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Giornata per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani – Intervista ad Amnesty International Italia

In occasione della Giornata Internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime, abbiamo intervistato Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

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Il 24 marzo è la Giornata Internazionale per il diritto alla verità sulle gravi violazioni dei diritti umani e per la dignità delle vittime. Amnesty in questo si batte da sempre in prima linea. Dunque, qual è il valore di questa giornata a livello internazionale e qual è il valore per Amnesty?

Il diritto alla verità (e alla giustizia) sono centrali nell’azione di Amnesty International. Conoscere chi è stato a ordinare, eseguire ed eventualmente coprire violazioni dei diritti umani e punirlo in modo adeguato alla gravità del crimine commesso (senza mai ricorrere alla pena di morte e al termine di una procedura equa) fa parte delle richieste di Amnesty International a ogni governo. 

In assenza della verità e della giustizia, soprattutto al termine di ere politiche, non è possibile girare pagina, rimarginare le ferite, pacificare. E ai sopravvissuti e ai parenti delle vittime, con la verità e la giustizia, viene negata anche una vita degna.

Quali sono le cause che Amnesty International sta portando avanti in questo periodo, e quali invece Amnesty International Italia?

Chiediamo la verità e la giustizia per i crimini di guerra e contro l’umanità commessi nei conflitti contemporanei come quelli della Siria e dello Yemen. Facciamo altrettanto su alcuni casi particolarmente gravi: penso all’assassinio, avvenuto due anni fa, della difensora dei diritti umani Marielle Franco in Brasile e a quello della giornalista di Malta Daphne Caruana Galicia.

Amnesty International Italia porta avanti da quattro anni e mezzo la campagna “Verità per Giulio Regeni”, per conoscere i nomi di coloro che ordinarono ed eseguirono l’omicidio del ricercatore italiano avvenuto il 25 gennaio 2016 al Cairo. Accompagniamo poi gli sforzi delle organizzazioni per la libertà d’informazione che chiedono che non si archivino le indagini sull’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin dell’aprile 1994.

Come viene individuata una causa o una vittima da tutelare? Vi viene segnalata da qualcuno in particolare, dalle istituzioni, dalla famiglia, dagli amici, oppure siete voi ad individuarla e ad intraprendere questo percorso?

In molti casi sono le famiglie di vittime di violazioni dei diritti umani che chiedono l’intervento di Amnesty International: naturalmente facciamo ricerche e approfondimenti per valutare la situazione e decidere se agire o meno e che tipo di azione svolgere. In altri casi, ricaviamo informazioni da organizzazioni e attivisti per i diritti umani nei vari paesi, da giornalisti, avvocati e altre fonti ancora.

Nel momento in cui avete individuato la causa da appoggiare e la vittima da difendere, come si muove Amnesty, quali sono i passaggi che affronta per ottenere la verità e per restituire finalmente dignità alla vittima?

Amnesty International è nata nel 1961 per fare campagne e continua fondamentalmente a fare questo. Una campagna è una serie di azioni volte a produrre un cambiamento nel campo dei diritti umani: miglioramenti legislativi, annullamento di condanne ingiuste così come ovviamente il raggiungimento della verità. Per quest’ultimo fine, lavoriamo incessantemente sulle istituzioni nazionali e internazionali, svolgiamo attività di comunicazione, mobilitiamo la società civile, i singoli cittadini e le scuole (aggiungo che per fare tutto questo, essendo un’organizzazione del tutto autofinanziata, abbiamo grande bisogno di donazioni) e siamo accanto alle famiglie con azioni di solidarietà che hanno l’obiettivo di far sapere loro che non sono sole nella lotta per la verità, la giustizia e la dignità.

Sappiamo che la ricerca della verità è una strada molto lunga, difficile, dura a volte, che può incontrare la collaborazione delle istituzioni ma alle volte un ostacolo da parte di esse. Molte vittime sono ancora in attesa di riacquistare la loro dignità, ma quali sono stati invece i vostri successi e traguardi?

La ricerca della verità e della giustizia si dipana attraverso percorsi lunghi, accidentati e spesso estenuanti, in cui a volte a finire sul banco degli imputati sono le vittime e le loro famiglie più che i responsabili. Nondimeno, risultati importanti sono stati ottenuti: che passino mesi o decenni, prima o poi un tribunale nazionale o internazionale arriva ad emettere una sentenza per gravi violazioni dei diritti umani. Quando, nel 2011, abbiamo celebrato i primi 50 anni di attività, abbiamo calcolato che in media in mezzo secolo avevamo contribuito a liberare tre prigionieri di coscienza ogni giorno. Le buone notizie che ogni settimana pubblichiamo nella home page del sito amnesty.it ci dicono che quel dato è ancora attuale.

La legislazione sull’export dei materiali d’armamento – possibili scenari

La legge riguardante l’esportazione di materiali d’armamenti e di assetti militari è la ormai famosa 185 del 1990, che, anche grazie a diverse modifiche e aggiornamenti (l’ultima nel 2012), si è dimostrata nel tempo sicuramente un buon sistema regolatore. La 185/90 trova i suoi punti principali e fondamentali nell’articolo 1, intitolato “Controllo dello Stato”, in cui vengono dettate le linee guida in fatto di autorizzazioni e divieti.

La legislazione sull’export dei materiali d’armamento – possibili scenari - Geopolitica.info

Viene infatti sostenuta la conformità tra la politica estera e di difesa del Paese rispetto alle esportazioni, importazioni e transito dei materiali di armamento, e che esse siano vietate “verso i Paesi in stato di conflitto armato” e “verso i Paesi in cui sia stato dichiarato l’embargo totale o parziale”. Le autorizzazioni per l’export vengono inoltre vietate, secondo la legge, verso quei Paesi “responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionale in materia di diritti umani” e “verso quei Paesi che destinino al proprio bilancio militare risorse eccedenti le esigenze di difesa del Paese”. Un altro punto chiave dell’articolo 1 è la facilitazione “ad assecondare la graduale differenziazione produttiva e la conversione a fini civili delle industrie nel settore della difesa”.

Anche per rimanere al passo con il mondo della sicurezza e della difesa, il quale è in continua evoluzione, ma soprattutto per far fronte alla questione etica che si è alzata negli ultimi tempi e che ha investito tutto il settore, è stata avanzata nel febbraio 2019 una proposta di modifica alla legge 185/90, con prima firma del senatore Gianluca Ferrara. Secondo quest’ultimo, in alcuni casi, i divieti imposti dalla legge sono stati aggirati e non hanno impedito che venissero vendute armi ad attori globali impegnati in conflitti armati o protagonisti di violazioni dei diritti umani. Una proposta di modifica presentata sull’onda delle notizie giunte dallo Yemen e dalla Siria.

Le principali modifiche proposte riguardano: l’istituzione di un fondo per rendere operativa la differenziazione produttiva e la conversione dal militare al civile, con speciale riferimento al concetto di “dual use”; l’inserimento di nuove limitazioni per la vendita e l’export di armi in casi di violazioni del diritto internazionale; si rende necessaria l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per il trasferimento di materiali d’armamento verso i Paesi coinvolti in conflitti armati; criteri limitativi anche per l’export di armi leggere, sopra un determinato quantitativo e la creazione di una lista aggiornata di Paesi in conflitto verso cui le vendite e le esportazioni debbano essere vietate.

Insomma una legge, che con le modifiche proposte, diverrebbe più stringente per quanto riguarda la concessione delle licenze di esportazioni e che andrebbe sicuramente a limitare un mercato importante come quello della difesa e sicurezza, in cui l’Italia svolge un ruolo importante a livello globale, soprattutto nelle regioni a più alta instabilità, come i Paesi MENA (Middle East and North Africa).

Una notizia che invece, dal punto di vista legislativo, permetterà all’intero settore di migliorare i propri risultati è la modifica dell’articolo 537 ter del Codice dell’Ordinamento militare, all’interno del decreto fiscale approvato lo scorso dicembre. Si tratta del meccanismo di accordi “Government to Government”, o “G2G”, che prevede e permette allo Stato di aiutare le aziende della difesa nel momento della stipula degli accordi con altri Paesi. Nel già citato articolo viene aggiunta al “supporto tecnico-amministrativo” del governo anche la possibilità di una “attività precontrattuale e contrattuale”.

In questo modo le compagnie, ma anche gli Stati esteri, hanno credibilità e garanzie migliori al momento dell’accordo. E’ uno strumento, richiesto a gran voce già da tempo dagli addetti ai lavori dell’industria della Difesa italiana, che renderà le nostre aziende leader ancora più competitive a livello globale. Diverse stime, basate sulle occasioni in cui negli scorsi anni è stato utilizzato nella corretta forma da parte di altri Paesi il ‘G2G’, e in cui quindi le aziende italiane sono uscite sfavorite e sconfitte, dimostrano che la perdita annuale derivata possa essere stata di circa un miliardo e mezzo.

Se, nel caso del ddl Ferrara, le modifiche alla 185/90 andrebbero ad influenzare negativamente i ricavi ed i risultati delle aziende del settore, andando incontro però alla questione etica e al controllo più capillare e rigoroso delle esportazioni, l’utilizzo del ‘G2G’ avrà sicuramente l’effetto opposto sull’intera filiera nel medio e lungo periodo.

Le conclusioni della Conferenza sulla Libia di Berlino

Lo scorso 19 gennaio si è svolta nella capitale tedesca la Conferenza sulla Libia, con l’obiettivo di disinnescare lo scontro politico e militare tra Tripoli e Bengasi. All’incontro hanno partecipato dodici tra nazioni e organizzazioni, erano presenti anche il Premier libico Fayez al Sarraj e il Generale Khalifa Haftar che hanno avuto un colloquio con la cancelliera tedesca Angela Merkel prima dell’inizio del vertice a Berlino.

Le conclusioni della Conferenza sulla Libia di Berlino - Geopolitica.info

La Conferenza, convocata su invito della Cancelliera Merkel ha riunito quindi i governi di Algeria, Cina, Egitto, Francia, Germania, Italia, Russia, Turchia, Repubblica del Congo, Emirati Arabi Uniti, Regno Unito e Stati Uniti d’America, insieme agli Alti Rappresentanti delle Nazioni Unite, l’Unione Africana, l’Unione Europea e la Lega degli Stati Arabi.

Gli Stati hanno voluto riaffermare il forte impegno per la sovranità, l’indipendenza, l’integrità territoriale e l’unità nazionale della Libia, sottolineando che “soltanto un processo politico guidato dai libici può porre fine al conflitto e portare a una pace duratura”.

Secondo il documento conclusivo della Conferenza, il conflitto in Libia, l’instabilità nel Paese, le interferenze esterne, le divisioni istituzionali, la proliferazione di una grande quantità di armi non controllate e un’economia predatoria continuano a costituire una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale, fornendo terreno fertile per trafficanti, gruppi armati e organizzazioni terroristiche. Sarebbe stato, secondo i partecipanti al meeting, questo quadro di instabilità a permettere ad Al Qaeda e all’Isis, di prosperare in territorio libico e di avviare operazioni in Libia e nei Paesi limitrofi, generando un’ondata destabilizzante di immigrazione illegale nella regione, con un importante deterioramento della situazione umanitaria.

Gli Stati presenti si sono detti pronti a sostenere i libici nell’affrontare le questioni di governance strutturale e di sicurezza.
Il “Processo di Berlino” (una iniziativa diplomatica legata all’allargamento dell’Unione europea ai paesi dei Balcani occidentali, avviata nell’agosto 2014), nel quale le nazioni si sono impegnate per sostenere il piano in tre punti presentato dal Rappresentante Speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite (SRSG) Ghassan Salamé al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (UNSC), ha avuto l’unico obiettivo di supportare le Nazioni Unite nell’unificare la comunità internazionale nel suo sostegno ad una soluzione pacifica alla crisi libica.

Di certo appare evidente, da quanto concluso durante il vertice, che non potrà esserci alcuna soluzione militare in Libia, ragione per la quale gli Stati si sono impegnati ad evitare interferenze nel conflitto armato o nelle questioni interne al Paese, esortando tutti gli attori internazionali a fare altrettanto.

Uno degli elementi importanti sollevati a Berlino, è stato il riconoscimento del ruolo centrale delle Nazioni Unite, nel facilitare un processo politico e di riconciliazione intra-libico inclusivo basato sull’Accordo Politico Libico del 2015, sulla Risoluzione 2259 dell’UNSC (2015), su altre Risoluzioni pertinenti dell’UNSC e sui principi di cui agli accordi di Parigi, Palermo e Abu Dhabi. Inoltre, è stata confermata l’organizzazione del “Forum per la Riconciliazione” che verrà organizzato dall’Unione Africana nella primavera del 2020. Durante la Conferenza, oltre alla fase introduttiva, sono state oggetto di analisi e discussione le posizioni dei membri riguardo:
1. Il cessato il fuoco;
2. L’embargo delle armi;
3. La ripresa del processo politico;
4. La riforma del settore della sicurezza;
5. Il rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani.

Cessate il fuoco

In riferimento al cessato il fuoco, i presenti hanno accolto con favore la marcata riduzione della violenza riscontrata dal 12 gennaio e i negoziati avviati a Mosca il 13 gennaio, come pure tutte le altre iniziative internazionali miranti ad aprire la strada a un accordo sul cessate il fuoco. Gli Stati e le organizzazioni hanno inoltre chiesto a tutte le fazioni coinvolte di raddoppiare i loro sforzi per una sospensione duratura delle ostilità e l’allentamento della tensione, riaffermando il compito fondamentale del Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite in tal senso.
È stato chiesto, in aggiunta, dei passi credibili, verificabili, sequenziati e reciproci verso lo smantellamento dei gruppi armati e delle milizie da parte di tutte le fazioni, in conformità all’art. 34 del LPA e di cui alle Risoluzioni 2420 and 2486 dell’UNSC.

Sono state esortate le parti all’istituzione di misure volte al rafforzamento della fiducia, come lo scambio di prigionieri e di resti mortali, chiedendo l’avvio di un processo comprensivo di smobilitazione e disarmo di gruppi armati e milizie in Libia e la successiva integrazione di personale appropriato nelle istituzioni statali civili, di sicurezza e militari, basato su un censimento del personale dei gruppi armati e una verifica professionale. In tale processo sarà fondamentale il sostegno e la verifica delle Nazioni Unite. La necessità primaria a livello internazionale è stata riaffermato essere quella di combattere il terrorismo in Libia con tutti i mezzi, in conformità con la Carta dell’ONU e il diritto internazionale, riconoscendo che sviluppo, sicurezza e diritti umani hanno un ruolo di reciproco rafforzamento e sono essenziali per contrastare il terrorismo in modo efficace e comprensivo.

Le Nazioni Unite avranno quindi il compito di facilitare i negoziati per il cessate il fuoco tra le fazioni, anche mediante l’istituzione immediata di comitati tecnici per monitorare e verificare l’implementazione del cessate il fuoco.

Embargo delle armi

I membri della Conferenza si sono impegnati al rispetto inequivocabile e pieno dell’implementazione dell’embargo sulle armi disposto dalla Risoluzione 1970 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (2011), come pure le successive Risoluzioni del Consiglio, compresa la proliferazione delle armi dalla Libia, e chiedendo agli attori internazionali di fare altrettanto. Sono stati esortati tutti gli attori ad astenersi da ogni attività che possa rafforzare il conflitto o che sia incompatibile con l’embargo delle armi o il cessate il fuoco disposti dall’UNSC, compresi il finanziamento di capacità militari o l’arruolamento di mercenari. I presenti si sono quindi impegnati a realizzare sforzi per rafforzare gli attuali meccanismi di monitoraggio dell’ONU e delle autorità competenti a livello nazionale e internazionale.

Ripresa del processo politico

Durante i lavori della Conferenza, l’Accordo Politico Libico è stato ritenuto un quadro praticabile per una soluzione politica efficace, è stato chiesto, però, dagli Stati presenti, l’istituzione di un Consiglio di Presidenza e la formazione di un unico governo libico unificato, inclusivo ed efficiente, approvato dalla Camera dei Rappresentanti. È stato richiesto inoltre, a tutte le fazioni libiche di riprendere un processo politico guidato dai libici, sotto gli auspici dell’UNSMIL, con un coinvolgimento costruttivo, aprendo quindi la strada alla conclusione del periodo di transizione mediante elezioni parlamentari e presidenziali libere, eque, inclusive e credibili, organizzate dall’Alta Commissione Elettorale Nazionale.

Il vertice ha voluto rimarcare la promozione della partecipazione piena, effettiva e significativa di donne e giovani in tutte le attività relative alla transizione democratica libica, la risoluzione del conflitto e la costruzione della pace, e il supporto agli sforzi del SRSG Salamé, per facilitare un coinvolgimento più ampio e la partecipazione di donne e giovani provenienti da ogni settore della società libica nel processo politico e nelle istituzioni pubbliche. È stata richiesta la distribuzione trasparente, responsabile, giusta ed equa del patrimonio e delle risorse pubbliche tra le diverse aree geografiche libiche, anche attraverso la decentralizzazione e il supporto ai municipi, eliminando in tal modo un essenziale reclamo e motivo di recriminazioni.

Riforma del settore della sicurezza

Riguardo la riforma del settore della sicurezza, è stato evidente il sostegno di tutti i partecipanti al ripristino del monopolio dello Stato nell’uso legittimo della forza, supportando l’istituzione di forze di sicurezza nazionali, di polizia e militari libiche unificate sotto l’autorità centrale e civile, in conformità al dialogo del Cairo e relativi documenti.

Riforma economica e finanziaria

L’importanza del ripristino, del rispetto e della salvaguardia dell’integrità, unità e governance legittima di tutte le istituzioni sovrane libiche, in particolare la Banca Centrale della Libia (CBL), l’Autorità Libica per gli Investimenti (LIA), la National Oil Corporation (NOC) e l’Ufficio dell’Audit (AB) è stato uno dei temi centrali della Conferenza di Berlino, è stato sottolineato in quest’ambito come i comitati direttivi degli enti sopracitati debbano essere inclusivi, rappresentativi e attivi.

Gli Stati presenti alla Conferenza si sono impegnati a fornire, su richiesta delle autorità libiche e in piena conformità con i principi di titolarità nazionale, assistenza tecnica per aumentare la trasparenza, riconducendo queste istituzioni alla conformità con gli standard internazionali, anche attraverso processi di audit. Si sono impegnati, inoltre, a permettere un dialogo intra-libico con la partecipazione di rappresentanti di tutti i diversi gruppi di interesse sui reclami riguardanti la distribuzione delle risorse economiche libiche.

D’altra parte, è stato chiesto alle autorità libiche, un miglioramento della capacità delle istituzioni di controllo competenti, in particolare dell’Ufficio dell’Audit, dell’Autorità per il Controllo Amministrativo, dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, dell’Ufficio del Procuratore Generale, e delle commissioni parlamentari competenti, ai sensi dell’Accordo Politico Libico e delle leggi libiche pertinenti.

Rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani

Gli Stati e le organizzazioni presenti hanno voluto sollecitare le fazioni libiche al pieno rispetto del diritto internazionale umanitario e delle leggi sui diritti umani, per proteggere i civili e le infrastrutture civili, compresi gli aeroporti, al fine di consentire l’accesso al personale medico, di monitoraggio dei diritti umani e umanitario, e intraprendere azioni volte a proteggere la popolazione civile, compresi gli sfollati, gli emigranti, i rifugiati, i richiedenti asilo e i prigionieri, anche mediante il coinvolgimento delle organizzazioni dell’ONU.

La mancanza di un processo equo nel funzionamento del sistema giudiziario nazionale, anche nelle carceri, rappresenta, infatti, uno dei fattori che contribuiscono alla volatilità e gravità della situazione dei diritti umani e umanitaria in Libia. Per tale ragione, sono state esortate tutte le fazioni a cessare la pratica della detenzione arbitraria e le autorità libiche a istituire procedure alternative alla detenzione, in particolare per coloro che si trovano in aree ad alto rischio di conflitto, e chiudere gradualmente i centri di detenzione per emigranti e richiedenti asilo, riformando nel contempo il quadro legislativo libico sull’emigrazione e l’asilo, al fine di allinearlo con il diritto internazionale e gli standard e principi riconosciuti a livello internazionale.

Al fine di avere un quadro completo e chiaro della situazione, le autorità internazionali si sono impegnate a supportare le attività delle istituzioni libiche per documentare violazioni del diritto internazionale umanitario e delle leggi sui diritti umani, incoraggiando le autorità libiche ad avanzare ulteriormente nel rafforzamento delle istituzioni giudiziarie di transizione.

La posizione dell’Italia

Al termine della Conferenza di Berlino i rappresentanti italiani si sono detti soddisfatti dei significativi passi in avanti fatti durante la riunione. La Conferenza, infatti, avrebbe confermato che l’Italia sarà in prima linea, qualora la comunità internazionale deciderà di lanciare una missione di interposizione sotto la guida dell’ONU al fine di monitorare il cessate il fuoco.

I 55 punti conclusivi, condivisi da tutti i partecipanti al vertice, sono stati di certo una base di grande significato per avviare i lavori del gruppo “5+5” che prenderà avvio e che raggrupperà i cinque rappresentanti del Governo di accordo nazionale libico e i cinque membri dell’autoproclamato Esercito nazionale libico.

Libia: Turchia al posto dell’Italia? In ballo 140 miliardi d’euro. Parla Michela Mercuri

La fine di Gheddafi è diventata un conflitto tra le tribù, le milizie e dentro l’Islam, che però è sempre rimasto una guerra di interessi geopolitici ed economici. L’esito non è stato l’avvento della democrazia (come molti profetizzarono all’inizio) ma è sintetizzato in un dato clamoroso: la Libia era al primo posto in Africa nell’indice Onu dello sviluppo umano, ora come stato non esiste nemmeno più.

Libia: Turchia al posto dell’Italia? In ballo 140 miliardi d’euro. Parla Michela Mercuri - Geopolitica.info

Ancora viva la memoria di quando il presidente francese Nicolas Sarkozy attaccò Gheddafi senza nemmeno avvisarci, a noi, che avevamo appena firmato accordi per 5 miliardi d’euro, a noi che avevamo con l’Eni costruito tutti gli impianti petroliferi ed energetici del paese. Perchè? Il funzionario Sidney Blumenthal rivelò che Gheddafi intendeva sostituire il Franco Cfa, utilizzato in 14 ex colonie, con un’altra moneta panafricana. Lo scopo era rendere l’Africa francese indipendente da Parigi: le ex colonie hanno il 65% delle riserve depositate a Parigi. Poi naturalmente c’era anche il petrolio della Cirenaica per la Total. Lo spiegò perfettamente anche il Sole 24 ore in numerosi articoli.

Lo scenario macroeconomico per l’ Italia

La vera guerra è interna, Haftar e Al- Serraj  hanno clienti diversi nella vendita del petrolio, export che fino al 2011 era in mano all’Eni tramite contratti  di cooperazione, in pieno stile Mattei, quindi avulso dal colonialismo assorbente francese o inglese.

La Libia detiene il 38% del petrolio africano e l’11% dei consumi d’Europa. Un greggio che fa gola a molti, ad oggi solo Eni estrae barili in Tripolitania, un monopolio che per  i turchi (e francesi…) deve finire. Non interessa sicuramente che l’ Italia abbia perso 5 miliardi di commesse a partire dal 2011. La Libia vale più o meno 140 miliardi d’euro nell’immediato e circa quattro volte e mezzo nel caso in cui più stati libici tornino ad esportare come prima della guerra. Questo l’asset previsto da inglesi e francesi. Uno stato confederale diviso in zone d’influenza o singoli stati indipendenti

Il punto geopolitico con la professoressa Michela Mercuri

Docente universitario, componente dell’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista (O.F.T.). Analista di politica estera, consulente, autrice, editorialista e commentatrice per programmi TV e radio nazionali. Le sue attività si concentrano su Mediterraneo e Medio Oriente, analizzando l’impatto della storia sulle problematiche attuali. Ha firmato diverse pubblicazioni, tra cui il libro Incognita Libia – cronache di un paese sospeso (2017).

Si parla di 140 miliardi stimati come valore economico della Libia per l’Italia. Rischiamo di mandare tutto in fumo?

 Lo scenario è complesso. Siamo di fronte ad un cambio di passo : Al- Serraj si è accordato con Erdogan per impegnare truppe turche in loco. Il loco sarebbe la zona ovest, ovvero proprio dove l’Italia ha proprie installazioni con Eni. Nell’accordo anche concessioni per l’esplorazione (quindi altro smacco ad Eni) e soprattutto una politica mediterranea volta ad escludere Cipro e concentrare in Libia la nuova politica “ottomana” della Turchia. Di fatto in Libia l’Impero Ottomano laciò campo all’Italia nel 1912 e giusto cento anni dopo…

Essere neutrali non ci ha portato bene. Sarebbe il caso di prendere posizione e mandarci i militari?

In questo momento in Libia decide chi ha i militari sul campo. Quindi in questo momento Russia e Turchia. Noi abbiamo un contingente (missione Ippocrate) a Misurata, ma per le regole d’ingaggio questi militari hanno spazio limitato. Si potrebbe utilizzare queste forze (magari in un contesto internazionale) per contrapporsi alle milizie di Al- Serraj, andando quindi a supportare Haftar. Difficile però in questo momento, soprattutto per l’ Italia.

Russia e Turchia possono prendere il nostro posto nonostante le rassicurazioni di Di Maio?

Il problema è che proprio la Turchia ha preso il nostro posto. Di Maio ha trovato un Al Serraj “tiepido”. Del resto, il libico ha bisogno di soldi ed armi e stringe accordi con chi garantisce quest’appoggio. L’ Italia ha perso molto terreno ed il rischio di scivolare fuori dallo scenario futuro è concreto.

Eni potrebbe co-partecipare ad una missione militare di stabilizzazione?

Eni lavora in Libia da tantissimi anni, ha una propria diplomazia e ha stretto contatti (e contratti) con i locali. Escludo possa partecipare ad azioni militari, non è proprio nella politica della compagnia.

Con l’eventuale vittoria di Putin ed Erdogan per noi sarà finita?

Con la Turchia a Tripoli noi abbiamo aperto un canale con Haftar e quindi con Putin. Ovviamente il paradigma cambia e per noi ci sarebbe solo un ruolo da gregari, Haftar ha alleati potenti come Francia, Russia e Stati del  Golfo.