’Est con importanti sostenitori a Ovest (primo tra tutti l’Italia) spinge per l’adesione dei Balcani Occidentali al fine di stabilizzare la regione e continuare il percorso avviato con il “big bang” del 2004; dall’altro, un secondo gruppo di stati, principalmente occidentali, con in testa la Francia, si oppone all’ampliamento a paesi che non manifestano ancora un effettivo consolidamento della democrazia, dello stato di diritto e del rule of law.

Tra Bruxelles e Skopije

All’indomani dell’indipendenza, le relazioni tra la UE e la Macedonia del Nord hanno visto un andamento altalenante caratterizzato dalla costante opposizione all’adesione da parte della Grecia e dal conseguimento dell’aquis comunitario come condizione fondamentale per l’ingresso. Malgrado le importanti riforme portate avanti dal 2005, anno in cui viene riconosciuto lo status di “candidato a membro”, in più occasioni il Consiglio Europeo ha stentato a prendere una posizione netta in favore dell’adesione della Macedonia. Anche a seguito della firma dell’Accordo di Prespa, che definisce il contorno istituzionale per la normalizzazione delle relazioni tra Macedonia del Nord e Grecia, in occasione del summit europeo dello scorso 17 ottobre 2019, è emerso un saldo blocco di paesi contrario all’allargamento dell’UE all’Albania e alla Macedonia del Nord guidato dalla Francia di Emmanuel Macron.

La posizione francese non è il frutto di un’opposizione ideologica ad ogni ulteriore allargamento, ma la sintesi di diversi elementi che riguardano tanto la politica europea propriamente detta quanto la politica interna francese:

  • Scarsi progressi nell’acquisizione dell’aquis comunitario, in particolar modo considerando l’efficacia del sistema giudiziario e il contrasto alla criminalità organizzata nonché l’efficienza delle istituzioni nel loro complesso;
  • Il pericolo percepito, evidentemente come concreto, che, sotto le ceneri della guerra degli anni ’90, possano covare nuovamente i fuochi del nazionalismo e che l’esplosione di una nuova crisi, innescata da ragioni socioeconomiche proprio nei paesi dalle istituzioni più fragili, possa portare l’UE sull’orlo del collasso;
  • Necessità di ridefinire le modalità di adesione di nuovi stati all’Unione e di approfondire il processo di integrazione europea prima di predisporre nuovi ampliamenti a paesi che risultano essere complessivamente molto deboli;
  • Dal punto di vista interno, Macron ha sofferto una progressiva perdita di consenso che ha rafforzato, soprattutto, il Front National. Aprire all’Albania e alla Macedonia del Nord riporterebbe in Francia il timore di nuovi enormi flussi di migranti che dalla Grecia, attraverso i Balcani, entrerebbero nel cuore dell’Europa offrendo così un nuovo argomento al partito di Marine Le Pen.

L’Italia ha tradizionalmente sostenuto il processo di allargamento ad est dell’Europa ed anche nel caso dei Balcani Occidentali è stata tra i principali sponsor dell’avvio delle discussioni per l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord nell’UE. Per Roma aprire le istituzioni europee all’altra sponda dell’Adriatico significa consolidare la propria posizione nella ex-Jugoslavia e rafforzare la propria sicurezza interna e internazionale. Dal punto di vista italiano, l’allargamento dell’UE è stato da sempre percepito come un fattore di forte stabilizzazione, tanto in termini di buon funzionamento delle istituzioni interne quanto di soluzione dei possibili conflitti tra i paesi coinvolti, di conseguenza, l’allontanamento della prospettiva di ingresso nell’Unione rischia di avere conseguenze gravi e concrete sulla stabilità dell’intera regione. Con l’ingresso di Albania e Macedonia del Nord inoltre i confini di questi due stati diverrebbero confini propriamente europei favorendo così un maggior controllo sui fenomeni criminali e migratori. Da ultimo, i forti legami economici e culturali, frutto dei grandi flussi di migranti degli anni ’90 sono un ulteriore fattore che spinge Roma a prestare attenzione a quanto accade nel proprio vicinato orientale.

Se le stelle dell’Europa si spengono

Il rifiuto dell’Unione di aprire al dialogo con Albania e Macedonia del Nord ha avuto conseguenze immediate sul destino del Governo macedone. Zoran Zaev, Primo Ministro di Skopije, aveva scommesso il suo destino politico sull’integrazione euro-atlantica del Paese, il “no” europeo ha quindi indebolito la sua posizione al punto da determinare una crisi di governo che, il prossimo 3 gennaio, porterà l’esecutivo alle dimissioni ufficiali e ad elezioni anticipate il 12 aprile 2020.

La decisione del Consiglio Europeo non ha solo compromesso la stabilità del Governo di Skopije ma anche, e soprattutto, la credibilità dell’Unione Europea. Per quanto le ragioni francesi possano essere condivisibili, è innegabile che il rinvio dei negoziati sull’allargamento comporti un allontanamento delle istituzioni di Bruxelles dai Balcani Occidentali soprattutto se consideriamo le situazioni più instabili della regione, ovvero la condizione della Bosnia-Erzegovina e la normalizzazione dei rapporti tra Serbia e Kosovo. Sul fondo, vaga lo storico fantasma del nazionalismo balcanico. Dopo i traumi degli anni ’90, si ha la percezione che la rabbia e il furore legati a condizioni socioeconomiche estremamente fragili possano nuovamente esplodere e trovare una valvola di sfogo nell’odio interetnico che appena 20 anni fa insanguinava i confini dell’Europa.

In una recente intervista il Premier Zaev ha infatti dichiarato: “Se le stelle dell’Unione Europea si spegneranno, verrà il buio. Nel buio ci perderemo e rinasceranno le idee radicali, il nazionalismo, cose che generano danni in tutti i Balcani e quando i Balcani hanno un problema anche l’Europa ha un problema.”

 

 

Lo scacchiere africano: gli interessi italiani e i contendenti internazionali

Le opportunità economiche di una regione in via di sviluppo, la possibilità di acquisire nuove alleanze in considerazione del peso del blocco africano nelle Nazioni Unite e la ricchezza di risorse naturali del continente fanno dell’Africa il nuovo scacchiere della competizione internazionale. Quali sono i competitors nella regione? Da quali interessi sono spinti? E come influenzano la politica estera italiana nell’area?

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Competitori europei: Francia, Germania, Germania, Regno Unito

La strategia francese in Africa si è scontrata con quella italiana, soprattutto in Libia. Dato il suo importante passato coloniale nella regione del Maghreb, quest’area è considerata dalla Francia un punto di interesse nazionale. Anche l’Italia ha in Libia due interessi fondamentali: il petrolio e i flussi migratori. La posizione dell’Italia è stata finora in linea con le Nazioni Unite, riconoscendo il governo di Tripoli e prendendo contatti con il generale Haftar solo occasionalmente. Diversamente, l’atteggiamento della Francia nei confronti delle due principali fazioni all’interno della Libia ha portato ad un’estrema ambiguità. Anche se la Francia sostiene ufficialmente l’autorità sostenuta dall’ONU di Tripoli, il governo ha mantenuto un’efficace linea di comunicazione con il generale Haftar e l’autorità militare di Tobruk. La Francia ha approfittato della mancanza di una linea esecutiva e politica coerente dell’Italia per promuoversi come unico leader della pacificazione libica. Organizzando e promuovendo in maniera autonoma l’incontro delle due più importanti personalità libiche, la Francia ha avanzato il suo ruolo internazionale a scapito di quello italiano. L’Italia, di conseguenza, ha perso influenza in un Paese dove l’ENI è presente in maniera sostanziale.

La Germania vorrebbe rilanciarsi nel continente africano, a partire dalle sue vecchie colonie. Il problema del governo tedesco è con la Namibia non è stato mai archiviato: la Germania ha perpetrato un genocidio dell’etnia Herero tra il 1904-1905. Per anni i due paesi sono stati coinvolti nei negoziati, e sembra che le autorità tedesche abbiano infine accettato la definizione di genocidio per i crimi commessi.  Al di là delle difficoltà di ottenere influenza culturale, i tedeschi hanno deciso anche di lanciare un “Piano Marshall” per l’Africa, come lo ha definito il ministro tedesco dello sviluppo Gerd Müller. Il piano di Müller consiste in ambiziose politiche per le nazioni africane, che però sembrano di difficile attuazione senza il coinvolgimento, almeno, dell’UE.

Il Regno Unito dopo il voto a favore di Brexit ha dovuto cercare nuove alternative per incoraggiare il commercio internazionale. Questo atteggiamento ha portato ad un impegno più profondo tra il Regno Unito e la Nigeria. Nel 2017, la moneta nigeriana è stata classificata come “valuta pre-provata”. In questo modo i britannici hanno la possibilità di fornire aiuti direttamente in valuta Naira e la Nigeria ha l’opportunità di dare garanzie utilizzando la valuta locale. Per lo scenario post-uscita dall’UE, il governo britannico sta cercando di promuovere destinazioni alternative per il commercio estero e l’Africa è tra i suoi obiettivi.  L’Africa è il primo beneficiario degli aiuti allo sviluppo del Regno Unito, più di ogni altra regione, e l’ammontare degli aiuti al commercio è aumentato negli ultimi anni dal 28,5% nel 2012 al 37% nel 2014, come analizzato dal Financial Times sui dati OCSE. La strategia del Regno Unito in Africa è attualmente guidata solo dalla necessità di trovare rotte economiche nuove per limitare l’impatto dell’imminente abbandono del mercato interno europeo.

Potenze emergenti: India e Turchia

L’interesse della Turchia per il continente è cresciuto significativamente nell’ultimo decennio: dal 2003 ad oggi, Erdogan ha visitato un totale di 23 paesi per 39 volte con una triplicazione degli scambi bilaterali Turchia-Africa.  Inoltre, la Turchia ha adottato strumenti di soft power come i piani umanitari e allo sviluppo, sempre nell’ intento di rafforzare le relazioni economiche e strategiche con il continente. Tuttavia, la strategia turca è guidata principalmente dalla necessità di materie prime per il proprio settore manifatturiero e industriale.

Anche l’India sta cercando un margine di manovra in Africa, dove sta provando a guadagnare terreno attraverso il soft power.  Si propone, infatti, come un alleato meno “coercitivo” delle superpotenze o ex imperi coloniali. Il partenariato tra India e Africa ha fatto notevoli progressi nell’ultimo decennio, come dimostrano le numerose forme di impegno tra i due paesi in tutti i settori, dall’economia, alla ricerca, al supporto per le azioni dell’ ONU. Un elemento cardine dell’interesse strategico dell’India è la necessità di diversificare il suo profilo energetico, in particolare nel campo del petrolio: l’Africa è quindi un’area chiave (Badrul Alam, 2016).

Super Powers: US, Russia, China

Gli interessi degli Stati Uniti e della Cina nel continente sono molto simili: entrambi aspirano a un accesso sicuro al petrolio, al sostegno politico dal maggior numero possibile di Stati africani e all’aumento delle esportazioni. Anche questi punti sono tipici della strategia italiana, seppur, ovviamente, sono stati perseguiti su scala ridotta e focalizzati su obiettivi strettamente strategici. La Cina è concentrata su percorsi diplomatici per raggiungere i propri obiettivi con particolare interesse all’accettazione della “One China policy” come condizione necessaria agli aiuti, mentre gli Stati Uniti sono principalmente interessati al mantenimento delle basi militari sul suolo africano. I cinesi hanno posto l’Africa al di sopra dell’America Latina e del Medio Oriente nella loro lista di priorità e hanno concentrato i loro sforzi su una strategia a lungo termine. La struttura politica americana, affidando grandi potenze nelle mani dell’esecutivo, che però varia ogni quattro anni, non è riuscita a definire una strategia coerente e a lungo termine per il continente. Dunque, la Cina ha approfittato dell’importanza strategica secondaria dell’Africa per gli Stati Uniti, in modo da trovare un campo in cui espandere la sua influenza internazionale senza entrare in conflitto diretto con gli americani.

Durante la Guerra Fredda, l’influenza e la presenza russa nel continente è stata notevole. Con il crollo dell’Unione Sovietica è crollato anche l’interesse russo per l’Africa. Oggi la Russia sta cercando di riaffermare il suo ruolo primario negli affari globali e il suo status di potenza mondiale. La nuova corsa all’Africa potrebbe sfociare in una via d’uscita all’isolamento russo negli affari internazionali, soprattutto alla luce del sostegno alle azioni sponsorizzate dalla Russia in seno all’ONU. Infatti, le esportazioni dirette in Africa possono essere etichettate come “politiche”: la Russia è, insieme agli Stati Uniti, uno dei principali fornitori di armi sia per i paesi della regione nord che per i paesi subsahariani. Putin ha sostenuto un ruolo attivo della Russia nelle missioni di pace delle Nazioni Unite nel continente, e al giorno d’oggi il personale militare russo impegnato in Africa supera la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti messi insieme. La strategia russa va oltre l’approccio finanziario e militare: sta elaborando una specifica narrazione di “Africa russa” che sottolinea il loro storico sostegno alla liberazione dell’Africa. Mentre gli indicatori economici tra i due sono in aumento e l’interesse economico sta diventando una componente significativa dell’impegno della Russia, è evidente che il vero interesse del Cremlino è quello di acquisire un’influenza politica strategica, soprattutto alla luce della già privilegiata situazione energetica della Russia.

 

 

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Il Mediterraneo allargato: interessi nazionali e concorrenza nell’Oceano Indiano. Una riflessione sintetica.

Sviluppata a partire dalla fine degli anni ’90 negli ambienti della Marina Militare, la teoria del “Mediterraneo allargato” è quella che più si avvicina a definire gli interessi nazionali italiani nell’Oceano Indiano, le acque in cui si sviluppano i conflitti nell’epoca della globalizzazione. L’interconnessione economico-commerciale internazionale ha imposto agli Stati una ricalibratura dei propri interessi politici e, di conseguenza, la necessità di pensare allo sviluppo di una nuova “strategia nazionale” è tornata al centro delle agende dei decisori militari e civili.

Il Mediterraneo allargato: interessi nazionali e concorrenza nell’Oceano Indiano. Una riflessione sintetica. - Geopolitica.info

Per la sua posizione geografica e per il ruolo internazionale che riveste, l’Italia non può circoscrivere la propria area d’interesse al “giardino di casa”, ponendo un artificioso confine tra Gorizia ed il Mediterraneo centrale oltre il quale non sarebbe conveniente spingersi. Era così che si pensava negli anni ’60 e ’70 in piena guerra fredda, ragionando, quindi, in un’ottica di “compartimenti stagni” della politica estera e con aree d’interesse ben delineate. Oggi la fluidità degli scenari internazionali e la competizione sempre più accesa cui la “globalizzazione selettiva” porta impongono a Roma di gettare uno sguardo nuovo anche ai “mari lontani” come l’Oceano Indiano.

Il 90% del traffico mercantile mondiale passa per mare ed il 75% attraversa gli stretti ed i canali internazionali; il mare è dunque una via di comunicazione privilegiata ma anche causa e luogo di conflitti. Basti pensare all’instabilità politica della gran parte delle nazioni che sono attraversate dai canali o che controllano gli stretti. Ben 7 dei 9 accessi più importanti alle rotte commerciali mondiali si trovano nell’Oceano Indiano e sono rispettivamente il Canale di Suez, lo Stretto di Hormuz, lo Stretto di Bab el Mandeb, il Capo di Buona Speranza, lo Stretto di Malacca, lo Stretto della Sonda e lo Stretto di Lombok. Per Roma Suez, Bab el Mandeb, Hormuz ed il Capo di Buona Speranza sono di vitale importanza ed è fondamentale garantirne la libertà di navigazione con una presenza costante che sia essa militare o politico-diplomatica.

La sicurezza di queste rotte è la principale garanzia per l’Italia di restare un hub strategico del commercio internazionale che è una carta fondamentale nelle mani della diplomazia italiana per far valere il suo punto di vista in molti tavoli importanti. Passando per gli stretti le merci e le risorse energetiche provenienti dall’Oriente arrivano in Europa in tempi ristretti ed il terminale ultimo è l’Italia; in caso di insicurezza ed instabilità delle rotte del Cindoterraneo, i flussi commerciali internazionali si sposterebbero lungo le rotte di circumnavigazione dell’Africa e sarebbero i porti del Nord Europa a ricoprire il ruolo che oggi spetta al nostro Paese.

Dallo Stretto di Hormuz passa tutto il traffico marittimo dei Paesi del Golfo e di conseguenza esso è un passaggio obbligato per le navi petroliere: circa 20 milioni di barili al giorno transitano da Hormuz diretti verso il resto del mondo. Finché il petrolio sarà il “carburante degli imperi”, il libero passaggio dello Stretto di Hormuz sarà una priorità per molte nazioni, inclusa l’Italia. Inoltre, è importante sottolineare che lo stretto non è aggirabile ed è per questo facilmente minabile. Già durante la guerra tra Iran ed Iraq (1980-1988) lo Stretto di Hormuz fu minato e le recenti tensioni tra Iran ed Arabia Saudita rendono la sua interdizione alla navigazione commerciale una ipotesi da mettere sul piatto della bilancia.

La fascia del Mar Rosso invece è via di transito tra Mediterraneo ed Oceano Indiano, di conseguenza area d’interesse primario per la sicurezza dei traffici commerciali italiani. I rapporti bilaterali di Roma con Stati come l’Eritrea, la Somalia, lo Yemen e l’Oman diventano fondamentali a riguardo; essi sono infatti attori con cui bisogna giocoforza entrare in contatto se si vuole stabilire una presenza nelle acque del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano. Di pari passo assumono un’importanza rilevante le relazioni italo-egiziane, tenute sempre da conto nella storia della politica estera italiana fin dal momento dell’inaugurazione del Canale di Suez (1869) ed oggi in lenta stabilizzazione dopo la crisi seguita all’omicidio di Giulio Regeni ed all’appoggio dato dal Cairo al maresciallo Haftar in Libia.

La velenza strategica del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano, connessa alla nuova centralità del Mediterraneo, ha spinto molti dei principali attori protagonisti della scena internazionale ad attivare dispositivi di controllo delle rotte commerciali più trafficate; le “scuole di pensiero” in materia sono sostanzialmente due: una presenza di tipo “politico” legata ai complessi meccanismi del “soft power” e lo schieramento di navi militari nei punti sensibili così da recitare una parte attiva nella difesa della libertà di navigazione. La Turchia ad esempio porta avanti un’attenta opera di penetrazione ed influenza dei processi politici nei Paesi del Mar Rosso. Il governo di Ankara ha costruito l’aeroporto di Mogadiscio e sponsorizzato la ricostruzione e l’addestramento delle forze armate somale in una fase in cui Potenze storicamente più interessate alle vicende del Corno d’Africa hanno allentato la loro presa sulla regione. Anche la Germania punta sul “soft power” in Somalia con l’avvio di contatti bilaterali che mirano a fare di Berlino il principale partner di Mogadiscio per aiuti umanitari e programmi di democratizzazione del Paese. Copiando il modello italiano di “diplomazia umanitaria”, la Germania mette dunque piede in Africa in concorrenza con Roma, in un territorio colpevolmente abbandonato dagli italiani.

Più complesso il discorso per la Cina. Pechino infatti sta espandendo la propria influenza grazie ad un mix di investimenti mirati di alto valore strategico ed aggressiva politica sul debito pubblico degli Stati africani che prende il nome di “Dept Trap Diplomacy“. Di pari passo capitali cinesi hanno fatto del porto del Pireo il punto d’arrivo della nuova via della seta, nonché il principale hub per la distribuzione delle merci provenienti dal Celeste Impero in diretta concorrenza con il porto di Trieste che è al centro di complesse dinamiche geopolitiche che l’Italia dovrà tenere d’occhio e che hanno attirato l’attenzione del dragone cinese sul nostro unico porto mitteleuropeo.

Ai sostenitori del “soft power” si affiancano quelli dell’“hard power” militare: tra le nazioni europee è la Francia a fare la parte del leone nelle acque dell’Oceano Indiano schierando nell’area, per cinque mesi l’anno, un gruppo navale che fa perno sulla portaerei Charles De Gaulle e su un sommergibile. Russia ed India sono invece impegnate in operazioni antipirateria. La Marina iraniana ha rafforzato la sua presenza al di fuori della sua stretta area di competenza nello Stretto di Hormuz non solo per contrastare i pirati e garantire la sicurezza del naviglio mercantile persiano, ma anche perché avere navi da guerra nell’Oceano Indiano è una scelta precisa di politica estera indirizzata contro Israele. Pur non schierando navi direttamente nell’Oceano Indiano, anche gli israeliani tengono d’occhio la regione; il potenziamento delle forze navali ebraiche e la loro dottrina improntata ad una veloce guerra offensiva evidenzia le priorità strategico-militari di Tel Aviv in quest’area di vitale importanza.

Da più parti viene sottolineato come l’Italia, pur disponendo dei mezzi necessari a competere nello scacchiere del Cindoterraneo (la Marina Militare è la terza forza navale d’Europa dopo Gran Bretagna e Francia) non ha la volontà politica di incidere. La teoria del “Mediterraneo allargato” è la cartina al tornasole di una storica inefficienza della politica estera italiana incapace di pensare in termini “nazionali” anche in aree d’importanza vitale per la tenuta a lungo termine del “sistema Paese” e della stessa funzione che Roma riveste nel Mediterraneo.

 

 

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