Archivio Tag: Italia

La disciplina internazionale della lotta alla pirateria ai tempi del caso Enrica Lexie
Indaffarata nel prodigarsi a esprimere interrogativi, valutazioni e giudizi sull’operato della diplomazia nostrana o sulle ambiguità della politica adottata dalle autorità indiane fin dal 15 febbraio di un anno fa, la stampa nazionale sembra prestare poca attenzione alla ragione ultima dello sciagurato incidente della Enrica Lexie, e dunque, della stessa crisi diplomatica italo-indiana.

La disciplina internazionale della lotta alla pirateria ai tempi del caso Enrica Lexie - Geopolitica.info
Se, scomodando la logica aristotelica, è senza dubbio possibile individuare la causa efficiente degli eventi nella sparatoria che ha portato alla morte dei pescatori avvicinatisi al cargo italiano, appare altrettanto immediato constatare nel – malriposto – timore di un attacco di pirateria la causa finale che ha spinto i due fucilieri di marina ad aprire il fuoco. La precisazione, pur se scontata, non è di poco conto. La vertenza tra Roma e Nuova Delhi è il frutto del mancato coordinamento nelle strategie di prevenzione del fenomeno piratesco, un obbligo assunto da entrambi i Paesi con la sottoscrizione della Convenzione Onu sul Diritto del Mare 1982, nonché dell’impiego su navi civili di scorte armate private o militari, una pratica sotto diversi aspetti necessitata proprio della mancanza di cooperazione interstatale sulla materia.

Al pari della minaccia terroristica, la pirateria, vero fulcro del problema in analisi, costituisce uno dei fenomeni criminali transnazionali affermatisi – o meglio riaffermatisi – sul palcoscenico internazionale a partire dalla fine della Guerra Fredda. Non diversamente da quanto accaduto fino alle soglie del XIX secolo, la problematica appare connessa all’esistenza sul planisfero di aree costiere prive di un’autorità statale sovrana capace di imporre misure autoritative su tali acque territoriali, pattugliandone gli attracchi navali e reprimendo gli assalti ai mercantili nazionali e stranieri. Se tuttavia in passato ciò poteva essere spiegato dall’ancora incompleta suddivisione dello spazio terrestre tra unità statali propriamente dette, nella contemporaneità le ragioni del fenomeno vanno ricercate prevalentemente nella presenza dei cosiddetti “Stati falliti”, di cui la Somalia costituisce suo malgrado da venti anni l’esempio più evidente. Il fallimento delle missioni di peacekeeping terrestre e la completa assenza di quelle marittime nella regione del Corno d’Africa hanno conseguentemente messo a rischio il consistente volume di traffici commerciali passanti sulla rotta che, varcando il canale di Suez e lo stretto di Babel el Mandeb, connette i Paesi europei ai porti dell’Oceano indiano. Fenomeno dunque relativamente recente, la pirateria si configura al giorni d’oggi come un pericolo crescente cui la comunità internazionale è stata chiamata a far fronte attraverso misure politiche e giuridiche.

Per quanto concerne il piano del diritto internazionale è necessario in primo luogo rilevare la scarsità del relativo quadro di riferimento normativo, al momento costituito prevalentemente dalle disposizioni della Convenzione di Ginevra sull’alto mare 1958 e da quelle della Convenzione Onu sul diritto del mare, sottoscritta a Montego Bay nel 1982. Quest’ultima affronta la problematica dal all’art.100 all’art.107 disciplinando la definizione del fenomeno (art.101, atto di violenza commesso da una nave ai danni di un secondo navigli e perpetrato per fini privi privati), le tipologie di soggetti che possono essere coinvolte nell’illecito (art. 102, atto che deve essere compiuto da navi private e mai militari, salvo ipotesi di ammutinamenti), nonché la facoltà per qualsivoglia nave militare di controllare e sequestrare imbarcazioni sospettate di pirateria, salvo garantire il risarcimento per la stessa in caso l’operazione sia stata effettuata sulla base di prove insufficienti (art.105, 106, 107). A fronte di tali disposizioni la convenzione dispone nell’art. 100 anche un’esortazione alla cooperazione tra Stati per contrastare tale crimine. Si tratta tuttavia di una norma volutamente generica cui non ha fatto seguito, come già accennato, una concreta attivazione di meccanismi di consultazione e cooperazione in tema tra gli attori statali.

Perché ciò si verificasse si è dovuto attendere il più incisivo intervento delle Nazioni Unite attraverso l’approvazione delle risoluzioni 1816 e successive, emanate dal CdS a partire dal 2008. Scopo primario perseguito dall’organo Onu è stata la definizione di regole procedurali a chiarimento del comparto normativo della Convenzione del 1982, dove al ribadimento del carattere di crimen juris gentium della pirateria (dunque perseguibile da tutti gli Stati), non facevano seguito istruzioni sulle modalità di uso della forza né sull’esercizio della giurisdizione. A riguardo di quest’ultimo comparto si è provveduto in primo luogo a delineare alcuni criteri per la repressione penale nei confronti dei pirati catturati, riempiendo la lacuna lasciata aperta dai trattati multilaterali in materia. Dando applicazione al principio del Aut Dedere Aut Judicare la prima delle diverse risoluzioni anti-pirateria ha confermato un appello agli Stati di bandiera, dei porti o rivieraschi, così come agli Stati della nazionalità delle vittime o dei responsabili della atto piratesco, di cooperare nel determinare la giurisdizione sugli attacchi. Benché anche questa formulazione presenti un carattere sostanzialmente generico, la sua affermazione è stata sufficiente per la realizzazione di un accordo tra Unione Europea, Kenya, Seichelles e Mauritius per il trasferimento extragiudiziale (dunque senza procedure di estradizione) dei pirati catturati. Si tratta a ben vedere di un modus operandi provvisorio di cui appare auspicabile una rapida sostituzione con un più specifico sistema di giurisdizione regionale in materia, ma certamente in grado di garantire una maggiore effettività e funzionalità di quella finora offerta dalle corti somale, dove l’alto numero di procedimento penali avviati non si accompagna ad una reale applicazione delle pene.

L’integrazione del quadro normativo promossa dall’Onu è stata dunque foriera del marcato impegno per la cooperazione anti-pirateria dispiegato da diversi soggetti internazionali nell’ultimo quinquennio. Nel contesto europeo i riflessi della risoluzioni sono stati riscontrati con il varo della missione “Atalanta”, che nel quadro della Politica di Sicurezza e Difesa Comune provvede a proteggere le navi noleggiate dal Programma Alimentare Mondiale dirette a Mogadiscio, scortare caso per caso i navigli locali più vulnerabili, monitorare le attività di pesca nella zona, nonché reprimere coercitivamente gli atti di pirateria. Finalità non dissimili hanno motivato anche le missioni Nato “Allied Protector” ed “Ocean Shield”, nel cui ambito è stato condotto il blitz che ha portato alla cattura dei pirati responsabili del sequestro del mercantile italiano Montecristo, nonché l’operazione multinazionale nota come Combined Task Force 151, inquadrabile come una “coalizione di volenterosi” svincolata da riferimenti a istituzioni o alleanze strutturate. Benché a un simile sforzo si siano aggiunti gli interventi condotti in via unilaterale dagli Stati direttamente interessati alla sicurezza delle acque oceaniche tra Asia e Pacifico, tra i quali è possibile citare la Cina, l’India, la Russia, l’Iran, il Giappone, la Corea del Sud e la stessa Italia (prima nazione a dislocare una propria unità navale al largo della Somalia nel 2005), la crescita costante nel numero di navi attaccate da pirati negli ultimi anni ha imposto la ricerca di soluzioni alternative e meno dispendiose. 

Si inserisce a pieno tra questi tentativi la pratica dell’inclusione tra il personale delle navi commerciali di militari in servizio nello Stato di bandiera dell’imbarcazione, come anche l’ingaggio di compagnie di sicurezza private (contractors) in funzione antipirateria. Pur se a lungo avversato da enti quali l’Imo, contraria all’impiego di forze armate sul naviglio civile, tale soluzione non risulta contraria alle norme pattizie e consuetudinarie del diritto internazionale ed è ad oggi adottata da Paesi come la Francia, la Spagna e l’Italia. Nello specifico il legislatore italiano ha espressamente disciplinato la possibilità di imbarcare team militari o privati sulle navi battenti la bandiera nazionale con la Legge n.130/2011, chiarendo le finalità, le modalità e le regole d’ingaggio cui tali scorte armate sarebbero state sottoposte. Con la qualifica di “agenti di polizia giudiziaria in relazione ai reati di pirateria” i team sono inclusi tra i membri dell’equipaggio con il limitato scopo di proteggere la nave nel corso del suo tragitto, astenendosi da interventi preventivi e offensivi e restando vincolati al rispetto del Codice Penale Militare di Pace. Se tuttavia sotto un profilo economico una simile accorgimento ha il pregio di ridurre sensibilmente i costi del contrasto coercitivo della pirateria, sotto un profilo organizzativo presenta una serie di rischi e ambiguità tutt’altro che minimizzabili.

Il riferimento corre in primo luogo all’eventualità che i team armati si trovino costretti a catturare i pirati responsabili di attacchi alle navi scortate: si renderebbe in tal caso necessario mantenere in custodia su navi civili i criminali fino alla loro consegna ad autorità giudiziarie competenti, sottoponendo così i civili a bordo a disagi e nuovi pericoli. Non di meno, va sottolineata la difficoltà di porre sullo stesso piano la protezione garantita da operazioni militari tout court con i servizi offerti da ristretti team armati e il rischio che gli stessi possano a loro volta rendersi responsabili di illeciti internazionali nell’espletamento delle proprie funzioni, come appunto accaduto il 15 febbraio scorso a largo delle coste del Kerala. È dunque a questo punto che cerchio dell’analisi deve chiudersi. Quale che sia la conclusione di una vicenda dai significativi costi umani e d’immagine tanto per l’Italia quanto per l’India, la comunità internazionale ed i primo luogo i Paesi coinvolti sono oggi esortati a un intervento politico e giuridico volto a estirpare o quantomeno contenere la pirateria, incolpevole nelle circostanze del tragico evento, ma pur sempre vero motore inziale degli stessi. La soluzione più immediata sembrerebbe chiamare in causa un’armonizzazione delle legislazioni nazionali in tema di impiego di forze armate sulle flotte commerciali e la costruzione di strumenti permanenti di consultazione e coordinamento tra le operazioni antipirateria su scala nazionale. Una seconda strategia, complementare piuttosto che alternativa alla prima, suggerirebbe di procedere per mezzo di un ancor più consistente dispiegamento di forze navali internazionali capace di imporre con la forza la sicurezza della navigazione oceanica.

Si tratta tuttavia di un percorso difficilmente percorribile in una stagione di forte e generalizzato ridimensionamento budgetario e, al pari del primo, difettoso nella misura in cui impossibilitato di risolvere il problema della pirateria alla sua profonda radice. È di fatti in ultima analisi nel completamento del processo di state-building dell’Africa Orientale che sembra risiedere la chiave di volta del complesso rompicapo. Privando i pirati delle ragioni e degli strumenti alla base delle loro attività criminali, il superamento dei fallimenti degli anni Novanta e l’affermazione di realtà statali pienamente sovrane su tutto il bacino dell’Oceano Indiano impedirà, ancor più del controllo e della coercizione, il ripresentarsi di nuovo caso Enrica Lexie.
Italia-Azerbaijan: “Vision 2020 – My Azerbaijan My Future”
Si è aperto a Roma, a Parco dei Principi il Forum Internazionale dell’ASAIF, “Azerbaijani Students and Alumni International Forum” che ha ospitato 350 studenti azerbaigiani provenienti da tutto il mondo. Molte le personalità istituzionali partecipanti, tra cui il Ministro per la Gioventu’ e lo Sport, Azad Rahimov.

Italia-Azerbaijan: “Vision 2020 – My Azerbaijan My Future” - Geopolitica.info
I temi affrontati e di confronto sono stati: lo scambio di informazioni e idee, le aree di cooperazione, i programmi per la gioventù, new brands and new trends per l’Azerbaigian, lo sviluppo delle relazioni tra le associazioni studentesche e giovanili di entrambi gli Stati.

Il Ministro Azad Rahimov, soddisfatto per la riuscita dell’evento, ha dichiarato “E’ il primo meeting nel sud Europa, prima lo abbiamo tenuto a Bruxelles, Strasburgo, Londra, Vienna. Ora qui a Roma e devo dire che è il più grande mai organizzato, con 350 studenti provenienti da 45 Paesi in questo bellissimo posto. Molti i punti in agenda, che riassumo con tre parole: gioventù, Asaif (come l’organizzazione), Azerbaijan. Per quanto riguarda le relazioni tra Italia e Azerbaijan, queste continueranno a crescere. Dal punto di vista economico cresce sia l’export che l’import. Dal punto di vista politico e culturale abbiamo molti progetti, eventi, mostre che avvicinano i due paesi. Stiamo lavorando insieme anche nei campi dello sport e della gioventù con collaborazioni tra associazioni giovanili”.

“La direzione importante è quella di far crescere un gruppo di giovani azerbaigiani con grandi intellettualità, ha aggiunto Elnur Aslanov, capo del Dipartimento per l’Analisi e l’Informazione Politica dell’Amministrazione presidenziale dell’Azerbaijan, per questo migliaia di studenti azerbaigiani studiano all’estero con il programma definito per il 2007-2015. Alzando il livello di istruzione riusciamo ad alzare anche il livello dell’economia e della politica del Paese. Un’altra cosa che chiediamo ai nostri studenti all’estero è far conoscere le realtà di successo dell’Azerbaijan”. “Quando è cominciato questo programma le facoltà “strategiche” erano diverse – ha spiegato Aslanov – c’erano le relazioni internazionali, le materie umanitarie, oggi invece le direzioni strategiche sono nanotecnologia, medicina, telecomunicazioni. Il 35% degli studenti all’estero sono della facoltà di medicina. C’è anche il turismo. Il nostro scopo è quello di aumentare il numero degli studenti di turismo, cultura e arte”.

Manuela Traldi, Presidente dell’istituto per il commercio italo-azerbaigiano ha asserito che “Il settore più sviluppato è quello Oil & Gas, siamo i primi importatori di petrolio e l’interscambio tra Italia e Azerbaijan è di 8 milioni di euro l’anno. C’è poi da sviluppare sempre di più il settore non Oil, in particolare è rivolta molta attenzione in Azerbaijan per l’energia rinnovabile, per le infrastrutture, per l’agroalimentare e il turismo”.

Presidente dell’associazione Italia-Azerbaijan – Paola Casagrande – ha concluso il suo intervento ribadendo che “I rapporti di amicizia tra Italia e Azerbaijan sono sempre stati ottimi ed ora si stanno molto rafforzando sotto il profilo accademico, economico, politico e culturale, c’è molta affinità con il nostro Paese. L’associazione Italia-Azerbaijan nasce sull’onda della collaborazione tra i due Paesi e con lo scopo di sviluppare le relazioni tra essi sia in ambito istituzionale che – per esempio – scolastico”.

  

Cooperate for a new water culture. La sfida italiana e globale della water governance
In occasione della Ventesima Giornata Mondiale dell’Acqua e nel contesto programmatico dell’Anno Internazionale della Cooperazione per l’Acqua istituito dall’Unesco, Inea – Istituto Nazionale di Economia Agraria – si è fatta portatrice del rilancio nel dibattito pubblico dell’uso consapevole delle risorse idriche nazionale e internazionali attraverso il workshop “#ShareWaterSaveWater. Cooperate for a New Water Culture”. 

Cooperate for a new water culture. La sfida italiana e globale della water governance - Geopolitica.info
L’evento, ospitato negli ambienti della Società Geografica Italiana lo scorso 22 marzo, ha posto i riflettori su una tematica dal ruolo incontestabilmente centrale nelle grandi dinamiche geopolitiche di questo inizio di Ventunesimo secolo, ma che riveste al contempo una importanza eminente nel più ristretto ambito italiano. Appare a tal proposito quasi scontato sottolineare quanto le scelte in tema di governance nazionale dell’acqua si riflettano direttamente sull’intero comparto economico del Paese.

Il costante accesso ad un’efficiente rete di rifornimento idrico costituisce di fatti conditio sine qua non per il mantenimento e miglioramento di quell’industria agroalimentare che rappresenta nella più dura tra stagione recessive della storia repubblicana un vanto del Made in Italy nel mondo e un segmento fondamentale dei consumi interni. Non di meno, il funzionamento degli ordinamenti colturali irrigui assicura la preservazione del vasto patrimonio ecologico e paesaggistico della Penisola, punto di forza dell’industria del turismo dal nord al sud della Penisola. 

Simili premesse sembrano dunque suggerire a pieno l’importanza di un’iniziativa che si è posta come obiettivo la sensibilizzazione della tematiche dell’acqua tra quella nuova generazione di cittadini che sarà presto chiamata a difendere e sviluppare la ricchezza idrica dell’Italia. La globalizzazione dei mercati, l’adattamento alle mutevoli preferenze del mercato alimentare europeo, l’ottimizzazione delle performance ambientali, ovvero l’incentivazione del risparmio idrico, sono solo alcune tra le grandi sfide fronteggiate dal settore in questi anni e affrontate nel corso del dibattito in questione.

Il workshop ha di fatti offerto una prima sessione di lavori che nel corso della mattinata ha visto esponenti del Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali, dell’Ambi e delle autorità di Distretto idrografico del fiume Po e dell’Appennino meridionale confrontarsi con i partecipanti sul tema del global managing idrico. Punto di riferimento delle discussioni è stata la ricerca di nuove modalità di approccio alla questione in territori come la Palestina e la Giordania, dove la scarsità di una risorsa a ragione definita come “oro bianco” è fonte di contrasti di natura geopolitica, disagi igienici e problematiche di sviluppo economico.

Le attenzioni della tavola rotonda si sono poi spostate nel pomeriggio sul più specifico tema del riutilizzo dei reflui recuperati per aumentare la disponibilità idrica in zone afflitte dalla scarsità cronica di acqua e dalle problematiche che ad essa si connettono. Con competenza e passione Inea e il vasto specchio di soggetti patrocinanti hanno orchestrato una giornata di orientamento e formazione civica sulle molteplice sfaccettature politiche, ambientali e culturali delle più imprescindibile tra le risorse naturali.

Un impegno concreto ad accrescere la consapevolezza sull’uso parsimonioso ed etico della stessa che continua con la mostra “Bonifica idraulica, impianti e reti irrigue: da 150 anni insieme all’Italia”, ospitata proprio in questi giorni a Roma dalla Società Geografica Italiana.
Non solo Grillo “sconquassa” il Parlamento italiano
Siamo sicuri che lo tsunami, l’onda anomala in Parlamento, sia arrivata solo tramite il boom di consensi del Movimento Cinque Stelle che ha saputo interpretare almeno stante la volontà degli elettorali l’idea di svecchiamento e di rinnovamento della cosiddetta “casta” politica? Non tutti se ne sono accorti, ma a metterci del loro sono stati anche i partiti così dire tradizionali e già presenti nelle aule di Montecitorio e di Palazzo Madama che anche se in maniera più sottaciuta e non sbandierata nelle piazze hanno dato una “bella smacchiata” ai loro candidati, per dirla con uno dei motti di questa campagna elettorale.

Non solo Grillo “sconquassa” il Parlamento italiano - Geopolitica.info
E’ quanto emerge da un’analisi del Dottorato di ricerca in teoria dello stato e istituzioni politiche comparate: i ricercatori Francesca Ragno, Simone Ferraro, Ilenia Bernardini e Hugo Daniel Rosero hanno messo a confronto la composizione dei gruppi parlamentari della legislatura appena conclusasi, la XVI, con le liste dei candidati dei corrispondenti partiti e che cosa ne è uscito fuori? Che i partiti politici le istanze di rinnovamento le hanno accolte e hanno candidato per lo più “volti nuovi” sparigliando le carte nei gruppi dirigenti.

Basta guardare i due più grandi competitor, il Partito Democratico e il Popolo delle libertà: per il primo, che ha scelto i suoi candidati per il 90% tramite lo strumento delle primarie e per il 10% su scelta del segretario nazionale del partito, i cosiddetti volti nuovi su un totale di 616 candidati raggiungevano l’81%, mentre solamente il 19% dei candidati già era presente in Parlamento, mentre il PDL, vuoi anche l’emorragia verso Fratelli D’Italia, presentava oltre l’83% di volti nuovi tra i suoi candidati e appena il 16% di ricandidature eccellenti.

I partiti più piccoli invece come si sono comportati? La Lega, travolta dagli scandali, ha deciso di presentarsi a queste elezioni con un look totalmente nuovo e ha presentato nelle sue liste appena il 7% di ricandidature rispetto alla legislatura uscente. Un destino simile a quello dell’UDC e a quello di FLI, perché entrambi presentano un rinnovamento pari al 96% per i candidati della Camera e perché entrambi si sono presentati con la lista Monti al Senato, in cui entrambi – ancora una volta – hanno ripresentato 6 candidati (tra cui Casini per l’UDC e Giuseppe Consolo, Benedetto Della Vedova e Giulia Bongiorno per FLI).
Infine l’Italia dei valori che raggiunge il 98%, grazie però alla presentazione delle liste con Rivoluzione Civile che ovviamente fa salire di molto la percentuale, da cui restano fuori gli 8 ricandidati della fila di Centro Democratico.

Cosa ha spinto ad un così forte rinnovo? Il Professor Lanchester dell’Università La Sapienza ha sottolineato come neanche nel 1994 si ebbe un rinnovo così ampio nell’offerta elettorale. Il quid della questione dovrebbe forse rintracciarsi nell’ormai imperante e conclamata crisi della rappresentanza politica, conseguenza di due più profonde crisi: quella partitica e quella crisi parlamentare. Anche se più che un rapporto causa-effetto, la relazione logica che intercorrere tra queste tre fenomeni è lo stesso che si potrebbe rintracciare tra variabili dipendenti, perché ogni crisi influenza l’altra ed insieme hanno come basamento la crisi societaria. 

Iniziamo dalla crisi del Parlamento: sono lontani ormai gli anni della centralità del Parlamento in cui la politica italiana doveva necessariamente passare sugli scranni di Montecitorio o Palazzo Madama, mentre a Palazzo Chigi sedeva un governo debole e soccombente alla volontà dei delegati investiti dal voto popolare.

Neanche la riforma regolamentare del 1997 e la sua formula del Parlamento decidente del Presidente Violante hanno ridato smalto agli ingranaggi di una macchina ormai farraginosa e superata. Era già iniziato il processo di rafforzamento degli esecutivi: Maastricht appena alle spalle, l’Unione europea appena nata aveva bisogno di Stati membri in cui la parola d’ordine della forma di governo fosse governabilità. Certo nel nostro Paese la governabilità è stata realizzata con riforme zoppe e non organiche attraverso modifiche della legge elettorale a costituzione invariata. Ed oggi? Tamquam non esset. Finito il bipolarismo – o meglio il timido tentativo italiano – che sembrava dover risolvere l’annosa questione delle ripetute crisi di governo, sullo palcoscenico rimane la vera impalcatura di quella che forse prima erano solo quinte: l’estrema frammentazione e disomogeneità sociale che si riversa, com’è naturale che sia, sulla conformazione del sistema partitico italiano.

Un sistema partitico investito in pieno dal secondo tipo di crisi prima abbozzato, quella partitica che, alla luce di una approfondita analisi, sembra affondare le sue radici ben prima della cosiddetta crisi di regime (e che non si parli di II Repubblica come su tutti i giornali!!) del biennio 1992 –1994. Partiti che non sono più, secondo la definizione classica dei manuali di scienza politica, le cinghie di trasmissione tra le istituzioni e la società civile, i sintetizzatori dei bisogni dei rappresentati, ma formazioni – ad oggi ancora tra il novero delle associazioni non riconosciute – sempre più serventi alla conquista della carica di Primo Ministro da parte di un leader (anche se questo schema nelle ultime elezioni politiche è stato in parte scardinato dal Movimento 5 stelle in cui Grillo non era addirittura candidato e il PDL il cui leader Berlusconi non si è presentato agli elettori come candidato Premier). Ed è la figura del leader che galvanizza l’elettorato, molto più spesso nelle agorà televisive che non quelle di quartiere, che promette la realizzazione del programma di partito quasi come fosse un suo preciso impegno personale.

I risultati usciti dalle urne hanno confermato questa particolare forza della figura del “leader”: il PDL è riuscito in quella che sembrava un’impresa impossibile, riagganciare la coalizione avversaria, puntando tutto sulla carismatica e attoriale forza di Silvio Berlusconi confermando ancora una volta che è lui il catalizzatore dell’elettorato del suo partito. Dall’altro lato Beppe Grillo che con il suo modo di presentarsi nelle piazze, quelle vere e non televisive, con rabbia ha saputo dare trasposizione comunicativa al forte sentimento di frustrazione dell’elettorato, colpito come non accadeva dalla Seconda Guerra Mondiale da un crollo vertiginoso dell’occupazione e del potere di acquisto, a cui si aggiunge un PIL in caduta libera. Diversamente la coalizione di centro-sinistra ha voluto quasi offuscare la figura dell’unico leader politico designato da un’investitura popolare attraverso le primarie, Pierluigi Bersani, puntando sull’idea che il Partito Democratico esiste ed esisterà al di là della figura del segretario pro-tempore (basti notare che il nome di Bersani non compariva in nessun simbolo di partito), puntando tutto sull’idea di struttura e di squadra e una campagna elettorale sottotono basata sul fattore credibilità e serietà, che però non ha pagato in termini di voti.

La crisi societaria e la crisi partitica concorrono all’exploit della terza crisi, prospettando addirittura una “Terza repubblica” quella che in qualche modo può considerarsi la risultante delle due: la crisi della rappresentanza politica, falcidiata dal corus dei “grillini” che invocano a gran voce nuove forme di e-democracy, una democrazia liquida per fare eco a una definizione del Partito Pirata tedesco che ha ottenuto ottimi consensi elettorali in Germania e a cui il Movimento 5 stelle si ispira, che scardina la stessa idea di democrazia rappresentativa. Le urne hanno consegnato un Parlamento “nuovo” sotto tanti aspetti ed è per questo che al completamento del quadro degli eletti si prospetta la necessità di analizzare come lo tsunami annunciato già con le novità nelle candidature abbia portato tante facce nuove sia a Montecitorio e a Palazzo Madama mostrando con numeri e dati alla mano quel cambiamento che già dalla prima parte della ricerca dei ricercatori del Dottorato di ricerca in teoria dello stato e istituzioni politiche si prospetta di grossa portata.
 

 

Le Relazioni italo-libiche tra storia e prospettive di collaborazione nella macro-regione del Mediterraneo
È ancora “primavera” nel mondo arabo? Prima di rispondere a questa domanda, occorre tentare di comprendere se un fenomeno politico di portata regionale che abbia legato attraverso una vicenda comune contesti domestici differenti, si sia effettivamente sviluppato tra il dicembre del 2010 fino ad oggi. Senz’altro simili appaiono le condizioni politiche, economiche e sociali in cui versavano gli Stati del Maghreb e del Medio oriente nel momento in cui la prima scintilla della rivolta ha preso vita in Tunisia. 

Le Relazioni italo-libiche tra storia e prospettive di collaborazione nella macro-regione del Mediterraneo - Geopolitica.info
La prima condizione comune era quella politica, che vedeva la presenza esclusiva di Paesi con regimi refrattari alla democrazia, tanto da far descrivere la regione da Samuel Huntington come l’unica al mondo mai lambita da nessuna delle tre ondate di democratizzazione (1828-1926, 1943-1962 e 1974-giorni nostri), e dalla sclerotizzazione di un sistema di potere che in alcuni casi era nelle mani dello stesso gruppo da più di mezzo secolo. La seconda condizione era quella economica che vedeva lo stanco trascinarsi di economie stagnanti, o appiattite su un unico settore, dove lo Stato rappresentava il gestore unico o il socio di maggioranza di quasi tutte le imprese di un qualche rilievo. La terza condizione era quella sociale, per cui circa il 50% della popolazione è tuttora ricompresa in una fascia di età inferiore ai 25 anni (molti studi hanno sostenuto la tesi che l’incidenza di rivoluzioni e guerre è maggiore negli Stati in cui l’età media della popolazione è bassa). 
Il principale risultato di questo scontro è stata la manifestazione di una generale volontà di rigenerazione politica che ha portato all’esaurimento della stagione del nazionalismo laico e del pan-arabismo.

Occorre, tuttavia, tracciare un distinguo tra i diversi eventi di cui si compone la “primavera araba”. In Tunisia, Egitto, Marocco, Giordania, Bahrein le proteste non hanno mai generato un clima di anarchia e il cambiamento politico è oscillato tra l’allontanamento del capo di Stato e il cambio di governo e una maggiore apertura dei sistemi politici verso i principali strumenti di democrazia (maggiore libertà di aggregazione e più ampia possibilità di partecipazione alle competizioni elettorali). Laddove la violenza, come in Libia e in Siria, è stata – o è – più elevata, ha preso forma – o potrebbe prenderla – un vero e proprio regime change (la guerra civile in Yemen più difficilmente può essere analizzata all’interno di tali categorie in quanto il Paese vive nel baratro della guerra civile ormai dal 1967). Essendo le vicende relative alla sopravvivenza del regime di Damasco ancora in corso, è preferibile affrontare il tema delle “primavere arabe” analizzando il caso libico, che grazie alla realizzazione di una prima tornata elettorale e alla formazione di un nuovo governo ha già compiuto, similmente alla Tunisia e all’Egitto, un passo in avanti sulla via della trasformazione da un sistema di potere accentrato verso un sistema maggiormente pluralista. Il 1 novembre, infatti, è stato presentato il governo di coalizione presieduto da Ali Zeidan, il primo che dal 1969 potrà godere della legittimazione democratica di un Parlamento eletto liberamente. A confortare le speranze sulla possibilità di un cambiamento effettivo sono intervenuti anche i dati sulla partecipazione popolare al voto, che ha registrato l’afflusso del 62% degli uomini e delle donne aventi diritto.

Non si può, tuttavia, cedere alla tentazione di ridurre l’idea di democrazia alla sua definizione “minima”, ossia democrazia uguale elezioni, in quanto il semplice ricorso al processo elettorale per l’attribuzione del potere potrebbe persino essere pericoloso per la stabilità del Paese. Occorre ricordare che la Libia è attraversata dalla frattura “rokkaniana” centro-periferia, che ha già contribuito alla fine del regime di Gheddafi e allo scoppio della guerra civile, per cui il suo territorio si contraddistingue per la presenza di clan rivali che determinano tre divisioni politico-spaziali principali: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Questa suddivisione potrebbe ancora costituire in futuro una forza centrifuga in grado di mettere a repentaglio l’unità dello Stato libico, soprattutto qualora attraverso le elezioni una componente clanico-geografica finisse per prevalere in misura schiacciante sulle altre. Sembra indispensabile, quindi, che la Libia assuma un assetto di tipo federalista, che sappia mantenere la coesione, senza finire con lo schiacciare le singole identità locali, sul modello di quanto avvenuto – con successo – a cavallo tra il XIX e il XX secolo in Brasile e in Argentina.

Altra questione esiziale per il proseguo della democratizzazione in Libia sono gli effetti ambivalenti del rapporto tra sfera politica e sfera religiosa. La reazione alla deposizione di un regime laicista potrebbe verosimilmente portare all’imposizione della sharia quale fonte primaria del diritto nel Paese. L’effetto positivo che questa scelta potrebbe generare è l’individuazione di minimo comun denominatore culturale intorno al quale coagulare il processo di nation building, che rappresenta una condizione necessaria anche se non sufficiente per l’affermazione della democrazia, e che era sempre mancato nel passato nonostante il velleitario tentativo ideologico compiuto da Gheddafi. L’effetto negativo, invece, sarebbe la paradossale evoluzione di uno Stato che non appena riguadagnata la libertà – goduta nella sua storia solo tra il 1951 e il 1969 – decide volontariamente di rinunciarvi attraverso l’adozione di un sistema normativo che limita in molti campi la libertà individuale e le cui conseguenze sono verificabili in molti Stati dell’area (Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi…).

Non bisogna dimenticare, infine, che le evoluzioni politiche domestiche sono strettamente collegate alla dimensione internazionale.

La Libia è inserita nel cuore del Mediterraneo e questa sua posizione le impone un rapporto diretto e continuativo con l’Occidente. La percezione sia da parte del nuovo governo, che della popolazione (su cui già il vecchio regime aveva fatto opera di propaganda), che gli Stati occidentali siano orientati solo da obiettivi predatori nei confronti del Paese, potrebbe indurre Tripoli ad adottare modelli antitetici ai nostri e ad avvicinarsi agli Stati che a livello regionale guidano le spinte all’equilibrio del potere in senso sfavorevole agli Stati Uniti e ai loro alleati. L’Italia in particolare, che grazie alla vicinanza delle sue coste a quelle libiche è fisiologicamente il partner privilegiato della Libia, deve allontanare dalla sua azione politica il cinismo del paradigma sicurezza/affari nei suoi rapporti con Tripoli, ma – proprio nel suo interesse nazionale – deve dimostrare la sua capacità di saper bilanciare il perseguimento dei suoi obiettivi internazionali con dei pilastri etici intorno ai quali far ruotare la sua azione. È quello che negli Stati Uniti chiamerebbero soft power, e Washington grazie a questo potere ha vinto la Guerra fredda.

Al seguente link potrete visualizzare il servizio sulla conferenza “Le relazioni Italo-Libiche.Tra storia e prospettive di collaborazione nella macro-regione del Mediterraneo”.  http://uniroma.tv/?id=22144
 

 

Elezioni e politica estera, un tema tabù?
A poco più di un mese dalle elezioni del 24-25 febbraio, è possibile intravedere i possibili scenari di politica interna che si andranno profilando. I capitoli dei programmi elettorali dedicati a fiscalità, sanità, spesa pubblica e mercato del lavoro prendono forma, seppur con formule programmatiche non sempre facili da decifrare oggi e da verificare un domani. Per quanto riguarda la politica estera, invece, regna – manco a dirlo – un atteggiamento piuttosto diplomatico.  

Elezioni e politica estera, un tema tabù? - Geopolitica.info
In passato in campagna elettorale le compagini avversarie non lesinavano attacchi all’operato internazionale del governo precedente, accusandolo a vario titolo di essere stato “negativo e squalificante per l’Italia”. Con ricorrenza bipartisan, i contendenti elettorali annunciavano la revisione dell’atteggiamento nei confronti di Stati Uniti, Israele ed Iran, giudicato generalmente troppo ambiguo (da una parte o dall’altra). Lo sfidante di turno proclamava grandi cambiamenti delle nostre posizioni sul piano internazionale: si preannunciavano spesso la revisione della missione Unifil in Libano e il riposizionamento urgente di fronte alla scomparsa del tradizionale asse franco-tedesco. Si stigmatizzava poi il governo di turno per covare un pindarico interesse in un’Europa polo alternativo agli Usa. Altri richiamavano la necessità di presentarsi come un partner forte e credibile, non suddito di Washington ma suo leale alleato. La rinnovata centralità del Mediterraneo per le sorti degli Stati periferici dell’Eurozona veniva da più parti ricordata come causa ed insieme effetto del riproporsi delle condizioni strategiche affinché l’Italia tornasse protagonista a livello internazionale.

Questa volta, complice forse l’appendice tecnica di questa legislatura, i contendenti elettorali hanno preferito contenere gli attacchi all’operato internazionale del tandem Monti-Terzi, rinunciando con stile a speculazioni elettorali sulle pagine più controverse della più recente politica estera italiana, caso Marò su tutti. Il tradizionale scarso interesse verso l’approfondimento tecnico delle principali questioni di politica estera in periodo elettorale si fa dunque ancora più sparuto, dal momento che anche le occasioni di analisi date dal confronto di slogan elettorali sul tema vengono a mancare. Non è certo solo colpa del sistema politico, la tradizionale allergia della diplomazia al sistema mediatico che mal si coniuga con il riserbo tradizionale di contatti e negoziati oggi è solo in parte messa in discussione dall’utilizzo delle piattaforme social, come blog e twitter, da parte delle feluche più ardite. Inoltre media e giornalisti sono più sensibili ai temi interni che a quelli internazionali e spesso leggono i secondi in funzione dei primi. Come evidenzia l’Istituto Affari Internazionali in un recente policy brief, è più facile che agli stessi corrispondenti esteri sia richiesta la “mediatizzazione dell’effimero”, piuttosto che l’approfondimento sullo stato delle relazioni fra paesi e sui suoi maggiori attori. In mancanza dunque di grandi dichiarazioni e promesse elettorali, possiamo comunque ipotizzare alcuni scenari in base al futuro vincitore.

Pierluigi Bersani, candidato del Centro-Sinistra, da capo dell’opposizione in questi ultimi anni ha partecipato a moltissimi viaggi istituzionali, non ultimo quello in Libia dopo aver passato il traguardo delle primarie di partito. Le dichiarazioni di Bersani si sono limitate ad un generico richiamo alla necessità di una politica estera comune e coesa per i 27(quasi 28) paesi dell’UE, cogliendo l’occasione per riprendere però il leitmotiv di una presenza italiana forte nel Mediterraneo. La campagna elettorale della coalizione cui appartiene il premier in pectore potrebbe però assumere toni più marcatamente filoeuropei come risposta all’euroscetticismo dalle cui sirene il centrodestra è parso spesso tentato. Il centro-sinistra italiano ha tradizionalmente espresso una vicinanza ai cugini poco virtuosi spagnoli, portoghesi e greci, avallando l’idea di un potenziale asse del Sud a guida franco-italiana, grazie alle affinità politiche del Pd e dei suoi alleati con l’esecutivo transalpino e l’inquilino dell’Eliseo. Certo, il centro-sinistra ha anche difeso con fermezza e realismo gli interessi delle grandi aziende italiane impegnate in Medio Oriente e nel Corno d’Africa. Resta da vedere, in funzione dei risultati elettorali delle singole anime della coalizione, quale ruolo potrebbe avere un eventuale rinnovato impulso alla cooperazione allo sviluppo, che ha subito negli ultimi anni ingenti tagli sia in termini di risorse che in termini di autonomia decisionale.

Del profilo internazionale del premier uscente Mario Monti si è discusso in abbondanza. La sua credibilità internazionale ad oggi è inversamente proporzionale all’originalità delle sue posizioni. Di certo l’originalità in politica estera è raramente un merito, ma in fase elettorale può dare qualche brivido. I richiami presenti anche nell’Agenda Monti alla salvaguardia dell’asse atlantico e alla costruzione di un’Europa più simile a quella immaginata da De Gasperi nella sua proposta di art. 38 per la CED (dicembre 1951) paiono argomenti piuttosto usurati. Nel contempo però l’apertura ad una ricerca di una visione comune con l’Europa scandinava in una logica di “scambio culturale” può rivelarsi interessante, per lo meno sulla carta. Resta da capire quanto il sostegno offertogli da ampli settori dell’establishment europeo, ed anche, seppur in modo controverso, dal esponenti di spicco del Partito Popolare Europeo, possa giovare alla “salita in politica” dell’attuale primo ministro, considerato che le istituzioni europee non godono attualmente di grande stima nel nostro Paese. 

Infine la coalizione PDL – Lega Nord guidata da Berlusconi ha fino ad oggi trattato pochissimo l’argomento. Berlusconi ha condotto in passato una politica estera intensa, esponendosi in prima persona con personaggi ambigui come Putin e Gheddafi e sostenendo progetti ambiziosi per le imprese italiane. Il suo modus operandi ha suscitato molte critiche, ma anche molti emuli.

Date alcune recenti dichiarazioni del fondatore del PDL, è più che probabile che in caso di vittoria elettorale il pallino della politica estera del nostro paese sarà affidato ad un premier meno vulcanico e più amichevole con la stampa estera – potente alleato nei tavoli negoziali come sostiene lo studioso Eytan Gilboa –, di cui però ad oggi non è facile indovinare il nome. In ogni caso, a parte alcuni interessanti spunti provenienti dal neo-leader della Lega Nord Maroni sull’Europa delle Regioni e sul suo ruolo come leva anti-crisi, non si riscontrano altre significative dichiarazioni in discontinuità con il tradizionale posizionamento italiano in Europa e nel mondo. Il ritorno in campo del Cavaliere, però, è stato accompagnato da un richiamo dal sapore cripto nazionalista all’acquiescenza montiana rispetto ai desiderata tedeschi, che coincidono, nell’immaginario collettivo, con quelle misure di austerità che, dopo aver stritolato le altre economie dell’Europa mediterranea, rischiano oggi di frenare la ripresa di quella italiana. A ciò si aggiunga che nel Pdl, maggior partito della coalizione, potrebbero prevalere i “falchi”, quei candidati che, mossi in primis dalla volontà di cavalcare il malcontento popolare, intendono addossare in toto al “nemico esterno” le cause scatenanti della recessione. 

Ci sarà un confronto televisivo tra i candidati in cui le tematiche di politica internazionale possano far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra? Difficilmente la politica estera cambia la dinamica di un turno elettorale, a meno che non sia in gioco la sicurezza nazionale o l’onore del Paese.

In conclusione è significativo che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, incontrando a metà dicembre al Quirinale il corpo diplomatico per i consueti auguri di fine anno, abbia ricordato: “Nel naturale succedersi dei parlamenti e dei governi, gli assi portanti delle nostre relazioni internazionali non cambiano, come non cambia il rispetto degli impegni presi. Lo dimostrano tre generazioni di storia repubblicana”.
A tu per tu: Salvatore Santangelo, in Libia l’Italia deve fare la sua parte fino in fondo

Dopo l’attentato al nostro console a Bengasi, l’escalation in Mali (di cui ha parlato anche oggi Kofi Annan), la crisi degli ostaggi in Algeria, la stabilizzazione della Libia e dell’intero Maghreb sono tornati di drammatica attualità. Ne parliamo con Salvatore Santangelo, direttore del Centro studi della Fondazione Nuova Italia, esperto di relazioni internazionali e curatore della rubrica “teatri d’operazione” sul sito www.geopolitica.info.
aaaa

A tu per tu: Salvatore Santangelo, in Libia l’Italia deve fare la sua parte fino in fondo - Geopolitica.info

Cominciamo con il ricordare che con la sponda Sud del Mediterraneo, l’Italia ha un interscambio commerciale di 57 miliardi l’anno e che siamo tra i primi partner economici di tutti i Paesi affacciati sul Maghreb. Bastano questi numeri a metterci di fronte alla verità per cui la loro sicurezza è anche la nostra. E questo vale ancor più oggi che ci troviamo davanti a una crisi che investe tutto il Sahel, quella fascia nevralgica che salda le risorse energetiche del Maghreb con quelle minerarie dell’area subsahariana. L’instabilità politica innescata dalle “Primavere arabe” e l’avanzata degli islamisti hanno creato una sorta di buco nero in un’area dove non c’è soltanto il Mali (ormai a tutti gli effetti uno Stato fallito), ma una vasta zona grigia… Quindi, l’Italia ha il compito di “presidiare” attivamente quest’area e in particolare sostenere il processo di stabilizzazione della Nuova Libia.

A tal proposito, tu stesso hai recentemente scritto: “Italia e Libia, nazioni diverse e distanti, ma allo stesso tempo da sempre unite dal Mar Mediterraneo che è il mare della vicinanza”. Puoi parlarci di questo rapporto.

La relazione tra questi due Paesi è strettissima e va oltre al semplice “scambio” energetico. E il 2011 ha rappresentato solo l’ultimo di una lunga serie di insoliti parallelismi nella storia delle popolazioni di queste due terre. Sia Roma che Tripoli hanno conosciuto, in presenza di condizioni estremamente diverse, e sotto forme altrettanto eterogenee, importanti mutamenti politici nel corso della stagione più recente. In particolare la Libia ha affrontato un vero e proprio cambio di regime, con la fine di un pluridecennale sistema di potere antidemocratico e l’avvio di una nuova stagione politico-istituzionale in cui sia il popolo libico, sia l’intera comunità internazionale, hanno riposto grandi aspettative. Il limpido svolgimento della tornata elettorale che nel luglio scorso ha visto i cittadini e le cittadine della Libia scegliere alle urne i propri rappresentati nel ricostituito Parlamento di Tripoli rappresenta l’inequivocabile segnale dell’esito positivo finora ottenuto da un processo di ricostruzione nazionale iniziato poco più di un anno fa. Al pari, la formazione in autunno del governo di Ali Zeidan, il primo, dal 1969, a godere della legittimazione parlamentare e dunque popolare, conferma la corretta prosecuzione di tale processo e del cammino verso la completa pacificazione del Paese. È chiaro che in questo processo ci sono tante ombre ed incognite, ma l’Italia deve fare fino in fondo la sua parte…

Fino al prossimo 28 febbraio a Roma, nel complesso del Vittoriano, sarà ospitata “Anime di materia”, un importante evento culturale promosso da HRS (spin off dell’università di Bologna, attivo in Libia fin dai primi giorni della rivoluzione). Si tratta dell’esposizione delle opere di Ali WakWak, considerato il grande artista libico contemporaneo. Qual è il significato di questa iniziativa a cui anche tu hai fattivamente collaborato…

Innanzitutto va detto che Ali aveva ricevuto offerte per esporre in altre capitali europee, ma ha voluto che il teatro della sua “prima” fosse l’Italia, proprio per ribadire il profondo legame tra i due Paesi. Tra l’altro quello che fino a ieri era solo un evento culturale, oggi anche alla luce dell’attentato contro il nostro console a Bengasi assume il valore di un rinnovato ponte di dialogo tra le due sponde del Mediterraneo e un netto rifiuto delle logiche dell’odio, dell’integralismo e della violenza… Il lavoro di Ali WakWak restituisce “anima alla materia”, trasformando oggetti di morte in bellezza e rinascita. Questo artista si serve del legno e del ferro per raccontare la sua passione, il suo pathos, la sua affezione dell’anima che trova corpo per mezzo della materia. Le sue esperienze, la sua vita in una Nazione attraversata da una storia dolorosa, personale e collettiva, danno ulteriormente forma alla materia raggiungendo un significato ancora più tangibile: uomini, donne e animali fatti di elementi surrogati di guerra. Vita dalla morte, rinascita dalla latenza di pezzi di ferro che hanno urlato distruzione per molto tempo. L’artista si avvale dell’arte quale arma universale e non smette di sognare e sperare, facendo della sua guerra personale una lotta silenziosa. Una mostra assolutamente da non perdere.
aa

Nuova Italia, nuova Libia, nuovo Mediterraneo
Italia e Libia, nazioni diverse e distanti, ma allo stesso tempo da sempre unite dal Mar Mediterraneo che come ci ha insegnato Predrag Matvejević “è il mare della vicinanza”. Infatti, piuttosto che frontiera, le acque mediterranee hanno spesso costituito una via di passaggio e comunicazione, la piattaforma ideale e concreta su cui questi due Paesi hanno spesso edificato un destino storico condiviso. Il 2011 ha rappresentato solo l’ultimo di una lunga serie di insoliti parallelismi nella storia delle popolazioni di queste due terre. Sia Roma che Tripoli hanno conosciuto, in presenza di condizioni estremamente diverse e sotto forme altrettanto eterogenee, un importante mutamento politico nel corso della stagione più recente.  

Nuova Italia, nuova Libia, nuovo Mediterraneo - Geopolitica.info
Nel nostro Paese in molti hanno parlato di conclusione della cosiddetta “Seconda Repubblica” – che almeno sotto il profilo istituzionale non era mai iniziata – e di avvio di una “terza” fase di vita repubblicana in cui l’esaurimento della parabola politica che aveva caratterizzato l’ultimo ventennio ha portato all’affermazione di nuovi attori e forze partitiche. In particolare la Libia ha affrontato un vero e proprio cambio di regime, con la fine di un pluridecennale sistema di potere antidemocratico e l’avvio di una nuova stagione politico-istituzionale su cui sia il popolo libico, che l’intera comunità internazionale, hanno riposto grandi aspettative. L’ordinato svolgimento della tornata elettorale che nel luglio scorso ha visto i cittadini e le cittadine della Libia scegliere alle urne i propri rappresentati nel ricostituito Parlamento di Tripoli rappresenta l’inequivocabile segnale dell’esito positivo finora ottenuto da un processo di ricostruzione nazionale iniziato poco più di un anno fa.

Al pari, la formazione in autunno del governo Al Zeidan, il primo a godere della legittimazione parlamentare e dunque popolare dal 1969, conferma la corretta prosecuzione di tale processo e del cammino verso la completa pacificazione del Paese. In corrispondenza di questo comune mutamento, tuttavia, il Mar Mediterraneo si è – metaforicamente – “allargato”, tanto da far sembrare le sponde dei due Paesi più lontane. Alcune incomprensioni e il timore di veder precipitare il più importante territorio frontaliero in una condizione di anarchia ha fatto procedere la politica e la diplomazia italiana con tempi lenti che, pur se assolutamente giustificati dalla gravità del momento storico, hanno rischiato di generare un fraintendimento della reale volontà dei nostri rappresentanti.

Sostenere la progressiva democratizzazione della Libia, il rispetto dei diritti fondamentali dei suoi cittadini e il suo progresso economico costituiscono un obiettivo primario per l’Italia. E non per un vago – quanto ipocrita – senso di solidarietà universalistico, ma perché questo mutamento costituisce parte integrante del nostro interesse nazionale. Una Libia più democratica significa per l’Italia poter contare su uno Stato vicino e pienamente integrato nelle principali organizzazioni internazionali e più propenso al dialogo nella risoluzione dei temi caldi dell’agenda politica mondiale. Il consolidamento dello Stato di diritto e il rispetto delle prerogative fondamentali dei cittadini costituiscono una garanzia di credibilità che ci permette di confrontarci con un Paese animato dalla volontà di gestire anche la scottante questione dell’immigrazione clandestina con un sincero rispetto per la vita umana. Non di meno, una Libia più ricca costituisce per l’Italia un’occasione per consolidare una cooperazione economica già ampiamente avviata e che potrà essere estesa a nuovi settori, aprendo su entrambe le sponde del Mediterraneo inedite opportunità di investimento.

L’interesse dell’Italia al raggiungimento di successi significativi nella crescita economica e nella stabilità dei Paesi non comunitari dell’area è forte ed è evidenziato dalla promozione dei programmi in campo economico e della cooperazione nell’area mediterranea con sostegno alle piccole e medie imprese della regione e con un’attenzione particolare allo sviluppo dell’agricoltura e dell’agroindustria, alla cooperazione scientifica e al trasferimento delle tecnologie. La vicinanza geografica e la complementarietà delle risorse e dei sistemi produttivi dei due Paesi fanno della Libia un naturale partner commerciale a cui l’Italia oggi non può e non deve rinunciare. Per tali ragioni ogni organizzazione italiana, pubblica o privata, che abbia realmente a cuore il destino della “nuova Italia” è conscia di come in questo particolare momento occorra sollecitare le nostre migliori energie per rinsaldare i rapporti con la “nuova Libia”. Dal campo della cultura e dei rapporti individuali, passando per gli scambi commerciali e la cooperazione internazionale, per arrivare alla dimensione politico-diplomatica.

La “nuova Italia” e la “nuova Libia” mantengono un minimo comun denominatore fondamentale con il passato: la posizione centrale nel Mediterraneo, quel mare che il grande storico Fernand Braudel ha descritto come un mosaico ricco e movimentato, a volte contraddittorio, di un’unica civiltà che condivide uno stesso destino. Così il volto del Mare Nostrum non è più solo fatto delle allucinazioni solari, dei templi di luce, delle assenze pomeridiane delle pianure lungo i litorali o delle colonne spezzate, coperte dall’edera dei ricordi, che si stagliano nell’azzurro pastello; ma anche, e forse di più, dai deserti e dalle steppe tutto intorno. Queste sono le divinità che hanno dato forma alla civiltà del Mediterraneo: il Mare, il Cielo, il Sole e, dunque, la Montagna. Eccola, la civiltà dei pastori, nomadi e transumanti, dei boscaioli e dei montanari, dei monaci agricoltori che domano la terra, degli anacoreti e dei mercanti, degli avventurieri e degli esploratori che hanno creato la nostra identità plurale.

Un’ eredità che acquista oggi una nuova centralità geopolitica: via di comunicazione tra tre continenti, porta d’accesso al Medio Oriente e allo spazio indiano, nonché punto d’incontro degli interessi e delle culture più diverse, il Mediterraneo rappresenta per i Paesi che vi si affacciano un asset strategico da impiegare e difendere nel più vasto contesto mondiale. Lo stato dei rapporti tra Italia e Libia, di conseguenza, assurge a una centralità che, trascendendo le dinamiche nazionali e regionali, si riverbera finanche sul piano della stabilità globale. Il rilancio dei nostri rapporti in tutte le dimensioni è dunque lo strumento ideale con cui gettare le basi per il parallelo rilancio di un “nuovo Mediterraneo” quale soggetto attivo e decisivo sul palcoscenico della politica internazionale.

 

Il mondo in 60 righe – ma chi sostiene l’agenda Monti?

Il governo Monti non avrà risolto tutti i problemi dell’Italia, ed avrà pure tollerato che l’Agenzia delle Entrate facesse la faccia feroce sempre con gli stessi, i contribuenti più poveri e tartassati. Ed avrà pure dimostrato incapacità diplomatica nel caso dei nostri marò che languiscono dimenticati da tutti in un carcere indiano. Insomma, il governo Monti non può essere completamente immune da critiche.

Il mondo in 60 righe – ma chi sostiene l’agenda Monti? - Geopolitica.info

Eppure Monti, con il suo governo – ma Monti ancor più che il suo governo – piace agli Italiani. E piace perché, anche se in maniera improvvisata e sotto la pressione di avvenimenti gravissimi in campo internazionale, egli ha dato ad una società spaventata e scoraggiata l’indicazione di una via da seguire, quella che nel linguaggio corrente si chiama ormai l’Agenda Monti.

Ancora una volta, nulla è perfetto. E non è una via esente da critiche, l’Agenda Monti. Non è frutto di un approccio nuovo e rivoluzionario in campo economico e amministrativo. E non è neanche tanto differente da impegni e da misure che già erano stati tentati da Tremonti, e che erano esplicitamente richiesti dalle autorità europee.

Insomma, come tutte le strategie serie nel difficile campo della gestione della cosa pubblica, l’Agenda Monti è frutto dell’arte del possibile. E non a caso ha ottenuto persino l’approvazione del Cardinal Bagnasco, che ha invitato l’irrequieto mondo della politica a non bruciare “alcun ponte dietro di se”: un’espressione che tutti hanno interpretato come un invito a un governo Monti bis dopo le elezioni che si terranno alla loro naturale scadenza.

Il consenso delle vittime

L’Agenda Monti è semplicemente dettata dal buon senso, ed è figlia – per ora – della necessità impellente di salvare l’Italia da una fallimento che – diciamolo chiaramente – la struttura economica e sociale della Nazione, assai migliore della casta politica, non avrebbero meritato. E come tale, non ha potuto ancora aggiungere alla lunga lista dei problemi da affrontare la questione che, a più lungo termine, è invece essenziale. E cioè la questione se – una volta evitato un catastrofico naufragio “a caldo” dell’Euro, cioè un naufragio in condizioni in cui sull’Italia verrebbero fatti ricadere sia la presunta responsabilità che la maggior parte del costo – non convenga una riflessione “a freddo” sull’intero progetto della moneta unica. Anche a rischio – come Monti ha già dato segno di saper fare – di andare contro gli interessi e i privilegi tedeschi tanti gelosamente tutelati dalla Signora Merkel.

Né quella larga parte della pubblica opinione che sostiene l’Agenda Monti può vantare di essere un’eroica ed illuminata avanguardia, che brillerebbe per passione civile, e si distinguerebbe così in un paese di ciechi meschinamente attaccati ai loro risparmi. No. Non è così. Anche se a prima vista proprio così sembrerebbe, perché, presso i cittadini che non traggono alcun profitto dalla politica, l’Agenda Monti piace – caso veramente straordinario – soprattutto a coloro che dalla sua appena iniziata applicazione sono stati più dolosamente colpiti.

Ma non si tratta di eroi; si tratta di persone dal doloroso buon senso. Se le cose stanno così è perché la parte dell’opinione pubblica che sostiene Monti è quella che ha sempre pagato le tasse, anche perché priva degli strumenti tecnici per evaderle; che sa che, nel caso di un’uscita catastrofica dell’Italia dall’Euro sarà ancora lei a pagare il conto: e che spera che finalmente l’Agenzia delle Entrate sia costretta a prendere nel mirino anche il proprietario della pizzeria sotto casa, il cinese del cui negozio non ha mai capito l’attività, ed il dentista che abita all’attico. C’è certo un’aspirazione a vedere realizzato un minimo di giustizia nel sostegno che i più tartassati portano all’Agenda Monti. Ma c’è anche la speranza che grazie ad essa lo Stato mantenga le risorse necessarie a pagare le pensioni e la Sanità pubblica.

E magari la speranza che – come ha osato ipotizzare il Corriere della Sera, e come è parso per un momento di poter sperare – vengano aboliti non solo le Province, ma anche quegli inutili centri di ladrocinio e di pura distruzione di ricchezza che agli occhi di tutti sono negli ultimi tempi apparse essere le amministrazioni regionali.

L’Agenda Monti – anzi un’Agenda Monti “accresciuta”, da completare con più ambiziosi obiettivi – gode insomma di un largo e ragionato consenso, un consenso maggioritario e più che maggioritario, nell’opinione pubblica. Anche perché con l’avvento a Palazzo Chigi – per un’imposizione da parte del Presidente della Repubblica – dell’uomo che all’Agenda conferisce il nome, sono un po’ diminuiti le beffe e gli insulti con cui, da parte dei cosiddetti “partners comunitari” venivano accompagnati i danni che essi disonestamente ci facevano, e ci fanno, quotidianamente subire in sede UE. E che i potenti della finanza e del mondo bancario moltiplicano, trattandoci in campo economico finanziario internazionale come sell’Italia fosse una specie della Spagna, che è invece un paese in disfacimento, e che non ha ancora risolto i problemi sociali “sospesi” dall’insurrezione militare del 1936.

Un’agenda da completare

L’avvento di Monti ha posto termine a questa umiliante situazione. E ciò non dispiace agli Italiani. Perché è vero che questi – non è una novità – non sono molto patriottici. Ma ciò non significa che fossero disposti ad accettare l’aperto disprezzo per l’Italia e gli Italiani che accompagnava il vero e proprio linciaggio internazionale cui è stato sottoposto Silvio Berlusconi, talora per aver fatto troppo lo spiritoso ed irresponsabilmente prestato il fianco ai suoi nemici, ma più spesso perché l’ENI aveva osato ottenere il Progetto South Stream e perché in Libia le imprese italiane avevano troppo successo.

Monti e la sua”Agenda” godono dunque del consenso degli Italiani. E ciò significa che, in un paese in cui le decisioni politiche venissero prese dalla maggioranza degli elettori, toccherebbe a lui, dopo la regolare scadenza elettorale, tornare a Palazzo Chigi e scegliere, col consenso del Presidente Giorgio Napolitano, i nuovi Ministri, tra personalità elette nei due rami del Parlamento, o anche o non elette.

Ciò, nel caso dell’Italia odierna, presenta però una difficoltà non piccola. Perché, una volta entrata nella cabina elettorale, la maggioranza che sostiene l’Agenda Monti rischia di non trovare – o almeno non troverebbe oggi – il modo di esprimere questo consenso. Indipendentemente dalla legge elettorale – che sia quella immonda oggi in vigore, o un’altra – non c’è infatti nello spettro dei partiti quello di cui questa maggioranza andrà alla ricerca: il partito, o il movimento, che sostiene l’Agenda Monti.

Esiste – si – un gruppo di circa quindici personalità provenienti dal PD che a suo favore si sono esplicitamente pronunciate per iscritto, e che hanno di recente riaffermato questo impegno in una manifestazione pubblica che ha visto un certo ampliamento delle adesioni. Ma non è un gruppo abbastanza numeroso per pesare nella “casta” politica, e non è per niente sicuro che l’elettore troverà sulla scheda un simbolo che si riferisca inequivocabilmente ad essi. D’altro canto, ancor meno chiaro è come dovrebbe votare chi voglia dare consenso e forza a quegli elementi che, provenendo dal centro-destra, intendono onestamente sostenere l’Agenda Monti. Per questi, si fa per ora un solo nome, quello dell’ex-Ministro Frattini.

Questi però usa come fossero sinonimi le espressioni “Agenda Monti”, “Agenda per l’Europa” ed addirittura “Agenda Europea”. Ebbene, come è facile intuire, non si tratta della stessa cosa. Identificare l’Agenda Monti con una linea politica “eterodiretta” da Bruxelles – e in definitiva da Berlino – significa renderla molto meno flessibile ed audace di quanto essa può essere, e dare per accettabile il profilo di un’Italia assai più remissiva alle prepotenze e all’arroganza altrui di quanto a nessun paese può convenire di essere. Significa, in altre parole, dimenticare che la popolarità di Mario Monti è in gran parte dovuta all’aver posto termine al burlesque, ed all’averci fatto ritrovare un minimo di dignità internazionale.

Per di più, negli strati meglio informati dell’opinione pubblica, è presente e vivo il ricordo dell’audacia con cui il Commissario Europeo Mario Monti osò in passato sfidare poteri economici mondiali che è assai pericoloso, nel senso letterale del termine, avere contro di se. E pensare che l’Agenda Monti possa essere la stessa che sarebbe seguita da un qualche Plenipotenziario nominato da Bruxelles, significa non tenere conto che, nel futuro delle relazioni tra i partners dell’Eurozona, sono inevitabili ed imminenti scontri assai duri, che richiederanno da parte dell’Italia altrettanto coraggio e fermezza di quella mostrata in passato dal Commissario alla Concorrenza.

Tra i simboli che l’elettore favorevole all’Agenda Monti troverà sulla scheda c’è poi quello di un partito – l’UDC – che in questi ultimi tempi ha provato, con varie capriole, a posizionarsi per tentare di raccogliere il consenso di questa larga fascia di elettorato. Ma più che all’Agenda Monti – a quanto il governo tecnico ha già fatto o messo in cantiere, e a quanto sa di dover fare nel prossimo futuro – questa forrza, erede della Democrazia Cristiana, pensa ad un GovernoMonti 2, non più tecnico, ma politico, in cui spera di inserire i propri uomini.Un’operazione intelligente, perché in politica ogni cambiamento – anche un cambiamento piuttosto radicale,  quale sarebbe passaggio dal mondo del Trota e di Fiorito a quello di Mario Monti – deve inevitabilmente passare attraverso strutture che facciano da passerella tra il vecchio e il nuovo.

A condizione naturalmente che si tratti di una passerella leggera, e non di un ponte che rischia ad ogni momento di crollare sotto il peso di strutture decrepite e di vecchie cariatidi in cerca di un ennesimo riciclaggio. Perché quella della UDC è infatti un’operazione che – almeno per ora – sembra suscitare principalmente quello che gli Americani chiamano un “effetto band wagon”. Sembra cioè raccogliere soprattutto i tentativi di arrembaggio di ambizioni politiche ripetutamente frustrate, e di molti personaggi della vecchia politica ormai senza fissa dimora, e soprattutto senza seguito né voti. E’ perciò assai probabile che Monti tenterà di non lasciarsi identificare con questa composita armata.

Largo ai giovani ?

C’è infine, ancora una volta in provenienza da quella “nebulosa” che gravita attorno al PD, un’iniziativa – quella del Sindaco di Firenze Matteo Renzi – che sembra sposare a fastidiosi toni “giovanilisti” una sostanziale adesione alle grandi linee dell’Agenda Monti. Ed è questa iniziativa – per aver sfidato alle primarie il segretario del PD e quindi aver messo in gioco addirittura la premiership – il fenomeno più interessante, anche se, per il momento, quello meno definito. La dinamica innescata dal Sindaco di Firenze può rivelarsi risolutiva. Ma non perché metta “giovani” contro “vecchi”.

Si può infatti sorridere sullo slogan stantio del “largo ai giovani”,  al termine di una ventennale fase politica in cui – tra figli, nipoti, veline e igieniste dentali – e non è stato il numero dei “giovani” a far difetto, ma la loro qualità. Cioè al termine di una fase politica ventennale (e per i “vecchi partiti” molto più lunga) in cui i giovani sono stati selezionati ed ammessi nella casta politica sulla base del principio che fossero incapaci di fare ombra ai pochi manovratori, quegli stessi che alla fine si sono garantiti con il cosiddetto porcellum”. Ed infatti, lo slogan del “largo ai giovani” rischia di essere altrettanto catastrofico quanto è stato, vent’anni, fa la cosiddetta “apertura alla società civile”. Tanto più se si tien conto del fatto che una situazione di generale umiliazione, che si sarebbe altrimenti trascinata chi sa per quanto, e con quali effetti, è stata salvata da un’iniziativa di Giorgio Napolitano. il quale è – purtroppo – meno giovane di quanto sarebbe storicamente opportuno per l’Italia.

Il fenomeno Renzi va però preso in attenta considerazione. Ponendo la propria candidatura a leader del partito cui molti attribuiscono la possibilità di uscire primo alle prossime elezioni, e mettendo l’accento sull’Agenda Monti, cioè sugli aspetti programmatici, Renzi spariglia infatti le carte della complessa strategia di Bersani, che prevede due fasi. Dapprima una fase tendente a ottenere consensi, e un eventuale premio di maggioranza, tramite un’alleanza con Ventola. E poi una seconda fase, di alleanze finalizzate a governare, con Casini e con chi sa chi altro.

Ovviamente, se per differenziarsi dalla linea Bersani-Vendola, il Sindaco di Firenze si schiera tra i sostenitori dell’Agenda Monti, la sua candidatura a premier finisce per essere una mossa sostanzialmente contraddittoria. Ci vuole infatti  una certa audacia per assumere che questa “Agenda” possa già da domani essere portata avanti anche da una persona diversa dall’ex Commissario Europeo alla Concorrenza,.

L’Agendo Monti avrà ancora bisogno , per un periodo difficile da determinare, dell’uomo da cui prende il nome. E ciò non solo all’interno dell’Italia, ma anche e soprattutto a livello internazionale. Dove, ci sia consentito dirlo, Monti conquista per l’Italia e gli Italiani un rispetto ed una considerazione che pochi altri riuscirebbero a strappare.